View allAll Photos Tagged mod_l
Quando la natura crea i modelli di alta moda !
==================================
L'angolo dello spirito
MEDJUGORJE INTERNATIONAL WEBSITE MESSAGE 2013-04-25
www.medjugorje.ws/it/#latest-message
========================================================
Cette cape-coiffe d'inspiration religieuse (vêtements de la Vierge) était portée par les femmes de Tehuantepec dans l'Etat mexicain d'Oaxaca lors de grandes fêtes.
"Pour la première fois en France et en étroite collaboration avec le Museo Frida Kahlo, l’exposition "Frida Kahlo, au-delà des apparences" rassemble plus de 200 objets provenant de la Casa Azul, la maison où Frida est née et a grandi : vêtements, correspondances, accessoires, cosmétiques, médicaments, prothèses médicales... Ces effets personnels ont été mis sous scellés au décès de l’artiste, en 1954, par son mari le peintre muraliste mexicain Diego Rivera, et ont été redécouverts cinquante ans plus tard, en 2004. Cette précieuse collection - comprenant des robes traditionnelles Tehuana, des colliers précolombiens que Frida collectionnait, des exemplaires de corsets et de prothèses peints à la main... - est présentée, avec des films et photographies de l’artiste, pour constituer un récit visuel de sa vie hors-normes."
Extrait du site de l'exposition "Frida Kahlo, au-delà des apparences", Palais Galliera, musée de la mode de la ville de Paris
www.palaisgalliera.paris.fr/fr/expositions/frida-kahlo-au...
Malgré la sur-exploitation de l'histoire intime et artistique de Frida Kahlo dont les ayants droit ont fait, depuis les années 2000, une "sainte laïque", l'exposition présentée au Palais Galliera permet de mieux comprendre comment elle a su construire son image en jouant sur sa mexicanité et en affrontant ses très graves problèmes de santé. Les robes traditionnelles qu'elle portait sont très bien mises en valeur comme ses bijoux, parfums et accessoires de mode. L'exposition de ses corsets décorés et de sa jambe orthopédique laisse néanmoins mal à l'aise. La partie chronologique est un peu trop détaillée car on a pu voir et lire de nombreux documents à ce sujet mais c'est surtout la scénographie qui est inadaptée. Manquant de place au sous-sol, les commissaires ont choisi de placer les images et documents décrivant les moments importants de sa vie dans un couloir semi-circulaire très étroit, ce qui, en période d'affluence, empêche le public de circuler normalement. Au lieu d'aménager l'étage noble pour présenter la chronologie dans un espace réservé à cet effet, et laisser un peu moins de place aux créations contemporaines inspirées par Frida Kahlo, les commissaires ont fait un choix incompréhensible au détriment du public et au profit de la boutique dont les locaux ont été étendus car de nombreux produits dérivés sont en vente. Ces choix commerciaux jettent une ombre sur les buts réels de cette exposition itinérante, où on apprend aussi que Frida Kahlo admirait Staline autant que Trotski, ce qui accroitra certainement la perplexité du public à son égard.
Al mattino correva sotto i portici di Torino; si svegliava alle 5.55, partiva dalla scuola dov'era ospitato e via di corsa: un percorso quasi interamente coperto dai portici da poter utilizzare anche nei giorni di pioggia.
La corsa era a volte preceduto dalla recita delle lodi del mattino; salmodiare nella cappella della scuola con gli altri confratelli gli dava un senso di appartenenza al mondo e alla storia.
Sotto l'abito talare indossava pantaloncini e scarpe da ginnastica, in modo da poter subito sgattaiolare dopo l'ultimo Gloria.
Poi la corsa; ormai aveva imparato come correre, c'erano voluti anni ma ora c'era riuscito in pieno.
Partiva da corso Vinzaglio, con i suoi palazzi storici, gli androni grandi e lussuosi. I primi due o tre minuti servivano a poco; solo a rompere il fiato e a mettere il corpo in condizione di proseguire da solo. Dopodichè tutto avveniva automaticamente; entrava in uno stato di partecipazione mistica nel quale i pensieri potevano liberamente fluire, una specie di meditazione in cui ogni pensiero acquistava una potenza superiore, come se fosse nutrito meglio ad ogni passo. In questo modo l'ora che passava a correre nelle frescura del mattino diventava una fontana di idee e nuove illuminazioni; in qualche modo lo sforzo fisico riusciva a far tacere il controllo della mente sui pensieri e, tolto questo tappo, lasciava fuoriuscire liberamente ciò che sorgeva dal più profondo.
A volte, addirittura, riusciva a mantenere la connessione con la notte. Capitava d'inverno, con il freddo e con il buio, saltando le lodi passava direttamente dal letto alla corsa cercando di unire il dormiveglia con l'ebbrezza da fatica dando continuità ai flussi dal profondo: partivano dal sogno e procedevano nella piccola estasi della fatica della corsa.
Percorreva la svolta in corso Vittorio Emanuele; il grande viale con la statua in mezzo, la mente ora calda, pronta, ricettiva. Portici un po' più grigi, ambiente in qualche modo più moderno.
Aggiungendo un po' di razionalità a volte era spaventato, a volte illuminato, a volte incuriosito da questo strano sè stesso in grado di produrre pensieri in fondo non suoi; aveva imparato che era necessario solo registrarli, appuntarli a mente, per poi riprenderli nel giorno e affrontarli.
Raggiungeva la stazione di Porta Nuova, svoltava in via Roma; razionale ed elegante, prima la parte progettata dall'architetto Piacentini così spigolosa ed essenziale - razionalista -, poi, dopo piazza san Carlo, quella in finto '700; ogni volta si chiedeva quale delle due fosse meglio riuscita. In mezzo, Piazza San Carlo; passando a fianco della chiesa di Santa Cristina guardava le finestre dell'oratorio delle Carmelitane Scalze, qualche tenue luce accesa testimoniava che probabilmente a quell'ora qualcuno recitava le lodi.
Quindi piazza Castello; poi il percorso era in leggera discesa fino al Po, sarebbe stato in salita al ritorno; anche questa piccola variazione altimetrica era stata oggetto di una specie di illuminazione quando aveva collegato la recita delle lodi con il desiderio che provava di andare a toccare l'acqua del Po durante la corsa. Così come le lodi lo riportavano ad una radice di sapienza profonda che gli illuminava la giornata il desiderio fisico di 'scendere fino all'acqua' e toccarla per esserne bagnato rappresentava nella corsa un punto forte, un momento topico a cui tendeva, quasi che la corsa potesse costituire una particolare liturgia dell'anima, un gesto con cui illuminare la giornata.
L'acqua rappresenta simbolicamente la conoscenza: dai suoi studi sulla simbologia il concetto appariva chiaro ed il volersi 'abbeverare' alla conoscenza prima di iniziare la giornata poteva essere fatto con la recita delle lodi o con il rito del passaggio sul Po, semplicemente due modi diversi di esprimere il 'gesto del mattino', un gesto che può appartenere ad una serie di altri che compongono nella giornata un modo per seguirne il flusso, per essere armonici con il tempo che passa. Per passare, in fondo, dall'essere dominatori del tempo alla consapevolezza di esserne dominati.
Da quel momento, da quando lasciava il Po e tornava in salita verso il centro, era come se fosse un ritorno, un rientro, come una discesa dopo che si è raggiunta la cima in una gita in montagna. Si sentiva un po' stanco ma piacevolmete tonico, i pensieri sereni, pronto ad affrontare gli impegni della giornata; ed era proprio questo ultimo quarto d'ora quello in cui era in grado di comandare meglio la mente, di dirigere i pensieri nella direzione voluta, ordinandoli in base alle necessità; per questo li mise in ordine, uno dietro l'altro.
Velocemente passò gli impegni di lavoro: lezione di italiano sul Romanticismo, correzione temi, riunione con i colleghi per i programmi. Tutto facile.
La ragazza dell'organo di San Filippo, Minah. Da subito l'aveva 'sentita' diversa e vicina, anche quando l'aveva rivista davanti al Duomo.
Poi quello che era successo con lei... non poteva non succedere. Non si sentiva in colpa.
La donna conosciuta in Duomo. Ecco, questo sì che era un bel pensiero; una via spedita alla conoscenza. "E' una discesa verso l'acqua come via Po" - pensò. Con un sorriso.
Poi il modo con cui l'aveva guardato Destefani quand'era con lei in piazza Castello. Perchè era così stupito?
E l'accusa di pedofilia, e quelle foto. Anche qui pensò che non poteva non succedere, che non si sentiva in colpa.
Questi erano i pensieri che gli avrebbero popolato la giornata; com'era d'abitudine se li coccolò un po' come se fossero vecchi amici da tenere buoni; sapeva che ognuno di loro avrebbe voluto un po' di tempo per sè, che i pensieri vengono proprio per quello, perchè vogliono stare un po' con noi, fare un pezzo di strada insieme.
Anche quelli più cupi, come quelli dell'accusa di pedofilia, pur facendogli male non riuscivano a sopraffarlo, men che meno a gettarlo nella disperazione; questo in realtà gli dispiaceva, sapeva dall'alchimia quanto fosse necessario, per crescere, la nigredo, lo stato di putrefazione del corpo e dell'anima, per crescere il momento in cui ci si sente bruciare dentro e si anela all'acqua che lo spenga. L'alchimia come psicologia del profondo l'aveva conquistato ormai da tempo; gli anni passati a studiare la trasformazione della materia gli avevano regalato una mente robusta, la pietra filosofale gli era vicina.
Svoltando da via Cernaia in corso Palestro tutta la sua forza fu messa a dura prova da un solo sguardo. Anzi, due sguardi, uno dietro l'altro.
Il primo fu di Minah. Lavorava in un banco al mercato sul corso e quasi si scontarono.
Il secondo fu della donna del Duomo; stava prendendo un caffè ed era seduta proprio nel bar di fronte, aveva girato lo sguardo mentre i due si stavano per scontrare.
Nessuna delle due donne si aspettava di vederlo così; l'avevano sempre visto in abito talare, vederlo ora correre atletico in maglietta e pantaloncini le colpì entrambe.
Il triangolo di sguardi aumentò di intensità senza che si riuscissero a dire nulla.
Le due donne non erano così sicure che fosse effettivamente il prete che avevano conosciuto.
Entrambe inoltre videro che lui guardava alternativamente una e l'altra; quindi si guardarono tra loro, una con in mano quella che era stata una scatola di banane piena ora di mercanzia, l'altra dietro il vetro del bar con il caffè in mano che restava a mezz'aria, non sapendo bene cosa fare.
"Ciao Minah" - disse lui, respirando più affannosamente del dovuto e rompendo gli indugi, confermando così la propria identità.
Lei aveva una maglietta sottile, un paio di fuseaux corti fino alle ginocchia e le solite scarpe troppo grandi. Posò la scatola, bofonchiò un buongiorno e tradendo la sorpresa per essere stato sorpreso in quelle vesti con dei mezzi sorrisi accennò alla possibilità di suonare ancora sul restaurato organo di san Filippo.
Le diede qualche risposta rimandando ad un futuro colloquio maggiori approfondimenti, cercando di sgattaiolare via al più presto; ma qualcosa lo fermò. Gli occhi di Minah esprimevano un piacevole stupore; lei lo stava trattenendo con altre domande per averlo ancora un poco vicino.
Lui ne rimase a sua volta un po' stupito; e nella condizione piacevole in cui ci si sente desiderati si trattenne ancora un poco, assumendo un atteggiamento più sicuro prima di trovare una scusa per andarsene; si sentiva comunque un po' impacciato, e sicuramente molto sudato, quindi cercò di salutare e andarsene, visto che con la coda dell'occhio vide che anche la donna del Duomo se n'era andata, non c'era più al bar.
Riprese la corsa, ma non durò molto; all'angolo successivo, quello con via Bertola, la donna si fece vedere a qualche metro di distanza, cercandolo con lo sguardo; lui non potè evitare di fermarsi a salutarla, ancora più imbarazzato per il sudore e l'abbigliamento.
Lei aveva quello che giudicò uno strano vestito, leggero ma molto largo in fondo a chiudersi ai piedi quasi come un uovo; le ricordò un vecchio acquarello di Victor Hartmann - "guarda Trilby" - pensò. A lui sembrò meno conturbante e bella di come se la ricordava, trotterellò verso di lei rallentando la corsa; ma quando le fu vicino i suoi occhi gli ricordarono perfettamente perchè l'aveva considerata conturbante e bella, e si pentì un poco ad averla pensata come Trilby.
Lei lo guardò arrivare, squadrandolo da testa a piedi forse in modo più insistente del necessario, utilizzando anche lo sguardo professionale che negli anni si era costruito; si lasciò sfuggire un risolino compiaciuto, al 'buongiorno!' di lui rispose con un'occhiata al corpo e con un 'non male, eh!' accompagnato da un largo sorriso.
"Devo andare, perdonami" le disse subito per togliersi d'impaccio, piacere di averti rivista... e si accorse di non saperne il nome, e lasciò la frase lì a forma di punto interrogativo.
"Verdiana" - lei disse, mi chiamo Verdiana. Anzi, Verdiana Bonavischio, per dirla tutta.
"Verdiana? Sicura?"
Nell'immaginario di Krueger si presentò Santa Verdiana, la santa dei serpenti; e subito pensò al quarto mancante: il corpo, la femmina, il male.
"Come sicura! E' il mio nome!"
Uno strano sguardo passò negli occhi di Krueger, che si piantarono un po' troppo insistenemente in quelli di Verdiana, che ne provò una strana, interrogativa sensazione.
Uomo interessante, sì, definitivamente, pensò, e rompendo gli indugi gli propose due passi nel pomeriggio per continuare le chiacchiere, magari andando insieme alla mostra d'arte che s'era inaugurata a palazzo Madama da pochi giorni.
Perchè no lui disse, certo, stassera alle sei va bene, ci vediamo lì davanti. A stassera! E risprese la corsa e trotterellando tornò verso l'istituto con un vago sorriso dipinto in viso... Verdiana, Trilby... che combinazione.
Lei lo guardò ancora un po' e disse che voleva da lui un favore:
"non venire in abito talare... puoi?"
Più o meno un'ora dopo, mancavano pochi minuti al suono della campanella dell'inizio delle lezioni e l'incontro con il preside in aula docenti non fu piacevole.
L'ometto con un viso ostentante falsa sofferenza disse:
"Professore, dobbiamo parlare di quella incresciosa situazione; se le è possibile domattina potermmo incontrarci verso le undici nella sala dei colloqui? se possibile vorrei che mi aiutasse a chiarire, e se possibile mettere a tacere, le voci su di lei per il bene e la reputazione della scuola."
Se possibile, se possibile, se possibile... che falsa gentilezza, pensò. Non aveva possibilità d'uscita e disse un 'va bene' secco.
Ragionò su come la vita presenta sempre accanto ad aspetti positivi altri negativi; non si ha tempo di godere di una buona cosa che subito... ecco l'altra negativa che la segue. Ormai da tempo aveva capito quanto ciò fosse una regola e quanto le cose corressero una nel verso opposto all'altra, come se si trattasse di un sasso legato ad un elastico; lo si può scagliare fortemente in una direzione ma più ci si sforza da una parte, tanto più forte tornerà indietro. Non era, questa, una conclusione filosofica a cui era arrivato da solo; gli studi sull'alchimia lo testimoniavano in modo chiaro, anzi, faceva parte di quella 'propedeutica alchemica' della quale aveva sognato di tenere corsi; le nozioni basilari, il cerchio formato dall'uccello con le ali e quello senza ali, uno col becco che afferra la coda dell'altro, nell'infinito rincorrersi di due aspetti della stessa cosa.
"Per fare i miracoli della cosa una" recitava nella propria mente.
"Vero verissimo, come in alto così in basso, "Verum, sine mendacio certum et verissimum, quod est inferius, est sicut quod est superius, et quod est superius, est sicut quod est inferius: ad perpetranda miracula rei unius", sorrideva pensando alla traduzione "per fare i miracoli della cosa una", veramente insignificante nei confronti del latino, "ad perpetranda miracula rei unius"... tutt'altro suono.
Aveva ancora in testa la tavola smeraldina di Ermete Trimegisto che conteneva queste parole quando entrò in classe, e compilato il registo alzò gli occhi sulla classe.
Li guardò in viso.
Tutti, uno ad uno.
La classe si imbarazzò - perchè non parla, perchè non dice nulla.
Qualche colpo di tosse, tanto per sdrammatizzare il momento.
Li guardò ancora in viso singolarmente, teneramente, e li amò; ogni volta che le parole della tavola gli venivano in mente provocavano effetti collaterali, dando potenza ai suoi sentimenti.
Ad perpetranda miracula, si ripeteva fissandoli, vedendo quel 'perpetranda' negli occhi vivi dei ragazzi, mentre i pensieri andavano alla contemplazione della 'cosa una' che in loro si rifletteva e convergeva su di lui con i loro sguardi.
Un attimo ancora su quegli occhi e gli si lacerò la mente percossa da un pensiero lancinante, improvviso e ingestibile; nella solita visione mentre camminava in mezzo ad una chiesa romanica illuminata da torce aveva di fronte la donna che lo guardava serena e prima che sganciassero contemporaneamente la spilla che fissava al collo i mantelli lui portava la mano destra che prima teneva un fiore verso di lei e le consegnava qualcosa, sembrava un piccolo oggetto che lei prendeva in mano e portava al petto.
Quel passaggio dell'oggetto gli riempiva la mente, lo accecava, non vedeva cosa fosse ma notava il colore blu, blu intenso, sembrava quasi luminescente: il gesto lo rivedeva due, tre, infinite volte nel giro di pochi decimi di secondo.
Poi, come al solito dopo le visioni, rimase scosso ma profondamente calmo, lucidissimo.
La condizione ideale per una lezione; gli si allargò un sorriso in viso, dicendo ragazzi scusate ero un po' sovrappensiero, partiamo con la lezione anzi, partite voi: vince chi insulta meglio il Romanticismo, ma voglio che ci andiate pesante.
Anche il viso di Rapetti Francesco, detto Ciccino, si illuminò come quello deglia altri, alzò la mano e fu il primo a parlare sfoderando critiche efferate alle quali il professore, come fosse un accusato, rispondeva in toni accesi, come se si fosse trattato di un processo in tribunale. Gli piaceva insegnare così: la classe si divertiva e in quelle condizioni, pensava, si impara meglio.
Fu trattando della spiritualità instintiva, e dell'istintivo senso religioso, della forza delle tradizioni popolari proposte dal Romanticismo che si accorse di avere un pensiero che lo stava guidando, che lo stava portando a parlare di qualcosa che lo interessava; lo capì esattamente percependo di non essere lui a guidare la lezione; di non esser lui, in fondo, neanche a guidare sè stesso, ma di essere preda di forze non controllabili.
L'aveva imparato che le cose stavano così; invece di opporsi come tante volte aveva fatto, acconsentì fiducioso alle forze che gli nascevano dentro e cercò di annusare l'aria, di capire come avrebbero raggiunto il loro scopo; quindi parlò liberamente, senza cercare di controllarsi come se fosse un osservatore esterno di sè stesso.
"Cos'è che mette insieme due persone, secondo voi?" chiese. "Perchè due si fidanzano? Proprio perchè esiste questa forza profonda, questa ricerca nel profondo di sè. Quando due persone mettono in comune la propria parte più istintiva e profonda, allora può succedere che s'innamorino."
A questo punto il discorso deviò un poco dal Romanticismo, ma la classe s'era infervorata.
"Provate a pensare a Lucio Dalla, Anna e Marco, la canzone; qualcuno la conosce? Lo descrive molto bene; mettono in comune i propri bisogni fondamentali e stanno insieme. Cito. Anna avrebbe voluto morire, Marco voleva andarsene lontano, qualcuno li ha visti tornare tenendosi per mano."
Riprese.
"Contemporaneamente al Romanticismo, su questi stessi presupposti, in Russia si formò il "gruppo dei cinque"; intellettuali, poeti e musicisti, che allo stesso modo rivendicavano lo spirito della propria terra, uno spirito di riconquista delle radici istintive e nazionali; tra questi anche Mussorgsky, il famoso compositore."
"Quello dei 'Quadri!'" disse qualcuno.
"Sì, quello dei 'Quadri di una esposizione'."
Fu esattamente lì che Krueger si rese conto della strategia delle forze che lo stavano guidando. Non fece resistenza, come faceva una volta, le lasciò andare, tranquille; anzi le ammirò, come quando si ammira l'intelligenza che ha scritto la sceneggiatura di un sogno, lontana da sè ma comunque dentro di sè. Contemporaneamente a questo sentimento di ammirazione, la visione della donna che accoglie l'oggetto blu si ripetè.
"Mussorgsky scrisse i 'quadri' vedendo una mostra dedicata ad un architetto pittore a cui era molto legato, Victor Hartmann, morto di enfisema a trentanove anni qualche mese prima; Mussorgsky ne aveva trentacinque. Era affezionato e fu molto colpito dalla mostra, organizzata da un amico comune al quale dedicò la composizione che è per pianoforte, poi orchestrata magistramente qualche anno dopo da Ravel.
In questa composizione per pianoforte, molto immaginifica e nella quale lo strumento è usato in modo anomalo per l'epoca, si alternano 'passeggiate' tra un quadro e l'altro alle descrizioni musicali dei quadri stessi; c'erano circa quattrocento disegni, aquerelli e quadri di Hartmann, dei quali non se ne conserva più quasi nessuno."
Ci fa qualche esempio di quadro musicato?
"Certo!" disse, sorridendo per i pensieri che gli stavano pulsando in testa, e seguì la descrizione di alcuni quadri: l'ebreo ricco e quello povero, la grande porta di Kiev, lo gnomo.
"...e tra gli altri c'è il 'Balletto dei pulcini nei loro gusci' che si ispira ad un balletto in cui alcuni allievi di una scuola di arte drammatica dovevano comportarsi come pulcini".
"Che parte è? Ha un titolo?" Chiese Maretti Francesco curioso.
Kruger aspettò un attimo, pensando alla figura descritta nel balletto, pensando a sè, alle forze interiori, alla mattina. Poi rispose.
"Sì, si chiama Trilby".
Finita la scuola trovò una sorpresa in sala professori: don John Chiodi, che lo sotterrò veemente in un abbraccio forte e sincero.
