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Ricardo Gutierrez, entre Asunción y Fernandez de Enciso de noche, tomada desde la estación Devoto de la línea San Martín.
---- moments captured during the procession: a devotee of St. Leonard ----
---- attimi colti durante la processione: un devoto di San leonardo ----
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this is a short and long reports of the traditional feast, which was celebrated on November 6 this year in the municipality of Mongiuffi Melia (consisting of the two centers of Melia and Mongiuffi, in the province of Messina) in honor of St. Leonard of Noblac , also known as St. Leonard Abbot or hermit, for he was a French abbot who for much of his life he lived as a hermit; November 6 is the date of the saint's death, maybe he died in 1599. San Leonardo is originally the patron saint of prisoners (when the saint was in life he dedicated himself to prisoners of war, trying to free them, also trying to relieve the severe corporal punishment and fines which they had to submit); later also became the patron saint of blacksmiths, manufacturers of chains, have recently given birth (He helped the Queen Clotilde was in a coma for serious complications have arisen during childbirth: the Queen had a beautiful child), farmers, miners (and robbers). In southern Italy the cult of this saint was introduced by the Normans. It's strange to observe that in the hamlet of Mongiuffi besides the devotion to St. Leonard (he is always holding the chains), there is also a great devotion to the "Madonna of the chain", she is holding chains too (and in fact in Mongiuffi there is a sanctuary dedicated to her).
On the morning of November 6, after the Solemn Mass, the saint is carried on shoulders on the artistic float , with the music of the local band ("St. Leonard"of Mongiuffi) along the narrow and perched alleys. An exciting time it can be observed when the procession arrives at the Fountain Square, in the center of the country, and here is made a gift to this Patron Saint: He receive a "cuddura" (a donut dough braided) particularly embellished with elegant compositions made always in bread dough, so after "smaller cuddure" are distributed to the population (so called "St. Leonard's cuddure").
(Particularly interesting to visit the land of Mongiuffi Melia are the so-called Arcofie or Contrabbone, galleries for the transition from house to house probably built by the Arabs).
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questo è un report breve e lungo al tempo stesso, che ho realizzato il 6 novembre di quest'anno 2015, sulla tradizionale festa che si celebra nel comune di Mongiuffi Melia (composto dai due centri di Melia e di Mongiuffi, in provincia di Messina) in onore di San Leonardo di Noblac, anche conosciuto come San Leonardo abate od eremita, infatti egli fu un abate francese che per gran parte della sua vita visse da eremita; il 6 novembre è la data della morte del santo, che sembra essere avvenuta nel 1599. San Leonardo è originariamente il santo patrono dei carcerati (Egli si dedicò ai prigionieri di guerra, tentando possibilmente di liberarli, e comunque cercando di allieviare le loro gravose pene e corporali e pecuniarie alle quali erano costretti a sottostare); successivamente Egli divenne anche il santo protettore dei fabbri, dei fabbricanti di catene, delle puerpere (soccorse la regina Clotilde che era entrata in coma per gravi complicanze sopravvenute durante il parto, il suo intervento risolse al meglio quella grave situazione con la regina che riuscì così a risvegliarsi dallo stato di coma ed a dare alla luce un bimbo), degli agricoltori, dei minatori (e dei briganti). Nell'Italia meridionale il culto per questo santo fu introdotto dai Normanni. E' quanto meno singolare osservare che nella frazione di Mongiuffi oltre alla devozione per San Leonardo, raffigurato con in mano delle catene, ci sia anche una sentitissima devozione per la "Madonna della catena", anch'Ella raffiguarata con in mano delle catene (a Mongiuffi c'è un santuario a Lei dedicato).
La mattina del 6 novembre, dopo la Santa Messa Solenne, il Santo viene portato in spalla sul suo artistico fercolo con baldacchino ligneo, al seguito ci sono i fedeli e la banda musicale (la banda musicale "San Leonardo" di Mongiuffi), la processione si snoda non senza fatica lungo le strette ed inerpicate viuzze, spesso baciate dal sole e bardate per l'occasione a festa. Un momento emozionante lo si può osservare quando la processione giunge in piazza fontana, nel centro del paese, qui vien fatto dono al Santo Protettore della "cuddura" (una tipica ciambella di pasta di pane intrecciata e cotta nel forno a legna) particolarmente impreziosita da eleganti composizioni, realizzate sempre in pasta di pane; subito dopo vengono distribuite alla popolazione le cuddure più piccole (chiamate le cuddure di San Leonardo), recanti l'effigie del Santo, che viene stampata sulle trecce di pane.
In coda a questa breve descrizione c'è da menzionare che nell'antigo borgo di Mongiuffi Melia si possono ammirare le cosiddette Arcofie o Contrabbone, antiche gallerie che servivano da passaggio da un’abitazione all’altra, costruite probabilmente dagli Arabi e delle quali sono rimaste due particolari testimonianze).
Antiphonaire, à l'usage des Frères Mineurs de Nancy (XVIe siècle)
Bibliothèque-médiathèque de Nancy, Manuscrit 437, Miniature, tome 1 (fol. 321)
Plus de détails sur : bmn-renaissance.nancy.fr/items/show/1501
...i devoti recanti i ceri accesi, aspettano, al calare delle prime ombre della sera, che la vara con su la statua di S.Agata, esca dal Duomo per dare inizio al corteo....(festa religiosa che si tiene a Catania, in Sicilia, in occasione della ricorrenza del giorno della sua Santa patrona martire, S.Agata)
Le sorti di questo luogo risultano essere legate ad un gruppo di monache e al loro confessore, il quale sembra abbia ricevuto un messaggio direttamente dalla Vergine Maria. Nel 1483 un gruppo di donne devote chiese il permesso di costruire un monastero che le accogliesse presso S. Agnese a Dorsoduro. Non avendo ottenuto ciò che desideravano, fu concessa loro la zona degli arzeri novi a Sant'Andrea dove si dice che un'eremita, nel 1433, avesse visto la Madonna con il Bambino in braccio proprio in quell'area.
laterali a fondo piatto. Le navate, separate fra loro da un colonnato ionico, erano composte da quattro altari per lato. Nella cappella destra del presbiterio trovava collocazione il celebre San Giovanni Battista di Tiziano, ora ospitato dalle Gallerie dell'Accademia. La cappella dell'altar maggiore risulta voluta dalla famiglia Bomben già prima della costruzione della chiesa attuale.
famiglie che avevano richiesto le opere a celebri pittori veneziani. La decorazione della chiesa continuò anche nel XVII secolo, con l'intento soprattutto di celebrare le virtù miracolose di Maria Vergine.
