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Dominando a paisagem urbana da vila, ergue-se o monumental Castelo, primitiva residência dos duques brigantinos, construído nos finais do século XIII. “O Rei Lavrador (D. Dinis), nas suas visitas aos Agostinhos, de que era particularmente devoto e em cujo mosteiro pousava, ao ver o cómoro do Poente, dominando os carrascais, boa sentinela que poderia ser numa linha defensiva raiana e bom padrasto para a vila criada, pensaria em fortaleza-lo”, ignorando-se entretanto quem foram os seus construtores e em que datas se iniciou e completou a opulenta obra; sabe-se, porém, que em 1297 já tinha alcaide, que foi Soeiro Peres.

 

É a fortaleza quadrangular de traçado semelhante ao desenho de um projecto conhecido de Leonardo da Vinci. É aliás, nota do historiador calipolense Joaquim Saial, o qual a propósito deste monumento esclarece: “No sítio onde se ergue a actual fortificação renascentista, esteve desde os finais do século XIII até ao início do século XVI o antigo castelo medieval da época de D. Dinis (ampliado no reinado de D. Fernando). Como refere Túlio Espanca este desapareceu na 2ª vintena do século XVI, quando os duques donatários D. Jaime e D. Teodósio I construíram a subsistente fortaleza artilheira, de tipo italiano mas seguindo o modelo das praças africanas e industânicas que os Portugueses haviam introduzido nas suas conquistas ultramarinas”. Tem à sua volta um fosso de sete metros de altura e seis de largura.

 

Subsistem hoje na cerca das muralhas quatro portas, assim designadas: a de Évora e a da Torre, ambas viradas ao poente; a de Estremoz, aberta para o lado Norte e a de Olivença ou do Sol, na ilharga sul que era também a chamada Porta da Traição. A entrada na fortaleza faz-se hoje através de uma reconstituída ponte levadiça para acesso ao pátio interior, onde está a cisterna do castelo, e aos museus que nas suas dependências se instalaram recentemente. Fora, na antiga e já desaparecida Cerca Velha, obra que se atribui à iniciativa dos duques D. Jaime e D. Teodósio I, existiam as Portas da Esperança, a nascente, a de S. Sebastião, a de Santa Luzia, voltada a Poente.

 

No interior da cerca nova, a actual, além da igreja matriz de Nossa Senhora da Conceição e dos cemitérios municipais, subsistem alguns antigos arruamentos da planta medieval, onde ainda e podem observar vestígios da arquitectura primitiva como as portas ogivais da que teria sido residência de Nuno Álvares Pereira.

 

Foi este castelo palco de intensas lutas por ocasião das Guerras da Independência (1383-1385), da Restauração (1640-1665) e da Sucessão de Espanha (1711) tendo sido Vila Viçosa, por mais de uma vez, quartel-general dos exércitos do Alentejo. Além do Condestável, estão ligadas aos feitos militares ocorridos nomes como Álvaro Gonçalves (século XIV), Cristóvão Brito Pereira (século XVII) e Jerónimo do Carvalhal (século XVII).

 

A Torre de Menagem foi erguida no reinado de D. Fernando, afastada do Castelo.

In Vila Viçosa - História, Arte e Tradição e Wikipédia 7maravilhasdevilavicosa.blogspot.com/2007/02/castelo-e-to...

 

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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.

Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.

Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.

Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.

È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.

A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.

La Hermandad y Cofradía de Nazarenos de Nuestro Señor Jesús de la Humildad entregado por el Sanedrín y María Santísima del Dulce Nombre celebró la pasada semana el solemne y devoto Quinario con besamanos en honor a Nuestro Señor Jesús de la Humildad, titular de esta corporación, culto con el que la Hermandad da inicio a la Cuaresma.

 

Los tres primeros días de quinario el Señor estuvo ataviado con su túnica de morada y con mantolín de seda como nunca antes había lucido, colocado sobre el canasto del primer paso del que tuvo la Hermandad, completado con monte compuesto por flor estátice en color blanco y morado, musgo, diversas rosas rojas en representación al amor de Jesús y cardos cuyo significado es muerte y resurrección. Sobre el monte también se dispusieron diversos símbolos de la pasión, la corona de espinas, los dados y las tenazas. Detrás de Jesús de la Humildad se situó la cruz de guía e ilumniaban el altar de cultos los cuatro faroles del paso primitivo de la hermandad así como cuarto candelabros de bronce, todos ellos con cera de color tiniebla.

 

Los dos últimos días el Señor bajó del monte para ser puesto en besamanos sobre el peanil del palio de la Virgen del Dulce Nombre, que a su vez fue subida al altar vestida de hebrea con rostrillo de tisú de plata, portando en su mano izquierda un rosario de plata. Por su parte, Jesús de la Humildad, vistió estos dos días su túnica de tisú bordada por el taller de bordado de la hermandad, luciendo en su cingulo la medalla de la casa de Andalucía y un bronce de oro con las letras JHS regalo del que fue prioste de la Hermandad de la Esperanza de Triana, José Sanroman. En esta ocasión el Señor sí que portaba las potencias doradas de salida a diferencia de los tres días anteriores que no lo hizo. El fondo del altar estuvo compuesto ambos días por un telón de brocados y terciopelos de color granate.

 

El último día del quinario tuvo lugar el VI Pregón de la Juventud Cofrade, que este año corrió a cargo de Víctor Carazo Castel que lleno la iglesia del convento de Santa Mónica. No faltaron a la cita su querida Banda de cornetas y tambores San Pablo que le tributo un homenaje al finalizar el pregón interpretando la marcha "Mi plegaria". El pregón, lleno de sentimientos cofrades, estuvo interrumpido en varias ocasiones por los aplausos del público, y aun resuenan en las paredes del templo las palabras sinceras y de compromiso que Víctor expresó.

Texto extraido de; pasionenzaragoza.blogspot.com.es/2015/02/el-quinario-jesu...

 

Uma pequena homenagem aos seus devotos e ao São Jorge...

 

Se de São Jorge possuímos só os atos do martírio e mais precisamente sua paixão (considerada apócrifa já pelo decreto Gelasiano do século VI, poderíamos até duvidar de sua existência histórica. Toda via não se pode apagar com um simples golpe de caneta uma tradição tão universal: a igreja do Oriente o chama de Grande Mártir e todos os calendários Cristãos incluíram-no no elenco dos seus Santos. São Jorge, além de haver dado nome a cidades e povoados, foi proclamado padroeiro de cidades como: Gênova, de regiões inteiras Espanholas, de Portugal, da Lituânia e da Inglaterra. Com a solena confirmação, para esta última, do Papa Bento XIV.

 

Este culto extraordinário tem origens muito remotas uma vez que seu sepulcro em Lida, na Palestina, onde o Mártir foi decapitado no início do século IV, era alvo de peregrinações já na época das cruzadas, quando o Sultão Saladino destruiu a igreja construída em sua honra. A imagem de todos conhecida, do cavaleiro que luta contra o dragão, difundida na idade média, faz ver a origem da lenda, criada sobre este Mártir e contada de várias maneiras em suas muitas paixões.

 

Diz a lenda que um horrível dragão saía de vez em quando das profundezas de um lago e se atirava contra os muros da cidade trazendo-lhe a morte com seu mortífero hálito. Para ter afastado tamanho flagelo, as populações do lugar lhe ofereciam jovens vítimas, pegas por sorteio. um dia coube a filha do Rei ser oferecida em comida ao monstro. O Monarca, que nada pôde fazer para evitar esse horrível destino da tenra filhinha, acompanhou-a com lágrimas até às margens do lago. A princesa parecia irremediavelmente destinada a um fim atroz, quando de repente apareceu um corajoso cavaleiro vindo ca Capadócia. Era São Jorge.

 

O valente Guerreiro desembainhou a espada e, em pouco tempo reduziu o terrível dragão num manso cordeirinho, que a jovem levou preso numa corrente, até dentro dos muros da cidade, entre a admiração de todos os habitantes que se fechavam em casa, cheios de pavor. O misterioso cavaleiro lhes assegurou, gritando-lhes que tinha vindo, em nome de Cristo, para vencer o dragão. Eles deviam converter-se e ser batizados.

 

Também o fim deste Glorioso Mártir tem o sabor de lenda. Foi condenado a Morte por ter renegado aos deuses do império. Os Algozes Infligiram-lhe no corpo os mais atrozes tormentos. Ele parecia de ferro. Diante de sua invicta coragem e de sua Fé, a própria mulher do Imperador se converteu. Muitos Cristãos, amedrontados diante dos carrascos, encontraram a força de dar testemunho a Cristo com o extremo holocausto de suas vidas. Por fim, também São Jorge inclinou a cabeça sobre uma coluna e uma espada Super afiada pôs fim a sua jovem vida.

