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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
Fontaine saint Jean (inventaire général)
Fontaine de dévotion et à usage domestique.
Fontaine-mur avec niche et croix associée à un lavoir. Le bassin, en granite, est compartimenté en trois parties.
Le pignon porte une inscription non lue. ( Date de 1793 portée sur la partie supérieure)
L'ensemble a été restauré en 2000 et une statue moderne de Saint-Jean-Baptiste a été placée dans la niche.
Sur la commune de La feuillée, 6 fontaines ont été repérées dont 3 font l´objet de dossier individuel : celle de Saint Jean et 2 autres à Kerelcun.
Els orígens del Temple Expiatori de la Sagrada Família es remunten al 1866, any en què Josep Maria Bocabella i Verdaguer funda l'Associació Espiritual de Devots de Sant Josep, que a partir de l'any 1874 promou la construcció d'un temple expiatori dedicat a la Sagrada Família. L'any 1881 i gràcies a diversos donatius, l'Associació compra una parcel·la de terreny de 12800m² entre els carrers de Marina, Provença, Sardenya i Mallorca per construir-hi el temple.
La primera pedra es posa el 19 de març de 1882, festivitat de Sant Josep, en un acte solemne que presideix el bisbe de la ciutat, Josep Urquinaona. A partir d'aleshores se n'inicia la construcció, que comença per la cripta situada a sota de l'absis segons un disseny neogòtic de l'arquitecte Francisco de Paula del Villar y Lozano. Aquest, poc temps després i per discrepàncies amb els promotors, abandona la direcció de l'obra i l'encàrrec passa a mans d'Antoni Gaudí.
Després d'assumir el projecte el 1883, Gaudí construeix la cripta, que enllesteix el 1889. Mentre inicia les obres de l'absis (i del claustre), els treballs segueixen a bon ritme gràcies als donatius rebuts. Quan es rep un important donatiu anònim, Gaudí es planteja fer una obra nova i major: desestima l'antic projecte neogòtic i en proposa un de nou més monumental i innovador tant pel que fa a les formes com i a les estructures, com a la construcció. El projecte de Gaudí consisteix en una església de grans dimensions amb planta de creu llatina i torres de gran alçària; concentra una important càrrega simbòlica, tant en forma arquitectònica com escultòrica, amb l'objectiu final de ser una explicació catequètica de les ensenyances dels Evangelis i de l'Església.
El 1892 comença els fonaments per a la façana del Naixement perquè, segons manifesta Gaudí mateix, "Si enlloc de fer aquesta façana decorada, ornamentada i turgent, hagués començat per la de la Passió, dura, pelada i com feta d'ossos, la gent s'hauria retret". El 1894 queda enllestida la façana de l'absis i el 1899 el Portal del Roser, un dels accessos al claustre del Naixement.
Paral·lelament a aquests treballs, a l'angle sud-oest del temple, l'any 1909 Gaudí hi construeix les Escoles Provisionals de la Sagrada Família, destinades als fills dels treballadors de la Sagrada Família i als nens del barri que formen part de la seva parròquia.
En morir Gaudí, assumeix la direcció de les obres el seu estret col·laborador Domènec Sugrañes, fins al 1938. Després en són directors Francesc de Paula Quintanai Vidal, Isidre Puigi Boada, Lluís Bonet i Garí, col·laboradors de Gaudí, persones que conegueren el mestre i que fins a l'any 1983 dirigiren l'obra. Posteriorment en foren directors Francesc de Paula Cardoner i Blanch, Jordi Bonet i Armengol i Jordi Faulí i Oller que n'ocupa el càrrec actualment, des del 2012.
El Temple Expiatori de la Sagrada Família és una església de cinc naus amb creuer de tres, que formen una creu llatina. Les seves mides interiors són: nau i absis, 90 metres; creuer, 60 metres; ample de la nau central, 15 metres; laterals 7'5 metres, la nau principal en total 45 metres; amplada del creuer, 30 metres. L'església ha de disposar de 18 torres (12 que simbolitzen els apòstols, 4 els evangelistes i 2 més dedicades a Maria i a Jesús), de diferents altures d'acord amb la jerarquia simbòlica que representen.
La façana de la Passió és la segona façana que es construí seguint el projecte original de Gaudí. L'arquitecte, que deixà només apuntada la part decorativa, va preveure que les generacions futures hi farien alguna intervenció segons els gustos estètics del moment. Aquest és el cas de la decoració escultòrica de Josep Maria Subirachs i dels vitralls de Joan Vila-Grau. Rep aquest nom perquè representa a la Passió de Jesús, és a dir, el dolor, el sacrifici i la mort, com queda escenificat en les dotze estacions del Via Crucis, elaborat amb conjunts escultòrics de fort dramatisme i intensitat emotiva. Està orientada a l'oest i, per tant, rep els darrers raigs de sol fins que es fa de nit. Aquesta disposició accentua l'efecte simbòlic de foscor i penombres que perseguia l'arquitecte. Igual que en les altres façanes, inclou tres accessos, també dedicats a la caritat, l'esperança i la fe, i quatre campanars, dedicats als apòstols sant Jaume el Menor, sant Bartomeu, sant Tomàs i sant Felip, ordenats d'esquerra a dreta.
Les escultures de la façana de la Passió destaquen pel contrast que exerceixen sobre el seu fons, exempt d'ornaments i aparentment compost amb formes simples. Gaudí volia simbolitzar d'aquesta manera la desolació, el dolor i la mort de Jesucrist. Sobre aquest plantejament, l'escultor Josep Maria Subirachs realitzà, des de l'any 1986 i fins al 2005, les dotze estacions del Via Crucis.
Tal com correspon, i comparant-la amb la façana del Naixement, hi manquen referències a la joia de la vida, com l'ornamentació floral i animal, i s'hi accentua la representació del sentiment per la pèrdua irreversible de la mort. Aquesta portalada dramàtica mostra el sacrifici fet per Jesús en favor els humans.
Tots aquests conjunts, carregats d'una forta simbologia, s'acompanyen de diversos materials i dissenys que ajuden a comprendre millor els temes presentats.
A sobre d'aquesta portalada s'alcen els campanars, on s'observen els fruits de l'hivern i la tardor (els períodes de més foscor i fred a Catalunya), com castanyes, magranes o taronges, que completen la simbologia mediterrània en aquesta part del temple.
Nesta igreja quinhentista, devotada a Nossa Senhora da Assunção, merecem destaque as talhas neoclássicas de feição popular e os azulejos hispano-árabes quinhentistas. Dignos de atenção são também o baptistério e a pia. www.lifecooler.com/edicoes/lifecooler/desenvRegArtigo.asp...
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
foto e Información por cortesia de
www.flickr.com/photos/anarodinsky
La primera capilla dedicada a Nuestra Señora de la Concepción fue fundada y construida por Antonio Correia de Pina - llamado Padre Correia - con limosnas de los fieles devotos de la santa, antes de 1663. En 1671 los herederos de Araribóia - Gastão Soares de Souza, su esposa D. Soeiro Maria Soares de Souza, João Rocha Ada Paris, Margarida Soares y Violante – donaron doscientas brazas de terreno a la Hermandad.
En el medio del siglo XVIII, el templo ha sufrido una transformación radical de arquitectura, y comienzan a ser frecuentados por los indígenas y las los capitanes de San Lorenzo.
En 1810, después de la muerte del capitán José Manoel de Bessa, sus herederos donaron la hacienda a la iglesia - que hoy es el Hospital de Santa Cruz. En 1830, se abrió, adjunto a la capilla, el primer cementerio de la aldea. Ali, se depositaron las vísceras de José Bonifacio, a petición de su hermano Martim Francisco Ribeiro de Andrada.
Dos veces, sirvió, temporalmente, la iglesia madre de Niterói: desde 1819 hasta 1831 - cuando fue anfitrión de la imagen de San Juan Bautista, hasta la construcción de la nueva iglesia en honor de la patrona de la ciudad, y en los años 1885 a 1886, cuando aprobada por las obras de la catedral.
En 1820, con la reformulación de la Rua de la Concepción, la iglesia fue reconstruida y su escalera ganó la barras de hierro que todavía existen. En 1881 y 1882, el templo fue nuevamente renovado, con el constructor responsable Joao Antonio dos Santos Guaraceaba hay la adquisición de nuevas campanas. La nueva torre fue inaugurada el 8 de junio. A lo largo del siglo XX, la iglesia pasó por varias reformas: 1905, 1912, 1919 y 1992. La iglesia, que data de mediados del siglo XVII, fue diseñada para buscar líneas simples, con paredes blancas carentes de decoración, por lo tanto, quedan alrededor de dos siglos. Sin embargo, después de sucesivas reformas, la iglesia fue perdiendo, paulatinamente, su diseño original y, en el siglo XIX, el templo fue reconstruido con las modificaciones que introdujo elementos de fachada neoclásica y el interior, como platibandas y la pirámide de la torre del campanario.
Situado en una alta elevación, con la imposición de escalera para acceder a su patio, todos los religiosos se compone de dos volúmenes interconectados. La fachada principal presenta una sola torre campanario en la parte izquierda y derecha, más al fondo, una pequeña capilla de la Santísima - que internamente se comunica con la nave principal de la iglesia. El interior de la nave principal tiene una decoración que combina elementos de las líneas de inspiración neoclásica y de la neo-rococó, el coro y el púlpito. El altar mayor de mármol de Carrara, como fondo, un vitral francés. El acceso es por la puerta con arco lobulada, y sobre esta un panel de azulejos con la imagen de Nuestra Señora.
El 30 de diciembre de 1992, en vista de su importancia histórica y afectiva, la Prefeitura Municipal protegió el conjunto de edifícios que hacen parte de la iglesia (Ley N º 1161).
Sacado del libro "Patrimônio Cultural de Niterói", editado por SMC / Livros Niterói em 2000.
SAISON ESTIVALE - JUBILÉ 2025 - DÉVOTION -
À LA POURSUITE DE LA BEAUTÉ - AUVERGNE - FRANCE
Et ne me dites pas que c'est un mirage !
Buron sur l'eau où le canard nage.
Présage ?
J'en fais une page.
Et un vertueux message....
Suite prochainement.
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La primera capilla dedicada a Nuestra Señora de la Concepción fue fundada y construida por Antonio Correia de Pina - llamado Padre Correia - con limosnas de los fieles devotos de la santa, antes de 1663. En 1671 los herederos de Araribóia - Gastão Soares de Souza, su esposa D. Soeiro Maria Soares de Souza, João Rocha Ada Paris, Margarida Soares y Violante – donaron doscientas brazas de terreno a la Hermandad.
En el medio del siglo XVIII, el templo ha sufrido una transformación radical de arquitectura, y comienzan a ser frecuentados por los indígenas y las los capitanes de San Lorenzo.
En 1810, después de la muerte del capitán José Manoel de Bessa, sus herederos donaron la hacienda a la iglesia - que hoy es el Hospital de Santa Cruz. En 1830, se abrió, adjunto a la capilla, el primer cementerio de la aldea. Ali, se depositaron las vísceras de José Bonifacio, a petición de su hermano Martim Francisco Ribeiro de Andrada.
Dos veces, sirvió, temporalmente, la iglesia madre de Niterói: desde 1819 hasta 1831 - cuando fue anfitrión de la imagen de San Juan Bautista, hasta la construcción de la nueva iglesia en honor de la patrona de la ciudad, y en los años 1885 a 1886, cuando aprobada por las obras de la catedral.
