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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania
La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi
juta montevergine ospedaletto castagne torrone
I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it
Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.
La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.
Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.
Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.
I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.
Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».
Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.
La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.
Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.
La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.
A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:
“Quanno simmo ppe Avellino
iammo a truvà la matre rivina,
Quanno simmo ppe Spetaletto
iammo a truvà Maria riletta”
La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.
Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.
Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.
Pasquale Matarazzo
07/09/2012
A Mongiuffi, un piccolo paese dell’entroterra Taorminese, in Provincia di Messina, troviamo antichissima la devozione per San Leonardo. Tutto il popolo, molto devoto per le tante grazie ottenute tramite l’intercessione di San Leonardo, lo ha eletto a suo speciale Patrono e Protettore ed ogni anno, il 6 novembre, ne celebra la festa con grande solennità. Il momento più emozionante si ha quando, durante la processione di mezzogiorno, tutti i fedeli riunitisi al centro del Paese, donano al Santo Patrono una Ciambella (Cuddura) di pasta di pane intrecciata ed abbellita artigianamente, in segno di devozione e ringraziamento.La festa, unica nella sua particolarità e nella fede degli abitanti inizia con la Novena (preghiera insistente fatta con determinazione e costanza per nove giorni conseguitivi) nella fiducia di poter ottenere ciò che il cuore di ognuno desidera e con l’avvio della lavorazione artigianale delle “cuddure”. Per la realizzazione di queste particolari “ciambelle” vengono utilizzati centinaia di chili di farina di frumento che in passato veniva donata dagli abitanti di Mongiuffi. Dopo la lavorazione delle ciambelle, si imprime l’immagine di San Leonardo. Il 1° Novembre, solennità di tutti i Santi, vengono preparate, sempre a mano, le artistiche “cudure” dei 4 angioletti e del Santo. Abilità ed impegno fanno sì che queste divengano vere e proprie opere d’arte.La “cudura” del Santo viene decorata con rose e ornamenti vari creati con la pasta, facendo sì che diventi un vero e proprio gioiello della minuziosa arte creativa, che attira tutt’oggi molti curiosi. La vigilia della festa, quando ormai è tutto pronto, si svolge la benedizione delle “cuddure”. Nel borgo l’atmosfera di solennità sale di ora in ora. Gli abitanti di abitanti di Mongiuffi e tutti gli altri devoti che accorrono si recano nella Chiesa di San Leonardo per pregare e cantare al Santo Patrono e assistere all’apertura della cappella e alla discesa del simulacro. Al canto dell’inno di San Leonardo il simulacro collocato dentro la vara, scende sino al centro della Chiesa. La Statua dall’aspetto dolcissimo sembra volgere il suo sguardo per rassicurare i suoi fedeli della sua protezione. A quella vista si commuovono i cuori e si inumidiscono gli occhi. L’artistica statua del Santo viene mostrata al pubblico tre volte soltanto: il giorno di capodanno; il giorno di Pasqua ed il 5 Novembre vigilia della festa.All’alba del 6 Novembre al suono delle campane i fedeli si ritrovano in Chiesa per la recita dell’Ufficio (tradizionale ufficiatura in onore del Santo Patrono e Protettore). Intorno alle 10:30 si svolge la Santa Messa Solenne, al termine vi è la tradizionale processione per le vie del paese. Il momento più emozionante, verso mezzogiorno, quando tutto il popolo riunitosi in piazza fontana, al centro del paese, dona al Santo Patrono la ciambella (cuddura) di pasta di pane intrecciata e abbellita artigianalmente in segno di devozione e ringraziamento. Subito dopo vengono distribuite le “cuddure” più piccole a tutti i devoti presenti a questo importante e caratteristico evento. La sera del 6 Novembre i devoti si ritrovano nuovamente nella Chiesa Madre dove vengono celebrati i vespri e l’eucarestia. Tra le luci della notte esce la processione. Al rientro del simulacro in piazza del Carmine vi è il grandioso spettacolo piro - musicale. La sera del 7 Novembre il Santo Patrono si riporta in processione nella Chiesa a Lui intitolata dove viene risposto nella sua cappella. La festa si conclude con l’atto di affidamento del paesino di Mongiuffi Melia al Santo e l’emozionante chiusura della porta che terrà custodita la statua
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
---- devotees participating in the pain of Christ, looking for a contact, even a look, with Christ ----
---- i devoti partecipano al dolore del Cristo, cercando un contatto, anche solo uno sguardo, col Cristo ----
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....It's a short-long report on the sacred procession in honor of the Holy Crucifix of Araceli, which takes place on the last Friday of the month of March in the town of San Marco d'Alunzio ( Sicily), and so-called "procession of Babbaluti " (the babbaluti " are thirtythree men and women hooded , like the 33 years of Christ , with robes of colour blue); This year ... I was really lucky to relive another time the deep emotion to see that sacred procession; on this year 2015 the procession was marked by bad weather, there was cold, rain, wind and a thick fog.
The "babbaluti" carry on their shoulders the float with the Holy Crucifix of Araceli's church (the statue was created by Scipione Li Volsi, in the year 1652), and with the painting of Our Lady of Sorrows, that appears pierced by seven swords (a painting of the eighteenth century); babbaluti before the start of the procession ( in bare feet, wearing only the heavy wool socks , hand-made; the women are hooded too, and to avoid revealing their presence feminine, also wear gloves wool) , they have to travel a journey of purification: when they arrived near the ancient church of Araceli they kiss the ground, and immediately allowed to enter to the church, but through a side door, called " false door " , just so they can access the float, outside the front door of the church of Araceli, then they wait for the priest to finish his sermon, and so begin the procession through the streets of the picturesque and friendly village of San Marco d'Alunzio .
…………………………………………
.... questo è un report, breve e lungo al tempo stesso sulla sacra processione che si tiene in onore del Santissimo Crocifisso di Araceli e che si svolge l'ultimo Venerdì del mese di marzo nella città di San Marco d'Alunzio (località sita sui monti Nebrodi, Sicilia), ricorrenza conosciuta anche come "processione dei babbaluti" (il babbaluti "sono trentatré uomini e donne incappucciati, rievocazione dei 33 anni di Cristo, i quali indossano abiti di colore blu); Quest'anno ... sono stato davvero fortunato a rivivere ancora una volta la profonda emozione di assistere al sacro corteo, questo anno 2015 caratterizzato da "un tempo atmosferico davvero penitenziale" con un costante maltempo caratterizzato da freddo, pioggia, vento e una fitta quasi impenetrabile nebbia.
