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2016 - Auditiva: thirding-as-othering
57° Premio Internazionale Bugatti Segantini, Progetti Speciali
Acura di Frequente
Con, Seiji Morimoto, Stephen Cornford, Gábor Lázár
L’ambiente è uno sfondo dinamico, non un contenitore ma l’animatore di un processo che è il contenuto stesso. È in continua trasformazione, il terreno di infinite possibilità, eterogeneo e in movimento, multiforme di natura. Ogni luogo è un linguaggio aperto. Da questa premessa prende avvio un intervento ideato da Frequente a partire dall’ambiente di Villa Brivio e realizzato, in collaborazione con Bice Bugatti Club, per la trama del suo spazio.
Auditiva: thirding-as-othering presenta al pubblico un’esperienza ambientale che si snoda attraverso il suono e che, durante più momenti, abita e invita ad abitare lo spazio di Villa Brivio. L’intento è proporre al visitatore un percorso libero, con due inizi e una fine centrale. Tre installazioni sonore site specific sono concepite come sculture ambientali, situazioni espanse che realizzano il significato della loro presenza nell’ascolto dei fruitori e nel legame con il luogo. Ambiente, opera e ascoltatore: tre forze dello stesso campo, soggetti aperti e indipendenti, indissolubilmente legati nel fatto stesso di esserci, ovvero essere presenti. Questi elementi mettono in atto una specie di trialettica (thirding) non oppositiva e nemmeno collaborativa, che produce estraniamento (othering) e rompe, così facendo, i confini precisi delle definizioni e dei ruoli. Ciò che unisce l’ambiente, l’opera sonora e l’ascoltatore non è dunque un processo intellettuale mediato dall’arte, bensì una coesistenza di tutti i protagonisti che, in una dinamica reciproca di attivazione, mobilitano la possibilità del luogo e realizzano la socialità nel suo aspetto più organico, ovverosia quello della conquista e della meraviglia, collettiva perché prima di tutto sentita personalmente.
La scelta stessa di proporre tre artisti per tre siti, completamente differenti e collegati l’uno nell’altro, manifesta la continuità del movimento che le installazioni sonore sono capaci di mettere in luce, così come l’invito stesso alla trialettica intesa quale gioco al disordine, che infrange le categorie, nullifica le opposizioni, conduce alla scoperta e mantiene l’equilibrio dinamico tra le parti.
Il giardino adiacente l’ingresso da strada ospita l’installazione di Seiji Morimoto: elementi sonori sottili, risultato di meccanismi analogici semplicemente costruiti, sono dislocati dall’artista e vanno a comporre uno spazio accogliente e perfettamente sistemato nel protocollo quotidiano dei suoni del giardino. Si tratta di un intervento appositamente pensato a partire dal luogo di installazione. Concomitante nello spazio della biblioteca ha luogo l’installazione Migration di Stephen Cornford. Un gruppo di dittafoni modificati dall’artista, con i loro movimenti e i loro suoni, sono sistemati per restituire la reminiscenza di una massa di uccelli o insetti in migrazione. Memore dell’appropriazione del temine “migrazione” come processo di trasmissione dati, l’opera riflette il movimento globale del consumo dei dispositivi elettronici e il loro rapido passaggio dall’essere prodotto all’essere rifiuto, dentro cicli di vita sempre più accelerati tra generazioni nella tecnologia. L’intervento comprende in sé l’elemento visivo inteso come aspetto del sonoro: questa chiave di lettura è una proposta ulteriore per l’esperienza percettiva del pubblico, oltre ad essere la specificità propria della ricerca stessa dell’autore.
Infine, a chiudere il progetto l’installazione-performance di Gábor Lázár A Trap for your Attention avviene per una sera soltanto nella piazza della corte, spazio connettivo a Villa Brivio. Questo momento conclude e apre allo stesso tempo: un intervento temporaneo, con luci al led e suoni elettronici, agisce nelle misure grandi, nei riverberi e nell’aspettativa della durata limitata di una performance, andando a rivelare il volume di quel vuoto architettonico capace, insieme ai suoi abitanti, di essere portatore di libertà d’azione.
Frequente
Frequente è un’organizzazione culturale e un centro di ricerca indipendente per le arti sonore e la diffusione della cultura auditiva.
Promuove la pratica spaziale, le attività performative, la didattica e i progetti capaci di allargare gli orizzonti delle arti sonore. Frequente è un progetto di Nicola Ratti, Gaia Martino e Enrico Malatesta, in collaborazione con Attila Faravelli, Standards Studio e O’.
Bio
STEPHEN CORNFORD
Artista audiovisivo e ricercatore, indirizza la sua indagine a partire dal fascino per i dispositivi elettronici di largo consumo: come questi sono diffusi e quanto influiscono sulla percezione della realtà. È ricercatore presso la Sonic Art Research Unit alla Oxford Brokkes University, dove dirige con Paul Whitty il Festival annuale Audiograft. Insieme a Samuel Rodgers, inoltre, ha fondato Consumer Waste record label.
SEIJI MORIMOTO
Artista sonoro nato a Tokyo, dal 2003 vive e lavora a Berlino. Il suo interesse è rivolto alle apparenze acustiche instabili che si creano tra l’incontro di oggetti ed elementi inusuali, come ad esempio l’acqua e le pietre, con diversi mezzi tecnici. Ha preso parte a numerose mostre e festival internazionali in Europa e in Giappone.
GÁBOR LÁZÁR
Musicista e artista sonoro ungherese attivo da pochi anni, Gábor Lázár è riuscito ad imporsi all’attenzione internazionale in virtù del riconoscibile e originale apporto che sta fornendo al mondo della ricerca sonora. Dopo aver concluso gli studi, Gábor ha pubblicato l’album ‘ILS’ e ‘EP16’ nel 2014. Ha collaborato con Russell Haswell e Mark Fell, presentato il suo lavoro in contesti come CTM festival, ZKM di Karlsruhe, Empty Gallery di Hong Kong, La Casa Encendida di Madrid e realizzato una mostra personale alla House of Electronic Arts di Basilea.
Villa Brivio, Nova Milanese (MB)
La mostra – la più ampia ed articolata antologica degli ultimi decenni di uno tra i più imprevedibili e multiformi artisti nel campo della fotografia – offre un panorama dettagliato ed esauriente del percorso di Nino Migliori, in più di 60 anni di ricerca sulla fotografia, della fotografia, con la fotografia.
Oltre 300 opere esposte a Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni per raccontare l’opera dell’autore, a cui si aggiungono 9 installazioni, 2 delle quali a Casa Saraceni e Palazzo Pepoli Museo della Storia di Bologna.
Mostra promossa da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna
in collaborazione con l'Archivio Nino Migliori
18 gennaio - 28 aprile 2013
Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni
Genus Bononiae Musei nella Città
Bologna
foto Paolo Righi
Cottage Sirppilahti stands on the highest spot of a small hill with nice view of lake Puula. This holiday home offers quality, beautiful multiform and wooded yard, and natural sandy beach. Both yard and beach is child friendly.
Photographié le 25 septembre 2012 dans une forêt mixte dominée par les conifères, au sentier des Explorateurs du camping du Nid d'aigle, à Dubuisson, en Abitibi-Témiscamingue.
Espèce : Thaxterogaster multiformis / Cortinaire multiforme
pat250912-05
Date : 25 septembre 2012
Lieu : sentier des Explorateurs, camping du Nid d’aigle, Dubuisson Habitat/substrat : mousse, sous des cèdres et des épinettes
Descr. espèce photo. : solitaire, chap. 6,1 cm diam., convexe, viscidule, marge incurvée, orangé; lames adnées, blanchâtres, plutôt espacées, assez minces; pied 8,5 cm long, 1,8 cm diam., élargi vers le bas et bulbeux, strié, blanc, jaunissant-brunissant au froissement; odeur agréable, saveur douce. Sporée brun rouille.
Aisément reconnaissable par un style coloré, inspiré du Pop’Art, les figures portent sur les aspects
multiformes que revêt la féminité. Un regard, une épaule, une chevelure blonde directement
inspirée des héroïnes hitchcockiennes, un accessoire, un vêtement, autant de signes que décline la
féminité avec toutes ses singularités. Dans un monde très animé, souvent agressif et parfois violent,
Corinne Dauger veut rester sur une dynamique de sérénité et d’apaisement.
Cortinarius allutus Fr. ss. Moser non J. Lange, syn.: Phlegmacium allutum (Fr.) M.M. Moser,
Cortinarius melliolens Schäffer ex Orton, Cortinarius multiformis ss. CFP, Ricken
DE: Bereifter Schleimkopf
Slo.: poprhnjena koprenka
Dat.: Oct. 6. 2017
Lat.: 46.36139 Long.: 13.69922
Code: Bot_1093/2017_DSC9358
Habitat: Mixed wood, Fagus sylvatica dominant, Picea abies scattered; slightly inclined mountain slope, southeast aspect; calcareous, colluvial, shallow ground; relatively warm and dry place; partly protected from direct rain by tree canopies; average precipitations ~ 3.000 mm/year, average temperature 6-9 deg C, elevation 670 m (2.200 feet), alpine phytogeographical region.
Substratum: forest soil, leaf litter.
Place: Lower Trenta valley, right bank of river Soča; between villages Soča and Trenta; near the trail to settlement Na skalah, East Julian Alps, Posočje, Slovenia EC.
Comments: Genus Cortinarius is huge - more than 1.000 species, subspecies, var. and f. have been described. No wonder, there is confusion in their names. Index Fungorum recognizes Cortinarius allutus as a current name, while other authorities consider it as a synonym of Cortinarius multiformis (this too is a current name according to IF). Recent (2014) DNA phylogenetic studies (Ref.8) revealed that much more complex situation exists in the group of species similar to this find. Ref.8 considers now the name Cortinarius allutus as a misapplied name. Anyway, I will keep with Index Fungorum and use the name Cortinarius allutus. Macroscopic traits and spores fit well to the most of the descriptions found in literature.