Si erano conosciuti qualche anno prima risiedendo insieme in quell'istituto; poi lui era partito in missione nel Messico, insofferente delle gerarchie che la congregazione imponeva, convinto di essere molto più utile nei sobborghi poveri messicani che tra le mura di una scuola privata borghese del centro di Torino. Gioviale, estroverso e sempre allegro, lo invitò a pranzo
"Certo, andiamo in mensa" disse Krueger.
"Ma quale mensa!!" guarda che giornata... andiamo fuori, portami in qualche bel posto ma togliti questa pelandrana " - e disse sottovoce con un occhiolino - "sembri un prete!".
Si cambiò pensando che per due volte nella stessa giornata gli avevano chiesto di togliere l'abito talare - doveva essere un segno - e finirono a mangiare e a chiacchierare sotto gli alberi di piazza quattro marzo, sorridendo e raccontandosi le vicende degli ultimi anni.
A fine pasto John tirò fuori dalla borsa a tracolla che sembrava senza fondo - quanti misteri, in quella borsa, pensava Krueger - una bottiglietta di Mezcal, il liquore messicano, un tipo di Tequila con un grosso verme al fondo.
Era una bottiglia piccola, meno di mezzo litro, e il verme lì sembrava ancora più grande, ingrandito dal vetro e dalla rifrazione del liquido.
John, guardando Krueger in trasparenza dietro la bottiglia, disse: "Mezcal anejo, altro che quello giovane; lo vedi, dal colore più carico, ha un gusto più morbido e in soli 55 gradi di alcol".
"E il verme?"
"Uh, ha un sacco di proprietà magiche; è un afrodisiaco, un allucinogeno e ti rende più ubriaco".
"Una trovata commerciale!"
"Certo!!!" e risero tutti e due.
John continuò. "A Oaxaca ho conosciuto Antonio De Leòn Rodriguez, un biologo molecolare. Ha indagato la composizione del Mezcal con e senza gusano, cioè il verme. Servirà per il marketing, ma altera anche la chimica del liquore, aggiunge composti saturi e insaturi come il " - e scandì bene- " cis-3-Hexen-1-ol; bel nome vero? E' usato nell'industria dei profumi per la sua fragranza di foglie ed erbe ed è un ferormone per molti insetti e mammiferi; è provato come sia coinvolto nei fenomeni di attrazione tra animali, non è provato che lo sia per gli esseri umani - 'Il metzal ti rende felice' - mi diceva De Leon".
"Quindi vuoi dire che possa essere veramente un afrodisiaco? cioè che lo sia chimicamente?"
"Che me ne frega? Ho fatto voto di castità, io." - e scoppiò a ridere. Poi fingendo serietà: "Ma tu no".
John conosceva molto bene Krueger, scandì bene le sillabe, e ne versò un poco in entrambi i bicchieri.
"E' pomeriggio, devo correggere i compiti, devo...".
John prese il suo bicchiere e cominciò a sorseggiare.
Il verme si muoveva ancora al fondo per effetto del movimento della bottiglia.
Al termine della via il Duomo risplendeva nei suoi marmi bianchi e nelle sue austere dolci forme.
Krueger non sapeva se il Mezcal potesse dare la felicità, ma il viso del suo amico ne aveva qualche certezza in più.
Continuava a sorseggiarlo, piano, dolcemente, assaporando la brezza leggera nella tranquillità del dopo pasto; non guardava Krueger, il volto era perso lontano tra qualche nube che pigramente si allungava nel cielo sereno; lo sguardo tornò sull'amico solo quando ne percepì il movimento della mano che prendeva il bicchiere e lo portava alle labbra.
Un sorso, e un secondo.
John guardò l'amico in viso, e gli disse "è solo marketing", e risero un poco insieme.
Non ne bevvero oltre ma chiacchierarono ancora parecchio, poi si salutarono e John lo sommerse di nuovo nel suo abbraccio generoso e fecondo.
Fu tornando verso l'istituto che Krueger pensò che quell'uomo ogni volta che lo incontrava gli lasciava qualcosa di buono e grande addosso, un sentimento di amicizia e di riconoscenza, e... forse altro.
Sentì qualcosa di pesante nella giacca, e trovò nella tasca la bottiglia di Mezcal.
Assaporando la giornata calda con la brezza fresca si attardò a passeggiare un poco fino ad accorgersi che ormai non aveva più tempo di correggere i compiti, si avvicinava l'ora dell'appuntamento a palazzo Madama per la mostra d'arte. Arrivando da via Garibaldi verso Palazzo Madama con qualche minuto d'anticipo la vide da lontano.
"Altro che Trilby" pensò.
Diffondeva eleganza leggera e sofisticata; nessuna sbavatura, nessuna esagerazione, leggera femminilità coronata da un sorriso divertito ondeggiante sui tacchi.
La raggiunse con un 'buonasera!' tra il timido e l'invitante, lei gli sorrise e gli accarezzo appena il gomito, come fosse il riassunto di un abbraccio, restituendo il saluto; entrarono in Palazzo Madama salendo dallo scalone di Juvarra e lui si fermò un attimo a contemplare l'effervescente leggerissima bellezza di quei marmi imponenti, delle arcate saettanti, dei finestroni di luce immensa, e respirò il suo profumo, pensò alla corsa del mattino, alla lezione con i ragazzi e al Romanticismo, e a John e al Mezcal, e non potè che ringraziare la vita per avere così tanto e che sì, la pietra filosofale, esisteva.
Lei si stava abituando a quegli attimi di rapimento che quell'uomo spesso aveva; sembrava respirare più avidamente come se potesse introiettare storia, cultura e significati dalla luce che gli entrava negli occhi attraverso ciò che vedeva.
"Un caffè prima della mostra?"
Si avviarono verso la caffetteria, in un angolo bellissimo del palazzo splendente della luce che entrava dalle grandi finestre e rendeva ancora più accoglienti i pigri divanetti pronti ad accoglierli.
Sui tavolini i due caffè fumanti, qualche parola sulla mostra: van Gogh, lui non ne sapeva un gran che ma lei sembrava una vera esperta.
A lei non sembrava vero di conoscere qualcosa meglio di lui, così esperto in tutto; dolcemente si mise a spiegare ciò che sapeva del pittore e di ciò che avrebbero visto e, spiegando e gesticolando, urtò il petto di Kruegg, proprio dove era riposta la bottiglia di Mezcal.
Lo sguardo di lei divenne divertito e interrogativo; non osava chiedere a parole cosa ci fosse in quella tasca, ma il viso esprimeva la domanda con altrettanta efficacia, così Krueger tirò fuori la bottiglia per fargliela vedere.
In quella luce del tardo pomeriggio estivo brillava ancora di più, come un gioiello, ed il verme le conferiva un aspetto spaventoso ed affascinante. Gli occhi di lei erano totalmente conquistati dall'oggetto, sentiva salirne dentro un appetito quasi animale, un luccichio dell'anima che a volte aveva provato di fronte alle perversioni dei propri clienti, una voglia irriducibile di curiosità, di conoscenza, di appagamento.
Tenendo la bottiglia in alto lui ripetè le spiegazioni di John, pur non ricordando il nome di quello strano composto.
Lei si alzò, andò al banco del bar e tornò con due bicchierini vuoti, li pose davanti a lui senza parlare.
Lui pensò eh no, di nuovo, ne ho appena bevuto prima, sono a stomaco vuoto, sarà solo marketing, ma davanti ho una donna e stiamo per passare la serata insieme.
"Appunto", si rispose, e versò il liquore nei bicchierini.
Dopo il caffè aveva un gusto diverso, quasi mutato rispetto a prima; ma la sensazione di appagamento splendeva sul viso di entrambi.
"Il mezcal rende felici, dicono", disse lui.
"Più felici", lei sottolineò con uno sguardo di intesa; e si avviarono verso la mostra.
Ma che ci faccio qui, con questa donna che mi fruga il cuore, con questa bottiglia nel taschino.
Dove mi ha portato questa vita?
Ho scavato, scavato, scavato. Ho trovato cose forti, vere, ho costruito la mia casa sulla roccia; i pilastri della specie umana mi sono balenati davanti, li ho visti, mi sono prostrato davanti a loro, sono stato in territori della mente dove pochi uomini possono essere stati, ho conosciuto cose che pochi hanno conosciuto.
Kemia mia, terra nera, favola dei miei giorni. Mia luce, mia forza, mia saggezza: a te mi inchino.
'ad perpetranda miracula...' io so, io conosco, respiro forte le radici dell'Uomo.
E ancora una volta il vento spazza tutto.
Un poco alterato, un poco illuminato, da questo mezcal che mi scorre nelle vene; un poco soggiogato da questa donna che pesca a piene mani dalle profondità degli uomini, che ristabilisce i ponti tra i generi, che porta l'equilibrio tra il maschio e la femmina.
Non pensavo di vivere fino a questo; pensavo al brivido del miraggio di un equilibrio più avanti, oltre a questa esistenza.
E invece.
E invece sono qui, davanti alla toilette di un museo, ad aspettare che lei esca per andare insieme a questa mostra; e non voglio altro, ora.
Anni di studi.
Scudi innalzati contro il mondo, così becero; l'abito talare come protezione contro l'ignoranza del volgo, contro le insidie degli istinti, contro il velo di Maya.
Anni di visioni.
Perforato, tormentato, scosso da questo sogno cosciente, così struggente da non poter desiderare altro che saperne di più. Eppure così limitato nel tempo, così indipendente da me, così forte, così puro, così vero da non poterne dubitare.
Una certezza litica, un punto saldo: nella mia vita quella visione è la traccia del mio destino, forse del mio passato, forse del mio futuro; infine, che differenza fa? Solo lì c'è certezza.
"E cos'è quel viso così serio? Andiamo!"
Il sorriso sui tacchi lo invitava a procedere, si ridestò dai pensieri e la seguì nelle sale dell'esposizione.
Van Gogh. La prima cosa che intercettò furono i colori, ma non lo colpirono direttamente, in realtà rimbalzavano.
La cosa che lo stupì fu proprio questa: percepiva attraverso i quadri come il pittore fosse stato stregato dai colori del mondo e come avesse cercato di riportare questo struggimento sulla tela, cercando in questo modo di condividere queste sensazioni così potenti.
Con questa chiave di lettura procedette nelle altre stanze, ma ne fu sopraffatto.
Si trattava di una mostra multimediale; non c'erano quadri esposti, ma una serie di proiettori riempivano le pareti di dipinti, movimentandoli e associandoli a musiche coinvolgenti. Mentre lei spiegava i periodi, i metodi, i nomi dei quadri lui fu trafitto da questa sensazione di immedesimazione nelle sensazioni del pittore prima che cominciasse a dipingere e vedeva nei quadri il veicolo per percepire quella sensazione primordiale, istintiva, totalizzante.
Si sentiva un po' oltre il normale, come se avesse una certa ipersensibilità.
Già il Mezcal l'aveva innalzato rispetto alla normalità; la vicinanza di quella donna, così prossima ai segreti del regno dei maschi, ancora lo portava in alto; i colori, i quadri ancora di più; le musiche ancora... si sentiva come un essere dalla pelle sottilissima e sensibile, pronto ad esplodere ad ogni nuova emozione eppure desideroso di averne ancora altre, e di più e più forti.
Passava da una sala all'altra con l'entusiasmo di un bambino, drogandosi di colori e musica, sottobraccio a quella che era il suo passaporto verso il pittore, la sua guida verso le emozioni.
Una nuova stanza con proiezioni su tutte le pareti lo conquistò con i blu e con i gialli; le prime note del concerto di Colonia di Keith Jarrett lo stesero definitivamente, portandolo ad abdicare il suo livello cosciente. Ormai non era altro che un fascio di emozioni in preda agli avvenimenti; si sentiva debole e contemporaneamente fortissimo, di una lucidità mai provata insieme alla provvisorietà di un cristallo finissimo ed elegante che si confondeva con... il suo profumo, che lo portava in uno stato di coscienza impalpabilmente leggero.
Lei percepì questo stato di delicatissima ebbrezza lirica nell'uomo che aveva a fianco, nell'uomo che stava interrogando la sua stessa essenza di donna messa al servizio dei vizi degli uomini, servizio al quale lui sembrava riservare una nobiltà impensata fino ad allora.
Attraverso lui veniva riflessa la sensibilità verso i quadri che le rimbalzava addosso; vedeva nei quadri che conosceva a memoria nuove note, nuove melodie e accenti così forti da stupirsi di non essersene mai accorta prima.
Un ambiente era stato arredato con cuscini; le proiezioni avvenivano sulle pareti ricurve verso il soffitto, una specie di cupola; i visitatori venivano invitati a stendersi sui cuscini, dei grossi futon, per ammirare sulle pareti e sul soffitto i quadri proiettati mentre la musica ne sottolineava la sequenza e gli umori.
Si stesero vicini.
Lei appoggiò il viso, ed un braccio, sulla sua spalla, sul suo braccio.
"solo oggi, solo ora", gli disse.
Lui voleva dirle "no, non solo oggi" ma si limitò a guardarla e a sorridere, e a sentire dolcemente il suo corpo caldo vicino a lui, ricordando la dolce sensazione di una femmina accanto al suo corpo; erano anni che non succedeva in quel modo così dolce.
Dalle pareti attraverso le proiezioni cominciarono a scendere parole. Una dietro l'altra: parole scritte con una calligrafia veloce, lettere intere scorrevano, e lui le sentiva una ad una, le parole che vogliono descrivere l'acqua della conoscenza che fluisce lungo le pareti come un velo liquido.
"Le lettere al fratello", lei gli disse, "ne ha scritte centinaia, spesso una al giorno". Lui riconobbe nella calligrafia l'intensità dell'emozione, la vicinanza con il fratello, l'assonanza spirituale; e subito tornò alla mente la mattina a scuola e gli occhi di Maretti Francesco detto Ciccino, l'amicizia forte tra Victor Hartmann e Vincent Mussgorsky, e quasi pianse al pensiero del dispiacere di Vincent nel sapere della morte di Victor, e a quanta forza e disperazione e amore fosse legata ogni singola nota dei 'quadri', e si riporpose di scandargliarle una ad una per distillarne la forza e il senso, di chiedere a Minah di suonarle una volta per lui; oh,l'avrebbe adorata se l'avesse fatto.
Poi successe l'inaspettato.
Già era emozionato, per molti motivi: la donna, Mussgorsky, le lettere, Minah, i quadri. Il Mezcal.
Ma non doveva succedere quell'altra cosa; ogni persona può contenere una certa quantità di emozioni, dopodichè va in sovraccarico e... sbarella, si dice, non contiene più così tanto dentro di sè, non ce la fa a sopportare così tanta intensità nella stessa unità di tempo e di spazio. Avrebbe voluto avere una settimana a disposizione per poter sentire ciò che in quel secondo stava capitando; ma non si poteva.
Non gli restò che subire grato il diluvio di emozioni che aveva scatenato la musica associata alle parole scritte da van Gogh che fluivano sulle pareti.
Ecco cosa capitò: il "duetto dei fiori", dal Lakmé di Délibes, si librò leggero dagli altoparlanti, si diffuse sornione nella sala, raggiunse intenso come un profumo le loro orecchie.
Lei capì l'intensità con cui era stato colpito, lo fissò negli occhi e gli disse "questo volevo per te".
Lui non oppose resistenza ad una carezza sul viso.
Non oppose resistenza alle voci delle due donne del canto, Mallika e Lakmé, se ne lasciò inebriare.
La schiava Mallika che canta
"Oh mia padrona!
È l’ora nella quale vedo il tuo volto sorridente
L’ora benedetta nella quale posso leggere
Nel cuore sempre chiuso di Lakmé!"
La padrona che le risponde, cantando, che costruiranno un duomo di gelsomino e rose che le richiama a vivere insieme.
La schiava ancora, innamorata della padrona, risponde
"Sotto la cupola fitta di bianco gelsomino
Che alla rosa si stringe
Sulla riva fiorita che ride al mattino
Vieni, discendiamo assieme.
Scivoliamo dolcemente
Lungo i deliziosi flutti
Seguiamo la corrente fuggitiva:
Sull’onda fremente
Con mano noncurante
Vieni, guadagniamo la riva"
Era troppo e sapeva di non poter resistere; così non oppose resistenza alle emozioni, lasciò che la mano di lei lo sfiorasse, forse uscì una lacrima, non sapeva bene se di struggimento, di gioia o chissà cosa, e lì, disteso tra i cuscini con a fianco quella donna così vicina, si lasciò andare alla visione.
E questa volta vide chiaro, e non ebbe paura.
Il re e la regina, il sole e la luna.
Procedevano sulla solea, la pedana rialzata, in mezzo alla chiesa antica; torce alle pareti illuminvano la scena.
Entrambi con mantelli regali; ma la luna sembrava splendere sotto i piedi di lei mentre camminava, il sole sotto quelli di lui.
Si avvicinarono esattamente sotto il centro della cupola della chiesa.
Lui le porse la sinistra; lei rispose e le diede la sinistra, si tennero la mano, sollevata a mezz'aria.
Con la destra presero un fiore, lungo, lo tenevano per lo stelo; incrociarono i due fiori sopra alle sinistre unite.
Dall'alto scese qualcosa di chiaro, forse una colomba e stese un qualcosa di non ben identificato in verticale così che le sinistre, i fiori, e quella specie di bastone formavano tre assi perpendicolari tra loro.
Poi staccarono le mani, posarono i fiori, la colomba sparì.
Posarono entrambi le mani sulla spilla che univa, sotto la gola, i mantelli; stavano per aprire la spilla, liberandosi dei mantelli. Sotto erano nudi.
Si guardarono con uno sguardo sereno di intesa.
Prima di iniziare a togliere i mantelli, lui fece un piccolo gesto.
Aveva qualcosa in mano; nella destra. Qualcosa di molto piccolo grande come una nocciola e glielo porse.
Lei lo prese con la destra; sembrava sorpresa, lo riprese in mano e non lo guardò, chiuse il pugno intorno a quel piccolo oggetto.
Si era appena visto, nel passaggio, che era qualcosa di blu.
Lei lo portò al petto, e chinò il mento, lasciando gli occhi fissi su di lui.
Stette.
Poi alzò la mano, con il palmo aperto e l'oggetto blu in mezzo; era perfettamente simmetrico ed i pensieri di Krueger andarono al Graal.
Poi lei abbasso la mano; ma l'oggetto non si spostò.
Rimase a mezz'aria; cominciò a splendere, ad ingrandirsi, a sollevarsi.
Diventò blu acceso, grande come un piccolo uovo, librandosi all'incirca un metro sopra di loro, diffondendo una luce azzurra.
La cupola si comportò come una immensa conchiglia, riverberando la luce su di loro.
Le tre direzioni del mondo si illuminarono; dall'est all'ovest un raggio percorse la navata sopra la solea, il transetto fu trafitto da nord a sud, dalle profondità della cripta sotterranea con i suoi morti salì un raggio verso il centro della cupola in alto; i tre raggi si incontravano esattamente nell'uovo blu.
Contemporaneamente, in quell'attimo, caddero i mantelli.
Le parole continuavano a fluire nelle pareti, il Lakmè risuonava, Krueger si accorse che la sua visione era durata poche frazioni di secondo.
Riprendendo la ragione pensò al tempo sacro descritto da Mircea Eliade, alla concezione non lineare del tempo negli stati alterati di coscienza.
Erano lì, distesi sui cuscini, una a fianco all'altro.
Lei percepì qualcosa di mutato nel suo sguardo, capendo che non avrebbe capito.
Si strinse un po' più forte al suo braccio.
"Solo per oggi", ripetè, appoggiando il viso sul braccio, strigendolo forte e chiudendo gli occhi, conscia che quello non sarebbe stato il suo futuro.
"Solo per oggi".
[ Cupola della chiesa della Beata Vergine Incoronata, Sabbioneta]
C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.
Xmas is not the same for everyone.
Spirit can be high despite the moment could be tough.
Non è lo stesso..
Il Natale non è vissuto da tutti allo stesso modo. L'animo può essere forte, nonostante il momento possa essere triste.
L'antica parrocchiale di Sant'Antonino, rinomata per la sua distintiva struttura architettonica romanica, conserva un pregevole modello pittorico tardogotico, ampiamente diffuso nella zona. Tuttavia, la fascia pittorica raffigurante gli Apostoli è stata misteriosamente rimossa negli anni Ottanta, lasciando alcune tracce dei pigmenti originali e una fotografia d'epoca come le sole testimonianze dell'affresco originale.
Alla destra orografica del fiume Bormida, il luogo di Perletto, già parte dell’antica marca aleramica, viene citato nell’atto di fondazione dell’Abbazia benedettina di San Quintino di Spigno Monferrato, che vi possiede alcuni terreni almeno fino alla fine del XII secolo. Le vicissitudini storiche documentano Perletto nei possedimenti prima della famiglia dei Del Carretto e poi degli Scarampi all’inizio del Trecento. In età medievale segue le vicende storico-politiche della confinante Cortemilia fino a quando viene eretto in marchesato autonomo con l’investitura del 1595 di Carlo Guglielmo Valperga.
Il luogo di Perletto assurge a tipico esempio di quell’incastellamento medievale diffuso in Val Bormida tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, pertanto permette di comprendere storicamente e geograficamente anche come l’isolata antica parrocchiale di Sant’Antonino venne “abbandonata” per costruire il principale edificio religioso (con un’altra titolazione) nel nuovo centro urbano entro la cinta muraria. Se si osserva il paese nella sua posizione dominate, ancora oggi è possibile riconoscere la struttura fortificata e urbana medievale nel complesso costituito dalla torre e da una serie di abitazioni, un tempo racchiuse da un recinto rettangolare. La torre, in particolare, presenta somiglianze con quelle dei centri limitrofi di Olmo Gentile e Vengore (anch’essi possedimenti degli Scarampi) per la sua conformazione architettonica: si erge su una base quadrata e scarpata, si compone nella parte alta di strette feritoie e piccole finestre, e conserva all’interno una cisterna, un camino, un lavandino nel corpo di guardia e un forno, segni del suo utilizzo duraturo.
L’antica parrocchiale di Sant’Antonino fu eretta sulla sommità di una collina dove probabilmente ebbe origine il primo insediamento. La chiesa conserva uno straordinario aspetto romanico che domina l’attuale area cimiteriale ed è costituita da un’unica ampia navata che termina in un’abside semicilindrica e da una caratteristica facciata a spioventi.