I "babbaluti" portano sulle loro spalle la vara che reca ben fissata il Santo Crocifisso della chiesa di Araceli (la statua è stato creato da Scipione Li Volsi, nell'anno 1652), ai cui piedi viene assicurato il quadro della Madonna Addolorata, che appare trafitto da sette spade ( un dipinto del XVIII secolo), quadro quest'anno ricoperto da un velo di cellophane, per tentare di proteggerlo dall'acqua della pioggia e della fitta nebbia. I babbaluti prima dell'inizio della processione avanzano a piedi scalzi, indossando solo delle pesanti calze di lana fatte a mano, (le donne per evitare di rivelare la loro presenza femminile, indossano anche dei guanti di lana), devono percorrere, prima di accedere in chiesa, un cammino di purificazione: quando essi giungono in prossimità dell'antica chiesa dell' Araceli, si chinano e baciano in terra, ricevendo così il permesso per poter accedere in chiesa, ma questo può avvenire solo da una porta laterale, chiamata "falsa porta"; una volta entrati in chiesa ne fuoriescono dall'ingresso principale, potendo così prendere posto, inginocchiati alle spalle della vara; seguirà quindi l'atteso discorso del sacerdote, al cui completamento potrà iniziare la processione che si svolge per le vie del pittoresco e accogliente paese di San Marco d'Alunzio. Lungo il percorso i Babbaluti cadenzano la propria andatura accompagnandosi ad una mesta e lamentosa giugualtoria che invoca il Signore "Signuri...misiricooooordia e pietà"; infine molti devoti procedono assieme ai babbaluti sotto la vara, toccandola, accarezzandola, ora aggrappandovisi...pur di avere un contatto fisico ma anche spirituale con essa. Infine, dopo aver compiuto un preciso percorso, la processione fa rientro nell'antica chiesa di origini Normanne dell'Aracoeli.
Tengo el privilegio de vivir entre artesanos y devotos,
entre cantos quechua en misa y calles pequeñas,
tengo la suerte de despertar con el sonido de las campanas,
de jugar carnavales con mi tio de huanta y mi prima de tambo,
de correr por el campo y disfrutar un poco del Huatatas.
Tengo el gusto de aspirar el polvo de la piedra de huamanga,
que Percy con mucho esmero trabaja todos los dias,
y cada vez que tengo hambre puedo disfrutar del yuyu picante o el mote, y si tengo sed mi tia julia la calma con su chicha de jora.
Tengo una vida muy apegada y enraizada a mi tierra,
y de cuando en cuando el abuelo me conmueve con sus piques de guitarra,
tengo de Ayacucho lo que ustedes tienen de peruanos y sigo siendo martir en mi tierra, en tierra de sobrevivientes y de iglesias. Tierra que hoy cumple un año mas y es bendecida en una fiesta.
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Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania
La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi
juta montevergine ospedaletto castagne torrone
I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it
Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.
La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.
Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.
Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.
I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.
Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».
Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.
La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.
Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.
La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.
A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:
“Quanno simmo ppe Avellino
iammo a truvà la matre rivina,
Quanno simmo ppe Spetaletto
iammo a truvà Maria riletta”
La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.
Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.
Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.
Pasquale Matarazzo
07/09/2012
CAPELLA-RAPTE-SANT IGNASI-MANRESA-MISTICA-CAPILLA-SAN IGNACIO DE LOYOLA-CATALUNYA-ORACION-FOTOS-ARTISTA-PINTOR-ERNEST DESCALS-
Lugares Místicos en la Ciudad de Manresa, Barcelona, Catalunya. SAN GNACIO DE LOYOLA se estableció temporalmente en Manresa y aquí elaboró su Tratado con sus Famosos Ejercicios Espirituales en la Cova de Sant Ignasi, mientras tanto vivió varios Capítulos en los que la Mística llevada al extremo le ocasionó algunas enfermedades en las fue fue asistido por los habitantes y Devotos. He querido visitar algunos de estos enclaves en los que la Espiritualidad y la Magia se mezclan a partes iguales. En la CAPELLA DEL RAPTE asistí a un lugar vedado hasta hace muy poco tiempo y que pertenece a la Orden de los Jesuitas, ahí pude orar delante de la escultura yaciente del Místico, son actos devocionales y necesarios en un Tiempo en el que la agresividad de los individuos violentos de mente muy primaria circulan a su antojo presa de sus Delirios Violentos, más vale buscar la Protección de los Santos que pueden guardarte un sitio junto Ellos en el Cielo de la Gloria Celestial. Fotografías del artista Pintor ERNEST DESCALS en sus Oraciones y Conexiones con el Mundo Espiritual en un marco excepcional de gran Espiritualidad.Luego vuelvo a la Pintura y ala creación del Arte que es mi Camino, juntar ambos Caminos siempre resulta benefactor y esperanzador. Me complacerá Pintar más adelante en mis Pinturas esta Atmósfera de Misticismo y Santidad.
Dominando a paisagem urbana da vila, ergue-se o monumental Castelo, primitiva residência dos duques brigantinos, construído nos finais do século XIII. “O Rei Lavrador (D. Dinis), nas suas visitas aos Agostinhos, de que era particularmente devoto e em cujo mosteiro pousava, ao ver o cómoro do Poente, dominando os carrascais, boa sentinela que poderia ser numa linha defensiva raiana e bom padrasto para a vila criada, pensaria em fortaleza-lo”, ignorando-se entretanto quem foram os seus construtores e em que datas se iniciou e completou a opulenta obra; sabe-se, porém, que em 1297 já tinha alcaide, que foi Soeiro Peres.
É a fortaleza quadrangular de traçado semelhante ao desenho de um projecto conhecido de Leonardo da Vinci. É aliás, nota do historiador calipolense Joaquim Saial, o qual a propósito deste monumento esclarece: “No sítio onde se ergue a actual fortificação renascentista, esteve desde os finais do século XIII até ao início do século XVI o antigo castelo medieval da época de D. Dinis (ampliado no reinado de D. Fernando). Como refere Túlio Espanca este desapareceu na 2ª vintena do século XVI, quando os duques donatários D. Jaime e D. Teodósio I construíram a subsistente fortaleza artilheira, de tipo italiano mas seguindo o modelo das praças africanas e industânicas que os Portugueses haviam introduzido nas suas conquistas ultramarinas”. Tem à sua volta um fosso de sete metros de altura e seis de largura.
Subsistem hoje na cerca das muralhas quatro portas, assim designadas: a de Évora e a da Torre, ambas viradas ao poente; a de Estremoz, aberta para o lado Norte e a de Olivença ou do Sol, na ilharga sul que era também a chamada Porta da Traição. A entrada na fortaleza faz-se hoje através de uma reconstituída ponte levadiça para acesso ao pátio interior, onde está a cisterna do castelo, e aos museus que nas suas dependências se instalaram recentemente. Fora, na antiga e já desaparecida Cerca Velha, obra que se atribui à iniciativa dos duques D. Jaime e D. Teodósio I, existiam as Portas da Esperança, a nascente, a de S. Sebastião, a de Santa Luzia, voltada a Poente.
No interior da cerca nova, a actual, além da igreja matriz de Nossa Senhora da Conceição e dos cemitérios municipais, subsistem alguns antigos arruamentos da planta medieval, onde ainda e podem observar vestígios da arquitectura primitiva como as portas ogivais da que teria sido residência de Nuno Álvares Pereira.
