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Ha una testa d’elefante su un corpo umano, una pancia morbidamente grassa, accetta volentieri cibo e fiori dai suoi devoti e come cavalcatura – lui che piccolo non è – utilizza un topolino, spesso ritratto ai suoi piedi. Si può ben dire che come divinità Ganesh è piuttosto singolare. Eppure in India è uno degli Dei più amati e venerati, a cui sono dedicati templi e grandi feste di massa. La sua immagine ormai ci è famigliare anche in Occidente: la ritroviamo spesso nei quadretti appesi nei centri di meditazione e di yoga. Quello che non sappiamo è che dietro quell’immagine placida si cela una foresta di simboli, di miti e di significati psicologici, compreso un legame speciale con le donne. Andiamo dunque alla scoperta dei segreti di Ganesh.
Il dio dalla testa di elefante è venerato dagli induisti anzitutto per una ragione: nei testi sacri indù è considerato colui che rimuove gli ostacoli. Quando una persona deve gettarsi in una nuova impresa, dare avvio a qualcosa di importante – la costruzione della propria casa, l’inizio di un amore, un lungo viaggio, l’assunzione in un posto di lavoro – è a Ganesh che chiede protezione e aiuto per superare le difficoltà sul proprio cammino. Secondo gli antropologi questa credenza deriva da un culto dell’elefante diffuso nelle campagne indiane sin da tempi antichissimi. Infatti l’elefante è dotato di una forza straordinaria: è capace per esempio di spostare con la proboscide un pesante tronco d’albero caduto sulla strada. Proprio come l’elefante noi dovremmo imparare ad andare dove vogliamo rimuovendo gli ostacoli davanti a noi.
Per gli indù l’elefante è simbolo anche di autorità e di saggezza. Non a caso i sovrani e i guru del passato si presentavano davanti ai sudditi o ai fedeli in groppa a questo bellissimo animale. Ma la figura di Ganesh nasconde anche ben altro. Per capire in particolare il suo legame con le donne ci viene in aiuto uno dei miti che raccontano la sua nascita.
La dea Parvati desiderava un figlio ma il suo compagno, il dio Shiva, non voleva saperne. Parvati decise allora di generarlo da sola: il bambino nacque da una grande risata della dea o – secondo un’altra versione del mito – dal sudore della sua pelle. Il figlio di Parvati (nato d’aspetto umano) era molto forte, perciò la dea gli diede un ordine: tu proteggerai le mie stanze private e impedirai a chiunque di entrare mentre io faccio il bagno. Purtroppo però arrivò Shiva, ignaro di tutto, e cercò di entrare nelle stanze della moglie. Il ragazzo, obbedendo alla madre, gli sbarrò la strada e Shiva, furibondo, gli tagliò la testa di netto.
Indignata, la Dea pretese che Shiva mandasse sulla Terra tutti gli esseri celesti (i gana) a recuperare una testa da riattaccare al corpo di suo figlio per riportarlo in vita. I gana tornarono portando una testa di elefante: perciò da allora il figlio di Parvati ha quell’aspetto e viene chiamato Ganesh o Ganapati che significa “Signore degli esseri celesti”.
Quale lettura psicologica si può fare di questo mito? Ganesh è il protettore delle “stanze private” di sua madre: nato dalla libera scelta di una donna (Parvati genera il figlio da sola) Ganesh simboleggia la difesa dell’intimità e della libertà della Dea (cioè delle donne) di fronte all’intrusione di Shiva (cioè degli uomini). Vale a dire: non si può violare la dimensione privata di una donna contro la sua volontà. Logico quindi che il “protettore” Ganesh sia caro alle induiste, che a volte lo pregano in modi davvero sorprendenti per noi occidentali. Un esempio: quando non hanno a disposizione una qualunque immagine del dio le donne lo “materializzano” facendo una piccola piramide di semi di curcuma (una spezia usata nella cucina indiana) e invocano la sua presenza sotto quella forma. Perché proprio la curcuma? E’ uno dei segreti del culto di Ganesh che nessuno ha ancora saputo spiegare.
Sappiamo invece che nell’arte indiana sono ben 32 le forme canoniche in cui viene rappresentato Ganesh: per esempio come Signore della meditazione seduto in posizione yoga; o come Signore dell’Universo mentre, danzando, crea la materia dal nulla; oppure come Signore della scrittura mentre scrive un grande poema dell’India, il Mahabharata, utilizzando come penna una delle proprie zanne intinte nell’inchiostro. Nelle sue 32 forme così ricche di simboli, Ganesh non smette mai di affascinarci. Ma resta ancora almeno un segreto da svelare: cosa significa quel topolino raffigurato ai piedi di Ganesh, e perché è tanto importante? Per saperlo, leggete qui sotto. Il dio dalla testa di elefante saprà ancora stupirvi.
Impariamo a cavalcare il nostro topolino interiore
Il popolare dio indù dalla testa di elefante, Ganesh, viene spesso rappresentato con un topolino ai suoi piedi. Talvolta il dio-elefante è addirittura “a cavallo” del topolino. Cosa significa questa immagine? Il topo – piccolo ma capace di fare danni – simboleggia il nostro ego: la nostra vanità, i desideri e i sentimenti più meschini che rodono il nostro animo. Come Ganesh, però, noi dobbiamo imparare a “cavalcare” il nostro ego: a tenere le redini delle nostre emozioni, a governarle, anziché farci dominare da esse. Talvolta il topolino viene raffigurato con dei dolcetti fra le zampe: è il nostro ego che cerca di sedurci. Ma Ganesh lo controlla, come noi dobbiamo controllare la mente e i desideri. Cioè cavalcare il nostro “topolino interiore”.
La Cofradía del Señor Atado a la Columna fue fundada en el año 1804, en el desaparecido convento de Santa Fe por feligreses devotos de la Imagen del Señor Atado a la Columna.
Esta cofradía porta en sus desfiles procesionales tres pasos y una peana. El paso titular es el del Señor atado a la Columna, una talla de gran tamaño obra de J.J Bueno Gimeno en el año 1949. Un segundo paso, el de la Flagelación, es obra de Antonio Hernández tallado en el año 1998. Un paso de Palio, el de Nuestra Señora de la Fraternidad en el Mayor Dolor, es obra del escultor sevillano, afincado en Gijón, Pedro García Borrego y que data del año 1991. Por último, el antiguo Cristo Atado a la Columna, es portada en una pequeña peana a hombros desde 1980.
Esta cofradía realiza tres procesiones. La primera tiene lugar en la tarde del Domingo de Ramos, del nuevo convento de Santa Fe hasta la Iglesia de Santiago el Mayor, sede canónica de la cofradía, e iglesia de la cual saldrá el Jueves Santo por la tarde su procesión titular. Alrededor de las tres cuartas partes de sus cofrades acompañan a sus cuatro pasos en un amplísimo itinerario, para terminar en la Iglesia de San Cayetano. De esta última partirán formando parte de la procesión del Santo Entierro, el Viernes Santo.
Sus cofrades visten túnica blanca, capirote y cíngulo rojos. Los portadores de la peana y los miembros de la Sección de Instrumentos que tocan el bombo, cubren su cara con un tercerol de color rojo. Zapatos y calcetines negros completan el hábito.
Décidément, les marguerites ce jour-là fleurissaient tous les sanctuaires.
Au fur et à mesure, l'émotion, suscitant immédiatement la dévotion.
Nul ne peut se montrer insensible à ce genre de scène éternelle.
Une Maman qui avise ses enfants, car Elle-même avisée du Bon Dieu, qui tout dispense à travers Elle et aux humains.
Voici Marie. Voici la Mère de tous les enfants que nous sommes dans nos âmes.
Sa maternité divine et tendre, puissante, aimante, protège , guide, éclaire tous ceux qui l'aiment. C'est la nôtre, spirituelle.
Lorsque vous regardez Marie, c'est cela que vous voyez.
Si ça ne va pas, regardez-Là, puis priez-Là.
Vous vous sentirez mieux.
Aux enfants, dont le coeur est encore pur, elle dit simplement de prier , puis de la garder dans leur coeur, de dire le chapelet, de se conduire bien, de suivre ses conseils, de se consacrer à elle, de s'ouvrir à Dieu par la prière comme la fleur au soleil levant, de se confesser chaque mois....
Elle dit aussi, que si ils prient bien, tout le temps, vraiment, avec l'amour dans le coeur, si ils croient au projet de Dieu sur eux, elle sera avec eux par le coeur, qui suivra attentivement leur marche.
Ici, l'on marche assez difficilement pour rejoindre ces étapes pieuses, et l'on ne voit que Marie, puis le pur paysage qui l'entoure.
Alors le coeur se purifie, par la grâce éternelle de Marie, descendue spécialement pour nous, ici, dans ce bouquet, sur ces statues, qui soudain prennent vie pour nous aider à retrouver cette âme d'enfant qui prie, tout simplement.
