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MAR Museo d'Arte Ravenna
Via di Roma, Ravenna
Dal 9 ottobre al 10 novembre 2009
Dave McKean, Peter Kuper,
Paolo Bacilieri e Gianluca Costantini
Venerdì 9 e sabato 10 ottobre 2009 Ravenna ospita la quinta edizione di Komikazen – Festival internazionale del fumetto di realtà, a cura dell’Associazione culturale Mirada.
Il Festival è realizzato nell’ambito delle iniziative del GAER Emilia Romagna (network regionali del GAI – Giovani Artisti Italiani) e di Italia Creativa.
La tendenza autobiografica, memorialistica, storica e di reportage del reale è sempre stata presente in molti dei grandi maestri dell’arte sequenziale. È proprio questo l’aspetto del fumetto che il Festival Komikazen prende in considerazione. In questa edizione in particolare sono presentate soprattutto storie che nascono da una tensione individuale, dalla ricerca e dalla sperimentazione.
Sei gli autori ospiti della quinta edizione di Komikazen, protagonisti di workshop e incontri insieme ad autorevoli rappresentanti dell’ambito culturale nazionale e presenti a Ravenna con le tavole originali di alcuni dei loro lavori più significativi, in mostra per un mese (fino al 8 novembre 2009) in vari luoghi della città.
Ospite d’onore il disegnatore inglese Dave McKean, che al MAR, Museo d’arte della città, espone La comica tragedia o la tragica commedia di Mr Punch, lavoro sul diabolico personaggio Mr Punch, antieroe mutuato dalla Commedia dell’Arte, la cui storia si intreccia a ricordi d’infanzia del protagonista e narratore della storia. McKean, illustratore, designer, fotografo e perfino musicista è stato definito “un vulcano” per la creatività visionaria, che caratterizza tutta la sua opera: fumetti, lungometraggi e albi illustrati.
Fumetto di realtà nel senso più classico è invece quello delle opere dell’americano Peter Kuper, altra importante presenza del Festival, che a Ravenna espone le tavole di due suoi lavori: La giungla, e la sua ultima creazione Diario de Oaxaca.
La realtà del fumetto nazionale dell’ultima generazione di disegnatori è rappresentata da Paolo Bacilieri, con le tavole della storia dell’omicida Pietro Maso, vicenda rimasta impressa nella memoria di chi ha vissuto consapevolmente gli anni ’80; Gianluca Costantini, artista ravennate che si è contraddistinto negli ultimi anni per un fumetto dalle tematiche di interesse politico nazionale e internazionale e che presenta due mostre una sulla storia tragica della guerra di liberazione algerina, e l’altra dal titolo Opus quotidianum in cui sono esposte sue tavole di argomento politico scomposte e ricostruite in mosaico da Koko Mosaico; e Davide Toffolo che si confronta con lo scrittore più eclettico della nostra cultura contemporanea: Pier Paolo Pasolini.
Venerdì 9 ottobre (ore 10.00 – 13.00 e 14.00 - 17.30) presso il Teatro Rasi (Via di Roma, 39) il Festival si apre con il workshop per disegnatori e appassionati dell’intellettuale e disegnatore americano Peter Kuper. Newyorkese d’adozione, Kuper nasce nel 1958 ed è noto soprattutto per il carattere politico delle sue pubblicazioni. Illustrazioni di Kuper sono apparse su numerose riviste e quotidiani statunitensi, tra i quali «The New Yorker», «Time», «The Washington Post» e «The Progressive». Tra le sue graphic novel più famose, un adattamento di The Jungle di Upton Sinclair (lavoro esposto a Ravenna) e Comics-Strips, cronistoria del suo viaggio di otto mesi in Africa e nel Sud-Est asiatico (iscrizione obbligatoria a info@mirada.it).
Sabato 10 ottobre dalle 9.30 al Teatro Rasi incontro dal titolo Supermaso attitude e gli eredi: storie dal vero con il disegnatore Paolo Bacilieri e lo scrittore e saggista veneto Gianfranco Bettin, che nel ’92 pubblicò per Feltrinelli L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero.
Veneto anche Bacilieri, nasce a Verona nel 1965, diplomatosi presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, lavora nel mondo dei comics dal 1982. Autore eclettico, sintetizza nella sua cifra personale il bagaglio di immagini del fumetto seriale e le soluzioni più azzardate dei comics underground.
Tra le sue opere: Barokko (1988-1995, Black Velvet), Durasagra (1994, Black Velvet), The Supermaso Attitude (Phoenix, 1996), alcuni albi delle serie Napoleone e Jan Dix (Sergio Bonelli Editore, 1999-2008), Zeno Porno (Kappa edizioni, 2005) e La magnifica desolazione (Kappa edizioni, 2007).
Alle 11.30 incontro con il disegnatore Peter Kuper che parla di Oaxaca: raccontare il Messico. Nel 2006 Kuper si trasferì per un periodo da New York a Oaxaca in Messico con la famiglia, per sfuggire alla metropoli caotica alla ricerca di un’oasi di pace, ma come scrive lui, Diario di Oaxaca è il risultato del trovarsi nel posto giusto al momento sbagliato. Infatti Oaxaca, cittadina solitamente tranquilla, fu teatro di violenti scontri tra le forze di polizia del Governo e gli scioperanti, in particolare insegnanti, che chiedevano maggiori garanzie e aumenti di stipendio.
Nel pomeriggio alle 15.30 appuntamento con Dave McKean, presentato da Paul Gravett, giornalista inglese e direttore del Festival di fumetto londinese Comica.
McKean nasce in Inghilterra nel 1963. I suoi lavori sono caratterizzati dalla commistione di varie tecniche quali disegno tradizionale, fotografia, collage, scultura e computer grafica. La sua carriera ha inizio con un fallimento: nel 1986 si reca a New York per un colloquio di lavoro come disegnatore di fumetti, che non ha esito positivo; tuttavia in quell'occasione incontra lo scrittore di testi, anche lui inglese, Neil Gaiman, con cui stabilirà un sodalizio che ancora continua. Gaiman lo coinvolge nella lavorazione di una breve graphic novel, Violent Cases pubblicata nel 1987. Nel 1988 pubblicano insieme il capolavoro Black Orchid. Tra il 1990 e il 1996 Dave McKean scrive e disegna il suo capolavoro: Cages (pubblicato in Italia da Macchia Nera nel 1999), una graphic novel sul tema dell’ispirazione e della creatività artistica, disegnata con uno stile molto scarno che ricorda le opere di José Muñoz e Lorenzo Mattotti.
Dalla collaborazione con Neil Gaiman nascono anche le graphic novel Signal to Noise nel 1992, la storia di un regista moribondo e del suo ipotetico ultimo film, Mr Punch e i libri illustrati per bambini The day I swapped my dad for two goldfish (1997 - In Italia: "Il giorno che scambiai mio padre per 2 pesci rossi" ed. Macchia nera, 2000) e Wolves in the wall (2003 - In Italia: "I lupi nei muri"ed. Mondadori, 2003). Ha inoltre illustrato, sempre con Gaiman, il libro Coraline (2002 - In Italia: "Coraline" - ed. Mondadori, 2003).
Durante la sua carriera, McKean ha realizzato anche numerose copertine di CD per artisti internazionali, copertine di libri, illustrazioni per The New Yorker, e contribuito alla realizzazione di pubblicità e piccole clip promozionali. Ha inoltre pubblicato due libri di fotografie.
Nel 2005 ha realizzato il suo primo lungometraggio, MirrorMask. La sceneggiatura scritta ancora in collaborazione con Gaiman prende vita sullo schermo con l'ausilio di tecniche miste, un incrocio tra ripresa dal vivo, animazione digitale e stop-motion.
Alle 19 presso il MAR, Museo d’arte della città (Via di Roma, 13), nell’ambito delle manifestazioni per la Notte d’oro di Ravenna, inaugurazione della mostra L’ombra di Peter Pan con le tavole originali di Dave McKean, Peter Kuper, Paolo Bacilieri e Gianluca Costantini.