There grew 6 or 7 pilei in an area of about 3 x 3 m. Habitat was montane Fagus sylvatica forest with a few Picea abies intermixed. In a distance of 0.3 - 3 m from the pilei two young, about 1-1.5 m tall and in a distance of about 5 m a grown up Picea abies three were present. Cortinarius allutus is supposed to be in mycorrhizal relation to conifers. Fruitbody description: pilei diameter 6 - 9 cm, trama thin near the edge of pilei, in the midrange about 8 mm thick, gills up to 10 mm broad, hut dry (after a several days long dry period); however, leaves and other debris were firmly 'glued' to the hut surface (ixocutis); stipe 4.2 - 6.5 cm long and 8 - 20 mm in diameter; when old stipe partly hollow; quite abruptly bulbous (with a few fruitbodies almost marginate); bulb from 1.6 to 1.9 times the diameter of the stipe; smell mild, pleasant, mushroomy, on leather?; taste not tested; 5% KOH reactions: on trama yellow-brown, not violent; on hut brownish, deepens the color of the hut; trama in the bulb brownish; on gills dark brown, almost blackish; Lugol reactions: on trama instant gold-yellowish, on pilei slightly yellowish, almost none; pilei do not bruise when handled except gills - they darken slightly; SP abundant, almost the same color as the whole fruitbodies, buff-fox color, oac714.
Spores minutely and uniformly warty. Dimensions: (7.8) 8 - 8.8 (9.1) x (4.5) 4.7 - 5 (5.2) microns; Q = (1.6) 1.7 - 1.8 (1.9); N = 35; Me = 8.5 x 4.8 microns; Qe = 1.8. Olympus CH20 , NEA 100x/1.25, magnification 1.000 x, oil; in water, fresh material. AmScope MA500 digital camera.
Herbarium: Mycotheca and lichen herbarium (LJU-Li) of Slovenian Forestry Institute, Večna pot 2, Ljubljana, Index Herbariorum LJF
Ref.:
(1) R.M.Daehncke, 1200 Pilze in Farbfotos, AT Verlag (2009), p 726.
(2) www.fichasmicologicas.com/?micos=1&alf=C&art=556 (accessed Oct.8. 2017)
www2.muse.it/bresadola/gallery.asp?code=87 (accessed Oct.8. 2017)
(3) R. Phillips, Mushrooms, Macmillan (2006), p 182.
(4)
www.nahuby.sk/obrazok_detail.php?obrazok_id=512681&po... (accessed Oct.8. 2017)
(5) www.123pilze.de/DreamHC/Download/OrangeseidigerKlumpfuss.htm (accessed Oct.8. 2017)
(6) www.pilzflora-ehingen.de/pilzflora/arthtml/callutus.html (accessed Oct.8. 2017)
(7) J. Breitenbach, F. Kraenzlin, Eds., Fungi of Switzerland, Vol.5. Verlag Mykologia (2000), p 164.
(8) T. E. Brandrud et all. Cortinarius subgenus Phlegmacium section Multiformes in Europe, (2014) Journal des J.E.C., No. 16, p.162–199. available at karl.soop.org/JEC16B_multif.pdf
La mostra – la più ampia ed articolata antologica degli ultimi decenni di uno tra i più imprevedibili e multiformi artisti nel campo della fotografia – offre un panorama dettagliato ed esauriente del percorso di Nino Migliori, in più di 60 anni di ricerca sulla fotografia, della fotografia, con la fotografia.
Oltre 300 opere esposte a Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni per raccontare l’opera dell’autore, a cui si aggiungono 9 installazioni, 2 delle quali a Casa Saraceni e Palazzo Pepoli Museo della Storia di Bologna.
Mostra promossa da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna
in collaborazione con l'Archivio Nino Migliori
18 gennaio - 28 aprile 2013
Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni
Genus Bononiae Musei nella Città
Bologna
foto Paolo Righi
La mostra – la più ampia ed articolata antologica degli ultimi decenni di uno tra i più imprevedibili e multiformi artisti nel campo della fotografia – offre un panorama dettagliato ed esauriente del percorso di Nino Migliori, in più di 60 anni di ricerca sulla fotografia, della fotografia, con la fotografia.
Oltre 300 opere esposte a Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni per raccontare l’opera dell’autore, a cui si aggiungono 9 installazioni, 2 delle quali a Casa Saraceni e Palazzo Pepoli Museo della Storia di Bologna.
Mostra promossa da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna
in collaborazione con l'Archivio Nino Migliori
18 gennaio - 28 aprile 2013
Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni
Genus Bononiae Musei nella Città
Bologna
foto Paolo Righi
La mostra – la più ampia ed articolata antologica degli ultimi decenni di uno tra i più imprevedibili e multiformi artisti nel campo della fotografia – offre un panorama dettagliato ed esauriente del percorso di Nino Migliori, in più di 60 anni di ricerca sulla fotografia, della fotografia, con la fotografia.
Oltre 300 opere esposte a Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni per raccontare l’opera dell’autore, a cui si aggiungono 9 installazioni, 2 delle quali a Casa Saraceni e Palazzo Pepoli Museo della Storia di Bologna.
Mostra promossa da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna
in collaborazione con l'Archivio Nino Migliori
18 gennaio - 28 aprile 2013
Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni
Genus Bononiae Musei nella Città
Bologna
foto Paolo Righi
Bangui (RCA), 20 mai 2022 : 165 Casques bleus camerounais de l'Unité de police constituée de la MINUSCA, en fin de mission, ont reçu la médaille des Nations Unies au cours d'une cérémonie. Ces Casques bleus ont été honorés pour leur contribution et efforts multiformes à la stabilisation et le retour de la paix en république centrafricaine.
Photo : MINUSCA / Leonel GROTHE
La Fiesta de la Historia es una manifestación multiforme que pretende convertir a Sevilla en la “capital de la Historia”. La Universidad Pablo de Olavide participa en este evento que se celebra en la ciudad hispalense por vez primera a iniciativa de la asociación “Historia y Ciudadanía”, fundada entre otros por la antigua alumna de la UPO Olga Moreno Fernández. En aulas, teatros, museos, iglesias, salas públicas, calles y plazas se celebrarán conferencias, debates, visitas, conciertos, espectáculos y exposiciones temáticas que vinculan las experiencias personales y colectivas a los acontecimientos presentes y futuros, poniendo en valor el patrimonio cultural y la historia de la ciudad como patrimonio común de la ciudadanía.
Parco degli Acquedotti - Rome - Lazio - Italy
Zero Image Zero MultiFormat 6x9
Ilford FP4Plus
Tetenal Ultrafin Plus 1+4 cont. agitation 5:00 + 3 min. stand
Direct film scan
La mostra – la più ampia ed articolata antologica degli ultimi decenni di uno tra i più imprevedibili e multiformi artisti nel campo della fotografia – offre un panorama dettagliato ed esauriente del percorso di Nino Migliori, in più di 60 anni di ricerca sulla fotografia, della fotografia, con la fotografia.
Oltre 300 opere esposte a Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni per raccontare l’opera dell’autore, a cui si aggiungono 9 installazioni, 2 delle quali a Casa Saraceni e Palazzo Pepoli Museo della Storia di Bologna.
Mostra promossa da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna
in collaborazione con l'Archivio Nino Migliori
18 gennaio - 28 aprile 2013
Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni
Genus Bononiae Musei nella Città
Bologna
foto Paolo Righi
Specifications
Outside
The church is built over a cross-shaped floor plan. The focal point over the crossing is the central, slender dome on a high, octagonal drum with an octagonal lantern. The two three-storey façade towers are structured with pilasters and cornices, which in the lowest part enclose two figure niches and one window opening at the top. The capitals of the pilasters show Tuscan, Ionian and Corinthian forms in ascending order of the stories. The towers are crowned by high onion helmets. The oldest bell was cast in 1728 by Andreas Röder. The 900 kg crucifix and the 368 kg petrus bell were purchased in 1964. In the niches of the towers, three figures each are placed: at the north tower below a monk, probably St. Benedict or Francis of Assisi, above John the Baptist and on the outside a late Baroque Saint Ulrich. At the south tower are below the holy Ferdinand of Castile, above the holy Helena and outside a 1859 manufactured Antonius of Padua set. Between the towers, the curved façade on the ground floor has a rectangular porch above the entrance, on which stands an ecce homo group. The end of the central facade forms an aedicule with a figure niche, which contains an in 1929 by Jacob Campidell created figure of the Christ King in preacher gesture. On the underside of the portico is the multiform figure of Christ, painted in the first half of the 19th century. To the east of the northern facade tower is an oval connecting room that leads to the small, narrow-stretched Holy Cross Chapel with west choir, which is added on the north side of the church.
Inside
On the one and a half yoke long nave follows the crossing and the transept with semicircular apses. The two-bay choir ends in an apse and has on both sides of the second chancel square extensions with oratories on the upper floor. The walls are divided by pilasters with rich capitals, by a cranked, strongly projecting cornice with segmental arched windows above. Under the slightly swung organ loft, this shows the with "F. P. 1743" signed expulsion of the changers from the temple.
Baubeschreibung
Außen
Die Kirche ist über einem kreuzförmigen Grundriss gebaut. Mittelpunkt ist über der Vierung die zentrale schlanke Kuppel auf hohem, achteckigem Tambour mit einer achteckigen Laterne. Die zwei dreigeschossigen Fassadentürme sind mit Pilastern und Gesimsen gegliedert, die im untersten Teil zwei Figurennischen und oben je eine Fensteröffnungen umschließen. Die Kapitelle der Pilaster weisen in aufsteigender Folge der Geschosse toskanische, ionische und korinthische Formen auf. Die Türme werden von hohen Zwiebelhelmen bekrönt. Die älteste Glocke wurde 1728 von Andreas Röder gegossen. Die 900 kg schwere Kreuzglocke und die 368 kg schwere Petrusglocke wurden 1964 angeschafft. In den Nischen der Türme sind je drei Figuren aufgestellt: Am Nordturm unten ein Mönch, wohl der heilige Benedikt oder Franz von Assisi, oben Johannes der Täufer und an der Außenseite ein spätbarocker heiliger Ulrich. Am Südturm sind unten der heilige Ferdinand von Kastilien, oben die heilige Helena und außen ein 1859 gefertigter Antonius von Padua eingestellt. Zwischen den Türmen hat die eingeschwungene Fassade erdgeschossig einen rechteckigen Vorbau über dem Eingang, auf dem eine Ecce-homo-Gruppe steht. Den Abschluss der Mittelfassade bildet eine Ädikula mit einer Figurennische, die eine 1929 von Jacob Campidell geschaffene Figur des Christkönigs in Predigergestus birgt. Auf der Unterseite des Portikus ist die vielfigurige Anklage Christi gemalt, die in der ersten Hälfte des 19. Jahrhunderts entstand. Östlich des nördlichen Fassadenturms befindet sich ein ovaler Verbindungsraum, der in die kleine, schmalgestreckte Heiligenkreuzkapelle mit Westchor führt, die an der Nordseite der Kirche angebaut ist.