En 1820, con la reformulación de la Rua de la Concepción, la iglesia fue reconstruida y su escalera ganó la barras de hierro que todavía existen. En 1881 y 1882, el templo fue nuevamente renovado, con el constructor responsable Joao Antonio dos Santos Guaraceaba hay la adquisición de nuevas campanas. La nueva torre fue inaugurada el 8 de junio. A lo largo del siglo XX, la iglesia pasó por varias reformas: 1905, 1912, 1919 y 1992. La iglesia, que data de mediados del siglo XVII, fue diseñada para buscar líneas simples, con paredes blancas carentes de decoración, por lo tanto, quedan alrededor de dos siglos. Sin embargo, después de sucesivas reformas, la iglesia fue perdiendo, paulatinamente, su diseño original y, en el siglo XIX, el templo fue reconstruido con las modificaciones que introdujo elementos de fachada neoclásica y el interior, como platibandas y la pirámide de la torre del campanario.
Situado en una alta elevación, con la imposición de escalera para acceder a su patio, todos los religiosos se compone de dos volúmenes interconectados. La fachada principal presenta una sola torre campanario en la parte izquierda y derecha, más al fondo, una pequeña capilla de la Santísima - que internamente se comunica con la nave principal de la iglesia. El interior de la nave principal tiene una decoración que combina elementos de las líneas de inspiración neoclásica y de la neo-rococó, el coro y el púlpito. El altar mayor de mármol de Carrara, como fondo, un vitral francés. El acceso es por la puerta con arco lobulada, y sobre esta un panel de azulejos con la imagen de Nuestra Señora.
El 30 de diciembre de 1992, en vista de su importancia histórica y afectiva, la Prefeitura Municipal protegió el conjunto de edifícios que hacen parte de la iglesia (Ley N º 1161).
Sacado del libro "Patrimônio Cultural de Niterói", editado por SMC / Livros Niterói em 2000.
La Cofradía del Señor Atado a la Columna fue fundada en el año 1804, en el desaparecido convento de Santa Fe por feligreses devotos de la Imagen del Señor Atado a la Columna.
Esta cofradía porta en sus desfiles procesionales tres pasos y una peana. El paso titular es el del Señor atado a la Columna, una talla de gran tamaño obra de J.J Bueno Gimeno en el año 1949. Un segundo paso, el de la Flagelación, es obra de Antonio Hernández tallado en el año 1998. Un paso de Palio, el de Nuestra Señora de la Fraternidad en el Mayor Dolor, es obra del escultor sevillano, afincado en Gijón, Pedro García Borrego y que data del año 1991. Por último, el antiguo Cristo Atado a la Columna, es portada en una pequeña peana a hombros desde 1980.
Esta cofradía realiza tres procesiones. La primera tiene lugar en la tarde del Domingo de Ramos, del nuevo convento de Santa Fe hasta la Iglesia de Santiago el Mayor, sede canónica de la cofradía, e iglesia de la cual saldrá el Jueves Santo por la tarde su procesión titular. Alrededor de las tres cuartas partes de sus cofrades acompañan a sus cuatro pasos en un amplísimo itinerario, para terminar en la Iglesia de San Cayetano. De esta última partirán formando parte de la procesión del Santo Entierro, el Viernes Santo.
Sus cofrades visten túnica blanca, capirote y cíngulo rojos. Los portadores de la peana y los miembros de la Sección de Instrumentos que tocan el bombo, cubren su cara con un tercerol de color rojo. Zapatos y calcetines negros completan el hábito.
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
Zheng Xinming, un signore anziano di circa settant'anni, è un cristiano devoto. A causa della sua fede nel Signore, è stato fermato, imprigionato e condannato a otto anni. Al suo rilascio, continuava a figurare nell'elenco della polizia comunista cinese come obiettivo di monitoraggio mirato. In particolare, da quando questa persona anziana ha accettato l'opera di Dio Onnipotente negli ultimi giorni, i poliziotti sono venuti quasi ogni giorno a terrorizzarlo, intimidirlo e disturbarlo. Per Zheng Xinming non c'è stato modo di poter leggere normalmente la parola di Dio a casa sua, e anche i membri della sua famiglia hanno condiviso il suo stato di apprensione. Ora è la vigilia di Capodanno e l'anziano signore è a casa sua e sta leggendo la parola di Dio, non sapendo cosa potrebbe succedere...
Hoy, tráeme a todas las almas devotas y fieles, y sumérgelas en el mar de mi misericordia. Estas almas me consolaron a lo largo del vía crucis. Fueron una gota de consuelo en medio de un mar de amargura.
Jesús misericordiosísimo, que desde el tesoro de tu misericordia les concedas a todos tus gracias en gran abundancia, acógenos en la morada de tu compasivísimo Corazón y nunca nos dejes escapar de él. Te lo suplicamos por el inconcebible amor tuyo con que tu Corazón arde por el Padre celestial.
Padre Eterno, mira con misericordia a las almas fieles como herencia de tu Hijo y por su dolorosa pasión, concédeles tu bendición y rodéalas con tu protección constante para que no pierdan el amor y el tesoro de la santa fe, sino que con toda la legión de los ángeles y los santos, glorifiquen tu infinita misericordia por los siglos de los siglos. Amén.
Rezar la Coronilla a la Divina Misericordia junto con Cada Día de la Novena:
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Os "impérios"
Numa terra de belíssimos templos e altares, nesta ilha festiva e devota como nenhuma outra dos Açores, sempre entre o Espírito Santo e os touros, os "impérios" representam o contraponto arquitectónico perfeito de toda a sua arte sacra.
Os "impérios" são formas conjugadas entre a extrema religiosidade e a atitude profana e até paganizada da festa: casinhas rebuscadas e alegremente coloridas, para mais depressa serem visíveis a quem passa pelas freguesias. Muitas vezes, ficam defronte das igrejas. Quando não, bem visíveis e em sítio de muita proeminência. Há-os de todas as formas e cores, em ar e em dimensão de repto à fogosa imaginação do artista. Uns com "despensa" incorporada, outros com ela erigida à parte, noutro edifício. Mas todos com uma estrutura opulenta e afiada: a coroa e a cruz do Divino Espírito Santo, esculpidas na pedra e encimando a arquitectura dos "impérios", sugerem por vezes a arte da filigrana.
João de Melo
in Açores - O segredo das ilhas
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
La basilique Sainte-Thérèse est située à Lisieux, en France. Sa construction a débuté en 1929 et sa consécration a eu lieu en 1954. Aujourd'hui, elle est le deuxième lieu de pèlerinage en importance en France (après celle de Lourdes).
Labellisé « Patrimoine du xxe siècle », elle a été inscrite au titre des monuments historiques le 14 septembre 20102 puis classée le 7 septembre 2011.
Sainte Thérèse de Lisieux ayant été béatifiée en 1923 et canonisée en 1925, il fut décidé de construire une grande basilique vouée au pèlerinage dans la ville où elle avait vécu et où elle était morte. En effet, la dévotion à la nouvelle sainte attirait rapidement des foules de plus en plus importantes.
Ce projet, lancé par l'évêque de Bayeux et Lisieux, Mgr Lemonnier, reçut le soutien total du pape Pie XI qui avait placé son pontificat sous le signe de sainte Thérèse. Il a été entièrement financé par des dons et souscriptions spécifiques venus du monde entier.
Les travaux ont été commencés le 30 septembre 1929, la première pierre étant posée ce jour par le cardinal Charost, légat du pape. Ils furent supervisés par deux architectes de père en fils, les Cordonnier — Louis Marie Cordonnier, mort en 1940, puis son fils Louis-Stanislas Cordonnier (décédé le 25 août 1960). Les travaux continuèrent au ralenti entre 1939 et 1944 à cause de la Seconde Guerre mondiale. Rendu au culte à la fête de l'Ascension en 1951, le monument ne fut terminé qu'après la guerre.
La basilique a été bénie le 11 juillet 1937, par le cardinal Pacelli, légat du pape et futur Pie XII puis consacrée le 11 juillet 1954 par l'archevêque de Rouen, Mgr Martin en présence du légat du pape, archevêque de Paris, Mgr Feltin.
En juillet 2012, la basilique accueillit le tout premier congrès européen du Tiers-Ordre franciscain qui se conclut, le 12 juillet, par une messe dédiée aux Martin, parents de sainte Thérèse (jour anniversaire de leur mariage); Zélie Martin était d’ailleurs aussi membre du dit Tiers-Ordre.
Description
Précédé d'un vaste parvis, le monument se trouve sur une colline, en limite de la cité qu'il domine de sa masse imposante.
De style composite (dit romano-byzantin), l'architecture de la basilique est fortement inspirée par celle de la basilique du Sacré-Cœur à Paris3. Par ses dimensions, l'édifice, construit en béton armé et granit, se compare aux plus grandes cathédrales :
longueur : 104 m ;
largeur du transept : 50 m ;
largeur de la nef : 30 m ;
hauteur du dôme : 95 m ;
hauteur de la coupole : 50 m ;
la croix surmontant l'ensemble mesure 1,70 m ;
hauteur des voûtes : 37 m ;
superficie : 4 500 m2.
C'est une des plus grandes églises construites au xxe siècle ; elle peut accueillir 4 000 personnes. La structure de base, qui a été terminée avant la guerre, a subi peu de dégâts lors des bombardements qui détruisirent Lisieux aux deux tiers ; elle a probablement été épargnée grâce à sa position en limite d'agglomération. Sa décoration a été entreprise dans les années 1950.
L'édifice est en forme de croix latine, avec nef, chœur et transept. La croisée est surmontée d'une imposante coupole. Le transept sud reçoit le reliquaire offert par le Pape Pie XI à la basilique. Le volume intérieur est d'un seul tenant, sans nefs collatérales ni déambulatoire : du fait de l'absence de colonnes, tous les fidèles qui assistent aux offices en ont une vue sans obstruction. La plus grande partie de l'intérieur de la basilique est couverte de mosaïques.
Les sculptures sont de Robert Coin, les dessins des cartons des mosaïques et des vitraux de Pierre Gaudin.
Les orgues de la maison Beuchet Cavaillé-Coll, construites en 1936, installées et restaurées par Victor Gonzalez vers 1950 (55 jeux, 3 claviers).
L'édifice contient 18 autels mineurs offerts par différentes nations en ex-voto à sainte Thérèse. À partir de l'entrée, dans le sens inverse des aiguilles d'une montre :
Nef, côté droit : Mexique - Espagne - Italie
Transept, côté droit : Ukraine - Chili
Chœur, côté droit : Brésil - Argentine - Portugal
Chœur, côté gauche : États-Unis - Colombie - Grande-Bretagne
Transept, côté gauche : Écosse - Allemagne - Cuba - Irlande
Nef, côté gauche : Canada - Belgique - Pologne
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
La Cementerio de la Recoleta (Recoleta Cemetery), set in 5.5 hectares or the equivalent of about four city blocks, has more than 350,000 people buried in an estimated 4,7000 vaults--all above ground, and many of which have been declared National historical Monuments. Many of the elaborate marble mausoleums are decorated with statues, in a wide variety of architectural styles such as Art Deco, Art Nouveau, Baroque, and Neo-Gothic The cemetery was inaugurated under the name Cementerio del Norte (Northern Cemetery) on November 17, 1822, around Iglesia de Nuestra Señora del Pilar, the church and convent built in 1732 and abandoned in 1822 by the monks of the Order of the Recoletos. The original 1822 layout was designed by architect and civil engineer Próspero Catelin, and an 1881 remodeling was handled by Italian architect Juan Antonio Buschiazzo.