SEMANA SANTA-PROCESIONES-TARRAGONA-PINTURA-ARTE-CUADROS-PINTOR-ERNEST DESCALS-
Escenas místicas y religiosas de la Procesiones de Semana Santa en Tarragona,Catalunya, Cataluña, España.Miembros de las Cofradias llevando a hombros las imágenes y la reliquias en los momentos de volver a entrar en las iglesias donde de guardan habitualmente y que forman parte del culto religioso de los feligreses y devotos.Cuadros en Pintura al óleo del artista Pintor ERNEST DESCALS siempre atento a los asuntos de la espiritualidad y sus implicaciones humanas.Obras de Arte sobre las diversas Semanas Santas catalanas y españolas.Antiguas y venerables Tradiciones que las personas sienten como muy suyas.
cuadrosernestdescals.blogspot.com/
ernestdescals-lahistoriadelpintor.blogspot.com/
pintura-cuadros-ernestdescals.blogspot.com/
RELIGIOUS ART PAINTINGS ERNEST DESCALS ARTIST PAINTER.
Les officiants très dignement , simples et en dévotion toute particulière en ce grand et beau jour, saluent le Seigneur présent sur l'autel par son esprit.
Les cérémonie ont pris fin.
Chacun repartira chez soi, rempli de joie, car Marie si bien fêtée et pour laquelle on s'est déplacé, repartira Elle aussi dans le coeur de chacun, guidant ses pas.
On remarquera que le jeune servant s'est joint comme un grand aux prêtres, déjà si bien positionné dans sa lumineuse mission.
Que Marie la lui ancre au coeur et à ce Port, le bon, vers qui le bateau revient toujours.
Chacun est une barque.
Il prend la mer.
Affronte vents et marées, vagues, houle, tempêtes.
Mais s'il sait naviguer, il arrivera à bon port car l'Esprit Saint soufflera dans ses voile.
Justement : ici c'est Marie du BON PORT.
"Tout ce qui s'est manifesté est lumière,
c'est pourquoi l'on dit :
"Eveille-toi, toi qui dors, lève-toi d'entre les
morts et sur toi le Christ resplendira"
(Saint Paul aux Ephésiens 5-14)
On peut voir sur cette image une partie des remarquables chapiteaux historiés, constituant l'hémicylcle du choeur de la Basilique, qui en montrent une part de ce qu'elle a de plus significatif.
I Battenti devoti a San Pellegrino, giunti ad Altavilla Irpina in provincia di Avellino, hanno sfilato per rendere omaggio al proprio Santo. La tradizione si tramanda da padre in figlio, il rito si conclude presso l'altare di San Pellegrino dove sono esposte le sue Reliquie.
La Virgen de la Nube, compañera de andas del Señor de los Milagros, fue traída a Lima desde el Ecuador, regularizándose su culto público en Quito y en Lima en el año 1697. Entre sus múltiples gracias los devotos usan pedirle salud, trabajo, valentía y el cuidado de la patria.
Esta imagen, colocada en el reverso del Señor de los Milagros de Nazarenas, recién aparece mencionada en la relación de sucesos del 20 de octubre de 1747 por el cronista Don Eusebio de Llano Zapata. La tela donde está pintada la efigie del Señor de los Milagros de Nazarenas es mucho más antigua que la de nuestra Señora de la Nube; además, la advocación de esta figura de la Virgen, de origen ecuatoriano, data del domingo 30 de diciembre de 1696. Lo que se ignora, por falta de documentación al respecto, es el nombre de los artistas encargados de pintar ambas telas.
De la relación de sucesos del cronista Don Eusebio de Llano Zapata, del 20 de octubre de 1747 sobre la Procesión del Señor de los Milagros de las Nazarenas, encontramos el siguiente texto: "...salió por la mañana la imagen de su templo, visitando las calles, ramadas, iglesias y monasterios y duro la procesión cinco días... ese año alargó mucho su recorrido y al reverso de la imagen se veía otra de Nuestra Señora de la Nube, advocación quiteña que se había aparecido en el cielo de dicha ciudad en 1696".
El origen de la imagen es esta: antaño, profesaron algunas religiosas ecuatorianas en el Monasterio de las Madres Nazarenas de Lima y como las noticias acerca de las milagrosas apariciones de la Señora de la Nube se publicaron y difundieron en toda la ciudad, las religiosas lograron que la Priora Madre Bárbara Josefa de la Santísima Trinidad (una de sus fundadoras), el Consejo Directivo y el resto de la comunidad, decidieran rendir un merecido y grato homenaje a la memoria y la tierra ecuatoriana de la fundadora del Instituto Nazareno, Madre Antonia Lucía del Espíritu Santo.
Es así que se incorporan el lienzo con la imagen de la Virgen de la Nube a las Andas del Señor de los Milagros de las Nazarenas.
Au centre du panneau, une représentation de Shiva derrière le Linga avec deux dévots
Durant la période coloniale britannique, au 19ème siècle, des marchands de l'est du Rajasthan se sont déplacés dans les villes côtières : Bombay, Madras, Calcutta où ils ont obtenu le quasi-monopole du commerce et se sont fortement enrichis. Ils ont alors construit dans leur région d'origine, où étaient restées leurs familles, de luxueuses maisons appelées les Haveli, véritables signes extérieurs de richesse.
Une Haveli est construite autour de cours intérieures. La première cour sert aux réceptions et aux transactions commerciales, La deuxième cour est réservée à la famille. Les chambres sont à l'étage.
Les maisons sont entièrement décorées avec des fresques relevant de l'art populaire (ou naïf) et représentant des scènes mythologiques mais également contemporaines, montrant les objets et modes de vie des grandes villes.
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Fatehpur, est une ville du Shekhawati au Rajasthan (Inde) riche de plusieurs centaines de haveli (maisons traditionnelles de marchands parfois de très grandes dimensions) aux foisonnants décors peints dans un style naïf. Ce type d'architecture, datant du XIXème siècle ou du début du XXème, constitue indéniablement un des attraits touristiques du Rajasthan.
Toutefois ces maisons sont pour la plupart dans un état de dégradation avancée et se trouvent dans un environnement urbain particulièrement sale. A Fatehpur comme dans les autres villes de la région, l'omniprésence de déchets accumulés depuis des mois dans les rues est l'un des sujets d'étonnement des occidentaux qui parcourent cette région, réputée touristique.
Article de Wikipedia sur Fatehpur
Modesta per proporzioni e per arte, è tuttavia tanto cara ai devoti del Santo.
Dopo l'oratorio costruito vicino al letto del fiume (1435), San Francesco edificò una chiesetta che dedicò al Santo di Assisi (1454). Essa corrisponde all'attuale Cappella del Santo e all'odierno coro inferiore; aveva l'ingresso dove è ora il mausoleo del principe Salvatore Spinelli.
Resa insufficiente in seguito all'accresciuto numero dei religiosi ed all'affluenza dei fedeli, il Santo pensò di ingrandirla (1469-1474).
Aggiunse casi una larga navata, con doppia volta a crociera, in senso trasversale alla primitiva chiesa ed una navata minore a destra.
Fu creato anche il nuovo ingresso: l'attuale. La nuova chiesa venne dedicata a Santa Maria degli Angeli.
Ai lavori di ampliamento di quest'ultima chiesa si riconnette la maggior parte dei miracoli compiuti dal Santo, dei quali tuttora il visitatore vede i luoghi e i ricordi nella " Zona dei Miracoli". Distrutta nel Luglio 1555 da una masnada di pirati turchi, la chiesa assieme al convento venne in breve riedificata.
Nel 1700 Mons. Giuseppe Perrimezzi, Vescovo Minimo nativo di Paola, pensò di abbellirla secondo il discutibile gusto del tempo, ricoprendola di pesanti stucchi.
Dopo importanti "lavori di consolidamento del vecchio edificio del Santuario, rimosse le sovrastrutture e gli stucchi di un cattivo barocco settecentesco, sono stati riportati alla luce gli elementi architettonici primitivi, in pietra viva, dovuti personalmente a San Francesco.
Gode del privilegio dell'Indulgenza Plenaria quotidiana perpetua. Nel 1928 è stata insignita del titolo di Basilica dal Papa Pio XI.
fonte : www.santuariopaola.it
La Hermandad y Cofradía de Nazarenos de Nuestro Señor Jesús de la Humildad entregado por el Sanedrín y María Santísima del Dulce Nombre celebró la pasada semana el solemne y devoto Quinario con besamanos en honor a Nuestro Señor Jesús de la Humildad, titular de esta corporación, culto con el que la Hermandad da inicio a la Cuaresma.
