View allAll Photos Tagged mod_l

ON SALE THIS WEEK... (2022 Nov15-Nov22)

"Trends change, people change..." but with our glorious Jawbreaker ring, you'll always be in the clique.

 

Large lucite ball set on an adjustable metal band, a simple but BOLD statement piece. Colors: cherry red, candy pink, lemon yellow, green apple, blue raspberry, grape purple, white sugar, black liquorice. A Delia*s classic recreated for all the y2k grrls. Unrigged (for now), updates free forever (and coming!). COPY/MOD. L$50 this week at BEENICORN.

 

PICK IT UP ANYWAY YOU LIKE:

MP @ BEENICORN online

SL @ maps.secondlife.com/secondlife/Loti/72/22/2502

 

(in this photo: BEENICORN's Lumen. Hair by DOUX. Skin/Eyes by MUDSKIN. Top by V.C. Labs, shorts by Blueberry.)

Vi avevo mostrato in un backstage di ‪#‎ShootingParcoDora‬ Simone che mi aiutava per uno scatto.... eccolo!

Lo so è un po' strano, un po' particolare... ma infondo cosa non è strano? Chi definisce la normalità? Specie nell'arte, nella fotografia, dove i canoni sono sempre molto elastici, dove le menti percepiscono a loro modo.

L'idea di una fotografia nella fotografia nasce forse proprio da ciò che rappresenta per me la fotografia. Non mi permette mai di guardare la stessa cosa due volte nello stesso modo. E questa diversità continua, questa poliedricità del mondo, di come noi lo guardiamo, beh, forse ci aiuta a ricordarci che dove è un po' sbiadito - proprio lì dietro - possono comunqe trovarsi i colori!

Grazie a Simone per il contributo in questo scatto.

  

Follow me | Seguimi:

- Facebook

- Instagram

- 500px

- Twitter

- Flickr

- Google +

In primo piano l'opera: La madre dell'ucciso,.

Opera dei primi anni del 1900, ispirata all'artista da un episodio che lo aveva particolarmente colpito da bambino e che, in qualche modo, l'aveva segnato.

In secondo piano, opera sempre dei primi anni del novecento: Il Nomade.

Le Nieuwe Instituut, situé à Rotterdam , en Hollande-Méridionale , est un musée d' architecture , de design et de culture numérique , ainsi qu'une plateforme pour les industries créatives. Il organise des expositions et des débats autour de diverses disciplines du design, notamment le graphisme, le design produit, les jeux, la mode, l'architecture (d'intérieur), l'urbanisme et l'architecture paysagère.

Le Nouvel Institut est situé dans le Museumpark . Le bâtiment, conçu par Jo Coenen , a été achevé en 1993. Le bâtiment comprend une entrée, au-dessus de laquelle se trouvent des bureaux et des espaces d'étude, côté Museumpark une librairie, des services de restauration, une librairie et un espace de conférence, une aile d'exposition avec un espace pour les objets spéciaux au sous-sol (« La Salle du Trésor »), ainsi que plusieurs étages reliés par une rampe et un bâtiment d'archives incurvé sur la Rochussenstraat. Une sculpture monumentale du sculpteur néerlandais Auke de Vries a été placée dans l'étang, à côté de l'entrée. En 2012, une rénovation a eu lieu et le design original a été adapté.

 

The New Institute, located in Rotterdam, South Holland, is a museum of architecture, design, and digital culture, as well as a platform for the creative industries. It organizes exhibitions and discussions around various design disciplines, including graphic design, product design, games, fashion, (interior) architecture, urban planning, and landscape architecture.

The New Institute is located in the Museumpark. The building, designed by Jo Coenen, was completed in 1993. The building comprises an entrance, above which are offices and study areas; on the Museumpark side, a bookstore, catering services, a library, and a conference space; an exhibition wing with a space for special objects in the basement ('The Treasure Room'); several floors connected by a ramp; and a curved archive building on Rochussenstraat. A monumental sculpture by Dutch sculptor Auke de Vries was placed in the pond next to the entrance. In 2012, a renovation took place and the original design was adapted.

Un classico che non passa mai di moda!

L'unico Etr che transita regolarmente in Tirrenica è l'ES 9305/9308 Genova-Roma qui ripreso di buon mattino nel celebre punto di Calafuria.

Tangara

Tupí name Tangara dancer, for the tanagers and other bright finch-like birds.

cyanicollis

L. cyaneus dark-blue; Mod. L. collis -necked (> L. collum neck).

 

Musée des Beaux-Arts. Exposition temporaire : " À la mode. L'art de paraître au XVIIIème siècle " du 13 mai au 22 août 2022 (exposition déjà présentée à Nantes du 25 novembre 2021 au 6 mars 2022).

Grallaria

Mod. L. grallarius stilt-walker (> L. grallae stilts).

 

ruficapilla / ruficapillum / ruficapillus

L. rufus red, ruddy; -capillus -capped (capillus hair of the head).

Musée des Beaux-Arts. Exposition temporaire : " À la mode. L'art de paraître au XVIIIème siècle " du 13 mai au 22 août 2022 (exposition déjà présentée à Nantes du 25 novembre 2021 au 6 mars 2022).

Musée des Beaux-Arts. Exposition temporaire : " À la mode. L'art de paraître au XVIIIème siècle " du 13 mai au 22 août 2022 (exposition déjà présentée à Nantes du 25 novembre 2021 au 6 mars 2022).

Fonte dell'immagine: La Chiesa di Dio Onnipotente

Condizioni d'Uso: www.kingdomsalvation.org/it/disclaimer.html

 

“La salvezza dell’uomo da parte di Dio non avviene direttamente attraverso il mezzo dello Spirito o in quanto Spirito, poiché il Suo Spirito non può essere né toccato, né visto e neanche avvicinato dall’uomo. Se Dio avesse cercato di salvare l’uomo direttamente tramite lo Spirito, l’uomo non avrebbe potuto ricevere la Sua salvezza. Se Dio non avesse indossato la forma esteriore di un essere umano, gli uomini non sarebbero stati in grado di ricevere questa salvezza. L’uomo, infatti, non può in alcun modo avvicinarsi a Dio, così come nessuno poteva andare vicino alla nuvola di Jahvè. Solo diventando uomo della creatura terrestre, ovvero mettendo la Sua Parola nella carne che Egli diventerà, Egli può personalmente lavorare con la Parola in tutti quelli che Lo seguono. Unicamente in questo modo l’uomo può udire la Sua Parola, vedere la Sua Parola e accogliere la Sua Parola, e, attraverso di essa, essere salvato completamente. Se Dio non Si fosse fatto carne, nessun uomo carnale avrebbe potuto ricevere una salvezza così grande e nessun uomo sarebbe salvato. Se lo Spirito di Dio avesse lavorato direttamente con l’uomo, l’uomo sarebbe stato distrutto o tenuto prigioniero da Satana, in quanto l’uomo non è in grado di relazionarsi direttamente con Dio”.

 

da “Il mistero dell’incarnazione (4)”

 

Fonte: www.kingdomsalvation.org/it/special-topic/mysteryofincarn...

Musée des Beaux-Arts. Exposition temporaire : " À la mode. L'art de paraître au XVIIIème siècle " du 13 mai au 22 août 2022 (exposition déjà présentée à Nantes du 25 novembre 2021 au 6 mars 2022).

Fonte dell'immagine: La Chiesa di Dio Onnipotente

Condizioni d'Uso: www.kingdomsalvation.org/it/disclaimer.html

 

I

L'uomo cammina con Dio, attraverso ere e tempi, non sa che Dio governa il destino di tutte le cose viventi, inconsapevole di come Dio orchestri tutto e come diriga ogni cosa. Da tempo immemorabile fino al giorno d'oggi, questo è qualcosa che nessuno ha mai saputo. Non perché sia difficile trovare le vie di Dio, o il Suo piano debba ancora realizzarsi, ma il cuor e lo spirito dell'uomo sono troppo distanti da Dio. Perciò, mentre l'uomo sta seguendo Dio, sta ricoprendo il ruolo di servo di Satana. Non si rende conto mai di questo.

II

Nessuno prende l'iniziativa di cercare le orme di Dio o la Sua apparenza. Nessuno desidera esistere e vivere sotto la cura e la custodia di Dio. Ma essi scelgono la corrosione di Satana e il maligno per adattarsi e abituarsi a questo mondo ed adeguarsi alle regole di vita seguite dall'umanità malvagia. A questo punto, il cuore e lo spirito dell'uomo diventano doni offerti a Satana. Il cuore e lo spirito dell'uomo sono cibo di Satana, addirittura il luogo dove risiede, ed un parco giochi per lui.

III

In questo modo, l'uomo senza saperlo perde i suoi principi su come essere umano. E non sa più il valore e lo scopo del perché egli esista. Le leggi di Dio e il patto tra Dio e l'uomo scompaiono gradualmente nel cuore dell'uomo. L'uomo non cerca più né dà ascolto a Dio, non cerca più né dà ascolto a Dio. Col passare del tempo, l'uomo non capisce più perché Dio ha creato l'uomo, né comprende le parole di Dio o si accorge di tutto ciò che viene da Dio. L'uomo inizia a resistere alle leggi di Dio e ai decreti di Dio; il cuore dell'uomo e lo spirito dell'uomo, il cuor e spirito diventano insensibili... Dio perde l'uomo che ha creato in origine, l'uomo perde le radici del suo inizio. Questa è la tristezza di questa umanità, tristezza di questa umanità, tristezza di questa umanità, tristezza di questa umanità.

da "La Parola appare nella carne"

 

Fonte: www.kingdomsalvation.org/it/la-tristezza-dellumanita-corr...

View On Black

 

"Vita in te ci credo / le nebbie si diradano / e oramai ti vedo / non e' stato facile uscire da un passato / che mi ha lavato / l'anima fino a quasi / renderla un po' sdrucita. / Vita io ti credo / tu così purissima / da non sapere il modo / l'arte di difendermi / e così ho vissuto / quasi rotolandomi / per non dover ammettere / di aver perduto... / Siamo angeli / con le rughe un po' feroci / sugli zigomi / forse un po' più stanchi / ma più liberi / urgenti di un amore / che raggiunge chi la vuole respirare". Vita

Lucio Dalla

Grallaria ruficapilla - Chestnut-crowned Antpitta – Tororoi comprapán

 

Grallaria

Mod. L. grallarius stilt-walker (> L. grallae stilts).

 

ruficapilla / ruficapillum / ruficapillus

L. rufus red, ruddy; -capillus -capped (capillus hair of the head).

To see more ... www.flickr.com/photos/gnuckx

   

Taormina

 

Taormina (Messina) (Taurmina in siciliano) è un comune di 10.991 abitanti della provincia di Messina.

 

È uno dei centri turistici di maggiore rilievo di Sicilia, infatti il suo aspetto, il suo paesaggio, i suoi luoghi, le sue bellezze naturali e i suoi tanti monumenti antichi, riescono ad attirare turisti provenienti da tutto il mondo.

 

Preistoria e antichità

Sull'origine di Taormina (Tauromenion, Tauromenium) molte sono le notizie, ma incerte per documentazione e poco attendibili.

 

Diodoro Siculo nel 14° libro attesta che i Siculi abitavano la rocca di Taormina, vivendo di agricoltura e di allevamenti di bestiame, già prima dello sbarco dei greci di Calcide Eubea nella baia di Taormina (753 a.C.), dove alle foci del fiume Alcantara, fondarono Naxos (odierna Giardini Naxos), la prima colonia greca di Sicilia. Dionisio di Siracusa, di origine dorica, ed alleato di Sparta nella guerra contro Atene, tollerò per un po' la presenza degli Ionici di Calcide Eubea a Naxos,alleati di Atene, ma poi mosse contro di essi che andarono ad occupare la parte a valle del Monte Tauro in, cui vivevano i Siculi insieme ad altri jonici che si erano precedentemente lì insediati da Naxos.

 

Ma negli anni della XCVI Olimpiade (396 a.C.)i nassioti in massa, minacciati da Dionisio, tiranno di Siracusa, si trasferirono a Tauromenion, spinti da Imilcone, condottiero dei Cartaginesi, alleato degli jonici contro i dorici, perché il colle era da considerarsi fortificato per natura. Volendo il tiranno di Siracusa riprendersi con violenza il territorio dei Tauromenitani, essi risposero che apparteneva loro di diritto, poiché i propri antenati greci ne avevano già preso possesso prima di loro stessi, scacciando gli abitatori locali.

 

Afferma Vito Amico che la suddetta versione sulle origini di Taormina fornita da Diodoro è contraddetta nel 16° libro, quando sostiene che Andromaco, dopo l'eccidio di Naxos del 403 a.C., radunati i superstiti li convince ad attestarsi nel 358 a.C. sulle pendici del vicino colle "dalla forma di toro", e di conseguenza il nascente abitato prese il nome di Tauromenion, toponimo composto da Toro e dalla forma greca menein, che significa rimanere.

 

Mentre le notizie fornite da Cluverio concordano con la seconda versione di Diodoro, Strabone narra che Taormina abbia avuto origine dai Zanclei e dai Nassi. Ciò chiarirebbe in qualche modo l'affermazione di Plinio il quale afferma che Taormina in origine si chiamava Naxos.

 

Testimone Diodoro Siculo, Taormina, governata saggiamente da Andromaco, progredisce, risplendendo in opulenza e in potenza. Nel 345 Timoleone da Corinto, sbarca e raggiunge Tauromenium, per chiedere l'appoggio militare al fine di sostenere la libertà dei Siracusani.

 

Più tardi troviamo Taormina sotto il dominio del tiranno siracusano Agatocle, che ordina l'eccidio di molti uomini illustri della città e manda in esilio lo stesso Timeo, figlio di Andromaco. Anni dopo soggiace a Tindarione e quindi a Gerone, anch'essi tiranni Siracusani.

 

Taormina rimane sotto Siracusa fino a quando Roma, nel 212 a.C., non dichiara tutta la Sicilia provincia Romana. I suoi abitanti sono considerati alleati dei Romani e Cicerone, nella seconda orazione contro Verre, accenna che la Città è una delle tre Civitates foederataee la nomina "Civis Notabilis " erroneamente tramandato ,poi, come "Urbs notabilis". In conseguenza di ciò non tocca ai suoi abitanti pagare decime o armare navi e marinai in caso di necessità. Nel corso della guerra servile (134 – 132 a.C.) Tauromenium è occupata dagli schiavi insorti, che la scelgono come caposaldo sicuro. Stretti d'assedio da Pompilio, resistono a lungo sopportando anche la fame e cedendo soltanto quando uno dei loro capi, Serapione, tradendo i compagni, lascia prendere la roccaforte.

 

Nel 36 a.C. nel corso della guerra fra Sesto Pompeo ed Ottaviano, le truppe di quest'ultimo sbarcano a Naxos per riprendere la città a Sesto Pompeo che l'ha in precedenza occupata. Per ripopolare Tauromenium, dopo i danni della guerra subita, ma anche per presidiarla Ottaviano, divenuto Augusto, nel 21 a.C. invia una colonia di Romani, a lui fedeli, e nel contempo ne espelle gli abitanti a lui contrari.

 

Strabone parla di Tauromenion come di una piccola città, inferiore a Messina e a Catania. Plinio e Tolomeo ne ricordano le condizioni di colonia romana.

 

Dal Medioevo al XVIII secolo

Secondo una pia leggenda, con l'avvento del Cristianesimo, Pietro apostolo destina a Taormina il vescovo Pancrazio, che già prestava la sua opera di conversione nella regione che costruisce la prima chiesetta sulle pendici di Taormina dedicata a san Pietro stabilendo la sede del primo vescovato in Sicilia.[senza fonte] Peraltro, l'effettiva esistenza storica di questo personaggio non risulta da alcun documento storico, a parte le pie leggende: le prime menzioni risalgono a dopo la fine del dominio mussulmano. Vescovi "prestantissimi per santità di costumi, zelo e dottrina", scrive Vito Amico, si succedono fino all'età araba. Poche sono le notizie in questo lasso di tempo, che annovera la caduta dell'Impero romano d'Occidente nel 447, l'invasione dei Goti, la presenza dei Bizantini, la conquista araba.

 

Certo è che Taormina, occupa una posizione strategica importante per la tenuta militare del territorio circostante, per 62 anni fu l'ultimo lembo di terra dell'Impero romano d'Oriente insieme a Rometta e più volte resistette agli assalti dei saraceni (grazie alle sorgenti d'acqua potabile, alle cisterne ed agli acquedotti sotterranei), sin quando dopo un lungo assedio durato due anni la notte del Natale del 906, a causa del tradimento di un mercenario messinese tale Tommaso Balsamo, fu presa e distrutta totalmente. I suoi abitanti maschi furono tutti decapitati come il vescovo di Taormina, san Procopio, la cui testa fu portata su un piatto d'argento al capo delle truppe saracene Ibrahim (al quale è intestata una via di Taormina). Le ragazze più belle furono portate al Califfo di Karaujan Al Moezzin e le altre furono rese schiave. I pochi superstiti fuggirono nelle montagne circostanti. La città fu ricostruita nella parte sud, laddove finiva quella greca-romana rasa al suolo dai saraceni e per quasi due secoli visse nella concordia e nella tolleranza fra arabi e cristiani. Gli arabi la abbellirono adornandola di bei giardini e fontane e la ribattezzarono con il nome di Almoezia dal Califfo Al Moezzin.