©AlexGutiérrezEspinozaPhotography.
La Congregación de Los Sacramentinos llegó a Chile en 1908 gracias a la gestión de María Lecaros de Marchant, devota del Santísimo Sacramento.
Poco tiempo después la Orden encargó la construcción de una Iglesia similar al Sacre Couer de París al arquitecto Ricardo Larraín Bravo, gran exponente del Beaux Arts en Chile.
La Basílica consta de dos iglesias: La Cripta y la superior. La Construcción de la cripta de la Basílica comenzó en 1912 y concluyó en 1920. Este espacio subterráneo logra una penumbra matizada por sólidas columnas de capiteles corintios. Su atmósfera logra sugerirnos una antigüedad inmemorial.
En 1920 comenzó la construcción del gigantesco templo en estilo romano bizantino. Desarrollado a 1,80 metros por sobre el nivel de la vereda, tiene una monumentalidad apropiada a su fin: exponer el Santísimo Sacramento. Esta fue una tarea que tardó muchos años, pues su financiamiento se basaba en erogaciones privadas a la Congregación.
La adoración al Santísimo Sacramento logró en nuestro país gran devoción,en 1934 se vio reflejada en el Congreso Eucarístico Nacional, en el que desfilaron 30.000 jóvenes por la Alameda. Ese mismo año la Iglesia fue coronada por una gran cruz, diseñada también por Larraín. Con tres metros de altura la cruz se cayó para el terremoto de 1985, ocasión en que el conjunto del templo sufrió varios daños.
En su diseño la Iglesia incorpora amplias cúpulas y elevadas torres, con una nave central, transepto y ábside de gran importancia. Sobresale la gran cúpula central ubicada en el altar. Ésta alcanza una altura de 69 metros y su largo interior es de 56 metros.
En el interior se pueden ver finos parquets chilenos, vitrales de origen francés, argentino y chileno. En tanto, el púlpito,los confesionarios y la sillería fueron tallados en madera de lingue por los padres salesianos, mientras que las esculturas exteriores de cemento pertenecen al escultor Alirio Pereira contratado en 1926). Cuenta además, con notables terminaciones en estuco (molduras, frisos,trabajo de canterías y capiteles) las que fueron realizadas por Juan Plá y Arturo Russo.
Cada iniciativa de la obra fue supervisada por el arquitecto Larraín Bravo, quien logró así un conjunto de gran magnificencia.
Actualmente esta Basílica se encuentra en regular estado de conservación.
En términos de materialidad hay un notable uso del hormigón armado, señalando así gran diferencia con el templo del Sacre Coeur, construido en piedra.
La Basílica de Los Sacramentinos está ubicada en la esquina nor poniente de las calles San Diego y Santa Isabel, la cual fue abierta alrededor del año 1980 como corredor poniente-oriente con gran flujo vehicular. Ál mismo tiempo, terminó de consolidarse el Parque Almagro, cuyo origen está en el camino de frontera del antiguo Santiago y el mercado de San Diego -consolidado como espacio urbano por Vicuña Mackenna-. Este espacio verde, permite la apreciación de esta gran Basílica.
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
MA ANANDA MOYI
1er octobre 2012
Je suis MA ANANDA MOYI. Sœurs et Frères en humanité, daignez accueillir ma Présence avant que je ne commence à vous parler. Et je vous parlerai, aujourd'hui, d'éléments qui, certes, ont été déjà donnés par moi-même mais plus à insérer dans ce que vous vivez, maintenant et dorénavant, sur cette Terre. J'apporterai ces mots à votre réflexion, bien plus qu'à votre compréhension. Ils seront portés, bien sûr, par ma propre Présence et jusqu'à votre Cœur. Tout d'abord, établissons un moment de Paix, un moment de Joie et un moment de Communion.
... Partage du Don de la grâce ...
Les temps qui se déroulent, sur cette Terre, pour vous, aujourd'hui, vont vous faire passer, si ce n'est déjà fait, de l'amour projeté que connaît la personne, à l'Amour Conscience, réalisé par la Conscience, au-delà de la personne, par le Soi, par l'Ultime Présence ou par l'Absolu. Le manque d'Amour est tellement inscrit dans la personne que celle-ci va toujours chercher à éprouver, à ressentir, cet Amour. La façon de l'éprouver, le plus souvent, est donc de chérir, d'aimer, de sentimentaliser, l'objet de l'attention de la personne au travers des liens de sang, au travers d'une décision affective, au travers de toutes les activités.
Le manque de conscientisation de l'Amour Conscience crée (ipso-facto, en votre terme) cette projection de l'amour. Projection de l'amour qui va guider l'ensemble des rapports de l'homme. Alors, bien sûr, l'amour projeté découle de liens, il découle d'un idéal, qu'il soit social, religieux ou spirituel. Et pourtant, en Orient, il est fermement conseillé d'essayer de trouver et d'éprouver cet Amour à travers ce qui est appelé le Bhakti Yoga ou Yoga de la Dévotion. En Occident aussi, vous avez eu nombre de Sœurs et de Frères qui (à travers, pourtant, des modèles dits religieux) ont réussi à s'oublier soi-même, à tellement projeter d'Amour qu'ils se sont totalement vidés de leur propre personne. Grâce à l'Humilité, grâce à la Simplicité, des Étoiles qui vous sont connues vous ont décrit leur cheminement sur ce monde.
Alors, l'amour-projection, qui est la norme, dans l'humanité que nous connaissons tous, n'est pas l'Amour Conscience. Je l'avais déjà exprimé. La différence, au-delà des Vibrations perçues et ressenties, se traduit par une toute autre conséquence. Parce que l'amour projeté sera toujours dépendant d'un objet extérieur, d'un sujet extérieur à soi-même : que cet objet, ce sujet, soit une idée, une pensée, un modèle ayant existé. L'amour projeté est, en quelque sorte, une caution morale qui va nous faire définir le cadre de nos adhésions amoureuses, de nos adhésions affectives, et de nos adhésions sociales, et même dans les activités. Cet amour projeté est toujours conditionné et conditionnel sauf, comme je l'ai dit, dans de rares cas de Sœurs et de Frères qui se sont tellement oubliés dans l'amour projeté, que la personne a fini par disparaître : il y a eu une telle soif d'identification à un modèle, que cela soit un grand Saint, que cela soit le CHRIST ou toute autre manifestation sensible sur cette Terre (quelle qu'en soit la réalité, d'ailleurs).
L'amour projeté est toujours un idéal. Il dépend toujours de ce qui peut être compris, de ce qui peut être conçu, et même perçu, dans le champ de la conscience dissociée de la personne, elle-même. Et pourtant, aucune personne, aucun Frère, aucune Sœur, sur cette Terre (même le plus opposé au monde spirituel invisible), ne pourrait concevoir sa vie, totalement, sans aucun amour, sans pouvoir projeter le moindre amour. La nature de l'homme (et l'oubli-même de son Essence, par les différents Voiles de l'ignorance) permet et réalise, de lui-même, ce besoin de projeter cet amour.
Cette projection d'amour, excepté dans les cas extrêmes, n'est toujours que le reflet d'une déficience, d'un manque de reconnaissance de soi-même. Tant qu'il existe la nécessité de projeter, de manière précise (sur un objet ou un sujet, sur une croyance, sur un système, quel qu'il soit), l'amour, il est évident que, dans la plus grande partie et majorité des cas, ne peut être vécu l'Amour Conscience. Si l'on excepte les cas rares que j'ai décrits, aujourd'hui, ce monde, cette civilisation, cette humanité dans laquelle vous êtes encore incarnés, va apprendre à passer de l'amour projeté (issu d'un manque) à l'Amour Conscience (issu de la Plénitude de votre Essence). Les différents mécanismes que, peut-être, vous avez vécus, depuis quelques années ou tant d'années, vous conduisent, aujourd'hui, à cette étape. Une étape, qui comme vous le savez, est finale, qui va vous démontrer, à vous-même, où vous en êtes, par rapport à la reconnaissance de ce que vous Êtes, dans le vécu de ce que vous Êtes.
L'amour projeté, découlant d'un manque, il est toujours porteur d'une peur, que cela soit la peur de l'absence de Lumière, que cela soit la peur de la perte de l'objet, du sujet ou la non-réalisation d'un objectif, quel qu'il soit. Cet amour-là est donc dépendant. Il est dépendant d'autres manques : les manques des autres sujets, des autres Frères et Sœurs qui sont incarnés, le manque aussi de possibilité de, réellement, vivre l'absence de séparation entre le sujet et l'objet lui-même (objet du désir ou objet de l'amour).
L'amour projeté fonctionnera toujours en palliant, de manière bien inconsciente, au manque de reconnaissance de ce que l'on Est, et donc au manque d'amour intrinsèque de la conscience elle-même. Parce que la nature de la conscience, dans l'Être comme dans le non-Être, comme la nature de ce qui contient la conscience, est Amour, et absolument rien d'autre. Ce qui est naturel et spontané dans les Dimensions qui sont autres que la vôtre. Nous le vivons, en permanence, comme un état naturel où l'Amour n'a donc pas à être cherché, ni recherché, ni même prouvé, ni même développé, ni même amplifié parce que l'Amour est, de toute Éternité, stabilisé : il n'a pas à évoluer, il n'a pas à progresser, il est établi dans la pérennité, dans l'Éternité.
Chose, bien sûr, que l'amour vécu dans un corps, au travers de la personne, ne pourra jamais stabiliser parce que nous savons tous que l'amour humain, quel que soit son objet, est toujours fluctuant. Il ne s'exprime pas de la même façon en fonction des circonstances. Il n'est pas identique à lui-même, chaque jour, même pour l'être le plus cher. Cet amour-là est, comme vous le savez tous, sujet à disparaître, au travers d'un deuil, au travers d'une séparation. Au travers des circonstances de la vie, un amour grandit et disparaît parce que tout ce qui apparaît, sur ce monde, croît et décroît et disparaît, enfin. Même s'il est effectivement plus agréable de vivre entouré d'amour et manifestant l'amour (même projeté) que de vivre sans amour, l'un comme l'autre, en définitive, révèlent leur insuffisance et leur incapacité à étancher la soif de la conscience.
Tant que la conscience ne s'est pas reconnue, dans sa propre nature, en tant qu'Amour, tant qu'il y a une identité qui persiste, tant qu'il y a une orientation de l'amour (même si cela est noble, comme d'aimer ses enfants et ses parents), il ne peut y avoir d'Amour Conscience. Parce que l'Amour Conscience fait réaliser, instantanément, qu'il n'y a rien à projeter, puisque l'Essence de chaque Frère, de chaque Sœur, de chaque mari, de chaque femme, de chaque enfant, qu'il soit le vôtre ou pas, est habité par la même Essence et la même nature d'Amour. Celui qui conscientise cela (non pas comme un idéal, non pas comme un progrès à réaliser) n'a plus besoin de projeter quoi que ce soit, parce que l'Amour émane de lui, parce qu'il a trouvé ce qu'il Est, réellement, au-delà de la personne, au-delà de la conscience même, parfois. Et cela ne crée pas du tout, ni les mêmes circonstances de vie, ni les mêmes satisfactions Intérieures.