Foi este castelo palco de intensas lutas por ocasião das Guerras da Independência (1383-1385), da Restauração (1640-1665) e da Sucessão de Espanha (1711) tendo sido Vila Viçosa, por mais de uma vez, quartel-general dos exércitos do Alentejo. Além do Condestável, estão ligadas aos feitos militares ocorridos nomes como Álvaro Gonçalves (século XIV), Cristóvão Brito Pereira (século XVII) e Jerónimo do Carvalhal (século XVII).
A Torre de Menagem foi erguida no reinado de D. Fernando, afastada do Castelo.
7maravilhasdevilavicosa.blogspot.com/2007/02/castelo-e-to...
Dévot en méditation sur un ghat
Varanasi, autrefois appelée Bénarès, est située au bord du Gange, à la confluence des fleuves Varunā et Assī. C'est l'une des plus importantes villes sacrées de l'Hindouisme. Son nom traditionnel est Kâshî, la cité lumineuse de Shiva.
Varanasi est la Ville-lumière et la Ville-du-Savoir, consacrée à Shiva. Le Linga-d'Eau y est vénéré.
La ville est célèbre pour ses ghāts, qui sont des berges recouvertes de marches de pierres permettant aux dévots hindous de descendre au fleuve pour y pratiquer ablutions et pūjās. Sur certains ghāts, les crémations sont rituellement pratiquées.
Article de Wikipedia sur Varanasi
fr.wikipedia.org/wiki/Varanasi
Mythes et Dieux de l'Inde, Daniélou, Flammarion, 1992
Benvinguts a l'Ermita de Sant Pau tots els devots i admiradors d'aquest Santuari (Mirador de la Vila i Vegueria), que freqüenteu aquest lloc per l'esplai i gaudir de la Natura, i fàcilment atrets a elevar l'esperit al Creador.
Ens complau, als Administradors, poguer-vos informar de
1º Els origens són anteriors a l'any 1392, en que consta que possiblement el Rei Joan I va visitar dos Ermitans, recluïts en l'espedat de la primitiva ermita (ara protegida amb una reixa) o bé en la cova natural (propera)
2º L'any 1595 es va estrenar una segona ermita, fent un replà cap a migjorn.
3º Malauradament a l'any 1910 es va enderrocar lo anterior, i era inaugurada la tercera Ermita-Cova (que hem conmemorat el Centenari, amb la restauració del Soterrani dels ermitans i amb l'enjardinat de les Feixes del Marxant)
4º Tradicionalment se han cel-lebrat quatre festes anuals: 25 de gener (S. Pau) o diumenge següent, Aplec, 23 d'Abril (S. Jordi), 8 de maig (Mare de Déu de la Salut) o dilluns de la Pasqua Granada Aplec; Recentment 12 de desembre (Nit de S. Llúcia) els de Pacs inicien les festes del Nadal.
5º Els antics Ermitans es van extingir amb la família Torres-Macià (matrimoni amb quatre fills) cap a l'any 1890. Posteriorment del 1972 al 2000 han fet funcions similars: Bautista Lorente Pellicer i Rafael Cestelo Monge "Periquín".
6º La campana xica vol recordar Mn. Joan Tous Farrell (Rector de Les Cabanyes 1968-1973) per l'impuls que va donar per revifar aquest lloc.
7º La campana gran (instal-lada l'any 1989) procedeix de l'antiga Capella de S. Magí (Carretera d'Igualada, cantonada Rambla o Parellada).
8º La imatge de S. Pau procedeix d'Olot (1991), el mosaic de S. Jordi- S. Jaume, procedeix de les Benetes de Montserrat (2004), i els ferros forjats són de l'artista Lluverol. L'altar és de un molí paperer de S. Pere de Riudebitlles.
9º És un contrast amb els dos turons veïns: Ponent "Montjuïc o Lluert" Dipòsits i Antenes / Llevant "S. Jaume de Castell-Mos" Pedrera de Calç i Casal 2000 (amb fogons, aparcament i pista esportiva-verbenera)
Cal preservar aquest Espai Cental (sic) per gaudir de la Natura evitant els vehicles (elements sorollosos), la caça i el fer foc.
10º Per activitats adients al lloc (de nombrosa concurrença) es pot concertar l'espai inferior, Aula Polivalent, contactant previament amb els Administradors
Fotos de l'ermita de Sant Pau, entre Vilafranca i Pacs:
Devotos no mundo inteiro comemoram no dia 23 de abril, o Dia de São Jorge, o santo padroeiro da Inglaterra, de Portugal, da Catalunha, dos soldados, dos escoteiros, dos corintianos e celebrado em canções populares de Caetano Veloso, Jorge Ben Jor e Fernanda Abreu. No oriente, São Jorge é venerado desde o século IV e recebeu o honroso título de "Grande Mártir".
Guerreiro originário da Capadócia e militar do Império Romano ao tempo do imperador Diocleciano, Jorge converteu-se ao cristianismo e não agüentou assistir calado às perseguições ordenadas pelo imperador. Foi morto na Palestina no dia 23 de abril de 303. Ele teria sido vítima da perseguição de Diocleciano, sendo torturado e decapitado em Nicomédia, tudo devido à sua fé cristã.
A imagem de todos conhecida, do cavaleiro que luta contra o dragão, foi difundida na Idade Média. Está relacionada às diversas lendas criadas a seu respeito e contada de várias maneiras em suas muitas paixões. Iconograficamente, São Jorge é representado como um jovem imberbe, de armadura, tanto em pé como em um cavalo branco com uma cruz vermelha. Com a reforma do calendário litúrgico, realizada pelo papa Paulo VI, em maio de 1969, tornou-se opcional a observância do seu dia festivo. Embora muitos ainda suspeitem da veracidade de sua história, a Igreja Católica reconhece a autenticidade do culto ao santo. O culto do santo chegou ao Brasil com os portugueses. Em 1387, Dom João I já decretara a obrigatoriedade de sua imagem nas procissões de Corpus Christi. O Sport Clube Corinthians Paulista foi outra grande contribuição para a popularização de São Jorge, primeiro no Estado de São Paulo e depois no País, ao escolher o santo como seu padroeiro e protetor, em 1910.
A quantidade de milagres atribuídos a São Jorge é imensa. Segundo a tradição, ele defende e favorece a todos os que a ele recorrem com fé e devoção, vencendo batalhas e demandas, questões complicadas, perseguições, injustiças, disputas e desentendimentos.