 

Della città si impossessa il Gran Conte Ruggero, il quale espugnato Castronovo volge alla conquista del Val Demone, cingendo d'assedio la Città, attraverso la costruzione di ben ventidue fortezze in legname: tronchi e rami formano un muro insuperabile; nondimeno i saraceni resistono per molto tempo prima di capitolare nel 1078. Taormina diviene Città Demaniale, compresa nella Diocesi prima di Troina e poi di Messina, quando la sede Vescovile viene qui trasferita. Segue le vicende della Sicilia, sotto gli Svevi e poi sotto gli Aragonesi. Nel 1410 il Parlamento Siciliano, uno dei più antichi d'Europa, svolge a Taormina la sua storica seduta, al Palazzo Corvaja alla presenza della regina Bianca di Navarra, per l'elezione del re di Sicilia, dopo la morte di Martino II. Nel secolo XVI Filippo IV di Spagna concede il privilegio che la Città appartenga stabilmente alla Corona.

 

Nel 1675 è assediata dai francesi, alleati di Messina. La storia gloriosa volge al suo declino. I francesi di Casa D'Orleans non la ritengono Città importante. Gli Angioini ne aboliscono i privilegi di cui godeva.Sconfitti in Sicilia gli Angioini con la guerra del Vespro,Taormina ritorna sotto gli spagnoli ed i viceré con gli antichi privilegi.In seguito, con l'occupazione delle truppe napoleoniche di Napoli e del Sud e con il trasferimento della Reggia Borbonica a Palermo, Re Ferdinando I di Sicilia volle ringraziare Taormina per la sua antica fedeltà ai Borboni contro i francesi e Re Ferdinando I in visita ufficiale nella fedele Taormina , in segno di riconoscimento donò al sindaco dell'epoca Pancrazio Ciprioti l'Isola Bella.

 

I Borboni, resero più facile l'accesso alla città ,che sin dai tempi dei romani avveniva dall'angusta Consolare Valeria che si inerpicava fra le colline, tagliando il promontorio del Catrabico realizzando così una strada litoranea che congiungeva facilmente Messina a Catania e realizzando,dopo la Napoli-Portici ,la seconda strada ferrata del Regno. Che tale e quale (ad unico binario è rimasta sino ai nostri tempi!).

 

Da parte di molte nazioni europee e di famosi scrittori ed artisti (Goethe, Maupassant, Rouel ed altri) si manifestò un interesse verso l'amenità del luogo e verso le sue bellezze archeologiche. Taormina da adesso in poi si svilupperà, divenendo luogo di residenza del turismo elitario, inizialmente proveniente soprattutto dall'Inghilterra come Lady Florence Trevelyan, figlia del Barone Spencer Trevelyan e la cui nonna paterna era Lady Maria Wilson una prima cugina della Regina Vittoria, alla cui Corte Florence era cresciuta attorniata dai cani che adorava come la "zia Vittoria" che, però, lei puritana, per impedire uno scandalo a Corte ,la obbligò all'esilio con un ricco vitalizio, per una sua relazione con suo figlio, il Re Edoardo VII che era sposato con l'austera Alessandra di Danimarca e che decise di vivere a Taormina dove sposò il ricco filantropo Salvatore Cacciola, sindaco di Taormina ed amico del Duca di Kent.

 

Dal XIX secolo ai giorni nostri

Lady Florence Trevelyan acquistò dal sindaco Pancrazio Ciprioti l'Isola Bella e comprò 82 vecchie casupole di pescatori e lotti di terreno che abbatté per realizzare lo splendido giardino che, dopo la sua morte, divenne il giardino pubblico di Taormina con le caratteristiche costruzioni ispirate ai suoi viaggi in estremo oriente, aiutò i La Floresta ad ampliare il primo albergo di Taormina, l'Hotel Timeo; dall'Inghilterra arrivò anche il Re Edoardo VII(dopo due anni, però, dalla morte della madre la Regina Vittoria nel 1903, 1904, 1907, 1908) e dalla Germania personaggi come Johann Wolfgang von Goethe, che citò Taormina nel suo Viaggio in Italia (Italienische Reise), il fotografo barone Wilhelm von Gloeden, il pittore Otto Geleng, Friedrich Nietzsche (dal 1882) che qui scrisse Così parlò Zarathustra, Richard Wagner, il Kaiser Guglielmo II di Germania (1896-1897-1904, 1908), Oscar Wilde, lo Zar Nicola I, Ignazio Florio e Franca Florio, "la stella d'Italia" come la chiamava il Kaiser ed amica della Trevelyan, Gabriele D'Annunzio, Gustav Klimt, Sigmund Freud, Edmondo De Amicis e banchieri, magnati, aristocratici di tutto il mondo . [1]

 

Ben presto Taormina divenne famosa in tutto il mondo sia per le sue bellezze paesaggistiche, per i suoi panorami variopinti, per i quadri dell'Etna innevato e fumante che declina sino al mare turchese e che fecero il giro del mondo, ma anche per la sua permissività, per la sua "trasgressione",per i suoi "dotti cenacoli", per il "mito d'Arcadia", per la sua sfrenata "dolce vita".

 

"I pazzi a Taormina" dello scrittore catanese Massimo Simili[2] descrive un periodo in cui non passava giorno che a Taormina, non accadesse qualcosa di "folle" grazie ai suoi estrosi e famosi frequentatori. Ciò che era permesso a Taormina creava scandalo persino nella "internazionale" Capri dove, per esempio, l'armiere tedesco Krupp aveva cercato, senza riuscirvi di ricreare i "cenacoli taorminesi " in cui efebi locali ed ancelle erano al centro delle "scene". Krupp a Capri fu travolto dallo scandalo e pochi giorni dopo si tolse la vita per la vergogna a Brema.

 

Sorsero tanti alberghi tutti gestiti da famiglie taorminesi. Il paese di pescatori e contadini e di benestanti borghesi si trasformò in un paese di commercianti, albergatori, costruttori. Durante la seconda guerra mondiale fu sede del Comando tedesco della Wermacht per cui il 9 luglio del 1943, giorno del patrono San Pancrazio, Taormina subì due devastanti bombardamenti aerei alleati che distrussero parte della zona sud e persino un'ala del famoso albergo San Domenico in cui era in corso una riunione dell'alto comando tedesco.

 

Essendo un città turistica internazionale molte spie inglesi durante il fascismo si erano ben camuffate e uscirono alla scoperto appena entrarono le truppe alleate. Nel dopoguerra Taormina si ingrandì senza alterare le proprie bellezze naturali e sino al 1968 era una città turistica prettamente invernale per un turismo ricco ed individuale, tant'è che i migliori alberghi aprivano ad ottobre e chiudevano a giugno ed era frequentata da scrittori di fama come Roger Peyrefitte, Truman Capote, André Gide, L.H.Lawrence, da nobili (Giuliana d'Olanda), dai reali di Svezia e di Danimarca, dal Presidente della Finlandia Urho Kekkonen da personaggi illustri e famosi come Soraya, Ava Gardner, Romy Schneider, che fecero amicizia anche con alcuni affascinanti play boys del luogo, nonché Liz Taylor, Richard Burton, Dino Grandi, Willy Brandt, Greta Garbo, che svernavano per mesi negli alberghi taorminesi trascorrendo le giornate, ma soprattutto le notti nei tipici locali notturni dell'epoca e continuando, così, quella dolce vita iniziata con la Belle Epoque.

 

Centro d'incontro per tutti (artisti, nobili, playboy, scrittori, personaggi curiosi) era il Cafè Concerto "Mocambo" dell'estroso play boy Robertino Fichera. Robertino, con i suoi mitici amici Chico Scimone e Dino Papale, quest'ultimo fondatore della Women's Tennis Association, volle rappresentare in un murales, che fece dipingere nel salone del suo famoso Cafè affinché rimanessero "immortali" seduti accanto a Sigmund Freud e Albert Eistein, quelli che erano i veri protagonisti del grande teatrino taorminese cioè quella umanità "viva", composta da playboy, artisti e "pazzi", che "creava" ogni giorno la dolce vita taorminese. "Che la festa inizi" è il titolo del murales. Ma la festa stava per finire, ed anche la vita terrena di Robertino.

 

Nel 1968, accadde il terremoto del Belice che fece paura per le ripercussioni che avrebbe potuto avere sul turismo ad alcuni operatori turistici taorminesi che frettolosamente si indirizzarono verso il turismo di massa facendo contratti con i maggiori tour operator europei. Taormina, così, rapidamente si trasformò. Gli alberghi "vendevano" le camere a contratto annuale ai grandi tour operator del turismo di massa rinunciando al turismo classico individuale che sino allora aveva reso ricca e famosa Taormina con un taglio decisamente di alta classe e di prestigio.

 

Col turismo di massa la cittadina si espanse nelle adiacenti zone verdi, fu rapidamente e disordinatamente cementificata, nacquero nuovi alberghi e tante nuove attività commerciali e siccome i taorminesi non si volevano dedicare ai lavori umili, vi fu una invasione dall'arretrato entroterra siciliano di gente povera di diversa cultura in cerca di fortuna, che in poco tempo, richiamò a Taormina amici e parenti che si improvvisarono albergatori, ristoratori, commercianti.

 

Taormina divenne, in breve tempo, una cittadina balneare per un turismo di massa, una nobile decaduta.

 

Gli alberghi ora chiudevano a novembre per riaprire a Pasqua. Fu il crollo per quasi tutte le famiglie di antichi albergatori taorminesi che non riuscirono ad adeguarsi ai nuovi tempi ed in pochi anni persero i propri alberghi che furono acquistati da società venute da fuori che miravano più ai bilanci che alla qualità dei servizi.

 

Gli alberghi non erano più le seconde case di lusso dei viaggiatori che venivano accolti con grande cortesia dai proprietari e con i quali si familiarizzava, si conversava e si prendeva il thè ... ma erano degli anonimi alberghi con degli anonimi clienti come tanti di tutto il mondo. Fu una rivoluzione anche nel tessuto economico sociale tradizionale di Taormina a causa dei tanti immigrati arrivati a Taormina in cerca di fortuna, che non solo dettero vita alla speculazione edilizia, avendo necessità di costruire abitazioni per essi, per gli amici e per i parenti, ma si insediarono anche nelle strutture di potere della città.

 

Fu la fine anche della dolce vita taorminese, i cui protagonisti erano stati tanti estroversi personaggi della aristocrazia siciliana e alcuni affascinanti play boy locali che, fra le dolcezze della natura taorminese, intrattenevano turiste famose e non, inducendole a ritornare annualmente più volte a Taormina, proprio come avveniva agli albori del secolo con Geleng e Von Gloeden.

 

Taormina veniva, quindi, "spersonalizzata", perdeva la propria "identità" di città di artisti e di "pazzi" in cui ognuno poteva vivere come non poteva nella propria città e Taormina rischiava di morire a causa del "provincialismo" dei tanti immigrati che erano venuti a Taormina per cercar fortuna e che, avendola trovata ed essendosi anche arricchiti avevano ben presto occupato i posti di potere snaturando,così la città che perdeva la sua identità e veniva invasa dal cemento, come tante altre famose città turistiche e ciò anche a causa del turismo "mordi e fuggi" prediletto da una categoria di audaci mercanti.

 

Si perdeva soprattutto l'"identità" del taorminese ospitale e colto anche perché il centro storico veniva svuotato in quanto molti taorminesi svendevano le loro vecchie case ed al loro posto sorgevano tante seconde e terze case per villeggianti della provincia, sin quando, all'inizio del III millennio, alcuni imprenditori non hanno iniziato a creare nuovamente alberghi di gran lusso, maisons de charme, che, aperti tutto l'anno, hanno in poco tempo, fatto si che Taormina sia nuovamente una città turistica di fama internazionale, elegante, con un salotto buono (il Corso Umberto I) in cui sono presenti splendidi negozi con le maggiori griffe mondiali ed in cui, grazie anche ai tanti prestigiosi eventi culturali, una per tutte Taormina Arte, vi è una stagione turistica che dura tutto l'anno con delle punte massime in agosto e minime a gennaio-febbraio e che accoglie sia clientela di lusso, sia un turismo di massa (d'estate) medio-alto. Attualmente Taormina è considerata una delle città più belle, più accoglienti e più affascinanti di tutta l'intera Sicilia; questo suo nobile aspetto è dovuto essenzialmente alla caratteristica del paesaggio circostante: da un lato vi è il mare con la sua attraente spiaggia, tipico aspetto della zona costiera della Sicilia, mentre dall'altro è circondata interamente da montagne e colline varie, caratteristico di tutta la parte centrale della regione; è proprio questa la principale particolarità che spinge ogni anno milioni di turisti a visitare questa perla sperduta tra il Mar Mediterraneo.

  

taormina rainbow messina bougainvillea basil basilico hotel san domenico giardini naxos etna volcano vulcano island isola sicilia sicily italia italy sea sun landscape free europe wallpaper michael micky castielli resolution vacation holiday travel flight creativecommons creative commons zero CC0 cc0 CC cc panoramio flickr googleearth maps geotagged gnu gimp wikimedia

Musée des Beaux-Arts. Exposition temporaire : " À la mode. L'art de paraître au XVIIIème siècle " du 13 mai au 22 août 2022 (exposition déjà présentée à Nantes du 25 novembre 2021 au 6 mars 2022).

Musée des Beaux-Arts. Exposition temporaire : " À la mode. L'art de paraître au XVIIIème siècle " du 13 mai au 22 août 2022 (exposition déjà présentée à Nantes du 25 novembre 2021 au 6 mars 2022).

Musée des Beaux-Arts. Exposition temporaire : " À la mode. L'art de paraître au XVIIIème siècle " du 13 mai au 22 août 2022 (exposition déjà présentée à Nantes du 25 novembre 2021 au 6 mars 2022).

Musée des Beaux-Arts. Exposition temporaire : " À la mode. L'art de paraître au XVIIIème siècle " du 13 mai au 22 août 2022 (exposition déjà présentée à Nantes du 25 novembre 2021 au 6 mars 2022).

Musée des Beaux-Arts. Exposition temporaire : " À la mode. L'art de paraître au XVIIIème siècle " du 13 mai au 22 août 2022 (exposition déjà présentée à Nantes du 25 novembre 2021 au 6 mars 2022).

La bellezza è in qualche modo l'antitesi della guerra

Fondazione Gianadda, Martigny

  

Rolleiflex T (1958) Tessar 3,5 (non mia) + Rollei RPX 400 + regola del 16

 

#fondationpierregianadda

  

La Fondazione Pierre Gianadda ha trasformato la cittadina di Martigny in una piccola capitale mondiale dell'arte moderna.

Dal 1978 ad oggi, 2003, oltre 6 milioni di persone hanno visitato il museo per ammirare le opere dei più grandi maestri del 19esimo e del 20esimo secolo.

Situata all'entrata del Passo del Gran San Bernardo - una delle poche vie che le Alpi hanno concesso per collegare l'Italia e la Svizzera - Octodurus aveva un'importanza strategica troppo grande per lasciar indifferenti i Romani.

 

I conquistatori venuti dal sud ne fecero quindi un borgo imperiale e poi addirittura la capitale della provincia delle Alpi Graie e Pennine. Seguirono secoli piuttosto agitati per questo crocevia delle genti e dei commerci, dal quale transitavano troppo spesso orde di invasori ed eserciti, fino a quello di Napoleone.

 

Octodurus è diventata poi Martigny, una pacifica cittadina vallesana che riposava ai piedi delle montagne e vedeva passare soltanto le solite colonne di turisti, in cerca di svago tra le montagne.

Il risveglio della città addormentata

Fino a quando, nel 1978, la nascita della Fondazione Pierre Gianadda ha trasformato la tranquilla località in un centro mondiale dell’arte. Da allora, Martigny è stata nuovamente presa d’assalto: appassionati, critici e artisti provenienti da tutta Europa e da Oltreoceano.

 

Nell’ultimo quarto di secolo oltre 6 milioni di visitatori sono accorsi per ammirare le opere dei più grandi maestri dell’arte moderna. Turner, Manet, Van Gogh, Gauguin, Matisse, Picasso, Rodin, Braque, Klee, Modigliani, Chagall, Mirò, Giacometti guidano una lista impressionante di artisti, presentati al ritmo di 2-3 esposizioni all’anno.

 

Oggi, anche Martigny vive al ritmo della Fondazione. Ad ogni nuova esposizione, dai negozi alle insegne stradali, tutta la cittadina è tappezzata di cartelloni che guiderebbero anche un non vedente verso il museo Gianadda.

 

A risvegliare il borgo vallesano è stato il discendente di una famiglia venuta, a sua volta, dal sud: Léonard Gianadda, un ingegnere che ha imboccato la via dell’arte seguendo tracce lasciate 2000 anni prima dai Romani.