La primitiva chiesa romanica ha sempre suscitato particolare interesse per la lavorazione dei materiali con i quali fu edificata, utilizzando una pietra arenaria locale composta in tagli regolari e disposta ordinatamente, che testimonia una specializzata maestria tecnica. Questa abilità artigianale è evidenziata da alcune iscrizioni presenti su due blocchi di pietra incastonati nella parete esterna dell’abside.
Alla fine del Cinquecento, considerata già antiquata, la chiesa fu destinata all’officio delle messe per i defunti e nel corso del secolo successivo subì lavori di rimaneggiamento e restauro, che compresero anche la sostituzione del tetto originale in capriate lignee. Dalla fine del Settecento, la chiesa rimase senza tetto per circa un secolo, fino a un intervento tardo ottocentesco che ha comportato anche l’innalzamento della parte superiore dell’abside e l’inserimento di finestre moderne.
L’abside semicilindrico conserva un prototipo compositivo di pittura tardogotica, ovvero un modello devozionale molto diffuso e riprodotto nei territori di dominazione carrettesca nel corso del XV secolo: un gaissimo Cristo in Gloria campeggia nel catino absidale, attorniato dai quattro Evangelisti, nel registro sottostante sono disposti gli Apostoli e la zoccolatura è resa con un finto velario rosso agganciato a una trave di legno.
Nonostante i successivi restauri pittorici, che risultano massicci e in parte invasivi, e il furto della fascia pittorica intermedia raffigurante gli Apostoli, la decorazione pittorica si attesta alla fine del Quattrocento e può appartenere a quella specifica cultura piemontese-ligure, che presenta particolari similitudini con la produzione del Maestro di Roccaverano (che opera in contesti geografici molto vicini) e di anonime botteghe itineranti. Si riconoscono infatti innumerevoli affinità stilistiche e compositive, non solo negli apparati decorativi (come la variopinta cornice conosciuta come a “foglia di lattuga” dell’intradosso), ma anche nella particolare resa scultorea dei troni-leggii degli Evangelisti e nella disposizione degli Apostoli.
Un ignobile furto
La fascia intermedia della decorazione pittorica dell’abside in origine rappresentava i Discepoli di Gesù Cristo: questi erano raffigurati stanti, di tre quarti, a dimensioni reali e osservabili nel campo visivo del fedele, descritti nei loro attributi iconografici, muniti di un cartiglio iscritto svolazzante e inseriti in una serie di archi a tutto sesto. Nell’estradosso di ogni archetto era poi indicato il nome dell’Apostolo.
Nell’inspiegabile silenzio della comunità e delle istituzioni, negli anni Ottanta del Novecento la fascia pittorica raffigurante gli Apostoli fu asportata dalla superficie muraria lasciando alcuna traccia. Oggi, osservando con attenzione la muratura, si possono scorgere labili tracce di alcuni pigmenti, unici residui della violenta operazione di strappo dell’affresco. Fortunatamente sopravvive una testimonianza del ciclo pittorico integro in alcune fotografie d’epoca, tra cui una del fotografo Bianco di Cortemilia, conservata nelle carte dell’Archivio storico diocesano di Acqui Terme (al cui distretto ecclesiastico Perletto è sempre appartenuto). Tuttavia, fino ad ora, nessuna cronaca locale o documento storico è emerso per spiegare i motivi di questo ignobile furto, né è nota l’attuale collocazione dell’affresco mancante.
Cannoli are Italian pastry desserts. The singular is cannolo (or in the Sicilian language cannolu), meaning "little tube", with the etymology stemming from the Latin "canna", or reed. Cannoli originated in Sicily and are a staple of Sicilian cuisine.Cannoli come from the Palermo area and were historically prepared as a treat during Carnevale season, possibly as a fertility symbol; one legend assigns their origin to the harem of Caltanissetta. The dessert eventually became a year-round staple throughout Italy.
I cannoli sono una delle specialità più conosciute della pasticceria siciliana. Come tale è stata ufficialmente riconosciuta e inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T) del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (Mipaaf).In origine venivano preparati in occasione del carnevale; col passare del tempo la preparazione ha perso il suo carattere di occasionalità ed ha conosciuto una notevolissima diffusione sul territorio nazionale, divenendo in breve un rinomato esempio dell'arte pasticcera italiana nel mondo.Si compone di una cialda di pasta fritta (detta scòrza e lunga da 15 a 20 cm con un diametro di 4–5 cm) ed un ripieno a base di ricotta di pecora. Per la scorza, si formano piccoli dischi di pasta (fatta di farina di grano tenero, vino, zucchero e strutto) che vengono arrotolati su piccoli tubi di metallo e poi fritti, tradizionalmente nello strutto, oggi anche in grassi meno costosi.Prima delle moderne leggi in materia d'igiene, la pasta veniva arrotolata su piccoli cilindri ottenuti ritagliando normali canne di fiume, che diedero così il nome al dolce. Il ripieno tradizionale consiste di ricotta di pecora setacciata e zuccherata. Al ripieno vengono poi aggiunti canditi o gocce di cioccolata, ed infine il dolce viene spolverato di zucchero a velo.I cannoli vanno riempiti al momento di mangiarli; questo perché, con il passar del tempo, l'umidità della ricotta viene assorbita dalla cialda facendole perdere la sua croccantezza. Per evitare questo inconveniente, alcuni pasticcieri rivestono la superficie interna del cannolo con cioccolato fuso: in questo modo, l'involucro non si impregna rimanendo croccante per più tempo.Il riferimento del nome è legato alle canne di fiume cui veniva arrotolata fino a pochi decenni fa la cialda durante la sua preparazione; quel che è certo è che il dolce fu inventato secondo una ipotesi in tempi remoti per festeggiare il carnevale.
Font : Wikipedia
Portraits et premières photographies de mode de Man Ray avec deux robes de Gabrielle Chanel
- à gauche, robe mi-longue en crêpe de soie beige, brodée de 1927
à droite, robe du soir en crêpe champagne à fines bretelles de 1930
Les deux robes font partie de la collection "Patrimoine de Chanel", celle de gauche a été photographiée par Man Ray.
Explorant pour la première fois l’œuvre de Man Ray sous l’angle de la mode, l’exposition met en lumière ses travaux réalisés pour les plus grands couturiers – Poiret, Schiaparelli, Chanel – et les plus grandes revues – Vogue, Vanity Fair et Harper’s Bazaar. Alors que la photographie de mode balbutie encore, Man Ray développe dès 1921 une esthétique nouvelle et moderne, faite d’inventivité technique, de liberté et d’humour. Extrait du site de l 'exposition
Site de l'exposition "Man Ray et la Mode, Musée du Luxembourg, Paris
settimana 14- 20 maggio
Ariete (21 marzo - 19 aprile)
Quand’è che una persona “si vende”? Di solito quando tradisce i suoi ideali artistici o i suoi princìpi morali per arricchirsi. Potremmo estendere questa definizione anche a chi rinuncia a essere se stesso per ottenere consensi, o a chi sacrifica la sua integrità per diventare più potente. Penso che nei prossimi giorni tu debba stare attento a questo genere di errori, Ariete, non solo se li fai tu ma anche se li commette chi ti sta vicino.
Toro (20 aprile - 20 maggio)
“Non posso vivere una vita convenzionale come la tua”, dice Homer Simpson. “Io voglio tutto: le discese ardite, le risalite stordite, e la crema in mezzo”. Homer, che è nato il 10 maggio, è un Toro fuori dal comune. Molti membri della tua tribù amano la crema in mezzo e farebbero a meno delle discese ardite, anche se così si privano delle risalite stordite. Può sembrare una limitazione ma non credo che lo sia per te. Le creme in mezzo che ti aspettano sono tra le più goduriose che io abbia visto da tempo. Le discese ardite e le risalite stordite saranno irrilevanti.
Gemelli (21 maggio - 20 giugno)
Il pittore spagnolo Francisco Goya intitolò una delle sue acqueforti El sueño de la razón produce monstruos, che può essere tradotto in due modi: “Il sonno della ragione genera mostri” o “Il sogno della ragione genera mostri”. La prima traduzione fa pensare che se mettiamo a dormire la nostra ragione, rischiamo di fare qualcosa di folle. La seconda implica che se ci affidiamo troppo alla nostra ragione, quella diventa così arrogante da sottovalutare le emozioni e distorcere la fantasia. In questo momento, Gemelli, sei più propenso a fare la prima cosa ma è importante che tu faccia attenzione a entrambe. Puoi uscire dal tuo stato di sofferenza solo se usi la ragione nella giusta misura: non troppo né troppo poco.
Cancro (21 giugno - 22 luglio)
Alcune illusioni si sono infiltrate nella tua mente prima ancora che imparassi a parlare. Altre l’hanno fatto più tardi, mentre eri impegnato a capire come diventare te stesso. Inoltre hai fatto la scelta di accettarne alcune perché le trovavi comode e consolanti. Non devi vergognartene: è umano. Sono felice, però, di annunciarti che stai entrando in una fase in cui avrai la forza di cancellare alcune illusioni, soprattutto quelle che hai scelto coscientemente. Per avviare questo processo ti sollecito a dichiarare: “Ho il coraggio di vedere la vita com’è veramente”.
Leone (23 luglio - 22 agosto)
In Indiana è vietato pescare a mani nude nei laghi. A Fairbanks, in Alaska, non si può dare da bere dell’alcol alle alci. A Flowery Branch, in Georgia, è previsto l’arresto per chi grida: “Un serpente!”. In Arizona non è permesso far dormire un asino nella vasca da bagno. Eppure, direi che nelle prossime settimane voi Leoni potreste fare tutte queste cose, e anche di peggio, senza pagarne le conseguenze. Secondo i presagi, potrete godere della massima libertà. Sarete autorizzati a fare cose che normalmente non sono permesse.
Vergine (23 agosto - 22 settembre)
Pensavo che fosse impossibile, ma negli ultimi anni le paranoie apocalittiche si sono diffuse più che mai. Il catastrofismo sembra essere diventato di gran moda. In mezzo a questo caos, mi ritrovo a farfugliare le mie idee eccentriche sul fatto che stiamo vivendo il periodo più meraviglioso nella storia della civiltà umana. Perciò lascia che ti faccia una domanda importante, soprattutto se sei una delle milioni di persone convinte che il cinismo sia un segno d’intelligenza superiore. Vuoi veramente farti predire il futuro da un ottimista come me? Ti ricordo che i miei oroscopi partono dal presupposto che aspettarci il meglio ci rende più felici, sicuri, gentili, liberi, forti e intelligenti. Quello che succederà nelle prossime settimane, secondo me, ne sarà la conferma.
Bilancia (23 settembre - 22 ottobre)
La cattiva notizia è che il riscaldamento globale è veramente in atto e ha causato la scomparsa dell’isola di Purbasha, nel golfo del Bengala. È stata sommersa dalle acque dopo che è cresciuto il livello degli oceani ed è cambiato l’andamento dei monsoni. La buona notizia è che l’India e il Bangladesh possono smettere di contendersi il possesso dell’isola. Prevedo che succederà qualcosa di metaforicamente simile anche nella tua vita, Bilancia: un evento naturale renderà irrilevante un conflitto.
Scorpione (23 ottobre - 21 novembre)
Secondo alcuni esperti, la metanfetamina è la droga che dà più dipendenza. La dottoressa Mary Holley, fondatrice dell’organizzazione Madri contro le metanfetamine, spiega in questo modo l’effetto delle metanfetamine: “Un’iniezione in vena equivale a dieci orgasmi, uno dopo l’altro, in un arco di tempo che può durare da trenta minuti a un’ora. Poi il senso di eccitazione dura un altro giorno e mezzo”. Questo, però, vale solo per i primi tempi. Dopo un po’, prendere metanfetamine diventa un inferno. Per fortuna, voi Scorpioni non sarete tentati di cedere al richiamo: godrete di un’enorme capacità di sperimentare il piacere erotico contando solo sulla vostra carica naturale.
Sagittario (22 novembre - 21 dicembre)
I tuoi occhi possono distinguere circa cinquecento sfumature di grigio. Spero che la tua bussola morale sia altrettanto precisa nel cogliere le differenze. Nel tuo prossimo futuro, infatti, non tutto sarà bianco o nero, e non sarà semplice prendere delle decisioni. Non ci sarà un modo chiaro e infallibile per distinguere tra bene e male. Ti consiglio di rinunciare alla speranza di raggiungere delle certezze assolute e di imparare ad apprezzare i raffinati piaceri di una verità complessa e piena di sfumature.
Capricorno (22 dicembre - 19 gennaio)
In questi giorni hai una capacità straordinaria di compiere magie. E con “compiere magie” intendo una cosa molto specifica: provocare cambiamenti concreti ispirati ai tuoi desideri più nobili e belli. Non parlo di magie che ti permettono solo di soddisfare desideri mediocri o fantasie dozzinali. Non sto dicendo che dovresti farti prendere dalla frenesia di accumulare trionfi per vantarti. Voglio informarti del fatto che avrai la possibilità di introdurre cambiamenti importanti nella tua vita.
Acquario (20 gennaio - 18 febbraio)
Vuoi sapere dov’è tutto il tuo potere ora? Da nessuna parte. Vuoi sapere di che natura è quel potere? Di nessuna natura. Prima di trarre conclusioni affrettate, leggi questo passo dal Tao te Ching di Lao Tzu: “Uniamo tra loro i raggi di una ruota, ma è il buco al centro che fa muovere il carro. Diamo forma all’argilla per creare un vaso, ma è il vuoto al suo interno che contiene tutto quello che vogliamo. Fabbrichiamo una casa con il legno, ma è il suo spazio interno che la rende vivibile”.
Pesci (19 febbraio - 20 marzo)
Una donna dei Pesci era disperata perché aveva la cucina invasa dalle formiche. Avrebbe potuto correre in un negozio a comprare il veleno ma ha preferito usare la fantasia. Alla fine ha trovato una soluzione. Ha raccolto una manciata di formiche, l’ha gettata nel miscelatore insieme agli altri ingredienti del suo frullato, e poi l’ha bevuto. Il giorno dopo, le formiche erano sparite, come se avessero avuto paura della Grande divoratrice. Ti consiglio di seguire il suo esempio, sia nel senso di essere aperto a soluzioni stravaganti sia nel senso di trovare un modo alternativo per battere i tuoi avversari.
Heinkel Tourist Scooter (1955-60) Engine 174cc four stroke
Production est 34060 (total Tourists 155,000+)
HEINKEL SET
www.flickr.com/photos/45676495@N05/sets/72157627263603765...
The Heinkel Tourist was built as an upscale motor scooter from 1953-60 in four different series,. It was more expensive than a Vespa or a Lambretta, and was generally heavier, more comfortable, and more stable.over 150,000 were built and machines were exported, in Asia it was known as the Fuji Rabbit .
It was available with a speedometer, a steering lock, a clock, a luggage carrier, and a spare wheel. The Tourist had a tubular steel frame to which pressed steel body panels were mounted. The engine of the Tourist was mounted in the frame and drove the rear wheel by a chain enclosed in the swingarm, with the sheltered chain running in a sealed oil bath, extending its life and preventing any oil from contacting either scooter or rider. The engines used in Heinkel Tourists were 4-stroke while most other scooters of the time, including the Heinkel 150 light scooter from the 1960s, had 2-stroke engines
The first model introduced in April 1953 was the 101 A0 powered by a 149cc engine, with kick start and three speed tansmission. Around 6500 were built until production ended in July 1954, by which time late built machines had 12 volt instead of 6 volt electrics and electric start..
The 102 A1 followed in July 1954 with a larger 174cc engine, electric start and glive box mouted on the legshield. Production lasted until August 1955 with 17,500 machines bult.
The 103 A0 began production in August 1955, continueing through to September 1957 and a disputed production number of 34,060. The 103 series had four speed transmission, ten inch wheels (enlarged from the earlier 8 inch) The result was a larger, heavier, and thirstier scooter on one hand, and a faster, more sophisticated scooter on the other
The 103 A1 was introduced in September 1957 and ran until June 1960 with 50,050 machines built. The tubular handlebars of previous series were replaced by a cast handlebar containing an instrument panel. Engines remained at 174cc capacity but were improved by the use of a two-bearing crankshaft and mounted to the frame with rubber mounts, improving the ride
The 103 A2 was the final incarnation of the Tourist produced August 1960 to December 1965 after 55,000 machines had been built The telescopic forks of the previous series were replaced by a two-sided trailing-link fork late in the A2 production run. The rear body panel was restyled and was not interchangeable with those of earlier series
Many thanks for a fantabulous
48,145,980 views
Shot at the NEC Classic Car Show 13:11:2015 Ref. 112-268
© sergione infuso - all rights reserved
follow me on www.sergione.info
You may not modify, publish or use any files on
this page without written permission and consent.
-----------------------------
Il tastierista e il chitarrista della leggendaria rock band sul palco dell'Ippodromo
Quest'anno L.A.Woman, disco di maggior successo di The Doors, compie quarant'anni. Per l'occasione, Ray Manzarek (tastierista) e Robby Krieger (chitarrista e songwirter del gruppo) festeggiano con un tour europeo. I due membri del leggendario gruppo che fu capitanato da Jim Morrison fanno tappa all'Ippodromo del Galoppo, nell'ambito di City Sound. Dal vivo propongono le grandi hit che hanno segnato il percorso artistico dei Doors e della musica rock.
Raymond Daniel Manzarek, o più precisamente Manczarek (Chicago, 12 febbraio 1939), è un pianista e bassista statunitense.
È stato il tastierista e (dopo la morte di Jim Morrison) cantante del famoso gruppo statunitense The Doors, dal 1965 al 1973. In realtà nelle esecuzioni dal vivo (e nel primo album), grazie alla sua buona tecnica, fu anche il "bassista" dei Doors, suonando un Rhodes Piano Bass appoggiato sul top piatto dell'organo (un Vox Continental e successivamente un Gibson G101). Questo gli permetteva di gestire la linea di basso con la mano sinistra e l'organo con la destra. In questo modo l'organo fu sempre suonato su ottave alte, dando alla melodia quel suono deciso e tagliente che gli ha reso tanta fortuna.
Robert Alan Krieger (Los Angeles, 8 gennaio 1946) è un chitarrista statunitense.
Famoso per esser stato il chitarrista del gruppo rock The Doors. Con il suo stile unico nel rock riuscì ad unire e ad amalgamare i suoni dell'organo di Manzarek, la pulsante batteria di Densmore e la voce mistica di Morrison. Le note della sua chitarra erano lente con riff pacati e un ritmo tipico del flamenco. Inoltre è 91' nella classifica de "I 100 migliori chitarristi di tutti i tempi" redatta dalla rivista Rolling Stone.
Dave Brock - voce principale
Robby Krieger - chitarra, voci
Ray Manzarek - tastiere, voci
Phil Chen - basso
Ty Dennis - batteria, percussioni
Giuseppe Piermarini ( 1734 - 1808 ) progettò a Milano il 'Teatro alla Scala', che fu inaugurato nel 1799.
Due anni dopo, nel 1801, fu inaugurato a Trieste il Teatro Nuovo, ribattezzato Teatro 'Verdi' nel 1901, opera di Matteo Pertsch ( 1769-1834 ) , allievo del Piermarini presso l'Accademia di Brera.
In qualche modo, l'architettura teatrale milanese è arrivata a Trieste.
Il Teatro di Trieste, di dimensioni più piccole rispetto alla Scala, ne riporta, specie sulla facciata neoclassica, notevoli somiglianze. Costruito sulla riva del mare, dista poche decine di metri dalla vasta Piazza Unità, una delle più ampie e belle piazze al mondo affacciate sul mare.
La facciata principale, con il bel portico sovrastato da una terrazza, dà su una piazza non molto ampia, mentre al mare è rivolta la facciata posteriore, con l'ingresso degli Artisti e del personale.
Guardando la foto, sulla sinistra si possono notare tre puntini: sono palle di cannone sparate dai napoleonici durante la loro occupazione, nel tentativo di colpire alcune navi inglesi in avvicinamento. Se il Teatro alla Scala è senz'altro il massimo teatro lirico al mondo, il 'Verdi' di Trieste è comunque un Teatro di grande tradizione lirico-sinfonica internazionale.
(Nell'Orchestra di questo teatro ho lavorato, suonando la viola, per quarant'anni della mia carriera di musicista)
Questa è la quinta foto di un progetto dal titolo 'Memorie e sogni', nato da uno scambio di idee e riflessioni con Nene.
Non so nemmeno io come proseguirà, ma ho accettato volentieri la sua proposta. Collaborazione, dialogo, 'sfida'...un progetto che cerca di riferirsi alla memoria, al sogno, all'esistenza....
Before the weather collapsed completely, I stopped off at Kings Sutton on my way home, but almost everything I had anticipated photographing was running late except for 0M21 Bicester MOD - Kineton MOD l/e move which ran early. Just before the weather put an end to the day's line-side activity, GBRf 66737 'Lesia' is seen heading past Kings Sutton towards Banbury.
L'antica parrocchiale di Sant'Antonino, rinomata per la sua distintiva struttura architettonica romanica, conserva un pregevole modello pittorico tardogotico, ampiamente diffuso nella zona. Tuttavia, la fascia pittorica raffigurante gli Apostoli è stata misteriosamente rimossa negli anni Ottanta, lasciando alcune tracce dei pigmenti originali e una fotografia d'epoca come le sole testimonianze dell'affresco originale.
Alla destra orografica del fiume Bormida, il luogo di Perletto, già parte dell’antica marca aleramica, viene citato nell’atto di fondazione dell’Abbazia benedettina di San Quintino di Spigno Monferrato, che vi possiede alcuni terreni almeno fino alla fine del XII secolo. Le vicissitudini storiche documentano Perletto nei possedimenti prima della famiglia dei Del Carretto e poi degli Scarampi all’inizio del Trecento. In età medievale segue le vicende storico-politiche della confinante Cortemilia fino a quando viene eretto in marchesato autonomo con l’investitura del 1595 di Carlo Guglielmo Valperga.