 

Oração a São Jorge

 

Eu andarei vestido e armado com as armas de São Jorge para que meus inimigos, tendo pés não me alcancem, tendo mãos não me peguem, tendo olhos não me vejam, e nem em pensamentos eles possam me fazer mal.

 

Armas de fogo o meu corpo não alcançarão, facas e lanças se quebrem sem o meu corpo tocar, cordas e correntes se arrebentem sem o meu corpo amarrar.

 

Jesus Cristo, me proteja e me defenda com o poder de sua santa e divina graça, Virgem de Nazaré, me cubra com o seu manto sagrado e divino, protegendo-me em todas as minhas dores e aflições, e Deus, com sua divina misericórdia e grande poder, seja meu defensor contra as maldades e perseguições dos meu inimigos.

 

Glorioso São Jorge, em nome de Deus, estenda-me o seu escudo e as suas poderosas armas, defendendo-me com a sua força e com a sua grandeza, e que debaixo das patas de seu fiel ginete meus inimigos fiquem humildes e submissos a vós. Assim seja com o poder de Deus, de Jesus e da falange do Divino Espírito Santo.

 

São Jorge Rogai por Nós...

 

Local: Paquetá - RJ

Documentat des del 1081, com a torre de defensa del Tallat, fou després un eremitori. El 1354, un grup de devots de la parròquia de Rocallaura, al qual el santuari ha estat sempre vinculat, hi fundaren l'església de Santa Maria del Puig del Tallat. El 1509, els monjos del Poblet se'n feren càrrec i hi continuaren fins al 1822. Fou priorat i santuari marià. El 1835, amb la desamortització de Mendizábal, els terrenys i el santuari foren subhastats. La imatge de la Mare de Déu del Tallat, d'alabastre de color negre, fou traslladada a un cambril de l'església de St. Llorenç, a Rocallaura. Altres parts de l'edifici es troben actualment en diversos indrets com el castell de Santa Florentina de Canet de Mar, el Museu Cau Ferrat de Sitges o el mas de Misericòrdia de Reus.

 

Documentado desde el 1081, como torre de defensa del Tallat, fue después un eremitorio. En 1354, un grupo de devotos de la parroquia de Rocallaura, al que el santuario ha estado siempre vinculado, fundaron la iglesia de Santa María del Puig del Tallat. En 1509, los monjes del Poblet se hicieron cargo y continuaron hasta el 1822. Fue priorato y santuario mariano. En 1835, con la desamortización de Mendizábal, los terrenos y el santuario fueron subastados. La imagen de la Virgen del Tallat, de alabastro de color negro, fue trasladada a un camarín de la iglesia de St.. Lorenzo, en Rocallaura. Otras partes del edificio se encuentran actualmente en diversos lugares como el castillo de Santa Florentina de Canet de Mar, el Museo Cau Ferrat de Sitges o la masía de Misericordia de Reus.

Looking up the hill from the iconic Sainte-Dévote corner, the road has been resurfaced ready for the Formula 1 and Historic Monaco Grand Prix.

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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.

Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.

Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.

Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.

È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.

A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.

Place Sainte-Dévote, La Condamine

The Devoto monument at the Cimitero monumentale di Staglieno in Genoa

dopo aver fatto il cammino di corsa o si diventa devoti o la si invoca per un po' d'ossigeno :-D

 

(ho trovato molto curioso come la maggior parte di quelli che fanno il cammino lo facciano per sport e la maggior parte dei pellegrini arrivino su in macchina ...stranezze dei tempi)

 

[naturlamente noi siamo stati l'eccezione che confermo la regola, siamo andati su in macchina pur non essendo dei devoti/pellegrini]

 

Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania

La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano

Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi

juta montevergine ospedaletto castagne torrone

I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it

 

Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.

   

La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.

   

Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.

   

Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.

   

Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.

   

I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.

   

Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».

   

Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.

   

La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.

   

Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.

   

La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.

   

A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:

 

“Quanno simmo ppe Avellino

 

iammo a truvà la matre rivina,

 

Quanno simmo ppe Spetaletto

 

iammo a truvà Maria riletta”

 

La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.

   

Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.

   

Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.

 

Pasquale Matarazzo

07/09/2012

église di S. Ninfa Dei Crociferi

INFORMACIÓN SACADA DEL BLOG:

"SOFISTICADA CRUELDAD"

AUTOR: DAVID BORRALLO

 

De Luis Espinosa Fondevilla nació en 1910, y he leido que era una persona “rara” para la época: era excéntrico, devoto, amable y estaba enamorado de su sueño: su casa.

 

Luis Espinosa Fondevilla era el tercer hijo de una familia acomodada. Era el hermano de la muy famosa Doña Paca, es decir, Francisca Espinosa Fondevilla, propietaria del Palacio del Coto, edificio conocidísimo en los contornos por ser donde el Rey Alfonso XIII descansaba en sus periodos de cacería. Luis, con cierta envidia quizás de su hermana, se afanó por llevar su misma vida, y las visitas de personalidades del régimen de la época fueron constantes.

 

Sin embargo esa constante vida social y la construcción de la casa fue agotando el dinero de Luis. No obstante, el propietario del Palacio del Acebrón era muy conocido por ser un rico generoso, ya que en navidades daba regalos a gente de los alrededores y no era tacaño para repartir jornales. Era una época dura económicamente en España y el desprendimiento de un rico era algo poco habitual. Todo el que llegaba a la casa pidiendo se le daba limosna y por su devoción, era muy generoso con los conventos.

 

Le encantaba su casa. Se le podía ver regando muchos días los setos y rosales de su jardín, y en más de una ocasión le confesó a su hombre de confianza, el guarda Jarilla, que quería una casa que le hiciera famoso.

 

Sin embargo, la ruina a la que poco a poco se fue exponiendo el propietario, se unió a su diabetes, enfermedad que el propio Luis no sabía que padecía, y tuvo que irse a vivir a un cuartito pequeño de una casa de la aldea del Rocío, donde su guarda Jarilla, le acogió. Luis empeoró de estado y el médico de Almonte le mandó directamente al hospital de la Cruz Roja de la Ronda Capuchinos, donde murió.

 

El Palacio del Acebrón es un lugar singular ubicado en el corazón del Parque Nacional de Doñana, en la provincia de Huelva. Aunque su nombre sugiere una antigua construcción, en realidad es un edificio más moderno, terminado en 1961. Fue construido por Luis Pedro Espinosa Fontdevilla con un diseño que recuerda a las tradicionales casas andaluzas, con el objetivo de servir como una residencia de caza.

 

Tras pasar por varias manos, en 1979 el palacio y sus terrenos pasaron a ser propiedad del Estado, y actualmente funciona como un centro de visitantes del Parque Nacional de Doñana. Dentro, se encuentra una exposición permanente que se centra en el patrimonio etnográfico del parque, mostrando cómo era la vida en las marismas y los oficios tradicionales como la caza y la ganadería. También se habla de la famosa Romería del Rocío, que tiene lugar muy cerca de allí.

 

El palacio está ubicado en un entorno natural privilegiado, junto al arroyo de la Rocina, y es un punto de partida ideal para realizar rutas de senderismo. Una de las más populares es un sendero circular de unos 2 kilómetros que atraviesa un hermoso bosque en galería, un ecosistema único con una gran variedad de flora y fauna.

 

En resumen, el Palacio del Acebrón es un punto de interés tanto cultural como natural, que ofrece a los visitantes la oportunidad de conocer la historia y las tradiciones de la zona a la vez que se adentran en el impresionante paisaje de Doñana.