Misteriosa follia

Nel 1976, durante i lavori di scavo per la costruzione di una casa, Léonard Gianadda ritrova le vestigia del più vecchio tempio gallo-romano della Svizzera, dedicato a Mercurio. Poche settimane dopo, giunge la notizia della tragica morte del fratello Pierre.

 

Sconvolto, Léonard Gianadda decide di creare, sul sito romano, una Fondazione d’arte in memoria dell’amato fratello. Nasce così uno strano edificio – che sembra un mausoleo – attorno al quale ruotano prestigiose esposizioni temporanee, un museo romano, un museo dell’automobile, un parco delle sculture, una piccola collezione permanente e una sala di concerti.

 

“Per fare tutto questo bisogna essere un po’ pazzi” ammette Léonard Gianadda che, ancora oggi, non riesce a spiegarsi la ragione della misteriosa follia che lo ha portato a dar vita a questa impresa.

Un’oasi d’arte

Ancora più misteriose appaiono tuttora le chiavi del successo della Fondazione. Le esposizioni Gianadda figurano regolarmente nella classifica delle prime 100 mostre più visitate a livello mondiale e, spesso, addirittura nelle prime 10.

 

Eppure la Fondazione dispone di mezzi e di spazi alquanto ristretti rispetto a migliaia di musei. Si situa in un luogo che non emana un fascino particolare, in una località che non offre grandi tradizioni o tesori artistici.

 

A dirigerla è un ingegnere, che all’inizio “non conosceva quasi niente dell’arte”. E, oltretutto, non dispone neppure di una collezione di dipinti che possano servire da merce di scambio con altri musei.

 

Su questa “terra arida” è invece sbocciata una quasi incredibile oasi d’arte, dove file di persone visitano le esposizioni circolando in modo silenzioso, quasi religioso, come se non volessero turbare l'antico santuario romano o il nuovo tempio moderno.

 

Un'oasi di quiete e di raccoglimento rispettoso che si ritrova anche nel parco delle sculture, dove è la Fondazione a dover quasi invitare i visitatori a “camminare sull’erba”, per ammirare più da vicino le impressionanti sculture permanenti di Rodin, Arp, Brancusi, Mirò, Dubuffet, Calder o Segal.

Fenomeno mondiale

Dopo un prima esposizione senza gloria, Léonard Gianadda si attornia di persone competenti, dedica anima e corpo alla Fondazione, conquista la fiducia dei grandi musei, viaggia da un continente all’altro per ottenere anche una sola tela.

 

Oggi, la Fondazione vive in parte del suo stesso successo, che gli permette di aprire perfino le porte più inaccessibili. Le mostre si trasformano in fenomeni mondiali, come quella di Van Gogh, nel 2000, che ha riunito quasi mezzo milione di visitatori attorno a 90 quadri.

 

“Léonard Gianadda riesce a farsi prestare opere da musei o collezionisti che non prestano mai niente a nessuno” spiega la storica d’arte Martha Degiacomi. “Capita addirittura che dei privati si rivolgano spontaneamente alla Fondazione, proponendo dipinti scomparsi da tempo da tutti i cataloghi”.

Nuovi bisogni

Il successo della Fondazione suscita chiaramente anche critiche e gelosie. Léonard Gianadda viene accusato, tra l’altro, di puntare su esposizioni che attirano masse di curiosi, di gestire una sorta di “fast food” dell’arte.

 

Ma se la “cucina” Gianadda soddisfa ogni palato è soprattutto perché serve regolarmente un menu qualitativo di opere che, di solito, si ritrovano soltanto nelle grandi metropoli. Ed è quindi Martigny ad attirare appassionati da Parigi, Milano o Berlino.

 

“Personalmente sono contento di contribuire a democratizzare in qualche modo l’arte, di poter offrire un museo vivo che non si rivolge soltanto ad un’élite” afferma Léonard Gianadda.

 

D’altronde, non è colpa sua: “Negli ultimi decenni i mezzi di trasporto sono diventati molto più rapidi e la gente ha scoperto nuovi interessi, nuovi bisogni che non esistevano ancora 30 o 40 anni fa”.

 

swissinfo, Armando Mombelli

I always put flowers or beautifully stacked wood in my fireplaces during warmer weather; it helps to keep an appeal to the fireplace all year long! Flowers pots can just be removed and a fire lit on chilly nights. <3

 

WHAT NEXT - bench set, @ Collabor88

Marlow Bench Land Impact: 4 with Hud. (x2=total of 8) Large Planter (Inside Fireplace), Land Impact: 2, Two Small Planters, Land Impact: 1 each, c/m/nt, L$88

 

DaD DESIGN - Country Swimming Pool -PG- 100% mesh, Copy Mod, L$750, Land Impact: 28.

 

Anna Erotica - ONE Prim Palm Trees!, Copy Mod, L$10, Land Impact: 1 x 2

 

The Domineaux Effect - Low Impact Garden Wall kit, Copy Mod, L$99, Land Impact: 1 each. (Linking when finished will reduce LI; around my pool ended up being LI: 9)

 

Jian :: Darlington Window Planter (Coleus) With HUD! Copy Mod - L$125, Land Impact: 1 . (Total LI: 2)

 

Mesh Plants - Hanging Orchids - scaled down - Copy /Mod, L$50, Land Impact: 1. (Total LI: 2).

 

Mesh Plants - Climbing Rose Pack, Arch - White - Copy Mod, L$98, Land Impact: 5 (scaled down)

 

*Apple Fall Clifton Fireplace (slightly modified), Copy/Mod, L$225, Land Impact: 5.

 

brocante. wall compass, copy/mod, L$50 ( a few fifty linden friday's ago) Land Impact: 1

 

Banners from Garden Party Lawn Chair Set (LISP Bazaar), Copy Mod, L$100, Land Impact: 4 each. (12 total)

 

{what next} Vintage Screen ~ Group Gift~- Land Impact: 1 each. (2 total) L$0

 

brocante. throw rug / stars, Copy/Mod, L$50 ( a few fifty linden friday's ago) Land Impact: 1.

 

Trompe Loeil - Fireplace Candles, Copy/Mod, L$??, Land Impact: 1.

A Spasso Con Tom

(Che quella volta non cantò. Parlò, e soltanto un po’)

 

Fuori dal borgo la strada s'allarga un po'.

Cinquanta all'ora.

Sessanta.

Un leprotto attraversa la via. Si volta un attimo a guardare. Rallento, quasi mi fermo. Tom forse non se n'è nemmeno accorto. Continua a cantare, la voce a metà.

Ho voglia di strade fuori paese, campi e siepi attorno. E buio, finché ce n'è. Come sulla la strada per Monguzzo, quella che arriva da Anzano. Il fresco della notte s'è mangiato il puzzo dei campi. Le bestie dormono nelle stalle, qualcun'altra nel suo letto. Il buio finisce in paese. Una chiesa, un bar, due tornanti in discesa, lampioni ovunque.

Poi la Vallassina, cent'all'ora, e Tom Canta ancora. Guarda il cementificio che guardo io, rallentiamo appena. Quand'ero bambino mi sembrava infinito e terrificante, con quelle ciminiere puntate in cielo. Un mondo a sé, chissà quali misteri, là dentro. Chissà chi, chissà cosa. Adesso è solo un profilo di lucciole rosse una sopra all'altra, sembrano lumini da morto. Le ciminiere sono appena più nere della notte. Sembrava più grande, quand'ero bambino. Certe notti però ci vengo ancora, lascio la macchina un pezzo più su e faccio un pezzo di superstrada a piedi a vedere il mostro con il bambino che voleva espugnare Indastria.

Poi finisce la Vallassina, ma i lampioni no. C'è tutta una fila di locali sempre pieni di gente, e di macchine parcheggiate ovunque. Odio 'sti posti. Tom canta, gli faccio segno, magari ha sete. Guarda i locali, gli sputa addosso fuori dal finestrino.

Han fatto un sacco di rotonde. Davvero tante. Per eliminare il traffico dei semafori. Ci son posti, però, che di notte stanno bene con un semaforo che lampeggia. Invece no. Rotonde. E un sacco di lampioni rincoglioniti.

La strada adesso sale. I chilometri passano senza fretta. Poi l'asfalto spiana, e già mi girano le scatole, perché vedo un'altra fila di lampioni dove poco tempo fa non ce n'erano. Il lago è bello al buio, è bello perché attorno non c'è nulla, nemmeno una luce che ci si rifletta. Solo i colli, e chi ci passa vicino, di notte, nemmeno lo sa che lì c'è il lago. Schiaccia l'acceleratore nel buio, chi passa di qua, fissa gli occhi nel cono di luce davanti alla macchina, e se ne va.

Per fortuna i lampioni finiscono subito, e il Segrino dorme bagnato appena più in là della strada, nemmeno una stella che ci si specchi, stanotte. E volto un attimo il capo verso il lago, Tom continua a cantare e per me nemmeno l'ha visto. Invece se n'è accorto, sì.

Più avanti s'entra in paese. La strada raddrizza e s'illumina.

Un rettilineo di lampioni.

- Ma quanti cazzo di lampioni avete, qui?

- Troppi.

- Nemmeno riesco a contarli.

- E' per la sicurezza.

- E di chi?

- Della gente.

- Ma se non c'è in giro nessuno! Cosa cazzo se ne fa la gente, dei lampioni? Ci si mette sotto a mangiare spaghetti? Fossero trattorie, cazzo!

E ha ragione. Tanta da poterne sputare un po' fuori dal finestrino.

Han fatto montare la paura della gente, sempre a parlare di sicurezza, manco fossimo in guerra. E hanno messo lampioni dappertutto. La quantità di lampioni pro-capite è aumentata in maniera evidente.

E rotonde. Ne hanno fatte un sacco. Per ammazzare il traffico dei semafori. Vero. Fatto bene. Ora però ci sono rotonde ovunque, e sembrano tutte uguali. E attorno ci sono sempre più lampioni, e semafori no, non ce ne sono più. E invece certe volte di notte sarebbe bello, un semaforo. Un semaforo lampeggiante, a far segno nel buio, a strizzar l'occhio, invece di tutti questi lampioni rincoglioniti. In giro, però, nessuno. Solo asfalto e cemento senza ombre a muovercisi sopra.

Pure il centro è un esubero di luci. Case e chiese brillano di luce artificiale. Ci fossero stelle, in cielo, non si vedrebbero.

Faccio finire il paese e le sue luci al primo cartello marrone che trovo. D'ora in poi seguirò quelli, e un po' la mia memoria. C’è una strada, qui, che s’arrampica tra il buio e i boschi, fin su alla cima. C’è una sorgente, lassù. Acqua buona, fresca, l’acqua di prima che finisca in bottiglia nei supermercati. Non me ne frega molto, adesso, dell’acqua. Ho bisogno di notte, di buio, di silenzio. Ce n’è, lassù.

Ci son tratti dove quasi si fatica a salire in seconda. Si prende un po’ slancio, si guadagna velocità, e subito ecco una curva, all’improvviso, un tornante. Si stringe un po’ alla volta, la strada, e intanto sale. S’infila un paio di volte tra ringhiere arrugginite, vicine. Oltre le ringhiere un vuoto pieno di sterpi e di sassi. E Tom intanto canta. Fuori dal finestrino una sigaretta tra le dita, fuori dalle labbra, a mezzo delle parole, fili di fumo che sembrano lenzuola grigie stese al vento.

Sempre meno case, intanto. Sempre più alberi. E un albergo. Che a passarci davanti mi domando chi cavolo possa venirci, qui, a chi serva. Saliamo piano, c’è tutto il tempo per guardarlo. Un monolite che sembra fuori dal tempo, quassù. Roba per milanesi affamati di sole e di boschi, che non ne han visti mai, vengono di giorno e magari prima di ripartire per casa si fermano a mangiare, forse qualcuno a dormirci una notte. E turisti, ecco. Turisti anziani, dal nord. Di giorno mettono i dolori delle ossa sotto al sole, di notte sotto alle trapunte. Ma adesso si fa fatica perfino a immaginarle, cose così.

Brutta idea venire fin quassù. La strada si strozza, s’impicca. Ogni chilometro, ogni curva, c’è del niente in più, del tutto in meno. Faccio inversione a mezzo di un tornante, riparto in seconda. Di nuovo l’albergo. A sinistra, adesso. Dirimpetto, di qua della strada, c’è un parcheggio. Ci staranno forse una dozzina di macchine, quando ce ne sono. Adesso è vuoto. C’è solo la mia. La spengo.

L’albergo troneggia, per lungo, parallelo alla strada. Fatico a tenerlo tutto nello sguardo, così vicino. M’arriva preciso dall’ultima ciglia di un occhio all’ultima dell’altra, ma se cerco di mettere a fuoco da una parte perdo qualcosa dall’altra, cemento in fuga. C’è una scala che sale fino all’ingresso. Una porta a vetri, chiusa. Dentro un piccolo atrio, con un vecchio bancone di legno. Dietro al bancone due scale. Una scende, una sale. Buie tutt’e due, gradini ciechi.

Dev’esserci un salone, a sinistra, se ne vede un pezzetto, ci sono delle luci accese. Ma l’atrio è penombra, anticamera del buio delle scale, e il poco di luce che arriva dal plafone basta appena a illuminare il vecchio bancone di legno, ne fa quasi minaccia, pezzo di legno per posarci mani e gomiti e scambiarsi saluti, ma non c’è nessuno adesso, nessuno dietro e nessuno davanti.

Assenza, evidenza.

L’uomo non ce l’ha un dizionario buono per spiegare certe cose, per dire davvero come si sta. Uno per spiegare come sto adesso, quasi sollevato se penso che un attimo fa stavo per mettere mano alla maniglia, senza guardare oltre la porta, per aprirla, e invece non l’ho fatto. Riprendo i gradini, torno alla strada. E mi ci fermo, in mezzo.

Tanto non sale nessuno, adesso. Nessuno scende.

Questo sembra: che nessuno l’abbia fatto mai, che se qualcuno l’ha fatto non succederà mai più. Questo sembra: che prima e poi, che sempre e mai, siano nodi su un nastro di tempo che non circonda nulla e nulla misura. Un nastro inutile arrotolato attorno a frette e ritardi e orologi.

L’ala sinistra del piano terra è illuminata, dietro alle finestre. Quell’altra no, è buia. E non so se son meglio quelle finestre buie, quel buio dietro, o tutte quelle persiane chiuse ai piani superiori, sprangate. Un buio da vedere e uno da indovinare. Colpisce forte la sensazione di assenza, e quell’altra più forte, successiva nella consapevolezza, precedente a saperla riconoscere, che no, non è vuoto, quest’assenza. Manca i riti degli obblighi, mancano suono e sagoma, ma qualcosa c’è sempre, qualcosa succede, smettessimo pure di esistere noi e il tempo delle nostre lancette.

Attorno c’è il buio, e dentro il buio c’è il suono del vento che s’infila tra le foglie e i rami ed i monti. Ora più che mai non è più suono, il suono del vento, non solo suono. E’ parola, parole. Intenzione, racconto, consapevolezza. E a me ne manca la conoscenza. Soffia, il vento, e dentro di me la paura è un’altra, adesso. E’ emozione. Viva, grata, piena. Il vento risuona tutto attorno, e non è una voce che monta e cala, che s’abbassa e poi torna a strillare, no. E’ un lungo discorso che sembra non debba finire mai, è voce che ha la pazienza del tempo, e nessuna fretta di arrivare a finire. Perché finirò prima io, e già non ci sarò più. Il vento risuonerà ancora, così, senza bassi e senza acuti, senza prima e senza poi.

Torno alla macchina, seduto per traverso sul sedile. M’accendo una sigaretta. Tom non c’è. Sarà nel buio del parcheggio a pisciare. C’è un gatto, però. Prima non c’era. Sbuca dal buio, al ritmo di un tempo senza fretta e senza ritardi. S’accorge di me, si ferma al principio dei gradini, di là della strada. E mi guarda. Un piccolo gatto nero. Non gli dispiace, che io sia qui. E nemmeno gli fa piacere. Non sono male, non sono bene. Non per lui.

Sono.

Potessi rubarti il segreto, piccolo gatto nero. Per vedere qual è la strada per finire al centro delle cose, e vedere di qua e di là. Dietro di me s’apre la portiera e poi si chiude. E’ Tom. Riaccendo la macchina, la rimetto in strada. Volto un attimo il capo a cercare il piccolo gatto nero, ma già non c’è più.

E ora si scende. A tratti sembra una picchiata. Cambio strada, adesso, quasi alla fine di quella fatta prima, per farne un’altra. E’ stretta anche questa, s’infila in mezzo alle prime case. Facciate gialle di luce artificiale. Vicine, sempre più. Sembra vogliano stritolarmi la macchina, le case, un abbraccio che non vedrà nessuno, perché qui non c’è nessuno. Solo la luce sul cemento vecchio, e tetti che lassù sembra si vadano a cercare per dirsi qualcosa all’orecchio.