Los tres primeros días de quinario el Señor estuvo ataviado con su túnica de morada y con mantolín de seda como nunca antes había lucido, colocado sobre el canasto del primer paso del que tuvo la Hermandad, completado con monte compuesto por flor estátice en color blanco y morado, musgo, diversas rosas rojas en representación al amor de Jesús y cardos cuyo significado es muerte y resurrección. Sobre el monte también se dispusieron diversos símbolos de la pasión, la corona de espinas, los dados y las tenazas. Detrás de Jesús de la Humildad se situó la cruz de guía e ilumniaban el altar de cultos los cuatro faroles del paso primitivo de la hermandad así como cuarto candelabros de bronce, todos ellos con cera de color tiniebla.
Los dos últimos días el Señor bajó del monte para ser puesto en besamanos sobre el peanil del palio de la Virgen del Dulce Nombre, que a su vez fue subida al altar vestida de hebrea con rostrillo de tisú de plata, portando en su mano izquierda un rosario de plata. Por su parte, Jesús de la Humildad, vistió estos dos días su túnica de tisú bordada por el taller de bordado de la hermandad, luciendo en su cingulo la medalla de la casa de Andalucía y un bronce de oro con las letras JHS regalo del que fue prioste de la Hermandad de la Esperanza de Triana, José Sanroman. En esta ocasión el Señor sí que portaba las potencias doradas de salida a diferencia de los tres días anteriores que no lo hizo. El fondo del altar estuvo compuesto ambos días por un telón de brocados y terciopelos de color granate.
El último día del quinario tuvo lugar el VI Pregón de la Juventud Cofrade, que este año corrió a cargo de Víctor Carazo Castel que lleno la iglesia del convento de Santa Mónica. No faltaron a la cita su querida Banda de cornetas y tambores San Pablo que le tributo un homenaje al finalizar el pregón interpretando la marcha "Mi plegaria". El pregón, lleno de sentimientos cofrades, estuvo interrumpido en varias ocasiones por los aplausos del público, y aun resuenan en las paredes del templo las palabras sinceras y de compromiso que Víctor expresó.
Texto extraido de; pasionenzaragoza.blogspot.com.es/2015/02/el-quinario-jesu...
b>Le taureau Nandi, la monture de Shiva devant le sanctuaire du dieu
Les dévots placent un message écrit pour Shiva derrière une de ses oreilles
(photo iphone)
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Ce temple, de style dravidien tardif, reconstruit au milieu du XVIIème siècle, est une véritable cité religieuse en plein coeur de la ville de Madurai.
Il comprend deux sanctuaires situés dans l'enceinte et reliés par de multiples couloirs, salles aux mille piliers et bassins d'ablutions :
- celui consacré à Meenakshi, la déesse "aux yeux en forme de poisson" ,
- celui consacré à Sundareshwara, son époux
Meenakshi est la soeur de Vishnou et l'épouse de Shiva (incarné en Sundareshwara) . Elle est une des formes de Parvati.
Chaque soir, l'époux est conduit en procession auprès de sa déesse pour s'unir symboliquement et renouveler l'énergie de l'Univers. Le matin, il est reconduit dans son sanctuaire.
Les non-hindous ne peuvent pénétrer dans les deux sanctuaires mais peuvent circuler dans les autres parties du temple, à condition d'être sans chaussures et de laisser leurs appareils photographiques à l'entrée. Seuls les téléphones portables sont permis et ils peuvent être utilisés.
Ce temple est caractéristique du style dravidien, propre à l'Inde du sud, avec ses douze gopuram(s) qui se dressent au-dessus des murs du temple.
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Site du temple de Meenakshi
Article Wikipedia sur Madurai
Extrait de la cérémonie de l'Aarti qui se déroule chaque soir dans le temple
Al Altar del Perdón fue llevada una de las imágenes más populares entre los devotos de la Ciudad de México. Es el Cristo Negro o Señor del Veneno, que anteriormente se ubicaba en la Capilla de San Isidro Labrador. Sin embargo, ante la enorme popularidad que tiene, fue llevado mejor a acompañar las misas ordinarias del día a día de la Catedral, contando con hasta dos libros de intenciones para quien quiera solicitar una misa o una mención durante la celebración. Su fiesta es cada 19 de octubre.
La devoción es tal, que no importa que lo que hoy se venera en el Altar del Perdón es, de hecho, una réplica. El Señor del Veneno fue uno de los damnificados por el incendio de 1967, en el que se quemó el Retablo del Perdón (sensiblemente incluyendo la pintura de Simón de Pereyns que albergaba), parte del coro, incluyendo una pintura de Juan Correa y, por supuesto, la escultura original del Cristo Negro.
La imagen original se encontraba, de hecho, en el templo de Porta Coeli, único vestigio de un antiguo colegio dominico en la calle de Venustiano Carranza. La leyenda cuenta que un ladrón que quería robar la iglesia, colocó veneno en los pies del Cristo, pues sabía que el padre, antes de dormir rezaba frente a la imagen y, al terminar, besaba sus pies. Sin embargo, la escultura milagrosamente absorbió el veneno, tornándose negro. Ante las pequeñas dimensiones de Porta Coeli y la popularidad del Cristo, fue llevado a la Catedral en 1928 (aunque encuentro otro artículo que habla del traslado en 1935 y por causa del cierre del seminario de Porta Coeli). Sus devotos le piden que absorba sus dolencias, enfermedades y problemas.
Esta imagen participó en el juego En otro lugar de Flickr
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El Vía Crucis a la Cruz del Campo de Sevilla, parece ser que es el único Vía Crucis de este tipo (callejero) que existe en España, fue lo que proporcionó a la ciudad la actual Semana Santa conocida en gran parte del mundo.
Don Fadrique Enríquez de Ribera, primer marqués de Tarifa y Adelantado mayor de Andalucía, gran devoto a todo lo que rodea la santidad, instaura la celebración del Santo Vía Crucis, en la Cuaresma del año 1521, dando inicio en la Capilla de las flagelaciones, dentro de su palacio de Sevilla, ubicado en la Casa de Pilatos, hoy propiedad de los duques de Medinaceli, y haciendo que finalizara en un pilar ubicado en la antiguamente conocida como Huerta de los Ángeles, a pocas manzanas del posterior lugar de finalización (desde el año 1630), el humilladero de la Cruz del Campo que fue construido en 1380 por una cofradía de negros. De esta manera se recorren los supuestamente 997 metros o lo que es lo mismo los 1321 pasos que se supone separaba el pretorio de Pilatos, del Monte Calvario (de ahí surge una de las leyendas del nombre de la casa del noble). Se celebró hasta el año 1873 que dejó de hacerlo.
El 8 de marzo del año 1957 los descendientes del Marqués de Tarifa restablecen el Vía Crucis al que catorce cofradías penitenciales de Sevilla costean las representaciones con sus imágenes de las 14 estaciones existentes que son bendecidas por el Cardenal Bueno Monreal (como indica un mármol conmemorativo del momento), pero a los pocos años vuelve a dejar de oficiarse.
El 8 de marzo del año 1975 el Consejo de Hermandades y Cofradías de Sevilla trató de establecer como novedad el Vía Crucis de las Hermandades haciendo caso omiso a su anterior existencia.
El Vía Crucis sevillano (de la Cruz del Campo)
El original iniciado por el Marqués de Tarifa comenzaba en el interior de la Casa de Pilatos, en la Capilla de las flagelaciones y terminaba y constaba de 12 estaciones que terminaban en un pilar cercano al Templete donde se indica su finalización.
Desde el año 1630 se cambió tanto el inicio como el final del recorrido iniciándose desde el retablo de mármol existente en la fachada de la Casa de Pilatos y terminando en el Templete.
En el año 1720 se amplió el número de estaciones pasando de 12 a 14.
Se trata de un recorrido donde se realizan 14 estaciones a lo largo de varias calles céntricas de la ciudad y en una distancia de aproximadamente 2 km. Cada estación está representada por una escena (al mismo tiempo copiada de las distintas cofradías que procesionan cada año por la ciudad) que muestra distintos momentos que se sucedieron durante el camino al Monte Calvario, realizada en azulejos (algunos datan de 1957 y la mayoría de finales del siglo XX, cambiados por el deterioro que habían sufrido) y con una leyenda indicativa del momento, en sus primeros años y siglos de procesión las estaciones estaban señaladas con cruces y peanas que fueron sustituidas por estos azulejos.
La primera de las estaciones está situada en la misma Casa de Pilatos estando situada la última estación que da fin al mismo en el Templete o Humilladero de la Cruz del Campo.