Il luogo di Perletto assurge a tipico esempio di quell’incastellamento medievale diffuso in Val Bormida tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, pertanto permette di comprendere storicamente e geograficamente anche come l’isolata antica parrocchiale di Sant’Antonino venne “abbandonata” per costruire il principale edificio religioso (con un’altra titolazione) nel nuovo centro urbano entro la cinta muraria. Se si osserva il paese nella sua posizione dominate, ancora oggi è possibile riconoscere la struttura fortificata e urbana medievale nel complesso costituito dalla torre e da una serie di abitazioni, un tempo racchiuse da un recinto rettangolare. La torre, in particolare, presenta somiglianze con quelle dei centri limitrofi di Olmo Gentile e Vengore (anch’essi possedimenti degli Scarampi) per la sua conformazione architettonica: si erge su una base quadrata e scarpata, si compone nella parte alta di strette feritoie e piccole finestre, e conserva all’interno una cisterna, un camino, un lavandino nel corpo di guardia e un forno, segni del suo utilizzo duraturo.
L’antica parrocchiale di Sant’Antonino fu eretta sulla sommità di una collina dove probabilmente ebbe origine il primo insediamento. La chiesa conserva uno straordinario aspetto romanico che domina l’attuale area cimiteriale ed è costituita da un’unica ampia navata che termina in un’abside semicilindrica e da una caratteristica facciata a spioventi.
La primitiva chiesa romanica ha sempre suscitato particolare interesse per la lavorazione dei materiali con i quali fu edificata, utilizzando una pietra arenaria locale composta in tagli regolari e disposta ordinatamente, che testimonia una specializzata maestria tecnica. Questa abilità artigianale è evidenziata da alcune iscrizioni presenti su due blocchi di pietra incastonati nella parete esterna dell’abside.
Alla fine del Cinquecento, considerata già antiquata, la chiesa fu destinata all’officio delle messe per i defunti e nel corso del secolo successivo subì lavori di rimaneggiamento e restauro, che compresero anche la sostituzione del tetto originale in capriate lignee. Dalla fine del Settecento, la chiesa rimase senza tetto per circa un secolo, fino a un intervento tardo ottocentesco che ha comportato anche l’innalzamento della parte superiore dell’abside e l’inserimento di finestre moderne.
L’abside semicilindrico conserva un prototipo compositivo di pittura tardogotica, ovvero un modello devozionale molto diffuso e riprodotto nei territori di dominazione carrettesca nel corso del XV secolo: un gaissimo Cristo in Gloria campeggia nel catino absidale, attorniato dai quattro Evangelisti, nel registro sottostante sono disposti gli Apostoli e la zoccolatura è resa con un finto velario rosso agganciato a una trave di legno.
Nonostante i successivi restauri pittorici, che risultano massicci e in parte invasivi, e il furto della fascia pittorica intermedia raffigurante gli Apostoli, la decorazione pittorica si attesta alla fine del Quattrocento e può appartenere a quella specifica cultura piemontese-ligure, che presenta particolari similitudini con la produzione del Maestro di Roccaverano (che opera in contesti geografici molto vicini) e di anonime botteghe itineranti. Si riconoscono infatti innumerevoli affinità stilistiche e compositive, non solo negli apparati decorativi (come la variopinta cornice conosciuta come a “foglia di lattuga” dell’intradosso), ma anche nella particolare resa scultorea dei troni-leggii degli Evangelisti e nella disposizione degli Apostoli.
Un ignobile furto
La fascia intermedia della decorazione pittorica dell’abside in origine rappresentava i Discepoli di Gesù Cristo: questi erano raffigurati stanti, di tre quarti, a dimensioni reali e osservabili nel campo visivo del fedele, descritti nei loro attributi iconografici, muniti di un cartiglio iscritto svolazzante e inseriti in una serie di archi a tutto sesto. Nell’estradosso di ogni archetto era poi indicato il nome dell’Apostolo.
Nell’inspiegabile silenzio della comunità e delle istituzioni, negli anni Ottanta del Novecento la fascia pittorica raffigurante gli Apostoli fu asportata dalla superficie muraria lasciando alcuna traccia. Oggi, osservando con attenzione la muratura, si possono scorgere labili tracce di alcuni pigmenti, unici residui della violenta operazione di strappo dell’affresco. Fortunatamente sopravvive una testimonianza del ciclo pittorico integro in alcune fotografie d’epoca, tra cui una del fotografo Bianco di Cortemilia, conservata nelle carte dell’Archivio storico diocesano di Acqui Terme (al cui distretto ecclesiastico Perletto è sempre appartenuto). Tuttavia, fino ad ora, nessuna cronaca locale o documento storico è emerso per spiegare i motivi di questo ignobile furto, né è nota l’attuale collocazione dell’affresco mancante.
3,50€
La salvietta solidale che elimina gli sprechi e grazie alla delicatezza della fibra di bambù è indicata anche per pelli sensibili e delicate come quelle dei bambini.
È stata pensata per sostituire i dischetti di cotone usa e getta e si usa allo stesso modo, l’unica differenza è che non si deve buttare dopo l’utilizzo, ma basterà lavarla e riutilizzarla!
Si può utilizzare con qualsiasi tipo di struccante, per make-up difficile da rimuovere consigliamo di inumidirle, tamponare delicatamente le palpebre e poi procedere come di consueto con lo struccante.
Si lava a 30-40° in lavatrice o a mano e se il trucco non è troppo ostinato puoi anche sciacquarla subito dopo l’utilizzo e lasciarla asciugare per una notte! Niente di più semplice!
È parte di un importante progetto solidale! Realizzate nel laboratorio sartoriale della Cooperativa Sociale Oikos rappresentano una opportunità lavorativa per le donne del carcere femminile di Vigevano.
Utilizzala come i normali dischetti struccanti.
Puoi lavarla a 30-40° in lavatrice o a mano e se il trucco non è troppo ostinato puoi anche sciacquarla subito dopo l’utilizzo e lasciarla asciugare per una notte.
Dimensioni: 10 x 15 cm
La Petite Niçoise
1889
Œuvre de Berthe Morisot (1841-1895)
Huile sur toile
Acquis en 1907
Musée des Beaux-Arts de Lyon
Berthe Morisot est la plus connue des trois femmes peintres qui ont participé au mouvement impressionniste.
Elle a d'abord été l'élève du peintre lyonnais Guichard, a ensuite connu Fantin-Latour, Corot puis Manet dont elle a épousé le frère en 1874. Vers la fin de sa carrière, elle a été proche de Renoir qui l'a beaucoup influencé.
Edouard Manet l'a peinte dans son tableau Le Balcon (vu au musée d'Orsay à l'occasion de l'exposition sur la mode).
L'art de Berthe Morisot est intimiste et sensible, elle peint fréquemment les personnes qui l'entourent mais s'intéresse également aux paysages.
Cette œuvre, appelée la Petit Niçoise, aux couleurs raffinées, représente une jeune fille brune, habillée d'un chemisier bleu avec une rose à la boutonnière, posant devant un paysage montagneux comme on en trouve dans l'arrière-pays niçois.
Ce portrait, plein de grâce et sans accessoires inutiles, évoque, mieux que beaucoup d'autres, le sud de la France et la beauté des femmes de cette région.
2015 Retromobile (fevrier) Paris
Hispano Suiza H6B Cabriolet par Million Guiet - 1925
Vendue sans carte grise
Châssis n°11138
Moteur n°301166
- Une des plus belles créations de Million Guiet
- Moteur d'origine
- Une gagnante potentielle de concours d'élégance
Conçue par Marc Birkigt, l'Hispano Suiza H6, 32 CV, est présentée au Salon de l'Auto de Paris d'octobre 1919. Cette voiture fait sensation par la beauté de son dessin, ses performances, son freinage, son confort et sa qualité de fabrication. Le moteur qui l'équipe est un six cylindres en alu de 6,6 litres de cylindrée d'une puissance de 135 ch à 2400 tr/mn ce qui en fait une voiture suffisamment puissante pour que certains clients l'engagent pour des courses de tourisme. Un des atouts de la H6 est son système de freinage sur les quatre roues, assisté par un servo-frein conçu et breveté par Marc Birkigt. A partir de 1924, l'usine propose un modèle équipé d'un moteur de 8 litres : la H6C de 46 CV, la 32 CV devenant H6B. Environ 2450 Hispano H6, de tous types, vont être produites, jusqu'au début des années 30, par l'usine de Bois Colombes. La liste des propriétaires d'Hispano est un condensé du Bottin Mondain et de l'Almanach de Gotha, on y trouve des rois : celui d'Espagne, de Suède,⦠des Maharadjahs, des membres de la haute noblesse de France et d'Europe, des banquiers et industriels dont la famille Rothschild, les Vanderbilt, André Citroën, Edsel Ford⦠L'Hispano Suiza était la meilleure voiture des années vingt et sans conteste la reine de la route.
Le premier propriétaire de cette Hispano Suiza 32 CV est Eugène Lorthiois. Les Lorthiois sont une grande famille du nord de la France qui a fait fortune dans l'industrie textile. Parti d'un simple peigneur de laine, en 1780, l'empire textile se compose au début du XXème siècle de plusieurs usines qui produisent des tissus d'ameublement, des velours et des Jacquard mais aussi des laines et des fils de coton. Eugène Lorthiois nait le1er janvier 1880 et il est évidemment destiné à travailler dans l'entreprise familiale. Devenu industriel de la laine à Tourcoing où il demeure, il est amateur de belles voitures et aussi un sportsman accompli qui est membre de l'Aéro-Club du Nord et du Polo Club du Nord de la France.
C'est le 16 mars 1925 que le châssis n°11138 avec le moteur n°301166 sort de l'usine de Bois Colombes. Il est envoyé chez Lafond, l'agent lillois d'Hispano Suiza à qui Eugène Lorthiois a passé commande. Ce châssis va bien entendu être carrossé, mais malgré nos recherches, nous n'avons pas retrouvé le nom de celui qui va habiller ce châssis. Il est probable qu'Eugène Lorthiois fasse appel à Edouard Spinnewyn, un carrossier de Tourcoing, un bon faiseur, qui travailla sur de nombreux châssis de grand luxe tels que Voisin, Farman et Hispano et qui remporta plusieurs récompenses lors de concours d'élégance. 11138 est livré à son propriétaire au début de l'été 1925.
Le 16 juin 1929, Eugène Lorthiois meurt dans un accident de voiture à Roeselare en Belgique. Après ce décès, l'Hispano est vendue à Pierre de Vizcaya qui, après avoir été pilote sur Bugatti, est gérant du garage Marbeuf à Paris. Il deviendra peu de temps plus tard un des directeurs de la Société commerciale de vente Hispano Suiza. La 32 CV est révisée et est équipée du nouveau type de radiateur à volets thermostatiques puis elle est envoyée chez Million Guiet pour recevoir une nouvelle carrosserie. Le choix de Million Guiet n'est pas fortuit : Jean de Vizcaya, le frère de Pierre, collabore avec ce carrossier qui fabrique, sous licence, des caisses " Toutalu " qu'il a conçu.
Pierre de Vizcaya souhaite un cabriolet deux places dont le style s'inspire des lignes des voitures américaines qui sont alors à la mode.
L'Hispano est prête à la fin du printemps 1930. Le dessin de la carrosserie est une véritable réussite. D'une rare élégance, très racé, ce cabriolet dégage à la fois une impression de sport et aussi de confort qui ne peut pas laisser insensible l'amateur de belles voitures. Pierre de Vizcaya l'inscrit aux deux concours d'élégance parisien: l'Auto qui se déroule au Parc des Princes le 6 juin 1930 et Fémina l'Intransigeant, le 27 juin. Afin d'avoir une ligne encore plus harmonieuse, 11138 retourne chez Million Guiet pour une modification de son pare-brise qui est légèrement incliné, elle est ensuite immatriculée 282-RE3 en juillet 1930. Pierre de Vizcaya va conserver son cabriolet quelque temps puis, au cours des années trente, il passera entre les mains de différents propriétaires parisiens dont Jacques de Chefdebien, Yvonne Marlière, Henri Janssens. On retrouve 11138 après guerre, quand elle est acquise par Henri Bréau. Henri Bréau est né en 1900, c'est une ancienne gloire des vélodromes où il a remporté de très nombreux prix. Surnommé " la grenouille ", il possède un palmarès assez impressionnant avec pour titres de gloire : champion de France demi-fond 1928 et une 2ème place au championnat du monde de piste la même année. Retraité des pistes, Henri Bréau se lance dans la fabrication de jantes pour cycles dans des ateliers qu'il possède à Montrouge, au 6 - 10 rue la Fontaine. S'inspirant des réalisations d'après-guerre de certains carrossiers français, tels que Saoutchik, Henri Bréau commence à personnaliser son cabriolet en l'affublant d'accessoires qui, au fil du temps, seront de plus en plus nombreux. D'abord une calandre pare-pierre, puis des chapeaux de roues, des couvre boulons, des extensions d'ailes, des phares additionnels, des supports de phares, des arrêtes d'ailes, etc. Le mieux étant l'ennemi du bien, l'Hispano se transforme peu à peu en " voiture de cirque ", pas forcément du meilleur goût. Mais Henri Bréau, très fier de sa voiture, la présente au concours d'élégance d'Enghien les Bains en juin 1949. Il continue et parachève son Åuvre par une modification du capot moteur en l'élargissant pour permettre l'installation de bouches d'aération de chaque côté de la calandre. Le 20 juillet 1950, l'Hispano est immatriculée 6038 J 75 dans le nouveau système qui vient juste d'être mis en place, elle est toujours au nom d'Henri Bréau à Montrouge.
Le 5 mai 1955, la voiture est vendue à un certain Etienne Crespin qui ne la garde qu'une année puis la vend, le 21 juin 1956, au garage du Grand Nord à Ivry-sur-Seine. Quelques temps plus tard, Robert Cornière, amateur de belles voitures et collectionneur de la première heure, découvre l'Hispano au fond d'un garage de Montrouge. Il l'achète le 11 juin 1958, et la première chose qu'il fait est de débarrasser la belle de ses oripeaux afin que la carrosserie Million Guiet retrouve sa beauté initiale. Robert Cornière est plus intéressé par les Voisin et les Bugatti et le 8 avril 1967, il vend l'Hispano à Roger Baillon.
Depuis cette époque, la voiture fut remisée dans les garages de la propriété de Roger Baillon qui aimait particulièrement cette automobile. Il est touchant de voir que lors de sa découverte en 2014, la roue arrière droite était prête à être démontée avec son démonte moyeux d'époque encore fixé, et Roger Baillon qui réparait toujours ses autos en costume cravate avait commencé à refaire les bas-volets du capot. C'est une occasion unique de restaurer une Hispano-Suiza arborant une des plus belles carrosseries cabriolet deux places françaises jamais construites.
♫♪♫ "Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so
lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho." ♫♪♫
Ho bisogno di un mondo in cui chi è differente da me non abbia a vergognarsi mai!
Chiedo di vivere in un paese in cui ad abbassare la testa siano le persone che veramente hanno commesso cose di cui vergognarsi!
Vorrei una città colorata nella quale le differenze suscitino curiosità anzichè diffidenza!
Milano: cominci a commuovermi :-)
[il mio ringraziamento va alla mia giunta comunale tutta, si rivolge all'arcivescovo Tettamanzi che è una gran persona, ma in particolar modo ringrazio col cuore tutti quanti gli allegri carovanieri coi quali mi sono divertito tantissimo, insieme]
Scattata per l'Happy Bokeh Wednesday 11 NOVEMBRE 2009
Italian Girls Photographers / Fotografe Italiane
All'ultimo momento utile, non avendo lettere postali nè bigliettini vari (li ho tutti giù, qui a Bologna ho davvero poco :°), ho pensato alle lettere intese proprio come lettere dell'alfabeto! : )
all'inizio non riuscivo neanche ad inventare qualcosa di originale... poi ho pensato a questo braccialetto! Sono andati tanto di moda l'estate scorsa: questo l'ho acquistato in Calabria, insieme ad un altro "gemello" che presi per mia sorella (;*).
"ELLA" (lei mi chiama così da quando è riuscita a pronunciare le prime paroline (Rossella era davvero troppo complicato! :P) è il mio nome preferito ^_^
Become fan on Facebook ---> Meditative Rox pictures
Taormina is a comune and small town on the east coast of the island of Sicily, Italy, in the Province of Messina, about midway between Messina and Catania. Taormina has been a very popular tourist destination since the 19th century. It has popular beaches (accessible via an aerial tramway) on the Ionian sea, which is remarkably warm and has a high salt content. Taormina can be reached via highways from Messina from the north and Catania .Just south of Taormina is the Isola Bella, a nature reserve. Tours of the Capo Sant' Andrea grottos are also available. Taormina is built on an extremely hilly coast, and is approximately a forty-five minute drive away from Europe's largest active volcano, Mount Etna.
Taormina è un comune di 10.991 abitanti della provincia di Messina. E' uno dei centri balneari di maggiore rilievo di tutta la regione. Il suo aspetto, il suo paesaggio, i suoi luoghi, le sue bellezze riescono ad attirare turisti provenienti da tutto il mondo.
Situata su una collina a 206 m di altezza sul livello del mare , sospesa tra rocce e mare su un terrazzo del monte Tauro, in uno scenario di bellezze naturali unico per varietà e contrasti di motivi , splendore di colori e lussureggiante vegetazione . Il clima è dolcemente mite , piogge scarse durante l'estate, ma non si tratta di un clima arido. Molto belle le mezze stagioni , Primavera e Autunno infatti vantano un clima ideale mite.
La storia di Taormina è sicuramente costellata da molteplici dominazioni, e questo è possibile vederlo passeggiando per le strade del centro storico che mostrano i segni lasciati dai vari popoli passati per Taomina. Essendo situata al centro del mediterraneo la Sicilia fu sempre una preda ambita per la sua posizione strategica di passaggio,situata sulla parte est e in posizione fortificata su una collina permetteva già da allora di controllare buona parte della costa ionica e ha sempre rappresentato un ottimo punto di fortificazione e controllo nelle stradegie di guerra. Dopo aver attestato l'esistenza di una sede di siculi ( antichi abitanti dell'isola, detti anche sicani) presso Taormina, per certo vi passarono e vi lasciarono le loro tracce I Greci, i Romani, i Saraceni, dunque gli Arabi, i Bizantini ,I Normanni , Gli Aragonesi , e per ultimi i Borboni.
Font : Wikipedia
Sull'origine di Taormina (Tauromenion, Tauromenium) molte sono le notizie, ma incerte per documentazione e poco attendibili.
Diodoro Siculo nel 14° libro attesta che i Siculi abitavano la rocca di Taormina, vivendo di agricoltura e di allevamenti di bestiame, già prima dello sbarco dei greci di Calcide Eubea nella baia di Taormina (753 a.C.), dove alle foci del fiume Alcantara, fondarono Naxos (odierna Giardini Naxos), la prima colonia greca di Sicilia. Dionisio di Siracusa ,di origine dorica,ed alleato di Sparta nella guerra contro Atene, tollerò per un po' la presenza degli Ionici di Calcide Eubea a Naxos,alleati di Atene, ma poi mosse contro di essi che andarono ad occupare la parte a valle del Monte Tauro in, cui vivevano i Siculi insieme ad altri jonici che si erano precedentemente lì insediati da Naxos.Ma negli anni della XCVI Olimpiade (396 a.C.)i nassioti in massa, minacciati da Dionisio, tiranno di Siracusa, si trasferirono a Tauromenion, spinti da Imilcone, condottiero dei Cartaginesi, alleato degli jonici contro i dorici, perché il colle era da considerarsi fortificato per natura.
Volendo il tiranno di Siracusa riprendersi con violenza il territorio dei Tauromenitani, essi risposero che apparteneva loro di diritto, poiché i propri antenati greci ne avevano già preso possesso prima di loro stessi, scacciando gli abitatori locali.Afferma Vito Amico che la suddetta versione sulle origini di Taormina fornita da Diodoro è contraddetta nel 16° libro, quando sostiene che Andromaco, dopo l'eccidio di Naxos del 403 a.C., radunati i superstiti li convince ad attestarsi nel 358 a.C. sulle pendici del vicino colle "dalla forma di toro", e di conseguenza il nascente abitato prese il nome di Tauromenion, toponimo composto da Toro e dalla forma greca menein, che significa rimanere.
Mentre le notizie fornite da Cluverio concordano con la seconda versione di Diodoro, Strabone narra che Taormina abbia avuto origine dai Zanclei e dai Nassi. Ciò chiarirebbe in qualche modo l'affermazione di Plinio il quale afferma che Taormina in origine si chiamava Naxos.
Testimone Diodoro Siculo, Taormina, governata saggiamente da Andromaco, progredisce, risplendendo in opulenza e in potenza. Nel 345 Timoleone da Corinto, sbarca e raggiunge Tauromenium, per chiedere l'appoggio militare al fine di sostenere la libertà dei Siracusani.
Più tardi troviamo Taormina sotto il dominio del tiranno siracusano Agatocle, che ordina l'eccidio di molti uomini illustri della città e manda in esilio lo stesso Timeo, figlio di Andromaco. Anni dopo soggiace a Tindarione e quindi a Gerone, anch'essi tiranni Siracusani.
Taormina rimane sotto Siracusa fino a quando Roma, nel 212 a.C., non dichiara tutta la Sicilia provincia Romana. I suoi abitanti sono considerati alleati dei Romani e Cicerone, nella seconda orazione contro Verre, accenna che la Città è una delle tre Civitates foederataee la nomina "Civis Notabilis " erroneamente tramandato ,poi, come "Urbs notabilis". In conseguenza di ciò non tocca ai suoi abitanti pagare decime o armare navi e marinai in caso di necessità. Nel corso della guerra servile (134 – 132 a.C.) Tauromenium è occupata dagli schiavi insorti, che la scelgono come caposaldo sicuro. Stretti d'assedio da Pompilio, resistono a lungo sopportando anche la fame e cedendo soltanto quando uno dei loro capi, Serapione, tradendo i compagni, lascia prendere la roccaforte.
Nel 36 a.C. nel corso della guerra fra Sesto Pompeo ed Ottaviano, le truppe di quest'ultimo sbarcano a Naxos per riprendere la città a Sesto Pompeo che l'ha in precedenza occupata. Per ripopolare Tauromenium, dopo i danni della guerra subita, ma anche per presidiarla Ottaviano, divenuto Augusto, nel 21 a.C. invia una colonia di Romani, a lui fedeli, e nel contempo ne espelle gli abitanti a lui contrari.
Strabone parla di Tauromenion come di una piccola città, inferiore a Messina e a Catania. Plinio e Tolomeo ne ricordano le condizioni di colonia romana.
