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I am partial to the Yukon Quest Sled Dog Race, as it less an event for tourists, and more of a rugged far north completion between mushers. The Iditarod fancies itself the premier race north of 60 - but it has totally changed since I first observed it back in the seventies. The folks that run it now are simply looking for a way to fill their coffers with money - to the detriment of the race. If you get a chance - follow the Quest, and you will see what I mean when I describe it as "rugged". One look at the trail map, and you will come to realize that the Quest is not for the faint of heart.
Not exactly a one off,there where a couple of them on the loose for a while.
The other was a tipper.
Made in Telford.
This was near retirement,along with its driver.
Kreltor – I must have been thinking of Forbidden Planet when I started coming up with the names for these Space Quest guys. (I just realized there’s a Commander Adams in the movie, too!) Kreltor didn’t need as much detailing as Adams, but I had to completely paint the cybernetic arm. The upper half came molded in a metallic blue plastic that was just too out of place with the rest of the figure.
More time went into the base for this figure. The grating came from a holder for some sort of closet deodorizer, and the stonework was cut from a vac formed sheet. The grass was made using Durham’s Rock Hard Water Putty, and the chunks of rubble are the same material.
PENTAX K-5 • 80 ISO • Pentax DA 10-17mm F3.5-4.5 fisheye
Pentax O-GPS1 GPS Unit
Long exposure: 300 sec
Murbach • Haut-Rhin • Alsace • France
privo di ispirazione ripesco dal passato.....
Quanti sogni sono nati ascoltando questa musica......
Genesis - Lilywhite Lilith www.youtube.com/watch?v=IWl7V7exvDM
e adesso mi accorgo quanto questo brano di Peter Gabriel si leghi con questo racconto breve che ho scritto un botto di anni fa'
LA GROTTA DEI CENTO SCALINI
Erano da poco passate le otto quando Paolo, senza nessun motivo apparente, decise di non andare a lavorare, ma di fare una passeggiata nel quartiere dove era nato e dove aveva trascorso i suoi primi diciassette anni di vita.
Parcheggiò la macchina e fece una lunga camminata tra le case e per le strade che lo avevano visto crescere. Da quasi vent'anni aveva lasciato quei luoghi ma per lui conservavano la familiarità di una volta. Fu quasi una delusione scoprire che davanti al solito bar non c'erano gli amici di un tempo ma un gruppo di ragazzi a lui sconosciuti, e soprattutto così diversi dal suo gruppo.
Prese la strada che porta al parco degli acquedotti. Oggi è questo il nome del posto che lui ed i suoi amici chiamavano semplicemente il prato.
Attraversò campi di stoppie ricordo di un raccolto di grano. Calpestò gli stessi ciottoli degli stessi sentieri che conosceva bene. Passò sotto le imponenti arcate dei resti dell'acquedotto Claudio e si sedette sotto uno dei pini che, come una solenne fila di monaci, orlavano il sentiero. Con la schiena appoggiata ad uno di questi tronchi molti anni prima aveva scritto la sua prima lettera d'amore e ancora oggi se ne ricordava ogni singolo passo.
E poi il pensiero arrivò a Marina, la sua compagnia da tre anni. Era felice.
La loro vita era calda, appassionata e piena di progetti da realizzare insieme.
Senza prendersi troppo sul serio ma godendosi ogni singolo momento, cercavano di non fare perdere significato alle piccole cose che sono poi quelle su cui si basa tutto e che a tutto danno colore.
Fu proprio mentre era assorto in questi ricordi che gli tornò in mente la grotta dei 100 scalini. Una strana grotta alla quale si accedeva passando attraverso un piccolo fabbricato all'interno del quale cominciava un tunnel in discesa che una volta doveva essere dotato di una scalinata centrale di cui restavano soltanto delle tracce. Alla fine di questa galleria si apriva una grotta di medie dimensioni, il pavimento di ciottoli era sovrastato da una volta di roccia grande come la cupola di una chiesa di paese. Non c'erano stalattiti, non c'erano pipistrelli ne altre forme di vita.
In realtà non c'era proprio niente,
ma l'andarci da bambini aveva il fascino delle cose vietate e misteriose. Così Paolo ed il suo gruppo ci andavano quando non avevano niente di meglio da fare.
Dove era la grotta dei 100 scalini?