El Templete o Humilladero
Su fecha de construcción es dudosa siendo datado por unos el año 1380, cuando lo edificaron los hermanos de la cofradía o hermandad de negros llamada Nuestra Señora de los Ángeles (existente desde el siglo XIV y fundada por el arzobispo Gonzalo de Mena) situando en su interior una modesta cruz de madera y otros indican que fue en 1482 siendo responsable de tal hecho el corregidor de Sevilla Don Diego de Merlo (según indica en la cúpula del Templete, pero también se elucubra que el corregidor realizó una reforma) que cambió la cruz de madera por una de piedra y la cubrió con el templete mudéjar, la actual cruz de mármol se atribuye a Juan Bautista Vázquez “el viejo”, tallada con las imágenes de Cristo y María en el año 1571. La fecha de restauración definitiva parece que fue el año 1521. Desde el año 1630 se convirtió en punto de finalización del Vía Crucis.
Tras innumerables años de promesas de restauración, debido al pésimo estado en que se encontraba el Templete, en el año 2007 comienzan las obras, finalizadas el 29 de febrero de 2008 con la bendición del Cardenal Carlos Amigo Vallejo de Sevilla.
Fue en el año 1536 cuando el Marqués de Tarifa compró el Humilladero (antes los propietarios eran los frailes del monasterio de San Benito Abad), lo desplazó de lugar y lo hizo coincidir con la distancia recorrida por Jesús durante su Pasión. Este hecho fue el primer paso para constituir lo que posteriormente fuera conocida como Semana Santa ya que varias hermandades de Sevilla hacían la Estación de Penitencia al Humilladero de la Cruz del Campo. Pocos años después, en 1604, el Cardenal Niño de Guevara decide que la Estación de Penitencia se haga a la Catedral de Sevilla y las situadas en Triana en la iglesia de Santa Ana.
La Casa de Pilatos es un palacio situado en la ciudad española de Sevilla, en Andalucía. El edificio es una combinación de los estilos renacentista italiano y el mudéjar español. Es considerada prototipo de palacio andaluz.
El origen de su nombre, Casa de Pilatos, proviene de un Vía Crucis que se comenzó a celebrar en la ciudad en la década de 1520 (se conservan los azulejos que representan cada una de las estaciones a lo largo del mismo). Al principio comenzó a celebrarse en el interior de la capilla dentro de la propia casa. En 1529, debido a que el número de personas para realizar la estación de penitencia había crecido tanto que decidieron empezarla junto a la puerta del edificio en lo que vino a considerarse la primera estación siendo finalizada en el templete de la Cruz del Campo, y siguiendo los sucesos de Cristo. Joaquín González Moreno, archivero de la Casa de Pilatos y conservador del Palacio durante más de 30 años, fue la persona que recuperó esta tradición al localizar la documentación que sobre este hecho existía en el archivo de Medinaceli de Madrid y restablecer en 1971 el Vía Crucis de la Cruz del Campo, que durante el siglo XVI sería el germen de la Semana Santa en Sevilla.
A Mongiuffi, un piccolo paese dell’entroterra Taorminese, in Provincia di Messina, troviamo antichissima la devozione per San Leonardo. Tutto il popolo, molto devoto per le tante grazie ottenute tramite l’intercessione di San Leonardo, lo ha eletto a suo speciale Patrono e Protettore ed ogni anno, il 6 novembre, ne celebra la festa con grande solennità. Il momento più emozionante si ha quando, durante la processione di mezzogiorno, tutti i fedeli riunitisi al centro del Paese, donano al Santo Patrono una Ciambella (Cuddura) di pasta di pane intrecciata ed abbellita artigianamente, in segno di devozione e ringraziamento.La festa, unica nella sua particolarità e nella fede degli abitanti inizia con la Novena (preghiera insistente fatta con determinazione e costanza per nove giorni conseguitivi) nella fiducia di poter ottenere ciò che il cuore di ognuno desidera e con l’avvio della lavorazione artigianale delle “cuddure”. Per la realizzazione di queste particolari “ciambelle” vengono utilizzati centinaia di chili di farina di frumento che in passato veniva donata dagli abitanti di Mongiuffi. Dopo la lavorazione delle ciambelle, si imprime l’immagine di San Leonardo. Il 1° Novembre, solennità di tutti i Santi, vengono preparate, sempre a mano, le artistiche “cudure” dei 4 angioletti e del Santo. Abilità ed impegno fanno sì che queste divengano vere e proprie opere d’arte.La “cudura” del Santo viene decorata con rose e ornamenti vari creati con la pasta, facendo sì che diventi un vero e proprio gioiello della minuziosa arte creativa, che attira tutt’oggi molti curiosi. La vigilia della festa, quando ormai è tutto pronto, si svolge la benedizione delle “cuddure”. Nel borgo l’atmosfera di solennità sale di ora in ora. Gli abitanti di abitanti di Mongiuffi e tutti gli altri devoti che accorrono si recano nella Chiesa di San Leonardo per pregare e cantare al Santo Patrono e assistere all’apertura della cappella e alla discesa del simulacro. Al canto dell’inno di San Leonardo il simulacro collocato dentro la vara, scende sino al centro della Chiesa. La Statua dall’aspetto dolcissimo sembra volgere il suo sguardo per rassicurare i suoi fedeli della sua protezione. A quella vista si commuovono i cuori e si inumidiscono gli occhi. L’artistica statua del Santo viene mostrata al pubblico tre volte soltanto: il giorno di capodanno; il giorno di Pasqua ed il 5 Novembre vigilia della festa.All’alba del 6 Novembre al suono delle campane i fedeli si ritrovano in Chiesa per la recita dell’Ufficio (tradizionale ufficiatura in onore del Santo Patrono e Protettore). Intorno alle 10:30 si svolge la Santa Messa Solenne, al termine vi è la tradizionale processione per le vie del paese. Il momento più emozionante, verso mezzogiorno, quando tutto il popolo riunitosi in piazza fontana, al centro del paese, dona al Santo Patrono la ciambella (cuddura) di pasta di pane intrecciata e abbellita artigianalmente in segno di devozione e ringraziamento. Subito dopo vengono distribuite le “cuddure” più piccole a tutti i devoti presenti a questo importante e caratteristico evento. La sera del 6 Novembre i devoti si ritrovano nuovamente nella Chiesa Madre dove vengono celebrati i vespri e l’eucarestia. Tra le luci della notte esce la processione. Al rientro del simulacro in piazza del Carmine vi è il grandioso spettacolo piro - musicale. La sera del 7 Novembre il Santo Patrono si riporta in processione nella Chiesa a Lui intitolata dove viene risposto nella sua cappella. La festa si conclude con l’atto di affidamento del paesino di Mongiuffi Melia al Santo e l’emozionante chiusura della porta che terrà custodita la statua
A Mongiuffi, un piccolo paese dell’entroterra Taorminese, in Provincia di Messina, troviamo antichissima la devozione per San Leonardo. Tutto il popolo, molto devoto per le tante grazie ottenute tramite l’intercessione di San Leonardo, lo ha eletto a suo speciale Patrono e Protettore ed ogni anno, il 6 novembre, ne celebra la festa con grande solennità. Il momento più emozionante si ha quando, durante la processione di mezzogiorno, tutti i fedeli riunitisi al centro del Paese, donano al Santo Patrono una Ciambella (Cuddura) di pasta di pane intrecciata ed abbellita artigianamente, in segno di devozione e ringraziamento.La festa, unica nella sua particolarità e nella fede degli abitanti inizia con la Novena (preghiera insistente fatta con determinazione e costanza per nove giorni conseguitivi) nella fiducia di poter ottenere ciò che il cuore di ognuno desidera e con l’avvio della lavorazione artigianale delle “cuddure”. Per la realizzazione di queste particolari “ciambelle” vengono utilizzati centinaia di chili di farina di frumento che in passato veniva donata dagli abitanti di Mongiuffi. Dopo la lavorazione delle ciambelle, si imprime l’immagine di San Leonardo. Il 1° Novembre, solennità di tutti i Santi, vengono preparate, sempre a mano, le artistiche “cudure” dei 4 angioletti e del Santo. Abilità ed impegno fanno sì che queste divengano vere e proprie opere d’arte.La “cudura” del Santo viene decorata con rose e ornamenti vari creati con la pasta, facendo sì che diventi un vero e proprio gioiello della minuziosa arte creativa, che attira tutt’oggi molti curiosi. La vigilia della festa, quando ormai è tutto pronto, si svolge la benedizione delle “cuddure”. Nel borgo l’atmosfera di solennità sale di ora in ora. Gli abitanti di abitanti di Mongiuffi e tutti gli altri devoti che accorrono si recano nella Chiesa di San Leonardo per pregare e cantare al Santo Patrono e assistere all’apertura della cappella e alla discesa del simulacro. Al canto dell’inno di San Leonardo il simulacro collocato dentro la vara, scende sino al centro della Chiesa. La Statua dall’aspetto dolcissimo sembra volgere il suo sguardo per rassicurare i suoi fedeli della sua protezione. A quella vista si commuovono i cuori e si inumidiscono gli occhi. L’artistica statua del Santo viene mostrata al pubblico tre volte soltanto: il giorno di capodanno; il giorno di Pasqua ed il 5 Novembre vigilia della festa.All’alba del 6 Novembre al suono delle campane i fedeli si ritrovano in Chiesa per la recita dell’Ufficio (tradizionale ufficiatura in onore del Santo Patrono e Protettore). Intorno alle 10:30 si svolge la Santa Messa Solenne, al termine vi è la tradizionale processione per le vie del paese. Il momento più emozionante, verso mezzogiorno, quando tutto il popolo riunitosi in piazza fontana, al centro del paese, dona al Santo Patrono la ciambella (cuddura) di pasta di pane intrecciata e abbellita artigianalmente in segno di devozione e ringraziamento. Subito dopo vengono distribuite le “cuddure” più piccole a tutti i devoti presenti a questo importante e caratteristico evento. La sera del 6 Novembre i devoti si ritrovano nuovamente nella Chiesa Madre dove vengono celebrati i vespri e l’eucarestia. Tra le luci della notte esce la processione. Al rientro del simulacro in piazza del Carmine vi è il grandioso spettacolo piro - musicale. La sera del 7 Novembre il Santo Patrono si riporta in processione nella Chiesa a Lui intitolata dove viene risposto nella sua cappella. La festa si conclude con l’atto di affidamento del paesino di Mongiuffi Melia al Santo e l’emozionante chiusura della porta che terrà custodita la statua
Els orígens del Temple Expiatori de la Sagrada Família es remunten al 1866, any en què Josep Maria Bocabella i Verdaguer funda l'Associació Espiritual de Devots de Sant Josep, que a partir de l'any 1874 promou la construcció d'un temple expiatori dedicat a la Sagrada Família. L'any 1881 i gràcies a diversos donatius, l'Associació compra una parcel·la de terreny de 12800m² entre els carrers de Marina, Provença, Sardenya i Mallorca per construir-hi el temple.