Riconosco una vecchia osteria, l’unica aperta. Ma non ho voglia di fermarmi. C’è un vicolo, là dietro, più stretto ancora. Ci passavo quando avevo la metà di questi anni, e non c’era tutta quella luce sui baci che ci ho preso per qualche settimana già lontana una vita. Rallento, che forse Tom ha sete. Invece se ne sta con i gomiti poggiati su bordo basso del finestrino abbassato, la testa sugli avambracci. Fuma, non parla. Allora tiro dritto, tra le strettoie e le luci e Tom ricomincia a cantare. Una canzone di adolescenti seduti in vespa e jeans sbottonati per farci stare tutti quei baci.

Lampioni, di nuovo lampioni. E rotonde. Ce n’è quasi fuori dal paese. E dietro alla rotonda c’è un parcheggio con una rimessa. Operai che s’affaccendano a far chissà cosa, tute arancioni da lavoro. Ci fermiamo nel parcheggio a guardare gli operai. La notte si fotte i suoni, sempre che gli operai stiano parlando. E il senso del gesto, del movimento. A non saperne il motivo, la direzione, è tutta una danza. Senza trama. Solo gesti. Un paio di sigarette che s’accendono, che si consumano e si spengono. Poi si va via. Lasciamo indietro Canzo e i suoi lampioni e i suoi operai e ci rimettiamo per strada.

Solo per un po’. Finché lo sguardo, sul rettilineo buio fuori dal paese, si ferma su due luci. Di qua, a sinistra. Ma lì non c’è strada, c’è il crinale del colle. No, è vero: c’è la rotaia. Non vado molto forte, ma le luci ci stanno mettendo un po’ troppo, a incontrarmi. Perché son ferme. Le costeggio e quasi mi fermo anch’io. Mai visto, un treno come quello. Mai visti vagoni strani come questi. Nemmeno fosse un treno merci, e ne ho visti un bel po’, di quelli. E’ acceso, ma fermo. E f un rumore forte e strano, nuovo. Sa di ferraglia e di pietre e, e di motore che brontola al mino, che protesta. Tom canticchia, dietro di me, fa quasi un colpo di tosse. Suona divertito. Io ci capisco poco e nulla. Tiro dritto fino a Pontelambro, e penso al treno . E torno indietro, perché voglio vederlo ancora. Rieccolo, stavolta dal lato di Tom. Filo dritto fino al ristorante che dà sui binari, più avanti. Parcheggio.

- Vieni?

Tom sta già scendendo, è giù con una gamba di fuori. Scende, si volta chino.

-Tu?

E se ne va. Lo trovo fuori dal parcheggio, ombra intermittente con quel semaforo che gli lampeggia appena sopra alla testa. S’accende una sigaretta. E guarda il treno. Anche io. Strani vagoni: tutto un intrico di putrelle e traverse d’acciaio dipinte di giallo, coricate. Ma non sembra le trasportino. Non sembrano merce. Cosa ci farebbe, poi, fermo qui, quel treno? Ad aspettare cosa? Ed è ben lungo: lo sguardo arriva fino alla galleria, appena prima di Pontelambro, e lo vedo bene che il treno continua per tutto là sotto. C’è tutta una fila di lampadine che s’infila nel buio della galleria, chissà fin dove.

Manutenzione, ecco, per forza. Non credo sia il cambio delle traversine, quello si fa in un altro modo, l’ho visto fare. Forse questo bestione farà la rettifica dei binari. Dev’essere così. Un treno operaio, che controlla la distanza tra i binari.

E ci son degli operai, sul treno operaio. Tute arancioni, come quelle di prima. Li si sente vociare, qualche volta, arrampicati sulle putrelle del treno. Su tutto c’è quel chiasso confortante, arrotolato, di ferro e di sassi, e a farci caso anche il brontolio del motore che aspetta di ripartire. Così il pachiderma giallo ripartirà. Intanto qualcuno degli operai lascia il treno manutentore e attraversa la strada. Andranno al ristorante a bere qualcosa. Ci salutano con un gesto del capo. Sembrano contenti.

Ce ne stiamo un altro po’ a guardare il treno. Io e Tom e qualche altra sigaretta.

Con un semaforo che ci lampeggia sulla testa, e il pachiderma che brontola là davanti.

- Io vado.

Ecco. Tom scende qua. Nemmeno, perché scendere l’ha già fatto mentre lo diceva, è già sceso. Tom sale. Cambia, ecco. Bello così, Tom, penso. Una stazione a cielo aperto, una stazione grande come tutto il pezzo di mondo che una persona può vedere. Un pezzo di strada insieme, poi si scende, s’aspetta una coincidenza. Ognuno la propria. Quanto ne vorrei una, Tom. Tu non lo sai, quanto ne ho bisogno.

Così guardiamo il treno, e intorno è sempre notte.

- Bevi?

Mi volto un attimo a guardarlo, faccio segno di no. Poi ci salutiamo. Torno alla macchina. Tom mi trova con la voce quand’ho appena messo venti passi tra me e lui.

- E’ stato bello, lassù.

Mi volto appena.

- Davvero.

E intanto che lo dice fa un segno che sembra si sfiori il cuore con una mano e la levi per un inchino. Poi l’artiglio si ferma a metà strada tra il cuore e il cielo, regge un bicchiere di racconti per un brindisi di quando ci si lascia, o di quando ci si ritrova.

Poi vado via, volto la macchina nel parcheggio e riprendo la strada, e Tom non c’è più. Al ristorante, forse. Lascio passare una macchina, il semaforo lampeggia sulla mia. Faccio per ripartire, e al margine dello sguardo vedo un’ombra grigia saltare sul treno manutentore, ma forse è inganno, forse è l’occhio disilluso dagli ammicchi del semaforo.

Tutta una tirata, poi. Fino ad Albavilla. Lampioni, ancora.

Scendo un attimo al bar, c’è un brutto posto dove mi fermo ogni tanto, qui. Ordino una birra, la pago. Bevo. Non c’è più la mia amica, dietro al bancone, si vede che non lavora più qui. Chissà da quant’è che non ci vengo. Esco, torno al parcheggio. Prima di salire in macchina cerco un po’ con lo sguardo. Che i lampioni magari dimenticano un brandello di buio, da qualche parte, un angolo dove ci si rifugiano le ombre quando scappano via dalla luce. E magari nelle ombre c’è pure qualcuno come Toronto che scappa via dai suoi guai, e si fa ombra pure lui in un angolo dove raccoglierlo se ci s'inciampa. Però no, non c’è.

Così vado via. E son lampioni fin quasi a casa, fin quasi alla curva del leprotto.

 

Stavo tornando da un'uscita fotografica, quando ai bordi della strada ho notato questa edicola sacra e mi sono fermato a fotografarla.

Non che non l'avessi mai vista, ma così nella neve mi ha colpito in particolar modo.

L'icona all'interno della nicchia è quella della BV dell'Arginino, che è conservata nell'omononimo santuario, che si trova nella campagne qui vicino.

Con molta probabilità la "madonnina" originale sarà stata rubata, come la maggioranza di queste opere d'arte che erano presenti oltre che nelle edicole sacre, anche nelle case coloniche sparse nella campagna.

www.viajes.net/blog/2010/07/31/taormina-el-pueblo-siciliano/

  

To see more www.flickr.com/photos/gnuckx

  

Taormina

 

Taormina (Messina) (Taurmina in siciliano) è un comune di 10.991 abitanti della provincia di Messina.

 

È uno dei centri turistici di maggiore rilievo di Sicilia, infatti il suo aspetto, il suo paesaggio, i suoi luoghi, le sue bellezze naturali e i suoi tanti monumenti antichi, riescono ad attirare turisti provenienti da tutto il mondo.

 

Preistoria e antichità

Sull'origine di Taormina (Tauromenion, Tauromenium) molte sono le notizie, ma incerte per documentazione e poco attendibili.

 

Diodoro Siculo nel 14° libro attesta che i Siculi abitavano la rocca di Taormina, vivendo di agricoltura e di allevamenti di bestiame, già prima dello sbarco dei greci di Calcide Eubea nella baia di Taormina (753 a.C.), dove alle foci del fiume Alcantara, fondarono Naxos (odierna Giardini Naxos), la prima colonia greca di Sicilia. Dionisio di Siracusa, di origine dorica, ed alleato di Sparta nella guerra contro Atene, tollerò per un po' la presenza degli Ionici di Calcide Eubea a Naxos,alleati di Atene, ma poi mosse contro di essi che andarono ad occupare la parte a valle del Monte Tauro in, cui vivevano i Siculi insieme ad altri jonici che si erano precedentemente lì insediati da Naxos.

 

Ma negli anni della XCVI Olimpiade (396 a.C.)i nassioti in massa, minacciati da Dionisio, tiranno di Siracusa, si trasferirono a Tauromenion, spinti da Imilcone, condottiero dei Cartaginesi, alleato degli jonici contro i dorici, perché il colle era da considerarsi fortificato per natura. Volendo il tiranno di Siracusa riprendersi con violenza il territorio dei Tauromenitani, essi risposero che apparteneva loro di diritto, poiché i propri antenati greci ne avevano già preso possesso prima di loro stessi, scacciando gli abitatori locali.

 

Afferma Vito Amico che la suddetta versione sulle origini di Taormina fornita da Diodoro è contraddetta nel 16° libro, quando sostiene che Andromaco, dopo l'eccidio di Naxos del 403 a.C., radunati i superstiti li convince ad attestarsi nel 358 a.C. sulle pendici del vicino colle "dalla forma di toro", e di conseguenza il nascente abitato prese il nome di Tauromenion, toponimo composto da Toro e dalla forma greca menein, che significa rimanere.

 

Mentre le notizie fornite da Cluverio concordano con la seconda versione di Diodoro, Strabone narra che Taormina abbia avuto origine dai Zanclei e dai Nassi. Ciò chiarirebbe in qualche modo l'affermazione di Plinio il quale afferma che Taormina in origine si chiamava Naxos.

 

Testimone Diodoro Siculo, Taormina, governata saggiamente da Andromaco, progredisce, risplendendo in opulenza e in potenza. Nel 345 Timoleone da Corinto, sbarca e raggiunge Tauromenium, per chiedere l'appoggio militare al fine di sostenere la libertà dei Siracusani.

 

Più tardi troviamo Taormina sotto il dominio del tiranno siracusano Agatocle, che ordina l'eccidio di molti uomini illustri della città e manda in esilio lo stesso Timeo, figlio di Andromaco. Anni dopo soggiace a Tindarione e quindi a Gerone, anch'essi tiranni Siracusani.

 

Taormina rimane sotto Siracusa fino a quando Roma, nel 212 a.C., non dichiara tutta la Sicilia provincia Romana. I suoi abitanti sono considerati alleati dei Romani e Cicerone, nella seconda orazione contro Verre, accenna che la Città è una delle tre Civitates foederataee la nomina "Civis Notabilis " erroneamente tramandato ,poi, come "Urbs notabilis". In conseguenza di ciò non tocca ai suoi abitanti pagare decime o armare navi e marinai in caso di necessità. Nel corso della guerra servile (134 – 132 a.C.) Tauromenium è occupata dagli schiavi insorti, che la scelgono come caposaldo sicuro. Stretti d'assedio da Pompilio, resistono a lungo sopportando anche la fame e cedendo soltanto quando uno dei loro capi, Serapione, tradendo i compagni, lascia prendere la roccaforte.

 

Nel 36 a.C. nel corso della guerra fra Sesto Pompeo ed Ottaviano, le truppe di quest'ultimo sbarcano a Naxos per riprendere la città a Sesto Pompeo che l'ha in precedenza occupata. Per ripopolare Tauromenium, dopo i danni della guerra subita, ma anche per presidiarla Ottaviano, divenuto Augusto, nel 21 a.C. invia una colonia di Romani, a lui fedeli, e nel contempo ne espelle gli abitanti a lui contrari.

 

Strabone parla di Tauromenion come di una piccola città, inferiore a Messina e a Catania. Plinio e Tolomeo ne ricordano le condizioni di colonia romana.

 

Dal Medioevo al XVIII secolo

Secondo una pia leggenda, con l'avvento del Cristianesimo, Pietro apostolo destina a Taormina il vescovo Pancrazio, che già prestava la sua opera di conversione nella regione che costruisce la prima chiesetta sulle pendici di Taormina dedicata a san Pietro stabilendo la sede del primo vescovato in Sicilia.[senza fonte] Peraltro, l'effettiva esistenza storica di questo personaggio non risulta da alcun documento storico, a parte le pie leggende: le prime menzioni risalgono a dopo la fine del dominio mussulmano. Vescovi "prestantissimi per santità di costumi, zelo e dottrina", scrive Vito Amico, si succedono fino all'età araba. Poche sono le notizie in questo lasso di tempo, che annovera la caduta dell'Impero romano d'Occidente nel 447, l'invasione dei Goti, la presenza dei Bizantini, la conquista araba.

 

Certo è che Taormina, occupa una posizione strategica importante per la tenuta militare del territorio circostante, per 62 anni fu l'ultimo lembo di terra dell'Impero romano d'Oriente insieme a Rometta e più volte resistette agli assalti dei saraceni (grazie alle sorgenti d'acqua potabile, alle cisterne ed agli acquedotti sotterranei), sin quando dopo un lungo assedio durato due anni la notte del Natale del 906, a causa del tradimento di un mercenario messinese tale Tommaso Balsamo, fu presa e distrutta totalmente. I suoi abitanti maschi furono tutti decapitati come il vescovo di Taormina, san Procopio, la cui testa fu portata su un piatto d'argento al capo delle truppe saracene Ibrahim (al quale è intestata una via di Taormina). Le ragazze più belle furono portate al Califfo di Karaujan Al Moezzin e le altre furono rese schiave. I pochi superstiti fuggirono nelle montagne circostanti. La città fu ricostruita nella parte sud, laddove finiva quella greca-romana rasa al suolo dai saraceni e per quasi due secoli visse nella concordia e nella tolleranza fra arabi e cristiani. Gli arabi la abbellirono adornandola di bei giardini e fontane e la ribattezzarono con il nome di Almoezia dal Califfo Al Moezzin.

 

Della città si impossessa il Gran Conte Ruggero, il quale espugnato Castronovo volge alla conquista del Val Demone, cingendo d'assedio la Città, attraverso la costruzione di ben ventidue fortezze in legname: tronchi e rami formano un muro insuperabile; nondimeno i saraceni resistono per molto tempo prima di capitolare nel 1078. Taormina diviene Città Demaniale, compresa nella Diocesi prima di Troina e poi di Messina, quando la sede Vescovile viene qui trasferita. Segue le vicende della Sicilia, sotto gli Svevi e poi sotto gli Aragonesi. Nel 1410 il Parlamento Siciliano, uno dei più antichi d'Europa, svolge a Taormina la sua storica seduta, al Palazzo Corvaja alla presenza della regina Bianca di Navarra, per l'elezione del re di Sicilia, dopo la morte di Martino II. Nel secolo XVI Filippo IV di Spagna concede il privilegio che la Città appartenga stabilmente alla Corona.

 

Nel 1675 è assediata dai francesi, alleati di Messina. La storia gloriosa volge al suo declino. I francesi di Casa D'Orleans non la ritengono Città importante. Gli Angioini ne aboliscono i privilegi di cui godeva.Sconfitti in Sicilia gli Angioini con la guerra del Vespro,Taormina ritorna sotto gli spagnoli ed i viceré con gli antichi privilegi.In seguito, con l'occupazione delle truppe napoleoniche di Napoli e del Sud e con il trasferimento della Reggia Borbonica a Palermo, Re Ferdinando I di Sicilia volle ringraziare Taormina per la sua antica fedeltà ai Borboni contro i francesi e Re Ferdinando I in visita ufficiale nella fedele Taormina , in segno di riconoscimento donò al sindaco dell'epoca Pancrazio Ciprioti l'Isola Bella.

 

I Borboni, resero più facile l'accesso alla città ,che sin dai tempi dei romani avveniva dall'angusta Consolare Valeria che si inerpicava fra le colline, tagliando il promontorio del Catrabico realizzando così una strada litoranea che congiungeva facilmente Messina a Catania e realizzando,dopo la Napoli-Portici ,la seconda strada ferrata del Regno. Che tale e quale (ad unico binario è rimasta sino ai nostri tempi!).

 

Da parte di molte nazioni europee e di famosi scrittori ed artisti (Goethe, Maupassant, Rouel ed altri) si manifestò un interesse verso l'amenità del luogo e verso le sue bellezze archeologiche. Taormina da adesso in poi si svilupperà, divenendo luogo di residenza del turismo elitario, inizialmente proveniente soprattutto dall'Inghilterra come Lady Florence Trevelyan, figlia del Barone Spencer Trevelyan e la cui nonna paterna era Lady Maria Wilson una prima cugina della Regina Vittoria, alla cui Corte Florence era cresciuta attorniata dai cani che adorava come la "zia Vittoria" che, però, lei puritana, per impedire uno scandalo a Corte ,la obbligò all'esilio con un ricco vitalizio, per una sua relazione con suo figlio, il Re Edoardo VII che era sposato con l'austera Alessandra di Danimarca e che decise di vivere a Taormina dove sposò il ricco filantropo Salvatore Cacciola, sindaco di Taormina ed amico del Duca di Kent.