Os restos mortais de São Jorge foram transportados para Lídia (antiga Dióspolis), onde foi sepultado, e onde o imperador cristão Constantino (que depois de vários imperadores anti-cristãos converteu-se e a império à religião cristã) mandou erguer suntuoso oratório aberto aos fiéis. Seu culto espalhou-se imediatamente por todo o Oriente. No século V, já havia cinco igrejas em Constantinopla dedicadas a São Jorge. Só no Egito, nos primeiros séculos após sua morte, foram erguidas quatro igrejas e quarenta conventos dedicados ao mártir. Na Armênia, na Grécia, no Império Bizantino (a região oriental do Império Romano, que tinha capital em Bizâncio, depois, Constantinopla) São Jorge era inscrito entre os maiores Santos da Igreja Católica. No Ocidente, na Idade Média, as Cruzadas colocaram São Jorge à frente de suas milícias, como Patrono da Cavalaria. Na Itália, era padroeiro da cidade de Gênova. Na Alemanha, Frederico III dedicou a ele uma Ordem Militar. Na França, São Gregório de Tours era conhecido por sua devoção a São Jorge; o rei Clóvis dedicou-lhe um mosteiro, e sua esposa, Santa Clotide, erigiu várias igrejas e conventos em sua honra. A Inglaterra foi o país ocidental onde a devoção ao santo teve papel mais relevante. O monarca Eduardo III colocou sob a proteção de São Jorge a Ordem da Cavalaria da jarrateira, fundada por ele em 1330. Por considera-lo o protótipo dos cavaleiros medievais, o inglês Ricardo Coração de Leão, comandante de uma das primeiras Cruzadas, constituiu São Jorge padroeiro daquelas expedições que tentavam conquistar a Terra Santa aos muçulmanos. No século 13, a Inglaterra celebrava sua festa como dia santo e de guarda e, em 1348, criou a Ordem dos Cavaleiros de São Jorge. Os ingleses acabaram por adotar São Jorge como padroeiro do país, imitando os gregos que também trazem a cruz de São Jorge na sua bandeira. Ainda durante a Primeira Guerra Mundial (1914-1918) muitas medalhas de São Jorge foram cunhadas e oferecidas aos enfermeiros militares e às irmãs de caridade que se sacrificaram ao tomar conta dos feridos da guerra. As artes, também, divulgaram amplamente a imagem do santo. Em Paris, no Museu do Louvre, há um quadro famoso de Rafael (1483-1520), intitulado "São Jorge vencedor do Dragão". Na Itália, existem diversos quadros célebres, como o de autoria de Donatello (1386-1466).
Sadhu ou dévot sur le site de Pashupatinath
Le site du temple dédié à Pashupatinath, une des formes de Shiva (le Maître du troupeau) est un lieu sacré pour les hindous. Ce temple en forme de pagode a été construit en 1696 au bord de la rivière sacrée Bagmati, il est réservé aux seuls hindous.
On rencontre dans l'enceinte du temple des vrais et des faux sadhus (les faux sadhus ne sont présents que pour se faire photographier contre de l'argent par les touristes)
C'est un lieu de crémation aussi important que Varanasi (Bénarès) pour les indiens.
Article de Wikipedia sur le site de Pashupatinath
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
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La vita sorride a Jelly Devote, una ragazza svedese che, come Anllela Sagra, è considerata una delle più grandi regine di fitness su Instagram. La sua fama se ne va fuori. Con oltre 510 mila follower, le sue foto sono viste da migliaia di persone che ...
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La tradizionale Discesa di San Filippo (siciliano Calata di San Filippu) si svolge in occasione della festa di San Filippo Siriaco, protettore del paese, il terzo sabato di maggio. La tradizione, risalente al 1766, vuole che il fercolo con il simulacro del Santo dalla Chiesa del Santissimo Crocifisso venga portato in processione dai devoti fino al centro del paese. La processione ha inizio alle 18:30 e avviene di corsa attraverso l’accidentata strada in gradoni di pietra bianca, con i devoti con il fercolo dal peso di una tonnellata in spalla e i fedeli assiepati ai lati della strada. Il percorso è ricco di insidie, tant’è che spesso si sono verificati degli incidenti con la caduta del fercolo. I festeggiamenti in onore del Santo si concludono con la processione della risalita del Santo al monte Castello la quarta domenica di maggio.
Calatabiano is a comune (municipality) in the Province of Catania in the Italian region Sicily, located about 170 km east of Palermo and about 35 km northeast of Catania. As of 31 December 2004, it had a population of 5,286 and an area of 26.3 km².The municipality of Calatabiano contains the frazione (subdivision) Pasteria.Calatabiano borders the following municipalities: Castiglione di Sicilia, Fiumefreddo di Sicilia, Giardini-Naxos, Linguaglossa, Piedimonte Etneo, Taormina.
After a lengthy renovation, Cruyllas Castle of Calatabiano (situated between the Alcantara Valley and Etna and not far from Taormina and Naxos) is ready to welcome its visitors thanks to its splendid panorama Between the walls of the castle is enclosed the entire history of the Mediterranean. A procession of populations and cultures who, battling for strategic control of the area by way of the stronghold, have all contributed to the development and enlargement during the course of the centuries: from the Sicels to the Greeks, from the Byzantines to the Arabs; from the Normans to the Suebi/Suevi, until the settlement of the Cruyllas, in the Aragon period, during which the castle was at its maximum splendor.
Calatabiano è un comune italiano di 5.458 abitanti della provincia di Catania,Si trova a 62 metri d'altitudine e a meno di 3 chilometri dal mare Ionio. Il suo territorio, delimitato a nord dal corso del fiume Alcantara, è costituito da una fertile e ottimamente irrigata piana alluvionale e dalle retrostanti colline. Dista 40 chilometri da Catania e 59 chilometri da Messina.La popolazione è concentrata per circa il 75% nel centro capoluogo, e per la restante parte nella frazione di Lapide Pasteria.Calatabiano è un comune del Parco fluviale dell'Alcantara.Il suo territorio si trova sulla direttrice orientale sicula dei collegamenti stradali e ferroviari. Sono inoltre agevoli i collegamenti con l’entroterra alcantarino. È servito da una stazione ferroviaria.La storia di Calatabiano è strettamente collegata a quella del suo castello che si erge su un'altura a 160 metri d'altitudine, all'imboccatura meridionale della Valle dell'Alcantara. Con tutta probabilità, stante l'importanza strategica e militare del sito, una fortezza doveva già essere presente in epoca greca e forse addirittura sicula. A tal proposito lo Schubring sostenne che i Siculi dovevano tenere un caposaldo all'imboccatura della valle, di fronte al monte Tauro, nominato come Castello di Bidio, ma tale ipotesi non è mai stata suffragata dai reperti archeologici rinvenuti, che hanno invece datazione posteriore al II secolo.Il castello, nella sua conformazione attuale, e con l'annesso borgo collinare cinto da mura merlate, venne fondato dagli Arabi, che proprio dal territorio di Calatabiano mossero nel 902 alla conquista di Taormina. Lo stesso toponimo del paese è di chiara origine araba, derivando da قلعة, kalaat (castello) e 'al Bîan, probabile nome proprio del signore locale.Sotto il dominio normanno, regnando Ruggero II, nel 1135 Calatabiano venne elevata a baronia. Tra i vari signori che si succedettero nel corso dei secoli, il periodo più fulgido nella storia di Calatabiano si ebbe con la signoria dei Cruyllas. Famiglia di origine catalana, i Cruyllas ottennero la baronia nel 1396 tenendola per circa un secolo, ingrandendo il castello ed edificando la Chiesa del Santissimo Crocifisso. Esauritasi la successione per linea maschile questa continuò per linea femminile con il passaggio della signoria prima ai Moncada e poi ai Gravina, principi di Palagonia.Nel 1544 si ebbe la venuta del pirata Dragut che, sbarcato sul lido di San Marco, espugnò e saccheggiò il borgo. Nel 1677, a seguito della rivolta anti-spagnola di Messina i francesi assediarono lungamente il castello, venendo respinti dai 150 difensori spagnoli e poi sopraffatti dai soverchianti rinforzi.Il borgo e il castello vennero completamente abbandonati a seguito del Terremoto del Val di Noto del 1693, che danneggiò gravemente l'abitato. La popolazione si reinsediò ai piedi della collina da dove da qualche decennio insisteva già un piccolo insediamento, primo nucleo della Calatabiano moderna, che progressivamente si espanse sulla pianura.Nel 1813 il Parlamento Siciliano decretò la fine del feudalesimo nell'isola, elevando nello stesso anno il territorio di Calatabiano a comune autonomo, con i confini che ha mantenuto fino ad oggi.