L'Amour Conscience procure une Joie. Il y a une intensité de découverte et de déploiement de cet Amour Conscience allant, comme vous le savez, jusqu'à la Demeure de Paix Suprême, Shantinilaya, chose que ne peut jamais accomplir, bien sûr, l'amour projeté. Quelle que soit le relation idéale que vous ayez bâtie (avec une personne ou avec un système religieux), quel que soit votre but, le fait même de percevoir un but, crée la projection elle-même. Alors, si l'on excepte les quelques rares Frères et Sœurs qui ont réussi à tellement s'oublier dans cette dévotion qu'ils en sont devenus des Saints (dans toutes les religions, dans toutes cultures, dans tous les pays), il faut bien admettre que, pour la grande majorité de nos Frères et Sœurs, cet amour-là sera toujours conditionné par la personne elle-même et donc par un Éphémère.
L'Amour ne pourra jamais être éphémère parce que l'Amour est la nature qui sous-tend la manifestation, la Création, le rêve, et même l'Illusion. Prendre conscience de cela, c'est sortir enfin des affres de la peur de l'abandon, de la perte, c'est s'établir dans la nature immuable de la Conscience et parfois, même, dans le non-Être et dans l'a-conscience. C'est ce passage-là que vous êtes en train de mener, en ce qui concerne votre conscience. Alors, bien sûr, passer de l'un à l'autre, ne se fait pas toujours de façon facile parce que les deux ne peuvent coexister en même temps. Alors, si l'ensemble de votre vie a été bâti sur cet amour projeté, même dans un idéal noble (que cela soit vos parents, vos enfants, vos professions, vos relations quelles qu'elles soient), être confronté (parce que, pour la personne, cela est une confrontation) à l'Amour Conscience, va mettre en résistance, en quelque sorte, l'ombre de cet Amour Conscience qui est l'amour projeté et l'amour projeté va se révéler à vous comme un frein, un lien, un attachement.
Alors, bien sûr, comme cela a été répété à de très nombreuses reprises, il n'est pas question de se débarrasser de ses amours projetés, quels qu'ils soient, mais bien plus de comprendre les mécanismes qui ont conduit à la projection de cet amour, pour vous, et de comprendre les mécanismes que vous vivez dans l'Amour Conscience. Parce que l'un vous prend, et l'autre vous donne. Alors, bien sûr, si vous êtes capable de tout donner, de vous laisser prendre, en totalité, vous déboucherez, de manière immanquable (comme les quelques Frères et Sœurs qui l'ont montré par leur exemple de vie), sur l'Amour Conscience, sur la Lumière et sur l'Éternité. Mais, souvent, les résistances de la personne sont là, très précisément pour faire obstacle à l'Amour Conscience.
Dans cette période où se superposent et se chevauchent deux consciences (pour laquelle vous avez, sûrement, déjà, des manifestations dont les Anciens vous ont parlé longuement), l'important est aussi le mécanisme qui se déroule dans votre conscience. L'amour projeté, même le plus noble, est donc tributaire de circonstances, il est tributaire de ce qui se vit dans ce monde, fût-il un amour pour les mondes spirituels.
L'Amour Conscience, cet état d'Être, vous fait sortir et vous montre, justement, les zones d'attachement de l'amour projection. C'est pour cela que, voilà quelque temps, nous avions aussi insisté sur les deux seuls états possibles : l'Amour ou la peur. Parce que l'amour projeté (même, encore une fois, le plus abouti et le plus noble) ne fait que traduire, rappelez-vous, le manque de connaissance de l'Amour Conscience, de ce que nous Sommes tous, au-delà de la personne, qui est Éternel, qui n'a jamais progressé, qui n'a jamais bougé, qui n'a pas besoin d'une quelconque évolution, ni d'un simulacre de rituel quel qu'il soit.
L'Amour Conscience est un état. L'amour projeté est une action et un avoir. Passer de l'un à l'autre est, très exactement, depuis la dissipation des dernières Lignes de prédation de la Terre, l'occasion unique de prendre cette conscience et d'observer, réellement, en tant qu'observateur de votre propre vie, non pas pour le juger, non pas pour le condamner, non pas pour en changer quoi que ce soit, mais pour voir, avec Clarté, avec Précision et Lucidité les comportements et l'ensemble des conduites que vous avez dans votre vie. Non pas, seulement, bien sûr, par rapport aux êtres aimés qui font partie de votre vie, ou aux activités qui sont vôtres mais, bien plus, d'observer la différence de résultat.
L'amour projeté, même idéal, est une dépendance. L'Amour Conscience traduit (que cela soit pour une religion, que cela soit pour une spiritualité, que cela soit pour l'être aimé lui-même), produit et procure un sentiment de légèreté et de détachement, où ne peut exister la moindre peur et la moindre interrogation. Et surtout, l'Amour Conscience vous fait réaliser qu'il n'y a pas de différence entre l'être aimé et celui que vous détesteriez le plus au monde parce que la Dualité s'efface et parce que l'Amour Conscience n'est plus affecté par la notion d'une personne et de la place de cette personne par rapport à vous, par rapport à votre vie. Bien sûr, ce qui vous est donné à voir, sur ce monde, en cette fin extrême de Kali Yuga, est la manifestation des amours projetés, que cela soit à travers les haines entre les peuples, entre les sociétés, entre les races.
Tout cela n'est que l'illustration de l'incapacité à reconnaitre l'Amour Conscience comme la seule Vérité, et le seul état possible de l'Être. Alors, l'être s'enfonce dans l'avoir, s'enfonce dans le déni, s'enfonce dans les résistances, les opacités, venant, en quelque sorte, frictionner les zones douloureuses, les zones de manque qui ont pour nom : peur, abandon. Celui qui est dans l'Amour Conscience, indépendamment des états et des expériences de Paix, de Samadhi, de Joie, n'est pas affecté, en aucune manière, par ce qui se déroule au sein de la personne. Le même Amour est vécu, non plus comme une projection ou comme une condition mais, en totalité, comme un épanouissement total de l'Être.
Ce qui se déroule, en ce moment (la fin des Lignes de prédation, l'ensemble des processus Vibratoires énergétiques que vous avez mis en œuvre et activés), vous fait passer cette Porte Étroite. Le moment de la Résurrection est imminent, pour l'ensemble du collectif de l'humanité, pour l'ensemble des Frères et des Sœurs qui, même pour l'instant, nagent encore dans cet amour projeté, cet amour de contradiction et d'opposition.
Découvrir cela pourrait être appelé, dans votre terminologie, l'Éveil. C'est la conscientisation de la non-séparativité, c'est la conscience du « Je Suis » et du « Je Suis Un ». Cette étape primordiale fait partie de ce que LA SOURCE avait nommé le Serment et la Promesse. C'est cela qui vous met face à votre Éternité et vous donne à voir, sans aucun jugement, les moments où vous êtes dans l'amour projection (parce que dépendant de votre bien-être personnel, de vos engagements, quels qu'ils soient), des moments où vous êtes dans l'Amour Conscience qui est votre nature et qui s'échappe de vous, vous remplissant de Félicité, de Paix, de Joie, de Samadhi, voire d'Extase. À ce moment-là, la notion même d'une personne n'existe plus. La Transparence et l'Humilité sont vécues de manière totale. Il n'existe plus de zones d'ombre, encore moins de peurs ou d'éléments d'interrogation concernant la nature de ce qui Est. Réaliser cela peut, effectivement, être un choc pour celui dont la vie a été tournée soit vers l'amour projection idéal d'une société humaine meilleure, d'un monde meilleur, ou d'une religion authentique. Toute recherche est aussi une projection, comme dirait votre tonitruant partenaire d'Absolu (ndr : BIDI) : tant que vous cherchez, il y a projection et tant qu'il y a recherche, il y a illusion de connaissance qui, en fait, n'est qu'ignorance.
Je vous ai parlé aussi, voilà plus d'un an, du retournement de l'âme, tournée vers la matière, qui se retourne vers l'Esprit. Cela est très exactement ce qui se produit au moment de la rencontre avec la Lumière Vibrale, avec la nature de la Conscience, avec l'Amour Conscience. Quand cet Éveil se réalise, pour beaucoup d'entre vous qui nous avez écoutés, et vécu les Vibrations, vous savez très bien cela. Mais vous savez aussi, quand cette Lumière est découverte, qu'il y a une tendance, pour la personne, qui est encore présente, à s'approprier cet amour, à en faire une espèce de miroitement, quelque chose qui serait à cultiver, à faire grandir, alors que cet Amour Conscience ne peut ni grandir, ni être cultivé. Il est là, de toute Éternité, c'est vous qui en étiez, en quelque sorte, au sein d'une personne, sortis. Mais vous avez eu le temps, durant ces années, durant ces vies, de préparer, petit-à-petit, graduellement (dans l'illusion d'une évolution d'incarnation), ce moment.
D'autres, parmi vous, vont découvrir ça de manière extrêmement abrupte. Or il n'y a rien de plus détestable, pour l'amour projeté, que d'être face à l'Amour Conscience parce que l'amour projeté, quand il n'est pas totalement vécu dans la dévotion totale, dans l'oubli du Soi, dans l'oubli de la personne, ne débouche jamais sur l'Amour Conscience.
Alors, quand l'Amour Conscience vient faire irruption, au travers de cette Résurrection, il y a Éveil, il y a Réveil. Le danger étant, surtout dans ces temps particuliers, de s'approprier cette Lumière et d'en nourrir son propre mental, la propre personne. Mais cela peut être le cas de moins en moins, parce que la personne sera de plus en plus mal à l'aise avec ses revendications, avec ses projections, avec ses besoins de s'approprier la Lumière, de la garder pour soi. La Lumière ne peut être gardée pour soi puisque la Lumière et l'Amour Conscience, d'eux-mêmes, mettent fin à l'Illusion et à la séparation.
Alors, quand sévit cette espèce de confrontation, il y a, bien sûr, les résistances. Pour un Frère ou une Sœur chez qui cet Éveil surviendrait de façon inopinée, cela va, effectivement, créer une expérience d'Unité, faisant que cette expérience-même a besoin de se reproduire et de s'entretenir. Alors, le Frère ou la Sœur qui a vécu cela va s'enfermer dans cette Lumière, comme dans un cocon. Il va essayer, par son action, par sa volonté, par sa personne elle-même, de faire fructifier ce qui a été vécu. Vous ne pouvez agir comme cela parce que le moment de l'Éveil est un moment, et ce moment est déjà passé : c'est juste le moment de la rencontre entre l'amour projection et l'Amour Conscience. Mais, une fois ce moment passé, il est beaucoup plus judicieux de, réellement, vous regarder, au niveau des comportements que vous adoptez, au niveau des mécanismes qui vous remplissent, ou non, selon vos comportements. Parce que l'acte de Dévotion, effectué sous l'égide de l'Amour Conscience, est toujours un Don de Soi, un Don de Lumière, qui majore et amplifie la perception de la Lumière, au-delà de la personne.
L'Amour s'auto-entretient, s'auto-génère, s'auto-alimente et il est toujours le même. Alors, quand vous observez les moments où vous êtes en Joie (quand cet Amour Conscience s'exprime spontanément, au-delà de toute personne), alors, à ce moment-là, vous commencez à percevoir, clairement, la différence entre ce qui, en vous, est amour projection et ce qui, en vous, est Amour Conscience. Ce face à face, cette confrontation, est, aussi, la confrontation finale entre votre corps éphémère et le corps d'Éternité (ou corps d'Êtreté) qui s'est reproduit à l'identique. Tous les mécanismes de rencontre que nous menons, avec vous (que cela soit à titre personnel et individuel, ou à titre collectif), n'ont qu'un seul but : ce n'est pas de vous délivrer des mots, vous le savez. C'est simplement de Communier, avec vous, pour vous démontrer qu'il n'y a pas de séparation et que la seule séparation découlera toujours du regard des yeux, du regard des conventions, du regard de cet amour projection, qui, je vous le rappelle, n'est bâti que sur le manque et que sur la peur.