 

Dal XIX secolo ai giorni nostri

Lady Florence Trevelyan acquistò dal sindaco Pancrazio Ciprioti l'Isola Bella e comprò 82 vecchie casupole di pescatori e lotti di terreno che abbatté per realizzare lo splendido giardino che, dopo la sua morte, divenne il giardino pubblico di Taormina con le caratteristiche costruzioni ispirate ai suoi viaggi in estremo oriente, aiutò i La Floresta ad ampliare il primo albergo di Taormina, l'Hotel Timeo; dall'Inghilterra arrivò anche il Re Edoardo VII(dopo due anni, però, dalla morte della madre la Regina Vittoria nel 1903, 1904, 1907, 1908) e dalla Germania personaggi come Johann Wolfgang von Goethe, che citò Taormina nel suo Viaggio in Italia (Italienische Reise), il fotografo barone Wilhelm von Gloeden, il pittore Otto Geleng, Friedrich Nietzsche (dal 1882) che qui scrisse Così parlò Zarathustra, Richard Wagner, il Kaiser Guglielmo II di Germania (1896-1897-1904, 1908), Oscar Wilde, lo Zar Nicola I, Ignazio Florio e Franca Florio, "la stella d'Italia" come la chiamava il Kaiser ed amica della Trevelyan, Gabriele D'Annunzio, Gustav Klimt, Sigmund Freud, Edmondo De Amicis e banchieri, magnati, aristocratici di tutto il mondo . [1]

 

Ben presto Taormina divenne famosa in tutto il mondo sia per le sue bellezze paesaggistiche, per i suoi panorami variopinti, per i quadri dell'Etna innevato e fumante che declina sino al mare turchese e che fecero il giro del mondo, ma anche per la sua permissività, per la sua "trasgressione",per i suoi "dotti cenacoli", per il "mito d'Arcadia", per la sua sfrenata "dolce vita".

 

"I pazzi a Taormina" dello scrittore catanese Massimo Simili[2] descrive un periodo in cui non passava giorno che a Taormina, non accadesse qualcosa di "folle" grazie ai suoi estrosi e famosi frequentatori. Ciò che era permesso a Taormina creava scandalo persino nella "internazionale" Capri dove, per esempio, l'armiere tedesco Krupp aveva cercato, senza riuscirvi di ricreare i "cenacoli taorminesi " in cui efebi locali ed ancelle erano al centro delle "scene". Krupp a Capri fu travolto dallo scandalo e pochi giorni dopo si tolse la vita per la vergogna a Brema.

 

Sorsero tanti alberghi tutti gestiti da famiglie taorminesi. Il paese di pescatori e contadini e di benestanti borghesi si trasformò in un paese di commercianti, albergatori, costruttori. Durante la seconda guerra mondiale fu sede del Comando tedesco della Wermacht per cui il 9 luglio del 1943, giorno del patrono San Pancrazio, Taormina subì due devastanti bombardamenti aerei alleati che distrussero parte della zona sud e persino un'ala del famoso albergo San Domenico in cui era in corso una riunione dell'alto comando tedesco.

 

Essendo un città turistica internazionale molte spie inglesi durante il fascismo si erano ben camuffate e uscirono alla scoperto appena entrarono le truppe alleate. Nel dopoguerra Taormina si ingrandì senza alterare le proprie bellezze naturali e sino al 1968 era una città turistica prettamente invernale per un turismo ricco ed individuale, tant'è che i migliori alberghi aprivano ad ottobre e chiudevano a giugno ed era frequentata da scrittori di fama come Roger Peyrefitte, Truman Capote, André Gide, L.H.Lawrence, da nobili (Giuliana d'Olanda), dai reali di Svezia e di Danimarca, dal Presidente della Finlandia Urho Kekkonen da personaggi illustri e famosi come Soraya, Ava Gardner, Romy Schneider, che fecero amicizia anche con alcuni affascinanti play boys del luogo, nonché Liz Taylor, Richard Burton, Dino Grandi, Willy Brandt, Greta Garbo, che svernavano per mesi negli alberghi taorminesi trascorrendo le giornate, ma soprattutto le notti nei tipici locali notturni dell'epoca e continuando, così, quella dolce vita iniziata con la Belle Epoque.

 

Centro d'incontro per tutti (artisti, nobili, playboy, scrittori, personaggi curiosi) era il Cafè Concerto "Mocambo" dell'estroso play boy Robertino Fichera. Robertino, con i suoi mitici amici Chico Scimone e Dino Papale, quest'ultimo fondatore della Women's Tennis Association, volle rappresentare in un murales, che fece dipingere nel salone del suo famoso Cafè affinché rimanessero "immortali" seduti accanto a Sigmund Freud e Albert Eistein, quelli che erano i veri protagonisti del grande teatrino taorminese cioè quella umanità "viva", composta da playboy, artisti e "pazzi", che "creava" ogni giorno la dolce vita taorminese. "Che la festa inizi" è il titolo del murales. Ma la festa stava per finire, ed anche la vita terrena di Robertino.

 

Nel 1968, accadde il terremoto del Belice che fece paura per le ripercussioni che avrebbe potuto avere sul turismo ad alcuni operatori turistici taorminesi che frettolosamente si indirizzarono verso il turismo di massa facendo contratti con i maggiori tour operator europei. Taormina, così, rapidamente si trasformò. Gli alberghi "vendevano" le camere a contratto annuale ai grandi tour operator del turismo di massa rinunciando al turismo classico individuale che sino allora aveva reso ricca e famosa Taormina con un taglio decisamente di alta classe e di prestigio.

 

Col turismo di massa la cittadina si espanse nelle adiacenti zone verdi, fu rapidamente e disordinatamente cementificata, nacquero nuovi alberghi e tante nuove attività commerciali e siccome i taorminesi non si volevano dedicare ai lavori umili, vi fu una invasione dall'arretrato entroterra siciliano di gente povera di diversa cultura in cerca di fortuna, che in poco tempo, richiamò a Taormina amici e parenti che si improvvisarono albergatori, ristoratori, commercianti.

 

Taormina divenne, in breve tempo, una cittadina balneare per un turismo di massa, una nobile decaduta.

 

Gli alberghi ora chiudevano a novembre per riaprire a Pasqua. Fu il crollo per quasi tutte le famiglie di antichi albergatori taorminesi che non riuscirono ad adeguarsi ai nuovi tempi ed in pochi anni persero i propri alberghi che furono acquistati da società venute da fuori che miravano più ai bilanci che alla qualità dei servizi.

 

Gli alberghi non erano più le seconde case di lusso dei viaggiatori che venivano accolti con grande cortesia dai proprietari e con i quali si familiarizzava, si conversava e si prendeva il thè ... ma erano degli anonimi alberghi con degli anonimi clienti come tanti di tutto il mondo. Fu una rivoluzione anche nel tessuto economico sociale tradizionale di Taormina a causa dei tanti immigrati arrivati a Taormina in cerca di fortuna, che non solo dettero vita alla speculazione edilizia, avendo necessità di costruire abitazioni per essi, per gli amici e per i parenti, ma si insediarono anche nelle strutture di potere della città.

 

Fu la fine anche della dolce vita taorminese, i cui protagonisti erano stati tanti estroversi personaggi della aristocrazia siciliana e alcuni affascinanti play boy locali che, fra le dolcezze della natura taorminese, intrattenevano turiste famose e non, inducendole a ritornare annualmente più volte a Taormina, proprio come avveniva agli albori del secolo con Geleng e Von Gloeden.

 

Taormina veniva, quindi, "spersonalizzata", perdeva la propria "identità" di città di artisti e di "pazzi" in cui ognuno poteva vivere come non poteva nella propria città e Taormina rischiava di morire a causa del "provincialismo" dei tanti immigrati che erano venuti a Taormina per cercar fortuna e che, avendola trovata ed essendosi anche arricchiti avevano ben presto occupato i posti di potere snaturando,così la città che perdeva la sua identità e veniva invasa dal cemento, come tante altre famose città turistiche e ciò anche a causa del turismo "mordi e fuggi" prediletto da una categoria di audaci mercanti.

 

Si perdeva soprattutto l'"identità" del taorminese ospitale e colto anche perché il centro storico veniva svuotato in quanto molti taorminesi svendevano le loro vecchie case ed al loro posto sorgevano tante seconde e terze case per villeggianti della provincia, sin quando, all'inizio del III millennio, alcuni imprenditori non hanno iniziato a creare nuovamente alberghi di gran lusso, maisons de charme, che, aperti tutto l'anno, hanno in poco tempo, fatto si che Taormina sia nuovamente una città turistica di fama internazionale, elegante, con un salotto buono (il Corso Umberto I) in cui sono presenti splendidi negozi con le maggiori griffe mondiali ed in cui, grazie anche ai tanti prestigiosi eventi culturali, una per tutte Taormina Arte, vi è una stagione turistica che dura tutto l'anno con delle punte massime in agosto e minime a gennaio-febbraio e che accoglie sia clientela di lusso, sia un turismo di massa (d'estate) medio-alto. Attualmente Taormina è considerata una delle città più belle, più accoglienti e più affascinanti di tutta l'intera Sicilia; questo suo nobile aspetto è dovuto essenzialmente alla caratteristica del paesaggio circostante: da un lato vi è il mare con la sua attraente spiaggia, tipico aspetto della zona costiera della Sicilia, mentre dall'altro è circondata interamente da montagne e colline varie, caratteristico di tutta la parte centrale della regione; è proprio questa la principale particolarità che spinge ogni anno milioni di turisti a visitare questa perla sperduta tra il Mar Mediterraneo.

  

taormina rainbow messina bougainvillea basil basilico hotel san domenico giardini naxos etna volcano vulcano island isola sicilia sicily italia italy sea sun landscape free europe wallpaper michael micky castielli resolution vacation holiday travel flight creativecommons creative commons zero CC0 cc0 CC cc panoramio flickr googleearth maps geotagged gnu gimp wikimedia

FOUR brand new dressers are NOW available on the SECOND floor of Roots & Wings Clothing! These dressers are decorated with photos I have taken in RL. Each dresser is one prim each and they are Copy/Mod. L$100 each!

 

Roots & Wings Clothing SLURL: maps.secondlife.com/secondlife/Tiratardi/135/80/3502

Come su una passerella, due maschi di Stambecco in silhouette, procedevano in salita nella prima Luce del nuovo giorno, esaltati da una grossa chiazza di Neve (e Terreno) sporca dovuta allo scioglimento!

 

Si fermavano, mi guardavano, procedevano...

  

Meravigliosa Natura!

  

Privilèges de Montagne...

  

Inn AMÒR ati della NATURA anche tu!

  

Il mio tempo in Montagna!

  

Preoccupiamoci della Natura il nostro futuro dipende da essa!

  

Google+

  

www.facebook.com/WashiInPuntadiPiedi

  

Facebook

  

500px

  

Twitter

  

National Geographic

  

www.flickr.com/photos/troise/

La Vallée d'Aoste à ma guise - La Valle d'Aosta a modo mio - Aosta Valley in my own way

 

Vivre en Montagne, au quotidien, pour satisfaire la Curiosité de la Photographie de la Nature...

 

Valle d'Aosta - Vallée d'Aoste

(Une Montagne d'émotions...)

 

Clickalps Photography - Troise Carmine - Washi

  

I miei Video amatoriali su:

 

vimeo.com/user7762156/videos

  

www.youtube.com/user/Washi59/videos

  

www.dailymotion.com/WASHI59

 

Canon EOS 7D Mark ll / CANON EF 100/400 mm Serie II USM

  

www.linkedin.com/in/troisecarminewashi?trk=nav_responsive...

  

www.instagram.com/troise_carmine_washi/

In un angolo dell'enorme giardino costellato da importantissime sculture la vista dell'involucro della Fondazione mi ha fatto venire in mente le basi della famosa serie fantascientifica UFO degli anni 70, lo stesso periodo della costruzione in cemento armato...

  

#fondationpierregianadda

Fondazione Gianadda, Martigny

Contax IIIa + Sonnar 50mm f/1,5 (anni 50)+ Kodak Portra 400

 

La Fondazione Pierre Gianadda ha trasformato la cittadina di Martigny in una piccola capitale mondiale dell'arte moderna.

Dal 1978 ad oggi, 2003, oltre 6 milioni di persone hanno visitato il museo per ammirare le opere dei più grandi maestri del 19esimo e del 20esimo secolo.

Situata all'entrata del Passo del Gran San Bernardo - una delle poche vie che le Alpi hanno concesso per collegare l'Italia e la Svizzera - Octodurus aveva un'importanza strategica troppo grande per lasciar indifferenti i Romani.

 

I conquistatori venuti dal sud ne fecero quindi un borgo imperiale e poi addirittura la capitale della provincia delle Alpi Graie e Pennine. Seguirono secoli piuttosto agitati per questo crocevia delle genti e dei commerci, dal quale transitavano troppo spesso orde di invasori ed eserciti, fino a quello di Napoleone.

 

Octodurus è diventata poi Martigny, una pacifica cittadina vallesana che riposava ai piedi delle montagne e vedeva passare soltanto le solite colonne di turisti, in cerca di svago tra le montagne.

Il risveglio della città addormentata

Fino a quando, nel 1978, la nascita della Fondazione Pierre Gianadda ha trasformato la tranquilla località in un centro mondiale dell’arte. Da allora, Martigny è stata nuovamente presa d’assalto: appassionati, critici e artisti provenienti da tutta Europa e da Oltreoceano.

 

Nell’ultimo quarto di secolo oltre 6 milioni di visitatori sono accorsi per ammirare le opere dei più grandi maestri dell’arte moderna. Turner, Manet, Van Gogh, Gauguin, Matisse, Picasso, Rodin, Braque, Klee, Modigliani, Chagall, Mirò, Giacometti guidano una lista impressionante di artisti, presentati al ritmo di 2-3 esposizioni all’anno.

 

Oggi, anche Martigny vive al ritmo della Fondazione. Ad ogni nuova esposizione, dai negozi alle insegne stradali, tutta la cittadina è tappezzata di cartelloni che guiderebbero anche un non vedente verso il museo Gianadda.

 

A risvegliare il borgo vallesano è stato il discendente di una famiglia venuta, a sua volta, dal sud: Léonard Gianadda, un ingegnere che ha imboccato la via dell’arte seguendo tracce lasciate 2000 anni prima dai Romani.

Misteriosa follia

Nel 1976, durante i lavori di scavo per la costruzione di una casa, Léonard Gianadda ritrova le vestigia del più vecchio tempio gallo-romano della Svizzera, dedicato a Mercurio. Poche settimane dopo, giunge la notizia della tragica morte del fratello Pierre.

 

Sconvolto, Léonard Gianadda decide di creare, sul sito romano, una Fondazione d’arte in memoria dell’amato fratello. Nasce così uno strano edificio – che sembra un mausoleo – attorno al quale ruotano prestigiose esposizioni temporanee, un museo romano, un museo dell’automobile, un parco delle sculture, una piccola collezione permanente e una sala di concerti.

 

“Per fare tutto questo bisogna essere un po’ pazzi” ammette Léonard Gianadda che, ancora oggi, non riesce a spiegarsi la ragione della misteriosa follia che lo ha portato a dar vita a questa impresa.

Un’oasi d’arte

Ancora più misteriose appaiono tuttora le chiavi del successo della Fondazione. Le esposizioni Gianadda figurano regolarmente nella classifica delle prime 100 mostre più visitate a livello mondiale e, spesso, addirittura nelle prime 10.

 

Eppure la Fondazione dispone di mezzi e di spazi alquanto ristretti rispetto a migliaia di musei. Si situa in un luogo che non emana un fascino particolare, in una località che non offre grandi tradizioni o tesori artistici.

 

A dirigerla è un ingegnere, che all’inizio “non conosceva quasi niente dell’arte”. E, oltretutto, non dispone neppure di una collezione di dipinti che possano servire da merce di scambio con altri musei.

 

Su questa “terra arida” è invece sbocciata una quasi incredibile oasi d’arte, dove file di persone visitano le esposizioni circolando in modo silenzioso, quasi religioso, come se non volessero turbare l'antico santuario romano o il nuovo tempio moderno.

 

Un'oasi di quiete e di raccoglimento rispettoso che si ritrova anche nel parco delle sculture, dove è la Fondazione a dover quasi invitare i visitatori a “camminare sull’erba”, per ammirare più da vicino le impressionanti sculture permanenti di Rodin, Arp, Brancusi, Mirò, Dubuffet, Calder o Segal.

Fenomeno mondiale

Dopo un prima esposizione senza gloria, Léonard Gianadda si attornia di persone competenti, dedica anima e corpo alla Fondazione, conquista la fiducia dei grandi musei, viaggia da un continente all’altro per ottenere anche una sola tela.

 

Oggi, la Fondazione vive in parte del suo stesso successo, che gli permette di aprire perfino le porte più inaccessibili. Le mostre si trasformano in fenomeni mondiali, come quella di Van Gogh, nel 2000, che ha riunito quasi mezzo milione di visitatori attorno a 90 quadri.