La mostra di McKean si compone in gran parte di tavole tratte dal suo lavoro con Gaiman su Mr Punch, in cui l'affiatata coppia di artisti propone una summa dei rispettivi stili e modi di affrontare l'arte grafica. Gaiman presenta al pubblico i personaggi di Mr. Punch, il chiassoso e popolare burattino anglosassone derivato da Pulcinella, e Judy, la sua compagna, e crea una raffinata storia nella storia, una favola oscura che mescola l'infantile innocenza con l'oscurità degli adulti. In perfetta armonia con dialoghi e didascalie, McKean accompagna ogni pensiero di Gaiman con sofisticate immagini che superano il canonico concetto di vignetta e fumetto e fondono insieme abilità fotografica, gusto per la sperimentazione e puro disegno. Saranno inoltre esposte numerose tavole originali tratte da uno dei suoi lavori più noti Cages, una graphic novel scritta e disegnata da lui stesso sul duro mestiere dell’artista, che ha al centro il tema dell’ispirazione e della creatività, e con i testi dell’inseparabile Gaiman Signal to noise, la storia di un regista moribondo e del suo ipotetico ultimo film.
In occasione dell’inaugurazione della mostra di Mckean è allestito di fronte alle tavole del maestro inglese, uno spettacolo dal titolo Omaggio al Punch di Dave Mckean, un intervento burattinesco del poliedrico burattinaio Luca Ronga, vincitore nel 2009 del premio Eolo Awards per il miglior Teatro di Figura in Italia. Ronga, nel suo breve intervento, ricrea l’atmosfera dei teatrini ambulanti esistenti fin dal ‘600 della tradizione del Mr Punch-Pulcinella, ricostruendo dentro lo spazio del MAR un vero e proprio teatro dei burattini con tanto di struttura in legno e pizzi, una “guarattella”, e usando la “pivetta”, antico strumento creato per dotare Pulcinella della sua tipica voce dal suono a chioccia.
Nell’esposizione di Kuper (50 tavole) sono insieme Diario di Oaxaca e La giungla, il romanzo più importante e di successo di Upton Sinclair; una denuncia delle misere condizioni di vita degli immigrati, costretti a lavorare in situazioni pericolose e anti-igieniche nelle fabbriche di inscatolamento del cibo confezionato. La potenza immaginifica delle illustrazioni di Kuper cattura l’intensità del romanzo di Sinclair, in un audace contrappunto fra testo e disegno.
Paolo Bacilieri espone 20 tavole del suo lavoro del 1996 The Supermaso Attitude, sulla terribile vicenda di Pietro Maso, che nel ’91 a 19 anni organizzò l’assassinio dei suoi genitori con la collaborazione di due amici, per acquisirne l’eredità. Un’opera che al momento della sua uscita, non passò sicuramente inosservata, per la tematica scottante, affrontata con toni ai limiti del grottesco e per il suo essere in controtendenza rispetto all’imperversare, in quegli anni, di manga e supereroi. Bacilieri si è documentato a lungo sugli atti processuali con l'aiuto dello psichiatra Vittorino Andreoli, anche lui personaggio del fumetto, ma il risultato artistico è tutt'altro che realistico e la sottile ironia del disegnatore affiora in tutte le pagine, nonostante la drammaticità della storia.
Gianluca Costantini, artista visivo e disegnatore di fumetti, vive e lavora a Ravenna. Come illustratore e autore di fumetti, pubblica su numerose riviste e quotidiani italiani fra cui "Il Nuovo Male", "Blue", "Il Manifesto", "Internazionale", e stranieri "Babel" (Grecia), "Kuhinja" (Serbia) e "WarWorldIII" (U.S.A.). Dal 2002 è direttore della rivista italiana di fumetti "inguineMAH!gazine" e cura diverse pubblicazioni di graphic novelist internazionali. A partire dai primi anni Novanta espone in numerose mostre collettive in tutta Europa; nei festivals di fumetto internazionali come Lucca Comics, Stribburger e Angouleme, in manifestazioni artistiche come la Biennale dei Giovani artisti dell'Europa e del Mediterraneo o in gallerie private italiane. Alcune delle ultime mostre personali sono state Political Comics (Atene, 2006), Banda desenhada politica (Lisbona, 2006), Sangue in Algeria (Perugia, 2008) e Channeldraw (Belgrado, 2008).
A Komikazen espone le 20 tavole di Sangue d’Algeria, un lavoro sulla guerra di liberazione algerina dal colonialismo francese, svoltasi dal 1954 al ‘62. In poche tavole, in cui il testo delle didascalie è parte integrante del disegno stesso, Costantini mette in scena con abilità la volontà di mostrare tutti gli aspetti della Guerra d’Algeria, senza aver la pretesa di creare un documento storico, ma incitando a leggere la storia diversamente, a prendere coscienza di una storia occultata dai francesi e dagli stessi algerini. La mostra è stata prodotto dalla Galleria Miomao di Perugia ed è stata esposta al Salon du Dessin Contemporain di Parigi nel marzo 2009.
Dave Mckean
(Maidenhead , 29 dicembre 1963)
rtista poliedrico, è disegnatore, illustratore, regista e fotografo, oltreché musicista. Ha messo a punto, grazie all’utilizzo di tecniche miste spaesanti, uno stile inconfondibile e allo stesso tempo imitatissimo.
La sua produzione è potente e unica, eppure in continua evoluzione. Considerato il guru dalla generazione Photoshop negli anni ’90, continua ad avere questo ruolo di apripista nell’universo dell’animazione digitale.
Eppure la sua carriera iniziò con un fallimento: giunto nell’86 a New York per un colloquio, il lavoro gli venne rifiutato. in compenso conobbe Neil Gaiman con il quale continua ad avere un sodalizio incorruttibile.
Insieme realizzano Violent Cases (1987) e l’indimenticabile Black Orchid nell’anno successivo. Il 1989 vede ancora la coppia autoriale al lavoro nella serie culto di Sandman, di cui egli cura il progetto grafico. Sempre per la DC Comics disegna Arkham Asylum, una storia di Batman sui testi dell’altro ragazzo terribile di questa straordinaria stagione inglese, Grant Morrison.
Negli anni ’90 realizza invece il suo capolavoro, l’unica opera di cui cura sia disegno che sceneggiatura, Cages. Realizzata in dieci numeri, è un romanzo che è anche un trattato sull’arte, la creatività e gli usi e abusi della tecnica. Lo stile che va da disegni che ricordano Egon Schiele., a interventi su fotografie, silografie quasi astratte, fino a dipinti in quadricromia e collage, ha un effetto straniante. L’approccio filosofico al disegno costituisce sicuramente l’aspetto più innovativo di questo ampio progetto.
Signal to Noise, del 1992 e Mr Punch del 1994 sono altri risultati del rapporto duraturo con Gaiman: quest’ultimo fa parte della tradizione del teatro di figura inglese del ‘600 ed è il risultato contaminato della figura tradizionale napoletana di Pulcinella (originariamente in inglese punchiniello). Si tratta di un classico trickster, che come la figura napoletana, ha aspetti molesti, dissacratori e liberatori. La versione illustrata da McKean rende un tributo malinconico a questo personaggio seguendo l’unico testo di cui Gaiman ha detto di essere veramente fiero. Oltre ad affrontare la paura e la morte la storia è un’epica del ricordo: “il pensiero della memoria non è né dritto né sicuro, e noi lo intraprendiamo a nostro rischio. E’ più facile fare brevi viaggi nel passato, ricordare in miniatura, costruire piccole recite di marionette nella nostra testa”.
Sempre per l’infanzia, con Gaiman ha illustrato The day I swapped my dad for two goldfish (1997 – In Italia: Il giorno che scambiai mio padre per 2 pesci rossi, Macchia nera, 2000) e Wolves in the wall (2003 – In Italia: I lupi nei muri, Mondadori, 2003). Ha inoltre illustrato, sempre per Neil Gaiman, il romanzo Coraline (2002) da cui è stato tratto recentemente un film.
Molto importante è inoltre la sua collaborazione con musicisti per copertine di CD o di libri. Come fotografo ha realizzato due libri A Small Book of Black and White Lies (1995 – In Italia: Un libretto di bugie bianche e nere, Macchia nera, 2000) e Option: click (1998 – In Italia: Opzione: click,Macchia nera, 2000);
Nel 2005 ha realizzato il suo primo lungometraggio, MirrorMask. La sceneggiatura scritta in collaborazione con l’amico Neil Gaiman prende vita sullo schermo con l’ausilio di tecniche miste, un incrocio tra ripresa dal vivo, animazione digitale e stop-motion. Al momento sta lavorando su un nuovo lungometraggio che prevede l’utilizzo sia di animazione che di ripresa filmica su un tema caro sia a lui che Gaiman, ovvero tra mondo reale ed immaginario.