La città scritta
Quanto è brutto vedere la città deturpata da scritte, disegni o altro! Oltre al fastidio che provo davanti a questi graffiti mi sorgono spontanee molte domande poichè questa cattiva abitudine non è recente. A Pompei, sui muri vecchi di duemila anni, si possono ancora vedere scritte che offendono un oste per il suo pessimo vino, a Roma il famoso Pasquino, rimasto sconosciuto, criticava allo stesso modo l’oppressione clericale.
Si può concludere che scrivere sui muri sia una forma di protesta? Non direi, o almeno non sempre. Talvolta potrebbe indicare un disadattamento, una difficoltà, il desiderio di lasciare un segno della propria presenza come avvenne per i soldati napoleonici che, con le loro baionette, incisero i nomi sulla Sfinge.
Ieri sono stata a una lecture (una conferenza insomma), di una signora piuttosto particolare. La signora in questione e’ Madelon_Vriesendorp, nonche’ co-fondatrice negli anni 70 del gruppo OMA, nonche’ moglie di Rem_Koolhas.
Madelon si e’ occupata delle ilustrazioni di Delirious New York, i due grattacieli che sfiancati da una notte di sesso giacciono sul letto l’uno a fianco all’altro sono proprio suoi. Oltre che illustratrice irriverente la signora_Vriesendorp e’ una eccezionale collezionatrice di oggetti. In particolarmodo, souvenir. Enormi quantita’ di torri, grattacieli, bambole, alieni, oltre che parti di corpi umani, orecchi, labbra, peni e vagine ingombrano la casa, i tavoli ne sono ricoperti, ogni ripiano. La quantita’, la massa trasforma in vibrazione il senso di tutti questi oggetti a forte vocazione simbolica. Per essere un creativo devi avere un buon cervello ed avere un lago di spazzatura attorno, insomma.
Durante la lecture, Madelon ha raccontato un episodio della sua adolescenza, cercando di spiegare in qualche modo l’indole olendese. Di trovare qualche radice, forse per questo estremo senso di attaccamento agli oggetti, per il suo fantasioso collezionismo.
Un’estate la famiglia si era ritirata in un cottage nel nord dell’olanda, una famiglia numerosa, fratelli e sorelle. Una delle sorelle aveva portato con se il fidanzato. La signora avra’ un 60 anni, si sa gli olandesi erano avanti nei costumi. Ebbene, i due ebbero una discussione e lui se ne ando’sbattendo la porta. Era a piedi, in mezzo al nulla della campagna olandese. Comincio’ a camminare, senza voltarsi. In linea retta. Dopo un’ora ancora potevano vederne la figura. Dopo due, era ancora li’. I ragazzi si urlavano per la casa, e’ ancora li’? Si, posso ancora vederlo. Solo dopo ore, e molto lentamente, la figura piano piano scomparve. Eppure, i suoi passi dritti, tutto quel pestare sull’erba. Non aveva cambiato niente. Le sue impronte non cambiavano di una virgola quell’oceano di verde. Un volta scomparso, era come se mai fosse stato li’.
Io ho avuto la fortuna di viverci per un po’ in Olanda, tra le mucche. E l’Olanda e’ un posto che ti rimane nel cuore, affascinante. Certo brutto. Ma tutto quello che c’e’ di bello – e di bello c’e’ tantissimo, e’ stato l’uomo che se l’e’ costruito. Un luogo altamente artefatto. Per questo la cultura del fare, e’ tanto forte e sofisticata, da quelle parti. Forse per costruire qualcosa nel cuore di Madelon ci vogliono grattacieli, e quintali di oggetti polverosi che nessuno spolvera mai.
Io ieri ho pensato per un attimo solo, di alzarmi in piedi e gridare. Un atto panico. Lo sanno tutti che tuo marito ha un amante ad Amsterdam. E’ alta bionda ha vent’anni meno di te e si accompagna con lui ai ristoranti vietnamiti proprio dietro il mio ufficio! Ma la signora era troppo dolce, con i suoi capelli bianchi e gli occhiali da lettura, e la sua collezione troppo curiosa, la voce della figlia troppo gutturale. E io, in fondo ho ancora troppe speranze di finire come lei.
Una mattina mentre andavo in auto verso Colfiorito (Marche), mi ritrovai sulla strada delle Casette di Cupigliolo. Il sole era sorto da poco (dovevano essere circa le 6 o 7), ne ho approfittato per fare benzina prima di raggiungere la mia meta e quand'è che mi volto, noto questa splendida e fresca visuale mattutina.
Ho voluto posizionare la macchina fotografica a distanza di circa 7 cm da terra dando un'importanza degna alla strada, contenendo anche una piccola porzione di cielo per contrastare i margini degli Appennini umbro-marchigiani, in questo modo l'occhio è invitato dalla strada a seguire le linee compositive.
Nella fase della post-produzione ho voluto dare un color grading "Orange and Teal" (più personalizzato) il quale va di moda in questo periodo nelle produzioni cinematografiche sopratutto nei titoli action (ad esempio i nuovi film della Marvel).
I colori giocano un fattore molto importante in questa fotografia: il cyano ha una dominanza maggiore (sopratutto nella strada, la quale prende subito un punto di interesse per l'occhio) contrastato dall'arancione molto saturato nella zona centro-orizzontale.
In fine il contrasto fra i margine dei monti e il cielo.
Holaaaaaaaaaaaaa passate bene le feste? Si? bene il mondo ha festeggiato a suo modo l'arrivo del nuovo anno ma sempre quello rimane...non cambia mica...
Ognuno di noi vede il mondo com'è e vede il mondo come dovrebbe essere. Ma non vede quello che vedono tutti, la profonda ingiustizia che c'è nel mezzo.
e ce ne sono ..avoja se ce ne sono ....Gli occhiali colorati confondono spesso la visione originale.....e pazienza se c'è chi vive nel grigio....basta che i miei siano iridescenti....per il resto si fotta il mondo...
Negli anni cinquanta e sessanta la Citroën era riuscita ad ottenere un enorme successo di vendite con la sua 2CV, una vettura spartana ed essenziale pensata per motorizzare il ceto medio francese, già nei primi anni trenta. Tuttavia l'avvento della Renault 4, vettura dalle caratteristiche analoghe, e il successo che riscosse anch'essa, si rivelarono una minaccia per l'egemonia commerciale della "2CV" che cominciava a soffrire per il suo design un po' datato. Perciò la Citroën pensò di affiancare alla "2CV" una vettura dalle caratteristiche simili, ma con un design più moderno.
Nacque così la Dyane, praticamente una 2CV con carrozzeria dalle linee più tese e, per l'epoca, moderne. L'origine del nome Dyane è controverso: dal momento che è stata progettata e realizzata in collaborazione con la Panhard, si pensa che il nome sia stato frutto della Panhard stessa, che aveva brevettato tutti i nomi che iniziavano con le lettere "Dy". Altri suppongono invece che Dyane derivi dal nome della dea romana Diana, un po' come già era successo con la DS Pallas. Presentata alla stampa il 28 agosto 1967, la Dyane cominciò ad essere regolarmente commercializzata un mese più tardi. La Dyane ottenne un buon successo nell'arco di oltre 16 anni di produzione.
Inizialmente commercializzata semplicemente come Dyane, a partire dal 1971, seguì la stessa sorte commerciale della 2CV, ossia fu proposta in due diverse motorizzazioni, e con due denominazioni: Dyane 4 e Dyane 6. La Dyane 4 rimase in produzione fino alla seconda metà degli anni settanta, dopodiché fu tolta di produzione per lasciare campo libero unicamente alla Dyane 6, che nei primi tempi di commercializzazione in Italia portava la denominazione Dyanissima, per poi uniformarsi in seguito agli altri mercati europei.
Nel contempo fu proposta anche la Acadiane, versione furgonata della Dyane, per usi commerciali, che riscosse anch'essa un certo successo presso i commercianti, principale settore di clientela a cui la Acadiane era dedicata. Era in pratica simile alla 2CV furgonata, con la differenza del corpo vettura anteriore, preso pari pari dalla Dyane berlina. L'epilogo produttivo della Dyane era stato deciso per il dicembre 1983, ma non si fece in tempo ad esaurire le scorte dei pezzi e, pertanto, gli ultimi 570 esemplari uscirono dalle catene di montaggio nel gennaio 1984, mentre quella della 2CV continuò per altri 6 anni, forte dell'immensa popolarità acquisita. Oggigiorno, forse non è forte della fama della 2CV, ma sono nati alcuni sodalizi anche in suo ricordo. In pratica, quindi, anche la Dyane è riuscita a conquistare un piccolo posto nel cuore degli appassionati.
Dernière salle de l'exposition avec à droite "la brouette d'Oscar Dominguez et de Marcel Jean" dans laquelle Man Ray a photographié, en 1937, Sonia, un mannequin de la couturière Madeleine Vionnet, allongée et portant une de ses robes du soir en lamé
Cette photo de Man Ray, devenue une image culte du mouvement surréaliste, est la dernière de l'exposition.
Cette dernière salle est la plus réussie de cette exposition à la scénographie plutôt austère et sombre où dominent le gris et le noir.
Les robes des grands couturiers, avec lesquels
Man Ray a travaillé, rendent un peu plus attractive cette présentation de photographies souvent peu connues mais pas toujours très intéressantes.
Explorant pour la première fois l’œuvre de Man Ray sous l’angle de la mode, l’exposition met en lumière ses travaux réalisés pour les plus grands couturiers – Poiret, Schiaparelli, Chanel – et les plus grandes revues – Vogue, Vanity Fair et Harper’s Bazaar. Alors que la photographie de mode balbutie encore, Man Ray développe dès 1921 une esthétique nouvelle et moderne, faite d’inventivité technique, de liberté et d’humour. Extrait du site de l 'exposition
Site de l'exposition "Man Ray et la Mode, Musée du Luxembourg, Paris
Huipil / Tunique longue (à droite) avec jupe, Manteau en coton avec Huipil brodé (à gauche)
communauté mazatèque
Huautla de Jimenez, Oaxaca, Mexique
Coton avec rubans de satin appliqués et bordure en croquet, broderie et dentelle
Jupe en tissu synthétique de Coyoacan, Mexico
Avant 1954
Musée Frida Kahlo, Mexique
"Pour la première fois en France et en étroite collaboration avec le Museo Frida Kahlo, l’exposition "Frida Kahlo, au-delà des apparences" rassemble plus de 200 objets provenant de la Casa Azul, la maison où Frida est née et a grandi : vêtements, correspondances, accessoires, cosmétiques, médicaments, prothèses médicales... Ces effets personnels ont été mis sous scellés au décès de l’artiste, en 1954, par son mari le peintre muraliste mexicain Diego Rivera, et ont été redécouverts cinquante ans plus tard, en 2004. Cette précieuse collection - comprenant des robes traditionnelles Tehuana, des colliers précolombiens que Frida collectionnait, des exemplaires de corsets et de prothèses peints à la main... - est présentée, avec des films et photographies de l’artiste, pour constituer un récit visuel de sa vie hors-normes."
Extrait du site de l'exposition "Frida Kahlo, au-delà des apparences", Palais Galliera, musée de la mode de la ville de Paris
www.palaisgalliera.paris.fr/fr/expositions/frida-kahlo-au...
Malgré la sur-exploitation de l'histoire intime et artistique de Frida Kahlo dont les ayants droit ont fait, depuis les années 2000, une "sainte laïque", l'exposition présentée au Palais Galliera permet de mieux comprendre comment elle a su construire son image en jouant sur sa mexicanité et en affrontant ses très graves problèmes de santé. Les robes traditionnelles qu'elle portait sont très bien mises en valeur comme ses bijoux, parfums et accessoires de mode. L'exposition de ses corsets décorés et de sa jambe orthopédique laisse néanmoins mal à l'aise. La partie chronologique est un peu trop détaillée car on a pu voir et lire de nombreux documents à ce sujet mais c'est surtout la scénographie qui est inadaptée. Manquant de place au sous-sol, les commissaires ont choisi de placer les images et documents décrivant les moments importants de sa vie dans un couloir semi-circulaire très étroit, ce qui, en période d'affluence, empêche le public de circuler normalement. Au lieu d'aménager l'étage noble pour présenter la chronologie dans un espace réservé à cet effet, et laisser un peu moins de place aux créations contemporaines inspirées par Frida Kahlo, les commissaires ont fait un choix incompréhensible au détriment du public et au profit de la boutique dont les locaux ont été étendus car de nombreux produits dérivés sont en vente. Ces choix commerciaux jettent une ombre sur les buts réels de cette exposition itinérante, où on apprend aussi que Frida Kahlo admirait Staline autant que Trotski, ce qui accroitra certainement la perplexité du public à son égard.
Coiffures pour cheveux de longueur moyenne sont incroyablement varié! Ils peuvent inclure des boucles swishy, vagues sinueuses à la mode, l’élégance lisse et élégant et updo sophistication, il est donc une grande longueur de cheveux à choisir si vous aimez passer! De votre coiffure
Et bie...
coiffure-francais.com/16-coiffures-pour-branche-medium-lo...
Milano, 7 gennaio 2012
Stazione Centrale
la Milano da bere.
Una grande città è in qualche modo l'immagine di una Nazione, con i suoi controsensi, contrasti, contraddizioni, abbagli...
un'Italia a due marce, a due tempi, un'Italia che sfoggia il progresso e l'avanguardia e il futuro e lascia dietro le scie di chi si perde o non ce la fa. Perché è solo, non ha famiglia, lavoro, perché la vita lo ha tramortito o dimenticato all'angolo.
Da non crederci: io non li avevo visti! sono un po' in disparte è vero, ma santo cielo sono lì a due passi da noi, che corriamo come forsennati dietro ai nostri progetti, dietro le scale mobili, dietro a un tram senò perdiamo la corsa.
Credo che i nostri occhi non vogliono vedere, che è meglio.
questo è.
"sono qua in giro per la città
e provo con impegno a interpretare la realtà
cercando il lato buono delle cose
cercandoti in zone pericolose
ai margini di ciò che è convenzione
di ciò che è conformismo di ogni moralismo yeahhh
e il mondo mi somiglia nelle sue contraddizioni
mi specchio nelle situazioni..."
Cannoli are Italian pastry desserts. The singular is cannolo (or in the Sicilian language cannolu), meaning "little tube", with the etymology stemming from the Latin "canna", or reed. Cannoli originated in Sicily and are a staple of Sicilian cuisine.Cannoli come from the Palermo area and were historically prepared as a treat during Carnevale season, possibly as a fertility symbol; one legend assigns their origin to the harem of Caltanissetta. The dessert eventually became a year-round staple throughout Italy.
I cannoli sono una delle specialità più conosciute della pasticceria siciliana. Come tale è stata ufficialmente riconosciuta e inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T) del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (Mipaaf).In origine venivano preparati in occasione del carnevale; col passare del tempo la preparazione ha perso il suo carattere di occasionalità ed ha conosciuto una notevolissima diffusione sul territorio nazionale, divenendo in breve un rinomato esempio dell'arte pasticcera italiana nel mondo.Si compone di una cialda di pasta fritta (detta scòrza e lunga da 15 a 20 cm con un diametro di 4–5 cm) ed un ripieno a base di ricotta di pecora. Per la scorza, si formano piccoli dischi di pasta (fatta di farina di grano tenero, vino, zucchero e strutto) che vengono arrotolati su piccoli tubi di metallo e poi fritti, tradizionalmente nello strutto, oggi anche in grassi meno costosi.Prima delle moderne leggi in materia d'igiene, la pasta veniva arrotolata su piccoli cilindri ottenuti ritagliando normali canne di fiume, che diedero così il nome al dolce. Il ripieno tradizionale consiste di ricotta di pecora setacciata e zuccherata. Al ripieno vengono poi aggiunti canditi o gocce di cioccolata, ed infine il dolce viene spolverato di zucchero a velo.I cannoli vanno riempiti al momento di mangiarli; questo perché, con il passar del tempo, l'umidità della ricotta viene assorbita dalla cialda facendole perdere la sua croccantezza. Per evitare questo inconveniente, alcuni pasticcieri rivestono la superficie interna del cannolo con cioccolato fuso: in questo modo, l'involucro non si impregna rimanendo croccante per più tempo.Il riferimento del nome è legato alle canne di fiume cui veniva arrotolata fino a pochi decenni fa la cialda durante la sua preparazione; quel che è certo è che il dolce fu inventato secondo una ipotesi in tempi remoti per festeggiare il carnevale.
Font : Wikipedia
Fonte dell'immagine: Il Lampo da Levante
Condizioni d'Uso: Avviso legale e condizioni per l’uso
In pratica, osservare i comandamenti dovrebbe collegarsi alla pratica della verità. Nell’osservare i comandamenti, si dovrebbe praticare la verità. Nel praticare la verità, non si dovrebbero violare i princìpi dei comandamenti né trasgredire i comandamenti stessi. Fai ciò che Dio esige che tu faccia. L’osservanza dei comandamenti e la pratica della verità sono interconnessi, non in contraddizione tra loro. Più pratichi la verità, più osservi l’essenza dei comandamenti. Più pratichi la verità, più comprendi la parola di Dio così come è espressa nei comandamenti. Praticare la verità e osservare i comandamenti non sono azioni contraddittorie, bensì interconnesse. All’inizio, solo dopo aver osservato i comandamenti l’uomo può praticare la verità e ottenere l’illuminazione dallo Spirito Santo. Ma questa non è l’intenzione originale di Dio. Dio ti chiede di venerarLo con tutto il cuore, e non semplicemente di tenere un comportamento corretto. Tuttavia devi osservare i comandamenti, almeno superficialmente. Gradualmente, attraverso l’esperienza, l’uomo ottiene una più chiara comprensione di Dio. Smette di ribellarsi a Dio e di resisterGli e smette di mettere in questione l’opera di Dio. In tal modo, l’uomo può rispettare l’essenza dei comandamenti. Pertanto, limitarsi a rispettare i comandamenti senza praticare la verità è inefficace e non equivale ad adorare Dio sinceramente, poiché non hai ancora raggiunto una reale statura morale. Se osservi i comandamenti senza la verità, ciò si riduce ad una rigida osservanza delle regole. Così facendo, i comandamenti diventano la tua legge, e questo non ti aiuta a crescere nella vita. Al contrario, essi diverranno un peso per te, e ti vincoleranno rigidamente come la legge dell’Antico Testamento, facendoti perdere la presenza dello Spirito Santo. Pertanto, solo praticando la verità puoi effettivamente osservare i comandamenti. Si osservano i comandamenti al fine di praticare la verità. Inoltre pratichi un maggior numero di verità mediante l’osservanza dei comandamenti. Ottieni una comprensione ancora maggiore del significato pratico dei comandamenti attraverso la pratica della verità. Lo scopo e il significato della richiesta perentoria di Dio che l’uomo osservi i comandamenti non sono quelli di seguire degli ordini, come l’uomo potrebbe immaginare, bensì ha a che fare con l’ingresso dell’uomo nella vita. Più cresci nella vita, più elevato è il livello della tua capacità di osservare i comandamenti. Sebbene i comandamenti debbano essere osservati dall’uomo, la loro essenza diventa evidente solo attraverso l’esperienza di vita dell’uomo stesso. La maggior parte delle persone pensa che osservare i comandamenti significhi che “tutto è già bell’e pronto, non resta altro che essere rapiti”. Questa è una fantasia assurda e non è la volontà di Dio. Quelli che fanno simili affermazioni non desiderano fare progressi e sono avidi delle cose della carne. È un’assurdità! Questo non è aderire alla realtà! Limitarsi a praticare la verità senza osservare i comandamenti in pratica non è la volontà di Dio. Questo genere di persone è disabile e procede come zoppicando su una gamba. D’altro canto, il mero fatto di osservare i comandamenti e di attenervisi rigidamente senza avere la verità equivale, parimenti, a non adempiere la volontà di Dio; come un uomo che vede solo da un occhio, anche questa è una forma di disabilità. Si può anche dire che se osservi scrupolosamente i comandamenti e raggiungi una chiara comprensione del Dio pratico, allora otterrai la verità. Da una prospettiva relativa, avrai raggiunto una reale statura morale. Pratichi la verità e dovresti praticare e osservare i comandamenti al tempo stesso, senza che le due cose siano in conflitto. La pratica della verità e l’osservanza dei comandamenti sono due sistemi, entrambi parte integrante dell’esperienza di vita di un individuo. Tale esperienza dovrebbe comprendere un’integrazione del rispetto dei comandamenti con la pratica della verità, non una separazione. Tuttavia, tra queste due cose ci sono sia differenze che connessioni.
La promulgazione dei comandamenti nella nuova età è una testimonianza del fatto che tutti gli uomini in questa corrente e tutti coloro che sentono la voce di Dio oggi sono entrati in una nuova età. Si tratta di un nuovo inizio per l’opera di Dio e dell’avvio dell’ultima parte dell’opera nel piano di gestione di Dio nel corso di seimila anni. I comandamenti della nuova età simboleggiano che Dio e gli uomini sono entrati nel regno di un nuovo cielo e di una nuova terra, e che Dio, proprio come Jahvè che ha operato tra gli Israeliti e Gesù che ha operato tra i Giudei, compirà un lavoro più pratico e svolgere un lavoro maggiore e più grande sulla terra. Simboleggiano anche che questo gruppo di uomini riceverà da Dio un ulteriore e più grande incarico e riceverà sostegno pratico, alimentazione, supporto, cura e protezione da Dio. Inoltre, saranno sottoposti a esercizi più pratici, saranno affrontati, spezzati e raffinati dalla parola di Dio. Il significato dei comandamenti della nuova età è piuttosto profondo. Essi suggeriscono che Dio apparirà realmente sulla terra e conquisterà l’intero universo sulla terra, rivelando tutta la Sua gloria nella carne. Suggeriscono anche che il Dio pratico sta compiendo un’opera più pratica sulla terra per perfezionare tutti coloro che Egli ha scelto. Inoltre, Dio compirà ogni cosa con parole sulla terra e renderà manifesto il decreto che “il Dio incarnato ascende alla sommità e viene magnificato, e tutte le genti e tutte le nazioni si inginocchiano per adorare Dio, che è grande”. Sebbene i comandamenti della nuova età debbano essere osservati dall’uomo, cosa che è dovere dell’uomo e scopo delle sue realizzazioni, il significato che essi rappresentano è di gran lunga troppo profondo per essere pienamente espresso in una o due parole. I comandamenti della nuova età sostituiscono le leggi del Vecchio Testamento e le ordinanze del Nuovo Testamento promulgate da Jahvè e Gesù. Si tratta di una lezione più profonda, non di una questione semplice come l’uomo potrebbe immaginare. I comandamenti della nuova età hanno un aspetto di significato pratico: servono da interfaccia tra l’Età della Grazia e l’Età del Regno. I comandamenti della nuova età mettono fine a tutte le pratiche e le ordinanze della vecchia età e pongono anche fine alle pratiche dell’età di Gesù e a quelle prima della nuova era.