Il Signore dell’Olmo "U SIGNURI DI MAIU". Festa del SS. Crocifisso dell'Olmo nella seconda domenica di maggio a Mazzarino (Caltanissetta). La chiesa del Signore dell’Olmo, ha dato alla popolazione di Mazzarino una devozione speciale di fede per la sua festa e per la sua storia. La leggenda riferisce che una banda di malandrini penetrò in detta chiesa di notte, per impadronirsi del Crocifisso; si dice che uno di essi, possedendo una verga d’olmo, l’abbia infissa davanti la porta della chiesa. Per miracolo, la verga germogliò, mentre essi perpetravano il furto, divenendo albero. Credendo essi, nell’uscire, di trovarsi in tutt’altro sito, giacché essi non avevano trovato albero alcuno innanzi la chiesa, per non essere scoperti, lasciarono la refurtiva e andarono via. La consuetudine di portare in processione il Crocifisso, contenente reliquia della Croce di Cristo, per le strade principali del Paese, la seconda domenica di maggio, da 100 uomini coperti soltanto da un bianco camice, fu introdotta quando il terribile terremoto del 1693, devastatore della Sicilia, risparmiò il paese da gravi disastri. Da allora, ogni anno, la festa interna e la processione esterna si svolgono con grande devozione, richiamando molte persone dei paesi vicini. Al passaggio della bara di ferro (molto pesante) ove è collocato il Crocifisso con reliquia, i fedeli, principalmente i bambini dai balconi delle strade che la bara attraversa, lanciano sulla bara collane di margherite gialle, "sciuri di maiu". Molte persone seguono la processione a piedi scalzi, o per devozione, o per grazie ricevute. Per tutto il mese di maggio i devoti si recano giornalmente in detta chiesa per ascoltarvi la Santa Messa, per fare la visita al Signore o Crocifisso dell’Olmo, per intercedere grazie o in ringraziamento di grazie ricevute.

 

Mazzarino is a city and comune in the province of Caltanissetta in the region of Sicily, Italy.The city emerged in the second half of the 13th century. In 1507, the lords of the manor received the title Count of Mazzarini.It is home to two castles.In the 1950s, the local friary was theater for the highly debated Mazzarino Friars case.

 

Mazzarino è un comune italiano di 12.231 abitanti della provincia di Caltanissetta in Sicilia.Mazzarino sorge su una collina interna nell'entroterra della piana di Gela, a est del fiume Salso, posta a 553 metri s.l.m., nella Sicilia centrale; e dista 32 km da Gela, 93 km da Agrigento, 44 km da Caltanissetta, 53 km da Enna, 99 km da Ragusa.Numerose fonti fanno derivare il nome Mazzarino da "Mazzara" per deformazione dall’antico toponimo "Maktorium". Maktorium (o Maktorion) sarebbe stato un centro indigeno ellenizzato (greco: Μακτώριον), citato da Erodoto (VII, 53) e che è stato identificato con i resti venuti alla luce nei pressi di Monte Bubbonia, nel territorio di Mazzarino, scavati da Paolo Orsi nei primi del Novecento. Il centro attuale invece si formò in età medievale attorno ad un castello di origine araba, del quale oggi si trovano solo pochi resti. Nel 1143 l’aleramico Manfredi fu il primo signore di Mazzarino. Nel 1304 passò sotto alla dinastia dei Branciforte, fino all’abolizione della feudalità, nel 1812. Infine nel 1818 fece parte della provincia di Caltanissetta.Mazzarino è considerata la perla del barocco siciliano della provincia nissena per la bellezza delle sue chiese e non solo.Mazzarino è stata dichiarata centro d’arte e può offrire al turista diversi spunti per una visita, come il castello, noto come “u Cannuni”, con l’unica torre cilindrica, quasi “cannone”, che si erge verso il cielo. Di origini romano-bizantina, il castello subì nel corso dei secoli numerosi rifacimenti. È stato anche set del famosa serie televisiva La piovra.Da vedere anche Palazzo Alberti uno degli edifici di maggiore valore architettonico, il Convento dei Padri Carmelitani e la Chiesa di Santa Maria del Monte Carmelo che sorgono sulla piazza centrale della città. Altro sito di suggestiva bellezza è la Chiesa di Sant'Ignazio con annesso il Collegio dei Gesuiti la chiesa restaurata recentemente ha un bellissimo organo privo di canne collocato nella cantoria ultimata nel 1734.Il Collegio, interessato recentemente da lavori di restauro, diverrà sede del museo dedicato a Carlo Maria Carafa. Inoltre si possono ammirare la chiesa di Santa Maria della Neve, la chiesa dei Padri Cappuccini, la chiesa della Madonna del Mazzaro patrona della città che si festeggia nel mese di settembre.

 

www.youtube.com/watch?v=cq16Dm51E7o

 

www.youtube.com/watch?v=Evz1bCVP7UM

 

www.youtube.com/watch?v=93D2nTDGARw

 

www.youtube.com/watch?v=Xus4MmTp_wE

Il Dalai Lama è considerato, dai devoti del buddhismo Tibetano che seguono il buddismo Mahayana -Vajrayana la manifestazione terrena del corpo divino di Avalokitesvara, il Bodhisattva della compassione il cui mantra OM MANI PADME HUM simboleggia il metodo con cui il corpo, la parola e la mente del praticante realizzano l’unione indivisibile di saggezza e vacuità. Secondo il Dalai Lama, il significato letterale del mantra è: Oh tu che tieni un loto e un gioiello nelle mani. Nella zona di Dharamsala si sono trasferiti più di centomila tibetani, molti dei quali sono monaci.

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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.

Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.

Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.

Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.

È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.

A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.

14MM LUMIX 2.5 .Vestige des traditions stéphanoise. Certaines dévotions échappent encore actuellement à toute structure religieuse officielle. Le « tombeau des jansénistes » à Saint-Etienne est depuis deux siècles l'objet d'un pèlerinage qui honore un oratorien local. Celui-ci, décédé en 1823, était membre d'un groupe port-royaliste et surtout convulsionnaire: pour ses membres, les miracles étaient les signes du nécessaire soutien de Dieu à des élus en attente d'une fin du monde imminente. Cet engagement est aujourd'hui oublié. Les pénitents ne recherchent qu'un intercesseur efficace auprès de Dieu; le flot des visites s'intensifie à chaque période difficile, guerres ou crises économiques. .Le tombeau est le dernier signe réellement visible dans le paysage forézien d'une idée religieuse importante qui a fortement marqué notre Histoire. Il s'agit du jansénisme, une doctrine complexe aujourd'hui méconnue, le Père Popin a effectué des miracles notamment en guérissant une jeune fille à Saint Galmier. Les nombreux ex-votos qui tapissent les murs du tombeau, les jouets d'enfants, jusqu'au lumignon qui brûle , la persistance de la foi de certaines personnes dans l'intercession des hommes et femmes qui y reposent.

Norba latina

Norba latina, fu un'antica città sui monti Lepini, in posizione dominante sulla pianura pontina a sud di Roma, presso l'attuale Norma, in provincia di Latina. Secondo l'etimologia proposta dal linguista Giacomo Devoto, il toponimo Norba avrebbe il significato di "(città) forte".[senza fonte] L'appellativo "latina" è usualmente impiegato per distinguere la città dalla coeva Norba apula, che sorgeva in Apulia.

Storia [modifica]La storia di Norba inizia circa dopo l’anno 1000 a.C. dove le genti albane fecero sorgere sui monti limitrofi delle fortificazioni chiamate castellieri. Ciò non esclude la possibilità di insediamenti autoctoni precedenti alle genti albane. Gli insediamenti albani possono distinguere tre principali periodi storici della Norba Latinae: trogloditico, albano e romano. Il periodo trogloditico si riferisce alla città fatta di grotte e di capanne riconducibili tra l’età del bronzo e quella del ferro. Il secondo momento fa riferimento alla nascita della Confederazione albana, che racchiude tutti i popoli colonizzati del Lazio. L’ultimo momento della storia di Norba, nel quale la cittadina conobbe il massimo splendore fu quello romano.

 

Roma infatti stava diventando una grandissima potenza e, dopo aver distrutto la città di Alba Longa, si trovò ad incorporare tutti i popoli del Lazio che precedentemente erano assoggettati ad essa. Intanto un altro popolo forte e rude, quello Volsco, si presentava come una minaccia per le città del Lazio inferiore e della pianura pontina, così i romani videro in Norba un posto strategico per vigilare e contenere il popolo Volsco. Norba nel 492 a.C. divenne una rigogliosa colonia romana, che si dimostrò sempre fedele a Roma, soprattutto nei momenti di estrema difficoltà durante le guerre puniche.

 

Nel periodo di forti tensioni tra Mario e Silla, che poi sfociarono in una guerra civile, gli abitanti di Norba si schierarono al fianco di Mario, nominando console Caio Giunio Norbano, fermo oppositore di Silla. La cittadina pago duramente la sua posizione e venne assediata per lungo tempo dal generale Emilio Lepido. La fine di Norba viene narrata dallo storico greco Appiano di Alessandria:

 

« Norba un’altra città antisillana resistette ancora aspramente, finché penetrato in essa di notte per tradimento Emilio Lepido, degli abitanti inferociti per il tradimento, alcuni si suicidarono, altri si uccisero tra di loro, altri si impiccarono. Altri ancora, bloccate le porte delle case, vi appiccarono il fuoco…un vento sorto violentissimo a tal punto alimentò le fiamme, che nessun bottino si ricavò dalla città. Costoro dunque, morirono così da forti. »

(Appiano di Alessandria, Bell. Civil. I, 94-95.)