Peter Kuper
(Summit – New Jersey, 22 settembre 1958)
Kuper è uno dei nomi fondamentali della scena impegnata e visualmente militante degli Stati Uniti. Ha conosciuto Seth Tobocman, con cui ha fondato la rivista World War III Illustrated, all’università a New York alla fine degli anni ‘70. Negli stessi anni è stato assistente di studio di Chaykin.
La rivista WW III esce dal 1979 e costituisce un luogo non solo di pensiero, ma anche di intersezione tra azione politica e rappresentazione, quasi unico al mondo. Gli illustratori e i disegnatori che partecipano alla rivista creano figure che poi vengono usate per manifesti dalla Turchia al Marocco alla Francia e via dicendo. Una sorta di comunità internazionale visiva.
Il lavoro che lo ha reso maggiormente famoso negli USA e all’estero è la sua versione SPY VS SPY apparso sulla rivista MAD. Kuper ha continuato la storia creata da Prohias e passata da varie mani senza soluzione di continuità dal 1997.
Accanito viaggiatore, ha attraversato l’America Latina e ha visitato Europa, Africa, Asia Medio Oriente: questa sua propensione all’andare è testimoniata dal libro uscito nel 1992 ComicsTrips: A Journal of Travels Through Africa and Southeast Asia.
Collabora inoltre regolarmente con Time, Newsweek, The New York Times come illustratore.
La sua produzione di graphic novel è piuttosto ampia, in particolare oltre a Stripped – An Unauthorized Autobiography, Mind’s Eye, The System, si è cimentato anche con la versione grafica dei racconti di Kafka dal titolo Give It Up! (tr. it. Lascia stare!E altri racconti brevi, Hazard) ma anche del capolavoro kafkiano The Metamorphosis (tr. it. La metamorfosi, Guanda 2008), oltre all’adattamento di The Jungle di Upton Sinclair (tr. it. La giungla, 001 edizioni) e Sticks and Stones, un romanzo grafico senza parole sull’ascesa e deglino degli imperi che ha ricevuto la medaglia d’oro nel 2004 dalla Society of Illustrators americana. Il tema del narrare senza parole è trasversale nella produzione di Kuper: anche in The System la narrazione delle vite intrecciate di una ragazza madre, di un serial killer, di un anziano poliziotto e altri personaggi senza nome avviene mostrando esclusivamente azioni e reazioni in una città che parla solo attraverso i titoli di giornale e in cui ognuno è assolutamente inconsapevole degli effetti che le proprie azioni hanno sulla vita altrui.
Il più recente Stop Forgetting to Remember racconta elementi autobiografici come la nascita della figlia, l’11 settembre e altre personali vicissitudini del decennio 1995-2005.
La sua permanenza nel 2006 a Oaxaca in Messico, dovuta a ragioni strettamente personali, lo ha portato ad essere testimone e narratore delle rivolte degli insegnati e dei riot scoppiati nella città messicana.
Coniuga all’attività di disegnatore anche la docenza. Dal 1986 infatti he tenuto regolari corsi di fumetto e illustrazione alla School of Visual Arts e ora anche alla Parsons di New York. È inoltre l’art director di INX, un’agenzia ora sito che dagli anni ‘80 mette a disposizione delle testate editoriali illustrazioni di tipo politico.
Nel 2004 è stato sottoposto a giudizio a seguito dell’ispezione della polizia doganale di un pacco che conteneva la rivista slovena Stripburger, dove compariva la parodia di Kuper di Richie Rich intitolata Richie Bush. Dopo che i legali fecero notare che la parodia non è pirateria, gli agenti doganali decisero di non procedere oltre.
Paolo Bacilieri
(Verona, 23 febbraio 1965)
Bacilieri, che ha studiato all’Accademia di Bologna e vive a Milano, è un fagocitatore di immaginario, che risputa su carta visualizzandone le più oscure ambiguità.
Le sue prime esperienze professionali sono legate a Milo Manara, con il quale collabora nei primi anni di apprendistato a Russi. Storia dei popoli a fumetti (testi di Enzo Biagi), Mondadori.
La sua prima storia, pubblicata nel 1986 in Francia da Casterman sulla celebre rivista «A Suivre» e in Italia su «Corto Maltese», è Il tesoro degli Imbala su testi di Franco Mescola. Farà seguito l’incursione nell’erotismo venato di umorismo di Una storia del cazzo, prima apparsa sulla rivista«Blue» e in seguito raccolta in volume da Blue Press.
Influenzato nei primi anni dal segno manariano, mostra la propria personale espressività grafica con il primo episodio della serie Barokko, pubblicato per Casterman in Francia e poi in Italia sulle pagine di «Comic Art». Bacilieri alternerà sempre nella propria produzione la disponibilità alla serialità, che non si trasforma mai nell’asservimento al segno e allo stile di altri ma porta sempre una ventata di nuovo, e la realizzazione di storie autoriali di suo pugno.
Nel 1994 realizza per le edizioni R&R il volume Durasagra – Venezia über alles in cui rivisita, sullo sfondo di una Venezia preda di turisti e deliri grafici, la triade Zanardi-Colasanti-Petrilli, personaggi eccellenti di uno dei numi tutelari dell’autore, Andrea Pazienza. Con Durasagra darà ulteriore dimostrazione dell’evoluzione del suo segno, in una ricerca stilistica indirizzata anche allo studio delle forme dell’arte rinascimentale, oltre a palesare la perfetta assimilazione dell’eredità spirituale del fumetto degli anni Ottanta. Nel 1995 farà ritorno alla rivista «Blue» con la serie Phonx, a cui seguirà l’anno dopo The Supermaso attitude (Phoenix, ristampa sul inguinemah!2008), ispirato a crudi e sanguinari fatti di cronaca della provincia veronese del 1991. La storia comparve nel 1996: il clima italiano era gelido per i fumetti. Le riviste d’autore erano al crepuscolo e i supereroi e i manga avevano conquistato il mondo editoriale. Alcuni quotidiani lo recensirono scandalizzati, leggendolo come una celebrazione criminale. L’interpretazione visiva del putrido che si nasconde anche nella provincia apparentemente perfetta del veneto non è decodificata. Maso che uccide con la tuta della Fiat come un vendicatore di nessuna pena, i dialoghi tra personaggi che discutono ex post l’accaduto, rappresentati come boccette di profumo costoso da uomo oppure il giudice in versione l’uomo pietra, non è interpretato all’epoca come capacità di sintesi, di un’analisi che semplicemente non usa le parole ma le immagini per raccontare più in profondità quanto stava avvenendo, non solo quanto già accaduto, nella nostra Italia. Un raccontare l’accaduto che non si ferma all’apparenza, ma che attraverso l’uso disvelatore del disegno ci mostra quanto non appare.
Nel 1997 appare sempre su «Blue» la serie Zeno Porno, succedutesi poi su «Mondo Naif», raccolte in volume dalla Kappa nel 2005. Zeno è uno sceneggiatore di fumetti Disney ed ex agente segreto della C.I.A., protagonista disilluso di avventure surreali, bizzarre e oniriche, nelle quali non è difficile cogliere elementi autobiografici dell’autore. Bacilieri si nutre da sempre dei gerghi delle controculture. La saga di Zeno prosegue poi con La magnifica desolazione, pubblicato nel 2007 sempre da Kappa
Nel 1999 fa il suo ingresso in casa Bonelli come disegnatore e, subito dopo, sceneggiatore della serie Napoleone. Sulla testata creata da Carlo Ambrosini il segno di Bacilieri incredibilmente non si comprime o contiene e, in aperta violazione con i canoni non scritti della casa editrice milanese, espande formati e numeri di vignette per tavola. Le sporcature a cui si erano abituati i lettori scompaiono, rilasciando sulla tavola come effetto “ultimo non ultimo” un amalgama di segni e disegni unitario e compatto ma perfettamente leggibile. In seguito ha illustrato, in collaborazione con Franco Busatta, Patty Paradise e Scusa Sadik, hai visto Diabolik? (Punto Zero), mentre le Edizioni Hazard gli hanno reso omaggio con The making of Napoleone.