Font : Wikipedia
Dévots devant le Ram Raja Temple en train de chanter
Le temple "Ram Raja Temple" à Orchha en Inde est un ancien palais, c'est le seul temple où le Seigneur Rama soit célébré comme un Roi depuis le XVIème siècle, le temple est même gardé par la police. Le site attire de très nombreux dévots hindous et fait l'objet de pèlerinages.
Article de Wikipedia sur le Ram Raja Temple
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania
La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi
juta montevergine ospedaletto castagne torrone
I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it
Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.
La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.
Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.
Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.
I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.
Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».
Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.
La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.
Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.
La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.
A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:
“Quanno simmo ppe Avellino
iammo a truvà la matre rivina,
Quanno simmo ppe Spetaletto
iammo a truvà Maria riletta”
La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.
Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.
Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.
Pasquale Matarazzo
07/09/2012
---- a series of shots (made a few minutes before the arrival of babbaluti) to the devotees arrived in the churchyard of Aracoeli, ignoring the bad weather this year has helped to make more sad the penitential atmosphere from always characterized this procession ----
---- una serie di scatti, realizzati pochi minuti prima dell'inizio dell'arrivo dei Babbaluti, ai devoti, giunti sul sagrato della chiesa dell'Aracoeli, incuranti del cattivo tempo che quest'anno ha contribuito a rendere più greve l'atmosfera penitenziale che da sempre caratterizza questa processione ----
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....It's a short-long report on the sacred procession in honor of the Holy Crucifix of Araceli, which takes place on the last Friday of the month of March in the town of San Marco d'Alunzio ( Sicily), and so-called "procession of Babbaluti " (the babbaluti " are thirtythree men and women hooded , like the 33 years of Christ , with robes of colour blue); This year ... I was really lucky to relive another time the deep emotion to see that sacred procession; on this year 2015 the procession was marked by bad weather, there was cold, rain, wind and a thick fog.
The "babbaluti" carry on their shoulders the float with the Holy Crucifix of Araceli's church (the statue was created by Scipione Li Volsi, in the year 1652), and with the painting of Our Lady of Sorrows, that appears pierced by seven swords (a painting of the eighteenth century); babbaluti before the start of the procession ( in bare feet, wearing only the heavy wool socks , hand-made; the women are hooded too, and to avoid revealing their presence feminine, also wear gloves wool) , they have to travel a journey of purification: when they arrived near the ancient church of Araceli they kiss the ground, and immediately allowed to enter to the church, but through a side door, called " false door " , just so they can access the float, outside the front door of the church of Araceli, then they wait for the priest to finish his sermon, and so begin the procession through the streets of the picturesque and friendly village of San Marco d'Alunzio .
…………………………………………
.... questo è un report, breve e lungo al tempo stesso sulla sacra processione che si tiene in onore del Santissimo Crocifisso di Araceli e che si svolge l'ultimo Venerdì del mese di marzo nella città di San Marco d'Alunzio (località sita sui monti Nebrodi, Sicilia), ricorrenza conosciuta anche come "processione dei babbaluti" (il babbaluti "sono trentatré uomini e donne incappucciati, rievocazione dei 33 anni di Cristo, i quali indossano abiti di colore blu); Quest'anno ... sono stato davvero fortunato a rivivere ancora una volta la profonda emozione di assistere al sacro corteo, questo anno 2015 caratterizzato da "un tempo atmosferico davvero penitenziale" con un costante maltempo caratterizzato da freddo, pioggia, vento e una fitta quasi impenetrabile nebbia.
I "babbaluti" portano sulle loro spalle la vara che reca ben fissata il Santo Crocifisso della chiesa di Araceli (la statua è stato creato da Scipione Li Volsi, nell'anno 1652), ai cui piedi viene assicurato il quadro della Madonna Addolorata, che appare trafitto da sette spade ( un dipinto del XVIII secolo), quadro quest'anno ricoperto da un velo di cellophane, per tentare di proteggerlo dall'acqua della pioggia e della fitta nebbia. I babbaluti prima dell'inizio della processione avanzano a piedi scalzi, indossando solo delle pesanti calze di lana fatte a mano, (le donne per evitare di rivelare la loro presenza femminile, indossano anche dei guanti di lana), devono percorrere, prima di accedere in chiesa, un cammino di purificazione: quando essi giungono in prossimità dell'antica chiesa dell' Araceli, si chinano e baciano in terra, ricevendo così il permesso per poter accedere in chiesa, ma questo può avvenire solo da una porta laterale, chiamata "falsa porta"; una volta entrati in chiesa ne fuoriescono dall'ingresso principale, potendo così prendere posto, inginocchiati alle spalle della vara; seguirà quindi l'atteso discorso del sacerdote, al cui completamento potrà iniziare la processione che si svolge per le vie del pittoresco e accogliente paese di San Marco d'Alunzio. Lungo il percorso i Babbaluti cadenzano la propria andatura accompagnandosi ad una mesta e lamentosa giugualtoria che invoca il Signore "Signuri...misiricooooordia e pietà"; infine molti devoti procedono assieme ai babbaluti sotto la vara, toccandola, accarezzandola, ora aggrappandovisi...pur di avere un contatto fisico ma anche spirituale con essa. Infine, dopo aver compiuto un preciso percorso, la processione fa rientro nell'antica chiesa di origini Normanne dell'Aracoeli.