L'Amour Conscience au-delà de l'Éveil. Si vous laissez, naturellement, la Lumière vous traverser et féconder ce que vous Êtes, alors, immanquablement, vous débouchez sur l'Ultime Présence, sur le Samadhi, et puis sur l'Extase, dans un acte d'ultime Abandon de la personne qui croit, à ce moment-là, disparaître. Passant par les derniers verrous que vous connaissez (que rencontre l'Onde de Vie au niveau de ce qui est nommé les 2 premiers chakras), vous mettant face à vos attachements et l'attachement, bien-sûr, à votre propre personne qui ne peut envisager à aucun moment, se séparer de ce qu'elle est. Et pourtant, rien de ce qui est illusoire, rien de ce qui est éphémère, rien de ce qui est conditionné et conditionnant, ne doit, maintenant, subsister. Le temps du rêve, le temps de la projection, se termine. Il n'y a pas d'autre façon que d'être ce que vous Êtes, au-delà de tout rôle, de toute projection et de toute Illusion. Les deux réalités (l'une qui est Absolue et l'autre qui est relative, conditionnée par le manque) vont donc se mesurer, se juger et se jauger, surtout. Entre ce que vous croyez être, en tant qu'une personne, et ce que vous Êtes, vraiment, en tant qu'Éternité. Cela se déroule, en vous, comme cela se déroule sur la Terre. De votre capacité à observer cela (avec Lucidité, sans jugement et sans parti pris), vous renforcerez le rôle de l'observateur, et vous permettrez, avant de réfuter ce même observateur, de voir, réellement et concrètement, ce qui se joue dans votre Conscience. Et ce qui se joue, et ce que vous jouez, est lié à la peur ou est lié à l'Amour. Les effets Vibratoires, bien sûr, ne sont pas les mêmes, parce que, dans le premier cas, il y a souffrance, dans le deuxième cas, il y a plénitude. Dans le deuxième cas, il y a sentiment d'être Fusionné et, bien au-delà, il y a la Libération, il y a l'Abandon de tous les questionnements, l'Abandon de toutes les projections, et la capacité nouvelle à s'établir dans cet état d'Être qui ne dépend pas de ce monde. Et pourtant, vous le vivrez, ici, sur cette Terre, avant que le rêve collectif ne s'effondre, en totalité.
Profitez de cette période où les Lignes d'enfermement (nommées, je crois, Lignes de Prédation) ont été définitivement ôtées et ont définitivement disparu. Alors, bien sûr, il y a le temps que cette Libération se produise. Vous vous rappelez ? Il y a eu les Noces Célestes, il y a eu les Marches, cela a duré un certain temps de votre temps. Et puis, ensuite, chaque nouvelle étape s'est déroulée, je dirais, dans un temps beaucoup plus bref. Regardez, par exemple, l'Activation des Nouveaux Corps, l'Activation des Étoiles, l'Activation des Portes. Regardez, ensuite, la durée qu'a prise l'apparition des Couronnes Radiantes (ndr : ces différents aspects ont été repris, en particulier, dans la rubrique « protocoles à pratiquer »). Et regardez, après, la vitesse à laquelle l'Onde de Vie (si elle est née, chez vous) est remontée. Regardez à quelle vitesse le Canal Marial s'est densifié et concrétisé, pour vous, si vous le vivez, de manière beaucoup plus spontanée, et je dirais, beaucoup plus facile. Parce que l'accumulation de la Lumière Adamantine, de l'Amour Conscience, de la Lumière Vibrale, de l'Esprit-Saint, du Rayonnement de La Source (qui s'amplifie, dorénavant), vous donne toutes les opportunités de franchir cette dernière Porte.
Et en fait, comme les Anciens vous l'ont dit, il n'y a rien à entreprendre, il n'y a rien à chercher, il n'y a rien à croire, il y a juste à rester Tranquille, dans l'instant, s'immerger totalement dans cet instant présent. Et alors, vous verrez clairement vos amours projection, mais vous verrez, aussi, clairement, l'Amour Conscience. Et quand je dis « voir », il ne s'agit pas d'un mécanisme de vision lié aux yeux, mais, bien plus, une Vision du Cœur, vous donnant accès au centre du Centre et à cet Amour immanent et qui émane, indépendamment de toute volonté personnelle, depuis le Bindhu, depuis la Merkabah interdimensionnelle, depuis le cœur du Cœur, depuis les pieds, avec l'Onde de Vie, depuis nos Communions avec le Manteau Bleu de la Grâce. Tout cela concoure à vous établir, très précisément, à cet instant crucial où il va falloir décider de rester dans l'amour projection ou de demeurer dans l'Amour Conscience. C'est votre choix. C'est aussi une certaine forme de Liberté. Personne ne vous oblige à vivre l'Absolu. Personne ne vous oblige à vivre la Liberté. Personne ne vous oblige à vivre l'Amour Conscience, si, pour vous, l'amour projection vous semble tellement plus vital. Mais retenez que ce vital et cette vitalité ne s'exprimeront toujours que dans un cadre déterminé : il sera donc dépendant de ce cadre déterminé, ce qui n'est pas le cas pour l'Amour Conscience. Voilà ce à quoi aboutit, en ce moment même, la fin (qui a été accomplie) de l'action des Lignes de prédation, sur la Terre et en vous, vous Libérant des enfermements de l'Illusion d'être une personne et d'être limité.
Tout cela se déroule, en ce moment, que cela soit dans vos rêves, que cela soit dans vos rencontres (qu'elles soient de chair ou qu'elles soient plus subtiles). Observez tout cela et, à un moment, vous verrez vraiment ce qui se déroule dans vos interactions et vos actions dans ce monde. D'où cela vient-il ? Est-ce que c'est l'expression habile d'un amour personnel, ou est-ce que c'est l'expression spontanée de l'Amour Conscience qui émane, sans rien demander, parce qu'il a retrouvé sa nature ? Tout cela va vous apparaître, non seulement plus clairement, mais, je dirais, certainement, avec beaucoup plus de fracas, au niveau de vos comportements, de vos humeurs, des émotions qui pourraient rester en vous. C'est cela qu'il faut voir clairement, c'est cela qu'il faut observer. Et puis c'est là qu'il faut, en définitive, si vous l'acceptez, faire un choix qui n'en n'est pas un : c'est-à-dire persister à maintenir les peurs, persister à maintenir la notion d'attachement, ou alors découvrir l'Amour Conscience et l'exprimer, totalement, dans sa vie.
Bien sûr, ce qui est limité va vous suggérer (avec beaucoup de violence, parfois) que cet Amour Conscience est impossible, parce qu'il faut se préserver de ceci, de cela, qu'il faut faire attention à ceci ou cela. Mais, celui qui vit l'Amour Conscience et qui s'est Abandonné (je dirais, Cœur, Âme et Esprit) à la Conscience elle-même et à l'Amour Vibral, ne peut présenter la moindre interrogation par rapport à cela. Seule la personne se posera toujours ces questions. Alors, voyez cela, clairement. Acceptez-le, non pas comme un jugement de valeur, envers vous-même ou envers quiconque, mais, bien plus, comme la possibilité, réelle, qui vous est offerte, de vivre l'état de Grâce. Parce que l'Amour Conscience (que cela soit le Soi dans la Présence Ultime, que cela soit l'Absolu, que cela soit dans le Samadhi) est un bonheur à nul autre comparable. Celui qui a vécu Shantinilaya, même lors d'une expérience, ne peut plus douter de ce qu'il Vit et de ce qu'il Est, même s'il sait pertinemment qu'il est encore tributaire, pour l'instant, d'une forme corporelle et d'un engagement, quel qu'il soit. Mais l'engagement vécu dans la Liberté, n'est pas l'engagement vécu dans la contrainte. L'Amour Libéré est totalement différent de l'amour projeté.
Tout cela concoure, de par cette mise en face à face, à votre Résurrection et au Jugement Dernier, qui n'est pas un jugement de Soi-même sur Soi-même, mais qui est, simplement, le résultat de ce qui a été cultivé en ce que vous êtes. Êtes-vous restés dans la personne ? Êtes-vous allés délibérément vers l'Abandon de votre identité ? Vers l'Abandon de croire être une personne limitée, d'être seulement dans ce sac, d'être seulement sur ce monde et devoir y évoluer ? L'évolution fait partie de l'Illusion : elle est un fragment du rêve dans lequel vous êtes insérés. Mais au-delà du rêve et au-delà, même, parfois, du cauchemar, il y a la Vérité immuable de l'Amour Conscience qui est la nature même de la Conscience, de l'Être comme du Non-Être.
Tout cela, vous le découvrez, si ce n'est déjà fait, et cela va avoir, bien sûr, un nombre incalculable de conséquences. Certaines de ces conséquences vous ont été explicitées, concernant les modifications des perceptions de votre corps et la sensation de disparaître, à certains moments de votre vie, comme de ce monde, comme de votre personne, tout en étant pourtant parfaitement là. Mais ce qui est parfaitement là où vous êtes, n'est plus la personne, mais l'Amour Conscience. Alors, cela va se réaliser. Et si votre Attention et votre Intention sont portées sur ce qui se déroule, dans la plus grande des Humilités et Simplicités, vous n'aurez aucune difficulté à Abandonner ce qui peut rester de personne.
Bien-sûr, la personne pense que ça peut changer beaucoup de choses, et qu'il faut changer, rompre telle chose. Non, comme dirait BIDI, surtout maintenant : ce qui change, c'est le point de vue, et surtout l'état de la Conscience elle-même. L'Amour Conscience donne une Conscience claire, posée et apaisée, qui ne souffre d'aucun manque, qui ne souffre d'aucune souffrance, quelle que soit la souffrance de ce corps ou de ce monde. Il y a, réellement, à ce moment-là, cette Paix Suprême. Cette Paix Suprême est notre nature à tous. Simplement, les Voiles de l'Illusion et de l'oubli, les Voiles, aussi, posés par les connaissances (quelles qu'elles soient, sur ce monde), ont, en quelque sorte, créé un déficit de perception, un défaut de perception. C'est ce défaut de perception qui disparait et qui va disparaitre, de plus en plus, comme si le film qui était projeté sur l'écran de la Conscience séparée de la personne, disparaissait de lui-même. Vous ne pouvez maintenir ce qui est éphémère. Vous ne pouvez continuer à faire paraitre ce qui est appelé à disparaître. Vous ne pouvez, simplement, que contempler ce que vous Êtes, de toute Éternité, et, en quelque sorte, préparer, à votre manière, le retour à votre Éternité.
Alors, bien sûr, nous savons tous que l'humanité (de par sa structure biologique, de par les altérations sociales qui ont été entretenues de différentes façons, comme vous le savez) a une forme de difficulté, effectivement, à faire le deuil : faire le deuil de la personne, de la personnalité, faire le deuil des Illusions. Mais cela, vous le savez, tous : dès que vous avez perdu un être cher, il faut aussi faire un deuil. Mais qui fait le deuil, si ce n'est la personne qui considère perdre une autre personne ? Cela est le reflet de l'activité de la conscience fragmentaire et de l'amour projeté, alors qu'en définitive, celui qui est installé dans l'Amour Conscience, dans le Soi, dans l'Ultime Présence ou dans l'Absolu, ne peut concevoir l'existence d'aucun manque. Le manque ne concernera toujours que la personne, mais pas l'essence de ce que nous Sommes, en Vérité, qui, elle, est à jamais complète, à jamais aboutie et à jamais achevée, puisqu'elle n'a jamais eu de commencement et n'aura jamais de fin.