La raccolta di disegni ispirati alla musica Canzoni in A4 è stato invece commissionato dalla galleria Miomao di Perugia e stampato da Kappa nel 2008.
Gianluca Costantini
(Ravenna, 19 dicembre 1971)
Mosaicista di formazione, si è dilpomato all’Accademia di Belle Arti di Ravenna in Decorazione: proprio l’aspetto fortemente decorativo, che riprende la bidimensionalità del mosaico bizantino e l’ambientazione notturna delle scene, costituisce la sua prima cifra stilistica.
Comincia a pubblicare nel 1993 su Schizzo dove compare una storia scritta da Scianamé, L’ultimo appuntamento. Nell’anno successivo compaiono sue illustrazioni su Il Manifesto e Neural, nonché altre due storie brevi sulla rivista allora edita dall’Arci. Da allora sue illustrazioni sono apparse in numerosissime pubblicazioni editoriali, copertine di libri, produzioni musicali e materiali editoriali. Nel 1995 inizia la collaborazione con lo sceneggiatore Giovanni Barbieri, con la storia breve Probabilità. Nel 1996 inaugura la collana Schizzo presenta, del Centro Fumetto Andrea Pazienza, con Animalingua. Il suo mondo è popolato di figure arcane, simbologie tratte con sciamanica casualità dalla tradizione giapponese, russa, da uccelli mitologici e da frasi evocative. Nel 1998 vince proprio per il fumetto il premio Guercino. Alterna alla propria produzione, che si muove sempre nei confini labili di arte contemporanea, fumetto e illustrazione, iniziative culturali ed editoriali. Nel 2001 fonda il collettivo inguine, inizialmente un sito di sperimentazione del fumetto in internet. La sperimentazione è subito accolta con grande attenzione proprio dal mondo dell’arte contemporanea e inguine.net viene presentato in numerose mostre, tra cui la Biennale dei Giovani Artisti di Sarajevo del 2001 e vince tra gli altri il Premio Palinsesto nel 2004. Ma è nel 2006, con la pubblicazione del diario autobiografico Vorrei incontrarti (Fernandel edizioni) che il suo stile acquista un carattere più asciutto. L’aspetto fortemente decorativo e quasi orientale, lascia spazio ad un segno a linea chiara, in cui è lasciata alla scrittura la veste di decorazione. Un segno più gestuale e innocente, che apre le porte ad un mutamento anche nelle modalità di realizzazione delle tavole stesse. Il libro successivo, Diario di un qualunquista (Fernandel edizioni, 2007) raccoglie i disegni realizzati in tempo reale seguendo sulla rete gli eventi del mondo, raccogliendo con modalità di cut up immagini e parole di notizie magari passate velocemente in secondo piano, ma che sono effettivamente accadute e il cui spessore reclama una narrazione. Sempre nel 2007 pubblica, su testo di Carnoli – Colombari, Ultimo, Storia di ordinaria guerra civile.Un libro che ripercorre con taglio fiction la misteriosa uccisione di Arpinati, gerarca bolognese, dopo la liberazione. Il suo stile si libera, per modellarsi sulla base delle necessità narrative e la forma si adatta al contenuto, mostrando una molteplicità camaleontica di utilizzo delle tecniche e del segno. Nel 2008 per la comma 22 esce L’ammaestratore di Istanbul, su testo di Elettra Stamboulis, diario di viaggio della coppia ad Istanbul sulle tracce dell’intellettuale e pittore ottomano Osman Hamdi. Nel 2009 è uscito invece Officina del Macello (Edizioni del Vento), sulla decimazione di S. Maria La Longa nella Prima Guerra Mondiale, il più grave episodio di rivolta e di uccisioni sommarie di cui abbiamo testimonianza nella Grande Guerra. Il progetto Sangue in Algeria è stato invece realizzato per la galleria di fumetto contemporaneo di Perugia Miomao ed è stato esposto al Salon du Dessin di Parigi nel marzo 2009. Le sue storie sono apparse in moltissime pubblicazioni all’estero, in particolare del circuito alternativo, tra cui Stripburger (Slovenia), Laikku (Finlandia), Babel (Grecia), World War III (Usa).
Bernard Buffet
Rétrospective
Du 14 octobre 2016 au 26 février 2017
Le Musée d’Art moderne de la Ville de Paris organise une rétrospective de l’œuvre de Bernard Buffet (1928 - 1999), considéré comme l’un des peintres français les plus célèbres du XXème siècle, mais également l’un des plus discutés. À travers une sélection d’une centaine de peintures, l’exposition propose une relecture d’une œuvre qui a été en réalité très peu vue.
Le parcours, organisé selon une présentation chronologique, s’ouvrira sur les débuts de Bernard Buffet, au moment où ses œuvres renouvellent le sens de tout un répertoire de formes et d’objets. Le contexte artistique de l’après-guerre, moment de débats autour de la question des réalismes, de la figuration et de l'abstraction, sera évoqué. Il s’agira de révéler le peintre comme un artiste paradoxal, qui se réfère à la peinture d’histoire à une époque de la disparition du sujet, qui allie peinture austère et aisance financière, grand succès public et rejet du monde de l’art.
Marmota
(Zool.) Marmota marmota. Debe considerarse como una nueva especie para la fauna aragonesa y española. Es un roedor de gran tamaño. Su peso normal es de 4 y 5 kg. El pelo, que es denso, tiene un color que oscila entre el marrón y el gris rojizo. La cola es muy corta y peluda. Muestra los incisivos, que son grandes y de un color anaranjado.
Con las glaciaciones, las marmotas invadieron toda la Europa del sur y ocuparon las montañas ibéricas, en especial las cordilleras Cantábrica y Pirenaica. La retirada de los hielos provocó su desaparición, quedando reducida su área de distribución a los Alpes.
Fue reintroducida en los Pirineos por los cazadores franceses en 1948 y posteriormente por el personal científico del Parque Nacional de los Pirineos Franceses. La reintroducción se fundamenta en su pertenencia a la fauna pirenaica extinguida. El éxito de esta acción ha sido completo, invadiendo incluso la vertiente sur de los Pirineos. La mayoría de las colonias se ha instalado en el Pirineo aragonés. En él encuentran abundantes canchales y pedregales donde instalar sus madrigueras subterráneas. El indicativo más claro de su presencia son los fuertes y estridentes silbidos que emiten ante un peligro o la presencia del hombre.
Desde finales de la década de los setenta, se conocen colonias al menos en todos los terrenos incluidos en las Reservas Nacionales de Caza. Se ha detectado su presencia en los montes de Echo (Peña Bernera, Collado de Sercús), Aísa (Gargantas de Aísa); Canfranc (Peña Verde, Plano Mestresa); Panticosa (Yenefrito, Ferraturas, Tendeñera); Torla (Sandaruelo, Ordiso, Otal, Soaso, Linás, Cebollar, El Verde), Biel (Puerto Viejo, La Larri, Barrosa) y Benasque (Gurgutes, Fuenroya, La Costera, y Remuñe). Posiblemente en la actualidad ocupe nuevos lugares. La expansión de la especie continuará en parte gracias a la ayuda del hombre, que traslada ejemplares de unos valles a otros, en teoría hasta que ocupe todos los lugares favorables para su existencia. El águila real es, al menos en los Alpes, su principal predador, que controla el número de sus poblaciones.