 

“Léonard Gianadda riesce a farsi prestare opere da musei o collezionisti che non prestano mai niente a nessuno” spiega la storica d’arte Martha Degiacomi. “Capita addirittura che dei privati si rivolgano spontaneamente alla Fondazione, proponendo dipinti scomparsi da tempo da tutti i cataloghi”.

Nuovi bisogni

Il successo della Fondazione suscita chiaramente anche critiche e gelosie. Léonard Gianadda viene accusato, tra l’altro, di puntare su esposizioni che attirano masse di curiosi, di gestire una sorta di “fast food” dell’arte.

 

Ma se la “cucina” Gianadda soddisfa ogni palato è soprattutto perché serve regolarmente un menu qualitativo di opere che, di solito, si ritrovano soltanto nelle grandi metropoli. Ed è quindi Martigny ad attirare appassionati da Parigi, Milano o Berlino.

 

“Personalmente sono contento di contribuire a democratizzare in qualche modo l’arte, di poter offrire un museo vivo che non si rivolge soltanto ad un’élite” afferma Léonard Gianadda.

 

D’altronde, non è colpa sua: “Negli ultimi decenni i mezzi di trasporto sono diventati molto più rapidi e la gente ha scoperto nuovi interessi, nuovi bisogni che non esistevano ancora 30 o 40 anni fa”.

 

swissinfo, Armando Mombelli

le ho costruito un collarino con gli elasticini colorati coi quali abbiamo assemblato tutti quanti i braccialetti tanto di moda l'estate scorsa, morbido tanto che si possa sfilare ad ogni ostacolo; un campanellino leggero per non dare fastidio, ma far fuggire i poveri merli che sono la preda preferita di Emma, e per concludere il corredo un numero di telefono ben chiaro,col nome... Così cerco di proteggere la mia Emma!!!

A Place To Call Home

 

Quand’ero bambino sognavo di salire fino a Machu-Picchu. Avevo visto quelle cime, quei templi fuori dal tempo, in uno sceneggiato che mamma guardò per qualche giorno. L’abbandonò poi per mesi, fino a vederne le ultime puntate. Quelle in cui un uomo, un professore, lasciò la vita d’incomprensioni che gl’era toccata e salì lassù per star solo, per cercar se stesso. S’uccise lanciandosi nel vuoto. Guardai quel volo, il suo volo, senza nemmeno togliermi di dosso lo zaino. Ero appena tornato da scuola, e passai infiniti minuti osservando quelle cime avvolte dalle nebbie e dall’oblio, quell’uomo che guardava il cielo per non guardar più la terra, i propri piedi. C’andrò, pensai, io c’andrò. E diventerò professore. Mamma mi guardava, forse s’aspettava le facessi una domanda su quel che avevamo visto insieme. Ma non ci fu nessuna domanda, nemmeno quella volta. Passammo la nostra vita così, io e lei, io la mia e lei quel che le restava della sua: senza mai farci una domanda, mai una di quelle importanti. Per le futilità c’era verso di farsene molte, per le cose importanti ci limitavamo a guardarci. Credo ci siamo sempre capiti, così.

Lo sospettavo già allora, da bambino, che la vita non sarebbe stata un granché. Non facevo che sentirmi dire ch’ero ciccione ed imbranato, buono solo a leggere libri, e che se avevo imparato a quattro anni era solo perché stavo già mettendo il mio culo al sicuro. Quando s’andava a castagne od a funghi il gioco di papà e degli zii e fare in modo che mi perdessi, cosi che loro, nascosti qualche albero più in là, potessero ridere delle mie lacrime di paura. Non m’aspettavo nulla, dalla vita, salvo tristezza e fatica. Non pensavo che la vita fosse solo questo, un pensiero così m’è venuto solo molti anni più in là, guardando le vite degli altri quando ridono: quel che pensavo allora era che la mia vita, e solo la mia, non sarebbe stata mai immune da quel che già allora provavo: desolazione, difficoltà, negazione, solitudine. Raccoglierne le prove, nei trent’anni che son poi passati, non m’è mai servito per scoprirlo, questo, ma solo per averne un disegno meno impreciso, più concreto. Non ci sarà nessun Machu-Picchu, per me, lo so da tempo, e non è un gran male, forse, visto che non ho il talento necessario per uccidermi lanciandomi nel vuoto. Al solo pensiero, poi, del dolore che proverebbero papà e le nipotine, beh: no, non avrei comunque il coraggio d’ignorarli, d’ignorare il male che proverebbero. Ne proverebbero, insomma, credo. Non ci sarà nemmeno Angkor-Wat, per me, non andrò in quella valle incantata ed aliena a chiuder gl’occhi carezzando templi eretti da uomini la cui lingua è ormai dimenticata e che mi guarderebbero, vivi anche da morti, con espressioni severe, indecifrabili ora che il mondo è cambiato ed i vòlti delle persone parlano un nuovo linguaggio ed han dimenticato quello più antico di chi viveva tra gl’astri e le architetture che li celebravano. C’è Consonno, per me, semmai. Dopo ventidue di fatiche inutili e rincorse spacciate in partenza, di miserie umane scambiate per virtù, di confusione ignorata per non guardarla negl’occhi. Così ci vado.

Per un lungo tratto, dopo la superstrada ch’era il mio unico panorama quando stavo in fabbrica, costeggio fiumi e laghi. Quello di Pusiano, quello di Garlate, quello di Lecco. E l’Adda. C’è nebbia, nebbia densa, ma l’aria non è così fredda da impedirmi di contare le barche arenate a pancia all’aria lungo gli argini. Ce ne sono molte, davvero molte, un angolo di Brianza che i cultori della fuga verso la Metropoli Infame ormai ignorano. Sta nel profondo della sottocultura della provincia, la fuga verso quella cloaca: si comincia da ragazzi, quando s’ha solo il motorino e si sogna d’andare “a divertirsi” in città; poi ci si compra macchina e patente, ed in quella città ci si va davvero, a far finta d’essere quel che non si è, a cercar di somigliare a quei bipedi che, nati in città, a chi è nato e cresciuto in provincia sembran sempre qualcosa di più e di meglio. Si spendon soldi e vite, così, si bruciano intere identità, nemmeno ancora costruite, mai del tutto consapevoli, sull’altare della movida. A volte si torna morti, sempre si torna cambiati, prossimi a diventare quel che non si sarà mai e senza nemmeno sapere cosa si starebbe smettendo d’essere. Qui attorno, nel silenzio di una gelida mattina domenicale, ci son solo barche e canneti, ponti di pietra. E su tutto, sopra a tutti, le colossali Grigne, strapiombi feroci di duro granito e ghiaccio superbo, e tolgono il fiato, ma nessuno le guarda. Le indicazioni stradali, quando trovo la svolta che deve portarmi lassù, nella più misera Machu-Picchu del mondo, dicono che dovrò affrontare una decina di tornanti. Mai venuto, qui, mai visto quel presuntuoso borgo in rovina: quel che vedo, alla prima curva, quando la strada già sale ripida, è una sbarra che impedisce di continuare e diffida dal farlo. Così proseguo a piedi.

Lo dico e me lo dico da molto, da quando m’è giunta voce della sua esistenza. Voci indipendenti l’una dall’altra, in una sincronicità che ne ha fatte un coro. Così lo dico e me lo dico da molto: andiamo a Consonno, andrò a Consonno. E prima che ne sentissi parlare sentivo lo stesso bisogno di andare da qualche parte, già sapendo che non l’avrei fatto mai. Per lo stesso motivo per cui dico di volerlo fare, per lo stesso motivo per il quale ne ho bisogno: perché non ne ho le forze, non ho quelle necessarie per andarci, Né quelle, quasi più ingenti, che mi servono per volerlo. E neppure, soprattutto, quelle necessarie per volere qualsiasi cosa, o persona. Quelle che mi servirebbero per capire se ancora sono in grado di volere qualcosa, se a trentasette anni riesco a volerne una per me. Così comincio a camminare, obbligato, disgustato. Al primo tornante incontro un gruppo di ragazzi che scendono nella direzione da cui io arrivo. Avran vent’anni, credo, o pochi di più. Decido di guardare altrove e ignorarli, e sembra funzioni. Poi mi parlano, e sembran meno peggio di quel che dovrebbero essere. Mi chiedono se io sappia quanto ci voglia per arrivare in cima, alle rovine. Rispondo ch’è la prima volta che ci vengo, che non lo so. Da solo?, mi chiedono. Sono un bel gruppo, loro, si vede che son complici, che si voglion bene, che stan facendo qualcosa che li tenga insieme. Devo scattare qualche foto, rispondo. Noi scendiamo, mi dice uno di loro, il più brutto e robusto. Avete fatto due tornanti ed avete rinunciato?, chiedo. E non voglio né offendere né deridere. Sapessi sorridere capirebbero che mi stan simpatici. No!, mi risponde un altro dei ragazzi, andiamo a mangiare qualcosa poi torniamo, il navigatore satellitare dice che dev’esserci solo un altro chilometro. Io giro lo sguardo sulle cime nascoste dalla nebbia. Il dislivello dev’essere di almeno settecento metri, forse molti di più, e non esiste certo una strada che dritta come un righello porti dalla valle alle cime, quindi la strada sarà ben più lunga di un chilometro, e sicuramente sarà ripida. Li saluto, ricomincio a camminare. Dopo pochi passi sento una voce, la voce dell’unica ragazza del gruppo, chiamarmi. Ehi!, dice. Mi vòlto. Il fatto è che non ce la facevamo, insomma!, mi dice la ragazza. Ha i capelli sottili come stoppa, ed è troppo magra ed alta, ma ha un bel sorriso onesto ed un bell’apparecchio dentale. La saluto con la mano, lei fa altrettanto e torna a scendere con i suoi compari. Io torno a salire.

Mi dovrei domandare cosa farebbero i fenomeni cittadini, i campioni dei navigli, damerini dalle giacche nuove, freschi d’estetista, su questa salita. Ma il pensiero che li riguarda dura meno d’un attimo. La realtà è che la salita affatica perfino me. S’arrampica all’improvviso, severa, spietata. Ho gambe e polmoni allenati dalle cime delle prealpi, le mie ginocchia e le mie caviglie sanno che dalle mie parti si fatica fino a quota mille, dove inizia la Dorsale, e che da quel punto in poi i sentieri han pendenze più dolci che s’impennano di nuovo solo in prossimità delle cime. Solo un anno fa ne salivo anche sette in un giorno solo, ed i montanari mi guardavano come fossi un personaggio da lasciare in pace, perché in montagna si va piano ed io invece andavo forte. Avessero saputo quanto ne soffrivo, quale sofferenza m’avesse spinto lassù. Quanto mi ferisca la mia incapacità d’andar piano. Io invece lo so, e maledico la mia fretta, la ferocia impaziente dei miei passi mentre salgo a Consonno, con due borse che si riveleranno preso tanto pesanti quanto mal assortite.

Ci sono, mi dico, sono arrivato. Sono stanco, il gelo dell’aria, così fredda da farsi più opaca delle nebbie ed impedirmi la vista del fondo valle, scalfisce a malapena la pelle del mio viso, delle mie mani. Il mio corpo, in realtà, brucia. Ma sono arrivato, credo, perché dopo l’ennesimo tornante, al culmine dell’ennesimo strappo, vedo il primo edificio. Una visione, in realtà. Una sagoma appena più scura della nebbia da cui sembra quasi prender forma e sostanza. Mi fermo, medito di fare qualche passo indietro fino al punto in cui di colpo quella sagoma indistinta sparirà. Impossibile, penso, perché ormai i miei occhi l’han vista, ed io so che c’è. Ma faccio comunque qualche passo a ritroso, ed il misterioso caseggiato sparisce davvero, di nuovo. Consonno, a prima vista, m’appare ed accoglie così. Perlustrato e sorpassato il caseggiato, però, quello che doveva essere la dogana che accoglieva i visitatori alla sorprendente Consonno, la strada è di nuovo null’altro che una stringa di nebbia nella nebbia, a volte cade qualche fiocco di neve che mi relegherebbe quassù a morire di freddo per tutta la notte, ma nuove case non ce ne sono, Consonno non appare neppure dopo la sua dogana.

Successe tutto almeno cinquant’anni fa, a quanto ne so: un temerario con troppi soldi da spendere decise, per guadagnarne molti di più, di comprare un intero paese e farne una fonte di guadagno senza precedenti. Dovette sloggiarne tutti gli abitanti, prima, ma quella era un’epoca figlia dell’era in cui i poveri non eran padroni delle loro case e delle loro terre: abitavano in quelle case per gentile concessione dei latifondisti che le lasciavan loro in cambio dei raccolti che quei poveretti strappavano alla terra. Credo si trattasse, quassù, soprattutto di allevamenti, in realtà, di carni e formaggi. Così il temerario non dové far altro che rintracciare i proprietari terrieri e acquisir da loro ogni diritto, a partire da quello di proprietà, su terre ed edifici dell’intero paese. Sfrattò dall’oggi al domani chiunque ci vivesse, e trasformò ogni edificio in un’attrazione che gliene facesse guadagnare danaro. D’importazione, senza dubbio: Consonno, nelle folli idee del temerario, doveva attirare milanesi e svizzeri, lecchesi e veneti, e magari ricchi stranieri. Fece edificare, sugli scheletri delle case già esistenti, alberghi e case da gioco, ordinò la costruzione di discoteche a forma di pagoda e casinò a forma di minareto. E quando tutto fu finito, costruito, edificato, arredato, si mise ad aspettare che arrivasse il danaro. A quanto ne so, a quanto ne resta, per quel che ne capirò poi visitando Consonno, il temerario si rivelò null’altro che un idiota sfortunato, e Consonno non vide mai l’ombra dello sfarzo che quell’uomo pretendeva gli portasse ricchezza e celebrità. La dogana abbandonata, il nulla che ne segue, sembran parlar di tutto fuorché di ricchezza.

Salendo, ed ora la strada è meno ripida, raggiungo subito dopo il cartello che segna l’inizio del paese. Poche centinaia di metri più avanti, ma la nebbia me ne rinvia la scoperta fino a che non ci passo sotto, c’è un traliccio di tubi un tempo forse lucenti ma ora invaso dai licheni e corroso dalla ruggine. In cima al traliccio, ed a cavallo della strada, un cartello largo quanto la stessa strada dice:

CONSONNO E’ IL PAESE PIU’ PICCOLO MA PIU’ BELLO DEL MONDO.

A me non sembra. Vedo solo una sparuta fila di lampioni. In condizioni, però, diverse da come li ho sempre visti. Non perché ne manchi la luce: dubito che qui si tenga manutenzione da almeno quarant’anni a questa parte. La stranezza di questi tristi e cocciuti lampioni è che le lampadine non ci sono, e nemmeno i bulbi di metallo che le dovevano ospitare. Uno dopo l’altro, trovo solo lampioni decapitati, e per un attimo mi chiedo chi e perché sia venuto quassù a prendersi la briga di smontarne le sommità quando in realtà era più che sufficiente smetterne una manutenzione che probabilmente non è nemmeno mai iniziata.

Cammino sotto ad altri tralicci, nel frattempo. Uno dice:

A CONSONNO E’ SEMPRE FESTA.

Ed a me non sembra, proprio no.

CHI VIVE A CONSONNO CAMPA DI PIU’

Dice il successivo. Ma Consonno non era un luogo dove vivere, cari i miei bugiardi, penso. A Consonno non si voleva altro che una torma di visitatori pieni di soldi. L’ultimo cartello dice:

QUI, CONSONNO, TUTTO E’ MERAVIGLIA.

Io vedo solo lampioni mozzati per un rituale macabro ed insulso quanto la seconda genesi del paese. E poi vedo Consonno.

La vedo scegliendo una direzione a caso, confuso e spaventato, quando raggiungo le prime pietre, le prime mura. Trovo colonne disposte a quadrilatero, nessuna parallela all’altra ed ognuna ancora in qualche modo eretta. S’elevano tra rovi e tronchi marci, ed immagino conducano a qualcosa d’altro, ma ferendomi le mani non faccio altro che raggiungere nuovi quadrilateri colonnati, tutti nelle stesse condizioni, ognuno sbilenco, ed intuisco che ognuno di quei quadrilateri formi il vertice d’un quadrilatero più grande, anche se la nebbia mi confonde ed allora se non c’è un angolo che non avrebbe senso d’esistere dev’essere che i quadrilateri eran cinque, non quattro. Un pentacolo di colonne in gruppi di quattro, forse, e mentre cerco di scovare tra la vegetazione il quinto gruppo sento, e non è un istante, come racconta chi non ne sa nulla, non è un istante ma un lungo momento del quale si vive ogni frammento come durasse molto più a lungo, a dispetto d’una somma ch’è pari solo a quella d’un attimo, sento i miei piedi scivolare alla faccia della mia agilità e delle mie reazioni, ho perfino il tempo di pensare a come salvare le borse e quel che contengono e intanto cado, cado più sotto, in un sotto che i rovi avevan celato. E mi ritrovo aggrappato, ma il cielo è di nuovo sopra di me, a quello stesso ramo fradicio che aveva cercato di mandarmi a gambe all’aria e che quasi stava per farcela. Mi trascino fuori dalla mia umida sepoltura, certo creata da vecchi scavi, per un attimo tra la cortina di rovi e foglie fradice vedo, a pochi passi da me, la sagoma d’un cane pezzato. Anche lui mi vede, m’ha certo sentito. Non s’avvicina, né si volta a guardarmi: si limita ad un’occhiata dall’occhio che il caso ha voluto stesse dalla mia parte, e quando torno a mettere i piedi a terra il cane non c’è più. Al centro del quadrilatero ipotetico, sempre non si tratti d’un pentagono, c’è solo un intrico di rovi e vecchi alberi così fitto che nemmeno la nebbia può competere con la sua oscurità: lo decora, ma non serve il suo aiuto per rendere impenetrabile alla luce ed allo sguardo quel groviglio di spine. Chissà cosa cela, mi chiedo, chissà cosa c’è là sotto. Ma intanto vado altrove, e raggiungo altri palazzi.