Alors, passer de l'éphémère à l'Éternel, de l'amour projeté à l'Amour Conscience, va devenir une réalité de plus en plus prenante pour vous. Tout cela vous a été expliqué de différentes façons : que cela soit par l'apport Vibratoire, que cela soit par les mécanismes qui découlent de la construction de ce Cocon de Lumière, qui verra naître le Papillon. Tout cela, vous êtes appelés à le voir et, surtout, à cultiver cet Amour Conscience, non pas pour le faire croître, mais pour le vivre, de manière plus intense, de manière plus légère, et surtout d'en observer les conséquences, bien sûr, sur votre vie. Certaines Sœurs Étoiles vous ont parlé de l'action des Éléments, sur vous et en vous, et qu'aucun Élément de la Terre, même dans son aspect dévastateur, ne peut strictement affecter l'Amour Conscience que vous Êtes, même si la personne disparait. En ce sens là, il ne s'agit pas d'une mort, mais bien d'une Résurrection, d'une Renaissance. Employez les termes que vous voulez mais, à aucun moment, vous ne pourrez douter quand cela vous arrivera, de ce qui se déroule, en vous.
Les différents témoins de cette transformation vous ont été donnés, à de nombreuses reprises. De nombreux exercices vous ont été communiqués par l'Un des Anciens, pour vous approcher du moment où il fallait tout lâcher, entièrement disparaître, en tant que personne, pour Être dans l'Éternité. De plus en plus, même les Frères et les Sœurs qui ne se sont jamais tournés vers une quelconque subsistance après la mort, vont commencer à percevoir qu'il y a, en quelque sorte, un rêve, et que ce rêve est commun et que ce rêve qui parfois se termine en cauchemar, n'a aucune réalité. Ce n'est que la personne qui croit à la personne. Ce n'est que la personne qui croit à une amélioration. Ce n'est que la personne qui vit des amours projetés successifs, à travers ses « j'aime » ou « je n'aime pas ». L'Amour Conscience, l'Éveil et la Libération, ne peuvent, en aucun cas, altérer la qualité de l'Amour qui est émané et non plus projeté. Tout cela, vous allez le découvrir (si ce n'est déjà fait) et l'ensemble de l'humanité doit le découvrir, dans des conditions (comme vous le savez) plus ou moins facilitées, plus ou moins accueillantes, plus ou moins en ouverture ou en fermeture.
L'important étant, en quelque sorte, de réveiller cette mémoire : la mémoire de qui vous êtes. Encore une fois, ne jugez pas ce que vous vivez, ni ce que vit chaque Frère et chaque Sœur qui fait partie de votre entourage. Parce que, rappelez-vous : en tant que Flamme Éternelle, Enfant de la Loi de UN, Amour Conscience, vous-même, la Liberté de la Conscience est indispensable. Même si cette Conscience a pour objet de croire à un enfermement et de le vivre, il n'existe aucun moyen d'interférer sur la Liberté de l'autre. Là, est le choix pour chacun. Et chaque choix est respectable parce qu'il reflète seulement le niveau d'activité de la Conscience elle-même, à un moment donné, dans l'Illusion du temps et de l'espace dans lequel vous êtes encore insérés.
La fin de la prédation sur Terre (traduite, au niveau Vibratoire) se traduira, très bientôt, dans les faits. Cela amènera, parfois, certains groupes de Frères et de Sœurs à s'opposer à d'autres qui ont d'autres visions personnelles. Cela est le reflet de leur Conscience actuelle. Celui-ci préfère tel Dieu et pour l'autre, ce Dieu n'existe pas. Ils ne sont tous deux que dans des croyances, dans des amours projetés. Et, en général, l'amour projeté finit toujours dans le drame, quand il conçoit et comprend qu'il est lui-même éphémère. Ce à quoi ne conduira jamais l'Amour Conscience, parce que l'Amour Conscience est satisfaction, parce que l'Amour Conscience ne concerne pas la personne, ni même l'être : il concerne la nature même de toute vie, de toute manifestation, de tout ce qui apparait comme créé ou incréé. C'est la même Essence. Et dans cette Essence, il n'y a pas de place pour le moindre manque, pour la moindre souffrance, pour la moindre contradiction, pour la moindre opposition.
C'est à vous qu'il appartient, en quelque sorte, de se positionner, de se déterminer, et ce qui détermine, ce n'est pas la volonté de votre mental, ni de la personne. Bien au contraire : c'est l'Abandon de toute personne. Cela a été nommé délocalisation de la Conscience, dés-identification. Tout cela se déroule en ce moment. La fin des Lignes de prédation, celles dont vous a parlé le Commandeur (Ndr : O.M. AÏVANHOV), est effective depuis l'intervention de celui qui est nommé SERETI (Ndr : son intervention du 30 septembre 2012). Et tout cela vous invite à observer la concordance, dorénavant, de manière plus que précise et intime, entre ce qui se déroule, en vous, ce qui se déroule, sur le monde : ce sont exactement les mêmes processus. Parce que, rappelez-vous que le monde ne sera toujours qu'une projection de votre amour à l'extérieur de lui-même. Si vous acceptez cela, alors votre propre Ascension, Transition, se passera dans la plus grande des Joies, la plus grande des Sérénités, sans la moindre peur. C'est à cela que vous vous acclimatez. Avant de vous donner la parole, s'il est des questions par rapport à cela, vivons un instant de Communion, dans le Silence et dans la Vibration.
... Partage du Don de la grâce ...
Sœurs et Frères incarnés, je rends Grâce à votre accueil, et je vous écoute.
... Partage du Don de la grâce ...
Nous n'avons pas de questionnement, nous vous remercions.
Alors, profitons, ensemble, de quelques instants.
... Partage du Don de la grâce ...
Je suis MA ANANDA MOYI. Je rends Grâce à l'Amour. Je rends Grâce à votre Présence. Et je vous dis à bientôt.
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
The observation is not encouraging: the system is so made that it chokes Initiatives of the students.For example, 37% of students who did not pursue an activity
Remunerated during the academic year, "wished to work but
Did not have enough time ". 56% preferred to "devote themselves entirelyTo their studies ". This timetable
Students to benefit from a qualified time, without compromising Projects and studies.
A key ambition of successive governments for 20 years, student entrepreneurship is more than ever at the heart of French concerns. Today, 88% of students at the end of the curriculum have expressed
The desire to undertake is dissuaded from the fear of failure, from social pressure or simply because of administrative complexity. Thus, only 9% of entrepreneurs in France
under 25. And when students simply want to work to support themselves, almost 25% of them say their jobs are unrelated to their studies, a source of potential
The objective is therefore to increase the transition to the entrepreneurial
Avoiding the drop-out of students who would work in parallel with their studies. For this purpose, a simplified framework adapted to the work carried out by the students should be set up. Indeed, force is
To observe the complexity and the incoherence of the administrative procedures for both students who want to undertake and for those who simply want to work. At present, project leaders can adopt the status of self-contractor. Students then contribute for family allowances, health insurance, vocational training or
Old-age insurance. In this case, these students are already covered by the Student Social Security. As such, the status of self-entrepreneur entails a double contribution for the students who adopt it. On the other hand, students who wish to work during their studies on
Problems, in particular through Junior-Enterprise associations, have an extremely complex status. They are considered From the point of view of taxation as self-employed persons receiving fees, not wages. But from a social point of view, the case law, by recognizing in 1988 a relationship of subordination between the association and the students, subjected these student self-employed workers to the general social security scheme. For example, the first trainings received by, for example, the Junior-Entreprises administrators relate to the risks inherent in possible URSSAF controls and the prevention of disputes, instead of training on the development of new skills and competencies. To be sensitized to entrepreneurship. Student poverty is not an empty word. The Observatory of Student Life regularly publishes surveys,Alarmist: between the cost of studies, rent increases, stagnation of Many scholarships admit "not to get away". Eight out of ten students have paid employment during the year university. However, it is well known that the consequences of this activity.On university work are not neutral. How to reconcile time.To get to work, the difficulty of the job.With ongoing presence or research work?
ASSEMBLÉE NATIONALE
CONSTITUTION DU 4 OCTOBRE 1958
QUATORZIÈME LÉGISLATURE
Enregistré à la Présidence de l’Assemblée nationale le 3 juin 2015.