Innen
Auf das eineinhalb Joch lange Langhaus folgt die Vierung und das Querhaus mit halbrunden Apsiden. Der zweijochige Chor endet in einer Apsis und hat auf beiden Seiten des zweiten Chorjoches quadratische Anbauten mit Oratorien im Obergeschoss. Die Wände sind durch Pilaster mit reichen Kapitellen, durch ein verkröpftes, stark ausladendes Gesims mit segmentbogenförmigen Fenstern darüber gegliedert. Unter der leicht eingeschwungenen Orgelempore zeigt das mit „F. P. 1743“ signierte Gemälde die Vertreibung der Wechsler aus dem Tempel.
de.wikipedia.org/wiki/Heiligenkreuzkirche_Villach#Geschichte
Photographié le 25 septembre 2012 dans une forêt mixte dominée par les conifères, au sentier des Explorateurs du camping du Nid d'aigle, à Dubuisson, en Abitibi-Témiscamingue.
Espèce : Cortinarius multiformis / Cortinaire multiforme pat250912-05
Date : 25 septembre 2012
Lieu : sentier des Explorateurs, camping du Nid d’aigle, Dubuisson Habitat/substrat : mousse, sous des cèdres et des épinettes
Descr. espèce photo. : solitaire, chap. 6,1 cm diam., convexe, viscidule, marge incurvée, orangé; lames adnées, blanchâtres, plutôt espacées, assez minces; pied 8,5 cm long, 1,8 cm diam., élargi vers le bas et bulbeux, strié, blanc, jaunissant-brunissant au froissement; odeur agréable, saveur douce. Sporée brun rouille.
Parco degli Acquedotti - Rome - Lazio - Italy
Zero Image Zero MultiFormat 6x9
Ilford FP4Plus
Tetenal Ultrafin Plus 1+4 cont. agitation 5:00 + 3 min. stand
Direct film scan
La mostra – la più ampia ed articolata antologica degli ultimi decenni di uno tra i più imprevedibili e multiformi artisti nel campo della fotografia – offre un panorama dettagliato ed esauriente del percorso di Nino Migliori, in più di 60 anni di ricerca sulla fotografia, della fotografia, con la fotografia.
Oltre 300 opere esposte a Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni per raccontare l’opera dell’autore, a cui si aggiungono 9 installazioni, 2 delle quali a Casa Saraceni e Palazzo Pepoli Museo della Storia di Bologna.
Mostra promossa da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna
in collaborazione con l'Archivio Nino Migliori
18 gennaio - 28 aprile 2013
Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni
Genus Bononiae Musei nella Città
Bologna
foto Paolo Righi
Presentazione di Argo H2O e di Argo Art Projects ed esposizione di alcune opere da WATERSHAPE, a cura di Eleonora Di Erasmo e Daniela Shalom Vagata, sabato 21 dicembre 2013, Roma.
Live-set "Snowy Afternoon" di Andrea Buratta aka Novembertraum
Video, musica, fotografie di:
Andrea Buratta aka Novembertraum, Stefano Bandini, Sebastiano Luciano, Chie Matsui, Andrés Mendéz, Monochrome Circus, Yoichi Nagano, Masakatsu Tagaki, Chris Rudz, Yasu Suzuka, Toru Yamanaka
Argo rivista d’esplorazione dedica il nuovo numero Argo H2O al tema fluido e multiforme dell’acqua: acqua come fonte primordiale di vita, frontiera dell’orizzonte umano, risorsa e bene comune. Pensati appositamente per questo nuovo numero, sono visibili nelle versioni cartacea e online di Argo H2O i progetti Voce al silenzio e WATERSHAPE.
Los primeros misioneros que llegaron a La Araucanía (Concepción) fueron los franciscanos españoles enviados por Pedro de Valdivia. A ellos se les unieron los jesuitas en 1593, hasta que fueron expulsados en 1767. En 1847, con un Chile ya independiente, se acordó la venida de capuchinos italianos, quienes se hicieron cargo de todas las misiones ubicadas entre los ríos Cautín y Maipué quedando los franciscanos a cargo de las misiones del norte. Para ese entonces, casi la totalidad de los habitantes de las zonas asignadas estaban ya bautizados, lo que impulsó a los capuchinos a realizar avanzadas apostólicas hacia zonas más salvajes e independientes naciendo con ello nuevas misiones. Luego, en el año 1895 se embarcan los primeros capuchinos bávaros para apoyar a la provincia italiana, que era cada día más pobre en personal misionero.
Esta primera evangelización mapuche se llevó a cabo a través de la sacramentalización, sobre todo bautismal. Se buscó alcanzar el mayor número posible de bautismos entre los mapuche, con el supuesto de que así se podrían salvar las almas moras de los indígenas. Al mismo tiempo las misiones tenían un objetivo civilizatorio, de transformación de la vida social como requisito previo para recibir la fe. Las misiones eran promovidas y financiadas por el Estado, por su función civilizadora, pues tempranamente se comprendió que estas resultaban ser un brazo fundamental y muy efectivo de la conquista española. La teología y misionología de la época combinaban misión y civilización, para formar un mundo cristiano al estilo europeo, pues Europa era considerada “el centro de la civilización y la cúspide del desenvolvimiento de la humanidad”. Difícil resulta distinguir ambos procesos, el misionero y el civilizatorio, ya que Europa, con toda su épica comercial y guerrera, con su afán de expansión y conquista, era también una Europa cristiana. Una Europa que atravesó y se vio transformada por edades oscuras y luminosas de la Iglesia y que, como comunidad apostólica, hizo suyo el llamado a predicar el Evangelio a todas las naciones y a ser el signo visible del mensaje liberador de Cristo.
Con el Concilio Vaticano II, realizado cincuenta años después de la llegada de los capuchinos bávaros a La Araucanía, la Iglesia tuvo un giro definitivo en cuanto a la valoración de las realidades históricas y culturales de los pueblos. El Concilio hizo un llamado al reconocimiento de la autonomía de la cultura. La propuesta del Concilio se tornó especialmente relevante en el terreno misional. El decreto Ad gentes del Concilio Vaticano II señala que la actividad misional es “nada más y nada menos que la manifestación o epifanía del designio de Dios y su cumplimiento en el mundo y en su historia”. En ese sentido, la actividad misional se comenzó a comprender bajo la óptica del diálogo de Nazaret, donde Dios busca tomar carne humana en un contexto histórico, cultural y lingüístico concreto, sin pretensiones de aculturación.
Este nuevo enfoque significó un replanteamiento de los métodos misionales, con un nuevo componente de conservación y respeto a la idiosincrasia de los pueblos, así como también una búsqueda de una integración que no pretenda ya ser ni asimilación ni absorción. La evangelización debió pasar del plano discursivo y dogmático, al plano vivencial y ritual, pues es ahí, en el plano de la cultura, donde se expresa la religiosidad y la identidad de los pueblos.
Sin contar aún con las orientaciones del Concilio Vaticano II en cuanto al valor espiritual de las religiones no cristianas, y con una cultura religiosa que vinculaba misión y civilización, muchos de los misioneros descubrieron la necesidad ineludible de conocer, valorar y respetar a los pueblos, aprender a pensar como ellos, para que así la evangelización se hiciera realmente vida. Sin esa conciencia, no se comprenderían una serie de “acomodaciones” o intentos de acomodación que hicieron los capuchinos bávaros al tratar con los mapuche, todas las cuales son descritas por Albert Noggler en su libro Cuatrocientos años de misión entre los Araucanos.
Evangelizar en dialecto
En los primeros años de misión de los capuchinos, se impedía el uso de la lengua autóctona y de toda lengua vulgar en la proclamación de la Palabra, incluso dentro de la Misa. Sin embargo, los misioneros comprendieron tempranamente la necesidad de estudiar el Mapudungún, idioma mapuche, “para preparar al Espíritu Santo el camino al corazón de los indios”
A pesar de que gran parte de la población mapuche entendía el castellano, los misioneros se entregaron con gran devoción al estudio de la lengua. Con ello no solo lograron comunicarse de mejor manera con los mapuche, sino también aprendieron de su cultura y a pensar como ellos. Según Noggler, en los primeros dos o tres decenios de la evangelización bajo la dirección de los capuchinos bávaros, cerca de un cincuenta por ciento de los padres hablaba mapudungún con soltura. La lengua la estudiaron a partir de los viejos libros editados por los jesuitas 200 años atrás y a través del trato cotidiano con los mapuche. Sin embargo, los capuchinos fueron los primeros en estudiar la lengua de forma científica, generando importantes aportes para el estudio posterior de la lengua y cultura mapuche. Entre estos aportes se destaca el del padre Félix de Augusta.
El padre Félix escribió en 1903 la Gramática Araucana, obra que fue reconocida y alabada nacional e internacionalmente. Además de la Gramática, escribió un pequeño Catecismo, tradujo el Comentario Práctico de História Sagrada de D.F.J. Knecht, escribió una obra sobre el significado y composición de los nombres mapuche, así como diversas prédicas, oraciones y un apéndice al Ritual Romano con las preguntas y admoniciones en mapuche. En 1910 se publicó una obra que escribió junto con el padre Sigifredo, Lecturas Araucanas, una colección de narraciones sobre la vida, uso y costumbres, tal como los indios las contaron en su idioma, así como cantos, añadiendo algunos cantos religiosos y populares compuestos por el mismo padre Félix. En forma de anexo se agregaron diversas exposiciones e investigaciones científicas. Finalmente, su gran obra, que trabajó durante 20 años, fue el Diccionario araucano-español, español-araucano, cuya primera edición salió a la venta en 1916.