Paolo, che fino a quel momento si ricordava tutto di quei posti, si trovò con questo dubbio. Non riusciva proprio a ricordare dove fosse questa grotta. Proprio non se lo ricordava, tanto che ad un certo punto cominciò anche a chiedersi se questa grotta fosse mai esistita o se era soltanto l'ombra di qualche racconto ascoltato da ragazzino che il tempo aveva sedimentato nei suoi ricordi come realtà.
Questo pensiero improvvisamente lo riempiva, era assolutamente importante scoprire la natura di questa entità che si era riaffacciata alla memoria.
Si alzò e continuò a passeggiare sui campi in compagnia dei suoi pensieri, si sentiva leggero come un adolescente ma con la consapevolezza e la solidità dei suoi 34 anni.
la sua attenzione poi fu attratta da un grosso cespuglio di Bugainville dalle foglie viola. Era strano trovare un cespuglio selvatico così grosso e rigoglioso nella campagna romana, fossimo stati in Sicilia; nella sua Sicilia; tutto ciò sarebbe stato assolutamente normale, ma lì non lo era.
La sua curiosità lo guidò. Si avvicinò e guardando bene tra le foglie colorate scorse dei resti di un piccolo edificio completamente avvolti dalla pianta. Non ebbe dubbi, era l'ingresso della grotta che stava cercando.
Senza perdere tempo imboccò la piccola galleria in discesa che conduceva alla camera sotterranea. La luce del sole fece presto a diventare soltanto un ricordo, tuttavia il buio non era assoluto. Aleggiava un chiarore violaceo che sembrava provenire dal fondo della grotta, mano a mano che scendeva la luminosità aumentava ed il colore si andava stabilizzando su una tonalità viola azzurro. Stranamente questo fenomeno non lo metteva assolutamente in soggezione, anzi più scendeva in basso e più veniva pervaso da un caldo senso di sicurezza, la sicurezza che soltanto i luoghi familiari sanno infondere.
La volta della grotta gli apparve improvvisa. Dalle pareti di roccia pendevano dei globi luminosi dai colori freddi grandi come palloni da basket. Erano viola, lilla, fucsia, turchese e di altri colori indefinibili. sembravano lampadari di vetro, ma non erano rigidi, sembravano enormi bolle di sapone. La loro forma, approssimativamente una sfera, si modificava continuamente,
si modificava leggermente e
lentamente
ma si modificava.
Anche il loro volume cambiava.
Si contraevano e si espandevano;
pulsavano;
erano vivi.
All'interno di ogni globo volteggiava luminosa una grossa farfalla. La fonte luminosa non era la farfalla e non era neanche il globo, era l'insieme che risplendeva. Ed erano tutti i globi che insieme infondevano alla grotta quel chiarore magico che lasciava comunque tutto nell'ombra.
La mente di Paolo vagava nel buio, i suoi occhi mettevano a fuoco ora una farfalla, ora un globo e poi una farfalla ancora.
I suoi ricordi tornarono indietro fino ad incontrare una notte di tanti anni prima. Era a Venezia e l'acido lisergico che aveva nel sangue faceva danzare i riflessi delle insegne al neon sulle acque del Canale della Giudecca. Anche le strade della città fluttuavano leggere come gocce d'olio sull'acqua e le cupole delle chiese, verdi di rame splendevano luminose come smeraldi contro un cielo nero e profondo come l'ignoto.
Nella grotta c'era la stessa luce.
Era calmissimo, sapeva di essere una parte importante di quella situazione. Aveva la strana certezza che quella cosa irreale era vera e che lui ne era parte.
I suoi piedi poggiavano su una piccola spiaggia di ciottoli e davanti a lui c'era un laghetto sotterraneo dalle acque scure ed immobili. Il lago non era più largo di una trentina di metri, e sull'altra sponda c'era quello che nell'oscurità poteva sembrare un enorme specchio le cui dimensioni andavano dal pelo dell'acqua fino all'estremità della volta. A Paolo per un momento sembrò che la grotta che gli era apparsa a forma di cupola fosse in realtà divisa in due, mezza cupola reale e l'altra mezza virtuale ne era soltanto il riflesso in questo enorme specchio. Perse completamente il senso delle dimensioni e delle forme vagando nella ricerca dei globi gemelli. Cercava nel fondo della grotta il riflesso dei globi che gli erano più vicini. Cercava nei movimenti ritmici o soavi delle farfalle racchiuse nei globi l'analogo sul fondo della grotta.