 

Sebbene in seguito ricostruita, perse rapidamente importanza e Plinio il Vecchio la cita nel suo elenco delle città del Latium vetus ai suoi tempi (I secolo d.C.) scomparse. Nel medioevo fu abbandonata e la popolazione si trasferì nella pianura sottostante, dando vita alla città di Ninfa, che divenne piuttosto importante, per poi decadere a sua volta a causa della malaria.

 

Sito archeologico [modifica]L'area archeologica conserva notevoli resti della cinta muraria, in opera poligonale, con tre porte risalenti al IV secolo a.C. La città costituisce uno degli esempi meglio conservati in Italia di urbanistica a pianta regolare risalente a un'epoca piuttosto antica. Il terreno accidentato ha portato alla creazione di terrazzamenti digradanti che conferiscono alla città un aspetto scenografico. Recenti scavi hanno messo in luce significativi resti di vari edifici, suddivisi in isolati irregolari da strade parallele e ortogonali, tra cui spiccano due acropoli con diversi templi.

 

L’acropoli maggiore conteneva il tempio di Diana, gli uffici governativi e di rappresentanza come il Senato e la guarnigione militare. Era difesa da potenti terrazze. Nel centro c’era il castello delle acque, forse lo stabilimento termale col calidarium, il frigidarium e il tepidarium. L’acropoli minore, la parte più antica, conteneva due templi, tra cui quello di Giunone Lucina, e terrazzamenti. C’erano inoltre le case popolari o insulae collocate su strade parallele che si intersecavano con la via principale ad angolo retto.

 

I Norbani costruirono quattro porte alla città: due comode che consentissero facilmente l’accesso alla città, ma da difendere più intensamente, e altre due situate sui pendii difendibili con minime forze. La Porta Maggiore o Porta Setina, perché orientata verso sezze (Setia) e la Porta Segnina, direzione Segni, sono le porte cosiddette comode; mentre la Porta Ninfina e quella Occidentale sono quelle arroccate su precipizi. Forse nessuna delle colonie romane conserva una così bella e intatta porta come è quella Maggiore. Di evidente derivazione greca, aveva alla sua sinistra un torrione rotondo usato per colpire i soldati sul fianco scoperto dallo scudo.

 

Per quanto riguarda l’approvvigionamento di acque, l’unica cosa certa è che Norba era alimentata dall’acqua piovana, conservata in numerosi pozzi o cisterne. I luoghi di culto, ovvero i templi, sono situati sulle alture maggiori, luoghi più in vista e dal terreno che doveva essere necessariamente vergine, cioè non edificato in precedenza. La religione dei Norbani era comunque quella dei popoli romani.

 

Oltre a due templi di cui non si sa a chi fossero dedicati, i più fastosi e importanti erano quello di Diana e quello di Giunone Lucina. Il Tempio di Diana è quello posto sull’acropoli maggiore, occupando quindi la massima altura della città. Era diviso in pronao e cella e contornato su tre lati da un porticato a pilastri. Questo tempio fu forse distrutto da Silla nella presa della città e poi ricostruito. Il Tempio di Giunone Lucina è situato a sud ovest della città il nucleo primitivo dell’abitato e quindi era probabilmente il più antico. Era diviso in pronao e cella e aveva dinanzi una gradinata ; era ornato da grandi colonne scanalate che terminavano con i capitelli. Aveva accanto una piccola cisterna e una strada, dal tempio scendeva fin verso l’abitato. Fino ad oggi non è stata rinvenuta la necropoli. Probabilmente è stata distrutta dall'avvento degli uomini di Silla.

 

Tutti gli oggetti rinvenuti, dalle pietre sacre, alle armi, alle iscrizioni su lamine i bronzo, alle stipi votive, alle statuette ex voto, sono contenuti nel Museo Civico (Norma).

 

Tra Storia e Leggenda [modifica]Si racconta che tra i lunghi cunicoli sotterranei ci sia nascosto un tesoro: una chioccia coi pulcini d’oro. Molti raccontano di essersi avventurati tra questi cunicoli, ma sono dovuti tornare precipitosamente indietro. La storia della chioccia e dei suo pulcini d’oro ci riporta all’epoca delle invasioni barbariche poiché questa era proprio uno dei soggetti principali dell’oreficeria barbara. Nel Museo della cattedrale di Monza è conservato un piatto d’argento dorato nel quale è proprio raffigurata una chioccia con sette pulcini, risalente all’epoca di Teodolinda. Probabilmente a Norba in quei luoghi è stato seppellito un capo barbaro insieme ai suoi tesori, tra cui ci potrebbe essere stato un piatto con la chioccia e i suoi pulcini come quello conservato a Monza.

  

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Foto Alinari

Raccolta de Alvariis in Provincia di Latina;

- Questa foto d'epoca necessita di una foto d'accompagno attuale, c'è qualcuno che gentilmente vuole contribuire.....

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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.

Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.

Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.

Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.

È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.

A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.

La Hermandad y Cofradía de Nazarenos de Nuestro Señor Jesús de la Humildad entregado por el Sanedrín y María Santísima del Dulce Nombre celebró la pasada semana el solemne y devoto Quinario con besamanos en honor a Nuestro Señor Jesús de la Humildad, titular de esta corporación, culto con el que la Hermandad da inicio a la Cuaresma.

 

Los tres primeros días de quinario el Señor estuvo ataviado con su túnica de morada y con mantolín de seda como nunca antes había lucido, colocado sobre el canasto del primer paso del que tuvo la Hermandad, completado con monte compuesto por flor estátice en color blanco y morado, musgo, diversas rosas rojas en representación al amor de Jesús y cardos cuyo significado es muerte y resurrección. Sobre el monte también se dispusieron diversos símbolos de la pasión, la corona de espinas, los dados y las tenazas. Detrás de Jesús de la Humildad se situó la cruz de guía e ilumniaban el altar de cultos los cuatro faroles del paso primitivo de la hermandad así como cuarto candelabros de bronce, todos ellos con cera de color tiniebla.

 

Los dos últimos días el Señor bajó del monte para ser puesto en besamanos sobre el peanil del palio de la Virgen del Dulce Nombre, que a su vez fue subida al altar vestida de hebrea con rostrillo de tisú de plata, portando en su mano izquierda un rosario de plata. Por su parte, Jesús de la Humildad, vistió estos dos días su túnica de tisú bordada por el taller de bordado de la hermandad, luciendo en su cingulo la medalla de la casa de Andalucía y un bronce de oro con las letras JHS regalo del que fue prioste de la Hermandad de la Esperanza de Triana, José Sanroman. En esta ocasión el Señor sí que portaba las potencias doradas de salida a diferencia de los tres días anteriores que no lo hizo. El fondo del altar estuvo compuesto ambos días por un telón de brocados y terciopelos de color granate.

 

El último día del quinario tuvo lugar el VI Pregón de la Juventud Cofrade, que este año corrió a cargo de Víctor Carazo Castel que lleno la iglesia del convento de Santa Mónica. No faltaron a la cita su querida Banda de cornetas y tambores San Pablo que le tributo un homenaje al finalizar el pregón interpretando la marcha "Mi plegaria". El pregón, lleno de sentimientos cofrades, estuvo interrumpido en varias ocasiones por los aplausos del público, y aun resuenan en las paredes del templo las palabras sinceras y de compromiso que Víctor expresó.

Texto extraido de; pasionenzaragoza.blogspot.com.es/2015/02/el-quinario-jesu...

 

©AlexGutiérrezEspinozaPhotography.

 

La Congregación de Los Sacramentinos llegó a Chile en 1908 gracias a la gestión de María Lecaros de Marchant, devota del Santísimo Sacramento.

 

Poco tiempo después la Orden encargó la construcción de una Iglesia similar al Sacre Couer de París al arquitecto Ricardo Larraín Bravo, gran exponente del Beaux Arts en Chile.

 

La Basílica consta de dos iglesias: La Cripta y la superior. La Construcción de la cripta de la Basílica comenzó en 1912 y concluyó en 1920. Este espacio subterráneo logra una penumbra matizada por sólidas columnas de capiteles corintios. Su atmósfera logra sugerirnos una antigüedad inmemorial.