PROPOSITION DE LOI
visant à développer l’entrepreneuriat étudiant,
Ambition phare des gouvernements successifs depuis 20 ans,l’entrepreneuriat étudiant est plus que jamais au cœur des préoccupations françaises. Aujourd’hui, 88 % des étudiants en fin de cursus ayant exprimé
le souhait d’entreprendre en sont dissuadés à l’idée de la peur de l’échec, d’une pression sociale ou tout simplement à cause de la complexité administrative. Ainsi, seuls 9 % des créateurs d’entreprises en France ont
moins de 25 ans. Et lorsque les étudiants désirent simplement travailler pour subvenir à leurs besoins, près de 25 % d’entre eux déclarent que leurs petits boulots sont sans liens avec leurs études, source d’un potentiel
décrochage scolaire.. L’objectif est donc d’accroître le passage à l’acte entrepreneurial, tout
en évitant le décrochage scolaire des étudiants qui travailleraient en parallèle de leurs études. Pour cela il convient de mettre en place un cadre simplifié et adapté aux travaux réalisés par les étudiants. En effet, force est
de constater la complexité et l’incohérence des démarches administratives tant pour les étudiants qui veulent entreprendre que pour ceux qui souhaitent simplement travailler. À l’heure actuelle, les porteurs de projets peuvent adopter le statut d’auto-entrepreneur. Les étudiants cotisent alors pour les allocations familiales, l’assurance maladie, la formation professionnelle ou encore
l’assurance vieillesse. En l’espèce, ces étudiants sont déjà couverts par la sécurité sociale étudiante. En l’état, le statut d’auto-entrepreneur entraîne donc une double cotisation pour les étudiants qui l’adoptent. D’autre part, les étudiants qui souhaitent travailler pendant leurs études sur des
problématiques d’entreprises, notamment grâce aux associations de type Junior-Entreprises, ont un statut extrêmement complexe. Ils sont considérés
du point de vue fiscal comme des travailleurs indépendants percevant des honoraires, et non des salaires. Mais du point de vue social, la jurisprudence, en reconnaissant en 1988 un lien de subordination entre l’association et les étudiants, a assujetti ces étudiants travailleurs indépendants au régime général de la sécurité sociale. Ainsi, les premières formations que reçoivent, par exemple, les administrateurs des Junior-Entreprises portent sur les risques inhérents aux éventuels contrôles URSSAF et à la prévention des litiges, en lieu et place d’avoir une formation sur le développement de nouvelles compétences et d’être sensibilisé l’entrepreneuriat. .Le constat est peu encourageant : le système est ainsi fait qu’il étouffe les initiatives des étudiants.Pour renforcer cette convergence entre étude et projet et éviter un décrochage scolaire, la présente proposition de loi vise à améliorer notre arsenal législatif sur plusieurs points :– Elle réaménagera l’emploi du temps des étudiants auto-entrepreneurs afin de concilier études théoriques et mise en pratique.Comme cela a pu être fait pour les sportifs de haut niveau (article L. 3316 du code de l’éducation – « les établissements scolaires du second degré permettent, selon des formules adaptées, la préparation des élèves en vue de la pratique sportive de haut niveau »), il serait souhaitable qu’une formule adaptée aux étudiants porteurs de projet voit le jour, avec pour finalité d’accompagner tout étudiant dans l’identification et dans la constitution d’un projet personnel et professionnel.À titre d’exemple, 37 % des étudiants n’ayant pas exercé d’activité rémunérée pendant l’année universitaire, « souhaitaient travailler mais n’avaient pas assez de temps ». 56 % ont préféré « se consacrer entièrement à leurs études ». Cet aménagement d’emploi du temps permettra aux étudiants de bénéficier d’un temps qualifié, sans opérer de compromis entre projets et études. De même, il est proposé qu’au cours de leurs années d’études, les étudiants des établissements d’enseignement supérieur sont sensibilisés, au besoin par des formations spécifiques et adaptées, aux formes d’entrepreneuriat ainsi qu’à la connaissance des entités qui promeuvent la création ou la reprise d’entreprise au sein desdits établissements.– Elle crée un « chèque mission étudiant ». La pauvreté des étudiants n’est pas un vain mot. L’Observatoire de la vie étudiante publie régulièrement des enquêtes relevant un constat alarmiste : entre le coût des études, les hausses de loyer, la stagnation du montant des bourses, beaucoup d’étudiants admettent « ne pas s’en sortir ». Huit étudiants sur dix ont une activité rémunérée pendant l’année universitaire. Cependant, on se doute que les conséquences de cette activité sur le travail universitaire ne sont pas neutres. Comment concilier le temps de transport pour se rendre à son poste de travail, la pénibilité de l’emploi avec la présence en cours ou les travaux de recherche ? Si certaines mesures ont déjà été prises, il convient d’aller plus loin, et de développer, pour les étudiants, la possibilité d’être rémunérés pour leur contribution à caractère intellectuel et formateur, en rapport avec les enseignements qui leur sont dispensés, et qui leur serait demandée par des
établissements supérieurs ou des « Juniors-Entreprises » dans le cadre de missions réalisées en interne ou pour le compte de tiers. C’est à ce titre que la présente proposition de loi vise à instaurer un « Chèque Mission Étudiant ». Celui-ci vise à donner un cadre légal à l’emploi étudiant pour des
actions formatrices, contribuant à l’employabilité et l’insertion
professionnelle des étudiants et qui laisse une grande liberté d’action dans leur mise en œuvre afin que les étudiants puissent concilier travail étudiant et réussite académique. Afin de prendre en compte l’internationalisation de l’enseignement supérieur et la diversification des cursus de formation, le chèque mission étudiant serait ouvert à tous les étudiants quels que soient leur nationalité ou leur statut.Dans le cadre de leurs études ou missions, les étudiants ne sont pas liés par un contrat de travail. Les sommes versées aux étudiants n’ont pas le caractère de salaire et le calcul des contributions sociales et fiscales s’appuie sur la même simplicité que celle permise par le statut d’auto-entrepreneur.La proposition prévoit que la contribution des étudiants à ces études et missions doit avoir une vocation formatrice tant sur le plan intellectuel que social et en rapport avec les enseignements qui leur sont dispensés, les entités missionnant ces étudiants veillant, en outre, à ce que la réalisation du travail soit compatible avec le cursus de l’étudiant. Assurément, cette initiative permettrait non seulement d’encourager l’entrée des étudiants dans la vie active et de rapprocher le suivi des études de la pratique professionnelle, mais également de développer l’innovation et le transfert de technologies vers les entreprises, notamment vers les PME. Certes, ce système existe déjà pour les Juniors Entreprises. Mais, il serait souhaitable de l’étendre aux établissements d’enseignement supérieur eux-mêmes en rendant le système simple, souple, ouvert, et incitatif pour les étudiants.
Nel 1866 nacque l'Associació Espiritual de Devots de Sant Josep (Associazione spirituale dei devoti di San Giuseppe), con l'intento di promuovere la fabbricazione di un tempio dedicato alla Sacra Famiglia. Tramite le donazioni che riceveva, l'associazione comprò il terreno su cui ora sorge la chiesa nel 1881 e l'anno seguente si dette avvio alla costruzione secondo un progetto neogotico, cominciando a realizzare la cripta. la cripta fu per un certo momento custode del cuore di S.Pietro e fu anche utilizzata come prigione di jùan pablo Sacrado
Dopo disaccordi tra l'associazione e l'architetto originale, Francisco de Paula del Villar y Lozano, Gaudí ottenne l'incarico nel 1883 e continuò la costruzione della cripta introducendo variazioni ma mantenendo quanto costruito. Lavorò al progetto per oltre 40 anni, dedicando completamente a questa impresa gli ultimi 15 anni della sua vita. Questa dedizione tanto intensa ha una spiegazione, oltre all'enormità dell'opera, anche nel fatto che Gaudí definiva molti particolari man mano che la costruzione avanzava, invece di averli concretizzati in precedenza nei suoi piani e istruzioni. Per lui, la presenza personale nell'opera era di fondamentale importanza. Gaudì considerava infatti questa opera come la sua vita seguendola in ogni piccolo passaggio.
Facciata della Natività
Interno
Con l'avanzare dell'innalzarsi della costruzione, lo stile divenne sempre più fantastico, con quattro torri affusolate che ricordano i termitai o i gocciolanti castelli di sabbia dei bambini. Si tratta di forme ereditate dell'architettura neogotica, secondo i cui canoni la chiesa era stata inizialmente concepita: ciononostante, traevano la loro ispirazione dalla forma dei nidi di termite.
Le torri sono coronate da cuspidi di forma geometrica alte 115 m[2] , coperte di ceramiche con colori vivaci, che vennero probabilmente influenzate dal cubismo (furono concluse attorno al 1920). Vi si ammirano anche un gran numero di decorazioni elaborate che vengono ricondotte allo stile dell'Art Nouveau.
Gaudí morì durante la costruzione dell'edificio, mentre passeggiava per Barcellona a causa di un tram che lo travolse, nel 1926. Le torri erano originariamente previste per essere tre volte più alte[senza fonte]. Durante la guerra civile spagnola alcune parti dell'edificio incompleto e del laboratorio di Gaudí vennero distrutti. Tuttavia, secondo quanto riferisce George Orwell in Omaggio alla Catalogna, gli anarchici catalani non bruciarono questa chiesa in quanto opera d'arte (Orwell commenta: "mi sembra che in questo caso gli anarchici dimostrarono ben poco gusto artistico"). Gaudí non lasciò ulteriori progetti e i lavori della chiesa sono proseguiti in modo sporadico per numerosi anni. Solo in seguito al recupero ed al restauro dei grandi modelli originali del laboratorio, basandosi anche su foto dell'epoca, è stato possibile ricostruire buona parte del progetto originale. Gaudí, comprendendo che i lavori sarebbero andati avanti decenni (o secoli) dopo la propria morte, invece di esaurire le risorse allora disponibili impostando tutto il gigantesco perimetro, preferì completare alcune sezioni dell'edificio in altezza (specie nell'abside), come per lasciare una testimonianza precisa dell'idea originale ai suoi successori.
Dal 1940 gli architetti Francesc Quintana, Puig Brdosanada e Lluis Gari hanno portato avanti i lavori. Le sculture di J. Busquets e del controverso ma possente Josep Subirachs decorano le fantastiche facciate.
La costruzione della chiesa a tutt'oggi dipende dai finanziamenti provenienti dalle donazioni all'associazione e i lavori procedono lentamente, anche a causa delle difficoltà del progetto. Numerosi edifici circostanti (principalmente condomini costruiti durante la speculazione edilizia del franchismo) dovranno essere abbattuti per far posto alla scalinata principale.
Nel 2008, nel corso di una vertenza tra municipio di Barcellona e Patronato della basilica sull'opportunità di non scavare tunnel sotterranei nelle vicinanze dell'edificio per non rischiarne la stabilità, è rimbalzata nella stampa la notizia che la Sagrada Família non avrebbe avuto una concessione amministrativa e che risulterebbe, almeno formalmente, un'opera abusiva. Il Patronato ha ricordato tuttavia che i lavori iniziarono in perfetta legalità, dato che la competenza amministrativa spettava comunque a Sant Martí de Provençals, all’epoca ancora non unita a Barcellona, e inoltre che vi è stato oltre un secolo di silenzio-assenso.[3]
Il 3 marzo 2010 l'arcivescovo di Barcellona ha annunciato la consacrazione dell'edificio, dopo 127 anni dall'inizio dei lavori.[4] Anche se non conclusa, la chiesa è stata consacrata da Papa Benedetto XVI il 7 novembre 2010, nel corso della sua visita a Santiago di Compostela e Barcellona.[1]
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
se reunió con los vecinos de Villa Devoto, para buscar junto a ellos, distintas soluciones a las problemáticas del barrio.
Como suele suceder, fue una gran reunión en la que se escuchar ideas muy interesantes para trabajar y mejorar.