Non trovò niente.
Niente che nel fondo della grotta fosse simile a ciò che aveva intorno.
Soltanto lui; soltanto quella che lui intuiva come la sua immagine riflessa corrispondeva sul fondo della grotta alla realtà.
In quel gioco di specchi soltanto lui aveva un gemello.
Le altre cose erano assolutamente uniche.
Questa certezza gli fece paura.
Una paura calda.
Si sedette sui ciottoli, gambe incrociate e mani sulle tempie. Il suo riflesso replicò le sue mosse. Chiuse gli occhi per provare a concentrarsi e per cercare di capire.
Tenne gli occhi chiusi per un qualche tempo. Gli tornò in mente un pensiero.
Una costante della sua vita.
Quando i problemi da adolescente lo sovrastavano e a lui sembrava di non essere più in grado di trovare la via di fuga per salvarsi dalle situazioni in cui si era messo o che lo avevano coinvolto, inforcava il motorino e correva verso il mare, si sedeva sul molo ad ascoltare la voce delle onde che frangevano sugli scogli. Spesso chiudeva gli occhi ed aspettava che il flusso e riflusso delle onde mettesse ordine nei suoi pensieri.
Ascoltava il canto del mare e ne assecondava la voce, poi si alzava e tornava a casa con la soluzione in tasca. Nei momenti difficili aveva sempre chiesto aiuto al mare, ed il mare gli aveva sempre fatto venire in mente qualcosa di buono per cavarsela.
Aveva ancora gli occhi chiusi ed il rumore del mare passò dai ricordi alla realtà.
Il mare, passo dai ricordi alla realtà.
Fu con lenta consapevolezza che si accorse che il fragore delle onde era li con lui. Aprì gli occhi e vide ancora di fronte a se la propria immagine riflessa. Lo sfondo però era cambiato. La grotta era sempre pervasa dal chiarore dei globi e delle farfalle, ma alle spalle della sua immagine riflessa c'era una scogliera, una alta scogliera di granito rosa al tramonto contro la quale si infrangevano alte onde di burrasca.
Lo stupore lasciò presto spazio all'estasi. Sembrava un paesaggio bretone, Forse era punta Del Ratz, una lingua di granito che si protende nell'oceano Atlantico.
Lasciò che il fragore della burrasca conquistasse ogni spazio libero del suo cervello, Lasciò che gli occhi seguissero le onde finchè non esplodevano contro gli scogli.
Lasciò ad un altro momento le domande.
Il mare ribolliva di schiuma bianca e le onde grandi e lunghe mostravano la loro potenza immane. Se concentrava lo sguardo sull'orizzonte poteva sembrare un mare calmo, placidamente addormentato sotto un cielo ambrato di un tramonto del nord.
Non c'era vento.
Le onde ruggivano nel ricordo di una burrasca lontana e forse già sopita.
Mentre ammirava lo spettacolo che la grotta gli stava regalando, per uno dei tanti misteri che governano la memoria tornò indietro nel tempo e gli venne in mente uno dei suoi primi ricordi d'infanzia: la macchina di latta bianca con la quale giocava nel giardino della nonna. Era una macchina a pedali con al centro del volante il grosso pulsante blu del clacson. Quando correva per il viale con la sua macchinetta si sentiva già grande, ed oggi, da adulto, quello era un ricordo che si teneva stretto e richiamava ogni volta che aveva bisogno di aggrapparsi a qualcosa di bello su cui appoggiare un nuovo progetto per la sua vita.
I ciottoli su cui era seduto erano freddi e bagnati così ogni tanto cambiava posizione appoggiandosi ora su una gamba ora sull'altra. Mentre era assorto nei suoi pensieri e perso nello spettacolo della burrasca che infuriava davanti a lui fu colto ancora una volta dalla sorpresa; la macchina bianca era li vicino a lui. Scattò in piedi e gli girò intorno, era proprio lei, ammaccata ed impolverata proprio come l'aveva lasciata l'ultima volta trent'anni prima.
Era felice e divertito nel vederla e guardandola rideva,
rideva come soltanto i bambini sanno fare.
Era una risata senza umorismo, senza sarcasmo.