Pertinenti alla chiesa vi erano anche due scuole piccole, quella della Beata Vergine Assunta, approvata nel 1502 dal Consiglio dei Dieci e con la propria sede di fronte, e quella del Crocifisso, risalente agli inizi del XVIII secolo.
Il complesso conventuale fu soppresso con decreto napoleonico il 12 agosto 1805 e le monache furono mandate presso il vicino monastero di Santa Croce. L'edificio fu convertito in deposito militare l'anno successivo ma nel 1817 un incendio divampò e lo distrusse quasi interamente, risparmiando chiesa e campanile. Al posto del monastero, fu realizzato il carcere maschile di Venezia.
Nel 1584 il segretario e cavaliere ducale Simone Lando lasciò a Santa Maria Maggiore i suoi quadri di soggetto devozionale oltre alla cospicua somma di mille ducati per ornamento degno et singolare della cappella maggiore.
Non si sa con precisione cosa successe poi ma i dipinti che andarono a decorare l'altar maggiore furono probabilmente commissionati ed eseguiti da alcuni dei principali artisti dell'epoca. In particolare, tra le opere di particolare pregio, oltre a quella già citata di Tiziano, ricordiamo: Assunzione della Vergine e Cristo in agonia di Paolo Veronese, Annunciazione di Jacopo Palma il Giovane, Le quattro stagioni e l'Arca di Noè di Jacopo Bassano, La cacciata di Gioacchino dal Tempio, Lo Sposalizio della Vergine e L'Adorazione dei Magi di Domenico Tintoretto. Alcune delle opere ricevute tramite il lascito testamentario andarono ad ornare le pareti, le colonne e alcuni altari. Anche i rimanenti altari laterali furono commissionati nella maggior parte da importanti e ricche
La chiesa attuale fu costruita nel 1523, mentre quella primitiva risale ai primi del '500, adibita ad uso interno ed esclusivo delle monache. L'adiacente monastero fu realizzato tra il 1509 e il 1526.
Inizialmente la chiesa era molto piccola e dedicata a San Vincenzo. Poco dopo, però, si narra che il confessore delle monache avesse sentito la Madonna chiedergli di portare in chiesa l'icona a lei dedicata e da lui conservata in soffitta, in modo da essere onorata e venerata. Nel dicembre del 1523 ci fu il solenne trasporto della miracolosa immagine sull'altare e l'edificio fu dedicato a Santa Maria Maggiore.
Personalità fondamentale fu il patrizio Alvise Malipiero, maggior finanziatore di tutta la struttura che richiese, in cambio, la sepoltura sua e della consorte nella cappella sinistra del presbiterio in cui fece anche erigere un monumento in sua memoria.
La pianta è di tipo basilicale a tre navate con il presbiterio fiancheggiato da due cappelle
La chiesa è situata in un luogo che sembra senza tempo, in una zona spesso frequentata da studenti e, l'antico monastero che un tempo accoglieva le suore, è oggi sostituito dalla Casa circondariale maschile di Venezia.
Venipedia
Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania
La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi
juta montevergine ospedaletto castagne torrone
I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it
Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.
La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.
Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.
Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.
I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.
Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».
Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.
La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.
Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.
La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.
A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:
“Quanno simmo ppe Avellino
iammo a truvà la matre rivina,
Quanno simmo ppe Spetaletto
iammo a truvà Maria riletta”
La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.
Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.
Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.
Pasquale Matarazzo
07/09/2012
Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania
La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi
juta montevergine ospedaletto castagne torrone
I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it
Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.
La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.
Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.
Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.
I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.
Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».
Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.
La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.
Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.
La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.
A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:
“Quanno simmo ppe Avellino
iammo a truvà la matre rivina,
Quanno simmo ppe Spetaletto
iammo a truvà Maria riletta”
La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.
Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.
Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.
Pasquale Matarazzo
07/09/2012
Ricardo Gutierrez, entre Asunción y Fernandez de Enciso de dia, tomada desde la estación Devoto de la línea San Martín.
La Cementerio de la Recoleta (Recoleta Cemetery), set in 5.5 hectares or the equivalent of about four city blocks, has more than 350,000 people buried in an estimated 4,7000 vaults--all above ground, and many of which have been declared National historical Monuments. Many of the elaborate marble mausoleums are decorated with statues, in a wide variety of architectural styles such as Art Deco, Art Nouveau, Baroque, and Neo-Gothic The cemetery was inaugurated under the name Cementerio del Norte (Northern Cemetery) on November 17, 1822, around Iglesia de Nuestra Señora del Pilar, the church and convent built in 1732 and abandoned in 1822 by the monks of the Order of the Recoletos. The original 1822 layout was designed by architect and civil engineer Próspero Catelin, and an 1881 remodeling was handled by Italian architect Juan Antonio Buschiazzo.
Статуя мученицы Девоты, покровительницы Корсики и Монако, подарок Успенскому собору Каноника в Мариане от князя Монако Ренье III.
Os devotos do divino
vão abrir sua morada
pra bandeira do Divino
ser bem-vinda, ser louvada, ai, ai.
Deus vos salve esse devoto
pela esmola em vosso nome.
Dando água a quem tem sede,
dando pão a quem tem fome, ai, ai.
A bandeira acredita
que a semente seja tanta,
que essa mesa seja farta
que essa casa seja santa, ai, ai.
Que o perdão seja sagrado,
que a fé seja infinita,
que o homem seja livre,
que a justiça sobreviva, ai, ai.
Assim como os três Reis Magos
que seguiram a estrela-guia,
a bandeira segue em frente
atrás de melhores dias, ai, ai.
No estandarte vai escrito
que ele voltará de novo.