 

En 1920 comenzó la construcción del gigantesco templo en estilo romano bizantino. Desarrollado a 1,80 metros por sobre el nivel de la vereda, tiene una monumentalidad apropiada a su fin: exponer el Santísimo Sacramento. Esta fue una tarea que tardó muchos años, pues su financiamiento se basaba en erogaciones privadas a la Congregación.

 

La adoración al Santísimo Sacramento logró en nuestro país gran devoción,en 1934 se vio reflejada en el Congreso Eucarístico Nacional, en el que desfilaron 30.000 jóvenes por la Alameda. Ese mismo año la Iglesia fue coronada por una gran cruz, diseñada también por Larraín. Con tres metros de altura la cruz se cayó para el terremoto de 1985, ocasión en que el conjunto del templo sufrió varios daños.

 

En su diseño la Iglesia incorpora amplias cúpulas y elevadas torres, con una nave central, transepto y ábside de gran importancia. Sobresale la gran cúpula central ubicada en el altar. Ésta alcanza una altura de 69 metros y su largo interior es de 56 metros.

 

En el interior se pueden ver finos parquets chilenos, vitrales de origen francés, argentino y chileno. En tanto, el púlpito,los confesionarios y la sillería fueron tallados en madera de lingue por los padres salesianos, mientras que las esculturas exteriores de cemento pertenecen al escultor Alirio Pereira contratado en 1926). Cuenta además, con notables terminaciones en estuco (molduras, frisos,trabajo de canterías y capiteles) las que fueron realizadas por Juan Plá y Arturo Russo.

 

Cada iniciativa de la obra fue supervisada por el arquitecto Larraín Bravo, quien logró así un conjunto de gran magnificencia.

 

Actualmente esta Basílica se encuentra en regular estado de conservación.

 

En términos de materialidad hay un notable uso del hormigón armado, señalando así gran diferencia con el templo del Sacre Coeur, construido en piedra.

 

La Basílica de Los Sacramentinos está ubicada en la esquina nor poniente de las calles San Diego y Santa Isabel, la cual fue abierta alrededor del año 1980 como corredor poniente-oriente con gran flujo vehicular. Ál mismo tiempo, terminó de consolidarse el Parque Almagro, cuyo origen está en el camino de frontera del antiguo Santiago y el mercado de San Diego -consolidado como espacio urbano por Vicuña Mackenna-. Este espacio verde, permite la apreciación de esta gran Basílica.

Vincenzo Camuccini, talvolta indicato anche come Camucini (Roma, 22 febbraio 1771 – Roma, 2 settembre 1844), è stato un pittore e restauratore italiano.

Biografia

Uno dei più importanti pittori del Neoclassicismo italiano e della pittura di storia, nonostante abbia vissuto in un periodo storico, il XIX secolo, dove la cultura romantica aveva preso piede completamente all'interno del panorama artistico-letterario europeo. Giovanissimo, sposa Maddalena Devoti, figlia di Carlo, eminente medico alla corte pontificia e nipote dell'arcivescovo Giovanni Devoti, massimo esperto di diritto canonico. Questi accompagna il papa a Parigi per l'incoronazione di Napoleone Bonaparte. La sorella di Maddalena, Caterina, aveva sposato il ricco banchiere romano, Emilio Bracci, figlio di Virginio, principe del Consiglio del Buon Governo e nipote di Pietro Bracci, scultore. Fratello di Pietro Camuccini divenuto famoso per la pulitura del Giudizio Universale di Michelangelo nel 1824-25, eseguì restauri vari per i Borghese come la revisione della Deposizione di Raffaello e la pulitura della Danae del Correggio nel 1827. Tra gli artisti che frequentarono il suo studio si ricorda il pittore e scultore Giuseppe Meli che lo raggiunse durante il suo soggiorno a Napoli e successivamente e Roma.

La formazione

Nato a Roma il 22 febbraio del 1771 da Giovanni Battista, commerciante in carbone di famiglia ligure, e Teresa Rotti, Vincenzo Camuccini rimase orfano in giovane età, venne educato fin da piccolo alla pittura dal fratello maggiore Pietro, che lo sostenne moralmente e materialmente. Grazie a Pietro, il giovane Vincenzo cominciò ad informare personali orientamenti di gusto e ad accostarsi allo stile di Raffaello, considerato dagli artisti neoclassici, Mengs su tutti, come il modello a cui ispirarsi per la pittura. Ogni giorno Camuccini visitava le Stanze di Raffaello all'interno degli appartamenti pontifici in Vaticano, si allenava a copiarne lo stile; di quel periodo ci sono pervenuti moltissimi disegni dell'artista romano. In adolescenza passò prima alla scuola di Domenico Corvi e successivamente a quella più famosa di David.

La prima opera pittorica riconosciuta di Vincenzo Camuccini è il Sacrificio di Noè eseguita in tenera età dall'artista, a soli quattordici anni. Oltre a studiare i capolavori della scultura classica e della pittura rinascimentale, Camuccini amava molto rappresentare la realtà di tutti i giorni, ritraendo sia la natura che la gente della strada per studiarne le espressioni e dare il più possibile ai suoi dipinti una nota realistica. Probabilmente in questo il pittore venne influenzato dal Romanticismo, molto attento alla bellezza e alla grandiosità della Natura, in tutti i suoi particolari. Questo suo interesse nei confronti della resa realistica dei soggetti lo spinse a frequentare gli ambienti ospedalieri della Città Eterna, per eseguire studi sui cadaveri allo scopo di capire il funzionamento dell'anatomia umana.

Durante questi anni realizzò numerose copie dei dipinti di Raffaello, la più apprezzata, eseguita a diciotto anni fu la Deposizione Baglioni della Galleria Borghese, dipinto lodato da molti pittori a lui contemporanei.

Dopo aver trascorso anni a copiare i più grandi della storia dell'Arte, il Camuccini cominciò a realizzare opere di propria invenzione. La sua fama crebbe negli anni, portandolo a ricevere commissioni sempre più importanti, fino ad arrivare alla nomina da parte di papa Pio VII di Direttore generale della Fabbrica di San Pietro, incarico di sovraintendenza ai Musei Vaticani, che negli anni era stato di illustri artisti come Michelangelo, Maderno e Bernini. Per il pontefice realizzò L'Incredulità di San Tommaso e un San Simone e Giuda, due tele di grandi dimensioni per la Basilica di San Pietro.

Contemporaneamente, Vincenzo Camuccini aprì un importante atelier a Roma, frequentatissimo da molti artisti, italiani e stranieri.

Dopo aver lavorato per il Re di Monaco, per il quale realizzò importanti copie di capolavori del Rinascimento italiano, si trasferì a Napoli alla corte di Ferdinando I, dove rimase per otto mesi, decorando la corte con importanti pitture. Su tutte suscitarono grande ammirazione da parte di importanti personaggi del tempo, come Antonio Canova e Vincenzo Monti, i due dipinti ispirati alle opere di Tito Livio e Plutarco: La morte di Giulio Cesare e La morte di Virginia. La prima delle due fu ispirata anche dalla tragedia voltairiana che andò in scena a Roma nel 1798, l'anno stesso del dipinto. Nel 1819 il Re gli affidò l'incarico di Direttore Artistico della sua Corte.

Grazie a due importanti commissioni ricevute da Napoleone, i dipinti di Carlo Magno chiama a Parigi i letterati d'Italia e Germania per la fondazione dell'Università e Tolomeo Filadelfo nella biblioteca di Alessandria realizzati per il palazzo del Quirinale (oggi a Napoli, Museo di Capodimonte), ottenne il titolo di Cavaliere dell'Ordine del Merito delle due Sicilie.

Nel 1826 tornò di nuovo a Napoli, dove lavorò per il successore di Ferdinando, Francesco I.

Con gli anni le commissioni da parte di tutte le più alte cariche europee cominciarono a moltiplicarsi, Camuccini lavorò per i regnanti di Spagna e per il Granduca Alessandro II di Russia per il quale dipinse Virgilio che legge l'Eneide.

Il 28 agosto 1830, papa Pio VIII, lo nominò Barone con Breve, titolo nobiliare ereditario, grazie alla realizzazione del ritratto di papa Gregorio Magno, per il Tempio di S.Nicola in Arena a Roma, e gli affidò il riordino della Pinacoteca vaticana: qui, tra l'altro, il Camuccini fece portare, dalla Basilica dei Santi Apostoli, il dipinto Sisto IV nomina il Platina prefetto della biblioteca Vaticana di Melozzo da Forlì[1].

