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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.

Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.

Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.

Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.

E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.

A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.

A 13 km de Kathmandou, Bhaktapur, la citée des dévots est sans doute la mieux conservée des 3 citées royales de la vallée. Les principaux monuments de la ville se trouvent autour de la place Dattatreya et la place Thaumadhi.

Une vie communautaire apparaît dès lors que plusieurs maisons s'articulent autour d'une cour ou chowk . Celui-ci devient alors un centre de vie avec son point d'eau, le temple ou le sanctuaire. Il y règne alors une étonnante ambiance de gros bourg paysan. Parfois, des bassins ou hitis recueillent les eaux de pluies issues des moussons et fournissent aujourd'hui encore l'eau pour tous les usages.

Bhaktapur trouve son équilibre économique et social tout en préservant son patrimoine culturel mais le risque qu'encoure la cité est de se transformer en un immense musée figé.

 

La tradizionale Discesa di San Filippo (siciliano Calata di San Filippu) si svolge in occasione della festa di San Filippo Siriaco, protettore del paese, il terzo sabato di maggio. La tradizione, risalente al 1766, vuole che il fercolo con il simulacro del Santo dalla Chiesa del Santissimo Crocifisso venga portato in processione dai devoti fino al centro del paese. La processione ha inizio alle 18:30 e avviene di corsa attraverso l’accidentata strada in gradoni di pietra bianca, con i devoti con il fercolo dal peso di una tonnellata in spalla e i fedeli assiepati ai lati della strada. Il percorso è ricco di insidie, tant’è che spesso si sono verificati degli incidenti con la caduta del fercolo. I festeggiamenti in onore del Santo si concludono con la processione della risalita del Santo al monte Castello la quarta domenica di maggio.

 

Calatabiano is a comune (municipality) in the Province of Catania in the Italian region Sicily, located about 170 km east of Palermo and about 35 km northeast of Catania. As of 31 December 2004, it had a population of 5,286 and an area of 26.3 km².The municipality of Calatabiano contains the frazione (subdivision) Pasteria.Calatabiano borders the following municipalities: Castiglione di Sicilia, Fiumefreddo di Sicilia, Giardini-Naxos, Linguaglossa, Piedimonte Etneo, Taormina.

After a lengthy renovation, Cruyllas Castle of Calatabiano (situated between the Alcantara Valley and Etna and not far from Taormina and Naxos) is ready to welcome its visitors thanks to its splendid panorama Between the walls of the castle is enclosed the entire history of the Mediterranean. A procession of populations and cultures who, battling for strategic control of the area by way of the stronghold, have all contributed to the development and enlargement during the course of the centuries: from the Sicels to the Greeks, from the Byzantines to the Arabs; from the Normans to the Suebi/Suevi, until the settlement of the Cruyllas, in the Aragon period, during which the castle was at its maximum splendor.

 

Calatabiano è un comune italiano di 5.458 abitanti della provincia di Catania,Si trova a 62 metri d'altitudine e a meno di 3 chilometri dal mare Ionio. Il suo territorio, delimitato a nord dal corso del fiume Alcantara, è costituito da una fertile e ottimamente irrigata piana alluvionale e dalle retrostanti colline. Dista 40 chilometri da Catania e 59 chilometri da Messina.La popolazione è concentrata per circa il 75% nel centro capoluogo, e per la restante parte nella frazione di Lapide Pasteria.Calatabiano è un comune del Parco fluviale dell'Alcantara.Il suo territorio si trova sulla direttrice orientale sicula dei collegamenti stradali e ferroviari. Sono inoltre agevoli i collegamenti con l’entroterra alcantarino. È servito da una stazione ferroviaria.La storia di Calatabiano è strettamente collegata a quella del suo castello che si erge su un'altura a 160 metri d'altitudine, all'imboccatura meridionale della Valle dell'Alcantara. Con tutta probabilità, stante l'importanza strategica e militare del sito, una fortezza doveva già essere presente in epoca greca e forse addirittura sicula. A tal proposito lo Schubring sostenne che i Siculi dovevano tenere un caposaldo all'imboccatura della valle, di fronte al monte Tauro, nominato come Castello di Bidio, ma tale ipotesi non è mai stata suffragata dai reperti archeologici rinvenuti, che hanno invece datazione posteriore al II secolo.Il castello, nella sua conformazione attuale, e con l'annesso borgo collinare cinto da mura merlate, venne fondato dagli Arabi, che proprio dal territorio di Calatabiano mossero nel 902 alla conquista di Taormina. Lo stesso toponimo del paese è di chiara origine araba, derivando da قلعة, kalaat (castello) e 'al Bîan, probabile nome proprio del signore locale.Sotto il dominio normanno, regnando Ruggero II, nel 1135 Calatabiano venne elevata a baronia. Tra i vari signori che si succedettero nel corso dei secoli, il periodo più fulgido nella storia di Calatabiano si ebbe con la signoria dei Cruyllas. Famiglia di origine catalana, i Cruyllas ottennero la baronia nel 1396 tenendola per circa un secolo, ingrandendo il castello ed edificando la Chiesa del Santissimo Crocifisso. Esauritasi la successione per linea maschile questa continuò per linea femminile con il passaggio della signoria prima ai Moncada e poi ai Gravina, principi di Palagonia.Nel 1544 si ebbe la venuta del pirata Dragut che, sbarcato sul lido di San Marco, espugnò e saccheggiò il borgo. Nel 1677, a seguito della rivolta anti-spagnola di Messina i francesi assediarono lungamente il castello, venendo respinti dai 150 difensori spagnoli e poi sopraffatti dai soverchianti rinforzi.Il borgo e il castello vennero completamente abbandonati a seguito del Terremoto del Val di Noto del 1693, che danneggiò gravemente l'abitato. La popolazione si reinsediò ai piedi della collina da dove da qualche decennio insisteva già un piccolo insediamento, primo nucleo della Calatabiano moderna, che progressivamente si espanse sulla pianura.Nel 1813 il Parlamento Siciliano decretò la fine del feudalesimo nell'isola, elevando nello stesso anno il territorio di Calatabiano a comune autonomo, con i confini che ha mantenuto fino ad oggi.

 

Font : Wikipedia

 

www.youtube.com/watch?v=c7QLdlvfEYo

 

www.castellodicalatabiano.it/

©AlexGutiérrezEspinozaPhotography.

 

La Congregación de Los Sacramentinos llegó a Chile en 1908 gracias a la gestión de María Lecaros de Marchant, devota del Santísimo Sacramento.

 

Poco tiempo después la Orden encargó la construcción de una Iglesia similar al Sacre Couer de París al arquitecto Ricardo Larraín Bravo, gran exponente del Beaux Arts en Chile.

 

La Basílica consta de dos iglesias: La Cripta y la superior. La Construcción de la cripta de la Basílica comenzó en 1912 y concluyó en 1920. Este espacio subterráneo logra una penumbra matizada por sólidas columnas de capiteles corintios. Su atmósfera logra sugerirnos una antigüedad inmemorial.

 

En 1920 comenzó la construcción del gigantesco templo en estilo romano bizantino. Desarrollado a 1,80 metros por sobre el nivel de la vereda, tiene una monumentalidad apropiada a su fin: exponer el Santísimo Sacramento. Esta fue una tarea que tardó muchos años, pues su financiamiento se basaba en erogaciones privadas a la Congregación.

 

La adoración al Santísimo Sacramento logró en nuestro país gran devoción,en 1934 se vio reflejada en el Congreso Eucarístico Nacional, en el que desfilaron 30.000 jóvenes por la Alameda. Ese mismo año la Iglesia fue coronada por una gran cruz, diseñada también por Larraín. Con tres metros de altura la cruz se cayó para el terremoto de 1985, ocasión en que el conjunto del templo sufrió varios daños.

 

En su diseño la Iglesia incorpora amplias cúpulas y elevadas torres, con una nave central, transepto y ábside de gran importancia. Sobresale la gran cúpula central ubicada en el altar. Ésta alcanza una altura de 69 metros y su largo interior es de 56 metros.