E o Rei será bendito,
Ele nascerá do povo, ai, ai.
"Igreja construída pelos devotos locais em 1599, a Ermida de S. Geraldo serve nesta rota para explicar em maior pormenor a criação e recuperação dos frescos alentejanos. Isto porque, numa das paredes da capela-mor, se encontra uma instância perfeita para a exemplificação do processo de (re)descoberta : uma fi gura feminina e um prato, que se identificam com Santa Ágata - aquela a quem arrancaram os peitos - e, ao lado, numa espécie de janela, vestígios de uma pintura mais antiga, que ressuscitou quando parte do reboco da campanha mais recente caiu.
Uma pintura, na época áurea do fresco alentejano, começava por ser um cartão ou esboço, depois transposto para quadriculado, para efeitos de diminuição ou aumento do tamanho das figuras. Na maior parte dos casos, o tema era escolhido pelo encomendante, por vezes na base de pequenas gravuras, ou, na sua ausência, de uma conversa com o pintor.
Este tratava de aplicar uma primeira demão de argamassa, chamada "arriccio" (toda a terminologia é italiana), constituída por uma porção de cal por duas de areia, sempre de cima para baixo e da esquerda para a direita. Assim constituía o reboco, sobre o qual aplicava o esquema do desenho em vermelho natural, só para verificar se este se adequava ao espaço preestabelecido, processo tecnicamente designado por "sinopia". Numa segunda fase, a argamassa era preparada em proporções inversas, ou seja, duas de cal por uma de areia, segunda camada chamada "intonaco". Naturalmente, esta nova intervenção cobria o primeiro esboço, implicando um novo desenho, desta feita já com todos os detalhes incluídos.
Este processo de pintar a fresco conheceu variantes - só uma demão em muitas igrejas do Norte, por as superfícies de granito agarrarem melhor o reboco, só uma também em campanhas de sobreposição como no caso desta capela, uma vez que a antiga já funcionava como primeira demão. Foi usado em Portugal até meados do século XX (inclusive por Almada Negreiros), depois tornou-se demasiado complicado, moroso, ou simplesmente ficou fora de moda.
Os mesmos passos, mas dados em sentido inverso, servem actualmente para resgatar os frescos ao esquecimento, com a diferença de os pincéis e espátulas empregues pelos pintores originais serem substituídos pelos bisturis dos recuperadores. A Rota do Fresco do Alentejo propõe-se igualmente revitalizar a ancestral técnica de pintar a fresco e, em breve, vai ser possível aos visitantes praticarem os seus rudimentos."
Retirado de
Rota do Fresco do Alentejo - Segredos debaixo da cal
GUIAS DO LAZER
Editado por António Costa da Silva alcacovas.blogs.sapo.pt/136061.html
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
©AlexGutiérrezEspinozaPhotography.
La Congregación de Los Sacramentinos llegó a Chile en 1908 gracias a la gestión de María Lecaros de Marchant, devota del Santísimo Sacramento.
Poco tiempo después la Orden encargó la construcción de una Iglesia similar al Sacre Couer de París al arquitecto Ricardo Larraín Bravo, gran exponente del Beaux Arts en Chile.
La Basílica consta de dos iglesias: La Cripta y la superior. La Construcción de la cripta de la Basílica comenzó en 1912 y concluyó en 1920. Este espacio subterráneo logra una penumbra matizada por sólidas columnas de capiteles corintios. Su atmósfera logra sugerirnos una antigüedad inmemorial.
En 1920 comenzó la construcción del gigantesco templo en estilo romano bizantino. Desarrollado a 1,80 metros por sobre el nivel de la vereda, tiene una monumentalidad apropiada a su fin: exponer el Santísimo Sacramento. Esta fue una tarea que tardó muchos años, pues su financiamiento se basaba en erogaciones privadas a la Congregación.
La adoración al Santísimo Sacramento logró en nuestro país gran devoción,en 1934 se vio reflejada en el Congreso Eucarístico Nacional, en el que desfilaron 30.000 jóvenes por la Alameda. Ese mismo año la Iglesia fue coronada por una gran cruz, diseñada también por Larraín. Con tres metros de altura la cruz se cayó para el terremoto de 1985, ocasión en que el conjunto del templo sufrió varios daños.
En su diseño la Iglesia incorpora amplias cúpulas y elevadas torres, con una nave central, transepto y ábside de gran importancia. Sobresale la gran cúpula central ubicada en el altar. Ésta alcanza una altura de 69 metros y su largo interior es de 56 metros.
En el interior se pueden ver finos parquets chilenos, vitrales de origen francés, argentino y chileno. En tanto, el púlpito,los confesionarios y la sillería fueron tallados en madera de lingue por los padres salesianos, mientras que las esculturas exteriores de cemento pertenecen al escultor Alirio Pereira contratado en 1926). Cuenta además, con notables terminaciones en estuco (molduras, frisos,trabajo de canterías y capiteles) las que fueron realizadas por Juan Plá y Arturo Russo.
Cada iniciativa de la obra fue supervisada por el arquitecto Larraín Bravo, quien logró así un conjunto de gran magnificencia.
Actualmente esta Basílica se encuentra en regular estado de conservación.
En términos de materialidad hay un notable uso del hormigón armado, señalando así gran diferencia con el templo del Sacre Coeur, construido en piedra.
La Basílica de Los Sacramentinos está ubicada en la esquina nor poniente de las calles San Diego y Santa Isabel, la cual fue abierta alrededor del año 1980 como corredor poniente-oriente con gran flujo vehicular. Ál mismo tiempo, terminó de consolidarse el Parque Almagro, cuyo origen está en el camino de frontera del antiguo Santiago y el mercado de San Diego -consolidado como espacio urbano por Vicuña Mackenna-. Este espacio verde, permite la apreciación de esta gran Basílica.
La Croix Sainte Gemme (ou Sainte Gemmes)
Saint Louis fit don, avant 1234, d'une chapelle de dévotion dédiée à Sainte-Gemme qui dépendait d'un manoir sur les terres proches du Châtelet. Ce modeste oratoire, vénéré dès le XIIème siècle, fut le but d'un pèlerinage.