Il successore di Gregorio XVI gli commissionò nel 1830 l'illustrazione del Vangelo, ottantaquattro stampe che il Camuccini realizzò in tre anni. Per questo pontefice, realizzò varie commissioni, allestì nuovi musei, come i Vaticani ed il museo Lateranense ed i Musei Gregoriani con l'inserimento di importanti opere etrusche ed egiziane. Curò l'esumazione della salma di Raffaello al Pantheon, raffigurò in alcuni disegni la scena e lo scheletro dell'artista.

Compì per Gregorio XVI anche vari lavori di restauro in numerose chiese romane. In questo frangente nacque una famosa polemica con un'altra importante personalità artistica dell'Ottocento italiano: Tommaso Minardi. I due artisti si scontrarono sulla questione del metodo migliore per eseguire un corretto restauro.

Secondo Camuccini, l'intervento restaurativo doveva essere di tipo integrativo: nel restaurare un'opera d'arte si sarebbero dovute "integrare" le parti mancanti, con l'inserimento di nuove parti, in maniera di non perdere l'armonia del dipinto o della scultura originale.

Per Tommaso Minardi l'intervento doveva essere di tipo conservativo, si doveva cioè fare in modo di salvare le parti restanti dell'opera senza nessun tipo di integrazione con pezzi ex novo che avrebbero intaccato l'originalità del manufatto artistico.

Fu eletto principe dell'Accademia di San Luca nel 1806 e rimane in carica fino al 1810, quando gli successe lo scultore Antonio Canova. Camuccini ricoprì nuovamente la carica di Presidente dell'Accademia romana nel 1826.

Nel 1840 dipinse il quadro Furio Camillo caccia i Galli dal Campidoglio, per il principe Carlo Alberto di Savoia, oggi nel Palazzo Reale di Genova.

Vincenzo Camuccini morì a Roma l'2 settembre del 1844 dopo che un ictus due anni prima ne aveva fortemente indebolito il fisico. Venne sepolto nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina dove l'artista era stato battezzato.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Di Vincenzo Camuccini;

Raccolta Foto de Alvariis

The Chapelle Sainte-Dévote (Sainte-Dévote Chapel) is hidden away in the rocks, but it is dedicated to Saint Devota, the patron saint of Monaco.

 

You occasionally see the church in the background if a Formula 1 car goes off track!

Escuela primaria Antonio Devoto.

 

Av. Salvador Maria del Carril y Gualeguaychu.

 

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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.

Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.

Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.

Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.

È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.

A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.

 

Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania

La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano

Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi

juta montevergine ospedaletto castagne torrone

I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it

 

Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.

   

La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.

   

Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.

   

Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.

   

Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.

   

I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.

   

Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».

   

Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.

   

La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.

   

Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.

   

La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.

   

A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:

 

“Quanno simmo ppe Avellino

 

iammo a truvà la matre rivina,

 

Quanno simmo ppe Spetaletto

 

iammo a truvà Maria riletta”

 

La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.

   

Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.

   

Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.

 

Pasquale Matarazzo

07/09/2012

A Mongiuffi, un piccolo paese dell’entroterra Taorminese, in Provincia di Messina, troviamo antichissima la devozione per San Leonardo. Tutto il popolo, molto devoto per le tante grazie ottenute tramite l’intercessione di San Leonardo, lo ha eletto a suo speciale Patrono e Protettore ed ogni anno, il 6 novembre, ne celebra la festa con grande solennità. Il momento più emozionante si ha quando, durante la processione di mezzogiorno, tutti i fedeli riunitisi al centro del Paese, donano al Santo Patrono una Ciambella (Cuddura) di pasta di pane intrecciata ed abbellita artigianamente, in segno di devozione e ringraziamento.La festa, unica nella sua particolarità e nella fede degli abitanti inizia con la Novena (preghiera insistente fatta con determinazione e costanza per nove giorni conseguitivi) nella fiducia di poter ottenere ciò che il cuore di ognuno desidera e con l’avvio della lavorazione artigianale delle “cuddure”. Per la realizzazione di queste particolari “ciambelle” vengono utilizzati centinaia di chili di farina di frumento che in passato veniva donata dagli abitanti di Mongiuffi. Dopo la lavorazione delle ciambelle, si imprime l’immagine di San Leonardo. Il 1° Novembre, solennità di tutti i Santi, vengono preparate, sempre a mano, le artistiche “cudure” dei 4 angioletti e del Santo. Abilità ed impegno fanno sì che queste divengano vere e proprie opere d’arte.La “cudura” del Santo viene decorata con rose e ornamenti vari creati con la pasta, facendo sì che diventi un vero e proprio gioiello della minuziosa arte creativa, che attira tutt’oggi molti curiosi. La vigilia della festa, quando ormai è tutto pronto, si svolge la benedizione delle “cuddure”. Nel borgo l’atmosfera di solennità sale di ora in ora. Gli abitanti di abitanti di Mongiuffi e tutti gli altri devoti che accorrono si recano nella Chiesa di San Leonardo per pregare e cantare al Santo Patrono e assistere all’apertura della cappella e alla discesa del simulacro. Al canto dell’inno di San Leonardo il simulacro collocato dentro la vara, scende sino al centro della Chiesa. La Statua dall’aspetto dolcissimo sembra volgere il suo sguardo per rassicurare i suoi fedeli della sua protezione. A quella vista si commuovono i cuori e si inumidiscono gli occhi. L’artistica statua del Santo viene mostrata al pubblico tre volte soltanto: il giorno di capodanno; il giorno di Pasqua ed il 5 Novembre vigilia della festa.All’alba del 6 Novembre al suono delle campane i fedeli si ritrovano in Chiesa per la recita dell’Ufficio (tradizionale ufficiatura in onore del Santo Patrono e Protettore). Intorno alle 10:30 si svolge la Santa Messa Solenne, al termine vi è la tradizionale processione per le vie del paese. Il momento più emozionante, verso mezzogiorno, quando tutto il popolo riunitosi in piazza fontana, al centro del paese, dona al Santo Patrono la ciambella (cuddura) di pasta di pane intrecciata e abbellita artigianalmente in segno di devozione e ringraziamento. Subito dopo vengono distribuite le “cuddure” più piccole a tutti i devoti presenti a questo importante e caratteristico evento. La sera del 6 Novembre i devoti si ritrovano nuovamente nella Chiesa Madre dove vengono celebrati i vespri e l’eucarestia. Tra le luci della notte esce la processione. Al rientro del simulacro in piazza del Carmine vi è il grandioso spettacolo piro - musicale. La sera del 7 Novembre il Santo Patrono si riporta in processione nella Chiesa a Lui intitolata dove viene risposto nella sua cappella. La festa si conclude con l’atto di affidamento del paesino di Mongiuffi Melia al Santo e l’emozionante chiusura della porta che terrà custodita la statua

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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.

Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.

Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.

Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.

È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.

A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.

   

---- devotees participating in the pain of Christ, looking for a contact, even a look, with Christ ----

  

---- i devoti partecipano al dolore del Cristo, cercando un contatto, anche solo uno sguardo, col Cristo ----

  

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....It's a short-long report on the sacred procession in honor of the Holy Crucifix of Araceli, which takes place on the last Friday of the month of March in the town of San Marco d'Alunzio ( Sicily), and so-called "procession of Babbaluti " (the babbaluti " are thirtythree men and women hooded , like the 33 years of Christ , with robes of colour blue); This year ... I was really lucky to relive another time the deep emotion to see that sacred procession; on this year 2015 the procession was marked by bad weather, there was cold, rain, wind and a thick fog.

The "babbaluti" carry on their shoulders the float with the Holy Crucifix of Araceli's church (the statue was created by Scipione Li Volsi, in the year 1652), and with the painting of Our Lady of Sorrows, that appears pierced by seven swords (a painting of the eighteenth century); babbaluti before the start of the procession ( in bare feet, wearing only the heavy wool socks , hand-made; the women are hooded too, and to avoid revealing their presence feminine, also wear gloves wool) , they have to travel a journey of purification: when they arrived near the ancient church of Araceli they kiss the ground, and immediately allowed to enter to the church, but through a side door, called " false door " , just so they can access the float, outside the front door of the church of Araceli, then they wait for the priest to finish his sermon, and so begin the procession through the streets of the picturesque and friendly village of San Marco d'Alunzio .

  

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.... questo è un report, breve e lungo al tempo stesso sulla sacra processione che si tiene in onore del Santissimo Crocifisso di Araceli e che si svolge l'ultimo Venerdì del mese di marzo nella città di San Marco d'Alunzio (località sita sui monti Nebrodi, Sicilia), ricorrenza conosciuta anche come "processione dei babbaluti" (il babbaluti "sono trentatré uomini e donne incappucciati, rievocazione dei 33 anni di Cristo, i quali indossano abiti di colore blu); Quest'anno ... sono stato davvero fortunato a rivivere ancora una volta la profonda emozione di assistere al sacro corteo, questo anno 2015 caratterizzato da "un tempo atmosferico davvero penitenziale" con un costante maltempo caratterizzato da freddo, pioggia, vento e una fitta quasi impenetrabile nebbia.