La religión y la historia bíblica se enseñaron en diversas escuelas misionales en el idioma mapuche; sin embargo, esta iniciativa no duró mucho tiempo. Los misioneros temieron que así acabarían perdiendo a los niños, pues a sus padres les interesaba que estos aprendieran el castellano, y si se les enseñaba en mapudungún, entonces preferían llevarlos a una escuela fiscal. Incluso existió un proyecto de publicar el abecedario mapuche, que nunca pudo llevarse a cabo. Mientras una gran parte de la población mapuche prefería aprender y hablar el castellano en sus casas, para asegurar así el futuro de sus hijos en la sociedad chilena, los misioneros hicieron importantes esfuerzos por preservar la lengua. Mucho de lo que hoy se conoce del mapudungún y de la antigua cultura mapuche se debe a los estudios que hicieron los misioneros en esos años, quienes lograron plasmar en castellano escrito una lengua que siempre había sido oral.
Un mismo Dios
Los capuchinos tuvieron una mirada bastante positiva sobre el universo religioso mapuche, respetándolo, hasta cierto punto, como base de su identidad. Por primera vez se realizaron esfuerzos por establecer similitudes entre las divinidades mapuche y las creencias cristianas y se buscó adaptar los rituales mapuche a las manifestaciones sacramentales católicas. Rolf Foerster, en Introducción a la religiosidad mapuche, da algunos ejemplos de este proceso de adaptación: se hizo equivalente al Dios cristiano con el Ngenechen, a la Virgen María con Ngenechen Kushe y al relato del diluvio con el mito tren-tren. En el plano de los ritos, se explicó la misa como Nguillatún y el rito del bautismo como Lakutún. El misionero le habló al mapuche sobre Dios, utilizando su dialecto y hablándole sobre aquello que ya tenía interiorizado en su cosmovisión y que le hacía sentido. Este proceso se llevó a cabo bajo la tesis de que la religión tradicional mapuche podría equipararse con el “Antiguo Testamento” del pueblo hebreo, puesto que existiría una revelación primitiva común a todas las naciones que permitiría afirmar aquello.
Hasta entrado el siglo XIX los misioneros que conocieron La Araucanía tuvieron la idea de que los mapuche no tenían religión. Recién en 1887, en la gramática mapuche del padre capuchino italiano Octaviano de Nizza[, se menciona Ngenechen (creador). Antes de eso, existía la idea de que el mapuche solo adoraba a un demonio llamado Pillán. Aprender la lengua le permitió al misionero capuchino constatar que el universo religioso del pueblo mapuche era mucho más complejo de lo que se creía.
Esta idea de Dios de la religión tradicional mapuche ha sido catalogada reiteradas veces como una creencia de tipo cósmico, es decir, que no es salvífica, no se espera un salvador. La referencia a un dios o a un poder divino se realiza para fundamentar el sustento del propio mundo.
En el proceso de resignificación de la religiosidad mapuche como Antiguo Testamento, se consideró que la noción de Dios que tenía el mapuche coincidía con el Dios del cristianismo. Para muchos mapuche, no existían diferencias fundamentales entre Ngenechen y Dios. Dios, para ellos, es el dueño, el Señor de la tierra, el Señor de la gente (Dios nguenmapu nguei, nguenche nguei), y si no existiera Dios, no habría absolutamente nada (Nguenufule ta Dios, nguelaiafui quiñe weshaquelu no rume). Esta idea de Dios y el sentido religioso del mapuche habría facilitado la cristianización; no obstante, el pueblo mapuche corría con una desventaja respecto al pueblo judío del Antiguo Testamento. Este último poseía una tradición de acción directa de Dios en el mundo y se esperaba que enviara a un salvador; para el mapuche, aquellas nociones no existían. En ese sentido, la religión católica se habría aceptado en primera instancia por considerarse sagrada, y lo sagrado se aceptaba y se valoraba ampliamente por el mapuche. No obstante, habría un largo recorrido que emprender para llegar a aceptar la idea de Jesucristo como verdadero Dios.
Desde la antropología se ha constatado que la imagen de Dios que tiene el mapuche y sus atributos fueron transformados por la evangelización. La evangelización no habría eliminado la tradicional noción de Dios, sino que la habría revitalizado con nuevos atributos. Según el padre Severiano Alcamán, sacerdote capuchino mapuche, el catolicismo reforzó en el pueblo mapuche la idea que ya tenía de Dios. Ello muestra la vitalidad del simbolismo religioso mapuche, que se encontraba abierto a nuevos significados.
Sincretismo y oposición en el plano ritual
El universo religioso mapuche, además de tener características cósmicas, está integrado por aspectos y ritos que tienen ciertos rasgos que podrían catalogarlo como una religión de tipo chamánico y animista. El animismo indica que se capta la naturaleza, o algunos elementos de ella, como “animada” por poderes que permanecen ocultos; el aspecto chamánico se manifiesta en la presencia de chamanes, o machis, que están para controlar dichos poderes presentes en la naturaleza y restaurar el equilibrio. Tras los volcanes, los mares y los pozos habría espíritus animísticos que los gobiernan. Estos dos aspectos de la religión tradicional se manifiestan, respectivamente, aunque no de manera exclusiva, en los dos ritos principales: el rito del Nguillatún, ceremonia de sacralización de la naturaleza que se realiza para restablecer el equilibrio cósmico, y el rito del Machitún, ritual de curación de enfermedades graves (y el rito de consagración del Machi, el Ngeikurrehwen). La evangelización tuvo también importantes efectos sobre estos ritos.
En un primer momento, los misioneros, aunque supieron valorar la cultura y las costumbres del pueblo, rechazaron de forma tajante estos dos ritos principales. Luego, bajo la perspectiva del Concilio Vaticano II, se buscó resignificarlos, o como menciona Ad gentes, purificarlos, elevarlos y consumarlos para gloria de Dios:
[La actividad misional] Libera de contactos malignos todo cuanto de verdad y de gracia se hallaba entre las gentes como presencia velada de Dios y lo restituye a su Autor, Cristo, que derroca el imperio del diablo y aparta la multiforme malicia de los pecadores. Así, pues, todo lo bueno que se halla sembrado en el corazón y en la mente de los hombres, en los propios ritos y en las culturas de los pueblos, no solamente no perece, sino que es purificado, elevado y consumado para gloria de Dios, confusión del demonio y felicidad del hombre.
El Nguillatún (rogativa) es, para el mapuche, toda ceremonia colectiva de carácter religioso. Este rito se celebra siempre en caso de necesidad, ya sea del presente o de un futuro amenazante, generalmente como rogativa para pedir buen tiempo para la cosecha.
Desde los primeros años de evangelización, el Nguillatún fue rechazado y visto como una expresión de rebeldía de los indígenas no cristianos. La principal razón para rechazar el Nguillatún es de carácter teológico, ya que este contradice el sacrificio de Cristo. Con este rito, que involucra el sacrificio de un animal, se desprecia el sacrificio de Cristo, pues no se someten a Él ni lo hacen fructífero. Desde la venida de Cristo, no hay más sacrificios que le sean agradables a Dios que el sacrificio de Jesucristo, que se ofrece al Altísimo en la Misa. Por lo demás, el cristianismo nunca tuvo un rito agrario significativo y los misioneros se opusieron a toda sacralización de la tierra.
A ello se sumó otro argumento para su rechazo: la extrema crueldad con que se procedía a sacrificar a los animales:
Un animal atado yace desesperado en el suelo y levanta sus bramidos angustiosos e impotentes al cielo. Un hombre mal agestado se le acerca y le abre con una feroz cuchillada el vientre, haciendo tiritar el cuerpo del pobre bruto en todas sus fibras. Luego mete su brazo desnudo cual fiera sedienta de sangre a los intestinos calientes revolviéndolos con diabólica gracia hasta dar al corazón. Violentamente lo arranca y sobre el asta del brazo bañado en sangre alza el corazón palpitante como trofeo en el aire. ¡Qué acto tan descomunal, grosero y repugnante!
Sin embargo, un rito así de arraigado a una cultura, que resulta no solo religioso sino festivo y comunitario, es difícil de hacer desaparecer. Así lo comprendieron años después los misioneros, quienes mostraron esfuerzos por hacerlo convenir con la celebración de la Santa Misa. El 18 de diciembre de 1928 se celebró en San José de la Mariquina una “Misa-Nguillatún”, como intento de sustituir, simbólicamente, el ofrecimiento mapuche de un cordero, por el “Cordero de Dios” del Nuevo Testamento. Estas son las palabras con que invitaba el padre Sebastián Englert a tal evento:
Id a San José al gran parlamento. Vuestro Pastor, obispo y paternal amigo, el ilustre Monseñor Guido Beck de Ramberga, os tiene preparada una fiesta grande y hermosa, una verdadera sorpresa. Os invita y llama a un gran Nguillatún, pero un Nguillatún cristiano combinado con la Misa de campaña. Como en las rogativas que vuestros antepasados han venido celebrando desde hace siglos con el fin de pedir buen tiempo y ricas cosechas, así algunos de vosotros presentarán sus ofrendas, matarán al cordero y con toda solemnidad y en alta voz presentarán sus súplicas a Dios. Pero estos actos, por sí solos, no son sacrificio, sino representan simbólicamente e inician el sacrificio verdadero y excelente, que se ofrecerá al mismo tiempo y en el mismo lugar con el fin de implorar las bendiciones de Dios para vuestras familias, vuestros campos, vuestras casas, y vuestras almas…Espero que todos quedaréis muy complacidos de esta fiesta realmente araucana.[
La dificultad de los misioneros para aceptar este rito tradicional cambió luego, y hubo un mayor reconocimiento de estas expresiones. Los mismos padres empezaron a ser invitados a estas ceremonias y participaron de ellas. Hoy en día dentro de la ceremonia del Nguillatún existen diversos elementos cristianos que impiden catalogarlo como un rito tradicional folclórico. A pesar de que la mayoría de los mapuche ya no profesan la religión mapuche propiamente tal, el rito se ha mantenido, en parte, como una estrategia de resistencia cultural vinculada a la reconstrucción de la identidad social y de pertenencia.
Los machitunes, por su parte, constituyen ritos de sanación a través de la restitución del equilibrio síquico y social. La machi (o el machi) es la figura consagrada para la lucha contra las fuerzas del mal, es ella quien diagnostica y expulsa el mal, tiene revelaciones sobrenaturales sobre la sanación y determina quién ha causado la enfermedad. Ella es una suerte de intermediaria entre el mundo de los hombres y el mundo de los espíritus.