Dans un petit cimetière voisin, avaient lieu des inhumations des personnes ayant une dévotion particulière à cette sainte, qu'on honorait également à Vaux-le-Pénil, et dans la chapelle de la maladredrie du Châtelet, qui lui était consacrée.
C'est dans cette plaine que l'on retrouva des tuiles antiques à rebord.
Dès 1676, la chapelle était en ruine, elle servait de retraite aux pâtres, et aux bergers qui y faisaient du feu, et y retiraient, même quelque fois, leurs troupeaux. Une croix marqua longtemps l'emplacement de la chapelle.
Elle fut abattue au cours de la révolution, réédifiée en 1854, puis tombée en vétusté, elle fut relevée en 1935. Cette que nous voyons ici, au début du chemin, est le don d'une habitante du Châtelet.
Sources SHCB (La Société d' Histoire du Châtelet-en- Brie)
Brahmanes (?) devant le temple dédié à Rama (Ram Raja Temple)
Ce temple est un ancien palais, c'est le seul temple où le Seigneur Rama est célébré comme un Roi depuis le XVIème siècle, le temple est gardé par la police. Le site attire de très nombreux dévots hindous et fait l'objet de pèlerinages.
Article de Wikipedia sur le Ram Raja Temple
Dominando a paisagem urbana da vila, ergue-se o monumental Castelo, primitiva residência dos duques brigantinos, construído nos finais do século XIII. “O Rei Lavrador (D. Dinis), nas suas visitas aos Agostinhos, de que era particularmente devoto e em cujo mosteiro pousava, ao ver o cómoro do Poente, dominando os carrascais, boa sentinela que poderia ser numa linha defensiva raiana e bom padrasto para a vila criada, pensaria em fortaleza-lo”, ignorando-se entretanto quem foram os seus construtores e em que datas se iniciou e completou a opulenta obra; sabe-se, porém, que em 1297 já tinha alcaide, que foi Soeiro Peres.
É a fortaleza quadrangular de traçado semelhante ao desenho de um projecto conhecido de Leonardo da Vinci. É aliás, nota do historiador calipolense Joaquim Saial, o qual a propósito deste monumento esclarece: “No sítio onde se ergue a actual fortificação renascentista, esteve desde os finais do século XIII até ao início do século XVI o antigo castelo medieval da época de D. Dinis (ampliado no reinado de D. Fernando). Como refere Túlio Espanca este desapareceu na 2ª vintena do século XVI, quando os duques donatários D. Jaime e D. Teodósio I construíram a subsistente fortaleza artilheira, de tipo italiano mas seguindo o modelo das praças africanas e industânicas que os Portugueses haviam introduzido nas suas conquistas ultramarinas”. Tem à sua volta um fosso de sete metros de altura e seis de largura.
Subsistem hoje na cerca das muralhas quatro portas, assim designadas: a de Évora e a da Torre, ambas viradas ao poente; a de Estremoz, aberta para o lado Norte e a de Olivença ou do Sol, na ilharga sul que era também a chamada Porta da Traição. A entrada na fortaleza faz-se hoje através de uma reconstituída ponte levadiça para acesso ao pátio interior, onde está a cisterna do castelo, e aos museus que nas suas dependências se instalaram recentemente. Fora, na antiga e já desaparecida Cerca Velha, obra que se atribui à iniciativa dos duques D. Jaime e D. Teodósio I, existiam as Portas da Esperança, a nascente, a de S. Sebastião, a de Santa Luzia, voltada a Poente.
No interior da cerca nova, a actual, além da igreja matriz de Nossa Senhora da Conceição e dos cemitérios municipais, subsistem alguns antigos arruamentos da planta medieval, onde ainda e podem observar vestígios da arquitectura primitiva como as portas ogivais da que teria sido residência de Nuno Álvares Pereira.
Foi este castelo palco de intensas lutas por ocasião das Guerras da Independência (1383-1385), da Restauração (1640-1665) e da Sucessão de Espanha (1711) tendo sido Vila Viçosa, por mais de uma vez, quartel-general dos exércitos do Alentejo. Além do Condestável, estão ligadas aos feitos militares ocorridos nomes como Álvaro Gonçalves (século XIV), Cristóvão Brito Pereira (século XVII) e Jerónimo do Carvalhal (século XVII).
A Torre de Menagem foi erguida no reinado de D. Fernando, afastada do Castelo.
7maravilhasdevilavicosa.blogspot.com/2007/02/castelo-e-to...
Benvinguts a l'Ermita de Sant Pau tots els devots i admiradors d'aquest Santuari (Mirador de la Vila i Vegueria), que freqüenteu aquest lloc per l'esplai i gaudir de la Natura, i fàcilment atrets a elevar l'esperit al Creador.
Ens complau, als Administradors, poguer-vos informar de
1º Els origens són anteriors a l'any 1392, en que consta que possiblement el Rei Joan I va visitar dos Ermitans, recluïts en l'espedat de la primitiva ermita (ara protegida amb una reixa) o bé en la cova natural (propera)
2º L'any 1595 es va estrenar una segona ermita, fent un replà cap a migjorn.
3º Malauradament a l'any 1910 es va enderrocar lo anterior, i era inaugurada la tercera Ermita-Cova (que hem conmemorat el Centenari, amb la restauració del Soterrani dels ermitans i amb l'enjardinat de les Feixes del Marxant)
4º Tradicionalment se han cel-lebrat quatre festes anuals: 25 de gener (S. Pau) o diumenge següent, Aplec, 23 d'Abril (S. Jordi), 8 de maig (Mare de Déu de la Salut) o dilluns de la Pasqua Granada Aplec; Recentment 12 de desembre (Nit de S. Llúcia) els de Pacs inicien les festes del Nadal.
5º Els antics Ermitans es van extingir amb la família Torres-Macià (matrimoni amb quatre fills) cap a l'any 1890. Posteriorment del 1972 al 2000 han fet funcions similars: Bautista Lorente Pellicer i Rafael Cestelo Monge "Periquín".
6º La campana xica vol recordar Mn. Joan Tous Farrell (Rector de Les Cabanyes 1968-1973) per l'impuls que va donar per revifar aquest lloc.