Era una risata piena solo di gioia.
Una risata da bambino.
Aveva voglia di saltarci dentro ed iniziare a pedalare proprio come una volta, non lo fece sapeva che non sarebbe riuscito ad entrare nel piccolo abitacolo adatto ad un bimbo.
Mentre guardava incredulo la sua macchinetta sentì svanire lentamente il rumore della burrasca e quando alzò gli occhi il fondo della grotta era tornato a risplendere del bagliore sommesso dei globi e delle farfalle, era sparita la scogliera e si era sopito anche l'eco della tempesta. Il laghetto di fronte a se era placido e trasparente come uno stagno di montagna.
Era uno stagno di montagna.
Si tolse le scarpe e immerse i piedi nell'acqua, dopo pochi istanti era li che nuotava e si immergeva, nuotava e nuotava ancora, e quando riemergeva dopo ogni tuffo si sentiva forte e sicuro. Uscì dall'acqua quando sentì che era il momento di farlo.
Tornò sulla riva e quando guardò il fondo della grotta vide se stesso. Vide un uomo ben piantato sulle sue gambe, con i muscoli tesi ed il vento nei capelli.
Vide un uomo felice che teneva per mano una bambina bionda con gli occhi azzurri.
Negli occhi della bimba e sulle sue labbra vide un sorriso sereno.
Un sorriso che solo i bambini,
solo i bambini sanno.
I globi di luce splendevano nella loro opalescenza magica e Paolo si accorse subito che uno di essi non conteneva più il suo inquilino, la farfalla era sparita. Paolo lo accarezzò dolcemente e sentì con la mano il suo calore, sentì che quel globo solitario e vivo gli apparteneva, come gli appartenevano tutte le immagini che gli avevano attraversato la mente all'interno della grotta.
Paolo si ritrovò con questo pensiero in testa appoggiato al vecchio pino, lo stesso vecchio pino.
La mattina stava pigramente finendo, la caligine colorava di giallo il cielo di luglio ed il vento da ponente accarezzava il prato. Si sentì pienamente felice e dolcemente si fece accompagnare a casa dai suoi pensieri.
A maggio dell'anno dopo Marina diede alla luce una bambina bionda con gli occhi azzurri, azzurri come il mare.
e sulle coste bretoni
le onde continuano
ad esplodere
contro la scogliera.
E QUESTA E' LA TRADUZIONE DEL BARNO DEI GENESIS
La sala era in tumulto – tutti gridavano
Sono riuscito solo ad ascoltare una voce abbastanza vicina dire
“Ti prego, aiutami ad uscire dalla folla”
Diceva che se lo avessi fatto anche lei mi avrebbe aiutato,
Ma vedevo che era completamente cieca
Ma dalla sua pallida pelle e dal suo volto bianco brillava la luna
Candida Lilith
Lei ti guiderà nel tunnel della notte
Candida Lilith
Lei ti farà uscire
Quando la condussi in mezzo alla gente, il rumore di contestazione iniziò a crescere
Lei disse “lasciami sentire da che parte soffia la brezza e ti mostrerò dove andare”
Così la seguii in una grande cavità rotonda,
Lei disse “stanno venendo per te, ora non aver paura”
Poi mi fece sedere su un trono di pietra fredda, scolpito nella giada
Candida Lilith
Lei ti guiderà nel tunnel della notte
Candida Lilith
Lei ti farà uscire
Mi lascia nella mia oscurità
Devo affrontare la mia paura
E l’oscurità incombe su di me
Posso sentire un ronzio avvicinarsi
Vedo l’angolo del tunnel
Illuminato da un qualcosa che sta arrivando
Due globi dorati fluttuano nella stanza
Ed una luce bianca abbagliante si espande nell’aria
THQ Nordic has pushed out a special Titan Quest Anniversary Edition and it’s completely free if you own the original version of the game on Steam.
E3 2016: Watch all the E3 PC game trailers.
I'd like a picture of a Surfliner with the sun setting behind it. It's a small ask, well actually no, it isn't any such thing.
This scene was captured at about 1650/4.50pm on 29 January 2019, the location is the crossing of the San Luis Rey River at Oceanside Harbour.
And the sun is behind me.
Eh?
Well yesterday was as much as anything else based on finding out exactly when and where the sun sinks. And trying to find a location where there is a good chance of there being something to photograph in that window of seven minutes or so before the big red globe disappears below the horizon.