I "babbaluti" portano sulle loro spalle la vara che reca ben fissata il Santo Crocifisso della chiesa di Araceli (la statua è stato creato da Scipione Li Volsi, nell'anno 1652), ai cui piedi viene assicurato il quadro della Madonna Addolorata, che appare trafitto da sette spade ( un dipinto del XVIII secolo), quadro quest'anno ricoperto da un velo di cellophane, per tentare di proteggerlo dall'acqua della pioggia e della fitta nebbia. I babbaluti prima dell'inizio della processione avanzano a piedi scalzi, indossando solo delle pesanti calze di lana fatte a mano, (le donne per evitare di rivelare la loro presenza femminile, indossano anche dei guanti di lana), devono percorrere, prima di accedere in chiesa, un cammino di purificazione: quando essi giungono in prossimità dell'antica chiesa dell' Araceli, si chinano e baciano in terra, ricevendo così il permesso per poter accedere in chiesa, ma questo può avvenire solo da una porta laterale, chiamata "falsa porta"; una volta entrati in chiesa ne fuoriescono dall'ingresso principale, potendo così prendere posto, inginocchiati alle spalle della vara; seguirà quindi l'atteso discorso del sacerdote, al cui completamento potrà iniziare la processione che si svolge per le vie del pittoresco e accogliente paese di San Marco d'Alunzio. Lungo il percorso i Babbaluti cadenzano la propria andatura accompagnandosi ad una mesta e lamentosa giugualtoria che invoca il Signore "Signuri...misiricooooordia e pietà"; infine molti devoti procedono assieme ai babbaluti sotto la vara, toccandola, accarezzandola, ora aggrappandovisi...pur di avere un contatto fisico ma anche spirituale con essa. Infine, dopo aver compiuto un preciso percorso, la processione fa rientro nell'antica chiesa di origini Normanne dell'Aracoeli.

  

Tengo el privilegio de vivir entre artesanos y devotos,

entre cantos quechua en misa y calles pequeñas,

tengo la suerte de despertar con el sonido de las campanas,

de jugar carnavales con mi tio de huanta y mi prima de tambo,

de correr por el campo y disfrutar un poco del Huatatas.

 

Tengo el gusto de aspirar el polvo de la piedra de huamanga,

que Percy con mucho esmero trabaja todos los dias,

y cada vez que tengo hambre puedo disfrutar del yuyu picante o el mote, y si tengo sed mi tia julia la calma con su chicha de jora.

 

Tengo una vida muy apegada y enraizada a mi tierra,

y de cuando en cuando el abuelo me conmueve con sus piques de guitarra,

tengo de Ayacucho lo que ustedes tienen de peruanos y sigo siendo martir en mi tierra, en tierra de sobrevivientes y de iglesias. Tierra que hoy cumple un año mas y es bendecida en una fiesta.

 

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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.

Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.

Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.

Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.

È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.

A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.

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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.

Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.

Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.

Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.

È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.

A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.

 

Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania

La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano

Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi

juta montevergine ospedaletto castagne torrone

I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it

 

Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.

   

La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.

   

Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.

   

Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.

   

Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.

   

I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.

   

Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».

   

Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.

   

La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.

   

Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.

   

La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.

   

A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:

 

“Quanno simmo ppe Avellino

 

iammo a truvà la matre rivina,

 

Quanno simmo ppe Spetaletto

 

iammo a truvà Maria riletta”

 

La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.

   

Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.

   

Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.

 

Pasquale Matarazzo

07/09/2012

CAPELLA-RAPTE-SANT IGNASI-MANRESA-MISTICA-CAPILLA-SAN IGNACIO DE LOYOLA-CATALUNYA-ORACION-FOTOS-ARTISTA-PINTOR-ERNEST DESCALS-

Lugares Místicos en la Ciudad de Manresa, Barcelona, Catalunya. SAN GNACIO DE LOYOLA se estableció temporalmente en Manresa y aquí elaboró su Tratado con sus Famosos Ejercicios Espirituales en la Cova de Sant Ignasi, mientras tanto vivió varios Capítulos en los que la Mística llevada al extremo le ocasionó algunas enfermedades en las fue fue asistido por los habitantes y Devotos. He querido visitar algunos de estos enclaves en los que la Espiritualidad y la Magia se mezclan a partes iguales. En la CAPELLA DEL RAPTE asistí a un lugar vedado hasta hace muy poco tiempo y que pertenece a la Orden de los Jesuitas, ahí pude orar delante de la escultura yaciente del Místico, son actos devocionales y necesarios en un Tiempo en el que la agresividad de los individuos violentos de mente muy primaria circulan a su antojo presa de sus Delirios Violentos, más vale buscar la Protección de los Santos que pueden guardarte un sitio junto Ellos en el Cielo de la Gloria Celestial. Fotografías del artista Pintor ERNEST DESCALS en sus Oraciones y Conexiones con el Mundo Espiritual en un marco excepcional de gran Espiritualidad.Luego vuelvo a la Pintura y ala creación del Arte que es mi Camino, juntar ambos Caminos siempre resulta benefactor y esperanzador. Me complacerá Pintar más adelante en mis Pinturas esta Atmósfera de Misticismo y Santidad.

Dominando a paisagem urbana da vila, ergue-se o monumental Castelo, primitiva residência dos duques brigantinos, construído nos finais do século XIII. “O Rei Lavrador (D. Dinis), nas suas visitas aos Agostinhos, de que era particularmente devoto e em cujo mosteiro pousava, ao ver o cómoro do Poente, dominando os carrascais, boa sentinela que poderia ser numa linha defensiva raiana e bom padrasto para a vila criada, pensaria em fortaleza-lo”, ignorando-se entretanto quem foram os seus construtores e em que datas se iniciou e completou a opulenta obra; sabe-se, porém, que em 1297 já tinha alcaide, que foi Soeiro Peres.

É a fortaleza quadrangular de traçado semelhante ao desenho de um projecto conhecido de Leonardo da Vinci. É aliás, nota do historiador calipolense Joaquim Saial, o qual a propósito deste monumento esclarece: “No sítio onde se ergue a actual fortificação renascentista, esteve desde os finais do século XIII até ao início do século XVI o antigo castelo medieval da época de D. Dinis (ampliado no reinado de D. Fernando). Como refere Túlio Espanca este desapareceu na 2ª vintena do século XVI, quando os duques donatários D. Jaime e D. Teodósio I construíram a subsistente fortaleza artilheira, de tipo italiano mas seguindo o modelo das praças africanas e industânicas que os Portugueses haviam introduzido nas suas conquistas ultramarinas”. Tem à sua volta um fosso de sete metros de altura e seis de largura.

Subsistem hoje na cerca das muralhas quatro portas, assim designadas: a de Évora e a da Torre, ambas viradas ao poente; a de Estremoz, aberta para o lado Norte e a de Olivença ou do Sol, na ilharga sul que era também a chamada Porta da Traição. A entrada na fortaleza faz-se hoje através de uma reconstituída ponte levadiça para acesso ao pátio interior, onde está a cisterna do castelo, e aos museus que nas suas dependências se instalaram recentemente. Fora, na antiga e já desaparecida Cerca Velha, obra que se atribui à iniciativa dos duques D. Jaime e D. Teodósio I, existiam as Portas da Esperança, a nascente, a de S. Sebastião, a de Santa Luzia, voltada a Poente.

No interior da cerca nova, a actual, além da igreja matriz de Nossa Senhora da Conceição e dos cemitérios municipais, subsistem alguns antigos arruamentos da planta medieval, onde ainda e podem observar vestígios da arquitectura primitiva como as portas ogivais da que teria sido residência de Nuno Álvares Pereira.

Foi este castelo palco de intensas lutas por ocasião das Guerras da Independência (1383-1385), da Restauração (1640-1665) e da Sucessão de Espanha (1711) tendo sido Vila Viçosa, por mais de uma vez, quartel-general dos exércitos do Alentejo. Além do Condestável, estão ligadas aos feitos militares ocorridos nomes como Álvaro Gonçalves (século XIV), Cristóvão Brito Pereira (século XVII) e Jerónimo do Carvalhal (século XVII).

A Torre de Menagem foi erguida no reinado de D. Fernando, afastada do Castelo.