 

En el interior se pueden ver finos parquets chilenos, vitrales de origen francés, argentino y chileno. En tanto, el púlpito,los confesionarios y la sillería fueron tallados en madera de lingue por los padres salesianos, mientras que las esculturas exteriores de cemento pertenecen al escultor Alirio Pereira contratado en 1926). Cuenta además, con notables terminaciones en estuco (molduras, frisos,trabajo de canterías y capiteles) las que fueron realizadas por Juan Plá y Arturo Russo.

 

Cada iniciativa de la obra fue supervisada por el arquitecto Larraín Bravo, quien logró así un conjunto de gran magnificencia.

 

Actualmente esta Basílica se encuentra en regular estado de conservación.

 

En términos de materialidad hay un notable uso del hormigón armado, señalando así gran diferencia con el templo del Sacre Coeur, construido en piedra.

 

La Basílica de Los Sacramentinos está ubicada en la esquina nor poniente de las calles San Diego y Santa Isabel, la cual fue abierta alrededor del año 1980 como corredor poniente-oriente con gran flujo vehicular. Ál mismo tiempo, terminó de consolidarse el Parque Almagro, cuyo origen está en el camino de frontera del antiguo Santiago y el mercado de San Diego -consolidado como espacio urbano por Vicuña Mackenna-. Este espacio verde, permite la apreciación de esta gran Basílica.

©AlexGutiérrezEspinozaPhotography.

 

La Congregación de Los Sacramentinos llegó a Chile en 1908 gracias a la gestión de María Lecaros de Marchant, devota del Santísimo Sacramento.

 

Poco tiempo después la Orden encargó la construcción de una Iglesia similar al Sacre Couer de París al arquitecto Ricardo Larraín Bravo, gran exponente del Beaux Arts en Chile.

 

La Basílica consta de dos iglesias: La Cripta y la superior. La Construcción de la cripta de la Basílica comenzó en 1912 y concluyó en 1920. Este espacio subterráneo logra una penumbra matizada por sólidas columnas de capiteles corintios. Su atmósfera logra sugerirnos una antigüedad inmemorial.

 

En 1920 comenzó la construcción del gigantesco templo en estilo romano bizantino. Desarrollado a 1,80 metros por sobre el nivel de la vereda, tiene una monumentalidad apropiada a su fin: exponer el Santísimo Sacramento. Esta fue una tarea que tardó muchos años, pues su financiamiento se basaba en erogaciones privadas a la Congregación.

 

La adoración al Santísimo Sacramento logró en nuestro país gran devoción,en 1934 se vio reflejada en el Congreso Eucarístico Nacional, en el que desfilaron 30.000 jóvenes por la Alameda. Ese mismo año la Iglesia fue coronada por una gran cruz, diseñada también por Larraín. Con tres metros de altura la cruz se cayó para el terremoto de 1985, ocasión en que el conjunto del templo sufrió varios daños.

 

En su diseño la Iglesia incorpora amplias cúpulas y elevadas torres, con una nave central, transepto y ábside de gran importancia. Sobresale la gran cúpula central ubicada en el altar. Ésta alcanza una altura de 69 metros y su largo interior es de 56 metros.

 

En el interior se pueden ver finos parquets chilenos, vitrales de origen francés, argentino y chileno. En tanto, el púlpito,los confesionarios y la sillería fueron tallados en madera de lingue por los padres salesianos, mientras que las esculturas exteriores de cemento pertenecen al escultor Alirio Pereira contratado en 1926). Cuenta además, con notables terminaciones en estuco (molduras, frisos,trabajo de canterías y capiteles) las que fueron realizadas por Juan Plá y Arturo Russo.

 

Cada iniciativa de la obra fue supervisada por el arquitecto Larraín Bravo, quien logró así un conjunto de gran magnificencia.

 

Actualmente esta Basílica se encuentra en regular estado de conservación.

 

En términos de materialidad hay un notable uso del hormigón armado, señalando así gran diferencia con el templo del Sacre Coeur, construido en piedra.

 

La Basílica de Los Sacramentinos está ubicada en la esquina nor poniente de las calles San Diego y Santa Isabel, la cual fue abierta alrededor del año 1980 como corredor poniente-oriente con gran flujo vehicular. Ál mismo tiempo, terminó de consolidarse el Parque Almagro, cuyo origen está en el camino de frontera del antiguo Santiago y el mercado de San Diego -consolidado como espacio urbano por Vicuña Mackenna-. Este espacio verde, permite la apreciación de esta gran Basílica.

 

  

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Plongée sous glace - Tignes (73) Alt: 2100m

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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.

Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.

Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.

Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.

E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.

A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.

Charla sobre el Consejo de la Magistratura con la participación de la Diputada Nacional Laura Alonso, el Dr. Alejandro Fargosi y Mauricio Devoto.

This is the building at the Devotion Estate Entrance in Surry County. Notice the Old gas pumps outside. It is owned by R J Reynolds and his Heirs.

En la estacion de tren Devoto

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La Congregación de Los Sacramentinos llegó a Chile en 1908 gracias a la gestión de María Lecaros de Marchant, devota del Santísimo Sacramento.

 

Poco tiempo después la Orden encargó la construcción de una Iglesia similar al Sacre Couer de París al arquitecto Ricardo Larraín Bravo, gran exponente del Beaux Arts en Chile.

 

La Basílica consta de dos iglesias: La Cripta y la superior. La Construcción de la cripta de la Basílica comenzó en 1912 y concluyó en 1920. Este espacio subterráneo logra una penumbra matizada por sólidas columnas de capiteles corintios. Su atmósfera logra sugerirnos una antigüedad inmemorial.

 

En 1920 comenzó la construcción del gigantesco templo en estilo romano bizantino. Desarrollado a 1,80 metros por sobre el nivel de la vereda, tiene una monumentalidad apropiada a su fin: exponer el Santísimo Sacramento. Esta fue una tarea que tardó muchos años, pues su financiamiento se basaba en erogaciones privadas a la Congregación.

 

La adoración al Santísimo Sacramento logró en nuestro país gran devoción,en 1934 se vio reflejada en el Congreso Eucarístico Nacional, en el que desfilaron 30.000 jóvenes por la Alameda. Ese mismo año la Iglesia fue coronada por una gran cruz, diseñada también por Larraín. Con tres metros de altura la cruz se cayó para el terremoto de 1985, ocasión en que el conjunto del templo sufrió varios daños.

 

En su diseño la Iglesia incorpora amplias cúpulas y elevadas torres, con una nave central, transepto y ábside de gran importancia. Sobresale la gran cúpula central ubicada en el altar. Ésta alcanza una altura de 69 metros y su largo interior es de 56 metros.

 

En el interior se pueden ver finos parquets chilenos, vitrales de origen francés, argentino y chileno. En tanto, el púlpito,los confesionarios y la sillería fueron tallados en madera de lingue por los padres salesianos, mientras que las esculturas exteriores de cemento pertenecen al escultor Alirio Pereira contratado en 1926). Cuenta además, con notables terminaciones en estuco (molduras, frisos,trabajo de canterías y capiteles) las que fueron realizadas por Juan Plá y Arturo Russo.

 

Cada iniciativa de la obra fue supervisada por el arquitecto Larraín Bravo, quien logró así un conjunto de gran magnificencia.

 

Actualmente esta Basílica se encuentra en regular estado de conservación.

 

En términos de materialidad hay un notable uso del hormigón armado, señalando así gran diferencia con el templo del Sacre Coeur, construido en piedra.

 

La Basílica de Los Sacramentinos está ubicada en la esquina nor poniente de las calles San Diego y Santa Isabel, la cual fue abierta alrededor del año 1980 como corredor poniente-oriente con gran flujo vehicular. Ál mismo tiempo, terminó de consolidarse el Parque Almagro, cuyo origen está en el camino de frontera del antiguo Santiago y el mercado de San Diego -consolidado como espacio urbano por Vicuña Mackenna-. Este espacio verde, permite la apreciación de esta gran Basílica.