[a] Essi portano l’uomo alla presenza del Dio più pratico e permettono all’uomo di cominciare a ricevere la perfezione personale di Dio, cosa che è l’inizio della via della perfezione. Pertanto, dovrete possedere un atteggiamento corretto nei confronti dei comandamenti della nuova età, guardandovi bene dall’osservarli con trascuratezza o dal disprezzarli. I comandamenti della nuova età sottolineano un punto: che l’uomo debba adorare il pratico Dio Stesso di oggi, il che significa sottomettersi all’essenza dello Spirito in modo più concreto. Sottolineano anche il principio mediante il quale Dio giudicherà l’uomo in quanto colpevole o giusto dopo che Egli apparirà come il Sole della rettitudine. I comandamenti sono più facili da capire che da mettere in pratica. Così, se Dio desidera portare l’uomo a perfezione, deve farlo attraverso le Sue parole e la Sua guida, l’uomo non può ottenere la perfezione solo attraverso la sua intelligenza innata. Il fatto che l’uomo possa o meno osservare i comandamenti della nuova età è in relazione alla conoscenza del Dio pratico da parte dell’uomo. Pertanto, che tu sia in grado di osservare i comandamenti o no, non è una questione che verrà risolta nel giro di pochi giorni. Si tratta di una lezione profonda.
La pratica della verità è un percorso mediante il quale la vita dell’uomo può crescere. Se non praticate la verità, possiederete solo la teoria e non avrete alcuna vita reale. La verità è il simbolo della statura morale dell’uomo. Che si pratichi o meno la verità è in relazione con il raggiungimento di una reale statura morale. Se non pratichi la verità e se non agisci rettamente o ti lasci sopraffare dalle emozioni e ti preoccupi della carne, allora sei ben lontano dall’osservanza dei comandamenti. Questa è la lezione più profonda. Ci sono molte verità cui l’uomo deve accedere e che deve comprendere in ogni età. Ma ci sono differenti comandamenti che accompagnano le verità in ciascuna età. La verità che l’uomo pratica è in relazione all’età e anche i comandamenti osservati dall’uomo sono in relazione all’età. Ogni età possiede le sue verità da mettere in pratica e i suoi comandamenti da osservare. Tuttavia, in base ai differenti comandamenti promulgati da Dio, cioè in base alle differenti età, lo scopo e l’effetto della pratica della verità differiscono in modo sostanziale. Si può dire che i comandamenti servano la verità e che la verità esista per alimentare i comandamenti. Se ci fosse solo la verità, non ci sarebbero cambiamenti nell’opera di Dio di cui parlare. Tuttavia, facendo riferimento ai comandamenti, l’uomo è in grado di identificare l’entità dinamica del lavoro svolto dallo Spirito Santo e può conoscere l’età in cui Dio opera. Nella religione, ci sono molte persone che possono mettere in pratica le verità esercitate dall’uomo dell’Età della Legge. Tuttavia, non hanno i comandamenti della nuova età e non possono osservare i comandamenti della nuova età. Essi osservano il vecchio approccio e restano esseri umani primitivi. Non sono accompagnati dalla nuova modalità di lavoro e non sono in grado di vedere i comandamenti della nuova età. In quanto tale, l’opera di Dio è assente. Essi sono come un uomo che regge in mano un guscio d’uovo vuoto: non c’è spirito se non c’è un pulcino dentro. Per dirla con maggiore precisione, non c’è vita. Uomini così non sono entrati nella nuova età e sono rimasti indietro di molti passi. Pertanto, non serve a nulla che abbiate la verità delle passate età, se non avete i comandamenti della nuova età. Molti di voi praticano la verità di questo tempo ma non osservano i comandamenti di questo tempo. Non otterrete nulla, la verità che praticate sarà priva di importanza e di significato e Dio non la apprezzerà. La verità deve essere praticata nel modo in cui lo Spirito Santo opera oggi; deve essere praticata seguendo la voce del Dio concreto oggi. Senza di ciò, tutto è privo di valore, come attingere acqua con un cestino di bambù. Questo è il significato pratico della promulgazione dei comandamenti della nuova età. Se disponi di una conoscenza approfondita dell’opera dello Spirito Santo nel tempo corrente ed entri nella modalità di lavoro di oggi, capirai naturalmente l’essenza dell’osservanza dei comandamenti. Se verrà il giorno in cui comprenderai l’essenza dei comandamenti della nuova età e sarai in grado di osservare i comandamenti, significa che per allora sarai stato portato a perfezione. Questo è il significato reale della pratica della verità e dell’osservanza dei comandamenti. Che tu possa praticare la verità o no dipende da come percepisci l’essenza dei comandamenti della nuova età. L’opera dello Spirito Santo apparirà continuamente all’uomo e Dio esigerà dall’uomo sempre di più. Pertanto, le verità che l’uomo effettivamente pratica saranno più numerose e più grandi e gli effetti dell’osservanza dei comandamenti sarà più profonda. Pertanto, dovete praticare la verità e osservare i comandamenti allo stesso tempo. Nessuno deve trascurare questo aspetto. Fate sì che la nuova verità e i nuovi comandamenti comincino nello stesso momento in questa nuova età.
Note a piè di pagina:
a. Il testo originale dice “prima di questa”.
it.easternlightning.org/keep-commandments-and-practicing-...
À Paris, le quartier de Chaillot est riche de onze institutions culturelles de très haut niveau, héritières pour la plupart des Expositions Universelles de la fin du 19ème siècle et du début du 20ème.
Musées, théâtres, centres d’art et institutions patrimoniales, dédiés aussi bien à l’art contemporain, à la danse, à la musique qu’aux arts asiatiques, à la mode, l’architecture, l’histoire des hommes et de la marine constituent un pôle d'attractivité culturelle d'une très grande variété. Ce réseau a pour nom "la Colline des Arts".
Il n'est qu'à quelques centaines de mètres de la rive gauche avec des musées et des sites patrimoniaux de première importance comme le musée du quai Branly-Jacques Chirac ou la Tour Eiffel.
Cet audioguide a été réalisé par l'auteur, sur la plateforme gratuite "Izi Travel" à partir de ses photos prises ces dernières années dans les institutions de la colline des arts. Une voix artificielle a été utilisée pour les commentaires sonores comme le propose la plateforme.
Les photos de l'audioguide, avec beaucoup d'autres, sont accessibles sur mon compte Flickr. L'audioguide est destiné à des étudiants en voyage d'étude à Paris.
izi.travel/browse/dc256c68-c3b7-4f11-99de-b9a2f94a984d?la...
Il circolo nautico NIC viene fondato a Catania il 25/3/1972 e oggi conta oltre 600 iscritti tra soci, atleti, juniores e cadetti, coprendo una fascia di età che va dai bambini di 7 anni fino agli ultraottantenni, di ambo i sessi e di qualunque ceto sociale.
Tessera ogni anno circa 500 soci sportivi con la Federazione Italiana Vela.
Ha 7 dipendenti assunti a tempo pieno secondo il contratto nazionale di lavoro di categoria.
Offre ormeggio a prezzi estremamente contenuti grazie al fatto di essere una associazione sportiva senza fini di lucro a circa 200 imbarcazioni che fanno attività sportiva e consente in tal modo l’esistenza di una nautica sociale e non di lusso che altrimenti sarebbe costretta a scomparire considerato il costo elevato di un posto barca negli altri ormeggi catanesi.
Il Circolo Nic tra le varie associazioni sportive e culturali rappresenta da oltre un trentennio, il fiore all’occhiello della città e dell’isola.
E’ affiliato alla Federazione Italiana Vela (in cui alcuni soci ricoprono ed hanno ricoperto incarichi importanti) ed è Centro CONI di Avviamento allo Sport.
Offre ospitalità alle barche in transito di tutte le nazionalità al solo costo del rimborso spese ed avvalendosi di personale qualificato e poliglotta.
Possiede una Scuola di Vela autorizzata dalla Federazione Italiana Vela che organizza corsi di Vela a basso costo ed aperti a tutti creando in tal modo il primo approccio dei giovani con il Mare e la Vela ed avvicinando ogni anno a questo sport numerosissimi bambini e ragazzi.
Ha formato ragazzi catanesi, che hanno ottenuto brillanti affermazioni in prestigiose manifestazioni nazionali ed internazionali: uno dei nostri atleti, Nello Pavoni, nella scorsa edizione della Coppa America ha fatto parte dell’equipaggio di "Mascalzone Latino" dopo avere vinto insieme a Francesco Calabretta nel 2000 il titolo Mondiale IMS..Inoltre fra i nostri atleti ricordiamo Lucio Di Mauro,nostro socio,che nel periodo fra il 1983 e il 1995 ha fatto parte della squadra nazionale di tavola a vela. In questo periodo ha conseguito numerosi successi nazionali e internazionali: campione del mondo classe Windsurfer, 2 medaglie d'argento alle Universiadi, 9°deg; alla pre-olimpica di Pusan (Seoul '98), Campione italiano classe olimpica, Campione italiano classe Mistral, Campione italiano classe Race-board, Campione italiano Universitario, 2°deg; alla traversata Sicilia Malta.
Ricordiamo ancora Domenico Dell’Aria, Campione italiano nel 1985, che dopo numerose partecipazioni a Campionati Europei e Mondiali, dal 1988 al 1992 ricopre il ruolo di Tecnico Federale della Squadra Nazionale ed Olimpica di tavole a vela con cui partecipa alle Olimpiadi di Seul ’88 e Barcellona ’92.
Il Circolo si distingue da un "marina" per la pratica dello sport, dell’arte marinaresca e della cultura nautica che diffonde senza scopo di lucro, così come previsto rigorosamente dallo Statuto, con la collaborazione di tutti i soci.
Nello Sport abbiamo svolto nello scorso trentennio attività sportive quali Campionati nazionali ed internazionali giovanili, Giro del mondo a vela con equipaggio familiare, Circumnavigazione dell’Africa, Giro d’Italia a vela, Traversata atlantica nel 1986 e nel 2005, partecipazioni vittoriose a campionati nazionali ed europei, Middle Sea Race, Siracusa-Malta, La Rotta del Sahara.
Il Circolo ha di recente acquisito un ulteriore risultato che lo conferma come associazione efficacemente dedita al perseguimento di finalità di grande rilievo nello sport e nel sociale: ha ricevuto un importante riconoscimento dal Rotary International,con l’ assegnazione del Premio Mannino 2005 "per avere sostenuto la pratica della vela come godimento e corretta fruizione della natura e per avere sempre proposto eventi nazionali ed internazionali che fanno conoscere i tanti aspetti del nostro mare e del nostro territorio."
Nel 2005 è stato inserito, nella Clubswan Directory, costituito dagli Yacht Clubs più prestigiosi d’Europa che svolgono una intensa ed importante attività sportiva e culturale sul territorio per diffondere la conoscenza del Mare e della Vela
Il Circolo collabora da molti anni con le Scuole per iniziative che coinvolgono gli studenti per trasmettere la cultura del Mare.
Interagiamo da circa 10 anni con l’Istituto Nautico "Duca degli Abruzzi" di Catania con cui abbiamo stipulato nel 2003 un Protocollo d’Intesa in cui viene riconosciuto ufficialmente al Circolo il ruolo di "soggetto formatore di percorsi didattici nel sistema di istruzione e di formazione professionale, nel settore della nautica, delle attività marinare, del turismo nautico, della tecnica e delle varie attività collegate al diporto ed alle aree portuali." Tale protocollo è il primo che è stato siglato in Italia fra un Istituto Scolastico di Pubblica Istruzione ed un Circolo Nautico.
Il Circolo ha costituito un gruppo donatori di sangue e organizza una regata a favore dell’AVIS di Catania.
Il Circolo Nic settimanalmente organizza tavole rotonde ed incontri con specialisti del settore su vari argomenti, quali le correnti di marea nello Stretto di Messina, Oceanografia, Navigazione piana, Navigazione Astronomica, Navigazione strumentale, Navigazione integrata, Meteorologia, Arte della navigazione a remi e a vela latina, galateo marinaresco.
Il Circolo ha organizzato conferenze sull’abbattimento delle barriere architettoniche nella nautica, e nell’ambito di tali manifestazioni ha ospitato il catamarano "Spirito di Stella".
Il Circolo è un luogo ove è possibile avere scambi di opinioni e di esperienze.
È nostra convinzione, infatti, che il bagaglio di conoscenze ed esperienze accumulate in tanti anni nel settore della Nautica non debba essere disperso, ma debba invece essere trasmesso agli altri.
Il Nic si presenta come una realtà unica con un'attività che contribuisce all'elevazione morale dei giovani diffondendo una cultura del mare che possa così essere sempre più presente nelle nuove generazioni.
Prezzo: 9,00€
Ideali per rimuovere anche il make-up più ostinato in modo efficace, ecologico e solidale!
Con loro sarà amore infinito perché non si buttano dopo l’uso, ma si lavano e si riutilizzano.
I dischetti struccanti sono al 100% di cotone naturale non sbiancato, certificato biologico secondo lo standard GOTS.
Sono prodotti in Turchia, da una storica azienda fair trade, che utilizza, da più di 50 anni, esclusivamente cotone biologico certificato.
La bustina è prodotta in India ed è al 65% di cotone ottenuto riciclando scarti di lavorazione di prodotti in maglieria.
Sono state pensate per sostituire i dischetti di cotone usa e getta e si usano allo stesso modo, l’unica differenza è che non si devono buttare dopo l’utilizzo, ma basterà lavarle e riutilizzarle!
Se non utilizziamo make up, possono essere usate per rimovere perfettamente le impurità dal viso durante il risciacquo dopo aver usato un buon detergente.
Il set contiene 3 dischetti struccanti bio & fair trade con sacchettino (12x12cm)
Presentazioni, tanto per cominciare: la superficie vetrata che occupa tutta la parte sinistra della fotografia appartiene alla Freedom Tower, uno dei nuovi grattacieli che occuperanno l'area delle Torri gemelle, venute giù l'undici settembre duemilauno. E' già ora l'edificio più alto della città ( oltre 500 metri ) ed è destinato ad essere circondato da altri sei nuovi grattacieli, due dei quali sorpasseranno agevolmente i 300 metri, grosso modo l'altezza dell'Empire State Building.
La costruzione che ci vedete riflessa è la torre del Woolworth Building, che è, invece, il più vecchio grattacielo di New York ( finito nel 1902! ). E' alto la metà, più o meno: si specchia sulla superficie del nuovo collega dall'altezza dei 100 metri in su: tra grattacieli, si sa, ci si da appuntamento solo a una certa quota.
La luce che illumina l'edificio in mattoni è solo parzialmente frutto del sole: è dovuta in gran parte, in realtà, al riflesso che il sole fa sulla infinita superficie vetrata della costruzione che ha di fronte: per questo tutto l'insieme ha l'aspetto di una scenografia illuminata dalle alogene più che di un esterno giorno, quale in effetti è.
E' un effetto tipico di molti scorci di Manhattan: sembrano set ed è città, sembrano interni e sono palazzi alla luce del giorno.
Perché la verità è che New York l'abbiamo già vista troppe volte, prima di andarci.
La verità è che andrebbe dimenticata. Bisognerebbe dimenticarsi di tutte le volte che l'hai già vista, sentita, letta. Solo che è complesso: ci vorrebbe tempo, concentrazione. E poi cominci a chiederti 'perché dovrei dimenticarmi di Kubrick e Allen, o di Roth e Salinger, oppure di Lou Reed e Patty Smith e tutti i Live at the Blue Note?'
E così finisci per fotografare i grattacieli: loro lo sanno, quel che succede qui, giusto? E poi mi fa sorridere l'idea del cielo che viene giù a grattarsi. Tutto quel vuoto celeste spiritual-atmosferico che ha bisogno della strofinatina quotidiana ( 'qui va bene?' 'ancora più giù...ancora più giù...ancora un pochino...) come un'umanissima schiena qualsiasi.
E un'altra verità è che tutto quello slancio verticale ha messo la patina: è ormai un panorama che sa di classico, sentimentale, atteso, più contemporaneo del cubismo che della pop. Tutto quei riflessi lo raddoppiano per non disperderlo, per ricordartelo anche quando guardi vetro.
La verità è che New York andrebbe dimenticata prima di andarci. Solo che lei non lo sa e si fa ricordare.
01BI Magnano IM000551
Visto da Bose - zoom -
La chiesa di San Secondo si erge solitaria in un'ampia radura che si incontra poco oltre (poco prima, arrivando dal biellese) il crinale della Serra Morenica di Ivrea, non lontana dalla sede della Comunità monastica di Bose, nel territorio del comune di Magnano. Per la suggestione del sito e per l'eleganza delle sue forme, essa costituisce uno dei più interessanti esempi di architettura romanica tra il Biellese e il Canavese. Nel luogo in cui si erge la chiesa dedicata a San Secondo, martire della legione Tebea, esisteva una chiesa più antica, più bassa e a navata unica costruita forse dai benedettini. Nella prima metà dell'XI secolo la chiesa fu alzata e ampliata sino ad assumere grosso modo l'attuale aspetto. (da VEDI)
1] Magnano (BI): San Secondo
1. S.Secondo, facciata
2. S.Secondo, abside
3. Comunità di Bose
Palazzo Nuovo
Il Palazzo Nuovo sorge in Piazza del Campidoglio a Roma, di fronte al Palazzo dei Conservatori, con cui costituisce le sedi espositive dei Musei Capitolini.
Il palazzo fu costruito solo nel XVII secolo, probabilmente in due fasi, sotto la direzione di Girolamo Rainaldi e poi del figlio Carlo Rainaldi che lo ultimò nel 1663. Tuttavia il progetto, quanto meno del corpo di facciata, deve essere attribuito a Michelangelo Buonarroti.
Il palazzo fu costruito, infatti, proprio di fronte al Palazzo dei Conservatori (chiudendo la vista della Chiesa di Santa Maria in Aracoeli dalla piazza) di cui riprende fedelmente la facciata disegnata da Michelangelo con il portico al piano terra e l'orientamento leggermente obliquo, rispetto al Palazzo Senatorio, in modo da completare il disegno simmetrico della piazza caratterizzato da una forma trapezoidale.
Durante la prima fase dei lavori fu eretta la facciata con la retrostante campata del portico. Durante la seconda fase dei lavori per costruire il resto dell'edificio, venne effettuato uno sbancamento verso Santa Maria in Aracoeli, demolendo un terrapieno a cui era appoggiata la fontana di Marforio che venne smontata per essere poi installata nel cortile interno del Palazzo Nuovo. Fin dal XIX secolo fu utilizzato a scopo museale. Le decorazioni interne in legno ed in stucco dorato sono ancora quelle originali.
Cortile
Tra i secoli XVI e XVII le collezioni di antichità romane si vanno a mano a mano arricchendo attraverso il rinvenimento di nuovi capolavori del passato; le aree semiesterne dei palazzi, diventano i luoghi privilegiati d'esposizione per le grandi sculture antiche che si affastellano negli atri e nei cortili.
Nicchie, colonne, pilastri e lesene con mensole a varie altezze, rilievi, busti e teste antiche, il gusto per la scenografia si manifesta nelle sue forme migliori. Il cortile è il punto focale dell'ingresso, spesso è visibile dalla piazza su cui si aprono i palazzi, le litografie d'epoca ci danno un'idea di questa voglia di spettacolo.
A metà dell'atrio di Palazzo Nuovo, varcando l'andito esterno, il portone e il cancello, si accede ad uno spazio interno di grande suggestione, il cortile. Si presenta come una piccola piazza interna con la muratura a cortina laterizia, che si incurva per ospitare la vasca della fontana e il nicchione in cui è inserita la statua del Marforio.
La scenografica fontana del Marforio, fu forse così appellata a seguito del suo rinvenimento nel Cinquecento, nel Foro di Marte (Martis Forum, nome che gli antichi attribuivano al Foro di Augusto).
La statua, di dimensioni colossali, fu restaurata con gli attributi tipici di Oceano da Ruggero Bescapè nel 1594 e sistemata sul Campidoglio a ridosso di un terrapieno dell'Aracoeli e in posizione simmetrica rispetto alle similari statue dei due fiumi (Tevere e Nilo), poste davanti alla facciata del Palazzo dei Conservatori fin dal 1513.
Nel 1603 Clemente VIII provvide ad assicurare un finanziamento per la costruzione di Palazzo Nuovo e pose la prima pietra. Il cantiere terminò nel 1654, sotto il pontificato di Innocenzo X.
Molti studiosi individuano nel Marforio la raffigurazione del Tevere, o di un'altra divinità fluviale pertinente anche in antico a una fontana. La figura è sdraiata sul fianco sinistro con volto reclinato e caratterizzato da lunghi capelli, barba e baffi molto folti. Il pezzo è attribuito stilisticamente all'età flavia (I secolo d.C.) ed ebbe dal Rinascimento particolare notorietà essendo utilizzato per affiggere "pasquinate", scritti diffamatori contro il governo, che i romani firmavano con il nome di Pasquino.
Sulla nuova fontana a sfondo del cortile, Clemente XII appose, nel 1734, una lapide commemorativa per l'inaugurazione del Museo Capitolino, sormontandola con il proprio stemma. Quattro statue vennero posizionate sulla balaustra terminale che sovrasta la fontana, oggi sostituite da quattro busti.
Più tardi, un pregevole ritratto di papa Corsini fu situato al centro della fontana; le sue dimensioni appaiono fuori scala rispetto a quelle colossali del Marforio.
Il Marforio fu sistemato nel cortile con un contorno di statue antiche; due nicchie rettangolari incorniciate in travertino accolsero, dopo vari rimaneggiamenti, le due statue di Satiri che recano sulla testa un cesto di frutta. Le due sculture vennero rinvenute a Roma nei pressi del Teatro di Pompeo e conservate per un lungo periodo non lontane dal luogo di ritrovamento, nel cortile del Palazzo della Valle (non a caso sono detti Satiri della Valle). Sono due statue speculari raffiguranti il dio Pan, probabilmente utilizzate come telamoni nella struttura architettonica del teatro. Il trattamento del marmo e la resa del modellato permettono di datarle alla tarda età ellenistica.