7maravilhasdevilavicosa.blogspot.com/2007/02/castelo-e-to...

 

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à notre passion coupable

Dévot en méditation sur un ghat

 

Varanasi, autrefois appelée Bénarès, est située au bord du Gange, à la confluence des fleuves Varunā et Assī. C'est l'une des plus importantes villes sacrées de l'Hindouisme. Son nom traditionnel est Kâshî, la cité lumineuse de Shiva.

 

Varanasi est la Ville-lumière et la Ville-du-Savoir, consacrée à Shiva. Le Linga-d'Eau y est vénéré.

 

La ville est célèbre pour ses ghāts, qui sont des berges recouvertes de marches de pierres permettant aux dévots hindous de descendre au fleuve pour y pratiquer ablutions et pūjās. Sur certains ghāts, les crémations sont rituellement pratiquées.

 

Article de Wikipedia sur Varanasi

fr.wikipedia.org/wiki/Varanasi

Mythes et Dieux de l'Inde, Daniélou, Flammarion, 1992

Benvinguts a l'Ermita de Sant Pau tots els devots i admiradors d'aquest Santuari (Mirador de la Vila i Vegueria), que freqüenteu aquest lloc per l'esplai i gaudir de la Natura, i fàcilment atrets a elevar l'esperit al Creador.

Ens complau, als Administradors, poguer-vos informar de

 

1º Els origens són anteriors a l'any 1392, en que consta que possiblement el Rei Joan I va visitar dos Ermitans, recluïts en l'espedat de la primitiva ermita (ara protegida amb una reixa) o bé en la cova natural (propera)

2º L'any 1595 es va estrenar una segona ermita, fent un replà cap a migjorn.

3º Malauradament a l'any 1910 es va enderrocar lo anterior, i era inaugurada la tercera Ermita-Cova (que hem conmemorat el Centenari, amb la restauració del Soterrani dels ermitans i amb l'enjardinat de les Feixes del Marxant)

4º Tradicionalment se han cel-lebrat quatre festes anuals: 25 de gener (S. Pau) o diumenge següent, Aplec, 23 d'Abril (S. Jordi), 8 de maig (Mare de Déu de la Salut) o dilluns de la Pasqua Granada Aplec; Recentment 12 de desembre (Nit de S. Llúcia) els de Pacs inicien les festes del Nadal.

5º Els antics Ermitans es van extingir amb la família Torres-Macià (matrimoni amb quatre fills) cap a l'any 1890. Posteriorment del 1972 al 2000 han fet funcions similars: Bautista Lorente Pellicer i Rafael Cestelo Monge "Periquín".

6º La campana xica vol recordar Mn. Joan Tous Farrell (Rector de Les Cabanyes 1968-1973) per l'impuls que va donar per revifar aquest lloc.

7º La campana gran (instal-lada l'any 1989) procedeix de l'antiga Capella de S. Magí (Carretera d'Igualada, cantonada Rambla o Parellada).

8º La imatge de S. Pau procedeix d'Olot (1991), el mosaic de S. Jordi- S. Jaume, procedeix de les Benetes de Montserrat (2004), i els ferros forjats són de l'artista Lluverol. L'altar és de un molí paperer de S. Pere de Riudebitlles.

9º És un contrast amb els dos turons veïns: Ponent "Montjuïc o Lluert" Dipòsits i Antenes / Llevant "S. Jaume de Castell-Mos" Pedrera de Calç i Casal 2000 (amb fogons, aparcament i pista esportiva-verbenera)

Cal preservar aquest Espai Cental (sic) per gaudir de la Natura evitant els vehicles (elements sorollosos), la caça i el fer foc.

10º Per activitats adients al lloc (de nombrosa concurrença) es pot concertar l'espai inferior, Aula Polivalent, contactant previament amb els Administradors

 

Fotos de l'ermita de Sant Pau, entre Vilafranca i Pacs:

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Devotos no mundo inteiro comemoram no dia 23 de abril, o Dia de São Jorge, o santo padroeiro da Inglaterra, de Portugal, da Catalunha, dos soldados, dos escoteiros, dos corintianos e celebrado em canções populares de Caetano Veloso, Jorge Ben Jor e Fernanda Abreu. No oriente, São Jorge é venerado desde o século IV e recebeu o honroso título de "Grande Mártir".

 

Guerreiro originário da Capadócia e militar do Império Romano ao tempo do imperador Diocleciano, Jorge converteu-se ao cristianismo e não agüentou assistir calado às perseguições ordenadas pelo imperador. Foi morto na Palestina no dia 23 de abril de 303. Ele teria sido vítima da perseguição de Diocleciano, sendo torturado e decapitado em Nicomédia, tudo devido à sua fé cristã.

 

A imagem de todos conhecida, do cavaleiro que luta contra o dragão, foi difundida na Idade Média. Está relacionada às diversas lendas criadas a seu respeito e contada de várias maneiras em suas muitas paixões. Iconograficamente, São Jorge é representado como um jovem imberbe, de armadura, tanto em pé como em um cavalo branco com uma cruz vermelha. Com a reforma do calendário litúrgico, realizada pelo papa Paulo VI, em maio de 1969, tornou-se opcional a observância do seu dia festivo. Embora muitos ainda suspeitem da veracidade de sua história, a Igreja Católica reconhece a autenticidade do culto ao santo. O culto do santo chegou ao Brasil com os portugueses. Em 1387, Dom João I já decretara a obrigatoriedade de sua imagem nas procissões de Corpus Christi. O Sport Clube Corinthians Paulista foi outra grande contribuição para a popularização de São Jorge, primeiro no Estado de São Paulo e depois no País, ao escolher o santo como seu padroeiro e protetor, em 1910.

 

A quantidade de milagres atribuídos a São Jorge é imensa. Segundo a tradição, ele defende e favorece a todos os que a ele recorrem com fé e devoção, vencendo batalhas e demandas, questões complicadas, perseguições, injustiças, disputas e desentendimentos.

 

Os restos mortais de São Jorge foram transportados para Lídia (antiga Dióspolis), onde foi sepultado, e onde o imperador cristão Constantino (que depois de vários imperadores anti-cristãos converteu-se e a império à religião cristã) mandou erguer suntuoso oratório aberto aos fiéis. Seu culto espalhou-se imediatamente por todo o Oriente. No século V, já havia cinco igrejas em Constantinopla dedicadas a São Jorge. Só no Egito, nos primeiros séculos após sua morte, foram erguidas quatro igrejas e quarenta conventos dedicados ao mártir. Na Armênia, na Grécia, no Império Bizantino (a região oriental do Império Romano, que tinha capital em Bizâncio, depois, Constantinopla) São Jorge era inscrito entre os maiores Santos da Igreja Católica. No Ocidente, na Idade Média, as Cruzadas colocaram São Jorge à frente de suas milícias, como Patrono da Cavalaria. Na Itália, era padroeiro da cidade de Gênova. Na Alemanha, Frederico III dedicou a ele uma Ordem Militar. Na França, São Gregório de Tours era conhecido por sua devoção a São Jorge; o rei Clóvis dedicou-lhe um mosteiro, e sua esposa, Santa Clotide, erigiu várias igrejas e conventos em sua honra. A Inglaterra foi o país ocidental onde a devoção ao santo teve papel mais relevante. O monarca Eduardo III colocou sob a proteção de São Jorge a Ordem da Cavalaria da jarrateira, fundada por ele em 1330. Por considera-lo o protótipo dos cavaleiros medievais, o inglês Ricardo Coração de Leão, comandante de uma das primeiras Cruzadas, constituiu São Jorge padroeiro daquelas expedições que tentavam conquistar a Terra Santa aos muçulmanos. No século 13, a Inglaterra celebrava sua festa como dia santo e de guarda e, em 1348, criou a Ordem dos Cavaleiros de São Jorge. Os ingleses acabaram por adotar São Jorge como padroeiro do país, imitando os gregos que também trazem a cruz de São Jorge na sua bandeira. Ainda durante a Primeira Guerra Mundial (1914-1918) muitas medalhas de São Jorge foram cunhadas e oferecidas aos enfermeiros militares e às irmãs de caridade que se sacrificaram ao tomar conta dos feridos da guerra. As artes, também, divulgaram amplamente a imagem do santo. Em Paris, no Museu do Louvre, há um quadro famoso de Rafael (1483-1520), intitulado "São Jorge vencedor do Dragão". Na Itália, existem diversos quadros célebres, como o de autoria de Donatello (1386-1466).

www.paroquiasaojorge.com.br/igreja/saojorge.htm

  

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