REPORTAGE-PÈLERINAGE - 15 AOÛT 2021 - PLUME ET BRÖK -

SOLENNITÉ DE MARIE - DÉVOTION -

 

Je n'ai pu me hisser à son pied, sur ce rocher si escarpé, quasi impossible franchir ;

Toujours pourtant, dans ces représentations gigantesques, assez nombreuses en Auvergne, je fais l'ascension, accède à l'espace le plus élevé.

J'adore le faire.

Vous voyez, comme Marie a de la délicatesse ici et sait rapprocher au plus près son enfant pèlerin !

Par grâces conjuguées, certainement.

L''appareil merveilleux permettant bien des plans, proches ou lointains, avec son gros zoom, a fait cela , Ô joie.

Offert, justement, en 2014, pour un 15 août lors d'un pèlerinage dans le Cantal, par BrÖK, mon fils, avec qui je baroude partout depuis 2010. Là, il m'avait offert un petit compact, pour commencer simplement.

AVE MARIA !

 

QUE MARIE VOUS BÉNISSE TOUS.

Ja en temps de l’arquebisbe Manuel de Samaniego y Jaca (1721-1728), fidel devot de la santa protomàrtir patrona de la ciutat, s’havia intentat bastir una capella on la relíquia del seu braç tingués l’honor que es mereixia en millor estatge que el d’un nínxol en la paret mitgera entre l’altar major i la capella d’una nau lateral; però llavors les coses en el nostre país no estaven al cas i l’arquebisbe Samaniego, en passar a ocupar la seu de Burgos, s’emportà els seus propòsits, aixecant allí una formosa capella i complint així amb la seva fervorosa devoció.

 

Si més no, la il·lusió que el projecte havia aixecat entre els fidels tarragonins no resta en l’oblit, tot i que hagué d’esperar fins que amb l’arribada del arquebisbe Joan Cortada i Bru (1753-1762), s’encarrega de la direcció de la obra al arquitecte Josep Prats, obrint-se les primeres rases i les pertinents excavacions, de manera que el dia 17 d’agost de l’any 1760 es posà la primera pedra de la que seria la nova i actual capella de santa Tecla de la catedral de Tarragona. I la veritat és que en molts pocs anys l’obra de fàbrica arribà fins a la cornisa, però la mort prematura del prelat acabà amb la rapidesa del començament, sense que en el curt pontificat de Llorenç Despuig i Cotoner (només uns mesos entre 1763-1764) es poguessin veure acomplerts els desitjos de la feligresia tarragonina, cosa que es donà amb l’entrada a la seu del nou prelat Juan Lario y Lancis (1764-1777), completant definitivament la tasca dels seus antecessors, el setembre de 1775.

 

Descripció

 

Les dimensions principals de la capella, a pams, segons la unitat de mesura emprada llavors, foren: d’ample, trenta sis pams; la llargada de la nau, seixanta dos pams, i, d’alçada, fins al floró de la llanterna de la cúpula, cent cinquanta pams. L’estil emprat fou, en general, l’anomenat compost o romà, encara que a l’exterior també s’utilitzà el dòric. L’obra es feta de tres classes de pedra: «llisós», marbre blanc i marbre negre.

 

Uns arcs torals suporten les voltes, les petxines, l’esfera del timpà, la cúpula i la llanterna, mentre que a l’entrada de la capella s’obre un arc de trenta dos pams de diàmetre, altura similar a la dels altres arcs de la capella i de idèntiques proporcions que l’arc parió de la capella frontal dedicada a la Immaculada Concepció, i un blasó d’alabastre a la testera amb l’escut de l’arquebisbe Cortada, el qual es troba enterrat a la mateixa capella, mentre que l’escut de l’arquebisbe Juan Lario apareix en el arc del timpà per la part del presbiteri.

 

Darrere l’altar s’alça la gran làpida, relleu o retaule de la Santa, entre les pilastres del intercolumni, amb la urna sepulcral on es guarda la relíquia, en el relleu sobre uns núvols i amb un lleó en la banda del costat del Evangeli, assegut a la grada, i un ós reclinat, a l’altra, a la part de l’Epístola; per damunt de la urna dos genis o esperits al·legòrics aguanten, entre núvols, una tela que sustenta la santa en actitud orant de cara a una representació de l’anyell pasqual dessobre el llibre de l’Apocalipsis amb una creu; una miqueta més amunt altres genis enarboren respectivament una palma i una corona de llorer, també entre més núvols i serafins, coronat tot per un raigs daurats.

 

En els pedestals de les quatre fornícules de la nau destaquen sengles carteles amb uns caps de feres: la primera és un lleó amb la inscripció Ad nullus pavebit ocursum -–Perquè ningú tingui por de morir–; a la segona un bou amb Tarde sed tuto –Tard però sense perill –; el tercer és un lleopard i el lema Et velox, et rectan –No sols veloç, sinó també pel camí dret–, i finalment un elefant a la quarta amb l’epígraf Neque vorax, neque rapax –Ni voraç, ni rapaç. I per damunt de les carteles les quatre fornícules amb les escultures que personifiquen les quatre Virtuts Cardinals: Prudència, Justícia, Fortalesa i Temprança, amb alguns dels atributs simbòlics que la tradició els hi atribueix.

 

Epíleg

 

Vull que les meves pobres paraules deixin pas a les que l’any 1947, quan jo no en tenia més de cinc i gairebé encara no sabia llegir, va escriure en el programa de les festes patronals de setembre en honor de la santa un anònim Juan de Cardona: «Hoy, empero, parece como si Tarragona no sintiera aquel amor de otras generaciones hacia la Protomártir. Ved sino, la poca asistencia de devotos a las magnificentes solemnidades que anualmente le son dedicadas en nuestro Templo Primado. A los Maitines, tan solemnes y tradicionales, no va nadie.Añadid el hecho de ser escasísimas, por no decir rarísimas las recién nacidas que se bautizan con el nombre de Tecla y recordad como al visitar nuestra Catedral, nunca veréis a los fieles rezando ante su altar, para convenir conmigo que la mayoría de la actual generación de tarraconenses, no siente devoción sólida hacia su Patrona».

 

No seré jo qui esmeni les paraules de Juan de Carmona; els temps no són els mateixos i hauríem de matisar alguns dels conceptes, sobretot pel que fa a la devoció de la santa, cosa encara avui força qüestionable, perquè sempre ens resulta difícil entrar en l’anàlisi dels sentiments espirituals religiosos dels tarragonins.

 

Certament la catedral s’omple el dia de santa Tecla i la primera missa a la seva capella aplega els tarragonins més tradicionals; però l’anada a l’ofici solemne i la professó de la tarda amb l’entrada de la santa relíquia del Braç, sense oblidar-nos de quina és la raó autèntica de tot això, són l’exponent de que la cercavila del seguici popular ha guanyat el terreny a la devoció, i com a altra prova fefaent de que segueixen vives aquelles queixes del programa, només cal repassar el cens de les «Tecles» en l’onomàstica de les nenes de la ciutat.

 

En una de les meves estades a Burgos vaig tenir la oportunitat de veure l’estat de la sumptuosa capella que l’esperit devot de l’arquebisbe Samaniego feu construir l’any 1737 i la forma com en aquella ciutat es venerava la nostra santa patrona.

 

Les comparances sempre són odioses, però a Tarragona som diferents i ens cal fer quelcom perquè els canviem per a bé.

 

www.diaridetarragona.com/opinion/la-capella-de-santa-tecl...

 

Capilla de Santa Tecla

Se concibió estructuralmente como un templo de planta central cruciforme y gran cúpula.

Se erigió en honor de Santa Tecla de Iconio, titular de la Catedral y patrona de Tarragona, con el fin de custodiar el brazo-relicario de la santa.