Estos ritos fueron fuertemente rechazados, principalmente por las consecuencias que muchas veces derivaban de ellos. En el pasado, la machi solía determinar quién era el que había causado el mal y ello traía como consecuencia una venganza, envenenamientos, pugnas. Así lo relata el informe de la misión en la Araucanía de los capuchinos bávaros (1896-1921): “Las machis ‘trabajan’ también con manipulaciones supersticiosas y causan gran daño al señalar por lo común a una persona que habría causado la enfermedad. Con ello se originan enemistades mortales”.
A su vez, estos ritos revestían, para el misionero, una visión demoníaca de la enfermedad y un contenido no cristiano de pugnas entre fuerzas del bien y del mal. Esta perspectiva “maniqueísta” resultaba parasitaria para el adversario y requería de un enemigo para su justificación. Los misioneros abogaban, en cambio, por tratar las enfermedades a través de la medicina moderna y el conocimiento de las propiedades curativas de las diversas plantas de la zona, e intentaban difundir una sana distinción entre lo positivo y lo negativo enseñando otras causas de los males, no solo los malos espíritus.
A pesar de que para muchos misioneros las machis fuesen el símbolo principal de resistencia al cristianismo y las consideraran embusteras, muchas de ellas actuaban de buena fe e intercedían a favor de sus comunidades, teniendo profundos conocimientos de las virtudes medicinales que encierra la naturaleza. No obstante, en aquellos años se utilizaba con frecuencia la magia negra y actuaban como sacerdotisas y como adivinas.
Respecto de otros ritos tradicionales, cada uno tuvo sus propias formas de verse afectado y transformado en los años de la evangelización.
El sacramento del bautismo fue el sacramento más requerido. En aquella época, el bautismo revestía un carácter de civilización y había bastante temor por quedar “moro”. Los mapuche contaban con un rito de iniciación en donde se imponía el nombre al recién nacido (Lakutún) y cuando se le perforaba la oreja a una mujer (Katankawín). El nombre era donado por los abuelos paternos, lo que establecía cierta colaboración recíproca a lo largo de toda la vida. Este rito no se vio afectado por la evangelización y no compitió con el bautismo; no obstante, fue degradado por la agrupación en reducciones, la que no respetó el linaje y resquebrajó toda la organización social.
El rito funerario del pueblo mapuche tenía como principal función el hacer del muerto un ancestro. Mientras se los recuerda, los ancestros actúan como parte de la comunidad. Algunos aspectos combatidos por los misioneros fueron la sacralización de los antepasados, los excesos que se cometían durante los velatorios (sobre todo con el alcohol) y también la extendida práctica de que, luego del funeral, los mapuche desenterraban el cuerpo y lo enterraban en su admapu.
Respecto al matrimonio, hasta muy entrado el siglo XX, el matrimonio de los mapuche fue generalmente polígamo, pese a todos los esfuerzos que hicieran los misioneros en contra de esta costumbre. Había varias maneras de contraer matrimonio con una mujer. Algunas veces el hombre compraba formalmente a su futura esposa; otras, la raptaba por la fuerza, estando de antemano de acuerdo con ella. Esta última tradición fue desvaneciéndose. Las ceremonias de matrimonio incluían una fiesta y un gran derroche de comida.
La comunión eucarística se aceptó entre los mapuche como algo sagrado, pero no porque se creyera que ahí estaba verdaderamente Jesús. Y respecto a la confesión, fue difícil introducir la noción de pecado como falta que se comete contra Dios.
Como contracara, en la zona fueron desarrollándose particulares formas de religiosidad popular, destacándose la fiesta de San Sebastián y la fiesta de la Candelaria. La Virgen y los santos actuaron como mediadores, equivalentes a los antepasados. A su vez, la fiesta del año nuevo, el Wetripantu, celebrada entre el 21 y el 24 de junio, cuando los días empiezan a crecer y la naturaleza comienza un nuevo ciclo, se vio fuertemente influida por la celebración de la fiesta de San Juan Bautista.
Hoy se tiene una verdadera integración de elementos de ambas tradiciones religiosas, mostrando cómo lo que constituye el universo religioso del mapuche contemporáneo es el resultado de un proceso de reinterpretación y re-significación que afectó tanto a los mapuche como a los mismos misioneros. En palabras de Ricardo Salas, el cristianismo pasó a formar parte del complejo mundo cultural en que vive el indígena. El contacto con los misioneros hizo posible la incorporación de nuevas dimensiones en lo religioso, nuevos símbolos y nuevos ritos que constituyen hoy un panorama mucho más amplio que lo que se tuvo en el pasado. Los ritos han sido resignificados por la evangelización, pero continúan hoy, en buena medida, siendo vehículos de sus tres dimensiones culturales principales: la relación del hombre con Dios, con la naturaleza y con los demás hombres.
Evangelizar al hombre, en su humanidad
El año 1912 el Papa Pío X escribió la carta Encíclica Lacrimabili statu indorum, en respuesta al “estado deplorable de los indios”. La carta fue inspirada por los reportes que le llegaban de los misioneros de latinoamérica y es la primera Encíclica dirigida a los “Arzobispos y Obispos de la América Latina”.
En aquel período, no existía la noción de “derechos humanos”, pero en las enseñanzas de la Iglesia se tenía ya plena conciencia del principio de dignidad humana y, por consiguiente, de los derechos del hombre que se derivaban de él.
En el momento en que llegaron los capuchinos bávaros a la zona, el proceso de pacificación de La Araucanía ya había concluido. En 1866 se había proclamado el decreto que declaraba fiscales las tierras mapuche sin título ubicadas al sur del Bío-Bío y que distribuía las tierras a colonos y adjudicaba el resto mediante remates públicos. Estos nuevos dueños iban agrandando por su cuenta los predios, ocupando tierra de los mapuche. La división de tierras afectó enormemente la estructura social mapuche, pues no respetó la organización social que había alcanzado aquella sociedad. Se crearon “reducciones” bajo el nombre de caciques, agrupando de este modo a diversas familias, pertenecieran o no al mismo linaje. En 1867, ante un nuevo alzamiento mapuche, se inició la guerra de Arauco, que duró hasta 1881, fecha del último levantamiento.
Los misioneros, por tanto, al llegar a La Araucanía, encontraron a los mapuche pobres y con una sociedad pulverizada en miles de reducciones incomunicadas entre sí. Por ello, y por caridad cristiana, el misionero hizo suyos, en distintas dimensiones y grados, los padecimientos del indígena, destacándose la defensa que hicieron en litigios de propiedad.
El ejemplo más emblemático es el del padre misionero bávaro Sigisfredo Schneider, llamado el “abogado de los indígenas”. Si bien existían leyes para proteger a los indígenas de las estafas, a menudo se terminaba actuando al margen de la ley, bien haciéndolos firmar supuestos contratos de arriendo cuando en realidad eran contratos de venta, inventando propietarios ficticios y bajo esos nombres vendiendo propiedades, haciendo pagar deudas en tierras, etc. Los indígenas eran presa fácil por su poco entendimiento del castellano y del derecho. “Solo entre 1910 y 1930 fueron presentados más de 1.700 litigios entre indígenas y particulares por causa de tierras mapuche usurpadas”. El padre Sigisfredo trataba de combatir los crímenes que se cometían contra los indígenas ocupándose él mismo de los procedimientos judiciales y, luego, escribiendo y publicando en diversos diarios los nombres de las personas involucradas y los pormenores de los crímenes, para así lograr sensibilizar a la población a favor del mapuche. A su vez, intercedieron por contar con la presencia de protectores de indígenas y exigieron la radicación o el asentamiento legal. Para esto último, ellos mismos colaboraron realizando censos y llevando topógrafos a la zona. A la figura del padre Sigisfredo se suman otros sacerdotes defensores de mapuche, como lo fue el misionero capuchino Félix de Augusta en la zona de la costa (Puerto Saavedra), el franciscano Ángel Saavedra en Chillán o el jesuita Luis de Valdivia varios años atrás.
Los capuchinos también se encargaron de recaudar los impuestos. Aunque estos fuesen bajos, generalmente se estafaba a los indígenas cobrándoles altísimos (y falsos) costos de cobranza y los misioneros asumieron el rol de recaudadores para ahorrar los viajes a la tesorería de San José.
Por otra parte, los misioneros asistieron la salud de la población. Debido a su pobreza y a los malos caminos, los mapuche acampesinados dependían principalmente de las machis o curanderas. Si bien los sacerdotes no podían ejercer la medicina, por caridad cristiana ayudaban en esas zonas con sistemas como la homeopatía y el Kneipp.
Balance de la misión
Valorar el trabajo de los padres capuchinos bávaros exige que se tome en cuenta la época en que vinieron a misionar a la tierra mapuche, donde civilización y chilenización son eventos que se entrecruzan con la evangelización, a la vez que el imperialismo, cientificismo evolucionista y la idea de Estado-nación afectaron enormemente en el plano internacional.
La misión se constituyó en paralelo al avance militar y la colonización del territorio mapuche; no obstante, se distingue claramente de ella. Los misioneros se instalaron sin resguardo militar alguno y se dedicaron solamente al servicio del pueblo mapuche. Luego, sin embargo, al constituirse el entramado parroquial y con la llegada de una cada vez mayor cantidad de colonos católicos, los intereses religiosos de la población no mapuche comienzan a primar.
Por otra parte, no existe indicio de que se hayan implementado métodos coactivos de evangelización ni tampoco que haya existido una reducción total de ciertas formas propias de la religión ancestral; más bien lo que primó fue un respeto y admiración mutua, lo que hizo que los capuchinos se ganaran la confianza del pueblo mapuche y este, a su vez, una ayuda para sobrevivir en esta nueva sociedad naciente. El resultado de este proceso de cercanía y de mutuo interés ha sido el renacer que se ve hoy de la cultura. Ellos hicieron importantes aportes para preservar el idioma, conocer los mitos y preservar los ritos, al haber sido testigos directos de esta tradición cultural mapuche y haberla estudiado científicamente.