---- a series of shots (made a few minutes before the arrival of babbaluti) to the devotees arrived in the churchyard of Aracoeli, ignoring the bad weather this year has helped to make more sad the penitential atmosphere from always characterized this procession ----
---- una serie di scatti, realizzati pochi minuti prima dell'inizio dell'arrivo dei Babbaluti, ai devoti, giunti sul sagrato della chiesa dell'Aracoeli, incuranti del cattivo tempo che quest'anno ha contribuito a rendere più greve l'atmosfera penitenziale che da sempre caratterizza questa processione ----
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....It's a short-long report on the sacred procession in honor of the Holy Crucifix of Araceli, which takes place on the last Friday of the month of March in the town of San Marco d'Alunzio ( Sicily), and so-called "procession of Babbaluti " (the babbaluti " are thirtythree men and women hooded , like the 33 years of Christ , with robes of colour blue); This year ... I was really lucky to relive another time the deep emotion to see that sacred procession; on this year 2015 the procession was marked by bad weather, there was cold, rain, wind and a thick fog.
The "babbaluti" carry on their shoulders the float with the Holy Crucifix of Araceli's church (the statue was created by Scipione Li Volsi, in the year 1652), and with the painting of Our Lady of Sorrows, that appears pierced by seven swords (a painting of the eighteenth century); babbaluti before the start of the procession ( in bare feet, wearing only the heavy wool socks , hand-made; the women are hooded too, and to avoid revealing their presence feminine, also wear gloves wool) , they have to travel a journey of purification: when they arrived near the ancient church of Araceli they kiss the ground, and immediately allowed to enter to the church, but through a side door, called " false door " , just so they can access the float, outside the front door of the church of Araceli, then they wait for the priest to finish his sermon, and so begin the procession through the streets of the picturesque and friendly village of San Marco d'Alunzio .
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.... questo è un report, breve e lungo al tempo stesso sulla sacra processione che si tiene in onore del Santissimo Crocifisso di Araceli e che si svolge l'ultimo Venerdì del mese di marzo nella città di San Marco d'Alunzio (località sita sui monti Nebrodi, Sicilia), ricorrenza conosciuta anche come "processione dei babbaluti" (il babbaluti "sono trentatré uomini e donne incappucciati, rievocazione dei 33 anni di Cristo, i quali indossano abiti di colore blu); Quest'anno ... sono stato davvero fortunato a rivivere ancora una volta la profonda emozione di assistere al sacro corteo, questo anno 2015 caratterizzato da "un tempo atmosferico davvero penitenziale" con un costante maltempo caratterizzato da freddo, pioggia, vento e una fitta quasi impenetrabile nebbia.
I "babbaluti" portano sulle loro spalle la vara che reca ben fissata il Santo Crocifisso della chiesa di Araceli (la statua è stato creato da Scipione Li Volsi, nell'anno 1652), ai cui piedi viene assicurato il quadro della Madonna Addolorata, che appare trafitto da sette spade ( un dipinto del XVIII secolo), quadro quest'anno ricoperto da un velo di cellophane, per tentare di proteggerlo dall'acqua della pioggia e della fitta nebbia. I babbaluti prima dell'inizio della processione avanzano a piedi scalzi, indossando solo delle pesanti calze di lana fatte a mano, (le donne per evitare di rivelare la loro presenza femminile, indossano anche dei guanti di lana), devono percorrere, prima di accedere in chiesa, un cammino di purificazione: quando essi giungono in prossimità dell'antica chiesa dell' Araceli, si chinano e baciano in terra, ricevendo così il permesso per poter accedere in chiesa, ma questo può avvenire solo da una porta laterale, chiamata "falsa porta"; una volta entrati in chiesa ne fuoriescono dall'ingresso principale, potendo così prendere posto, inginocchiati alle spalle della vara; seguirà quindi l'atteso discorso del sacerdote, al cui completamento potrà iniziare la processione che si svolge per le vie del pittoresco e accogliente paese di San Marco d'Alunzio. Lungo il percorso i Babbaluti cadenzano la propria andatura accompagnandosi ad una mesta e lamentosa giugualtoria che invoca il Signore "Signuri...misiricooooordia e pietà"; infine molti devoti procedono assieme ai babbaluti sotto la vara, toccandola, accarezzandola, ora aggrappandovisi...pur di avere un contatto fisico ma anche spirituale con essa. Infine, dopo aver compiuto un preciso percorso, la processione fa rientro nell'antica chiesa di origini Normanne dell'Aracoeli.
Fotos Nuevas Abril 2013
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© Álbum 0709
By Catedrales e Iglesias
By Cathedrals and Churches
By Catedrais e Igrejas
Par Cathédrales et Eglises
Diócesis de San Andres Tuxtla
Basilica de la Virgen del Carmen
Plaza Principal
Zona Centro
Catemaco
Estado de Veracruz
Catemaco es un destino para muchos peregrinos de Veracruz, México y hasta lugares como Oaxaca, Chiapas y Puebla.
Se expone, María, la madre de Dios de catolicos, aparecida a un pescador en 1664 en una cueva en El Tegal, coincidiendo con una de las erupciones registradas del volcán San Martín Tuxtla. El Tegal es una cueva establecida a orillas de la Laguna de Catemaco, a menos de un kilómetro al noreste del centro de Catemaco.
Ella supuestamente dejó sus pies plasmados en una roca basáltica frente a la cueva y se transformó en una estatua dentro de la misma.
Una explicación más comprobable es la historia de los
misioneros de la orden de las Carmelitas de Puebla, quienes en
su camino hacia Coatzacoalcos pararon en Catemaco en 1714
por las fuertes lluvias.
En su equipaje llevaban una copia de una estatua de “Nuestra
Señora del Monte Carmelo” de Valencia, España. Al parecer, la
estatua cautivó a la población local y solicitaron que la dejaran
en Catemaco.
Así comenzó la maravillosa historia de “La Virgen del Carmen”,
que culmina en la magnifica Basílica que se encuentra ahora en
la plaza principal de Catemaco.
Han conocido a la Virgen también como “La Virgen del Volcán”,
y ella es también la santa patrona de millares de iglesias,
decenas de otras ciudades (Ciudad del Carmen, etc.) y un país
(Perú). Su día de celebración es uno de los 18 días de María en
el calendario católico.
Actualmente su celebración es de acuerdo a la aparición a un
fraile inglés del monasterio de “La Orden de Nuestra Señora del
Monte Carmelo” en 1251. El Monte Carmelo es una cadena de
colinas cerca de Haifa, Israel. Ahí habitaron supuestos
ermitaños religiosos desde antes de Cristo. La fecha de
aniversario del 16 de Julio fue fijada oficialmente por el Vaticano
en 1726, aceptando la tradición los Carmelitas de celebrarlo en
esa fecha.
A través de su existencia en Catemaco, a la estatua de la
Virgen le han sido acreditados numerosos milagros y
curaciones, y decenas de millares de creyentes visitan sus
capillas locales a través del año, buscando la comunión con la
Madre de Dios.