7º La campana gran (instal-lada l'any 1989) procedeix de l'antiga Capella de S. Magí (Carretera d'Igualada, cantonada Rambla o Parellada).
8º La imatge de S. Pau procedeix d'Olot (19991), el mosaic de S. Jordi- S. Jaume, procedeix de les Benetes de Montserrat (2004), i els ferros forjats són de l'artista Lluverol. L'altar és de un molí paperer de S. Pere de Riudebitlles.
9º És un contrast amb els dos turons veïns: Ponent "Montjuïc o Lluert" Dipòsits i Antenes / Llevant "S. Jaume de Castell-Mos" Pedrera de Calç i Casal 2000 (amb fogons, aparcament i pista esportiva-verbenera)
Cal preservar aquest Espai Cental (sic) per gaudir de la Natura evitant els vehicles (elements sorollosos), la caça i el fer foc.
10º Per activitats adients al lloc (de nombrosa concurrença) es pot concertar l'espai inferior, Aula Polivalent, contactant previament amb els Administradors
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
foto e Información por cortesia de
www.flickr.com/photos/anarodinsky
La primera capilla dedicada a Nuestra Señora de la Concepción fue fundada y construida por Antonio Correia de Pina - llamado Padre Correia - con limosnas de los fieles devotos de la santa, antes de 1663. En 1671 los herederos de Araribóia - Gastão Soares de Souza, su esposa D. Soeiro Maria Soares de Souza, João Rocha Ada Paris, Margarida Soares y Violante – donaron doscientas brazas de terreno a la Hermandad.
En el medio del siglo XVIII, el templo ha sufrido una transformación radical de arquitectura, y comienzan a ser frecuentados por los indígenas y las los capitanes de San Lorenzo.
En 1810, después de la muerte del capitán José Manoel de Bessa, sus herederos donaron la hacienda a la iglesia - que hoy es el Hospital de Santa Cruz. En 1830, se abrió, adjunto a la capilla, el primer cementerio de la aldea. Ali, se depositaron las vísceras de José Bonifacio, a petición de su hermano Martim Francisco Ribeiro de Andrada.
Dos veces, sirvió, temporalmente, la iglesia madre de Niterói: desde 1819 hasta 1831 - cuando fue anfitrión de la imagen de San Juan Bautista, hasta la construcción de la nueva iglesia en honor de la patrona de la ciudad, y en los años 1885 a 1886, cuando aprobada por las obras de la catedral.
En 1820, con la reformulación de la Rua de la Concepción, la iglesia fue reconstruida y su escalera ganó la barras de hierro que todavía existen. En 1881 y 1882, el templo fue nuevamente renovado, con el constructor responsable Joao Antonio dos Santos Guaraceaba hay la adquisición de nuevas campanas. La nueva torre fue inaugurada el 8 de junio. A lo largo del siglo XX, la iglesia pasó por varias reformas: 1905, 1912, 1919 y 1992. La iglesia, que data de mediados del siglo XVII, fue diseñada para buscar líneas simples, con paredes blancas carentes de decoración, por lo tanto, quedan alrededor de dos siglos. Sin embargo, después de sucesivas reformas, la iglesia fue perdiendo, paulatinamente, su diseño original y, en el siglo XIX, el templo fue reconstruido con las modificaciones que introdujo elementos de fachada neoclásica y el interior, como platibandas y la pirámide de la torre del campanario.
Situado en una alta elevación, con la imposición de escalera para acceder a su patio, todos los religiosos se compone de dos volúmenes interconectados. La fachada principal presenta una sola torre campanario en la parte izquierda y derecha, más al fondo, una pequeña capilla de la Santísima - que internamente se comunica con la nave principal de la iglesia. El interior de la nave principal tiene una decoración que combina elementos de las líneas de inspiración neoclásica y de la neo-rococó, el coro y el púlpito. El altar mayor de mármol de Carrara, como fondo, un vitral francés. El acceso es por la puerta con arco lobulada, y sobre esta un panel de azulejos con la imagen de Nuestra Señora.
El 30 de diciembre de 1992, en vista de su importancia histórica y afectiva, la Prefeitura Municipal protegió el conjunto de edifícios que hacen parte de la iglesia (Ley N º 1161).
Sacado del libro "Patrimônio Cultural de Niterói", editado por SMC / Livros Niterói em 2000.
Miniature extraite du Livre d'heures de la Famille Des Fours
La Vierge tient sur ses genoux l'enfant Jésus, nu, qui tend les mains vers les présents, or, encens et myrrhe apportés par les trois rois Mages, contenus dans une coupe et deux ciboires. les Mages sont richement vêtus et coiffés de curieux chapeaux- couronnes, sont représentés, suivant la tradition, à trois âges de la vie : le plus vieux à genoux, présente son offrande, pendant que le plus jeune montre l'étoile. Le bœuf et l'âne ont réintégré l'étable, et saint Joseph a disparu.
Notes : Contrairement à l'iconographie qui commence à s'imposer à la fin du XVe siècle, aucun des Mages n'est noir.
Bibliothèque-médiathèque de Nancy, Ms. 1874 (fol. 29)
La Hermandad y Cofradía de Nazarenos de Nuestro Señor Jesús de la Humildad entregado por el Sanedrín y María Santísima del Dulce Nombre celebró la pasada semana el solemne y devoto Quinario con besamanos en honor a Nuestro Señor Jesús de la Humildad, titular de esta corporación, culto con el que la Hermandad da inicio a la Cuaresma.
Los tres primeros días de quinario el Señor estuvo ataviado con su túnica de morada y con mantolín de seda como nunca antes había lucido, colocado sobre el canasto del primer paso del que tuvo la Hermandad, completado con monte compuesto por flor estátice en color blanco y morado, musgo, diversas rosas rojas en representación al amor de Jesús y cardos cuyo significado es muerte y resurrección. Sobre el monte también se dispusieron diversos símbolos de la pasión, la corona de espinas, los dados y las tenazas. Detrás de Jesús de la Humildad se situó la cruz de guía e ilumniaban el altar de cultos los cuatro faroles del paso primitivo de la hermandad así como cuarto candelabros de bronce, todos ellos con cera de color tiniebla.