This was not that location.
After taking this shot, I walked round to the Pacific Coast Highway bridge which you can just make out behind the train. Nothing stirred in well over an hour, in part due to something obstructing the line further north.
We'll try again later today...
Train 785 from San Diego to Los Angeles, pushed by P42 #144.
And to our pals up north in the Dakota's, Illinois, Wisconsin and wherever else is being vortexed right now, keep well boys and girls. That once in a lifetime shot isn't worth shit if you sacrifice an arm, two knackers and three legs to frostbite...
From yesterday's start to the Yukon Quest. You can tell from the photos I post, I'm partial to Siberians.
Questor's head is a hummingbird feeder. His chest is an upside down waste basket. You can read about and see more of Questor here on my blog:
Transit Wireless personnel demonstrate a beacon-enabled version of MTA Subway Time at event to challenge app developers to build apps than can help transit riders -- particularly the disabled -- better navigate the MTA transit system. Photo: Metropolitan Transportation Authority / Patrick Cashin
Colors that make me happy!
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One of the many brave dog teams participating in the 2007 Yukon Quest - an epic 1000 mile race from Whitehorse, Yukon to Fairbanks, Alaska.
This is my favourite shot from the day.
Best viewed a wee bit larger
Verso la metà del XV secolo Domenico Malatesta, Signore di Cesena, assegnò all'architetto Matteo Nuti il compito di progettare un edificio adeguato alla conservazione delle opere dello studium. È questa sala la parte principale dell'insieme architettonico che diede fama alla Biblioteca Malatestiana.
Sul timpano del portale di accesso alla biblioteca campeggia l'elefante, emblema dei Malatesta, sul nastro c'è la seguente scritta:
« Elephas Indus culices non timet »
(L'elefante indiano non teme le zanzare)
che pare avere valore di motteggio verso i nemici Da Polenta, signori di Ravenna, zona infestata dalle zanzare. L'espressione indica anche che chi è forte non si cura delle meschinità e delle piccinerie tipiche dei deboli, ed è stato sovente utilizzato nella storia per spiegare il fatto che un governante non sempre ha bisogno di combattere e perseguitare i propri oppositori.
Grays Lily (or Roan Lily) - Lilium grayi
Our small party found three of these in the Roan Mountain area, two along trails and one along a roadside. This one was very convenient for photography and could be photographed easily without stepping off a trail. I used, mostly, a long telephoto lens to make sure I did not get too close to this sensitive plant. Several blossoms appeared to have been damaged by nectar thieves, with holes at the base. I saw ants visiting these perforations, but I suspect a larger insect made them. Location on Flickr is approximate. Elevation was about 5600 feet (1,700 meters). This was very close to the North Carolina/Tennessee state line.
I figured it was about time for an update. I've been hosting a quest over on Eurobricks. These are a few shots from the quest. I've also got my butt together and have started work on a real MOC! Not sure how long it will be 'till I'm done. Hopefully not long.
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In this picture, the heroes are battling two Mynocks and some ROUSs.
April 2013
Photo ID: 65887 Azamara Quest
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Peter has a look at how Dragon Quest Heroes functions on PC. Tecmo Koei are involved, so there’s reason to be nervous.
www.pcinvasion.com/dragon-quest-heroes-pc-version-impress...
questa borgata situata appena sotto Sestriere, è il luogo ideale per chi ama la solitudine e il silenzio
Là dove inizia il portico di Palazzo Poggi, dal 1803 sede dell'Università di Bologna, migliaia di passanti si sono "imbalzati" in questo strano paracarro....... IL FITTONE.
Non è ovviamente un paracarro qualunque..........è il simbolo della GOLIARDIA.
Secondo il vocabolario il Fittone è: s. m. L’asse primario della radice, quando è provvisto di rami di limitata lunghezza e robustezza [da fitto (nel suolo).
Ma a Bologna, sia nella lingua parlata che nel dialetto locale, la parola Fittone indica genericamente dei pilastrini di pietra, comunissimi un tempo per salvaguardare le colonne dei portici dalle ruote dei carri, o posti anche a impedire l’accesso di carri e veicoli a vicoli o strade del centro troppo strette per consentirne il passaggio.