twitter.com/Memoire2cite les 30 glorieuses . com & l'Architecture Hospitalière centre hospitalier universitaire ou pas Les hôpitaux modernes sont conçus pour minimiser les efforts du personnel médical et réduire les risques de contamination, tout en optimisant l’efficacité du système dans son ensemble. La longueur des déplacements du personnel au sein de l’hôpital est réduite et le transport des patients d’une unité à une autre facilité. Le bâtiment doit intégrer des départements lourds, comme la radiologie et les blocs opératoires, tout en prenant en compte d’importantes spécificités en termes de raccordements électriques, de plomberie, et de gestion des déchets.Cependant, on remarque que les hôpitaux « modernes » sont souvent le produit d’une croissance qui s’étale sur des décennies ou même des siècles, fréquemment mal contrôlée. Cette croissance a entraîné des ajouts successifs, nécessaires mais désorganisés, en fonction des besoins et des ressources financières.Cor Wagenar, historien en architecture néerlandais, considère que de nombreux hôpitaux sont des catastrophes, des institutions anonymes et complexes où règne la bureaucratie et totalement inadaptées à la fonction pour laquelle elles ont été créées. Elles ne sont généralement pas fonctionnelles, et au lieu de mettre les patients à l’aise, elles créent du stress et de l’anxiété.Certains hôpitaux, plus récents, tentent de retrouver des architectures prenant en compte la psychologie des patients, comme une meilleure aération, des vues plus dégagées ou encore des couleurs plus agréables à l’œil. On renoue avec les concepts anciens du « bon air » et des « pouvoirs guérisseurs de la nature » qui furent employés lors du développement des hôpitaux pavillonnaires. Des études menées par la British Medical Association ont montré qu’une bonne architecture hospitalière peut réduire la période de guérison des patients. L’exposition au soleil aide à lutter contre la dépression ; des chambres non-mixtes permettent plus d’intimité et favorisent une certaine dignité des malades ; la présence d’espaces verts et de jardins est également importante : regarder par la fenêtre améliore l’humeur des patients, diminue leur tension et leur niveau de stress. La disparition des longs couloirs réduit la fatigue et le stress des infirmières.Autre mutation actuelle notable la migration d’un système de chambres communes divisées par des cloisons amovibles vers un système de chambres individuelles. Le système de chambres aménageables est considéré comme très efficace, surtout par le personnel médical, mais il est beaucoup plus stressant pour les patients et nuit à leur intimité. Mais demeure la contrainte importante du coût de ces chambres et de leur maintenance, ce qui pousse certains hôpitaux à tarifier plus cher pour des chambres individuelles. www.citedelarchitecture.fr/fr/video/architecture-hospital... www.youtube.com/watch?v=8pB9GEZI-Fg 15. Architecture hospitalière de la fin du XVIIIe siècle à nos jours
Pierre-Louis Laget, conservateur du patrimoine, chercheur dans le service de l'Inventaire général de la région Nord-Pas-de-CalaisDans le contexte du vaste mouvement de réflexion portant sur l'architecture et l'hygiène hospitalière qui prit naissance à la suite de l'incendie de l'Hotel-Dieu de Paris en 1772, fut élaboré un nouveau parti architectural, appelé bientôt système pavillonnaire, consistant à scinder un établissement hospitalier en une série de bâtiments indépendants, reliés ou non par des galeries de services aériennes ou encore souterraines. « Dans les années 1950, le biologiste et médecin américain Jonas Salk (1914-1995)
cherchait un traitement contre la poliomyélite dans un sombre laboratoire d’un soussol de Pittsburgh. Les progrès étaient lents, et, pour s’aérer l’esprit, Salk fit un voyage à
Assise, en Italie, où il visita la basilique Saint-François d’Assise datant du XIII e siècle,
se promenant entre les colonnes et dans les jardins des cloîtres. Là, de nouvelles idées
surgirent dans son esprit, dont celle qui finit par le conduire à un vaccin efficace contre
la poliomyélite, en 1955. Le chercheur devint convaincu que l’environnement d’un
bâtiment peut influer sur l’esprit. Dans les années 1960, il s’associa à l’architecte Louis
Kahn (1901-1974) pour construire l’Institut Salk à La Jolla, près de San Diego en
Californie : cela devait être un établissement de recherche capable de stimuler la
créativité des scientifiques. Salk redécouvrait ainsi ce dont les architectes ont l’intuition
de longue date : les endroits que nous habitons peuvent agir sur nos pensées, nos
sentiments et nos comportements. Depuis plusieurs années, les spécialistes du
comportement apportent des arguments empiriques en ce sens. Leurs recherches
suggèrent qu’il est possible de concevoir les espaces de vie qui favorisent la créativité,
l’attention et la vigilance, ou la relaxation et la convivialité ». (Cerveau & Psycho,
2009, n° 33, p. 30). La lecture de ce début d’un article intitulé « Comment l’architecture
influence notre pensée » dans la revue Cerveau & Psycho a fortement résonné en moi
au moment où je construisais le projet du présent mémoire dans la mesure où cela faisait
écho à des intuitions que j’avais forgées comme patient et que je souhaitais interroger
en tant que futur architecte. Cela a été un des éléments qui m’ont décidé à travailler sur
l’architecture des bâtiments de santé sous l’angle de la perception qu’en ont les usagers.Plus que pour d’autres bâtiments, la construction d’un hôpital s’avère extrêmement
contrainte par un programme d’une grande complexité fixé en amont et avec lequel
l’architecte doit composer tout comme avec le site et les règles, elles aussi très
contraignantes, de la composition architecturale. Il s’appuie aussi, pour avancer dans
son projet, sur les besoins sociaux dont il a la connaissance ou l’intuition. Ainsi Pierre
Riboulet (1994), dans le journal qu’il tient de sa réflexion de cinq mois (de mai à
octobre 1980) sur le projet du grand hôpital pédiatrique Robert Debré, note, dès les
premiers jours, les 13 et 17 mai: « Que les enfants entrent là comme dans un lieu
familier, un lieu dont ils aient l’habitude » et, inventoriant « les lieux que pratiquent les
enfants dans les villes », (« des endroits où l’on peut courir, où il n’y a pas de
voitures », « des endroits qui ne font pas mal, où il y a les copains et les copines, où l’on
peut rigoler »), il conclut : « Il faudrait entrer dans l’hôpital comme on passe dans une
rue, une galerie où il y beaucoup de choses à regarder, où l’on peut aller et venir sans
obligation, courir et rêver. » De cela découle un bâtiment dont il affirme « qu’il ne faut
pas faire là un édifice » et qu’il cherche à rendre, avec le succès que l’on sait, le moins
intimidant possible pour des enfants.
Il s’avère qu’en plus de son intuition certaines recherches peuvent aussi renseigner
l’architecte et le programmiste sur les besoins fondamentaux des patients. Menées en
psychologie environnementale (Moser, 2009) ou en géographie de la santé (Gesler,
2003), elles ont mis en exergue différents facteurs contribuant au bien-être comme
constitutif de la santé dans la définition que donne l’OMS de cette dernière dans la
constitution de 1946 et qui fait toujours référence : « La santé est un état de complet
bien-être physique, mental et social et ne consiste pas seulement en une absence de
maladie et d’infirmité. ». Ces recherches incitent à prendre en compte, dans la
conception et dans l’évaluation d’un bâtiment de santé, la relation qu’établissent avec
ce bâtiment les usagers, et en particulier les patients. Il ne s’agit évidemment pas là d’un
élément tout à fait nouveau et une relation a sans doute été établie, de longue date, entre
la qualité d’un bâtiment de santé ou d’un lieu thérapeutique et le bien-être apporté au
patient. L’intérêt des recherches évoquées ci-dessus est, en affirmant avec force que « le
soin et le lieu sont inséparables » (Gessler, 2003) de tenter de trouver des critères
objectifs susceptibles d’expliquer la dimension « thérapeutique » d’un lieu de santé.C’est sur cette dimension que porte le présent mémoire qui étudie un service de Soins
de Suites et de Réadaptation (S.S.R), en l’occurrence celui de l’Hôpital Rothschild, à
Paris, dans lequel j’ai été invité en immersion du 28 mai au 7 juin 2013. L’objectif est
de comprendre et décrire la manière dont les différents usagers de ce SSR vivent le lieu
dans lequel ils exercent leur métier ou sont hospitalisés, quelle importance ils lui
accordent et sur quels points. Au plan architectural et programmatique, mon hypothèse
est que ce détour par les usagers et leur relation au lieu peut venir alimenter le cahier
des charges d’un bâtiment de santé en prenant appui non sur les seules intuitions mais
sur des éléments récurrents dans le discours des usagers.
Dans une première partie, je pose les bases théoriques qui permettent de penser cette
question et présente, en seconde partie, les choix méthodologiques effectués. Les
principaux résultats, présentés en troisième partie, m’amènent à une conclusion dans
laquelle j’envisage les éléments programmatiques qui découlent de mon enquête pour un bâtiment de santé et les pistes de réflexion ouvertes. ---- Comment est-on passé de la salle commune à la chambre individuelle ?