Los dos últimos días el Señor bajó del monte para ser puesto en besamanos sobre el peanil del palio de la Virgen del Dulce Nombre, que a su vez fue subida al altar vestida de hebrea con rostrillo de tisú de plata, portando en su mano izquierda un rosario de plata. Por su parte, Jesús de la Humildad, vistió estos dos días su túnica de tisú bordada por el taller de bordado de la hermandad, luciendo en su cingulo la medalla de la casa de Andalucía y un bronce de oro con las letras JHS regalo del que fue prioste de la Hermandad de la Esperanza de Triana, José Sanroman. En esta ocasión el Señor sí que portaba las potencias doradas de salida a diferencia de los tres días anteriores que no lo hizo. El fondo del altar estuvo compuesto ambos días por un telón de brocados y terciopelos de color granate.
El último día del quinario tuvo lugar el VI Pregón de la Juventud Cofrade, que este año corrió a cargo de Víctor Carazo Castel que lleno la iglesia del convento de Santa Mónica. No faltaron a la cita su querida Banda de cornetas y tambores San Pablo que le tributo un homenaje al finalizar el pregón interpretando la marcha "Mi plegaria". El pregón, lleno de sentimientos cofrades, estuvo interrumpido en varias ocasiones por los aplausos del público, y aun resuenan en las paredes del templo las palabras sinceras y de compromiso que Víctor expresó.
Texto extraido de; pasionenzaragoza.blogspot.com.es/2015/02/el-quinario-jesu...
La Hermandad y Cofradía de Nazarenos de Nuestro Señor Jesús de la Humildad entregado por el Sanedrín y María Santísima del Dulce Nombre celebró la pasada semana el solemne y devoto Quinario con besamanos en honor a Nuestro Señor Jesús de la Humildad, titular de esta corporación, culto con el que la Hermandad da inicio a la Cuaresma.
Los tres primeros días de quinario el Señor estuvo ataviado con su túnica de morada y con mantolín de seda como nunca antes había lucido, colocado sobre el canasto del primer paso del que tuvo la Hermandad, completado con monte compuesto por flor estátice en color blanco y morado, musgo, diversas rosas rojas en representación al amor de Jesús y cardos cuyo significado es muerte y resurrección. Sobre el monte también se dispusieron diversos símbolos de la pasión, la corona de espinas, los dados y las tenazas. Detrás de Jesús de la Humildad se situó la cruz de guía e ilumniaban el altar de cultos los cuatro faroles del paso primitivo de la hermandad así como cuarto candelabros de bronce, todos ellos con cera de color tiniebla.
Los dos últimos días el Señor bajó del monte para ser puesto en besamanos sobre el peanil del palio de la Virgen del Dulce Nombre, que a su vez fue subida al altar vestida de hebrea con rostrillo de tisú de plata, portando en su mano izquierda un rosario de plata. Por su parte, Jesús de la Humildad, vistió estos dos días su túnica de tisú bordada por el taller de bordado de la hermandad, luciendo en su cingulo la medalla de la casa de Andalucía y un bronce de oro con las letras JHS regalo del que fue prioste de la Hermandad de la Esperanza de Triana, José Sanroman. En esta ocasión el Señor sí que portaba las potencias doradas de salida a diferencia de los tres días anteriores que no lo hizo. El fondo del altar estuvo compuesto ambos días por un telón de brocados y terciopelos de color granate.
El último día del quinario tuvo lugar el VI Pregón de la Juventud Cofrade, que este año corrió a cargo de Víctor Carazo Castel que lleno la iglesia del convento de Santa Mónica. No faltaron a la cita su querida Banda de cornetas y tambores San Pablo que le tributo un homenaje al finalizar el pregón interpretando la marcha "Mi plegaria". El pregón, lleno de sentimientos cofrades, estuvo interrumpido en varias ocasiones por los aplausos del público, y aun resuenan en las paredes del templo las palabras sinceras y de compromiso que Víctor expresó.
Texto extraido de; pasionenzaragoza.blogspot.com.es/2015/02/el-quinario-jesu...
Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania
La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi
juta montevergine ospedaletto castagne torrone
I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it
Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.
La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.
Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.
Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.
Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.
I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.
Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».
Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.
La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.
Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.
La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.
A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:
“Quanno simmo ppe Avellino
iammo a truvà la matre rivina,
Quanno simmo ppe Spetaletto
iammo a truvà Maria riletta”
La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.
Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.
Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.
Pasquale Matarazzo
07/09/2012
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è “Cavalcata dei Devoti”. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
È dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
La Hermandad y Cofradía de Nazarenos de Nuestro Señor Jesús de la Humildad entregado por el Sanedrín y María Santísima del Dulce Nombre celebró la pasada semana el solemne y devoto Quinario con besamanos en honor a Nuestro Señor Jesús de la Humildad, titular de esta corporación, culto con el que la Hermandad da inicio a la Cuaresma.
Los tres primeros días de quinario el Señor estuvo ataviado con su túnica de morada y con mantolín de seda como nunca antes había lucido, colocado sobre el canasto del primer paso del que tuvo la Hermandad, completado con monte compuesto por flor estátice en color blanco y morado, musgo, diversas rosas rojas en representación al amor de Jesús y cardos cuyo significado es muerte y resurrección. Sobre el monte también se dispusieron diversos símbolos de la pasión, la corona de espinas, los dados y las tenazas. Detrás de Jesús de la Humildad se situó la cruz de guía e ilumniaban el altar de cultos los cuatro faroles del paso primitivo de la hermandad así como cuarto candelabros de bronce, todos ellos con cera de color tiniebla.
Los dos últimos días el Señor bajó del monte para ser puesto en besamanos sobre el peanil del palio de la Virgen del Dulce Nombre, que a su vez fue subida al altar vestida de hebrea con rostrillo de tisú de plata, portando en su mano izquierda un rosario de plata. Por su parte, Jesús de la Humildad, vistió estos dos días su túnica de tisú bordada por el taller de bordado de la hermandad, luciendo en su cingulo la medalla de la casa de Andalucía y un bronce de oro con las letras JHS regalo del que fue prioste de la Hermandad de la Esperanza de Triana, José Sanroman. En esta ocasión el Señor sí que portaba las potencias doradas de salida a diferencia de los tres días anteriores que no lo hizo. El fondo del altar estuvo compuesto ambos días por un telón de brocados y terciopelos de color granate.