El estilo barroco-clasicista predomina en el conjunto arquitectónico y escultórico, fiel a las directrices académicas del momento promovidas por Luis XV. Se inició en 1760 bajo la prelatura de Jaume de Cortada y Brú, y se concluyó en 1775 siendo arzobispo Juan Lario y Lancis.

Obra de Josep Prat y Delorta

La dirección y ejecución del proyecto arquitectónico son de Josep Prat y Delorta. Tanto el relieve central, con la glorificación de Santa Tecla, los episodios de su vida y las esculturas exentas de las cuatro virtudes cardinales, labrados por Carles Sala, son de clara influencia berniniana.

 

El jaspe rosáceo de Tortosa y el mármol blanco de Carrara ennoblecen este recinto cercado por la interesante reja que forjó Onofre Camps.

 

www.catedraldetarragona.com/catedral/plano-1-10/#tecla

El pasado viernes día 1 de marzo, la Real, Muy Ilustre y Antiquísima Cofradía de la Esclavitud de Jesús Nazareno y Conversión de Santa María Magdalena celebró el solemne y devoto Besapiés en honor de Ntro. Padre Jesús Nazareno durante todo el día en su sede canónica, la Iglesia Parroquial de San Miguel de los Navarros.

 

La imagen del Señor se situaba delante de su altar habitual de cultos sobre peana con el escudo de la corporación y portando túnica morada bordada en oro y corona de espinas. A ambos lados de la imagen se disponían el memento en memoria de los difuntos de la Cofradías, mientras que el guión de la corporación se situaba tras la imagen de Ntro. Padre Jesús Nazareno.

 

Escoltando a la imagen del Cautivo se encontraban dos de los arcángeles sobre peanas portando sendos faroles, los cuales pertenecían al antigua altar del Nazareno.

 

A ambos lados se disponía los cuatro faroles que la Cofradía, así como un rico exorno floral compuesto de claveles y rosas rojas dispuesto a lo largo del altar.

El pasado viernes día 1 de marzo, la Real, Muy Ilustre y Antiquísima Cofradía de la Esclavitud de Jesús Nazareno y Conversión de Santa María Magdalena celebró el solemne y devoto Besapiés en honor de Ntro. Padre Jesús Nazareno durante todo el día en su sede canónica, la Iglesia Parroquial de San Miguel de los Navarros.

 

La imagen del Señor se situaba delante de su altar habitual de cultos sobre peana con el escudo de la corporación y portando túnica morada bordada en oro y corona de espinas. A ambos lados de la imagen se disponían el memento en memoria de los difuntos de la Cofradías, mientras que el guión de la corporación se situaba tras la imagen de Ntro. Padre Jesús Nazareno.

 

Escoltando a la imagen del Cautivo se encontraban dos de los arcángeles sobre peanas portando sendos faroles, los cuales pertenecían al antigua altar del Nazareno.

 

A ambos lados se disponía los cuatro faroles que la Cofradía, así como un rico exorno floral compuesto de claveles y rosas rojas dispuesto a lo largo del altar.

  

Texto extraido de; El pasado viernes día 1 de marzo, la Real, Muy Ilustre y Antiquísima Cofradía de la Esclavitud de Jesús Nazareno y Conversión de Santa María Magdalena celebró el solemne y devoto Besapiés en honor de Ntro. Padre Jesús Nazareno durante todo el día en su sede canónica, la Iglesia Parroquial de San Miguel de los Navarros.

 

La imagen del Señor se situaba delante de su altar habitual de cultos sobre peana con el escudo de la corporación y portando túnica morada bordada en oro y corona de espinas. A ambos lados de la imagen se disponían el memento en memoria de los difuntos de la Cofradías, mientras que el guión de la corporación se situaba tras la imagen de Ntro. Padre Jesús Nazareno.

 

Escoltando a la imagen del Cautivo se encontraban dos de los arcángeles sobre peanas portando sendos faroles, los cuales pertenecían al antigua altar del Nazareno.

 

A ambos lados se disponía los cuatro faroles que la Cofradía, así como un rico exorno floral compuesto de claveles y rosas rojas dispuesto a lo largo del altar.

 

Texto extraido de; pasionenzaragoza.blogspot.com.es/

 

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Retable de Notre-Dame des Douleurs

Il est dédié à trois dévotions mariales : Notre-Dame des Douleurs, le Saint-Sépulcre et saint François de Paule. Comme l’atteste un document conservé aux Archives diocésaines de Barcelone, l’Université de Sitges signa, le 3 mai 1699, un contrat avec le sculpteur Joan Roig i Gurri pour la réalisation d’un retable destiné à la chapelle Notre-Dame des Douleurs, lequel « devait nécessairement inclure l’image du Saint-Sépulcre ». Le paiement de 500 livres provenait des revenus du sel et d’une contribution de Joan Llopis, prêtre et curé d’ El Vendrell , qui stipula qu’une partie du retable serait également dédiée à saint François. Les travaux de polychromie et de dorure furent réalisés par Joan Muxí.

 

Le retable est dominé par une image de la Vierge Marie au centre, surplombant le Saint-Sépulcre placé sur l'autel. De part et d'autre de la Vierge se trouvent quatre sculptures en haut-relief très expressives représentant des moments douloureux de sa vie : l'Annonciation à Siméon, Jésus perdu et retrouvé parmi les docteurs de la Loi, la Fuite en Égypte et Jésus sur le chemin du Calvaire. Encadrant l'image centrale de saint François de Paule se trouvent deux reliefs représentant des épisodes de sa vie. Le 21 juillet 1936, l'image de Notre-Dame des Douleurs fut détruite et remplacée en 1948 par la Pietà actuelle, œuvre du sculpteur sitgéen Pere Jou . En 1946, un nouveau Saint-Sépulcre fut commandé pour remplacer celui jeté à la mer pendant la guerre civile espagnole, en utilisant la tête originale du Christ, repêchée dans les eaux.

RETABLE DE LA VIERGE DES DOULEURS

Sculpteur :

- Gourou

- Pere Jou (Figure de la Miséricorde)

- Atelier de sculpture "La Artistica" (Saint-Sépulcre)

- Fin XVIIe siècle

- Style: Baroque

- Technique: Sculpture sur bois, dorure et polychromie

- Description: Retable dédié à trois vocations :

- Notre-Dame des Douleurs,

- le Saint-Sépulcre,

- Saint François de la Paix.

1. Scène de la vie de saint François

2. Saint François de Paule

3. Scène de la vie de saint François

4. Jésus perdu et retrouvé au milieu des Docteurs

5. Notre-Dame des Douleurs

6. Route du Calvaire

7. L'annonce de Siméon

8. La fuite d'Égypte

9. Sant Joan Evangelista

10. Le Saint-Sépulcre

11. Sant Pere d'Alcântara.

 

A ses pieds, ce pèlerin portugais a marché pieds nus. Ses pieds sont recouverts de bandes pour panser ses blessures.