La primera pedra es posa el 19 de març de 1882, festivitat de Sant Josep, en un acte solemne que presideix el bisbe de la ciutat, Josep Urquinaona. A partir d'aleshores se n'inicia la construcció, que comença per la cripta situada a sota de l'absis segons un disseny neogòtic de l'arquitecte Francisco de Paula del Villar y Lozano. Aquest, poc temps després i per discrepàncies amb els promotors, abandona la direcció de l'obra i l'encàrrec passa a mans d'Antoni Gaudí.
Després d'assumir el projecte el 1883, Gaudí construeix la cripta, que enllesteix el 1889. Mentre inicia les obres de l'absis (i del claustre), els treballs segueixen a bon ritme gràcies als donatius rebuts. Quan es rep un important donatiu anònim, Gaudí es planteja fer una obra nova i major: desestima l'antic projecte neogòtic i en proposa un de nou més monumental i innovador tant pel que fa a les formes com i a les estructures, com a la construcció. El projecte de Gaudí consisteix en una església de grans dimensions amb planta de creu llatina i torres de gran alçària; concentra una important càrrega simbòlica, tant en forma arquitectònica com escultòrica, amb l'objectiu final de ser una explicació catequètica de les ensenyances dels Evangelis i de l'Església.
El 1892 comença els fonaments per a la façana del Naixement perquè, segons manifesta Gaudí mateix, "Si enlloc de fer aquesta façana decorada, ornamentada i turgent, hagués començat per la de la Passió, dura, pelada i com feta d'ossos, la gent s'hauria retret". El 1894 queda enllestida la façana de l'absis i el 1899 el Portal del Roser, un dels accessos al claustre del Naixement.
Paral·lelament a aquests treballs, a l'angle sud-oest del temple, l'any 1909 Gaudí hi construeix les Escoles Provisionals de la Sagrada Família, destinades als fills dels treballadors de la Sagrada Família i als nens del barri que formen part de la seva parròquia.
En morir Gaudí, assumeix la direcció de les obres el seu estret col·laborador Domènec Sugrañes, fins al 1938. Després en són directors Francesc de Paula Quintanai Vidal, Isidre Puigi Boada, Lluís Bonet i Garí, col·laboradors de Gaudí, persones que conegueren el mestre i que fins a l'any 1983 dirigiren l'obra. Posteriorment en foren directors Francesc de Paula Cardoner i Blanch, Jordi Bonet i Armengol i Jordi Faulí i Oller que n'ocupa el càrrec actualment, des del 2012.
El Temple Expiatori de la Sagrada Família és una església de cinc naus amb creuer de tres, que formen una creu llatina. Les seves mides interiors són: nau i absis, 90 metres; creuer, 60 metres; ample de la nau central, 15 metres; laterals 7'5 metres, la nau principal en total 45 metres; amplada del creuer, 30 metres. L'església ha de disposar de 18 torres (12 que simbolitzen els apòstols, 4 els evangelistes i 2 més dedicades a Maria i a Jesús), de diferents altures d'acord amb la jerarquia simbòlica que representen.
El portal de la Caritat és la part del pòrtic és dedicada a la virtud teologal de la caritat o amor cristià i a Jesús.
Corona el portal de la Caritat o Amor Cristià, per damunt de diversos símbols eucarístics, un xiprer envoltat de coloms blancs. El xiprer, arbre de llarga vida i fulla perenne, associat des d'antic als llocs sagrats, simbolitza l'eternitat de l'amor de Crist. El xiprer és l'arbre de la benvinguda de les cases de pagès.
Al peu del xiprer hi ha dues escales que evoquen l'escala de Jacob. Al darrere, un pont que uneix dos campanars.
Font: Temple Expiatori de la Sagrada Família.
Pàgina a la UNESCO World Heritage List.
Aquesta imatge ha jugat a En un lugar de Flickr.
Fernandez de Enciso y las vias del San Martín.
Atras, estación Devoto, adelante Galeria Devoto, y al fondo la plaza Arenales.
A Mongiuffi, un piccolo paese dell’entroterra Taorminese, in Provincia di Messina, troviamo antichissima la devozione per San Leonardo. Tutto il popolo, molto devoto per le tante grazie ottenute tramite l’intercessione di San Leonardo, lo ha eletto a suo speciale Patrono e Protettore ed ogni anno, il 6 novembre, ne celebra la festa con grande solennità. Il momento più emozionante si ha quando, durante la processione di mezzogiorno, tutti i fedeli riunitisi al centro del Paese, donano al Santo Patrono una Ciambella (Cuddura) di pasta di pane intrecciata ed abbellita artigianamente, in segno di devozione e ringraziamento.La festa, unica nella sua particolarità e nella fede degli abitanti inizia con la Novena (preghiera insistente fatta con determinazione e costanza per nove giorni conseguitivi) nella fiducia di poter ottenere ciò che il cuore di ognuno desidera e con l’avvio della lavorazione artigianale delle “cuddure”. Per la realizzazione di queste particolari “ciambelle” vengono utilizzati centinaia di chili di farina di frumento che in passato veniva donata dagli abitanti di Mongiuffi. Dopo la lavorazione delle ciambelle, si imprime l’immagine di San Leonardo. Il 1° Novembre, solennità di tutti i Santi, vengono preparate, sempre a mano, le artistiche “cudure” dei 4 angioletti e del Santo. Abilità ed impegno fanno sì che queste divengano vere e proprie opere d’arte.La “cudura” del Santo viene decorata con rose e ornamenti vari creati con la pasta, facendo sì che diventi un vero e proprio gioiello della minuziosa arte creativa, che attira tutt’oggi molti curiosi. La vigilia della festa, quando ormai è tutto pronto, si svolge la benedizione delle “cuddure”. Nel borgo l’atmosfera di solennità sale di ora in ora. Gli abitanti di abitanti di Mongiuffi e tutti gli altri devoti che accorrono si recano nella Chiesa di San Leonardo per pregare e cantare al Santo Patrono e assistere all’apertura della cappella e alla discesa del simulacro. Al canto dell’inno di San Leonardo il simulacro collocato dentro la vara, scende sino al centro della Chiesa. La Statua dall’aspetto dolcissimo sembra volgere il suo sguardo per rassicurare i suoi fedeli della sua protezione. A quella vista si commuovono i cuori e si inumidiscono gli occhi. L’artistica statua del Santo viene mostrata al pubblico tre volte soltanto: il giorno di capodanno; il giorno di Pasqua ed il 5 Novembre vigilia della festa.All’alba del 6 Novembre al suono delle campane i fedeli si ritrovano in Chiesa per la recita dell’Ufficio (tradizionale ufficiatura in onore del Santo Patrono e Protettore). Intorno alle 10:30 si svolge la Santa Messa Solenne, al termine vi è la tradizionale processione per le vie del paese. Il momento più emozionante, verso mezzogiorno, quando tutto il popolo riunitosi in piazza fontana, al centro del paese, dona al Santo Patrono la ciambella (cuddura) di pasta di pane intrecciata e abbellita artigianalmente in segno di devozione e ringraziamento. Subito dopo vengono distribuite le “cuddure” più piccole a tutti i devoti presenti a questo importante e caratteristico evento. La sera del 6 Novembre i devoti si ritrovano nuovamente nella Chiesa Madre dove vengono celebrati i vespri e l’eucarestia. Tra le luci della notte esce la processione. Al rientro del simulacro in piazza del Carmine vi è il grandioso spettacolo piro - musicale. La sera del 7 Novembre il Santo Patrono si riporta in processione nella Chiesa a Lui intitolata dove viene risposto nella sua cappella. La festa si conclude con l’atto di affidamento del paesino di Mongiuffi Melia al Santo e l’emozionante chiusura della porta che terrà custodita la statua
Gauchito Gil: Corrientes espera cerca de 100 mil devotos
Se cumple un nuevo aniversario de la muerte del santo Gauchito Gil en el día de su aniversario de su muerte, 8 de enero, miles de devotos van a su santuario profano. Fue decapitado el 8 de enero de 1878.