El último día del quinario tuvo lugar el VI Pregón de la Juventud Cofrade, que este año corrió a cargo de Víctor Carazo Castel que lleno la iglesia del convento de Santa Mónica. No faltaron a la cita su querida Banda de cornetas y tambores San Pablo que le tributo un homenaje al finalizar el pregón interpretando la marcha "Mi plegaria". El pregón, lleno de sentimientos cofrades, estuvo interrumpido en varias ocasiones por los aplausos del público, y aun resuenan en las paredes del templo las palabras sinceras y de compromiso que Víctor expresó.
Texto extraido de; pasionenzaragoza.blogspot.com.es/2015/02/el-quinario-jesu...
La Hermandad y Cofradía de Nazarenos de Nuestro Señor Jesús de la Humildad entregado por el Sanedrín y María Santísima del Dulce Nombre celebró la pasada semana el solemne y devoto Quinario con besamanos en honor a Nuestro Señor Jesús de la Humildad, titular de esta corporación, culto con el que la Hermandad da inicio a la Cuaresma.
Los tres primeros días de quinario el Señor estuvo ataviado con su túnica de morada y con mantolín de seda como nunca antes había lucido, colocado sobre el canasto del primer paso del que tuvo la Hermandad, completado con monte compuesto por flor estátice en color blanco y morado, musgo, diversas rosas rojas en representación al amor de Jesús y cardos cuyo significado es muerte y resurrección. Sobre el monte también se dispusieron diversos símbolos de la pasión, la corona de espinas, los dados y las tenazas. Detrás de Jesús de la Humildad se situó la cruz de guía e ilumniaban el altar de cultos los cuatro faroles del paso primitivo de la hermandad así como cuarto candelabros de bronce, todos ellos con cera de color tiniebla.
Los dos últimos días el Señor bajó del monte para ser puesto en besamanos sobre el peanil del palio de la Virgen del Dulce Nombre, que a su vez fue subida al altar vestida de hebrea con rostrillo de tisú de plata, portando en su mano izquierda un rosario de plata. Por su parte, Jesús de la Humildad, vistió estos dos días su túnica de tisú bordada por el taller de bordado de la hermandad, luciendo en su cingulo la medalla de la casa de Andalucía y un bronce de oro con las letras JHS regalo del que fue prioste de la Hermandad de la Esperanza de Triana, José Sanroman. En esta ocasión el Señor sí que portaba las potencias doradas de salida a diferencia de los tres días anteriores que no lo hizo. El fondo del altar estuvo compuesto ambos días por un telón de brocados y terciopelos de color granate.
El último día del quinario tuvo lugar el VI Pregón de la Juventud Cofrade, que este año corrió a cargo de Víctor Carazo Castel que lleno la iglesia del convento de Santa Mónica. No faltaron a la cita su querida Banda de cornetas y tambores San Pablo que le tributo un homenaje al finalizar el pregón interpretando la marcha "Mi plegaria". El pregón, lleno de sentimientos cofrades, estuvo interrumpido en varias ocasiones por los aplausos del público, y aun resuenan en las paredes del templo las palabras sinceras y de compromiso que Víctor expresó.
Texto extraido de; pasionenzaragoza.blogspot.com.es/2015/02/el-quinario-jesu...
Miniature extraite du Livre d'heures de la Famille Des Fours
Les trois pastoureaux, vêtus dans des coloris très orangés et qui adoraient précédemment l’enfant Jésus, gardent à présent leur souffle de la cornemuse, tandis qu'un autre joue de la flûte. Dans le ciel un ange déroule un phylactère sur laquelle on aurait dû lire : "Goria in excelesis Deo". Si, au premier plan, on distingue une masure paysanne pourvue d'une énorme cheminée, au loin on retrouve une ville avec ses fortifications, ses tours, ses clochers et ses fumées.
Sujet : Cette scène bucolique et champêtre décore presque toujours l'en-tête de Tierce.
Bibliothèque-médiathèque de Nancy, Ms. 1874 (fol. 27v°)
La iglesia fue construida para albergar el panteón dinástico de la reina Isabel la Católica, dedicada a San Juan Evangelista, del que era devota la reina. El destino del edificio dicta su forma de catafalco simulado, rodeado por pináculos a modo de cirios.
Lo traza y levanta la cabecera de la iglesia y el crucero Juan Guas, el primero en ostentar el título de arquitecto real. Por toda la fachada corre el cordón franciscano de la orden que ocupa el edificio. La cabecera es poligonal con contrafuertes coronados por agujas o pináculos, decorados con reyes de armas, heraldos a tamaño natural, que lucen en sus vestimentas los escudos de los Reyes Católicos. El cimborio sobre el crucero es octogonal, coronado con crestería y decorado con más pináculos góticos. Sobre la portada lateral hay un singular Calvario, donde está presente la Virgen y San Juan, pero no Cristo. Éste está simbolizado por el pelícano que se posa sobre la cruz, acorde con la creencia medieval que el ave era capaz de alimentar a sus hijos con su propia sangre, siendo una especie de prefiguración de la Eucaristía.
La iglesia tiene planta de salón con un espacioso crucero para albergar los futuros túmulos funerarios. La cabecera es poligonal, conformando un verdadero tapiz escultórico de resonancia mudéjar. Se cubre con una bóveda de estrellas de ocho puntas y se apoya sobre trompas. En el crucero en la nave se observa también la decoración epigráfica, también de la tradición mudéjar, aludiendo estos letreros a la conquista de Granada. La entrada estaba pensada por el extremo de los pies de la iglesia con el coro alto, conduciendo la nave al altar mayor, según va creciendo la iluminación de los espacios. Los repetidos escudos reales en la capilla mayor fueron realizados antes de 1492, ya que no aparece en ellos el fruto de la granada, símbolo del reino entonces conquistado. Toda la decoración es repetitiva y destinada a subrayar la magnificencia de los reyes. Isabel es simbolizada por haces de flechas que representan la unión de fuerzas y por la "Y" inicial de su nombre, en la grafía de la época.