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Sainte-Dévote, La Condamine

A Mongiuffi, un piccolo paese dell’entroterra Taorminese, in Provincia di Messina, troviamo antichissima la devozione per San Leonardo. Tutto il popolo, molto devoto per le tante grazie ottenute tramite l’intercessione di San Leonardo, lo ha eletto a suo speciale Patrono e Protettore ed ogni anno, il 6 novembre, ne celebra la festa con grande solennità. Il momento più emozionante si ha quando, durante la processione di mezzogiorno, tutti i fedeli riunitisi al centro del Paese, donano al Santo Patrono una Ciambella (Cuddura) di pasta di pane intrecciata ed abbellita artigianamente, in segno di devozione e ringraziamento.La festa, unica nella sua particolarità e nella fede degli abitanti inizia con la Novena (preghiera insistente fatta con determinazione e costanza per nove giorni conseguitivi) nella fiducia di poter ottenere ciò che il cuore di ognuno desidera e con l’avvio della lavorazione artigianale delle “cuddure”. Per la realizzazione di queste particolari “ciambelle” vengono utilizzati centinaia di chili di farina di frumento che in passato veniva donata dagli abitanti di Mongiuffi. Dopo la lavorazione delle ciambelle, si imprime l’immagine di San Leonardo. Il 1° Novembre, solennità di tutti i Santi, vengono preparate, sempre a mano, le artistiche “cudure” dei 4 angioletti e del Santo. Abilità ed impegno fanno sì che queste divengano vere e proprie opere d’arte.La “cudura” del Santo viene decorata con rose e ornamenti vari creati con la pasta, facendo sì che diventi un vero e proprio gioiello della minuziosa arte creativa, che attira tutt’oggi molti curiosi. La vigilia della festa, quando ormai è tutto pronto, si svolge la benedizione delle “cuddure”. Nel borgo l’atmosfera di solennità sale di ora in ora. Gli abitanti di abitanti di Mongiuffi e tutti gli altri devoti che accorrono si recano nella Chiesa di San Leonardo per pregare e cantare al Santo Patrono e assistere all’apertura della cappella e alla discesa del simulacro. Al canto dell’inno di San Leonardo il simulacro collocato dentro la vara, scende sino al centro della Chiesa. La Statua dall’aspetto dolcissimo sembra volgere il suo sguardo per rassicurare i suoi fedeli della sua protezione. A quella vista si commuovono i cuori e si inumidiscono gli occhi. L’artistica statua del Santo viene mostrata al pubblico tre volte soltanto: il giorno di capodanno; il giorno di Pasqua ed il 5 Novembre vigilia della festa.All’alba del 6 Novembre al suono delle campane i fedeli si ritrovano in Chiesa per la recita dell’Ufficio (tradizionale ufficiatura in onore del Santo Patrono e Protettore). Intorno alle 10:30 si svolge la Santa Messa Solenne, al termine vi è la tradizionale processione per le vie del paese. Il momento più emozionante, verso mezzogiorno, quando tutto il popolo riunitosi in piazza fontana, al centro del paese, dona al Santo Patrono la ciambella (cuddura) di pasta di pane intrecciata e abbellita artigianalmente in segno di devozione e ringraziamento. Subito dopo vengono distribuite le “cuddure” più piccole a tutti i devoti presenti a questo importante e caratteristico evento. La sera del 6 Novembre i devoti si ritrovano nuovamente nella Chiesa Madre dove vengono celebrati i vespri e l’eucarestia. Tra le luci della notte esce la processione. Al rientro del simulacro in piazza del Carmine vi è il grandioso spettacolo piro - musicale. La sera del 7 Novembre il Santo Patrono si riporta in processione nella Chiesa a Lui intitolata dove viene risposto nella sua cappella. La festa si conclude con l’atto di affidamento del paesino di Mongiuffi Melia al Santo e l’emozionante chiusura della porta che terrà custodita la statua

foto e Información por cortesia de

www.flickr.com/photos/anarodinsky

 

La primera capilla dedicada a Nuestra Señora de la Concepción fue fundada y construida por Antonio Correia de Pina - llamado Padre Correia - con limosnas de los fieles devotos de la santa, antes de 1663. En 1671 los herederos de Araribóia - Gastão Soares de Souza, su esposa D. Soeiro Maria Soares de Souza, João Rocha Ada Paris, Margarida Soares y Violante – donaron doscientas brazas de terreno a la Hermandad.

 

En el medio del siglo XVIII, el templo ha sufrido una transformación radical de arquitectura, y comienzan a ser frecuentados por los indígenas y las los capitanes de San Lorenzo.

 

En 1810, después de la muerte del capitán José Manoel de Bessa, sus herederos donaron la hacienda a la iglesia - que hoy es el Hospital de Santa Cruz. En 1830, se abrió, adjunto a la capilla, el primer cementerio de la aldea. Ali, se depositaron las vísceras de José Bonifacio, a petición de su hermano Martim Francisco Ribeiro de Andrada.

 

Dos veces, sirvió, temporalmente, la iglesia madre de Niterói: desde 1819 hasta 1831 - cuando fue anfitrión de la imagen de San Juan Bautista, hasta la construcción de la nueva iglesia en honor de la patrona de la ciudad, y en los años 1885 a 1886, cuando aprobada por las obras de la catedral.

 

En 1820, con la reformulación de la Rua de la Concepción, la iglesia fue reconstruida y su escalera ganó la barras de hierro que todavía existen. En 1881 y 1882, el templo fue nuevamente renovado, con el constructor responsable Joao Antonio dos Santos Guaraceaba hay la adquisición de nuevas campanas. La nueva torre fue inaugurada el 8 de junio. A lo largo del siglo XX, la iglesia pasó por varias reformas: 1905, 1912, 1919 y 1992. La iglesia, que data de mediados del siglo XVII, fue diseñada para buscar líneas simples, con paredes blancas carentes de decoración, por lo tanto, quedan alrededor de dos siglos. Sin embargo, después de sucesivas reformas, la iglesia fue perdiendo, paulatinamente, su diseño original y, en el siglo XIX, el templo fue reconstruido con las modificaciones que introdujo elementos de fachada neoclásica y el interior, como platibandas y la pirámide de la torre del campanario.

 

Situado en una alta elevación, con la imposición de escalera para acceder a su patio, todos los religiosos se compone de dos volúmenes interconectados. La fachada principal presenta una sola torre campanario en la parte izquierda y derecha, más al fondo, una pequeña capilla de la Santísima - que internamente se comunica con la nave principal de la iglesia. El interior de la nave principal tiene una decoración que combina elementos de las líneas de inspiración neoclásica y de la neo-rococó, el coro y el púlpito. El altar mayor de mármol de Carrara, como fondo, un vitral francés. El acceso es por la puerta con arco lobulada, y sobre esta un panel de azulejos con la imagen de Nuestra Señora.

 

El 30 de diciembre de 1992, en vista de su importancia histórica y afectiva, la Prefeitura Municipal protegió el conjunto de edifícios que hacen parte de la iglesia (Ley N º 1161).

 

Sacado del libro "Patrimônio Cultural de Niterói", editado por SMC / Livros Niterói em 2000.

Devota come ramo

curvato da molte nevi

allegra come falò

per colline d’oblio,

 

su acutissime làmine

in bianca maglia d’ortiche,

ti insegnerò, mia anima,

questo passo d’addio…

 

Cristina Campo

Accroché à un immense fromager, un petit abri avec la vierge semble protégé l'arbre vénérable.

Mia moglie lo dice sempre che c’ho culo con i parcheggi.

Ma è solo perché, invece di dare per scontato il fatto che non ne trovo, e parcheggiare lontano, io prima vado a vedere e poi eventualmente parcheggio sì, lontano.

Quel giovedì pomeriggio, sotto al primo arco che segna l’inizio del percorso delle Cappelle, in quei quattro posti auto striminziti, c’è rimasto un buco giusto giusto per me...

Che culo!

Coperto adeguatamente con giaccone ultra imbottito, cappello, guanti (tagliati sulle dita perché sennò fare le foto è un casino) e doppia sciarpa (una sotto al giaccone, una sopra), più che un appassionato fotografo o un devoto, sembro una sorta di omino Michelin freddoloso...

Pronto a partire.

Attraverso l’arco del Rosario e subito, alla mia destra, la prima Cappella dell’Annunciazione, incantevole; una rosa è stata appoggiata sopra la grata di una finestra ed ora, sfiancata dal freddo è tutta appassita.

Provo a fotografarla almeno una decina di volte ma ognuna mi sembra tanto banale quanto insignificante... eppure a me nel cuore mette come dire, un senso di dedizione, di costanza.

A volte è difficile tradurre in fotografia le emozioni che piccoli oggetti o piccole situazioni ci trasmettono...

Mi incammino su questo larghissimo (circa una decina di metri) sentiero selciato ed appena una ventina di metri in avanti un cartello mostra di che pasta sia fatta la mia devozione... “ristorante La Samaritana”...