Cerca de cien mil devotos del Gauchito Gil se espera que arriben al santuario ubicado en la localidad correntina de Mercedes al cumplirse un nuevo aniversario de su fallecimiento.
Los fieles del llamado “gaucho milagroso”, que provienen de distintos puntos de la Argentina y de países limítrofes, llegan al santuario en todo tipo de vehículos, incluidos caballos y bicicletas.
Pedidos especiales de prosperidad. Patrono de las urgencias y de las gestiones de suma necesidad: su invocación ha traído la dicha a miles de personas que no dejan de agradecerle lo que Gil, el gaucho milagroso, les devuelve; a cambio, eso sí, de cumplir con lo que uno ha prometido.
La oración al Santo: el primer camino
Cualquier fórmula o ritual para invocar al Gauchito debe comenzar por la oración tradicional. Recite los siguientes versos:
“Gauchito Gil, te pido, humildemente,se cumpla por tu intermedio el milagro que te pido; te prometo que cumpliré mi promesa y, ante Dios, te haré ver, y te brindaré mi fiel agradecimiento y demostración de Fe, en Dios, y en vos, Gauchito Gil. Amén”.
fuente: www.revistapredicciones.com/el-gauchito-gil-ayuda-a-los-n...
Nos cuenta Félix Coluccio que el gaucho Antonio Mamerto Gil Núñez, o Antonio Gil, o Curuzú Gil tenía a mediados del siglo pasado, una banda que despojaba de dinero a los ricos para dárselo a los pobres. La denominación curuzú significa cruz.
Se cree que nació en el departamento correntino de Mercedes (antes denominado Pay Ubre), en cuyo cementerio se encuentra su cuerpo; murió un 8 de enero de 1878.
Su primer acto milagroso sucedió momentos antes de su muerte. El dijo a su futuro verdugo que una vez que le diera muerte, iba a ir a su casa y encontraría a su hijo muy enfermo, pero que si lo invocaba, sanaría. Una vez decapitado, el comandante llevó la cabeza en sus alforjas a Goya, y el verdugo no dejó el cuerpo a las alimañas, dándole sepultura. Este mismo sargento-verdugo al llegar a su casa vió que sucedía lo que dijo el gauchito, entonces, volvió al lugar de la ejecución y puso una cruz de espinillo (algunos dicen que de ñandubay); al poco tiempo la gente comenzó a visitar el algarrobo y la tumba, dejando ex-votos y velas encendidas.
Los dueños del campo, de apellido Speroni, al ver el peligro que significaban las velas encendidas en el campo, hicieron trasladar la tumba al cementerio de Mercedes... pero al poco tiempo cayó gravemente enfermo con un mal que degeneró en locura, los médicos lo desahuciaron y él, en un momento de lucidez, prometió que si el gauchito lo sacaba de la cruel y desconocida enfermedad, le haría un monumento fúnebre... al momento curó y edificó un pequeño santuario de piedra que aún hoy se puede observar... de allí en más fueron varios lo milagros del gaucho y su culto se expandió por gran parte del territorio argentino. Actualmente compite cabeza a cabeza con otra creencia popular de magnitud: la Difunta Correa.
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Acaba de ser premiada como 'Catalana del Año'. La monja más mediática de Cataluña es argentina, catalana de adopción, seguidora incondicional del Barça y devota de su compatriota
Sor Lucía Caram (Tucumán, Argentina, 1966) es dominica contemplativa y llegó hace 19 años a Manresa, al Convento de Santa Clara, donde hoy vive con cuatro hermanas de Congregación. Lejos de dedicarse sólo a la vida claustral, a la oración y a la contemplación, hace una labor social incansable a favor de las personas más desfavorecidas y vulnerables. Ha impulsado, entre otros, varios proyectos, como el Grupo de Diálogo Interreligioso de Manresa, el Proyecto MOSAICO de salud mental y la Fundación Rosa Oriol.
Habla un catalán muy bueno, aunque de vez en cuando se le escapa un ‘este...’ muy argentino.
¡Sí, demasiado a menudo! Aprendí el catalán en parte por inmersión, porque en Manresa todo el mundo habla el catalán, pero también me pasé muchas tardes con el “escolti i repeteixi” del ‘Digui Digui’.
¿Hablar catalán le ayudó a integrarse?
Sin duda. Antes de venir a Cataluña, había gente que me recomendó que no viniera. Cuando llegué, un gran amigo mío, aragonés, que ahora es el exorcista de la diócesis de Barcelona, me dijo dos cosas: cree en Dios más que nunca y aprende el catalán, y me lo tomé al pie de la letra. ¡Y no me ha ido mal! Pienso que cuando uno llega a un lugar tiene que aprender la lengua y asumir la cultura, esto es fundamental para arraigar y entender a la gente.
Usted nació en Tucumán, pero en Argentina era seguidora del Boca.
Me crie en Tucumán, a los 18 años fui a Buenos Aires, y en Argentina o eras del Boca o de River, o quizás del San Lorenzo, el equipo del Papa. Tenía siete hermanos y seguía a dos chicos, así que me gustaba jugar al fútbol. Era muy pequeña entonces y no fue hasta el año 1978, en medio de la dictadura militar, cuando el fútbol y el Mundial nos unieron a todos los argentinos en medio de una situación de drama. A partir de este momento yo me volví más fanática del fútbol.
[[CITA_1]]
¿Y cuándo y dónde comienza su afición por el Barça?
Cuando llegué a Manresa, en la comunidad había una hermana, Teresa Elvira, que tenía esclerosis múltiple y que podía hacer poca vida normal, y era una fanática del Barça. Con ella encontré a una persona con la que podía hablar de fútbol, empezamos a ver los partidos, a escucharlos por la radio y cuando salía le llevaba algo del Barça. Luego, con la era de Pep Guardiola, todos tuvimos un subidón. También coincidió con la vida que he seguido, cinco años de vida contemplativa en Valencia, poco a poco empiezo a integrarme en la vida social, con actividades sociales, y la Cataluña central es muy azulgrana. La gente con la que me relaciono vive mucho los colores del Barça. Todo mi ambiente favorecía que me apasionara por el Barça.
El fútbol une a las personas y el Barça ha sido históricamente un instrumento de integración social. ¿Usted lo ha comprobado?
Sí. El Barça es un elemento integrador y que nos facilita la entrada y el diálogo en diversos ámbitos. Cuando empecé a trabajar en temas sociales, a la hora de entrar en las escuelas, todo lo relacionado con el Barça, como pasión, como compromiso y como valores, me sirvió mucho. Creo que el Barça ayuda a hacer país y en mi caso también influyó la figura de Messi. Pero cuando decimos que el Barça es más que un club, aquí también hay un cúmulo de valores. Es toda una filosofía de vida que otros equipos te dirán que también lo tienen, pero no lo han sabido vender como el Barça. Por eso, cuando vemos actitudes que no están en la línea de este tipo de valores con nuestros jugadores, nos duele.
Esto le pasó en el último Clásico, en el que parece que se le fue la mano en Twitter criticando al árbitro y a Cristiano Ronaldo..., esta actitud sorprende un poco en una monja, ¿no cree?
Yo soy muy apasionada y cuando me pongo a ver un partido de fútbol me meto con todo. Entiendo que sorprenda, entiendo que quizás debería ser más prudente. Siempre digo que antes tenía incontinencia verbal y ahora tengo incontinencia digital, pero creo que debemos aprender también a tomarnos la vida con sentido del humor, que también es el sentido del amor. En mi gremio nos hemos acostumbrado a un lenguaje espiritual que está muy lejos de la realidad. Jugamos, sentimos, nos apasionamos como todos los mortales, y lo que nos debe interesar es lo que interesa a todo el mundo. ¿Por qué debo disimular que me gusta y disfruto cuando veo un partido de fútbol? Tal vez voy a un museo y me aburro como una ostra, pero yo creo que hay que aprender a disfrutar de la belleza, y para mí, ver jugar a Messi también es disfrutar de la belleza, no sólo del fútbol. Cuando uno disfruta y se mete en las entrañas de las cosas, no piensa si eres monja, si toca o no toca, simplemente te metes y humanamente dices lo que vives y lo que sientes. Otra cosa es que uno tenga que mejorarse, y que no está bien criticar o condenar, pero hay cosas que son una evidencia, como el hecho de que Messi es humilde y Cristiano un prepotente.