Il lato destro è utilizzato come luogo di esposizione per un sarcofago strigilato e decorato con scene di caccia, per due busti (Testa ideale femminile e Testa virile su busto togato) e due erme (Erma barbata 1 e Erma barbata 2) inserite anch'esse in due piccole nicchie incorniciate di travertino e ricavate al di sopra di due porte d'accesso alle sale (oggi non più utilizzate). In alto un'iscrizione di papa Alessandro VII.
Nel cortile sono collocate anche tre colonne di granito grigio, rinvenute nel Tempio di Iside al Campo Marzio (Colonna di tipo egizio 1, Colonna di tipo egizio 2, Colonna di tipo egizio 3). Il fregio è scolpito a rilievo intorno al fusto, come nelle columnae coelatae (colonne parzialmente inglobate nella muratura), e rappresenta, su ciascuna colonna, quattro coppie di sacerdoti in piedi su alti sgabelli. Alcuni sono colti nel momento dell'offerta alla divinità, altri in quello dell'estensione degli oggetti sacri. I sacerdoti hanno il capo rasato cinto d'alloro, indossano vestì fermate all'altezza delle ascelle che li distinguono dai portatori di vasi canopi dalle lunghe vesti accollate e le mani velate, secondo il rituale.
Da un lato e dall'altro della grande fontana, quattro colonne in cipollino (fino alla metà del secolo scorso sormontate da altrettanti busti in marmo, oggi nel museo per questioni di conservazione) e due gocciolatoi a protome leonina (Gocciolatoio 1 e Gocciolatio 2).
Sala dei monumenti egizi
Durante il pontificato di Clemente XI vennero acquisite una serie di statue rinvenute nell'area della Villa Verospi Vitelleschi (Horti Sallustiani) che decoravano in antico il padiglione egizio fatto costruire da Adriano all'interno degli horti. Le quattro statue vennero collocate nel Palazzo Nuovo.
Durante il Settecento la collezione fu incrementata da nuove statue e nel 1748 fu persino allestita una "Stanza del Canopo" per raccogliere le sculture provenienti dalla Villa Adriana e dal Tempio di Iside al Campo Marzio.
Nel 1838 la maggior parte delle opere fu trasferita in Vaticano. Nel 1907 Orazio Marucchi ricostituì in parte questo nucleo, dando vita per la prima volta ad una collezione egizia fatta di reperti non trasferiti dall'Egitto, ma provenienti tutti dagli scavi romani dell'Iseo Campense, della Villa Adriana e del territorio romano in genere. L'archeologo dimostrò in tal modo l'importanza che la cultura egizia aveva nella società romana.
Alla Sala dei Monumenti egizi si accede oggi attraverso il cortile; dietro una grande parete a vetri si collocano le grandi opere in granito. Tra le opere più rappresentative un grande cratere a campana proveniente dalla Villa Adriana e una serie di animali simbolo delle più importanti divinità egizie: il coccodrillo, due cinocefali, uno sparviero, una sfinge, uno scarabeo, ecc.
Stanzette terrene a destra
La denominazione di stanzette terrene individua i tre ambienti del piano terreno a destra dell'atrio. Al termine della costruzione del Palazzo Nuovo ogni singolo ambiente era aperto sul portico e solo tra Sette-Ottocento e momenti successivi anche queste sale furono destinate a sede privata[non chiaro].
Queste Stanzette terrene accolgono monumenti epigrafici di notevole interesse; tra tutti è importante menzionare i frammenti di calendari romani post-cesariani in cui risulta il nuovo anno, che Cesare definì di 365 giorni, ed elenchi di magistrati detti Fasti Minori, in relazione ai più celebri Fasti (Fasti consulares e Fasti moderni) conservati nel Palazzo dei Conservatori.
Nella prima stanza sono raccolti numerosi ritratti di privati romani, tra i quali si segnala quello forse di Germanico, figlio di Druso Maggiore o Druso Maggiore stesso.(Metà I secolo d.C.).
Tra le opere di maggior rilievo bisogna menzionare il Cinerario di T. Statilius Aper e Orcivia Anthis; e il Sarcofago con rilievi raffiguranti un episodio della vita di Achille.
Galleria
Procedendo dal piano terreno si arriva davanti ad una doppia rampa di scale al termine della quale ha inizio la Galleria.
La lunga Galleria, che percorre longitudinalmente il primo piano del Museo Capitolino, collega le diverse sale espositive e si offre al visitatore come una numerosa e variata raccolta di statue, ritratti, rilievi ed epigrafi disposti dai Conservatori settecenteschi in maniera casuale, con un occhio rivolto più alla simmetria architettonica e all'effetto ornamentale complessivo che a quello storico-artistico e archeologico.
Sulle pareti, entro riquadri, si trovano inserite epigrafi di ridotte dimensioni, tra le quali un consistente gruppo proveniente dal colombarium dei liberti e delle liberte di Livia.
Nella Galleria, tra le altre considerevoli opere, sono conservati il Frammento di gamba di Ercole in lotta con l'Idra (fortemente rilavorato nel restauro seicentesco), la Stuatua di guerriero ferito (di cui il solo torso è antico, mentre il resto è opera del restauro eseguito tra il 1658 e il 1733), la Statua di Leda con il cigno, la piccola statuetta di Eracle fanciullo che strozza il serpente e l'Eros che incorda l'arco.
Sala delle Colombe
La sala, che conserva in gran parte l'assetto settecentesco, prende il nome dal celebre mosaico pavimentale: il mosaico delle colombe, rinvenuto a Tivoli presso la Villa di Adriano.
In origine era denominata Stanza delle Miscellanee per la diversità materica dei pezzi che conteneva; per lo più opere appartenenti alla collezione del cardinale Alessandro Albani, la cui acquisizione è all'origine del Museo Capitolino. La disposizione dei ritratti maschili e femminili, lungo mensole che percorrono l'intero perimetro del muro della sala, risale ad un progetto di allestimento settecentesco ed è tuttora visibile, seppur con qualche impercettibile cambiamento.
Nel 1817 la sala prende la denominazione del Vaso poiché, al suo interno, come perno espositivo dell'intero ambiente, fu inserito il grande cratere marmoreo a decorazione vegetale, oggi sul fondo della Galleria del Museo Capitolino.
Una disposizione mai alterata è quella delle iscrizioni sepolcrali romane affisse, a metà del Settecento, nella parte alta delle pareti.
Lungo il corso del XVIII secolo sono state segnalate delle acquisizioni, tra le quali ricordiamo anche i reperti visibili nelle vetrine, all'interno delle quali sono da notare:
La abula bronzea (III secolo d.C.) con cui il Collegio dei Fabri di Sentinum (Sassoferrato, Marche) assegnava a Coretius Fuscus il titolo onorifico di patrono;
La tabula illiaca (I secolo d.C.);
Un'iscrizione bronzea dall'Aventino contenente una dedica a Settimio Severo e alla famiglia imperiale, posta nel 203 d.C. dai vigili della Coorte;
Il decreto di Gneo Pompeo Strabone, con cui si concessero particolari privilegi ad alcuni cavalieri spagnoli militanti a favore dei romani nella battaglia di Ascoli (90-89 a.C.);
Il più antico resto di decreto in bronzo del senato conservato quasi per intero: il Senatoconsulto riguardante Asclepiade di Clazomene e gli alleati (78 a.C.).
In quest'ultimo si legge l'attribuzione del titolo di amici Populi Romani a tre navarchi greci che avevano combattutoal fianco dei Romani nella guerra sociale, o forse in quella sillana (83-82 a.C.). Il testo è redatto in latino con una traduzione greca, rimasta nella parte inferiore della tavola, che ha permesso l'integrazione dello scritto mutilo.
Oltre al mosaico delle colombe, nella sala troviamo il mosaico delle maschere sceniche e, collocata nel centro, la statua di bambina con colomba, motivo figurativo che trova un possibile antecedente nei rilievi delle stele funerarie greche del V e IV secolo a.C.
Gabinetto di Venere
Questa piccola sala poligonale, simile ad un ninfeo, fa egregiamente da cornice alla statua detta Venere Capitolina.
La Venere sarebbe stata ritrovata durante il pontificato di Clemente X (1670-1676) presso la Basilica di San Vitale; secondo Pietro Santi Bartoli la statua si trovava all'interno di alcuni ambienti antichi insieme ad altre sculture. Papa Benedetto XIV comprò la statua alla famiglia Stazi nel 1752 e la donò al Museo Capitolino. Dopo varie vicissitudini al termine del Trattato di Tolentino ritornò definitivamente al Museo nel 1816.
La Venere possiede delle dimensioni leggermente maggiori del vero ed è realizzata in un marmo pregiato (probabilmente marmo pario); la fanciulla è rappresentata uscente dal bagno, mentre in atteggiamento pudico copre il pube e il seno.
La scultura, che è ad oggi una delle più note del museo, appare in tutta la sua bellezza all'interno di questa saletta del XIX sec. che si apre sulla galleria, in un'ambientazione suggestiva e eterea.
Sala degli Imperatori
La sala degli imperatori costituisce una delle sale più antiche del Museo Capitolino. Sin dall'apertura al pubblico delle aree espositive, nel 1734, i curatori vollero disporre raccolti in un unico ambiente, i ritratti degli imperatori e dei personaggi della loro cerchia. L'allestimento attuale è frutto di diverse rielaborazioni attuate nel corso dell'ultimo secolo.
Si tratta di 67 busti-ritratti, una statua femminile seduta (al centro), 8 rilievi e un'epigrafe onoraria moderna.
I ritratti sono disposti su due livelli di mensole marmoree, il visitatore può in tal modo seguire cronologicamente l'evolversi della ritrattistica romana dall'età repubblicana al Tardo antico.
Tra i ritratti più rimarchevoli, quelli di Augusto giovane con corona di foglie e Augusto adulto del tipo Azio, di Nerone, degli imperatori della casata flavia (Vespasiano, Tito, Nerva) o degli imperatori del II secolo d.C. (Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio giovane e Marco Aurelio adulto, Lucio Vero, Commodo giovinetto e Commodo adulto).
Ben rappresentata anche la casa severiana con i ritratti di Settimio Severo, Geta, Caracalla e inoltre quelli di Elagabalo, Massimino il Trace, Traiano Decio, Aurelio Probo e Diocleziano. La serie si conclude con Onorio, figlio di Teodosio.
Non mancano i ritratti femminili, con le loro complesse acconciature, le loro parrucche e i loro riccioli elaborati; ricordiamo la consorte di Augusto, Livia, quella di Germanico Agrippina Maggiore, Plotina, Faustina Maggiore e Giulia Domna.
Attraverso la serie di ritratti il percorso di visita si snoda in maniera elicoidale in senso orario, partendo dalla mensola superiore entrando a sinistra, per finire all'estremità della mensola inferiore a destra. Il visitatore apprezzerà l'evoluzione del gusto artistico nella rappresentazione dei ritratti romani e della moda (acconciature, barba, etc.).
Sala dei Filosofi
Come nel caso della Sala degli Imperatori, anche la sala dei filosofi nacque, al momento della fondazione del Museo Capitolino, dal desiderio di raccogliere i ritratti, i busti e le erme, di poeti, filosofi e retori dell'antichità. Nella sala ne sono raccolti ben 79.
Il percorso inizia con il più celebre poeta dell'antichità, Omero, rappresentato come un vecchio, con la barba, la chioma fluente e lo sguardo spento, indice di cecità. Segue Pindaro, altro noto poeta greco, Pitagora, con il suo turbante in testa, e Socrate dal naso carnoso simile a quello di un Sileno.
Sono anche presenti i grandi tragediografi ateniesi: Eschilo, Sofocle e Euripide.
Tra i tanti personaggi del mondo greco, sono esposti anche alcuni ritratti d'epoca romana, tra questi Cicerone, celebre statista e letterato, rappresentato poco più che cinquantenne nel pieno delle sue facoltà intellettuali e politiche.
Salone
Il salone di Palazzo Nuovo costituisce sicuramente l'ambiente più monumentale dell'intero complesso museale capitolino.
Le quattro pareti della grande sala furono decorate con una ripartizione in tre sezioni verticali, con un'architettura che permette di ripartire lo spazio in tre parti diverse. Uno spettacolare soffitto cassettonato secentesco, intreccia in maniera barocca, ottagoni, rettangoli e rosoni, tutti finemente scolpiti. Al centro, lo stemma di Innocenzo X, artefice del completamento del palazzo.
Il grande salone è stato recentemente restaurato e ciò ha permesso di recuperare le antiche cromie, mettendo in risalto la ricchezza dei decori compositivi.
Merita di essere citato il grande portale che si apre nella parete lunga di comunicazione con la Galleria, progettato da Filippo Barigioni nella prima metà del Settecento, ad arco, con due Vittorie alate di pregevole fattura.
Ai lati e al centro della sala, su alti e antichi basamenti, sono poste alcune delle più belle sculture della collezione capitolina. Tra queste ricordiamo l'Apollo dell'Omphalos, un Arpocrate, l'Apollo Citaredo, ecc.
Al centro della sala sono disposte le grandi statue in bronzo tra cui spiccano le sculture del Centauro vecchio e del Centauro giovane.
Tutt'intorno su di un secondo livello, delle mensole con una serie di busti; tra questi ricordiamo il busto di Caracalla o Geta, di Marco Aurelio, di Augusto e di Adriano.
Merita infine di essere citata una splendida scultura di Amazzone ferita, denominata anche tipo Sosikles, dalla firma apposta su questa replica. Generalmente attribuita a Policleto, essa possiede delle dimensioni leggermente maggiori del vero. Il braccio sollevato è frutto di un restauro, forse in origine brandiva una lancia sulla quale la figura era in appoggio. Il capo è rivolto a destra, il braccio sinistro invece solleva il panneggio mostrando la ferita.
Sala del Fauno
La sala prende questo nome dalla celebre scultura presente al centro dell'ambiente dal 1817.
La statua del Fauno fu rinvenuta nel 1736 e restaurata da Clemente Bianchi e Bartolomeo Cavaceppi. Fu acquistata dal museo nel 1746 e divenne molto presto una delle opere più apprezzate dai visitatori di quel secolo.
Le pareti sono coperte di iscrizioni inserite nel Settecento, divise per gruppi a seconda del contenuto e con una sezione creata per i bolli di mattone.
Tra i testi epigrafici ricordiamo la Lex de imperio Vespasiani del I secolo d.C.(decreto con il quale si conferisce particolare potere all'imperatore Vespasiano), sulla parete di destra. Questo prezioso documento, testimoniato dal Trecento in Campidoglio, è in bronzo e ha una particolarità tecnica: il testo non è inciso, ma è redatto in fusione.
Sala del Galata
Questa Sala prende il nome dalla scultura centrale, il Galata Capitolino, erroneamente ritenuto un gladiatore in atto di cadere sul proprio scudo, all'epoca dell'acquisto da parte di Alessandro Capponi, presidente del Museo Capitolino, divenendo forse l'opera più nota delle raccolte, più volte replicata su incisioni e disegni.
Il Galata è circondato da altre copie di notevole qualità: l'Amazzone ferita, la statua di Hermes e il Satiro in riposo, mentre, contro la finestra, il delizioso gruppo rococò di Amore e Psiche simboleggia la tenera unione dell'anima umana con l'amore divino, secondo un tema risalente alla filosofia platonica che riscosse grande successo nella produzione artistica fin dal primo ellenismo.
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Foto Alvaro de Alvariis
Il circolo nautico NIC viene fondato a Catania il 25/3/1972 e oggi conta oltre 600 iscritti tra soci, atleti, juniores e cadetti, coprendo una fascia di età che va dai bambini di 7 anni fino agli ultraottantenni, di ambo i sessi e di qualunque ceto sociale. Tessera ogni anno circa 500 soci sportivi con la Federazione Italiana Vela. Ha 7 dipendenti assunti a tempo pieno secondo il contratto nazionale di lavoro di categoria. Offre ormeggio a prezzi estremamente contenuti grazie al fatto di essere una associazione sportiva senza fini di lucro a circa 200 imbarcazioni che fanno attività sportiva e consente in tal modo l’esistenza di una nautica sociale e non di lusso che altrimenti sarebbe costretta a scomparire considerato il costo elevato di un posto barca negli altri ormeggi catanesi. Il Circolo Nic tra le varie associazioni sportive e culturali rappresenta da oltre un trentennio, il fiore all’occhiello della città e dell’isola.
E’ affiliato alla Federazione Italiana Vela (in cui alcuni soci ricoprono ed hanno ricoperto incarichi importanti) ed è Centro CONI di Avviamento allo Sport.
Offre ospitalità alle barche in transito di tutte le nazionalità al solo costo del rimborso spese ed avvalendosi di personale qualificato e poliglotta.
Possiede una Scuola di Vela autorizzata dalla Federazione Italiana Vela che organizza corsi di Vela a basso costo ed aperti a tutti creando in tal modo il primo approccio dei giovani con il Mare e la Vela ed avvicinando ogni anno a questo sport numerosissimi bambini e ragazzi.
Ha formato ragazzi catanesi, che hanno ottenuto brillanti affermazioni in prestigiose manifestazioni nazionali ed internazionali: uno dei nostri atleti, Nello Pavoni, nella scorsa edizione della Coppa America ha fatto parte dell’equipaggio di "Mascalzone Latino" dopo avere vinto insieme a Francesco Calabretta nel 2000 il titolo Mondiale IMS..Inoltre fra i nostri atleti ricordiamo Lucio Di Mauro,nostro socio,che nel periodo fra il 1983 e il 1995 ha fatto parte della squadra nazionale di tavola a vela. In questo periodo ha conseguito numerosi successi nazionali e internazionali: campione del mondo classe Windsurfer, 2 medaglie d'argento alle Universiadi, 9°deg; alla pre-olimpica di Pusan (Seoul '98), Campione italiano classe olimpica, Campione italiano classe Mistral, Campione italiano classe Race-board, Campione italiano Universitario, 2°deg; alla traversata Sicilia Malta.
Ricordiamo ancora Domenico Dell’Aria, Campione italiano nel 1985, che dopo numerose partecipazioni a Campionati Europei e Mondiali, dal 1988 al 1992 ricopre il ruolo di Tecnico Federale della Squadra Nazionale ed Olimpica di tavole a vela con cui partecipa alle Olimpiadi di Seul ’88 e Barcellona ’92.
Il Circolo si distingue da un "marina" per la pratica dello sport, dell’arte marinaresca e della cultura nautica che diffonde senza scopo di lucro, così come previsto rigorosamente dallo Statuto, con la collaborazione di tutti i soci.
Nello Sport abbiamo svolto nello scorso trentennio attività sportive quali Campionati nazionali ed internazionali giovanili, Giro del mondo a vela con equipaggio familiare, Circumnavigazione dell’Africa, Giro d’Italia a vela, Traversata atlantica nel 1986 e nel 2005, partecipazioni vittoriose a campionati nazionali ed europei, Middle Sea Race, Siracusa-Malta, La Rotta del Sahara.
Il Circolo ha di recente acquisito un ulteriore risultato che lo conferma come associazione efficacemente dedita al perseguimento di finalità di grande rilievo nello sport e nel sociale: ha ricevuto un importante riconoscimento dal Rotary International,con l’ assegnazione del Premio Mannino 2005 "per avere sostenuto la pratica della vela come godimento e corretta fruizione della natura e per avere sempre proposto eventi nazionali ed internazionali che fanno conoscere i tanti aspetti del nostro mare e del nostro territorio."
Nel 2005 è stato inserito, nella Clubswan Directory, costituito dagli Yacht Clubs più prestigiosi d’Europa che svolgono una intensa ed importante attività sportiva e culturale sul territorio per diffondere la conoscenza del Mare e della Vela.
Il Circolo collabora da molti anni con le Scuole per iniziative che coinvolgono gli studenti per trasmettere la cultura del Mare.
Interagiamo da circa 10 anni con l’Istituto Nautico "Duca degli Abruzzi" di Catania con cui abbiamo stipulato nel 2003 un Protocollo d’Intesa in cui viene riconosciuto ufficialmente al Circolo il ruolo di "soggetto formatore di percorsi didattici nel sistema di istruzione e di formazione professionale, nel settore della nautica, delle attività marinare, del turismo nautico, della tecnica e delle varie attività collegate al diporto ed alle aree portuali." Tale protocollo è il primo che è stato siglato in Italia fra un Istituto Scolastico di Pubblica Istruzione ed un Circolo Nautico.
Il Circolo ha costituito un gruppo donatori di sangue e organizza una regata a favore dell’AVIS di Catania.
Il Circolo Nic settimanalmente organizza tavole rotonde ed incontri con specialisti del settore su vari argomenti, quali le correnti di marea nello Stretto di Messina, Oceanografia, Navigazione piana, Navigazione Astronomica, Navigazione strumentale, Navigazione integrata, Meteorologia, Arte della navigazione a remi e a vela latina, galateo marinaresco.
Il Circolo ha organizzato conferenze sull’abbattimento delle barriere architettoniche nella nautica, e nell’ambito di tali manifestazioni ha ospitato il catamarano "Spirito di Stella".
Il Circolo è un luogo ove è possibile avere scambi di opinioni e di esperienze.
È nostra convinzione, infatti, che il bagaglio di conoscenze ed esperienze accumulate in tanti anni nel settore della Nautica non debba essere disperso, ma debba invece essere trasmesso agli altri.
Il Nic si presenta come una realtà unica con un'attività che contribuisce all'elevazione morale dei giovani diffondendo una cultura del mare che possa così essere sempre più presente nelle nuove generazioni.
Roma / Nemi - Foto: Ritrovata la Statua di Caligola a Nemi: Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza: (25/31-01-2011) & Joe Geranio, Julio Claudian Iconographic Association, (10/02/2011).
____
Roma / Nemi - Foto: Ritrovata la Statua di Caligola a Nemi: Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza: (25/31-01-2011).
www.flickr.com/photos/imperial_fora_of_rome/5432176968/in...
____
1. JOE GERANIO- JULIO CLAUDIAN ICONOGRAPHIC ASSOCIATION (10/02/2011).
True, there was no official "damnatio memoriae" of Gaius Caligula, but there where attempted damnatio, see:
www.flickr.com/photos/julio-claudians/2154157627/
where you can see the attempted DM, in my opinion and the head and the body do belong together, (Pollini), I wish or do not know if they have found a head to the fallen statue: see:
www.flickr.com/photos/imperial_fora_of_rome/5432176968/in...