Comment l’hôpital, d’abord hospice, est devenu établissement de soins ?
Quelle est l’histoire des maternités, des lazarets, des asiles d’aliénés ? Autant
de réponses à découvrir dans le voyage architectural à travers toute la France
auquel invite ce bel ouvrage illustré de 592 pages, qui retrace l’histoire de
l’hôpital et de son architecture en France du Moyen-Âge à nos jours.
Jusqu’au siècle des Lumières, l’hôpital, lieu de charité chrétienne et d’exclusion
sociale, est aussi le premier outil d’une politique sanitaire balbutiante. L’incendie
de l’hôtel-Dieu de Paris, en 1772, est le catalyseur d’une double réflexion sur
la prise en charge des démunis et sur les réponses architecturales accordées
à une première médicalisation de l’hôpital. Ainsi architectes et médecins
poursuivent tout au long du XIXe
siècle la même chimère : une architecture en
mesure de soigner le corps et l’esprit. L’hygiénisme impose alors durablement
le plan en « double peigne » puis le système du pavillon isolé tandis que
les découvertes de Pasteur tardent à faire valoir leur logique. Inversement,
dans l’Entre-deux-guerres, ce sont les données économiques, sociales et
architecturales qui précèdent la révolution de l’antibiothérapie pour donner
naissance à l’hôpital-bloc. Les Trente Glorieuses appliquent à l’institution leur
politique centralisatrice, prescriptrice de modèles fonctionnels. Aujourd’hui,
les maîtres mots sont désormais humanisation et insertion urbaine.
Explorer l’histoire des hôpitaux en France revient à cheminer auprès du
pèlerin, de l’indigent, du marginal, du déviant, du fou, de l’enfant abandonné,
du vieillard, de l’infirme, du malade, aujourd’hui du patient. C’est surtout
découvrir, présents dans toutes nos villes, des bâtiments d’exception. L’histoire de l’hôpital est à tout à fait exemplaire de ces glissements progressifs, presque
insensibles quand on travaille sur une période courte, mais spectaculaires quand on prend
le sujet dans toute son ampleur : de la salle médiévale, qui n’offre qu’un abri, et un abri
dangereux, aux machines à guérir ultra-spécialisées d’aujourd’hui, dont les programmes
fournis par les maîtres d’ouvrage aux architectes comptent plusieurs centaines, voire
plusieurs milliers de pages.
On pourra donc faire une double lecture de ce livre : on y trouvera une histoire complète
et détaillée sur la longue durée et jusqu’au temps présent de l’hôpital en France, mais
aussi une très belle illustration de méthode. La clé de l’architecture est sans doute du
côté de la construction et sa poésie du côté des ornements, mais les causes profondes de
son évolution se trouvent d’abord du côté des programmes et de ce qui les conditionne
(mœurs, usages, mentalités, société, etc.).
Les auteurs de ce très bel ouvrage de synthèse sur les hôpitaux français n’ont pas organisé leur matière en fonction de l’histoire des styles, mais bien en fonction des causes
profondes de l’évolution des hôpitaux, c’est-à-dire en fonction d’une conception très
large de la médecine, incluant les connaissances vraies ou fausses sur la transmission
des maladies, mais aussi en fonction de la législation sur la santé publique. Ils rendent
donc lumineux ce lent processus, avec ses moments de basculements et de brusques
accélérations, qui remodèle leur objet. Ils n’en négligent pas pour autant les autres
facettes, des structures constructives aux styles et aux ornements. L’illustration, toujours judicieuse, offre à cet égard un tableau historique fascinant qui permet soit de
descendre dans le fil du temps, soit d’y remonter, soit encore de faire de magnifiques
arrêts sur image. Ces bâtiments en effet portent en eux des leçons d’architecture : ils
montrent que celle-ci, lorsqu’elle est belle, a pu et peut encore apporter aux cœurs des
hommes une joie ou une sérénité, lesquelles peuvent aussi contribuer à la guérison.
Au moment où le patrimoine hospitalier français connaît un bouleversement profond, à
la fois par l’émergence de toute une génération de nouveaux hôpitaux (où l’excellence
médicale n’est pas toujours au rendez-vous, tant les problèmes sont devenus complexes), et par la désaffectation de nombreux hôpitaux anciens, qui paraissent obsolètes,
ce qui conduit parfois à leur disparition et trop rarement à leur réhabilitation, il paraît
bien utile de revenir sur cette histoire. Or les auteurs de ce livre nous offrent une lecture profondément renouvelée par un recours systématique aux archives, manuscrites
ou imprimées, et clairement structurée par cette attention aux causes profondes de
ces mutations, dont la dernière se produit sous nos yeux.
Au lecteur maintenant d’entrer dans ce territoire défriché, balisé, éclairé, sous la
conduite des meilleurs guides. file:///C:/Users/u/Downloads/dp_hopitaux_121012-1.pdf -- file:///C:/Users/u/Downloads/08-Dossier+HOPITAL.pdf - le Logement Collectif* 50,60,70's dans tous ses états..Histoire & Mémoire de l'Habitat / Rétro-Villes / HLM / Banlieue / Renouvellement Urbain / Urbanisme 😊 De grandes barres d’immeubles, appelées les grands ensembles, sont le symbole de nos banlieues. Entrée Libre revient sur le phénomène de destruction de ces bâtiments qui reflètent aujourd’hui la misere www.youtube.com/watch?v=mCqHBP5SBiM Quatre murs et un toit 1953 Scenario et réalisation Pierre Jallaud MRU (ministère de la reconstruction et de l'urbanisme) www.dailymotion.com/video/xk6xui twitter.com/Memoire2cite/status/1121877386491043840/photo... Avril 1993, 6 ans après l'implosion de la tour DEBUSSY des 4000, 30% seulement des travaux de rénovation ont été réalisés et le chômage frappe toujours 1/3 des hbts. C'est un échec. A Mantes la Jolie, 6 mois après la destruction des 4 tours du Val Fourré, www.youtube.com/watch?v=ta4kj05KJOM … Banlieue 89, Bacalan à Bordeaux 1986 - Un exemple de rénovation urbaine et réhabilitation de l'habitat dans un des quartiers de Bordeaux La Cité Claveau à BACALAN. A l'initiative du mouvementla video içi www.youtube.com/watch?v=IN0JtGBaA1o … L'assoçiation de ROLLAND CASTRO @ Le Plan Banlieue 89 - mode d'emploi - Archive INA - La video içi. TRANSFORMER LES PAYSAGES URBAINS AVEC UNE APPROCHE CULTURELLE www.youtube.com/watch?v=Aw-_f-bT2TQ … SNCF les EDITIONS DU CABRI PRESENTE PARIS LA BANLIEUE 1960-1980 -La video Içi.