Entonces, ¿la pasión por el Barça también le juega malas pasadas?
Todo lo que aplico al fútbol intento aplicarlo a la vida también. Para mí el fútbol es una pasión, pero intento aprender de esta pasión. Soy apasionada cuando veo un partido de fútbol, pero también cuando me implico en una causa, y cuando me implico en una causa también meto la pata, como cuando hago un tuit que no toca.
Usted es una religiosa de vida contemplativa y de clausura, pero lleva una vida social muy activa.
Yo estoy en una comunidad de vida contemplativa, hago una opción de vida para dedicarme al silencio ya la oración como una exigencia interior, pero los muros del monasterio fueron traspasados por el clamor de la humanidad, sobre todo con esta crisis tan brutal que estamos viviendo. Todo esto me moviliza y me doy cuenta de que el espacio de contemplación no son sólo los límites del monasterio, el claustro, la clausura, sino que un espacio de contemplación es el mundo, y aquí es cuando escribo ‘Mi claustro es el mundo’. A veces pensamos que hemos hecho compromisos para toda la vida, y que ni Dios los puede cambiar, pero creo que debemos ser fieles a los signos de los tiempos.
[[CITA_2]]
¿Y cómo se compatibiliza la vida contemplativa y de clausura con las redes sociales, que son la ventana al mundo más grande que hay?
Siempre he dicho que somos los peores vendedores del mejor de los productos. Yo creo que el mensaje del evangelio no es un patrimonio de los cristianos, sino de la humanidad. Jesús viene a instaurar un nuevo orden, que es el del que el pan es para partirse, compartir y repartir, que debe haber justicia para todos, trabajar por los derechos humanos, introducir la compasión en nuestra historia..., entonces para mí las redes sociales me permiten crear complicidades, buscar sintonías y nuevas sinergias, y por otra parte, las redes sociales son como un espejo de lo que hay en la sociedad. Nosotros echamos en las redes sociales lo que llevamos dentro, y vemos que en estas hay mucho anonimato, y que a veces se convierten en las alcantarillas de la sociedad, el lugar donde la gente vomita sus frustraciones. Si tenemos una herramienta muy buena para ser transparentes, para pedir, para explicar, para solidarizarnos, debemos crear una gran pandemia de compromiso a través de las redes sociales. Las redes son un púlpito, y el evangelio son versículos, textos muy pequeños que entran perfectamente en 140 caracteres. Creo que Jesús fue el primer tuitero de la historia: frases cortas que conmueven y mueven al compromiso.
Usted dijo en una entrevista que no ser del Barça era pecado...
Bueno, la pregunta era si odiar a Mourinho era pecado, y yo respondí que no tenerle simpatía es una virtud, y a partir de ahí siguió el diálogo y el titular terminó siendo “no ser del Barça es pecado”. Lo que yo creo es que no ser del Barça es no ser lo suficientemente lúcido para no darse cuenta de que es el mejor equipo del mundo, pero bueno, en esta vida tiene que haber de todo.
¿Conoce a Messi personalmente? ¿Qué le dijo o qué le diría?
Un día me lo encontré en la Ciudad Deportiva y nos saludamos, pero él no dijo nada. A Messi hay que pedirle que juegue al fútbol y no que hable. Si lo viera hoy, le daría un abrazo y le daría las gracias por tantos momentos felices que nos ha dado, le diría que confiamos en él y luego le pediría disculpas porque hemos sido muy inmisericordes con él. Todos tenemos buenos y malos momentos en la vida y no se le ha sabido perdonar, tanto en Argentina, donde no sabemos ni valorar ni respetar a Messi, como aquí, el año pasado. Los jugadores no son máquinas, no son perfectos. A veces nuestro problema es que idolatramos a los jugadores y no los aceptamos que no sean perfectos y que no ganamos siempre. Aquí tenemos todo un reto, la afición.
¿Y cuando se compara a Messi con Dios?
Lo veo con mucho sentido del humor. Yo siempre digo que Dios es argentino y que en la intimidad a veces se llama Francisco y a veces, Leo.
En Argentina o eras de Boca o de River, o quizás del San Lorenzo, el equipo del Papa
Para mí el fútbol es una pasión, pero intento aprender de esta pasión
Javier Fernandez Auditor
via: ift.tt/1zwQFPV
Dévot au bord du Gange au-dessus de la syllabe Om ou Aum (Om est le son primordial)
Varanasi, autrefois appelée Bénarès, est située au bord du Gange, à la confluence des fleuves Varunā et Assī. C'est l'une des plus importantes villes sacrées de l'Hindouisme. Son nom traditionnel est Kâshî, la cité lumineuse de Shiva.
Varanasi est la Ville-lumière et la Ville-du-Savoir, consacrée à Shiva. Le Linga-d'Eau y est vénéré.
La ville est célèbre pour ses ghāts, qui sont des berges recouvertes de marches de pierres permettant aux dévots hindous de descendre au fleuve pour y pratiquer ablutions et pūjās. Sur certains ghāts, les crémations sont rituellement pratiquées.
Article de Wikipedia sur Varanasi
fr.wikipedia.org/wiki/Varanasi
Mythes et Dieux de l'Inde, Daniélou, Flammarion, 1992
Face au Gange et devant un autel à Shiva, les dévots attendent la cérémonie de Ganga Aarti au Dasaswamedh Ghat
Le Ganga Ārtī ou āratī (hindi : आरती) est un rituel hindou dans lequel la lumière de mèches imbibées de ghī ou de camphre est offerte à la déesse Gange. Le Ganga Ārtī est exécuté chaque soir face au fleuve.
Les bénédictions de la divinité ainsi célébrée se répandent alors sur ses fidèles, qui accompagnent le rituel de chants ārtī.
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Varanasi, autrefois appelée Bénarès, est située au bord du Gange, à la confluence des fleuves Varunā et Assī. C'est l'une des plus importantes villes sacrées de l'Hindouisme. Son nom traditionnel est Kâshî, la cité lumineuse de Shiva.
Varanasi est la Ville-lumière et la Ville-du-Savoir, consacrée à Shiva. Le Linga-d'Eau y est vénéré.
La ville est célèbre pour ses ghāts, qui sont des berges recouvertes de marches de pierres permettant aux dévots hindous de descendre au fleuve pour y pratiquer ablutions et pūjās. Sur certains ghāts, les crémations sont rituellement pratiquées.
Articles de Wikipedia sur Varanasi et références
fr.wikipedia.org/wiki/Varanasi
Ouvrage : Mythes et Dieux de l'Inde, Daniélou, Flammarion, 1992
Article de Wikipedia sur la cérémonie Aarti
voir les films de la cérémonie sur Youtube
« Déjà au xve siècle une petite chapelle dédiée à Notre-Dame se trouvait dans ce quartier de jardins potagers situés alors à l’extrémité du territoire (Finis Terrae) de Bruxelles. D’où le nom qu’elle acquit de Notre-Dame du Finistère. Une autre tradition veut que le nom lui vienne d’une petite statue de Notre-Dame rapportée du cap Finisterre en Espagne et devenue objet de la dévotion populaire.
La chapelle primitive fut détruite lors de l’invasion des Pays-Bas. Elle fut rebâtie en plus grand, grâce aux dons des pèlerins. En 1617 l’archevêque de Malines consacra solennellement le nouveau sanctuaire, et en 1620 la statue de Notre-Dame du Finistère y retrouva sa place. Malades et affligés le fréquentaient assidûment.
Au xviie siècle, le quartier s’étant fort urbanisé, il est incorporé à la ville de Bruxelles. Pour cette nombreuse population on érigea une église paroissiale en 1646 qu’il fallut déjà agrandir 10 ans plus tard.
L’église que l’on voit aujourd’hui est la troisième. Commencée en 1708, elle fut achevée en 1730. Elle a un aspect de renaissance classique, même si l’influence du baroque brabançon, refusant des lignes droites trop sévères, y est perceptible.
En 1828, la partie supérieure de la façade est construite et couronnée du lanterneau octogonal. Une statue de la vierge Marie entourée des 12 étoiles de l’Apocalypse y est fixée en 1857. » [Wikipedia]
Varias generaciones de devotos de la patrona de Ocaña, la Virgen de Torcoroma. (Nuestra Señora de las Gracias de Torcoroma)
Se funda esta Hermandad en 1946 por un grupo de devotos de Santa Marta, pertenecientes al Gremio de Hostelería, quedando erigida canónicamente como Hermandad de Gloria bajo la advocación de Santa Marta el día 21 de julio de 1948 en la parroquia de San Bartolomé, dedicándose principalmente a realizar obra de caridad con los necesitados.