È chiuso, ma i link collegati al mio inconscio si muovono velocemente e fanno il loro maledetto lavoro ricordandomi che in fondo sono le 13,30 e che quindi potrei, come dire, lecitamente dar soddisfazione agli alimenti che mi sono procurato a portarmi da casa: spiedino e patate al forno. (avanzi della sera prima)

Perché pure se vado in giro per “altro”, un buon pasto cerco di non farmelo mai mancare...

Sul muretto che costeggia il selciato, ad appena 100 metri da dove sono partito, si spengono le mie velleità da fotografo e dimentico completamente il significato della parole “fedele”...

Qualche minuto più tardi ho la pancia che scoppia perché ho mangiato taroppo, di corsa ed ho accompagnato con coca cola il tutto, ho voglia di un caffé ma non so dove prenderlo (il ristorante è chiuso), e pure un lieve abbiocco post pranzo che mi avvelena l’entusiasmo: sono nelle condizioni ideali per affrontare l’ascesa.

Alla seconda Cappella dedico giusto una fugace occhiata perché sono attratto visivamente da un dipinto raffigurante la nascita di Gesù che sfoggia colori bellissimi sulla vicina terza Cappella.

Qui incontro i primi visitatori che però stanno facendo il percorso inverso: scendono dopo aver affrontato la salita al mattino ed essersi rifocillati in cima. Chiedo alcune informazioni riguardo alla durata ed alla durezza della salita, se ci sono posto ove poter reperire guide informative (perché salire così senza capire mi pare un po’ un’asinata)...

“...pòta, se ti va a un paso bum te ghe mitte mezz’ura!... l’e na bella sgaluppada!... pòta, ghè minghi la sciura in te l’uffis de l’ifurmasiun!...” questo quello che per grandi tratti fingo di aver capito della loro parlata affrettata che presumo, “bergamasco\bresciana stretta”.

Annuisco sempre, ringrazio e procedo.

Chiederò più avanti.

La quarta Cappella rimane su una curva ed ha una posizione spettacolare, qui vedo una donna col chador stranamente da sola che pare molto interessata e che osserva con estrema attenzione l’architettura e le statue all’interno... vorrei parlarle e chiedere anche a lei se ne sa un po’ più (sembra osservare punti ben precisi, sembra sapere i significati... sembra più preparata di me), ma per oggi, decido, di parlate straniere ne ho già avute abbastanza, così soprassiedo.

Giro la testa verso sinistra e realizzo che il mio amico Claudio, il quale mi aveva detto “...beelloo, se ci vai che è bella stagione puoi anche farlo di corsa che è un buon allenamento”,

è persona “poco affidabile”: un erta impressionante che manco alla “Salitredici” (gara podistica; 13km tutti in salita! Una delle più grosse faticacce della mia vita!) avevo mai affrontato, mi separa da quella che è la meraviglia della quinta Cappella (quella in foto), altrimenti nota come il capolavoro architettonico di Giuseppe Bernascone (detto il mancino), varesino di nascita, che contribuì in maniera sostanziale e del tutto gratuita alla realizzazione del percorso.

Qui faccio la prima pausa da affanno (ma con la scusa di stare a scattare foto...), intanto la donna col chador è sparita in avanti e da dietro, un simpatico signore col suo bastone da passeggio arranca su per la salita con addosso unicamente il suo maglioncino rosso di pile e mi sta raggiungendo... non mi sembra per niente di farci una bella figura.

“... le piace la fotografia eh?”...

Gli “ovvii”.

Persone che mi indispongono, mi mettono sulla difensiva perché sembra che mi parlino proprio “tanto per”, perché lo impone il momento ma senza averne un’intenzione deliberata...

In una giornata fredda da morire, tutto infagottato come una mummia di vestiti e con tre chili di attrezzatura fotografica al collo su per una salita che stroncherebbe le gambe pure a Bikila, con un umidità che manco sul Ben Nevis, mi pare ovvio che un minimo di passione ce la debba avere no?

“uh...” Rispondo piuttosto freddamente.

“... anche a mia moglie piaceva molto fare fotografie...” a posto! Un torneo di banalità...

“ahhhh...”

Mi siede accanto.

“...faticosa la salita vero?...”

Eccheccazzo! Mica mi vorrai pure venire a prendere per il culo solo perché mi vedi seduto a boccheggiare! Guarda che sotto sti cenci ammassati si nasconde un animo d’atleta!

Io mi alzo e me la faccio tutta di corsa e ti saluto a te ad al tuo bel maglioncino rosso e bastoncino del cazzo!!

(mi sta decisamente sulle scatole!)

Riprende... “non ha scelto propriamente la giornata migliore...” (mo gli rispondo male a questo!) ... “sa, qui di solito è molto più bello. Quando ci sono le belle giornate o quando c’è qualche festa, lungo tutto il percorso in salita ci sono un sacco di bancarelle pittoresche che vendono di tutto... e c’è decisamente più gente. Farebbe sicuramente delle fotografie migliori”

Ah, però... cominciamo a ragionare.

Finalmente mi dice qualcosa di interessante.

Mi drizzo sulle spalle.

Ha un piccolo zainetto anche lui... rimesta all’interno e con la coda dell’occhio lo vedo estrarre qualcosa mentre scatto una foto.

“…ho del cioccolato...” (cosa?... interesse crescente) “... ne vuoi...” (cosa? Mi da del “tu”?... comincia a prendere punti) “... un pezzetto per caso?”. Ne stacca circa mezza tavoletta.

È fondente!

La stima che nutro per lui ha un escalation che lo porta direttamente dalle stalle alle stelle: è ufficiale, mi sta simpatico. Dopotutto si può anche sbagliare nelle prime impressioni no?

Accetto.

Piccoli istanti che dischiudono vie di comunicazione, che avvicinano il lontano e rendono benevole le convinzioni perniciose che, erroneamente stavo costruendomi attorno...

Cominciamo a parlare e torniamo a camminare.

Mi sembra come fosse appena arrivato...

E così mi racconta praticamente tutte le cose che ho scritto qui, i cenni storici, i personaggi, i nomi delle Cappelle (discesa dello Spirito Santo, Ascensione, orazione nell’orto ecc...), mi racconta dei tre archi, delle persone che gli è capitato di incontrare lungo il percorso nelle varie volte in cui è venuto (Giuliano è di Varese. Una volta alla settimana almeno; tempo permettendo, prende il suo bel bastone e se ne viene quassù, dice una preghiera per sua moglie defunta e poi se ne torna a casa... che storia romantica), mi indica panorami, mi dice le cose da fotografare, mi mostra sentieri, mi dice “vedrai che bello in cima... vedrai che soddisfazione quando arrivi...”... parla... io ascolto. E cammino.

Dopo un po’ incontriamo un signore che sta scendendo e che lui conosce... ci fermiamo un attimo a parlare e ci lascia dicendo “...và che in trattoria oggi fanno una polenta col brasato che è la fine del mondo...” .

Capirai... come un settimo cavalleggeri che sente suonare la carica! Dello spiedino con patate non ho più tracce, tutto sommato forse non era poi sto gran pasto: delle luminarie si sono accese e disegnano una pista d’atterraggio come per gli aerei nei giorni nebbiosi...

Tra me e Giuliano è scattata la complicità: sguardo d’intesa, sorrisetto e già sappiamo entrambi dove si andrà ad atterrare...

Così, appena quaranta minuti dopo mi ritrovo in cima senza palesare la benché minima fatica e avendo apprezzato il percorso meglio che con una guida al seguito, solo che si manifesta con limpida chiarezza la mia somaraggine: sono veramente un fotografo della mutua!

Preso a parlare ed ascoltare Giuliano ho scattato la miseria di trentasette fotografie!

Una vergogna!