www.youtube.com/watch?v=lDEQOsdGjsg … Içi la DATAR en 1000 clichés missionphotodatar.cget.gouv.fr/accueil - Notre Paris, 1961, Réalisation : André Fontaine, Henri Gruel Les archives filmées de la cinémathèque du ministère de 1945 à nos jours içi www.dailymotion.com/video/xgis6v?playlist=x34ije
31 TOULOUSE - le Mirail 1962 réalisation : Mario Marret construction de la ville nouvelle Toulouse le Mirail, commentée par l'architecte urbaniste Georges Candilis le film www.dailymotion.com/video/xn4t4q?playlist=x34ije Il existe de nos jours, de nombreux photographes qui privilégient la qualité artistique de leurs travaux cartophiles. A vous de découvrir ces artistes inconnus aujourd’hui, mais qui seront peut-être les grands noms de demain.Les films du MRU - Le temps de l'urbanisme, 1962, Réalisation : Philippe Brunet www.dailymotion.com/video/xgj2zz?playlist=x34ije … … … … -Les grands ensembles en images Les ministères en charge du logement et leur production audiovisuelle (1944-1966) MASSY - Les films du MRU - La Cité des hommes, 1966, Réalisation : Fréderic Rossif, Albert Knobler www.dailymotion.com/video/xgiqzr?playlist=x34i - Les films du MRU @ les AUTOROUTES - Les liaisons moins dangereuses 1972 la construction des autoroutes en France - Le réseau autoroutier 1960 Histoire de France Transports et Communications - www.dailymotion.com/video/xxi0ae?playlist=x34ije … - A quoi servaient les films produits par le MRU ministère de la Reconstruction et de l'Urbanisme ? la réponse de Danielle Voldman historienne spécialiste de la reconstruction www.dailymotion.com/video/x148qu4?playlist=x34ije … -les films du MRU - Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : la préfabrication en usine, le coffrage glissant... www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije … - TOUT SUR LA CONSTRUCTION DE NOTRE DAME LA CATHEDRALE DE PARIS Içi www.notredamedeparis.fr/la-cathedrale/histoire/historique... -MRU Les films - Le Bonheur est dans le béton - 2015 Documentaire réalisé par Lorenz Findeisen produit par Les Films du Tambour de Soie içi www.dailymotion.com/video/x413amo?playlist=x34ije …
archipostcard.blogspot.com/search?updated-max=2009-02-13T... -Créteil.un couple à la niaiserie béate exalte les multiples bonheurs de la vie dans les new G.E. www.youtube.com/watch?v=FT1_abIteFE … La Ville bidon était un téléfilm d'1 heure intitulé La Décharge.Mais la censure de ces temps de présidence Pompidou en a interdit la diffusion télévisuelle - museedelacartepostale.fr/periode-semi-moderne/ - archipostalecarte.blogspot.com/ - Hansjörg Schneider BAUNETZWOCHE 87 über Papiermoderne www.baunetz.de/meldungen/Meldungen_BAUNETZWOCHE_87_ueber_... … - ARCHITECTURE le blog de Claude LOTHIER içi leblogdeclaudelothier.blogspot.com/2006/ - - Le balnéaire en cartes postales autour de la collection de David Liaudet, et ses excellents commentaires.. www.dailymotion.com/video/x57d3b8 -Restaurants Jacques BOREL, Autoroute A 6, 1972 Canton d'AUXERRE youtu.be/LRNhNzgkUcY munchies.vice.com/fr/article/43a4kp/jacques-borel-lhomme-... … Celui qu'on appellera le « Napoléon du prêt-à-manger » se détourne d'ailleurs peu à peu des Wimpy, s'engueule avec la maison mère et fait péricliter la franchise ...
museedelacartepostale.fr/blog/ - museedelacartepostale.fr/exposition-permanente/ - www.queenslandplaces.com.au/category/headwords/brisbane-c... - collection-jfm.fr/t/cartes-postales-anciennes/france#.XGe... - www.cparama.com/forum/la-collection-de-cpa-f1.html - www.dauphinomaniac.org/Cartespostales/Francaises/Cartes_F... - furtho.tumblr.com/archive
le Logement Collectif* 50,60,70's, dans tous ses états..Histoire & Mémoire d'H.L.M. de Copropriété Renouvellement Urbain-Réha-NPNRU., twitter.com/Memoire2cite tout içi sig.ville.gouv.fr/atlas/ZUS/ - media/InaEdu01827/la-creatio" rel="noreferrer nofollow">fresques.ina.fr/jalons/fiche-media/InaEdu01827/la-creatio Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije la préfabrication en usine www.dailymotion.com/video/xx6ob5?playlist=x34ije , le coffrage glissant www.dailymotion.com/video/x19lwab?playlist=x34ije ... De nouvelles perspectives sont nées dans l'industrie du bâtiment avec les principes de bases de l'industrialisation du bâtiment www.dailymotion.com/video/x1a98iz?playlist=x34ije ,
www.dailymotion.com/video/xk6xui?playlist=x34ije , www.dailymotion.com/video/xk1dh2?playlist=x34ije :- que dire de RICARDO BOFFIL Les meilleures balades que j’ai fait autour de Paris je les ai faites dans l’application Plans. Je ne minore pas le rôle de Google Maps, révolution cartographique sans précédent et sans égale, qui aura réalisé nos fantasmes d’Aleph borgesien — l’idée d’un point d’où le monde serait visible en totalité — parachevé Mercator et permis d’explorer des parties du globe inconnues de Cook, Bougainville et Amundsen. Je n’oublie pas non plus cet exercice de cartographie au collège, qui nous avait démontré que nous étions à 3 cartes IGN de la capitale, et que le tissu urbain était de plus en plus serré à mesure que nous avancions vers le nord. Mais Plan possédait une fonctionnalité inédite, le Flyover, technologie à l’origine destinée aux pilotes de chasse, et qui fournissait des rendus 3D spectaculaire des bâtiments survolés — ainsi que des arbres et des déclivités du sol.
On quittait enfin les champs asphyxiants de la photographie aérienne pour des vues à l’oblique des villes visitées : après un siècle d’écrasement — la photographie aérienne est étroitement contemporaine du bombardement aérien — les villes reprenaient enfin de la vigueur et remontaient vers le ciel. J’avais d’ailleurs effectué moi-même une manœuvre de redressement similaire le jour où j’étais parti, à pied depuis Paris, visiter à Nanterre une exposition sur la photographie aérienne. J’étais à la quête des premières vues de Paris qu’avait prises Nadar depuis un ballon captif. À défaut de ces images, définitivement manquantes, j’avais parcouru, après la Grande Arche, les derniers kilomètres de la Voie Royale, cette prodigieuse perspective historique partie du Louvre — rare exemple de frise chronologique implémentée dans une structure urbanistique.
J’avais en réalité un peu dévié de la ligne droite pour aller voir les tours Nuages d’Emile Aillaud, le Facteur Cheval du modernisme, dont je connaissais déjà les autres chefs d’œuvres d'architecture naïve, les nouilles chinoises de Grigny et le spaghetti de Pantin.
C’était précisément l’usage que j’avais fait de l’application Plans : j’étais parti à la recherche de tous les groupements de tour qu’elle m’avait permis d’identifier, sur mon iPad. Je les faisais tourner avec deux doigts, comme un éclaireur qui marcherait autour d’un donjon, avant de les immortaliser, sous leur plus bel angle, par une capture d’écran.Un éclaireur autour d’un donjon : c’était exactement cela, qui m’avait fasciné. Les guerres territoriales entre Les Tarterêts de Corbeil et les Pyramides d’Evry avaient marqué mon enfance. La notion de cité, telle qu’elle avait été définie, à partir des années 80, dans le second âge des grands ensembles, l’âge du déclin, avait conservé un cachet médiéval. Ici, vivaient guetteurs et trafiquants, condottieres à la tête d’une écurie de go-fast et entretenant des chenils remplis de mâtins rares et dangereux. Ici, l’État central ne remplissait plus ses tâches régaliennes, ici la modernité laïque était entrée en crise. Mais ce que j’avais découvert, en collectionnant ces captures d’écran, c’était à quel point l’urbanisme de la banlieue parisienne était, strictement, d’obédience médiévale. On était passé, d’un seul mouvement et sans même s’en rendre compte de Château-Gaillard à la Cité 4000, du Donjon de Vincennes aux tours de Sarcelles, du château de Gisors aux choux fleurs de Créteil.J’ai même retrouvé la colonne détruite du désert de Retz dans le babylonien château d’eau de Noisiel.
Des hauteurs de Rosny à celle de Chanteloup, du plateau de Clichy à la dalle d’Argenteuil, on avait bizarrement livré des pastiches inconscients de la grande architecture militaire médiévales : les environs de Paris s’étaient retrouvés à nouveau fortifiés, la vieille tour de Montlhéry n’était plus solitaire, et même les immeubles de briques rouges qui avaient succédé à l’enceinte de Thiers évoquaient des murailles.
Et ce que j’avais initialement pris pour des anomalies, des accidents malheureux du post-modernisme, les grand ensembles voûtés et cannelés de Ricardo Boffil, étaient peut-être ce qui exprimait le mieux tout cela — ou du moins qui clôturaient avec le génie le plus clair cet âge des grands ensembles.
Car c’était cela, ces Carcassonnes, ces Acropoles, ces Atlandides qui surnageaient avec le plus de conviction au milieu des captures d’écrans de ruines médiévales qui s’accumulaient sur mon bureau.
Si décriées, dès leur construction, pour leur kitch intolérable ces mégastructures me sont soudain apparues comme absolument nécessaires.