Fernando está simbolizado por la "F" y por el yugo con el lema "tanto monta", que alude al episodio mítico del nudo gordiano, cortado por Alejandro Magno, ante la imposibilidad de desatarlo. Es una justificación de los medios utilizados, para obtener los fines perseguidos. Aquí indica la primacía de la razón de Estado sobre otras consideraciones, propia del pensamiento de Maquiavelo. No es casual que los símbolos de cada uno de los consortes empiecen con la inicial del nombre del otro
Rotary Club Devoto Parque presentó el Programa RYLA para el reconocimiento de jóvenes líderes de la Comunidad, programa que lideran desde el 2008.
Miniature extraite du Livre d'heures de la Famille Des Fours
Accompagnant la vision de saint Grégoire, le Christ nu, coiffé de la couronne d'épines et les mains liées, émerge à mi-corps d'un sarcophage. Sur la croix sont suspendus les instruments de la Passion : verges et fouets.
Notes : C'est la dernière petite peinture, malheureusement maculée, placée dans le manuscrit, en tête des Sept prières de saint Grégoire. Les représentations du Christ de la Passion sont nombreuses : le Christ de Pitié, le Christ souffrant, l'Homme de douleur, le Christ aux outrages, le Christ aux cinq plaies ou "Ecce Homo", qui font partie de ces images de dévotion.
Bibliothèque-médiathèque de Nancy, Ms. 1874 (fol. 68v°)
Rendez-vous sur : bmn-renaissance.nancy.fr/items/show/1929
Miniature extraite du Livre d'heures de la Famille Des Fours
La Vierge prend dans ses bras sa cousine Élisabeth, plus âgée et qui va prochainement donner naissance à saint Jean Baptiste. Et Élisabeth vérifie de sa main la grossesse de Marie. Les deux femmes sont mis sur un pied d'égalité.
Notes : On remarquera le vêtement de sainte Élisabeth qui porte sous un manteau orange une robe identique à la dalmatique de l'ange Gabriel dans l'enluminure précédente.
Bibliothèque-médiathèque de Nancy, Ms. 1874 (fol. 21v°)
La Croix Sainte Gemme (ou Sainte Gemmes)
Saint Louis fit don, avant 1234, d'une chapelle de dévotion dédiée à Sainte-Gemme qui dépendait d'un manoir sur les terres proches du Châtelet. Ce modeste oratoire, vénéré dès le XIIème siècle, fut le but d'un pèlerinage.
Dans un petit cimetière voisin, avaient lieu des inhumations des personnes ayant une dévotion particulière à cette sainte, qu'on honorait également à Vaux-le-Pénil, et dans la chapelle de la maladredrie du Châtelet, qui lui était consacrée.
C'est dans cette plaine que l'on retrouva des tuiles antiques à rebord.
Dès 1676, la chapelle était en ruine, elle servait de retraite aux pâtres, et aux bergers qui y faisaient du feu, et y retiraient, même quelque fois, leurs troupeaux. Une croix marqua longtemps l'emplacement de la chapelle.
Elle fut abattue au cours de la révolution, réédifiée en 1854, puis tombée en vétusté, elle fut relevée en 1935. Cette que nous voyons ici, au début du chemin, est le don d'une habitante du Châtelet.
Sources SHCB (La Société d' Histoire du Châtelet-en- Brie)
São Paulo
Parque da Água Branca
XIII Festival de Cultura Regional
Brasil
Bandeira do Divino
Composição: Ivan Lins / Vitor Martins
Os devotos do Divino vão abrir sua morada
Pra bandeira do menino ser bem-vinda, ser louvada
Deus nos salve esse devoto pela esmola em vosso nome
Dando água a quem tem sede, dando pão a quem tem fome
A bandeira acredita que a semente seja tanta
Que essa mesa seja farta, que essa casa seja santa
Que o perdão seja sagrado, que a fé seja infinita
Que o homem seja livre, que a justiça sobreviva
Assim como os três reis magos que seguiram a estrela guia
A bandeira segue em frente atrás de melhores dias
No estandarte vai escrito que ele voltará de novo
E o Rei será bendito, ele nascerá do povo
Festa do Divino Espírito Santo é um culto ao Espírito Santo, em suas diversas manifestações, é uma das mais antigas e difundidas práticas do catolicismo popular.
A origem remonta às celebrações religiosas realizadas em Portugal a partir do século XIV, nas quais a terceira pessoa da Santíssima Trindade era festejada com banquetes coletivos designados de Bodo aos Pobres com distribuição de comida e esmolas.
Há referências históricas que indicam que foi inicialmente instituída, em 1321, pelo convento franciscano de Alenquer sob proteção da Rainha Santa Isabel de Portugal e Aragão.
Essas celebrações aconteciam cinquenta dias após a Páscoa, comemorando o dia de Pentecostes, quando o Espírito Santo desceu do céu sobre os apóstolos de Cristo sob a forma de línguas como de fogo, segundo conta o Novo Testamento.
É provável que o costume de festejar o Espírito Santo tenha chegado ao Brasil já nas primeiras décadas de colonização. Hoje, a festa do Divino pode ser encontrada em praticamente todas as regiões do país, do Rio Grande do Sul ao Amapá, apresentando características distintas em cada local, mas mantendo em comum elementos como a pomba branca e a santa coroa, a coroação de imperadores e a distribuição de esmolas.
MACON, Ga., Oct. 15, 2017 – Jennie Marshall receives the Georgia Commendation Medal from Col. Matt Smith, commander of the 48th Infantry Brigade Combat Team in recognition for her contributions to the 177th Brigade Engineer Battalion during the unit’s change of command ceremony. Lieutenant Colonel Kris Marshall, outgoing commander of the 177th BEB was recognized with the Meritorious Service Medal.
Georgia Army National Guard photo by Capt. William Carraway / released