A Mongiuffi, un piccolo paese dell’entroterra Taorminese, in Provincia di Messina, troviamo antichissima la devozione per San Leonardo. Tutto il popolo, molto devoto per le tante grazie ottenute tramite l’intercessione di San Leonardo, lo ha eletto a suo speciale Patrono e Protettore ed ogni anno, il 6 novembre, ne celebra la festa con grande solennità. Il momento più emozionante si ha quando, durante la processione di mezzogiorno, tutti i fedeli riunitisi al centro del Paese, donano al Santo Patrono una Ciambella (Cuddura) di pasta di pane intrecciata ed abbellita artigianamente, in segno di devozione e ringraziamento.La festa, unica nella sua particolarità e nella fede degli abitanti inizia con la Novena (preghiera insistente fatta con determinazione e costanza per nove giorni conseguitivi) nella fiducia di poter ottenere ciò che il cuore di ognuno desidera e con l’avvio della lavorazione artigianale delle “cuddure”. Per la realizzazione di queste particolari “ciambelle” vengono utilizzati centinaia di chili di farina di frumento che in passato veniva donata dagli abitanti di Mongiuffi. Dopo la lavorazione delle ciambelle, si imprime l’immagine di San Leonardo. Il 1° Novembre, solennità di tutti i Santi, vengono preparate, sempre a mano, le artistiche “cudure” dei 4 angioletti e del Santo. Abilità ed impegno fanno sì che queste divengano vere e proprie opere d’arte.La “cudura” del Santo viene decorata con rose e ornamenti vari creati con la pasta, facendo sì che diventi un vero e proprio gioiello della minuziosa arte creativa, che attira tutt’oggi molti curiosi. La vigilia della festa, quando ormai è tutto pronto, si svolge la benedizione delle “cuddure”. Nel borgo l’atmosfera di solennità sale di ora in ora. Gli abitanti di abitanti di Mongiuffi e tutti gli altri devoti che accorrono si recano nella Chiesa di San Leonardo per pregare e cantare al Santo Patrono e assistere all’apertura della cappella e alla discesa del simulacro. Al canto dell’inno di San Leonardo il simulacro collocato dentro la vara, scende sino al centro della Chiesa. La Statua dall’aspetto dolcissimo sembra volgere il suo sguardo per rassicurare i suoi fedeli della sua protezione. A quella vista si commuovono i cuori e si inumidiscono gli occhi. L’artistica statua del Santo viene mostrata al pubblico tre volte soltanto: il giorno di capodanno; il giorno di Pasqua ed il 5 Novembre vigilia della festa.All’alba del 6 Novembre al suono delle campane i fedeli si ritrovano in Chiesa per la recita dell’Ufficio (tradizionale ufficiatura in onore del Santo Patrono e Protettore). Intorno alle 10:30 si svolge la Santa Messa Solenne, al termine vi è la tradizionale processione per le vie del paese. Il momento più emozionante, verso mezzogiorno, quando tutto il popolo riunitosi in piazza fontana, al centro del paese, dona al Santo Patrono la ciambella (cuddura) di pasta di pane intrecciata e abbellita artigianalmente in segno di devozione e ringraziamento. Subito dopo vengono distribuite le “cuddure” più piccole a tutti i devoti presenti a questo importante e caratteristico evento. La sera del 6 Novembre i devoti si ritrovano nuovamente nella Chiesa Madre dove vengono celebrati i vespri e l’eucarestia. Tra le luci della notte esce la processione. Al rientro del simulacro in piazza del Carmine vi è il grandioso spettacolo piro - musicale. La sera del 7 Novembre il Santo Patrono si riporta in processione nella Chiesa a Lui intitolata dove viene risposto nella sua cappella. La festa si conclude con l’atto di affidamento del paesino di Mongiuffi Melia al Santo e l’emozionante chiusura della porta che terrà custodita la statua
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La cavalcata di sant'Oronzo è la festa più attesa e importante di Ostuni. Ogni anno il 25, 26 e 27 di agosto, sono giorni dedicati al santo: un corteo di cavalli e cavalieri bardati a festa, sfila per le vie cittadine a scorta del protettore della città. Le origini della cavalcata erano incerte fino a pochi anni addietro. Si possono oggi far risalire, con buon margine di sicurezza, alla seconda metà del diciassettesimo secolo, precisamente al 1657. La peste invase il Salento risparmiando Ostuni ed altre città di Terra d'Otranto. Il miracolo venne attribuito a sant'Oronzo ed ogni 26 agosto gli ostunesi vollero recarsi in processione al santuario eretto in suo onore. Lì prelevavano la statua in cartapesta raffigurante il santo, e la portavano a spalla nella piazza del paese. Spesso gli addobbi sono tramandati di generazione in generazione così come i gesti e i piccoli indispensabili segreti. L'intero nucleo familiare si dedica alla vestizione, spesso aiutato da parenti e amici. Uno degli addobbi più importanti, è costituito dal bellissimo mantello arabescato con centinaia di paillettes applicate una ad una con certosina pazienza. La vestizione continua con finimenti e fregi di vario tipo e grandezza. Anche il cavaliere indossa l'uniforme costituita dal chepì e da una casacca che ricordano i motivi del mantello del cavallo e da pantaloni bianchi. La vestizione del cavaliere è anch'essa molto accurata e ricorda per certi aspetti, quella del torero. Gli ultimi dettagli, i guanti bianchi, il frustino ed ecco cavallo e cavaliere diventare un'unica entità. Il nostro cavaliere con la sua cavalcatura, si avvia come tutti gli altri, verso il punto di incontro, piazza Cattedrale, inerpicandosi lungo l'omonima salita. Una volta arrivati in piazza cattedrale, cavalli e cavalieri attendono che la statua di sant'Oronzo venga portata fuori dalla chiesa madre.
Fino a poco tempo addietro, si riteneva che fosse stato un ricco signore di Ostuni, don Pietro Sansone, a commissionare la costruzione della statua in argento avvenuta nel 1788 a Napoli, sua città di origine. Recenti e più approfondite ricerche condotte dallo storico locale Luigi Greco, hanno permesso di stabilire che l'iniziativa non fu presa in prima persona da Pietro Sansone, come si era da sempre creduto, ma dai vaticali, una sorta di "corrieri" dell'epoca, che trasportavano le merci su carri trainati da cavalli. I vaticali, devoti al loro protettore come tutti gli ostunesi, fecero un accordo con il loro datore di lavoro: avrebbero accantonato parte del guadagno loro dovuto, fino a raggiungere la somma di 4.000 ducati necessaria per la costruzione della statua. Venne incaricato per l'esecuzione dell'opera, Luca Baccaro, artista napoletano. A capo dei 43 ostunesi, molti dei quali erano vaticali, c'era un altro notaio, Felice Giovine. Loro intendimento era quello di costituire un'associazione di volontari che avrebbe sostenuto le spese per onorare al meglio sant'Oronzo. Quando la statua giunse a Ostuni, fu scortata a cavallo proprio dai vaticali che, grazie al loro solerte lavoro, contribuirono alla crescita economica che contraddistinse la seconda metà del settecento. Negli anni precedenti infatti, per vari motivi, la manifestazione era andata via via impoverendosi, così che rischiava addirittura di non essere più svolta. Dunque quei 43 cittadini, si impegnarono a sostenere personalmente tutte le spese necessarie, in ragione di 6 ducati l'anno a testa, per un totale di 258 ducati da spendersi in musica, fuochi d'artificio e quant'altro fosse servito alla degna riuscita della manifestazione. Gli stessi sovvenzionatori, avrebbero costituito il gruppo di cavalieri a scorta del santo.
Negli anni, dunque, questa nuova classe sociale, la borghesia, aveva preso il posto della ormai decadente aristocrazia ostunese, i cui componenti in origine partecipavano anch'essi alla processione, ma a cavallo per distinguersi dalla gente comune. La statua è preceduta dal vescovo con i prelati della diocesi, e dalle autorità. Apre il corteo un trio di suonatori che esegue un antico ritornello accompagnandosi con piffero e tamburi. In coda alla statua, la tradizionale banda precede i cavalieri che spesso eseguono piroette, così come anticamente si era soliti far avanzare i cavalli, esibendosi in suggestive coreografie. La Cavalcata di sant'Oronzo, nell'attuale configurazione, ebbe inizio nel 1803. In realtà la giusta definizione è 'Cavalcata dei Devoti'. Questa intitolazione si deve ad un gruppo di cittadini che il 26 agosto di quell'anno, si recarono presso la casa del notaio Giuseppe Gaetano Tanzarella.
Il simulacro lascia la bellissima Cattedrale costruita nella seconda metà del XV° secolo, a spese e con la manodopera degli ostunesi. La statua in argento ha preso il posto nel tempo, di quella in cartapesta.
E' dunque legittimo sostenere che la Cavalcata dei Devoti, ormai nota come cavalcata di sant'Oronzo, sia arrivata sino ai giorni nostri, con inevitabili modifiche ma inalterata nella sostanza, proprio a partire dall'inizio del secolo scorso.
A conclusione della Cavalcata, d'obbligo in piazza della Libertà l'esecuzione di brani operistici e sinfonici, nella cornice delle immancabili luminarie. Concludono l'intensa giornata i fuochi artificiali ai quali, ci piace pensare, stiano assistendo soddisfatti anche i 43 devoti che in quel lontano 26 agosto 1803, assicurarono a Ostuni, la continuità di questa straordinaria manifestazione.
~~La fontaine de dévotion Saint-Aldric, transformée en lavoir au XIXe siècle, recensée à l'inventaire général du patrimoine culturel.
~~Enserré entre des murs, en contrebas de la rue principale, le lavoir d’Asnières est niché derrière la fontaine Saint-Aldric.
C’est au IXe siècle qu’Aldric, évêque du Mans, demande que soit ouverte une fontaine d’où jaillira… « Une eau pure, limpide qui ne tarit jamais ». La première mention du lavoir apparaît dans les délibérations municipales, en 1816, lorsque cette eau se trouve contaminée par le reflux des eaux du lavoir.
~~Ce lavoir est alimenté par l’eau de la fontaine qui s’écoulait par la gueule du lion mais qui s’infiltre désormais sous la maçonnerie, et par les eaux de pluie recueillies par sa toiture en impluvium. La mémoire du village en attribue la couverture, vers 1840,
En 1992, l’Association « Patrimoine d’Asnières » a restauré la fontaine-lavoir au travers d’un chantier de jeunes bénévoles, soutenue par l’Union REMPART.
A Mongiuffi, un piccolo paese dell’entroterra Taorminese, in Provincia di Messina, troviamo antichissima la devozione per San Leonardo. Tutto il popolo, molto devoto per le tante grazie ottenute tramite l’intercessione di San Leonardo, lo ha eletto a suo speciale Patrono e Protettore ed ogni anno, il 6 novembre, ne celebra la festa con grande solennità. Il momento più emozionante si ha quando, durante la processione di mezzogiorno, tutti i fedeli riunitisi al centro del Paese, donano al Santo Patrono una Ciambella (Cuddura) di pasta di pane intrecciata ed abbellita artigianamente, in segno di devozione e ringraziamento.La festa, unica nella sua particolarità e nella fede degli abitanti inizia con la Novena (preghiera insistente fatta con determinazione e costanza per nove giorni conseguitivi) nella fiducia di poter ottenere ciò che il cuore di ognuno desidera e con l’avvio della lavorazione artigianale delle “cuddure”. Per la realizzazione di queste particolari “ciambelle” vengono utilizzati centinaia di chili di farina di frumento che in passato veniva donata dagli abitanti di Mongiuffi. Dopo la lavorazione delle ciambelle, si imprime l’immagine di San Leonardo. Il 1° Novembre, solennità di tutti i Santi, vengono preparate, sempre a mano, le artistiche “cudure” dei 4 angioletti e del Santo. Abilità ed impegno fanno sì che queste divengano vere e proprie opere d’arte.La “cudura” del Santo viene decorata con rose e ornamenti vari creati con la pasta, facendo sì che diventi un vero e proprio gioiello della minuziosa arte creativa, che attira tutt’oggi molti curiosi. La vigilia della festa, quando ormai è tutto pronto, si svolge la benedizione delle “cuddure”. Nel borgo l’atmosfera di solennità sale di ora in ora. Gli abitanti di abitanti di Mongiuffi e tutti gli altri devoti che accorrono si recano nella Chiesa di San Leonardo per pregare e cantare al Santo Patrono e assistere all’apertura della cappella e alla discesa del simulacro. Al canto dell’inno di San Leonardo il simulacro collocato dentro la vara, scende sino al centro della Chiesa. La Statua dall’aspetto dolcissimo sembra volgere il suo sguardo per rassicurare i suoi fedeli della sua protezione. A quella vista si commuovono i cuori e si inumidiscono gli occhi. L’artistica statua del Santo viene mostrata al pubblico tre volte soltanto: il giorno di capodanno; il giorno di Pasqua ed il 5 Novembre vigilia della festa.All’alba del 6 Novembre al suono delle campane i fedeli si ritrovano in Chiesa per la recita dell’Ufficio (tradizionale ufficiatura in onore del Santo Patrono e Protettore). Intorno alle 10:30 si svolge la Santa Messa Solenne, al termine vi è la tradizionale processione per le vie del paese. Il momento più emozionante, verso mezzogiorno, quando tutto il popolo riunitosi in piazza fontana, al centro del paese, dona al Santo Patrono la ciambella (cuddura) di pasta di pane intrecciata e abbellita artigianalmente in segno di devozione e ringraziamento. Subito dopo vengono distribuite le “cuddure” più piccole a tutti i devoti presenti a questo importante e caratteristico evento. La sera del 6 Novembre i devoti si ritrovano nuovamente nella Chiesa Madre dove vengono celebrati i vespri e l’eucarestia. Tra le luci della notte esce la processione. Al rientro del simulacro in piazza del Carmine vi è il grandioso spettacolo piro - musicale. La sera del 7 Novembre il Santo Patrono si riporta in processione nella Chiesa a Lui intitolata dove viene risposto nella sua cappella. La festa si conclude con l’atto di affidamento del paesino di Mongiuffi Melia al Santo e l’emozionante chiusura della porta che terrà custodita la statua