Los resultados de la misión no se pueden medir en términos económicos. Aunque se logró bautizar a gran cantidad de población mapuche, hoy no existe esa mayoría católica en la población mapuche como se dio años atrás. La evangelización que se llevó a cabo no pretendió eternizar una cultura, sino que se dirigió al hombre concreto, a su capacidad de discernimiento y de aprendizaje, y constituyó una búsqueda de que el acontecimiento cristiano emergiera en tierra mapuche con todas sus particularidades.
Esta Iglesia que nace en la evangelización debió peregrinar en diversas ocasiones bajo el misterio de la Cruz. Pero es una Iglesia que sin duda se hizo presente uno al otro y donde el acontecimiento cristiano emergió principalmente a fuerza de la caridad.
A los padres capuchinos se les unieron en el año 1901 las Hermanas Maestras de la Santa Cruz de Menzingen, Suiza. Las hermanas tuvieron gran éxito en el plano educativo, evangelizador y también vocacional. Rápidamente, llegaron a sobrepasar en número a los misioneros y se transformaron en el corazón y motor de la obra evangelizadora entre los mapuche. Su trabajo fue fuente de esperanza y de promoción de la mujer y del pueblo mapuche.
Tanto ellas como los misioneros que han trabajado en la zona desde finales del siglo XIX hasta la actualidad se han destacado en sus escritos y en su extensa obra material por su fe y confianza en el pueblo mapuche. Ante un gobierno que solo quería evangelizarlos como instrumento de sumisión, ellos quisieron educarlos como instrumento de promoción; ante la costumbre de solo bautizar, pues se consideraba que el mapuche era incapaz de razonar, ellos optaron por predicar con palabras y creyeron al mapuche capaz de calificar y juzgar sus propias costumbres, y ante la percepción común de su inferioridad como raza, estos testigos del Evangelio conocieron en profundidad sus costumbres, aprendieron su idioma, se fueron a vivir con ellos, escribieron sus leyendas y admiraron y respetaron a su gente. Les entregaron herramientas de agricultura, les permitieron aprender un oficio y formaron a la juventud femenina “como primer pilar de cualquier cultura, fuera europea o indígena”
Punto in Movimento/Shiftingpoint circuitoteatro
Big Band Ritmo Sinfonica Città di Verona
presentano:
CANTO DI NATALE di Charles Dickens
Reading musicale in chiave blues
Musiche di repertorio jazz e blues a cura di Big Band Ritmo Sinfonica Città di Verona
Direttore d’orchestra Marco Pasetto
Regia Roberto Totola
Attori:
Roberto Totola e Marina Furlani
Dickens affronta ne “Il Canto di Natale” tematiche sociali, mettendo in discussione il rapporto tra le classi sociali, il lavoro minorile in fabbrica (che lui stesso aveva dovuto sopportare, perché costretto dal padre), la povertà.
Da questo presupposto è nata l'idea di sonorizzare in chiave blues e jazz il racconto. Il canto afroamericano ben si collega alle atmosfere affascinanti e misteriose del racconto di Dickens. Nello spettacolo le varie sonorità del racconto si dipanano per mezzo del multiforme universo del blues strumentale. Le parole e la musica diventano un tutt’uno.
La Fiesta de la Historia es una manifestación multiforme que pretende convertir a Sevilla en la “capital de la Historia”. La Universidad Pablo de Olavide participa en este evento que se celebra en la ciudad hispalense por vez primera a iniciativa de la asociación “Historia y Ciudadanía”, fundada entre otros por la antigua alumna de la UPO Olga Moreno Fernández. En aulas, teatros, museos, iglesias, salas públicas, calles y plazas se celebrarán conferencias, debates, visitas, conciertos, espectáculos y exposiciones temáticas que vinculan las experiencias personales y colectivas a los acontecimientos presentes y futuros, poniendo en valor el patrimonio cultural y la historia de la ciudad como patrimonio común de la ciudadanía.
Espèce : Cortinarius multiformis / Cortinaire multiforme?
No de fongarium : pat0846
Date : 16 septembre 2021
Station : forêt mixte près du puits municipal en bordure du ch. du Lac-des-Sources, Amos, Abitibi-Témiscamingue
Récolteur : Patrick Poitras
Déterminateur : Patrick Poitras
Habitat : forêt mixte dominée par les conifères
Substrat : au sol, sous sapins, épinettes et bouleaux
Mode de croissance : grégaire et cespiteux
CARACTÈRES MACROSCOPIQUES
Pileus convexe à convexe-étalé, 3,6-7,6 cm de diam., glutineux, garni de fines fibrilles blanches sur fond jaune, marge incurvée.
Lames adnexées, assez espacées, arête un peu crénelée, crème, lamellules présentes.
Cortine blanchâtre.
Stipe atténué à l’apex, 4,7-15 cm de longueur, 1-1,3 cm de diam., zone annuliforme rouille, blanchâtre, mycélium basal blanc.
Odeur agréable, saveur indistincte.
Sporée rouille.
Cortinarius allutus Fr. ss. Moser non J. Lange, syn.: Phlegmacium allutum (Fr.) M.M. Moser,
Cortinarius melliolens Schäffer ex Orton, Cortinarius multiformis ss. CFP, Ricken
DE: Bereifter Schleimkopf
Slo.: poprhnjena koprenka
Dat.: Oct. 6. 2017
Lat.: 46.36139 Long.: 13.69922
Code: Bot_1093/2017_DSC9358
Habitat: Mixed wood, Fagus sylvatica dominant, Picea abies scattered; slightly inclined mountain slope, southeast aspect; calcareous, colluvial, shallow ground; relatively warm and dry place; partly protected from direct rain by tree canopies; average precipitations ~ 3.000 mm/year, average temperature 6-9 deg C, elevation 670 m (2.200 feet), alpine phytogeographical region.
Substratum: forest soil, leaf litter.
Place: Lower Trenta valley, right bank of river Soča; between villages Soča and Trenta; near the trail to settlement Na skalah, East Julian Alps, Posočje, Slovenia EC.
Comments: Genus Cortinarius is huge - more than 1.000 species, subspecies, var. and f. have been described. No wonder, there is confusion in their names. Index Fungorum recognizes Cortinarius allutus as a current name, while other authorities consider it as a synonym of Cortinarius multiformis (this too is a current name according to IF). Recent (2014) DNA phylogenetic studies (Ref.8) revealed that much more complex situation exists in the group of species similar to this find. Ref.8 considers now the name Cortinarius allutus as a misapplied name. Anyway, I will keep with Index Fungorum and use the name Cortinarius allutus. Macroscopic traits and spores fit well to the most of the descriptions found in literature.
There grew 6 or 7 pilei in an area of about 3 x 3 m. Habitat was montane Fagus sylvatica forest with a few Picea abies intermixed. In a distance of 0.3 - 3 m from the pilei two young, about 1-1.5 m tall and in a distance of about 5 m a grown up Picea abies three were present. Cortinarius allutus is supposed to be in mycorrhizal relation to conifers. Fruitbody description: pilei diameter 6 - 9 cm, trama thin near the edge of pilei, in the midrange about 8 mm thick, gills up to 10 mm broad, hut dry (after a several days long dry period); however, leaves and other debris were firmly 'glued' to the hut surface (ixocutis); stipe 4.2 - 6.5 cm long and 8 - 20 mm in diameter; when old stipe partly hollow; quite abruptly bulbous (with a few fruitbodies almost marginate); bulb from 1.6 to 1.9 times the diameter of the stipe; smell mild, pleasant, mushroomy, on leather?; taste not tested; 5% KOH reactions: on trama yellow-brown, not violent; on hut brownish, deepens the color of the hut; trama in the bulb brownish; on gills dark brown, almost blackish; Lugol reactions: on trama instant gold-yellowish, on pilei slightly yellowish, almost none; pilei do not bruise when handled except gills - they darken slightly; SP abundant, almost the same color as the whole fruitbodies, buff-fox color, oac714.
Spores minutely and uniformly warty. Dimensions: (7.8) 8 - 8.8 (9.1) x (4.5) 4.7 - 5 (5.2) microns; Q = (1.6) 1.7 - 1.8 (1.9); N = 35; Me = 8.5 x 4.8 microns; Qe = 1.8. Olympus CH20 , NEA 100x/1.25, magnification 1.000 x, oil; in water, fresh material. AmScope MA500 digital camera.
Herbarium: Mycotheca and lichen herbarium (LJU-Li) of Slovenian Forestry Institute, Večna pot 2, Ljubljana, Index Herbariorum LJF
Ref.:
(1) R.M.Daehncke, 1200 Pilze in Farbfotos, AT Verlag (2009), p 726.
(2) www.fichasmicologicas.com/?micos=1&alf=C&art=556 (accessed Oct.8. 2017)
www2.muse.it/bresadola/gallery.asp?code=87 (accessed Oct.8. 2017)
(3) R. Phillips, Mushrooms, Macmillan (2006), p 182.
(4)
www.nahuby.sk/obrazok_detail.php?obrazok_id=512681&po... (accessed Oct.8. 2017)
(5) www.123pilze.de/DreamHC/Download/OrangeseidigerKlumpfuss.htm (accessed Oct.8. 2017)
(6) www.pilzflora-ehingen.de/pilzflora/arthtml/callutus.html (accessed Oct.8. 2017)
(7) J. Breitenbach, F. Kraenzlin, Eds., Fungi of Switzerland, Vol.5. Verlag Mykologia (2000), p 164.
(8) T. E. Brandrud et all. Cortinarius subgenus Phlegmacium section Multiformes in Europe, (2014) Journal des J.E.C., No. 16, p.162–199. available at karl.soop.org/JEC16B_multif.pdf
Groupe F
SA 03 OCTOBRE 20H30
PARC PAUL MISTRAL
ANNEAU DE VITESSE
GRENOBLE
@ Daniel Roblin
Dans cette nouvelle création, le Groupe F, habituellement reconnu pour ses prouesses
pyrotechniques, invente un langage multiforme inédit avec des moyens d’expression élargis :
acteurs de lumière, vidéo monumentale, compositions sonores originales, flammes, effets spéciaux et décors.
À fleur de peau est une ballade tellurique, un voyage curieux et spectaculaire dans les trésors du vivant. Ce conte fulgurant aborde la relation complexe de l’homme et son environnement.
Ici la transformation progressive d’un territoire sensible est engendrée par l’action de l’individu sur son espace vital. Avons-nous la jouissance des lieux ? Que reste-t-il de notre empathie à l’égard du vivant ? L’émotion est-elle un moteur de sagesse ? À quelle distance devons-nous être ?