Quanto folle è stato quel progetto, quanto impietoso verso la gente e folle. La nebbia m’impedisce di vedere le cime dei palazzi che incontro, così per sapere se sian alti due piani od uno o molti di più devo ogni volta addentrarmici e raggiungerne le sommità. Logica vuole che nessuno di questi palazzi, trattandosi di luoghi di divertimento e non di residenze, sia davvero molto alto. Il punto più alto, credo, si trova in cima a quella ch’era certo una casa da gioco, probabilmente includendo nello svago qualche puttana d’altri tempi ma moderna per quegli anni: ci son stanze che dovevano accogliere molte persone e tavoli, ma ce ne sono altre, sul retro, ognuna munita di bagno e riservatezza ma tutte così piccole che non ospitavano certo nulla più che un letto. Salgo tra calcinacci e macerie fino all’ultimo piano, dopo essermi rifatto gli occhi con i murales che i volenterosi han lasciato qui per ricordo del loro passaggio. Altri ricordi, disgustosi, sono i cumuli di spazzatura che il popolo dei rave-party lascia ovunque passi. Il clima, gelido e nebbioso tutto l’anno, e lo stato d’abbandono di quel che trovo, mi dicono che l’ultimo raduno di questi novelli borghesi vestiti da ribelli dev’esser di molti mesi fa. Spero sia stato l’ultimo. All’ultimo piano, dopo infiniti stupendi disegni murari, attraverso un ballatoio e già son curioso di discendere dall’altra parte, dove pare ovvia la presenza d’un’altra scala. Ma il popolo della spazzatura ha lasciato un altro ricordo, rimuovendo metodicamente un intero tratto di ringhiera: non se ne può sospettare l’esistenza, in questo modo, l’occhio dice che oltre quel passo dev’esserci un gradino, ed invece del gradino c’è una caduta di quattro metri fino ai vetri infranti ed alle masserizie sfasciate del piano di sotto. La cupola del minareto, finalmente raggiunta, ospita nebbia perfino al suo interno. Insieme ad una scala metallica verticale che conduce fino alla cima. Da lassù, ora che che ci sono arrivato, non si vede altro che nebbia. Così fitta da nascondere non solo la valle, ma perfino le stesse costruzioni di questo paese stupido ed insensato.

L’unico edificio che nella sua architettura richiama un precedente e civile utilizzo doveva essere una scuola, prima della folle idea che mutò questo paese in un’idiozia e queste mura in quella d’un albergo. Se Ramsey Campbell ha infilato tra le sue pagine la fermata di Crouch End, se King ha nascosto i propri vampiri a Salem’s Lot, così bene che da bambino sognavo di ritrovarla, se Lovecraft ha edificato nel Rhode Island Dunwich ed Innsmouth, facendo della prima una città di campagna e dell’altra un maledetto porto, allora l’albergo abbandonato in cui entro è l’Overlook Hotel quale sarebbe se non avesse saputo difendersi da sé, lOverlook Hotel devastato dall’ignoranza del popolo della notte. L’unico che abbia mai visitato questi posti, senza che quel folle che ha voluto far di Consonno una bisca ne abbia mai guadagnata una lira. L’attraverso tutto, l’hotel, tra finestre spalancate e sinistre, porte divelte appese ad un sol cardine, scale buie, angoli illogici che all’improvviso riempiono lo sguardo, quell’angolo dello sguardo che sta appena al di là dell’attenzione lucida e logica, appena al di qua del punto dove non verrebbero viste e non potrebbero far così tanta paura. Ad ogni passo mi dico di tornare indietro, ad ogni passo m’obbligo senza saper come a continuare, finché mi perdo, e mi perdo cercando do tornare indietro, e quando trovo l’uscita la trovo dove non l’avrei mai cercata, ed attorno è solo umidità ed ombre, desolazione. Per un attimo, ma è un attimo tardivo, arrivato troppe ore dopo, mi domando come mai in tutte quelle rovine, perfino in quell’albergo dove i mobili sfasciati eran zuppi d’umidità, non ci fosse muffa. In nessun luogo, in nessun modo.

E me ne vado. Me ne vado perché non starei in questo posto un solo minuto, m’offende. Me ne vado perché non mi basterebbero mille ore a fotografarlo tutto, ed invece ho dimenticato a casa, obbligandomi ad esser qui, obbligato semmai ad esserci, beh: ho dimenticato a casa l’unico obiettivo, quel maledetto e altrimenti inutile trentacinque millimetri, che adesso mi servirebbe. Ed a casa ho dimenticato anche la vecchia e fidata Voigtlander che senza esposimetro e messa a fuoco e con il suo quaranta millimetri di quell’altra epoca m’avrebbe fatto stare in uno sguardo ogni cosa avessi visto. Me ne vado perché è un insulto che io sia qui da solo, un insulto, finalmente lo so, che non insulta me ma altri, e nemmeno san d’insultarsi. Scendo, mi lascio alle spalle lampioni decapitati e ruggini ridicole, e quando mi volto per un ultima volta verso le rovine il cane pezzato è lì, a pochi passi da me. Mi guarda, e sembra guardi oltre. Non così oltre da non vedermi. Mi guarda con quel suo occhio apatico e ottuso con cui m’aveva guardato prima, e mi guarda con quell’altro occhio che prima non gl’avevo visto, una biglia opaca e traslucida, sporca, una sfera aliena gialla di cataratta ma che l’aria malata di Consonno mi fa apparire quasi azzurra, vitrea. Quanto m’hai seguito, penso, ore, tutte queste ore, e perché? Fa un altro passo avanti, il cane, la bocca socchiusa, lo sguardo sempre identico, sempre oltre, sempre qui. Me ne vado, sì, e sento, appena più in giù, rumore di zoccoli, un verso che credo debba appartenere ad un caprone. Ma quando son salito quassù non ho visto capanni ed allevamenti, e scendendo continuo a non vederne, e dev’esser la nebbia, penso, certo. Sì.

Scendo in macchina l’ultimo tratto del pendio, poi cambio strada e ignoro quella di prima, e penso a quel bambino a cui insegnarono ch’era brutto e imbranato, impedito e spacciato. Penso un po’ anche a quel che ho fatto in questi vent’anni, a cos’ho patito negli ultimi due. Poi di nuovo al bambino, e poi di nuovo a me. Un’altalena che inizia da sé e da sé prosegue. E guardo strade mai viste, m’oriento a sentimento, vedo di nuovo laghi e fiumi, e barche e ponti, poi mi fermo in riva al lago grande, che ci sono arrivato per scommessa, il bambino ce l’ha fatta di nuovo, non si perde. Compro una birra, bevo in riva al lago con due marocchini. Da dove arrivi, mi chiede uno. Da lassù, gli rispondo, indicando la montagna. No, dice lui, sorridendo: di dove sei. Bevo birra, guardo il lago, e penso. Alla città ed ai suoi squallidi navigli che a parlarne male si passa per deficienti, penso a quella città ridicola ed ai suoi navigli insulsi, penso ai suoi stupidi bellimbusti che si vestono con i soldi di papà e penso a chi è così stupido da correr loro dietro e li difende, navigli e bellimbusti, una squallida fregola tra ebeti, e penso a quando han tentato di linciarmici e gl’è andata male, e penso che non ce l’ha fatta, la città a farmi diventare quel che non sono, cazzi suoi; poi penso alla provincia, penso a questi ventidue anni fottuti in una fabbrica, penso che se non hai una fabbrica, qui, non è una sfortuna ma una colpa, ed allora vacci a lavorare e non rompere i coglioni, e la sera ti conviene far saltar fuori i soldi perché sennò con le mie figlie non ci scopi e con i miei figli non ci esci perché loro vanno a Milano e con le mie figlie non ci scopi perché loro vanno ai navigli, ma poi ce li si fotte lo stesso, perché son provinciali, e quando han bisogno di fumo e di cazzo e quando han finito i soldi in cocaina milanese e non posson dirlo a papà ci vengon lo stesso qui, solo che adesso le fabbriche son chiuse, e allora nulla, tutti con il culo per terra, i provinciali che si fingon milanesi manco fosse una virtù e pure quelli, quello, che non voleva piegarsi al gioco, e penso che la provincia però no, non ce l’ha fatta, non m’ha fottuto nemmeno lei; e mi dico che son stato bravo. Ma poi penso che se non ho piegato capo e culo alla città ed alla provincia allora non sono di nessun posto, non potrò stare in nessun luogo, chiamarne casa nessuno. E poi penso a questi vent’anni di storie, un grappolo di capezzoli e di sorrisi, una croce sempre pronta e quando non ci son salito mi ci han messo, perché io amo mettendomi in croce ed altri amano crocefiggendo, e l’esito è sempre lo stesso, ed è stato tutto uno spreco di tempo e di lombi e di tutto il grappolo non vedo un acino che sappia ancora di nettare, un solo capezzolo che ancora stilli latte. E se il bambino che si perdeva nel bosco si perde solo quando sta fermo, se gl’hanno insegnato a star sulla croce ma sulla croce gli vien mal di schiena, se comparse incapaci di vivere gl’han cercato d'insegnare che la colpa è sua e non loro, se non l’ha comprato la città, quel bambino, e non è riuscita a venderlo la provincia, allora il suo posto, il mio, è nelle scarpe. Perché siamo creature di terra e ci torneremo pure, sotto terra, non siamo uccelli, non c’è poesia a dire vorrei essere gabbiano per volare, volano anche le cimici, e non siamo cavallucci marini, non respiriamo sott’acqua, lo fan meglio le cozze, e allora io vivo nelle mie scarpe, i miei piedi mi son compagni, e amo come voglio, non cerco salvezza su una nave da crociera o su aerei diretti a capitali che faccia lustro raccontare d’averci scopato un quarto d’ora: non ho ali per volare come gl’aerei e non ho pinne per nuotare appresso ai transatlantici, ma cammino, porca troia, cammino, e chi non ne è capace mi si levi di torno, cammino sette cime al giorno, tengo i piedi per terra e non mi convincerà mai più nessuno che tenere i piedi per terra è dei vili che non san volare e nuotare, tengo i piedi per terra perché è il posto dove stan meglio, e pure io, e il marocchino ride con l’altro, e mi chiede se mi sono dimenticato da dove vengo, e rido anch’io quando gli chiedo la stessa cosa e lui mi dice che viene da dove ha messo le scarpe l’ultima volta, e ridiamo tutt’e tre, in riva ad un lago di povere tinche che nuotano nel fango, sorvolato da tristi piccioni che banchettano tra mozziconi di sigarette.

Fremono i piedi e fa un freddo cane, porca puttana, un magnifico freddo cane.

 

Frida Kahlo et Diego Rivera

Les deux artistes se sont mariés en 1929.

Photographe Paul A. Juley (1867-1937)

1931

Musée Frida Kahlo / Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, Mexico

 

Archives of American Art, Smithsonian Institution Washington,

www.si.edu/object/portrait-frida-kahlo-and-diego-rivera%3...

 

"Pour la première fois en France et en étroite collaboration avec le Museo Frida Kahlo, l’exposition "Frida Kahlo, au-delà des apparences" rassemble plus de 200 objets provenant de la Casa Azul, la maison où Frida est née et a grandi : vêtements, correspondances, accessoires, cosmétiques, médicaments, prothèses médicales... Ces effets personnels ont été mis sous scellés au décès de l’artiste, en 1954, par son mari le peintre muraliste mexicain Diego Rivera, et ont été redécouverts cinquante ans plus tard, en 2004. Cette précieuse collection - comprenant des robes traditionnelles Tehuana, des colliers précolombiens que Frida collectionnait, des exemplaires de corsets et de prothèses peints à la main... - est présentée, avec des films et photographies de l’artiste, pour constituer un récit visuel de sa vie hors-normes."

Extrait du site de l'exposition "Frida Kahlo, au-delà des apparences", Palais Galliera, musée de la mode de la ville de Paris

www.palaisgalliera.paris.fr/fr/expositions/frida-kahlo-au...

 

Malgré la sur-exploitation de l'histoire intime et artistique de Frida Kahlo dont les ayants droit ont fait, depuis les années 2000, une "sainte laïque", l'exposition présentée au Palais Galliera permet de mieux comprendre comment elle a su construire son image en jouant sur sa mexicanité et en affrontant ses très graves problèmes de santé. Les robes traditionnelles qu'elle portait sont très bien mises en valeur comme ses bijoux, parfums et accessoires de mode. L'exposition de ses corsets décorés et de sa jambe orthopédique laisse néanmoins mal à l'aise. La partie chronologique est un peu trop détaillée car on a pu voir et lire de nombreux documents à ce sujet mais c'est surtout la scénographie qui est inadaptée. Manquant de place au sous-sol, les commissaires ont choisi de placer les images et documents décrivant les moments importants de sa vie dans un couloir semi-circulaire très étroit, ce qui, en période d'affluence, empêche le public de circuler normalement. Au lieu d'aménager l'étage noble pour présenter la chronologie dans un espace réservé à cet effet, et laisser un peu moins de place aux créations contemporaines inspirées par Frida Kahlo, les commissaires ont fait un choix incompréhensible au détriment du public et au profit de la boutique dont les locaux ont été étendus car de nombreux produits dérivés sont en vente. Ces choix commerciaux jettent une ombre sur les buts réels de cette exposition itinérante, où on apprend aussi que Frida Kahlo admirait Staline autant que Trotski, ce qui accroitra certainement la perplexité du public à son égard.

Questa è tra le migliori foto realizzate nella giornata. La foto è scattata dall'unico lato del lago dove sono ben visibili le montagne. Ho messo a fuoco sul lago, più o meno dove ci sono le nuvole, mentre l'esposizione è stata presa sulle montagne/cielo. In questo modo l'albero in primo piano è privo di dettagli. La silhouette dell'albero è presente anche nel suo riflesso (non poteva essere altrimenti). Peccato che l'acqua del lago non sia stata più immobile, sarei riuscito a produrre un riflesso migliore.

 

In post-produzione ho usato livelli, curve e maschera di contrasto.

Bologna via D'Azeglio 31 Palazzo Sanuti Bevilacqua Degli Ariosti

 

La realizzazione di questo splendido palazzo su via D'Azeglio è commissionata tra 1477 e 1482 dal giurista Niccolò Sanuti e dalla consorte Nicolosia (amante di Sante Bentivoglio) ad un architetto e a maestranze forse toscane o ferraresi. Di certo pur trattandosi di una delle principali emergenze monumentali cittadine, non esemplifica in alcun modo l'architettura locale degli stessi anni, che si attardava su procedimenti costruttivi medievali e su rimandi gotici. Tipicamente non bolognesi risultano numerose scelte stilistiche come l'assenza del portico e l'uso del bugnato a spigolo smussato affine a palazzo dei Diamanti a Ferrara di Biagio Rossetti. L'uso della pietra grigia di Porretta è collegata invece al feudo dei Sanuti a Porretta. Dall'ingresso si intravede un incantevole cortile a due loggiati sovrapposti in cui operarono per il rilievo scultoreo Tommaso Filippo da Varignana e per i decori in cotto Sperandio da Mantova. Consistenti sono stati gli interventi di restauro condotti all'inizio del XX secolo da Alfonso Rubbiani e A. Casanova che ripristina peraltro il fregio dipinto nel loggiato superiore. In facciata i bassorilievi sono probabilmente opera di Francesco di Simone da Fiesole. L'importanza di questa dimora nobiliare è confermata dalla scelta di papa Paolo III nel 1547 di trasferirvi alcune sedute del Concilio di Trento.

لا ضحكت ينشرح صدر الزمان

 

جعلني يآرب ما أفقد ضحكتك

  

for u .. mado0oy <3

 

mod!l ; Mo0od! <3

 

hope u l!ke !t ^.^

La chiesa di San Secondo si erge solitaria in un'ampia radura che si incontra poco oltre il crinale della Serra Morenica di Ivrea, non lontana dalla sede della Comunità monastica di Bose, nel territorio del comune di Magnano. Per la suggestione del sito e per l'eleganza delle sue forme, essa costituisce uno dei più interessanti esempi di architettura romanica tra il Biellese e il Canavese

Nel luogo in cui si erge la chiesa dedicata a San Secondo, martire della legione Tebea, esisteva una chiesa più antica, più bassa e a navata unica costruita forse dai benedettini[1]. Nella prima metà dell'XI secolo la chiesa fu alzata e ampliata sino ad assumere grosso modo l'attuale aspetto.