Uno di questi fittoni, ben scolpito in pietra d’Istria, dalla forma agile e slanciata che si allargava leggermente sulla punta rotondeggiante, era posto all’ingresso di una stradina in pieno centro, Via Spaderie, vicina palazzo Re Enzo. Nei pressi si ritrovavano spesso gruppi di studenti della vicina università.L'intrico di stradine risalenti al medioevo che costituivano parte del centro di Bologna, nei primi anni del XX° secolo fu cancellato e sostituito da tre grandi strade che , formando un disegno a T, diedero origine alla attuale viabilità, quella di una città grande e moderna. Via Spaderie era una di queste stradine e dall'oggi al domani sparì dalla toponomastica cittadina, ma gli studenti non vollero rinunciare al loro simbolo.
Con in testa il copricapo abituale di allora: la paglietta con nastro di colore diverso a seconda della Facoltà frequentata, sradicarono il Fittone dalla strada e lo portarono solennemente in corteo fino in Via Zamboni, dove fu murato all’inizio del portico della sede dell’Università. Lì rimase fino agli anni ’60, onorato e venerato da tutti i Goliardi bolognesi. Era uno spettacolo assai frequente vedere una matricola posta a sedere sulla cima del Fittone, allo scopo di riscaldarlo e procurargli il dovuto gaudio. Il 1912, anno della traslazione del Fittone, fu da allora ricordato obbligatoriamente in tutti i papyri che dovevano riportare, accanto alla data di stesura, la dizione "Anno xx a Fictone traslato".
Visto che il Poeta per antonomasia, nella sua Divina Commedia aveva menzionato numerosi nomi di città e contrade in versi poi riportati dagli abitanti giustamente orgogliosi su apposite lapidi , fu subito trovato anche il debito riferimento al Fittone. certo Dante non poteva ignorare un tanto mirabile monumento…
Sulla Porta dell’Inferno (Canto III°, vv. 7/8), Dante trova una scritta (il cui significato chiede poi a Virgilio), in cui compaiono due versi che la Goliardia felsinea ritenne memorabili, e ovviamente ispirati dal loro amatissimo paracarro:
Dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterno duro
per cui, nella più dotta versione in latino, "Aeterno Duro" è da sempre il motto che accompagna il simbolo, sacro e venerabile, dei Goliardi bolognesi.
Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, furono compiuti reiterati tentativi, da parte di ordini Goliardici di altre città, di impadronirsi del Fittone (già restaurato nel 1931): impresa non facile, visto che si trattava di una colonnina di pietra murata nella pavimentazione.
Una prima volta un automezzo vi si scaraventò contro, spezzandolo in due (e qualcosa da dire ci sarebbe, sulla "goliardicità" di tale atto vandalico). La parte superiore tornò al suo posto, e si dovette unire alla base con un perno di ferro. Poi avvenne un altro tentativo e ad evitare ulteriori "rapimenti", ma anche allo scopo di scongiurarne lo sgretolamento, il Fittone fu ricoperto da una gabbia di ferro.
Tale gabbia fu segata una prima volta, ma il ratto venne sventato. Successivamente il colpo fu ripetuto, e questa volta il Fittone, già lesionato, subì gravi danneggiamenti e venne ridotto in pezzi.
Si trattava di un oggetto storico e giustamente l’Università recuperatolo, lo fece restaurare. ma da allora provvide a conservarlo all’interno, tra i propri cimeli. Al suo posto fu murata una piccola lapide rotonda, recante il disegno del Fittone e in numeri romani, la data in cui la lapide venne posta (e il cui disegno fu reso obbligatorio in tutti i papyri).
Iniziava ormai la contestazione studentesca negli Atenei. La piccola lapide sparì, più probabilmente ad opera di militanti di "autonomia studentesca" che non di altri Goliardi (il cui numero del resto andava scemando rapidamente).
Negli anni ’70 il Fittone non c’era più. Non c’era più neppure la piccola lapide a ricordarlo e del resto non c’erano più neanche i Goliardi…
I primi di loro a rinascere, dando vita alla Balla di Montecristo, una sera smurarono da qualche parte un piccolo paracarro di pietra, e andarono a murarlo al posto del vecchio Fittone. L’oggetto in sé era decisamente brutto, ma era pur sempre il tentativo di riappropriarsi di un simbolo importantissimo, unico per la Goliardia che a Bologna aveva sempre costituito un fenomeno di massa tra gli studenti universitari.