La surface, la peau, l’écran sont accessibles, la profondeur des réactions est plus complexe.Acteurs et spectateurs de notre temps compté, que laissons-nous à ceux qui viennent ?
À fleur de peau entraîne le spectateur aux confins du monde contemporain, dans un univers magique et vertigineux dont la démesure ne cesse de questionner la précarité de l’homme et de son environnement.
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Expérimentant sans cesse de nouveaux territoires scénographiques, artistiques et techniques, Christophe Berthonneau réalise des œuvres contemporaines dans le domaine du théâtre et de l’évènementiel (cérémonies de clôture des JO de Barcelone 1992, coupe du monde de Football 1998, passage à l’an 2000 sur la Tour Eiffel, inauguration du musée d’art islamique de Doha 2008, ouverture et clôture des Jeux asiatiques à Canton 2010), mais aussi de nombreuses mises en scène de théâtre à ciel ouvert.
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Production Groupe F.
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Dans le cadre de la Biennale Arts Sciences, Rencontres-i 2015
La mostra – la più ampia ed articolata antologica degli ultimi decenni di uno tra i più imprevedibili e multiformi artisti nel campo della fotografia – offre un panorama dettagliato ed esauriente del percorso di Nino Migliori, in più di 60 anni di ricerca sulla fotografia, della fotografia, con la fotografia.
Oltre 300 opere esposte a Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni per raccontare l’opera dell’autore, a cui si aggiungono 9 installazioni, 2 delle quali a Casa Saraceni e Palazzo Pepoli Museo della Storia di Bologna.
Mostra promossa da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna
in collaborazione con l'Archivio Nino Migliori
18 gennaio - 28 aprile 2013
Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni
Genus Bononiae Musei nella Città
Bologna
foto Paolo Righi
Personaggio poliedrico, nato architetto e cresciuto in modo multiforme.
Famosissimo per le copertine del New Yorker, nelle didascalie e nelle testimonianze viene descritto come colui che sapeva scrivere senza usare le parole.
E che - secondo me - aveva una capacità di osservazione non comune.
Una mostra ricchissima di sue opere che accompagnano la sua vita divisa tra Romania (dove nacque), New York, Milano (dove si è laureato e dove è tornato anche in un secondo tempo) e altre nazioni (ai tempi delle seconda Guerra Mondiale, durante la quale ha lavorato anche come spia occupandosi di propaganda e contro-informazione).
Una storia (la sua) che sembra un romanzo.
Un lavoro (il suo) di grande acume.
Nota interessante: in preparazione alla mostra, o anche durante la sua visita, è possibile ascoltare il Podcast a lui dedicato, disponibile sul sito della Triennale (e su SoundCloud), scritto e letto da Francesco Costa de Il Post.
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Il cantautore italiano presenta "Diwan" al Teatro Nazionale
Apriti Sesamo è il ventottesimo album di Franco Battiato, già disco d'oro per le oltre trentamila copie vendute. Eclettico e multiforme, ricco di citazioni (dantesche o di Santa Teresa d'Avila) e di collaborazioni, dalla chitarra di Simon Tong, ex Verve, al basso di Faso di Elio e le Storie Tese. Dopo il successo di Apriti Sesamo Tour, il sofisticato cantautore italiano ritorna con un nuovo progetto ambizioso, Diwan - L'Essenza del reale, un live per riportare a galla una cultura dimenticata.
Attorno all'anno Mille, infatti, in Sicilia fiorisce, in tre secoli, un'importante scuola poetica araba. Questa preziosa fonte di cultura ci ha lasciato ricche testimonianze in alcuni manoscritti che Battiato studia e interpreta con la sua musica. Assieme all'artista, sul palco, un ensemble multietnico tra cui Etta Scollo, Nabil Salameh dei Radiodervish, Carlo Guaitoli, Gianluca Ruggeri della PMCE e Ramzi Aburedwan fondatore degli Al Kamandjati.
2016 - Auditiva: thirding-as-othering
57° Premio Internazionale Bugatti Segantini, Progetti Speciali
Acura di Frequente
Con, Seiji Morimoto, Stephen Cornford, Gábor Lázár
L’ambiente è uno sfondo dinamico, non un contenitore ma l’animatore di un processo che è il contenuto stesso. È in continua trasformazione, il terreno di infinite possibilità, eterogeneo e in movimento, multiforme di natura. Ogni luogo è un linguaggio aperto. Da questa premessa prende avvio un intervento ideato da Frequente a partire dall’ambiente di Villa Brivio e realizzato, in collaborazione con Bice Bugatti Club, per la trama del suo spazio.
Auditiva: thirding-as-othering presenta al pubblico un’esperienza ambientale che si snoda attraverso il suono e che, durante più momenti, abita e invita ad abitare lo spazio di Villa Brivio. L’intento è proporre al visitatore un percorso libero, con due inizi e una fine centrale. Tre installazioni sonore site specific sono concepite come sculture ambientali, situazioni espanse che realizzano il significato della loro presenza nell’ascolto dei fruitori e nel legame con il luogo. Ambiente, opera e ascoltatore: tre forze dello stesso campo, soggetti aperti e indipendenti, indissolubilmente legati nel fatto stesso di esserci, ovvero essere presenti. Questi elementi mettono in atto una specie di trialettica (thirding) non oppositiva e nemmeno collaborativa, che produce estraniamento (othering) e rompe, così facendo, i confini precisi delle definizioni e dei ruoli. Ciò che unisce l’ambiente, l’opera sonora e l’ascoltatore non è dunque un processo intellettuale mediato dall’arte, bensì una coesistenza di tutti i protagonisti che, in una dinamica reciproca di attivazione, mobilitano la possibilità del luogo e realizzano la socialità nel suo aspetto più organico, ovverosia quello della conquista e della meraviglia, collettiva perché prima di tutto sentita personalmente.
La scelta stessa di proporre tre artisti per tre siti, completamente differenti e collegati l’uno nell’altro, manifesta la continuità del movimento che le installazioni sonore sono capaci di mettere in luce, così come l’invito stesso alla trialettica intesa quale gioco al disordine, che infrange le categorie, nullifica le opposizioni, conduce alla scoperta e mantiene l’equilibrio dinamico tra le parti.
Il giardino adiacente l’ingresso da strada ospita l’installazione di Seiji Morimoto: elementi sonori sottili, risultato di meccanismi analogici semplicemente costruiti, sono dislocati dall’artista e vanno a comporre uno spazio accogliente e perfettamente sistemato nel protocollo quotidiano dei suoni del giardino. Si tratta di un intervento appositamente pensato a partire dal luogo di installazione. Concomitante nello spazio della biblioteca ha luogo l’installazione Migration di Stephen Cornford. Un gruppo di dittafoni modificati dall’artista, con i loro movimenti e i loro suoni, sono sistemati per restituire la reminiscenza di una massa di uccelli o insetti in migrazione. Memore dell’appropriazione del temine “migrazione” come processo di trasmissione dati, l’opera riflette il movimento globale del consumo dei dispositivi elettronici e il loro rapido passaggio dall’essere prodotto all’essere rifiuto, dentro cicli di vita sempre più accelerati tra generazioni nella tecnologia. L’intervento comprende in sé l’elemento visivo inteso come aspetto del sonoro: questa chiave di lettura è una proposta ulteriore per l’esperienza percettiva del pubblico, oltre ad essere la specificità propria della ricerca stessa dell’autore.
Infine, a chiudere il progetto l’installazione-performance di Gábor Lázár A Trap for your Attention avviene per una sera soltanto nella piazza della corte, spazio connettivo a Villa Brivio. Questo momento conclude e apre allo stesso tempo: un intervento temporaneo, con luci al led e suoni elettronici, agisce nelle misure grandi, nei riverberi e nell’aspettativa della durata limitata di una performance, andando a rivelare il volume di quel vuoto architettonico capace, insieme ai suoi abitanti, di essere portatore di libertà d’azione.
Frequente
Frequente è un’organizzazione culturale e un centro di ricerca indipendente per le arti sonore e la diffusione della cultura auditiva.
Promuove la pratica spaziale, le attività performative, la didattica e i progetti capaci di allargare gli orizzonti delle arti sonore. Frequente è un progetto di Nicola Ratti, Gaia Martino e Enrico Malatesta, in collaborazione con Attila Faravelli, Standards Studio e O’.
Bio
STEPHEN CORNFORD
Artista audiovisivo e ricercatore, indirizza la sua indagine a partire dal fascino per i dispositivi elettronici di largo consumo: come questi sono diffusi e quanto influiscono sulla percezione della realtà. È ricercatore presso la Sonic Art Research Unit alla Oxford Brokkes University, dove dirige con Paul Whitty il Festival annuale Audiograft. Insieme a Samuel Rodgers, inoltre, ha fondato Consumer Waste record label.
SEIJI MORIMOTO
Artista sonoro nato a Tokyo, dal 2003 vive e lavora a Berlino. Il suo interesse è rivolto alle apparenze acustiche instabili che si creano tra l’incontro di oggetti ed elementi inusuali, come ad esempio l’acqua e le pietre, con diversi mezzi tecnici. Ha preso parte a numerose mostre e festival internazionali in Europa e in Giappone.
GÁBOR LÁZÁR
Musicista e artista sonoro ungherese attivo da pochi anni, Gábor Lázár è riuscito ad imporsi all’attenzione internazionale in virtù del riconoscibile e originale apporto che sta fornendo al mondo della ricerca sonora. Dopo aver concluso gli studi, Gábor ha pubblicato l’album ‘ILS’ e ‘EP16’ nel 2014. Ha collaborato con Russell Haswell e Mark Fell, presentato il suo lavoro in contesti come CTM festival, ZKM di Karlsruhe, Empty Gallery di Hong Kong, La Casa Encendida di Madrid e realizzato una mostra personale alla House of Electronic Arts di Basilea.