Al principio, la comunidad de Catemaco tuvo a la Virgen en
una construcción estilo palapa, que pronto fue convertida en
una capilla de mamposteria, posiblemente alrededor de 1719.
Los devotos de Catemaco no la declararon parroquia hasta
1896 y hasta la fecha la parroquia es parte de la diócesis de
San Andrés Tuxtla.
En 1953 comenzó la construcción de la iglesia actual,
terminando en 1961. Por 1964 el Vaticano le concedió el título
de Basílica, solamente a una de 27 en México. Se considera
una basílica de menor importancia, asociada a la Basílica de
Santa María la Mayor (Basílica Liberiana), en Roma, Italia, una
de las 5 basílicas principales en el mundo.
La Basílica de hoy tiene menos de 50 años pero parece
mucho más vieja porque sus características arquitectónicas
fueron prestadas del neoclasicismo, barroco y estilos
románicos. Ofrece una cúpula de 21 metros de altura, antes
laminada en oro y los 23 vitrales ilustran la vida de Jesús y
María.
Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania
La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi
juta montevergine ospedaletto castagne torrone
I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it
Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.
La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.
Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.
Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.
I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.
Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».
Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.
La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.
Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.
La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.
A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:
“Quanno simmo ppe Avellino
iammo a truvà la matre rivina,
Quanno simmo ppe Spetaletto
iammo a truvà Maria riletta”
La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.
Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.
Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.
Pasquale Matarazzo
07/09/2012
"Tous les ans, à Paris, à une date mobile correspondant à la pleine lune de début septembre, le temple de Ganesh, le SRI MANIKAR VINAYAKAR ALAYAM, 72, rue Philippe de Girard dans le 18 ème arrondissement, organise une fête commémorative de la naissance du dieu le plus populaire et le plus aimé des Hindous. C'est la Ganesha Chaturthi. Cette manifestation donne lieu, en Inde et plus spécialement à Bombay (Mumbai), à des cérémonies religieuses durant dix jours.
A Paris un char, magnifiquement décoré d'une profusion de fleurs, sert de cadre pour accueillir la superbe statue de Ganesh en bronze doré qui demeure habituellement dans le temple. Un second char célèbre le frère de Ganesh, le dieu Skanda, que l'on nomme encore Murugan ou Karttikeya. Ces chars sont tirés par des dévots dans les rues, au milieu d'une liesse populaire, dans une ambiance empreinte de ferveur, où se rassemble la communauté Hindoue de France, mais également de nombreux Parisiens venus là qui par curiosité, qui par sympathie."
Depuis la plus haute antiquité, L’Inde a voué à la femme une dévotion particulière. Des figurines de la vallée de l’Indus aux déesses de la fertilité, en passant par les déesses protectrices sculptées à l’époque Gupta à l’entrée des lieux saints. A l’époque médiévale, la femme demeure un thème de prédilection pour les sculpteurs, qu’ils soient bouddhiques ou brahmaniques. Elle apparaît, comme ici, sous un aspect traditionnel qu’elle conserve à travers les siècles : sensuelle. Cette femme à l’arbre appuyée à un fragment de rinceau, et dont seul le buste subsiste, présente une poitrine généreuse, sa tête légèrement penchée vers la droite ainsi que la torsion du buste restituent peut-être la position d’origine en tribangha ou « triple flexion » caractéristique de la sculpture indienne. Les nombreux ornements qui la parent (boucles d’oreilles, long collier perlé) illustrent le goût passionné des femmes indiennes, depuis les temps les plus reculés jusqu’à nos jours, pour les éléments de parure.
Le traitement naturaliste du corps, la rondeur des formes, la pureté et la grâce font de cette sculpture, une oeuvre pleine de charme qui était destinée à orner les parois des sanctuaires couvertes d’une multitude de déesses secondaires : les devatâ qui charment les dieux par leur présence, et de « femmes à l’arbre » : les shâlabhanjikâ, symbole de fécondité.
La production de l’art du Nord de l’Inde à l’époque médiévale (IXe-XIVe siècle) est riche et variée. L’art brahmanique, s’y développe avec une force et une richesse extraordinaires dans les grandes provinces du Nord - comme par exemple au Râjasthân, ainsi qu’au Madhya Pradesh occidental, sur le site de Khajurâho - où se créent des styles d’architecture et de sculpture particuliers. Dans la plupart de ces régions, les architectures souvent grandioses sont toujours très décorées.
Source : Musée Guimet - Paris
Sadhu ou dévot sur le site de Pashupatinath
Le site du temple dédié à Pashupatinath, une des formes de Shiva (le Maître du troupeau) est un lieu sacré pour les hindous. Ce temple en forme de pagode a été construit en 1696 au bord de la rivière sacrée Bagmati, il est réservé aux seuls hindous.
On rencontre dans l'enceinte du temple des vrais et des faux sadhus (les faux sadhus ne sont présents que pour se faire photographier contre de l'argent par les touristes)
C'est un lieu de crémation aussi important que Varanasi (Bénarès) pour les indiens.
Article de Wikipedia sur le site de Pashupatinath
. Olimpíada Brasileira de Matemática das Escolas Públicas - OBMEP 2017
. Medalha de OURO / 4.° LUGAR NO RANKING / cerimônia de entrega das medalhas em 2018, a ser confirmada
. Colégio Bernoulli - 9.° ano
Este ano de 2017 tem sido, até então, magnificamente produtivo para esta criatura, amante das competições científicas e devoto de corpo e alma à sua estimada CASA!
Conseguimos galgar as barreiras do bronze e da prata, e conquistamos a primeira posição de MG, além da 4.° posição geral no ranking brasileiro!!!
E mais! Para incremento de nossa felicidade, nossa CASA aparece dentre as escolas premiadas, como também, o querido prof. Davis foi agraciado como um dos professores premiados! It's amazing!! Certamente, se a composição da dupla sertaneja "Davisão e Igorzinho" estivesse completa, seria melhor ainda!! :)
A súbita mudança das regras da competição da OBM, juntamente a integração das escolas particulares na OBMEP foram uma grande surpresa para todos os olímpicos. Apesar desta competição aparentar ser uma vertente, diga-se “mais amena” da OBM, em função de tratar-se de uma competição voltada, originalmente, para as escolas públicas, foram criados critérios de diferenciação dos resultados e certificações de medalhas, dentre ambas as escolas, para que esta se tornasse uma competição igualitária, sem demérito dos tradicionais participantes oriundos das escolas públicas, o que é, sem sombra de dúvidas, MUITO BOM! :)
Sem contar com o fato de ter deparado com inúmeros familiares participantes, que são fortíssimos camaradas medalhistas da OBM, além da presença de conhecidos atletas internacionais! :)
E não me cansarei de repetir! Nestes últimos dias, em meio ao extremado cansaço em pico, poder constatar de forma tão evidente o nome de nossa CASA aqui, ali, e acolá nas posições superiores nos rankings, tem sido um remédio para a minha alma. São pequenos momentos em que não consigo parar de SORRIR. Momentos em que esqueço-me do cansaço, do sono, do stress, e da dor causada pelo peso da responsabilidade. É aquele instante mágico em que você acredita que, até que enfim, você está conseguindo ser útil e servir com HONRA a sua CASA!