La struttura architettonica della chiesa, con murature in conci e scapoli di pietra e ciottoli disposti in corsi orizzontali[2], è quella usuale del romanico popolare, con una semplice facciata a salienti che mostra la suddivisione interna a tre navate. La navata centrale e quella destra terminano in altrettante absidi di grandezza diversa, dotate di finestre a feritoia marcatamente strombate, decorate da lesene e archetti pensili che corrono sotto la linea di gronda. Si intuisce come l'absidiola di sinistra sia stata sacrificata dall'erezione della torre campanaria intervenuta in anni successivi.

Il campanile, a cui si è fatto spazio al termine della navata destra, ha un aspetto di grande eleganza, con i riquadri inferiori più compatti, segnati solo da feritoie, mentre i due riquadri più alti sono alleggeriti da eleganti trifore con colonnine e capitelli a stampella.

All'interno della chiesa le tre navate sono divise da rustici pilastri rettangolari con archi a tutto sesto; la copertura è realizzata in capriate lignee. In fondo alla navata destra, sulla parete del campanile, si è conservato un affresco risalente al XIII o XIV secolo raffigurante una Crocifissione con la Madonna e San Giovanni.

La chiesa ha avuto una storia piuttosto tormentata. Costruita in origine quando attorno a essa vi era l'antico borgo di Magnano, perse successivamente la sua rilevanza quando, a partire dalla fine del XIV secolo, la popolazione si trasferì più in basso (ove si trova l'attuale comune di Magnano). All'inizio del XVII secolo il ruolo di parrocchiale fu assunto dalla nuova chiesa di Santa Marta e non vi era più ragione per conservare l'antica chiesa romanica: fu dunque stabilito, nel 1606, che essa venisse demolita per riutilizzare il materiale edilizio per la nuova chiesa. I fedeli, tuttavia, si opposero a tale decisione e ottennero che essa rimanesse attiva: si procedette così alla sua sistemazione con aggiunte barocche. Nel corso del XIX secolo la chiesa fu nuovamente lasciata decadere. Solo nel 1968 venne deciso dalla Provincia di Vercelli e dalla Sovrintendenza del Piemonte di ristrutturare l'edificio religioso e di restituire a esso l'originario aspetto romanico.

(da Wikipedia)

UP 5&6, Donna e anche Mamma: la condizione della donna nel mondo

MAXXI Roma

 

Lo scatto è stato realizzato al MAXXI di Roma in occasione della mostra “Il tempo della diversità”, a cura di Gianni Mercurio e Domitilla Dardi.

L’opera di Gaetano Pesce, UP 5&6, rappresenta una donna-poltrona gigantesca legata a una palla e riprende il lavoro realizzato dall’artista nel 1969 per denunciare la condizione femminile.

La grande seduta, nota anche come “Donna e anche Mamma”, concentra in sé molti dei temi ricorrenti nella produzione dell’autore, come il legame con il corpo e l’aspetto performativo, ma anche monito alla condizione femminile nel mondo

In occasione della mostra di Roma, l’oggetto è stato ingrandito fino a 7 m di altezza con la possibilità per gli spettatori di entrarvi e scoprire un’atmosfera “di prigione”: su più di 40 monitor leggono delle domande sulla condizione della donna nel mondo, che patisce a causa dei pregiudizi e delle paure dell’uomo. Questo non solo nei Paesi meno sviluppati, ma anche in quelli più avanzati.

Nella palla di circa 4 m di diametro è proiettato un film su Malala Yousafzai, la bambina pakistana che, nel 2013, ha tenuto un discorso storico alle Nazioni Unite di New York sul diritto delle donne di essere istruite alla pari degli uomini. Tutto questo è un modo per dire che l’arte dovrebbe essere un commento dell’autore sulla realtà: una presa di posizione, uno strumento per migliorare la nostra vita, per servire il progresso e lottare contro i pregiudizi, l’ignoranza e lo spirito conservatore. In questo modo, l’espressione artistica torna a essere un servizio ancora più utile di quello che è stata – e che è – senza abdicare al suo ruolo di provocazione, sfida, scoperta e strumento di costante trasformazione del futuro in presente.

Fonte: www.fondazionemaxxi.it/2013/12/30/gaetano-pesce - www.domusweb.it/it/design/2014/07/02/il_tempo_della_diver...

 

26 giugno – 5 ottobre 2014

Il tempo della diversità

Galleria 1 e Piazza del MAXXI

a cura di Gianni Mercurio e Domitilla Dardi

Come Satana usa le tendenze sociali per corrompere l’uomo

 

“I soldi fanno girare il mondo” è la filosofia di Satana e prevale nell’intera umanità, in ogni società umana. Potreste dire che è una tendenza perché è stata inculcata a tutti e ormai è impressa nel loro cuore. Le persone sono passate dal non accettare questo detto al farci così tanto l’abitudine che, quando sono entrate in contatto con la vita reale, a poco a poco l’hanno approvato tacitamente, ne hanno riconosciuta l’esistenza e infine gli hanno dato il loro benestare. Questo processo non è la corruzione dell’uomo da parte di Satana?

 

Satana usa queste tendenze sociali per attrarre le persone, un passo per volta, in un nido di diavoli, così che le persone irretite in tali tendenze, inconsapevolmente ricerchino denaro, cose materiali, praticando malvagità e violenza. Una volta che queste cose sono entrate nel cuore dell’uomo, che cosa diventa l’uomo? L’uomo diventa Satana, il diavolo! Ciò avviene a causa di quale tendenza psicologica nel cuore dell’uomo? L’uomo che cosa propugna? Gli uomini cominciano ad amare la malvagità e la violenza. Non amano la bellezza o la bontà, tanto meno la pace. Non desiderano vivere una vita semplice di ordinaria umanità, bensì desiderano godere di uno stato elevato e di grandi ricchezze, per inebriarsi nei piaceri della carne, senza risparmiare sforzi per soddisfare la propria carne, senza alcuna restrizione, senza alcun vincolo che li trattenga, in altre parole, facendo tutto ciò che desiderano. Così, quando si ritrovano immersi in tale genere di tendenze, possono liberarsi con l’ausilio della conoscenza appresa? La cultura tradizionale e le superstizioni note possono aiutarti a liberarti di tale disastrosa situazione? La morale tradizionale e le cerimonie tradizionali che l’uomo comprende possono aiutarlo a esercitare moderazione? Prendiamo ad esempio la Classificazione dei Tre Caratteri. Può forse aiutare la gente a uscire dalle sabbie mobili[b] di queste tendenze? (No, non può.) In tal modo, l’uomo diventa sempre più malvagio, arrogante, condiscendente, egoista e malizioso. Non c’è più alcun sincero affetto tra le persone, né alcun amore tra i membri di una famiglia, né alcuna comprensione tra parenti e amici; le relazioni umane sono divenute piene di violenza. Ogni singola persona vuole utilizzare mezzi violenti per vivere tra gli altri esseri umani; accaparrarsi i propri mezzi di sussistenza; conquistano le proprie posizioni e realizzano i propri profitti usando la violenza, e fanno tutto ciò che vogliono, usando modi violenti e malvagi. Non è terrificante un’umanità simile? (Sì.) Dopo averMi ora ascoltato parlare di queste cose, non pensate che sia terrificante vivere in mezzo a questo genere di folla, in questo mondo e in questo ambiente e in tutto ciò che Satana ha corrotto? (Sì.) Vi siete mai sentiti miserevoli? Dovreste sentirvi un po’ così, ora, giusto? (Sì.) A giudicare dal tono in cui lo dite, sembra che stiate pensando: “Satana usa così tanti diversi modi per corrompere l’uomo. Coglie al volo ogni opportunità e si trova ovunque ci volgiamo. L’uomo può ancora essere salvato?” L’uomo può ancora essere salvato? C’è ancora speranza per il genere umano? Possono gli uomini salvare se stessi? (No.) Può l’Imperatore di Giada salvare l’uomo? Può Confucio salvare l’uomo? Può il Bodhisattva Guanyin salvare l’uomo? (No.) Allora chi può salvare l’uomo? (Dio.) Alcune persone, tuttavia, sentiranno nascere nel loro cuore domande come: “Satana ci danneggia in modo così crudele e frenetico da non lasciarci alcuna speranza di vivere, e nessuna fiducia nel vivere. Viviamo tutti in mezzo alla corruzione e ogni singola persona resiste comunque a Dio e ora i nostri cuori sono affondati più in basso che possono. E allora, mentre Satana ci sta corrompendo, dov’è Dio? Che cosa sta facendo Dio? Qualsiasi cosa Dio stia facendo per noi, noi non la percepiamo mai!” Alcune persone si sentono inevitabilmente abbattute e in qualche modo sfiduciate. In voi, tale sentimento è molto profondo poiché tutto ciò che vi ho detto è stato per far sì che le persone giungessero lentamente a capire, a sentire sempre più di essere senza speranza, a sentire sempre più di essere state abbandonate da Dio. Ma non temete. L’argomento della nostra condivisione di oggi, “la malvagità di Satana”, non è il nostro tema effettivo. Per parlare dell’essenza della santità di Dio, tuttavia, dobbiamo prima parlare di come Satana corrompe l’uomo e della malvagità di Satana, per rendere più chiaro alla gente in che tipo di condizioni si trovi l’uomo. Uno scopo del parlare di questo argomento consiste nel far conoscere alla gente la malvagità di Satana, mentre l’altro consiste nel permettere alla gente di comprendere più in profondità che cosa sia la vera santità.

 

Oggi passavo davanti ad un portone,mi so fermata mi attirava questo gioco di chiaroscuri e quel portoncino al suo interno.Niente è realmente ciò che sembra la luce ti fa apaprire le cose in un modo,l'ombra in un altro.A volte le ombre tentanodi celare le cose che un occhio attento o una mente vigile potrebbe scorgere,ma non sempre vi riescono e per alcuni le ombre diventano leggibili,anche se talvolta fanno finta di niente....

In un angolo dell'enorme giardino costellato da importantissime sculture la vista dell'involucro della Fondazione mi ha fatto venire in mente le basi della famosa serie fantascientifica UFO degli anni 70, lo stesso periodo della costruzione in cemento armato...

  

#fondationpierregianadda

Fondazione Gianadda, Martigny

Contax IIIa + Sonnar 50mm f/1,5 (anni 50)+ Kodak Portra 400

 

La Fondazione Pierre Gianadda ha trasformato la cittadina di Martigny in una piccola capitale mondiale dell'arte moderna.

Dal 1978 ad oggi, 2003, oltre 6 milioni di persone hanno visitato il museo per ammirare le opere dei più grandi maestri del 19esimo e del 20esimo secolo.

Situata all'entrata del Passo del Gran San Bernardo - una delle poche vie che le Alpi hanno concesso per collegare l'Italia e la Svizzera - Octodurus aveva un'importanza strategica troppo grande per lasciar indifferenti i Romani.

 

I conquistatori venuti dal sud ne fecero quindi un borgo imperiale e poi addirittura la capitale della provincia delle Alpi Graie e Pennine. Seguirono secoli piuttosto agitati per questo crocevia delle genti e dei commerci, dal quale transitavano troppo spesso orde di invasori ed eserciti, fino a quello di Napoleone.

 

Octodurus è diventata poi Martigny, una pacifica cittadina vallesana che riposava ai piedi delle montagne e vedeva passare soltanto le solite colonne di turisti, in cerca di svago tra le montagne.

Il risveglio della città addormentata

Fino a quando, nel 1978, la nascita della Fondazione Pierre Gianadda ha trasformato la tranquilla località in un centro mondiale dell’arte. Da allora, Martigny è stata nuovamente presa d’assalto: appassionati, critici e artisti provenienti da tutta Europa e da Oltreoceano.

 

Nell’ultimo quarto di secolo oltre 6 milioni di visitatori sono accorsi per ammirare le opere dei più grandi maestri dell’arte moderna. Turner, Manet, Van Gogh, Gauguin, Matisse, Picasso, Rodin, Braque, Klee, Modigliani, Chagall, Mirò, Giacometti guidano una lista impressionante di artisti, presentati al ritmo di 2-3 esposizioni all’anno.

 

Oggi, anche Martigny vive al ritmo della Fondazione. Ad ogni nuova esposizione, dai negozi alle insegne stradali, tutta la cittadina è tappezzata di cartelloni che guiderebbero anche un non vedente verso il museo Gianadda.

 

A risvegliare il borgo vallesano è stato il discendente di una famiglia venuta, a sua volta, dal sud: Léonard Gianadda, un ingegnere che ha imboccato la via dell’arte seguendo tracce lasciate 2000 anni prima dai Romani.

Misteriosa follia

Nel 1976, durante i lavori di scavo per la costruzione di una casa, Léonard Gianadda ritrova le vestigia del più vecchio tempio gallo-romano della Svizzera, dedicato a Mercurio. Poche settimane dopo, giunge la notizia della tragica morte del fratello Pierre.

 

Sconvolto, Léonard Gianadda decide di creare, sul sito romano, una Fondazione d’arte in memoria dell’amato fratello. Nasce così uno strano edificio – che sembra un mausoleo – attorno al quale ruotano prestigiose esposizioni temporanee, un museo romano, un museo dell’automobile, un parco delle sculture, una piccola collezione permanente e una sala di concerti.

 

“Per fare tutto questo bisogna essere un po’ pazzi” ammette Léonard Gianadda che, ancora oggi, non riesce a spiegarsi la ragione della misteriosa follia che lo ha portato a dar vita a questa impresa.

Un’oasi d’arte

Ancora più misteriose appaiono tuttora le chiavi del successo della Fondazione. Le esposizioni Gianadda figurano regolarmente nella classifica delle prime 100 mostre più visitate a livello mondiale e, spesso, addirittura nelle prime 10.

 

Eppure la Fondazione dispone di mezzi e di spazi alquanto ristretti rispetto a migliaia di musei. Si situa in un luogo che non emana un fascino particolare, in una località che non offre grandi tradizioni o tesori artistici.

 

A dirigerla è un ingegnere, che all’inizio “non conosceva quasi niente dell’arte”. E, oltretutto, non dispone neppure di una collezione di dipinti che possano servire da merce di scambio con altri musei.

 

Su questa “terra arida” è invece sbocciata una quasi incredibile oasi d’arte, dove file di persone visitano le esposizioni circolando in modo silenzioso, quasi religioso, come se non volessero turbare l'antico santuario romano o il nuovo tempio moderno.

 

Un'oasi di quiete e di raccoglimento rispettoso che si ritrova anche nel parco delle sculture, dove è la Fondazione a dover quasi invitare i visitatori a “camminare sull’erba”, per ammirare più da vicino le impressionanti sculture permanenti di Rodin, Arp, Brancusi, Mirò, Dubuffet, Calder o Segal.

Fenomeno mondiale

Dopo un prima esposizione senza gloria, Léonard Gianadda si attornia di persone competenti, dedica anima e corpo alla Fondazione, conquista la fiducia dei grandi musei, viaggia da un continente all’altro per ottenere anche una sola tela.

 

Oggi, la Fondazione vive in parte del suo stesso successo, che gli permette di aprire perfino le porte più inaccessibili. Le mostre si trasformano in fenomeni mondiali, come quella di Van Gogh, nel 2000, che ha riunito quasi mezzo milione di visitatori attorno a 90 quadri.

 

“Léonard Gianadda riesce a farsi prestare opere da musei o collezionisti che non prestano mai niente a nessuno” spiega la storica d’arte Martha Degiacomi. “Capita addirittura che dei privati si rivolgano spontaneamente alla Fondazione, proponendo dipinti scomparsi da tempo da tutti i cataloghi”.

Nuovi bisogni

Il successo della Fondazione suscita chiaramente anche critiche e gelosie. Léonard Gianadda viene accusato, tra l’altro, di puntare su esposizioni che attirano masse di curiosi, di gestire una sorta di “fast food” dell’arte.

 

Ma se la “cucina” Gianadda soddisfa ogni palato è soprattutto perché serve regolarmente un menu qualitativo di opere che, di solito, si ritrovano soltanto nelle grandi metropoli. Ed è quindi Martigny ad attirare appassionati da Parigi, Milano o Berlino.

 

“Personalmente sono contento di contribuire a democratizzare in qualche modo l’arte, di poter offrire un museo vivo che non si rivolge soltanto ad un’élite” afferma Léonard Gianadda.

 

D’altronde, non è colpa sua: “Negli ultimi decenni i mezzi di trasporto sono diventati molto più rapidi e la gente ha scoperto nuovi interessi, nuovi bisogni che non esistevano ancora 30 o 40 anni fa”.

 

swissinfo, Armando Mombelli

2 4 5 6 7 ••• 39 40