Villa Brivio, Nova Milanese (MB)
Cottage Sirppilahti stands on the highest spot of a small hill with nice view of lake Puula. This holiday home offers quality, beautiful multiform and wooded yard, and natural sandy beach. Both yard and beach is child friendly. www.rockandlake.com/en/booking/cottages-in-finland/27491
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Il cantautore italiano presenta "Diwan" al Teatro Nazionale
Apriti Sesamo è il ventottesimo album di Franco Battiato, già disco d'oro per le oltre trentamila copie vendute. Eclettico e multiforme, ricco di citazioni (dantesche o di Santa Teresa d'Avila) e di collaborazioni, dalla chitarra di Simon Tong, ex Verve, al basso di Faso di Elio e le Storie Tese. Dopo il successo di Apriti Sesamo Tour, il sofisticato cantautore italiano ritorna con un nuovo progetto ambizioso, Diwan - L'Essenza del reale, un live per riportare a galla una cultura dimenticata.
Attorno all'anno Mille, infatti, in Sicilia fiorisce, in tre secoli, un'importante scuola poetica araba. Questa preziosa fonte di cultura ci ha lasciato ricche testimonianze in alcuni manoscritti che Battiato studia e interpreta con la sua musica. Assieme all'artista, sul palco, un ensemble multietnico tra cui Etta Scollo, Nabil Salameh dei Radiodervish, Carlo Guaitoli, Gianluca Ruggeri della PMCE e Ramzi Aburedwan fondatore degli Al Kamandjati.
Muy versátil y liviana, hecha en malla de seda negra, roja, animalprint y estampado, que se puede transformar en una blusa, bolero, estola, bufanda, remera, pollera muy sexy (para usar en pileta y playa) y lo que más le permita su imaginación!
Su diseño moderno y versátil se transforma para lucir y divertirte. Encontrá cada vez más maneras para usarla! La única regla acá es la creatividad.
Mais uma confusão, esta intermedia era para ser multiforme x flâmea, mas na verdade apareceu uma coerúlea, que é muito bem vinda também.
Bangui (RCA), 20 mai 2022 : 165 Casques bleus camerounais de l'Unité de police constituée de la MINUSCA, en fin de mission, ont reçu la médaille des Nations Unies au cours d'une cérémonie. Ces Casques bleus ont été honorés pour leur contribution et efforts multiformes à la stabilisation et le retour de la paix en république centrafricaine.
Photo : MINUSCA / Leonel GROTHE
Bangui (RCA), 20 mai 2022 : 165 Casques bleus camerounais de l'Unité de police constituée de la MINUSCA, en fin de mission, ont reçu la médaille des Nations Unies au cours d'une cérémonie. Ces Casques bleus ont été honorés pour leur contribution et efforts multiformes à la stabilisation et le retour de la paix en république centrafricaine.
Photo : MINUSCA / Leonel GROTHE
"C/A se configura a través de residuos gráficos y electrónicos, centrándose en las relaciones que tenemos con artefactos de un modo físico. Le moviliza la literatura de ciencia ficción y es lo que está debajo de Femevudú -FMV-, seudónimo y avatar multiforme, expuesto en lo posible en el espacio que usted circunda. El organismo aquí instalado consta en primer lugar de: Diaposfera, interacción que se preocupa por la presencia del cuerpo como generador de imagen y sonido; en segundo lugar: Folioscopios, 25 cuadernillos animados con imágenes remezcladas por FMV que aluden a procesos de transformación de información; en tercer lugar: un Registro Gráfico de 90 collage que se constituye como bitácora inicial de C/A; y por último: un fanzine que usted puede llevar a casa.
Continúe."
Le chef de l'état a procédé ce jeudi à la pose de la première du stade du Sénégal. L'infrastructure qui va sortir de terre dans 17 mois aura une capacité de 50 milles places. Un complexe sportif dédié principalement au football mais aussi capable d'accueillir d'autres activités dans le pôle urbain intégré et multiforme de Daimniadio.
© Présidence Sénégal / Photo : Lionel Mandeix
Parco degli Acquedotti - Rome - Lazio - Italy
Zero Image Zero MultiFormat 6x9
Ilford FP4Plus
Tetenal Ultrafin Plus 1+4 cont. agitation 5:00 + 3 min. stand
Direct film scan
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Il cantautore italiano presenta "Diwan" al Teatro Nazionale
Apriti Sesamo è il ventottesimo album di Franco Battiato, già disco d'oro per le oltre trentamila copie vendute. Eclettico e multiforme, ricco di citazioni (dantesche o di Santa Teresa d'Avila) e di collaborazioni, dalla chitarra di Simon Tong, ex Verve, al basso di Faso di Elio e le Storie Tese. Dopo il successo di Apriti Sesamo Tour, il sofisticato cantautore italiano ritorna con un nuovo progetto ambizioso, Diwan - L'Essenza del reale, un live per riportare a galla una cultura dimenticata.
Attorno all'anno Mille, infatti, in Sicilia fiorisce, in tre secoli, un'importante scuola poetica araba. Questa preziosa fonte di cultura ci ha lasciato ricche testimonianze in alcuni manoscritti che Battiato studia e interpreta con la sua musica. Assieme all'artista, sul palco, un ensemble multietnico tra cui Etta Scollo, Nabil Salameh dei Radiodervish, Carlo Guaitoli, Gianluca Ruggeri della PMCE e Ramzi Aburedwan fondatore degli Al Kamandjati.
“edo(ar)do” (fragmento), Eduardo Salvino, 2009. Técnica: mista. Material: fogo e plástico.
Dimensão: 170 x 120 x 120 cm (aproximadamente). Fotos: Lina Lopes.
A partir do tema auto-retrato, ao me apropriar do brinquedo educativo “pino mágico”, eu penso questões que perpassam
o erro, a incompletude, a incerteza, o imprevisto, a instabilidade. Adenso as minhas reflexões sobre o jogo e suas
interações que visam metas e objetivos. O brinquedo “pino mágico”, uma peça que tem aproximadamente 3 x 1 cm,
possibilita, construções de infinitas formas; carros, casas, plantas, etc.. Em “edo(ar)do” estou negando a
proposição original desse brinquedo, ao soldar, com um maçarico, 20.000 peças (pinos).
Nessa proposta pretendo dar continuidade a esta escultura em processo, esta instalação: um “monstro multiforme
e colorido” com proporções e medidas próximas as minhas. Uma mixagem analógica, onde o ato
de soldar torna-se preponderante, uma tarefa que acontece em etapas, entre 5 a 8 turnos, em diferentes
dias durante as semanas de exibição do trabalho. Com um maçarico de cozinha (a base de gás azul /
gás butano) e em meio aos 20 mil pinos esparramados pelo piso do espaço expositivo, vou
soldando estes mesmos pinos sem uma direção ou ordenação pré-definidas.
As mudanças desse “ser multiforme” serão documentadas em áudio e vídeo e o material obtido formará a base de um
audiovisual que ficará até o fim da exposição, mostrando o desenrolar da ação. Esse trabalho em progresso pretende
se um ser que agrega fragmentos, fogo e cor. Um ser descontínuo, um ser vacilante e sem polaridades, um ser passível
de desmoronamento.
Groupe F
SA 03 OCTOBRE 20H30
PARC PAUL MISTRAL
ANNEAU DE VITESSE
GRENOBLE
@ Daniel Roblin
Dans cette nouvelle création, le Groupe F, habituellement reconnu pour ses prouesses
pyrotechniques, invente un langage multiforme inédit avec des moyens d’expression élargis :
acteurs de lumière, vidéo monumentale, compositions sonores originales, flammes, effets spéciaux et décors.
À fleur de peau est une ballade tellurique, un voyage curieux et spectaculaire dans les trésors du vivant. Ce conte fulgurant aborde la relation complexe de l’homme et son environnement.
Ici la transformation progressive d’un territoire sensible est engendrée par l’action de l’individu sur son espace vital. Avons-nous la jouissance des lieux ? Que reste-t-il de notre empathie à l’égard du vivant ? L’émotion est-elle un moteur de sagesse ? À quelle distance devons-nous être ?
La surface, la peau, l’écran sont accessibles, la profondeur des réactions est plus complexe.Acteurs et spectateurs de notre temps compté, que laissons-nous à ceux qui viennent ?
À fleur de peau entraîne le spectateur aux confins du monde contemporain, dans un univers magique et vertigineux dont la démesure ne cesse de questionner la précarité de l’homme et de son environnement.
—
Expérimentant sans cesse de nouveaux territoires scénographiques, artistiques et techniques, Christophe Berthonneau réalise des œuvres contemporaines dans le domaine du théâtre et de l’évènementiel (cérémonies de clôture des JO de Barcelone 1992, coupe du monde de Football 1998, passage à l’an 2000 sur la Tour Eiffel, inauguration du musée d’art islamique de Doha 2008, ouverture et clôture des Jeux asiatiques à Canton 2010), mais aussi de nombreuses mises en scène de théâtre à ciel ouvert.
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Production Groupe F.
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Dans le cadre de la Biennale Arts Sciences, Rencontres-i 2015
■ Feu D'artifice de Clôture de MP2013 par le Groupe F, Marseille (13) 2013, FRA
■ Le 31 Décembre 2013.
Le Groupe F, créateur de lumières de feu et d’images propose une œuvre multiforme, au carrefour du Land Art, de la performance pyrotechnique et du théâtre à ciel ouvert. Mêlant l’eau et le feu, musiques et récits, les Révélations prennent la forme d’une saga épique dont les épisodes parcourent les eaux du territoire Marseille Provence.
Pour clôturer cette année Capitale en beauté, le dernier épisode se déroulera sur le légendaire Vieux Port de Marseille. Projections monumentales, acteurs de lumière, pyrotechnie sur bateaux, tarasque de feu, son…
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■ Bonne visite / Good visit.
Símbolos en las calles de Madrid: En la mitología griega, Hermes (en griego antiguo Έρμῆς) es el dios olímpico mensajero, de las fronteras y los viajeros que las cruzan, el ingenio y del comercio en general, de la astucia, de los ladrones y los mentirosos. En la posterior mitología romana era denominado como Mercurio. Hijo de Zeus y la pléyade Maya. El himno homérico a Hermes lo invoca como el «de multiforme ingenio (polytropos), de astutos pensamientos, ladrón, cuatrero de bueyes, jefe de los sueños, espía nocturno, guardián de las puertas, que muy pronto habría de hacer alarde de gloriosas hazañas ante los inmortales dioses». Hermes también es protagonista de muchos mitos, como, por ejemplo, el de Filemón y Baucis. (de la WiKiPeDia)