Un giornale locale pubblicò una foto dell’evento. Gli "autonomi" provvidero e il piccolo paracarro scomparve, senza del resto alcun rimpianto, a parte quello di coloro che lo avevano posto "in loco".
Poi, lentamente, la Goliardia diede segni di ripresa, anche a Bologna, e in occasione del Nono Centenario dell’Ateneo il S.V.Q.F.O.(Sacer VenerabilisQue Fictonis Ordo) provvide a ricollocare al suo posto una copia perfetta, in pietra, dell’antico Fittone. Inizialmente protetta da una gabbia di ferro, che poi si preferì togliere, per affidare giustamente l’antico simbolo al rispetto e alla civiltà degli studenti.
Questa, più o meno, è in breve la storia del Fittone materialmente inteso.Più difficile, almeno per chi scrive, ricostruire con certezza la storia dell’Ordine Goliardico che dal Fittone trasse il proprio nome.
Nel 1945 Umberto Mangini, Barone Vicario del S.V.Q.F.O., redasse, essendo Gran Maestro dell’Ordine Gianni Nazzareno, lo "Statutum et Ordinamentum Sacri VenerabilisQue Fictonis Ordinis" che, in sole tre pagine, riassume l’ordinamento dell’Ordine, conservato inalterato da allora.
Queste tre pagine furono poi pubblicate a stampa nel 1947, in calce ai famosissimi "Statuti Goliardici Civili e Criminali dell’Inclita Università di Bologna", redatti dall’indimenticabile Guido Rossi, Dottore in Giurisprudenza, Barone Vicario e Protonotario del S.V.Q.F.O., che comprende tutto quanto attiene alla Goliardia bolognese, escluso appunto l’ordinamento dell’Ordine.
Per avere un'idea un breve estratto dagli statuta:
DE GOLIARDIS
Goliardu est iuvenis qui multum sudavit et alsit a sua puerita ad inscribendum seipsum in aliquo Collegio, seu Facultate, de Universitaria Corporatione goliardizandi causa.
Sed quia goliardizare res facilis, vel comunis, non est, in primis et ante omnia statuimus et ordinamus quod a Goliardo hec precepta semper in maximo honore teneantur; videlicet honeste vivere, alterum non ledere, suum cuique tribuere, Patriam suam amare et servire, pro libertate pugnare, pauxillulum studere nisi in imminentia examinum.
Item quod possit Goliardus etiam puellas amare, maxime si pulchre sint; et nunquam cavere debeat feminas fascinosas et maliardas.
Item quod debeat Goliardus maxime procedere in libationibus et etiam, si potest ratione pecunie, usque ad ebrietatem.
...........................
Non so quanto corrisponda a verità ma gira voce che uno dei motti dei goliardi sia: Nè lungo che tocchi, nè largo che tappi, ma duro che duri! ...cosa sia la cosa che dura lo lascio alla fantasia del lettore aiutato e ispirato dalla forma del sacro fittone!!
COLECCION ----"IDENTITY QUEST"-----Tendencia SteamPunk
Modelo:Cindy Salas
Maquillaje ,pelo: Carolina RivAl
Fotografo: Mirko Quiñones
Asistentes: Claudio Troncoso
Christian Bastias
Vestuario RIVAL
Bolero Aleen
Corsét Mecanica
Falda Giovanna
Boston: Die Statue von Donald DeLue von 1967 steht vor dem Prudential Tower an der Boylston Street. Im Volksmund wird die Skulptur, die nach den Sternen zu greifen scheint, "Quest Eternal" genannt.
Vessel Details:- R-class Cruise Ship.
Vessel Name:- MV AZAMARA QUEST.
IMO:- 9210218.
MMSI: - 256216000.
Call Sign:- 9HOM8.
Classification:- Lloyds Shipping Register.
Length:- 181m.
Beam:- 25m.
Draught:- 5.9m.
Builder:- Built in 2000 by Chantiers De L’Atlantique, St Nazire France.
Power Plant:- 4x Wärtsilä type 12V32 Diesel Engines.
Propulsion:- 2x GEC Alsthom electric motors powering 2 x fixed propellers.
Registered:- Valletta, Malta.
Gross Tonnage:- 30277t.
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