Lake Nemi was a favorite spot for Caligula with the temple of Diana and his pleasure craft where some artifacts have been found like this inscribed wated pipe that was on the boat.
See: www.flickr.com/photos/julio-claudians/5340105834/
You can't just go by the caligae on the statue, so I hope we have more information soon.
Joe Geranio
Julio Claudian Iconographic Association
geranioj@aol.com
2. LA STORIA LA SCULTURA RICONOSCIUTA DA UN CALZARE, LA «CALIGA», CHE GAIO GIULIO CESARE GERMANICO ERA SOLITO INDOSSARE FIN DA FANCIULLO
Il tombarolo con la statua dell' imperatore La villa di Caligola svelata da un furto. La scoperta La scoperta sul lago di Nemi, vicino a Roma. Il tesoro era nascosto in un Tir Per gli esperti la grande statua di Caligola recuperata dalle Fiamme gialle ha un valore che supera il milione di euro.
______
Fonte / source: Corriere della Sera (15 gennaio 2011), p. 31.
archiviostorico.corriere.it/2011/gennaio/15/tombarolo_con...
Ti prudono le mani, a sapere che il tombarolo che avrebbe trovato la villa sui colli di Caligola non ha fatto un minuto di galera. Ti prudono a sapere che stava per vendere all' estero la statua dell' imperatore e han dovuto, obbedendo riluttanti alla legge, rilasciarlo. Ti prudono a sapere che forse ha spaccato altre sculture per venderle a pezzi. Perché quello che è successo a Nemi non è un episodio: è lo specchio dell' Italia. Invelenita col borseggiatore, distratta con chi ci rapina del nostro unico tesoro: l' arte, bellezza, il paesaggio. L' hanno riconosciuto da un calzare. Al piede sinistro la statua ha la «caliga», la scarpa dei legionari che Gaio Giulio Cesare Germanico era solito indossare fin da fanciullo. Un vezzo che gli era valso il soprannome con il quale sarebbe stato tramandato ai posteri, diventato sinonimo di crudeltà, violenza e dissolutezza: Caligola. Ma anche senza quel marchio inconfondibile ci sarebbero stati ben pochi dubbi sul soggetto. Il trono sul quale la figura sta seduta è decorato con i simboli imperiali. E poi il materiale di cui è fatta la scultura: il marmo di Paros, considerato un tempo il migliore e più pregiato del mondo. I finanzieri del Gruppo tutela patrimonio archeologico, guidato dal maggiore Massimo Rossi, hanno trovato i pezzi della gigantesca statua di Caligola, alta più di due metri e trenta, giovedì mattina in un Tir che li stava portando a Ostia, dove con ogni probabilità sarebbe stata imballata per essere poi spedita all' estero. Destinazione pressoché certa: la Svizzera. Accogliente rifugio per opere d' arte e beni archeologici trafugati illegalmente. Un saccheggio ignobile, nel quale sono impegnati tombaroli, insospettabili mercati d' arte, ma anche case d' aste e perfino i musei più importanti del mondo. Il fenomeno è così grave che pure l' Interpol ha sentito il bisogno di creare una banca dati on line. Nel sito specifica che il traffico illecito «è sostenuto dalla domanda del mercato dell' arte» ma anche «dalla instabilità politica di alcuni Paesi». E precisa che l' Italia è in testa alla lista delle nazioni più colpite. In due anni le Fiamme gialle hanno recuperato circa 11 mila reperti scavati illegalmente e finiti nelle mani dei trafficanti. Ma al di là del valore dell' oggetto, certamente superiore al milione di euro, la scoperta di giovedì è di una importanza storica rilevantissima, che va ben oltre la soddisfazione per aver sventato l' ennesima razzia. La statua, di cui è stata recuperata metà, come fosse stata tagliata per la sua altezza e fratturata in due parti, è senza testa: si presume che ritraesse Caligola seduto su un trono nelle vesti di Zeus. A conferma di quello che raccontava lo storico Svetonio nelle Vite dei Cesari: che il terzo imperatore romano, non pago di aver nominato senatore il proprio cavallo Incitatus, fosse arrivato al punto da farsi adorare come un dio. Ma il dettaglio più straordinario di questa vicenda è che il recupero di un reperto archeologico trafugato, purtroppo uno dei tanti, ha fatto scoprire un luogo incredibile. La statua è stata trovata dal tombarolo che l' ha prima scavata, quindi interrata di nuovo per nasconderla prima di piazzarla all' intermediario che doveva trafugarla in Svizzera, in un terreno privato su una collinetta a ridosso di Nemi. Proprio in quel paesino a due passi da Roma si era sempre immaginata l' esistenza di una dimora fatta costruire dallo stravagante nipote di Tiberio, magari con un mausoleo. Ma non se ne erano mai trovate le tracce. Tanto meno decisive come una statua dello stesso imperatore: ragion per cui gli esperti sono quasi certi che villa fosse lì, affacciata sul piccolo lago vulcanico, in un punto spettacolare, da cui si vede il mare fino ad Anzio, dove Caligola era nato. Anzi, potrebbero essere lì anche i suoi resti. Quel laghetto vulcanico, lo Specchio di Diana, sfiorato dalla via consolare Appia e sul quale si affacciano Nemi e Genzano, era il posto preferito del giovane mostro, come lo definì Svetonio. Lì aveva fatto costruire e ormeggiare due gigantesche navi lunghe settanta metri e larghe una ventina. Palazzi galleggianti, con i pavimenti di mosaico e le colonne di marmo, attrezzati per i baccanali suoi e della sua corte. Ucciso a 29 anni dalle sue stesse guardie del corpo, il sanguinario imperatore era così odiato che alla sua morte gli scafi furono affondati. Riemersero alla fine degli anni Venti, quasi intatti: la fanghiglia aveva perfettamente conservato il fasciame. Fu una scoperta straordinaria: insieme alle navi vennero trovati oggetti che testimoniavano l' incredibile livello tecnologico di quelle enormi imbarcazioni. I tubi di piombo dell' impianto idraulico con stampigliato il nome dell' imperatore, le ancore, una pompa di sentina in metallo perfettamente funzionante. Gli unici pezzi tuttora rimasti. Negli anni Trenta le due enormi chiglie vennero collocate in un museo fatto costruire dal regime fascista. Ma nel giugno del 1944 furono completamente distrutti da un incendio. Le fiamme sarebbero state appiccate dalle truppe tedesche d' occupazione, in fuga da Roma verso la linea gotica. Uno sfregio. Non solo all' Italia ma all' intera umanità. Oggi il museo delle navi di Nemi contiene, oltre ai pochi pezzi risparmiati dall' incendio, due modellini in scala. Nel 2009 ha incassato 12.317 euro: i visitatori paganti sono stati 6.547, neppure 18 al giorno. Anche la residenza di Caligola, dopo l' uccisione dell' imperatore, potrebbe aver subito lo stesso trattamento delle navi. Lo dice la logica. E le condizioni in cui è stata trovata la statua (le fratture sono antiche) ne sarebbero la dimostrazione. Ma se quello è il posto, gli archeologi si potrebbero trovare di fronte a un sito straordinario. Ecco perché l' operazione delle Fiamme Gialle ha fatto letteralmente impazzire di gioia la Soprintendenza dei beni archeologici del Lazio. Gettandola al tempo stesso nello sconforto: forse ha lì, a portata di mano, un tesoro incredibile e i mezzi per scavare sono risicatissimi. Perché bisogna lavorare in fretta, e con i tagli imposti ai beni culturali, i soldi sono quelli che sono. Ossia quasi zero, al confronto di quanti ne servirebbero. E' una gara, adesso. Drammatica. Arriveranno prima gli archeologi o i razziatori, i quali dei divieti se ne fottono e distruggono le tracce che aiutano a ricostruire la storia e sanno che dieci mesi fa i saccheggiatori dei parchi archeologici di Crustumerium e di Veio che si erano impossessati di un ben di Dio di orecchini, anelli, anfore, vasi, piatti, spille, collane, statue e affreschi se la cavarono con una condanna a 16 anni in sei, cioè poco più di due anni a testa? Sul trono L' imperatore Gaio Giulio Cesare Germanico, conosciuto come Caligola, nacque ad Anzio il 31 agosto 12. Fu il terzo imperatore romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia, e regnò dal 37 al 41 L' elezione Dopo la morte di Tiberio (16 marzo 37) il Senato annullò il suo testamento che lasciava la guida dell' impero a Caligola e al nipote Tiberio Gemello: il sospetto era che al momento della stesura Tiberio fosse insano di mente. Caligola a 25 anni venne proclamato Imperator: era il 18 marzo 37 La follia Stando alle fonti, Caligola, al culmine del suo regno, avrebbe voluto essere proclamato Dio. Forse era l' ennesima manifestazione della sua follia (si dice che, in disprezzo del Senato, nominò senatore il suo cavallo), ma è più probabile che fu il tentativo di un giovane principe di mantenere il potere con tutti i mezzi La morte Caligola morì a Roma, 24 gennaio 41 assassinato in una congiura di Pretoriani guidati da due tribuni, Cassio Cherea e Cornelio Sabino. Insieme a lui persero la vita la moglie Milonia Cesonia e la figlia Giulia Drusilla Il successore Dopo Caligola salì al trono suo zio Claudio che durante l' omicidio del nipote era nascosto dietro ad una tenda
Rizzo Sergio
____
Grazie all’intervento del Gruppo tutela patrimonio archeologico della Guardia di Finanza, guidato dal maggiore Massimo Rossi, giovedì 13 gennaio 2011, sono stati ritrovati i resti della grande statua di Caligola proveniente, secondo gli esperti, dall’omonima villa a Nemi.
I resti rinvenuti all’interno di un tir erano diretti in Svizzera e da lì sarebbero stati portati illecitamente nel resto del mondo.
La scoperta della stessa statua è stata ad opera, come ultimamente avviene in Italia, di un tombarolo, che all’arrivo delle forze dell’ordine aveva già fatto a pezzi la statua, decontestualizzando in questo modo l’opera d’arte, che in quel modo avrebbe sì avuto un valore artistico rilevante, ma non avrebbe più avuto storia.
Gli archeologi hanno capito che si trattava delle famosa statua dell’imperatore Caligola, al potere tra il 37 e il 41 d.C., in quanto ai piedi, vi è il famoso calzare dei legionari, ‘la caliga’, indossata da Caligola e che gli valse nell’antichità il nome con cui, ancora oggi, l’imperatore è conosciuto. La statua siede su di un trono, con i simboli imperiali, fatto di marmo nobile proveniente dall’isola greca di Paros, tra i più preziosi del tempo.
L’imperatore doveva apparire nella statua come una divinità, cosi come racconta Svetonio nella sua ‘Vita dei Cesari’, e dunque doveva essere rappresentato come Zeus.
D'altra parte le stranezze e la megalomania di Caligola non rappresentano una novità, basti pensare alle due famose navi palazzo che si fece costruire sul lago di Nemi, una sorta di i palazzi galleggianti con ogni tipo di comfort e di ricchezza.
Oltre al ritrovamento della statua, gli archeologi, sono certi che proprio sulla collina, da dove è stata trafugata l’opera ci sono i resti della villa di Caligola. E forse questa è stata l’emozione più grande per loro insieme ad un'ulteriore conferma. Da tempo, infatti, gli esperti sono certi che sul quel laghetto vulcanico, Caligola avesse costruito anche una dimora residenziale. Era un luogo da lui amato, a tal punto che, forse per riposare in eterno, abbia scelto di essere sepolto proprio lì.
Ora l’unico problema e la vera sfida sarà sia da parte dello Stato che del mondo scientifico, di arrivare prima dei tombaroli.
- Fonte / source: Ritrovata la Statua di Caligola a Nemi
La Guardia di Finanza scopre l’opera in un tir. di Serenella Napolitano - 16/01/2011
www.abitarearoma.net/index.php?doc=articolo&id_artico...
_____________________
Roma / Nemi - Caligola a pezzi: Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza: (25/31-01-2011)
Roma. È a pezzi l’eccezionale statua di marmo di Paros dell’imperatore Caligola ritrovata dai finanzieri del Gruppo tutela patrimonio archeologico su un Tir vicino a Ostia. Destinazione dell’inedito reperto, la Svizzera, dove sarebbero state poi ricomposte le altre parti della statua pronta per il mercato dei trafficanti d’arte. Caligola (la statua è alta più di due metri e mezzo: il trono decorato con i simboli imperiali) è stato riconosciuto dalla caliga, la calzatura dei legionari che l’imperatore usava fin da bambino. La scoperta archeologica ha un valore straordinario: il tombarolo, dopo avere scavato la statua, in attesa della banda di intermediari trasportatori, l’ha ricoperta in un terreno privato vicino al lago di Nemi proprio dove si è sempre pensato fosse la villa, mai ritrovata, dell’imperatore. A Nemi, Caligola aveva fatto costruire due gigantesche navi di settanta metri per venti. Recuperate tra il 1928 e il ’32, furono esposte a Nemi in un museo e distrutte dal fuoco nel 1944. In due anni le Fiamme gialle (l’operazione Caligola è stata guidata dal maggiore Massimo Rossi) hanno recuperato 11mila reperti scavati illegalmente.
-Fonte / source: Caligola a pezzi. Il Giornale dell'Arte," di Tina Lepri, edizione online, 25 gennaio 2011
La chiesa di San Secondo si erge solitaria in un'ampia radura che si incontra poco oltre il crinale della Serra Morenica di Ivrea, non lontana dalla sede della Comunità monastica di Bose, nel territorio del comune di Magnano. Per la suggestione del sito e per l'eleganza delle sue forme, essa costituisce uno dei più interessanti esempi di architettura romanica tra il Biellese e il Canavese.
Cenni storici e architettonici [modifica]Nel luogo in cui si erge la chiesa dedicata a San Secondo, martire della legione Tebea, esisteva una chiesa più antica, più bassa e a navata unica costruita forse dai benedettini[1]. Nella prima metà dell'XI secolo la chiesa fu alzata e ampliata sino ad assumere grosso modo l'attuale aspetto.
La struttura architettonica della chiesa, con murature in conci e scapoli di pietra e ciottoli disposti in corsi orizzontali[2], è quella usuale del romanico popolare, con una semplice facciata a salienti che mostra la suddivisione interna a tre navate. La navata centrale e quella destra terminano in altrettante absidi di grandezza diversa, dotate di finestre a feritoia marcatamente strombate, decorate da lesene e archetti pensili che corrono sotto la linea di gronda. Si intuisce come l'absidiola di sinistra sia stata sacrificata dall'erezione della torre campanaria intervenuta in anni successivi.
Il campanile, a cui si è fatto spazio al termine della navata destra, ha un aspetto di grande eleganza, con i riquadri inferiori più compatti, segnati solo da feritoie, mentre i due riquadri più alti sono alleggeriti da eleganti trifore con colonnine e capitelli a stampella.
All'interno della chiesa le tre navate sono divise da rustici pilastri rettangolari con archi a tutto sesto; la copertura è realizzata in capriate lignee. In fondo alla navata destra, sulla parete del campanile, si è conservato un affresco risalente al XIII o XIV secolo raffigurante una Crocifissione con la Madonna e San Giovanni.
La chiesa ha avuto una storia piuttosto tormentata. Costruita in origine quando attorno a essa vi era l'antico borgo di Magnano, perse successivamente la sua rilevanza quando, a partire dalla fine del XIV secolo, la popolazione si trasferì più in basso (ove si trova l'attuale comune di Magnano). All'inizio del XVII secolo il ruolo di parrocchiale fu assunto dalla nuova chiesa di Santa Marta e non vi era più ragione per conservare l'antica chiesa romanica: fu dunque stabilito, nel 1606, che essa venisse demolita per riutilizzare il materiale edilizio per la nuova chiesa. I fedeli, tuttavia, si opposero a tale decisione e ottennero che essa rimanesse attiva: si procedette così alla sua sistemazione con aggiunte barocche. Nel corso del XIX secolo la chiesa fu nuovamente lasciata decadere. Solo nel 1968 venne deciso dalla Provincia di Vercelli e dalla Sovrintendenza del Piemonte di ristrutturare l'edificio religioso e di restituire a esso l'originario aspetto romanico.
Il circolo nautico NIC viene fondato a Catania il 25/3/1972 e oggi conta oltre 600 iscritti tra soci, atleti, juniores e cadetti, coprendo una fascia di età che va dai bambini di 7 anni fino agli ultraottantenni, di ambo i sessi e di qualunque ceto sociale. Tessera ogni anno circa 500 soci sportivi con la Federazione Italiana Vela. Ha 7 dipendenti assunti a tempo pieno secondo il contratto nazionale di lavoro di categoria. Offre ormeggio a prezzi estremamente contenuti grazie al fatto di essere una associazione sportiva senza fini di lucro a circa 200 imbarcazioni che fanno attività sportiva e consente in tal modo l’esistenza di una nautica sociale e non di lusso che altrimenti sarebbe costretta a scomparire considerato il costo elevato di un posto barca negli altri ormeggi catanesi. Il Circolo Nic tra le varie associazioni sportive e culturali rappresenta da oltre un trentennio, il fiore all’occhiello della città e dell’isola.
E’ affiliato alla Federazione Italiana Vela (in cui alcuni soci ricoprono ed hanno ricoperto incarichi importanti) ed è Centro CONI di Avviamento allo Sport.
Offre ospitalità alle barche in transito di tutte le nazionalità al solo costo del rimborso spese ed avvalendosi di personale qualificato e poliglotta.
Possiede una Scuola di Vela autorizzata dalla Federazione Italiana Vela che organizza corsi di Vela a basso costo ed aperti a tutti creando in tal modo il primo approccio dei giovani con il Mare e la Vela ed avvicinando ogni anno a questo sport numerosissimi bambini e ragazzi.
Ha formato ragazzi catanesi, che hanno ottenuto brillanti affermazioni in prestigiose manifestazioni nazionali ed internazionali: uno dei nostri atleti, Nello Pavoni, nella scorsa edizione della Coppa America ha fatto parte dell’equipaggio di "Mascalzone Latino" dopo avere vinto insieme a Francesco Calabretta nel 2000 il titolo Mondiale IMS..Inoltre fra i nostri atleti ricordiamo Lucio Di Mauro,nostro socio,che nel periodo fra il 1983 e il 1995 ha fatto parte della squadra nazionale di tavola a vela. In questo periodo ha conseguito numerosi successi nazionali e internazionali: campione del mondo classe Windsurfer, 2 medaglie d'argento alle Universiadi, 9°deg; alla pre-olimpica di Pusan (Seoul '98), Campione italiano classe olimpica, Campione italiano classe Mistral, Campione italiano classe Race-board, Campione italiano Universitario, 2°deg; alla traversata Sicilia Malta.
Ricordiamo ancora Domenico Dell’Aria, Campione italiano nel 1985, che dopo numerose partecipazioni a Campionati Europei e Mondiali, dal 1988 al 1992 ricopre il ruolo di Tecnico Federale della Squadra Nazionale ed Olimpica di tavole a vela con cui partecipa alle Olimpiadi di Seul ’88 e Barcellona ’92.
Il Circolo si distingue da un "marina" per la pratica dello sport, dell’arte marinaresca e della cultura nautica che diffonde senza scopo di lucro, così come previsto rigorosamente dallo Statuto, con la collaborazione di tutti i soci.
Nello Sport abbiamo svolto nello scorso trentennio attività sportive quali Campionati nazionali ed internazionali giovanili, Giro del mondo a vela con equipaggio familiare, Circumnavigazione dell’Africa, Giro d’Italia a vela, Traversata atlantica nel 1986 e nel 2005, partecipazioni vittoriose a campionati nazionali ed europei, Middle Sea Race, Siracusa-Malta, La Rotta del Sahara.
Il Circolo ha di recente acquisito un ulteriore risultato che lo conferma come associazione efficacemente dedita al perseguimento di finalità di grande rilievo nello sport e nel sociale: ha ricevuto un importante riconoscimento dal Rotary International,con l’ assegnazione del Premio Mannino 2005 "per avere sostenuto la pratica della vela come godimento e corretta fruizione della natura e per avere sempre proposto eventi nazionali ed internazionali che fanno conoscere i tanti aspetti del nostro mare e del nostro territorio."
Nel 2005 è stato inserito, nella Clubswan Directory, costituito dagli Yacht Clubs più prestigiosi d’Europa che svolgono una intensa ed importante attività sportiva e culturale sul territorio per diffondere la conoscenza del Mare e della Vela.
Il Circolo collabora da molti anni con le Scuole per iniziative che coinvolgono gli studenti per trasmettere la cultura del Mare.
Interagiamo da circa 10 anni con l’Istituto Nautico "Duca degli Abruzzi" di Catania con cui abbiamo stipulato nel 2003 un Protocollo d’Intesa in cui viene riconosciuto ufficialmente al Circolo il ruolo di "soggetto formatore di percorsi didattici nel sistema di istruzione e di formazione professionale, nel settore della nautica, delle attività marinare, del turismo nautico, della tecnica e delle varie attività collegate al diporto ed alle aree portuali." Tale protocollo è il primo che è stato siglato in Italia fra un Istituto Scolastico di Pubblica Istruzione ed un Circolo Nautico.
Il Circolo ha costituito un gruppo donatori di sangue e organizza una regata a favore dell’AVIS di Catania.
Il Circolo Nic settimanalmente organizza tavole rotonde ed incontri con specialisti del settore su vari argomenti, quali le correnti di marea nello Stretto di Messina, Oceanografia, Navigazione piana, Navigazione Astronomica, Navigazione strumentale, Navigazione integrata, Meteorologia, Arte della navigazione a remi e a vela latina, galateo marinaresco.
Il Circolo ha organizzato conferenze sull’abbattimento delle barriere architettoniche nella nautica, e nell’ambito di tali manifestazioni ha ospitato il catamarano "Spirito di Stella".
Il Circolo è un luogo ove è possibile avere scambi di opinioni e di esperienze.
È nostra convinzione, infatti, che il bagaglio di conoscenze ed esperienze accumulate in tanti anni nel settore della Nautica non debba essere disperso, ma debba invece essere trasmesso agli altri.
Il Nic si presenta come una realtà unica con un'attività che contribuisce all'elevazione morale dei giovani diffondendo una cultura del mare che possa così essere sempre più presente nelle nuove generazioni.