Ora, davanti alla trattoria, preso dall’amletico dubbio se entrare e farmi una bella mangiata con Giuliano oppure tornare indietro e sfruttare ancora le poche ore di luce per fare quello che in effetti sarei venuto a fare fin quassù, esito giusto un attimo...

Giusto il tempo di inalare l’autoritaria zaffata di polenta proveniente dalla porta che Giuliano ha appena aperta dicendomi “...che fai? Non entri?...”

In fondo le Cappelle stanno sempre là da un sacco di tempo... e poi con le belle giornate ci sono pure le bancarelle.

 

This is the 11th century church dedicated to the patron saint of Monaco. It's this church that the F1 corner is named after.

- und man kann ja noch ganz andere Dinge anstellen, wie nur schwimmen, mir würde da noch so einiges einfallen, vor allem geile Sachen. Bussi Anna(devot)

 

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Ce sanctuaire, haut-lieu de dévotion mariale, s'organise autour d'une Santa casa (maison sainte), à droite, réplique d'un sanctuaire italien (à Loreto, près d'Ancône) qui, selon la légende, serait la maison de la vierge transportée par les anges en 1294.

 

Cette réplique pragoise (il en existe une cinquantaine en Bohème) a été édifiée de 1626 à 1631. La cour est entourée d'un cloître construit vers 1664 et surmonté d'un étage par K I Dientztenhofer (le fils) entre 1747 et 1751 (la chapelle Notre-Dame-des-Douleurs se trouve à l'angle sud-est de ce cloître).

 

Le clocher (et le clocheton) est celui de l'église de la Nativité, l'une des plus belles réalisations baroques de Prague (photographies interdites !). La très abondante statuaire donne un petit air de théâtre à ce sanctuaire agrandi en 1734 (cf. Encyclopédie du voyage, Gallimard).

Futuro Inseguro,

Devotos

 

"Crianças abandonadas

Pedem e roubam nas calçadas

Sem amor e sem carinho

Os pais morreram e estão sozinhos

Violência sofrida sem razão

Se passam fome, cheiram cola

Alguns viciados pelas drogas

Dizem que é o futuro

É o futuro inseguro

Dizem que é o futuro

É o futuro inseguro

Não espanquem o menor

Ele sofre que dá dó

Violência sofrida sem razão

Se passam fome, cheiram cola

Alguns viciados pelas drogas"

Da sempre i devoti indù considerano il fiume Gange una Dea che ha reso ricche per millenni le terre che ha bagnato. I santoni affermano che la sua acqua è ricca di energia universale ed è questo che la rende miracolosa. Nelle sue acque considerate sacre fanno le abluzioni rituali i fedeli Indù purificando il loro karma e cercando la strada della salvezza. Ora però alcune opere dell'uomo come la diga di Tehri, la più alta dell'Asia, trattenedo le acque dei fiumi Bhagirathi e Bhilangana, rischia di prosciugarne il corso oltre che a turbarne le caratteristiche chimiche che la rendevano in grado di autorigenerarsi e di non trasmettere virus e batteri. Il fatto che il Gange stia diventando sempre più grigio e sporco al punto da apparire una cloaca a cielo aperto presenta un serio pericolo per la salute fisica. , Nel caso la situazione del sacro fiume peggiorasse e non riuscisse più ad autorigerarsi la colpa sarà unicamente degli uomini che ne anno prosciugato e inquinato le acque. Per questo motivo i religiosi indù hanno minacciato di andare al bacino formato dalla diga di Tehri e di commettere un suicidio di massa gettandosi nell'acqua. Ma intanto il governo ha stanziato mille miliardi di lire per risanarlo.

 

Els orígens del Temple Expiatori de la Sagrada Família es remunten al 1866, any en què Josep Maria Bocabella i Verdaguer funda l'Associació Espiritual de Devots de Sant Josep, que a partir de l'any 1874 promou la construcció d'un temple expiatori dedicat a la Sagrada Família. L'any 1881 i gràcies a diversos donatius, l'Associació compra una parcel·la de terreny de 12800m² entre els carrers de Marina, Provença, Sardenya i Mallorca per construir-hi el temple.

 

La primera pedra es posa el 19 de març de 1882, festivitat de Sant Josep, en un acte solemne que presideix el bisbe de la ciutat, Josep Urquinaona. A partir d'aleshores se n'inicia la construcció, que comença per la cripta situada a sota de l'absis segons un disseny neogòtic de l'arquitecte Francisco de Paula del Villar y Lozano. Aquest, poc temps després i per discrepàncies amb els promotors, abandona la direcció de l'obra i l'encàrrec passa a mans d'Antoni Gaudí.

 

Després d'assumir el projecte el 1883, Gaudí construeix la cripta, que enllesteix el 1889. Mentre inicia les obres de l'absis (i del claustre), els treballs segueixen a bon ritme gràcies als donatius rebuts. Quan es rep un important donatiu anònim, Gaudí es planteja fer una obra nova i major: desestima l'antic projecte neogòtic i en proposa un de nou més monumental i innovador tant pel que fa a les formes com i a les estructures, com a la construcció. El projecte de Gaudí consisteix en una església de grans dimensions amb planta de creu llatina i torres de gran alçària; concentra una important càrrega simbòlica, tant en forma arquitectònica com escultòrica, amb l'objectiu final de ser una explicació catequètica de les ensenyances dels Evangelis i de l'Església.

 

El 1892 comença els fonaments per a la façana del Naixement perquè, segons manifesta Gaudí mateix, "Si enlloc de fer aquesta façana decorada, ornamentada i turgent, hagués començat per la de la Passió, dura, pelada i com feta d'ossos, la gent s'hauria retret". El 1894 queda enllestida la façana de l'absis i el 1899 el Portal del Roser, un dels accessos al claustre del Naixement.

 

Paral·lelament a aquests treballs, a l'angle sud-oest del temple, l'any 1909 Gaudí hi construeix les Escoles Provisionals de la Sagrada Família, destinades als fills dels treballadors de la Sagrada Família i als nens del barri que formen part de la seva parròquia.

 

En morir Gaudí, assumeix la direcció de les obres el seu estret col·laborador Domènec Sugrañes, fins al 1938. Després en són directors Francesc de Paula Quintanai Vidal, Isidre Puigi Boada, Lluís Bonet i Garí, col·laboradors de Gaudí, persones que conegueren el mestre i que fins a l'any 1983 dirigiren l'obra. Posteriorment en foren directors Francesc de Paula Cardoner i Blanch, Jordi Bonet i Armengol i Jordi Faulí i Oller que n'ocupa el càrrec actualment, des del 2012.

 

El Temple Expiatori de la Sagrada Família és una església de cinc naus amb creuer de tres, que formen una creu llatina. Les seves mides interiors són: nau i absis, 90 metres; creuer, 60 metres; ample de la nau central, 15 metres; laterals 7'5 metres, la nau principal en total

 

El portal de la Caritat és la part del pòrtic és dedicada a la virtud teologal de la caritat o amor cristià i a Jesús.

 

Quatre pastors d'edats diferents (un d'ells, de pocs anys) es prostren en presència del Fill de Déu. Un àngel els ha anunciat el naixement del Messies i han corregut a adorar-lo. Li porten a tall d'obsequi cistelles amb productes de la terra.

 

Aquest grup ocupa una posició simètrica a la dels Reis en adoració.

 

Font: Temple Expiatori de la Sagrada Família.

 

Pàgina a la UNESCO World Heritage List.

 

Aquesta imatge ha jugat a Pels camins dels Països Catalans.

 

A Google Maps.

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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.

Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.

Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.

Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.

E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.

A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.