El 28 de septiembre de 1949 queda erigida como Hermandad y Cofradía de Penitencia, con sus actuales Titulares. El 25 de noviembre de 1952 se traslada a su actual sede, la parroquia de San Andrés Apóstol. El 27 de marzo de 1953, Viernes de Dolores, es bendecido por el cardenal Segura todo el paso y misterio de la Cofradía, así como el juego de insignias completo. El Lunes Santo, 30 de marzo de 1953, efectúa su primera Estación de Penitencia a la S.I.C.
La Cofradía consta de un solo paso, de los llamados de misterio, que representa el momento del Traslado al Sepulcro de Nuestro Señor Jesucristo, llevado sobre la Sabana Santa por José de Arimatea y Nicodemo; junto a estos aparecen arrodilladas Santa María Magdalena y María Salomé. También acompaña al cortejo María de Cleofás y Santa Marta, y cerrando el fúnebre cortejo la Santísima Virgen de las Penas, acompañada por San Juan Evangelista.
Todo el grupo escultórico fue tallado y policromado por D. Luis Ortega Bru en los años 1952-53, a excepción de las imágenes de Santa Marta (1950) y de Nuestra Señora de las Penas (1958) de Sebastián Santos. Todas las imágenes aparecen vestidas con ropajes de ricos terciopelos sin bordar.
---- devotees participating in the pain of Christ, looking for a contact, even a look, with Christ ----
---- i devoti partecipano al dolore del Cristo, cercando un contatto, anche solo uno sguardo, col Cristo ----
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....It's a short-long report on the sacred procession in honor of the Holy Crucifix of Araceli, which takes place on the last Friday of the month of March in the town of San Marco d'Alunzio ( Sicily), and so-called "procession of Babbaluti " (the babbaluti " are thirtythree men and women hooded , like the 33 years of Christ , with robes of colour blue); This year ... I was really lucky to relive another time the deep emotion to see that sacred procession; on this year 2015 the procession was marked by bad weather, there was cold, rain, wind and a thick fog.
The "babbaluti" carry on their shoulders the float with the Holy Crucifix of Araceli's church (the statue was created by Scipione Li Volsi, in the year 1652), and with the painting of Our Lady of Sorrows, that appears pierced by seven swords (a painting of the eighteenth century); babbaluti before the start of the procession ( in bare feet, wearing only the heavy wool socks , hand-made; the women are hooded too, and to avoid revealing their presence feminine, also wear gloves wool) , they have to travel a journey of purification: when they arrived near the ancient church of Araceli they kiss the ground, and immediately allowed to enter to the church, but through a side door, called " false door " , just so they can access the float, outside the front door of the church of Araceli, then they wait for the priest to finish his sermon, and so begin the procession through the streets of the picturesque and friendly village of San Marco d'Alunzio .
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.... questo è un report, breve e lungo al tempo stesso sulla sacra processione che si tiene in onore del Santissimo Crocifisso di Araceli e che si svolge l'ultimo Venerdì del mese di marzo nella città di San Marco d'Alunzio (località sita sui monti Nebrodi, Sicilia), ricorrenza conosciuta anche come "processione dei babbaluti" (il babbaluti "sono trentatré uomini e donne incappucciati, rievocazione dei 33 anni di Cristo, i quali indossano abiti di colore blu); Quest'anno ... sono stato davvero fortunato a rivivere ancora una volta la profonda emozione di assistere al sacro corteo, questo anno 2015 caratterizzato da "un tempo atmosferico davvero penitenziale" con un costante maltempo caratterizzato da freddo, pioggia, vento e una fitta quasi impenetrabile nebbia.
I "babbaluti" portano sulle loro spalle la vara che reca ben fissata il Santo Crocifisso della chiesa di Araceli (la statua è stato creato da Scipione Li Volsi, nell'anno 1652), ai cui piedi viene assicurato il quadro della Madonna Addolorata, che appare trafitto da sette spade ( un dipinto del XVIII secolo), quadro quest'anno ricoperto da un velo di cellophane, per tentare di proteggerlo dall'acqua della pioggia e della fitta nebbia. I babbaluti prima dell'inizio della processione avanzano a piedi scalzi, indossando solo delle pesanti calze di lana fatte a mano, (le donne per evitare di rivelare la loro presenza femminile, indossano anche dei guanti di lana), devono percorrere, prima di accedere in chiesa, un cammino di purificazione: quando essi giungono in prossimità dell'antica chiesa dell' Araceli, si chinano e baciano in terra, ricevendo così il permesso per poter accedere in chiesa, ma questo può avvenire solo da una porta laterale, chiamata "falsa porta"; una volta entrati in chiesa ne fuoriescono dall'ingresso principale, potendo così prendere posto, inginocchiati alle spalle della vara; seguirà quindi l'atteso discorso del sacerdote, al cui completamento potrà iniziare la processione che si svolge per le vie del pittoresco e accogliente paese di San Marco d'Alunzio. Lungo il percorso i Babbaluti cadenzano la propria andatura accompagnandosi ad una mesta e lamentosa giugualtoria che invoca il Signore "Signuri...misiricooooordia e pietà"; infine molti devoti procedono assieme ai babbaluti sotto la vara, toccandola, accarezzandola, ora aggrappandovisi...pur di avere un contatto fisico ma anche spirituale con essa. Infine, dopo aver compiuto un preciso percorso, la processione fa rientro nell'antica chiesa di origini Normanne dell'Aracoeli.
La Hermandad y Cofradía de Nazarenos de Nuestro Señor Jesús de la Humildad entregado por el Sanedrín y María Santísima del Dulce Nombre celebró la pasada semana el solemne y devoto Quinario con besamanos en honor a Nuestro Señor Jesús de la Humildad, titular de esta corporación, culto con el que la Hermandad da inicio a la Cuaresma.
Los tres primeros días de quinario el Señor estuvo ataviado con su túnica de morada y con mantolín de seda como nunca antes había lucido, colocado sobre el canasto del primer paso del que tuvo la Hermandad, completado con monte compuesto por flor estátice en color blanco y morado, musgo, diversas rosas rojas en representación al amor de Jesús y cardos cuyo significado es muerte y resurrección. Sobre el monte también se dispusieron diversos símbolos de la pasión, la corona de espinas, los dados y las tenazas. Detrás de Jesús de la Humildad se situó la cruz de guía e ilumniaban el altar de cultos los cuatro faroles del paso primitivo de la hermandad así como cuarto candelabros de bronce, todos ellos con cera de color tiniebla.
Los dos últimos días el Señor bajó del monte para ser puesto en besamanos sobre el peanil del palio de la Virgen del Dulce Nombre, que a su vez fue subida al altar vestida de hebrea con rostrillo de tisú de plata, portando en su mano izquierda un rosario de plata. Por su parte, Jesús de la Humildad, vistió estos dos días su túnica de tisú bordada por el taller de bordado de la hermandad, luciendo en su cingulo la medalla de la casa de Andalucía y un bronce de oro con las letras JHS regalo del que fue prioste de la Hermandad de la Esperanza de Triana, José Sanroman. En esta ocasión el Señor sí que portaba las potencias doradas de salida a diferencia de los tres días anteriores que no lo hizo. El fondo del altar estuvo compuesto ambos días por un telón de brocados y terciopelos de color granate.
El último día del quinario tuvo lugar el VI Pregón de la Juventud Cofrade, que este año corrió a cargo de Víctor Carazo Castel que lleno la iglesia del convento de Santa Mónica. No faltaron a la cita su querida Banda de cornetas y tambores San Pablo que le tributo un homenaje al finalizar el pregón interpretando la marcha "Mi plegaria". El pregón, lleno de sentimientos cofrades, estuvo interrumpido en varias ocasiones por los aplausos del público, y aun resuenan en las paredes del templo las palabras sinceras y de compromiso que Víctor expresó.
Texto extraido de; pasionenzaragoza.blogspot.com.es/2015/02/el-quinario-jesu...
Dévots sur le site de Pashupatinath
Le site du temple dédié à Pashupatinath, une des formes de Shiva (le Maître du troupeau) est un lieu sacré pour les hindous. Ce temple en forme de pagode a été construit en 1696 au bord de la rivière sacrée Bagmati, il est réservé aux seuls hindous.
On rencontre dans l'enceinte du temple des vrais et des faux sadhus (les faux sadhus ne sont présents que pour se faire photographier contre de l'argent par les touristes)
C'est un lieu de crémation aussi important que Varanasi (Bénarès) pour les indiens.
Article de Wikipedia sur le site de Pashupatinath