PROGRESS REQUIRES SACRIFICES!
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A Olimpíada Brasileira de Matemática das Escolas Públicas (OBMEP) é uma realização da Associação Instituto Nacional de Matemática Pura e Aplicada (IMPA), com apoio da Sociedade Brasileira de Matemática (SBM). É promovida com recursos oriundos do contrato de gestão firmado pelo IMPA com o Ministério da Ciência, Tecnologia, Inovações e Comunicações (MCTIC) e com o Ministério da Educação (MEC) - e tem como objetivo estimular o estudo da matemática e revelar talentos na área.
Em 2017, as escolas privadas de todo o Brasil estão sendo convidadas a participar da OBMEP.
Apresentamos a seguir alguns programas desenvolvidos ao longo desses anos e convidamos você a conhecer um pouco mais a OBMEP.
Em primeiro lugar, destacamos o PROGRAMA DE INICIAÇÃO CIENTÍFICA Jr. (PIC). Destinado aos alunos medalhistas da OBMEP, o PIC é realizado por meio de uma rede nacional de professores em polos espalhados pelo país, e também no fórum virtual. Tem como objetivos despertar nos alunos o gosto pela matemática e pela ciência em geral e motivá-los na escolha profissional pelas carreiras científicas e tecnológicas. Ao longo de suas edições, a OBMEP já ofereceu a mais de 42 mil alunos a oportunidade de estudar Matemática por 1 ano, com bolsa do Conselho Nacional de Desenvolvimento Científico e Tecnológico (CNPq) e mais de 2200 alunos participaram do programa como ouvintes.
São objetivos da OBMEP:
. Estimular e promover o estudo da Matemática no Brasil.
. Contribuir para a melhoria da qualidade da educação básica, possibilitando que o maior número de alunos brasileiros possa ter acesso a material didático de qualidade.
. Promover a difusão da cultura matemática.
. Identificar jovens talentos e incentivar seu ingresso em universidades nas áreas científicas e tecnológicas.
. Incentivar o aperfeiçoamento dos professores das escolas públicas, contribuindo para a sua valorização
profissional.
. Contribuir para a integração das escolas brasileiras com as universidades públicas, com os institutos de
pesquisa e com as sociedades científicas.
. Promover a inclusão social por meio da difusão do conhecimento.
Visite, participe e incentive a participação na OBMEP. Cerca de 18 milhões de alunos, em praticamente todos os municípios brasileiros, têm participado da competição!
Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania
La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi
juta montevergine ospedaletto castagne torrone
I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it
Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.
La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.
Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.
Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.
I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.
Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».
Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.
La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.
Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.
La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.
A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:
“Quanno simmo ppe Avellino
iammo a truvà la matre rivina,
Quanno simmo ppe Spetaletto
iammo a truvà Maria riletta”
La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.
Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.
Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.
Pasquale Matarazzo
07/09/2012
Sadhu ou dévot sur le site de Pashupatinath
Le site du temple dédié à Pashupatinath, une des formes de Shiva (le Maître du troupeau) est un lieu sacré pour les hindous. Ce temple en forme de pagode a été construit en 1696 au bord de la rivière sacrée Bagmati, il est réservé aux seuls hindous.
On rencontre dans l'enceinte du temple des vrais et des faux sadhus (les faux sadhus ne sont présents que pour se faire photographier contre de l'argent par les touristes)
C'est un lieu de crémation aussi important que Varanasi (Bénarès) pour les indiens.
Article de Wikipedia sur le site de Pashupatinath
---- a devotee of the Good Friday procession (Randazzo - Sicily) ----
---- un devoto della processione del Venerdì Santo (Randazzo - Sicilia) ----
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Questo un racconto fotografico breve e lungo, sulla processione del Venerdì Santo che si è svolta quest'anno nel paese Siciliano della città medioevale di Randazzo: a differenza di ciò che si osserva nei riti del Venerdì Santo, a Randazzo si porta in processione penitenziale il simulacro del SS. Crocifisso, anzicchè il simulacro del Cristo Morto. La processione viene organizzata dalla "Confraternita della Vergine Addolorata" appartenente alla chiesa di S.Pietro, nella quale sono custoditi il Crocifisso ligneo del seicento, e la statua della Madonna Addolorata, le cui vare vengono portate in spalla dai devoti; alla manifestazione religiosa partecipano ovviamente tutte le confraternite della città, con la presenza di tantissimi "personaggi" (impersonati da bambini-e, ragazzi-e, tutti in costume, come S. Giovanni Battista, la Veronica, le tre Pie donne, Marta, Maria e Maddalena, l'Angelo, i due Nicodemi, Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo); infine la processione è animata dalla presenza del popolo, del clero, delle autorità civili e quelle militari. Il Crocifisso è caratteristicamente illuminato da candele che si trovano racchiuse dentro bocce di vetro, al pari anche la vara della Vergine Addolorata è illuminata da candele, racchiuse dentro "fanali di antica memoria" in vetro. La processione (accompagnata dal suono mesto della banda musicale, dalle giaculatorie gridate dai devoti che invocano continuamente il SS.Crocifisso e la Vergine Addolorata) percorre un lungo percorso, che diventa anche molto faticoso per la presenza di una ripida salita (la salita di San Bartolo);
La processione giunge così nella chiesa di S. Giorgio per poi ritornare indietro, raggiungendo la chiesa di San Pietro, dalla quele era partita, oramai in tarda serata.
Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania
La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi
juta montevergine ospedaletto castagne torrone
I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it
Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.
La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.
Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.
Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.
I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.
Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».
Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.
La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.
Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.
La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.
A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:
“Quanno simmo ppe Avellino
iammo a truvà la matre rivina,
Quanno simmo ppe Spetaletto
iammo a truvà Maria riletta”
La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.
Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.
Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.
Pasquale Matarazzo
07/09/2012
la Madonna della Lettera (3 juin) protectrice de Messine rappelle une légende pieuse et ressentie: l'envoi d'une lettre aux néo-convertis messéniens de la part de la Vierge l'année 43. La dévotion de la ville à la Madone saute immédiatement aux yeux du visiteur qui arrive par mer quand il aperçoit la stèle de 60 m. érigée sur le donjon du fort de S.Salvatore, à l'entrée du port et sur laquelle s'élève une statue de Marie bénissant d'une hauteur de 6 m. L'oeuvre, complétée par une inscription sur le mur du fort, portant la phrase de la lettre mythique, vos ipsam civitatem benedicimus, fut illuminée pour la première fois en 1934 par le Pape Pie Xl du Vatican. Le Pape actionna une commande-radio réalisée par G. Marconi.
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.