  

---- moments captured during the procession: a devotee of St. Leonard ----

  

---- attimi colti durante la processione: un devoto di San leonardo ----

  

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the slideshow

  

Qi Bo's photos on Fluidr

  

Qi Bo's photos on Flickriver

  

Qi Bo's photos on FlickeFlu

  

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this is a short and long reports of the traditional feast, which was celebrated on November 6 this year in the municipality of Mongiuffi Melia (consisting of the two centers of Melia and Mongiuffi, in the province of Messina) in honor of St. Leonard of Noblac , also known as St. Leonard Abbot or hermit, for he was a French abbot who for much of his life he lived as a hermit; November 6 is the date of the saint's death, maybe he died in 1599. San Leonardo is originally the patron saint of prisoners (when the saint was in life he dedicated himself to prisoners of war, trying to free them, also trying to relieve the severe corporal punishment and fines which they had to submit); later also became the patron saint of blacksmiths, manufacturers of chains, have recently given birth (He helped the Queen Clotilde was in a coma for serious complications have arisen during childbirth: the Queen had a beautiful child), farmers, miners (and robbers). In southern Italy the cult of this saint was introduced by the Normans. It's strange to observe that in the hamlet of Mongiuffi besides the devotion to St. Leonard (he is always holding the chains), there is also a great devotion to the "Madonna of the chain", she is holding chains too (and in fact in Mongiuffi there is a sanctuary dedicated to her).

On the morning of November 6, after the Solemn Mass, the saint is carried on shoulders on the artistic float , with the music of the local band ("St. Leonard"of Mongiuffi) along the narrow and perched alleys. An exciting time it can be observed when the procession arrives at the Fountain Square, in the center of the country, and here is made a gift to this Patron Saint: He receive a "cuddura" (a donut dough braided) particularly embellished with elegant compositions made always in bread dough, so after "smaller cuddure" are distributed to the population (so called "St. Leonard's cuddure").

(Particularly interesting to visit the land of Mongiuffi Melia are the so-called Arcofie or Contrabbone, galleries for the transition from house to house probably built by the Arabs).

  

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questo è un report breve e lungo al tempo stesso, che ho realizzato il 6 novembre di quest'anno 2015, sulla tradizionale festa che si celebra nel comune di Mongiuffi Melia (composto dai due centri di Melia e di Mongiuffi, in provincia di Messina) in onore di San Leonardo di Noblac, anche conosciuto come San Leonardo abate od eremita, infatti egli fu un abate francese che per gran parte della sua vita visse da eremita; il 6 novembre è la data della morte del santo, che sembra essere avvenuta nel 1599. San Leonardo è originariamente il santo patrono dei carcerati (Egli si dedicò ai prigionieri di guerra, tentando possibilmente di liberarli, e comunque cercando di allieviare le loro gravose pene e corporali e pecuniarie alle quali erano costretti a sottostare); successivamente Egli divenne anche il santo protettore dei fabbri, dei fabbricanti di catene, delle puerpere (soccorse la regina Clotilde che era entrata in coma per gravi complicanze sopravvenute durante il parto, il suo intervento risolse al meglio quella grave situazione con la regina che riuscì così a risvegliarsi dallo stato di coma ed a dare alla luce un bimbo), degli agricoltori, dei minatori (e dei briganti). Nell'Italia meridionale il culto per questo santo fu introdotto dai Normanni. E' quanto meno singolare osservare che nella frazione di Mongiuffi oltre alla devozione per San Leonardo, raffigurato con in mano delle catene, ci sia anche una sentitissima devozione per la "Madonna della catena", anch'Ella raffiguarata con in mano delle catene (a Mongiuffi c'è un santuario a Lei dedicato).

La mattina del 6 novembre, dopo la Santa Messa Solenne, il Santo viene portato in spalla sul suo artistico fercolo con baldacchino ligneo, al seguito ci sono i fedeli e la banda musicale (la banda musicale "San Leonardo" di Mongiuffi), la processione si snoda non senza fatica lungo le strette ed inerpicate viuzze, spesso baciate dal sole e bardate per l'occasione a festa. Un momento emozionante lo si può osservare quando la processione giunge in piazza fontana, nel centro del paese, qui vien fatto dono al Santo Protettore della "cuddura" (una tipica ciambella di pasta di pane intrecciata e cotta nel forno a legna) particolarmente impreziosita da eleganti composizioni, realizzate sempre in pasta di pane; subito dopo vengono distribuite alla popolazione le cuddure più piccole (chiamate le cuddure di San Leonardo), recanti l'effigie del Santo, che viene stampata sulle trecce di pane.

In coda a questa breve descrizione c'è da menzionare che nell'antigo borgo di Mongiuffi Melia si possono ammirare le cosiddette Arcofie o Contrabbone, antiche gallerie che servivano da passaggio da un’abitazione all’altra, costruite probabilmente dagli Arabi e delle quali sono rimaste due particolari testimonianze).

  

foto e Información por cortesia de

www.flickr.com/photos/anarodinsky

 

La primera capilla dedicada a Nuestra Señora de la Concepción fue fundada y construida por Antonio Correia de Pina - llamado Padre Correia - con limosnas de los fieles devotos de la santa, antes de 1663. En 1671 los herederos de Araribóia - Gastão Soares de Souza, su esposa D. Soeiro Maria Soares de Souza, João Rocha Ada Paris, Margarida Soares y Violante – donaron doscientas brazas de terreno a la Hermandad.

 

En el medio del siglo XVIII, el templo ha sufrido una transformación radical de arquitectura, y comienzan a ser frecuentados por los indígenas y las los capitanes de San Lorenzo.

 

En 1810, después de la muerte del capitán José Manoel de Bessa, sus herederos donaron la hacienda a la iglesia - que hoy es el Hospital de Santa Cruz. En 1830, se abrió, adjunto a la capilla, el primer cementerio de la aldea. Ali, se depositaron las vísceras de José Bonifacio, a petición de su hermano Martim Francisco Ribeiro de Andrada.

 

Dos veces, sirvió, temporalmente, la iglesia madre de Niterói: desde 1819 hasta 1831 - cuando fue anfitrión de la imagen de San Juan Bautista, hasta la construcción de la nueva iglesia en honor de la patrona de la ciudad, y en los años 1885 a 1886, cuando aprobada por las obras de la catedral.

 

En 1820, con la reformulación de la Rua de la Concepción, la iglesia fue reconstruida y su escalera ganó la barras de hierro que todavía existen. En 1881 y 1882, el templo fue nuevamente renovado, con el constructor responsable Joao Antonio dos Santos Guaraceaba hay la adquisición de nuevas campanas. La nueva torre fue inaugurada el 8 de junio. A lo largo del siglo XX, la iglesia pasó por varias reformas: 1905, 1912, 1919 y 1992. La iglesia, que data de mediados del siglo XVII, fue diseñada para buscar líneas simples, con paredes blancas carentes de decoración, por lo tanto, quedan alrededor de dos siglos. Sin embargo, después de sucesivas reformas, la iglesia fue perdiendo, paulatinamente, su diseño original y, en el siglo XIX, el templo fue reconstruido con las modificaciones que introdujo elementos de fachada neoclásica y el interior, como platibandas y la pirámide de la torre del campanario.

 

Situado en una alta elevación, con la imposición de escalera para acceder a su patio, todos los religiosos se compone de dos volúmenes interconectados. La fachada principal presenta una sola torre campanario en la parte izquierda y derecha, más al fondo, una pequeña capilla de la Santísima - que internamente se comunica con la nave principal de la iglesia. El interior de la nave principal tiene una decoración que combina elementos de las líneas de inspiración neoclásica y de la neo-rococó, el coro y el púlpito. El altar mayor de mármol de Carrara, como fondo, un vitral francés. El acceso es por la puerta con arco lobulada, y sobre esta un panel de azulejos con la imagen de Nuestra Señora.

 

El 30 de diciembre de 1992, en vista de su importancia histórica y afectiva, la Prefeitura Municipal protegió el conjunto de edifícios que hacen parte de la iglesia (Ley N º 1161).

 

Sacado del libro "Patrimônio Cultural de Niterói", editado por SMC / Livros Niterói em 2000.

In the quiet, she finds me without trying. A memory soft as low light on the wall. The world goes still and I let it because thinking of her is the gentlest kind of dark

Série "Dévotion"

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