Si les Villes Nouvelles n’ont jamais existé, et persisteront dans la mémoire des hommes, elles le doivent à ces rêveries bizarres et grandioses, à ces hybridations impossibles entre les cités idéales de Ledoux et les utopies corbuséennes.
L’Aqueduc de Saint-Quentin-en-Yvelines, les Espaces d’Abraxas à Marne-la-Vallée, les Colonnes de Saint-Christophe à Cergy-Pontoise sont les plus belles ruines du Grand Paris.
www.franceculture.fr/emissions/la-conclusion/ricardo-bofill immerssion dans le monde du logement social, l'univers des logements sociaux, des H.B.M au H.L.M - Retour sur l'histoire du logement collectif d'apres guerre - En Françe, sur l’ensemble du territoire avant, 4 millions d’immeubles étaient vétustes, dont 500.000 à démolir; au total 10% des logements étaient considérés comme insalubres et 40% réputés d’une qualité médiocre, et surpeuplés. C’est pour ces raisons que, à partir de 1954, le Ministre à la Reconstruction et au Logement évalue le besoin en logements à 2.000.660, devenant ainsi une priorité nationale. Quelques années plus tard à l’appel de l’Abbé Pierre, le journaliste Gilbert Mathieu, en avril 1957 publiait dans le quotidien Le Monde une série d’articles sur la situation dramatique du logement : Logement, notre honte et dénonçant le nombre réduit de logements et leur impitoyable état. Robert Doisneau, Banlieue après-guerre, 1943-1949 /Le mandat se veut triple : reconstruire le parc immobilier détruit durant les bombardements essentiellement du printemps/été 1944, faire face à l’essor démographique et enfin résorber l’habitat insalubre notamment les bidonvilles et les cités de transit. Une ambition qui paraît, dès le début, très élevée, associée à l’industrialisation progressive de la nation entre autre celle du secteur de la construction (voir le vidéo de l’INA du 17 juillet 1957 intitulée La crise du logement, un problème national. Cela dit, l’effort pour l’État français était d’une ampleur jamais vue ailleurs. La double nécessité de construire davantage et vite, est en partie la cause de la forme architecturale excentrique qui constituera les Grands Ensembles dans les banlieues françaises. Cinq caractéristiques permettent de mieux comprendre ce terme : la rupture avec le tissu urbain ancien, un minimum de mille logements, une forme collective (tours, barres) de quatre jusqu’à vingt niveaux, la conception d’appartements aménagés et équipés et enfin une gestion destinée pour la plupart à des bailleurs de logement social.
Pour la banlieue parisienne leur localisation s’est opérée majoritairement dans la périphérie, tandis que dans les autres cas, plus de la moitié a été construite dans le centre ville, le plus souvent à la limite des anciens faubourgs.
Architecture d’Aujourd’hui n° 46, 1953 p. 58-55
C’est le triomphe de l’urbanisme fonctionnel et rationaliste cher à Le Corbusier. Entre 1958 et 1973, cent quatre-vingt-quinze Zones à Urbaniser en Priorité (ZUP) sont créées, comprenant deux millions de logements, essentiellement de type populaire en Habitations à Loyer Modéré (HLM), mais pas exclusivement, remplaçant ainsi les anciennes Habitations à Bon Marché (HBM) crées en 1894. Selon le décret du 27 mars 1954 qui en fixe les conditions d’attribution, les bénéficiaires de la législation n’ont pas changé, ce sont toujours des « personnes peu fortunées vivant principalement de leur salaire », selon la loi Strauss de 1906. En 1953, tous les HLM voient leur surface maximale se réduire, en passant de 71 à 65 mètres carrés pour un quatre pièces. L’accès au logement des familles modestes se fera donc au détriment de la qualité et quantité de l’espace habité pour des familles nombreuses. À ce propos, le sociologue Thierry Oblet a bien montré comment se sont articulées les pensées des architectes et des ingénieurs modernistes, avec leur souci planificateur d’un État interventionniste[8] grâce à l’hégémonie du béton, de la ligne droite et de la standardisation de la construction.
Les exemples de cette architecture restent nombreux : de la Cité de 4000 (pour 4000 logements) à la Courneuve en Seine-Saint-Denis (93) aux logements de 15 étages aux balcons pétales, appelés « Chou-fleur » à Créteil en Val-de Marne (94) dessinés au début des années 70 par l’architecte Gérard Grandval. De la Cité des nuages à Nanterre dans les Hauts-de-Seine (92) à la Grande borne construite entre 1967 et 1971 sur le territoire des communes de Grigny et Viry-Châtillon, dans l’Essonne (91) en passant par la Noé à Chanteloup-les-Vignes dans le département des Yvelines (78) scénario du célèbre film La Haine[9] de Kassovits.
Récemment, plusieurs expositions photographiques se sont
concentrées sur cette nouvelle figure de l’urbanisme fonctionnaliste français de l’après-guerre. Par exemple Toit&Moi, 100 ans de logement social (2012), Les Grands ensembles 1960-2010 (2012) produite par l’école supérieure d’arts & médias de Caen/Cherbourg, selon un projet du Ministère de la Culture et de la Communication. Enfin l’exposition Photographie à l’œuvre, (2011-2012) d’Henri Salesse, photographe du service de l’inventaire du Ministère de la Reconstruction et de l’Urbanisme et Voyage en périphérie (2012) de Cyrus Cornut.
Il s’agissait là non seulement d’un progrès matériel, mais aussi démocratique, donnant ainsi à chaque citoyen, la possibilité d’accéder à son petit appartement doté de tous les conforts de l’époque. La recherche d’économie et de rapidité dans la conduite des chantiers portent à l’utilisation du béton comme matériel privilégié et à des plans architecturaux aussi simples que possible avec la réalisation de logements standardisés, dont les barres et les tours deviennent les figures principales : Au mitan des années cinquante, apparurent d’étranges formes urbaines. Des immeubles d’habitation de plus en plus longs et de plus en plus hauts, assemblés en blocs qui ne s’intégraient pas aux villes existantes. Ces blocs s’en différenciaient ostensiblement et parfois comme systématiquement, s’en isolaient. Ils semblaient faire ville à part. Surtout ils ne ressemblaient pas à ce qu’on avait l’habitude d’appeler ville. Et leur architecture aussi, qui était tellement déroutante. On les a nommés » grands ensembles. Cité de l’Abreuvoir, Bobigny (93), 2003 (Inventaire général du Patrimoine, Région Ile de France / Stéphane Asseline)
Bref, entre 1946 et 1975 le parc immobilier français passe de 12,7 millions à 21 millions de logements. Environ 8 millions de ceux-ci sont neufs, construits entre 1953-1975 – dont la moitié sous forme de grands ensembles – et près de 80 % des logements grâce à une aide de l’État avec des crédits publics. Le nombre de logements sociaux passe de moins de 500.000 à près de 3 millions, dont 43 % en région parisienne, où la demande est la plus forte[11]. Ce qui témoigne d’un effort énorme. Secrétariat d’État à la Reconstruction et au Logement, Supplément du logement en 1954, cité par Bachmann, C. Le Guennec, N., Violences urbaines…Op.cit, p.24. Alors que l’hiver 1954 est particulièrement rigoureux, l’abbé Pierre lance un appel en faveur des sans-logis et déshérités et organise des collectes de vêtements et de nourriture pour les plus démunis. Cela nous rappelle également que les inégalités sociales restaient particulièrement importantes à l’époque, malgré les débuts de la croissance économique, et que la crise du logement n’était pas encore complètement résolue. Danièle Voldman, La reconstruction des villes françaises de 1940 à 1954 : histoire d’une politique, Paris, L’Harmattan, 1997. Les Actualités françaises, La crise du logement, un problème national, 17 juillet, 1957, in fresques.ina.fr/…/la-crise-du-logement-un-probleme-n…, consulté le 20/02/2014. C’est l’urbaniste Marcel Rotival dans un numéro d’Architecture d’Aujourd’hui de juin 1935 (vol.1, n°6, juin 1935, p.57) qui propose pour la première fois cette terminologie pour désigner les Habitations à Bon Marché (HBM) et leur transformation en Habitations à Loyer Modéré (HLM), par la loi du 21 juillet 1951: « Nous espérons, un jour, sortir des villes comme Paris, non seulement par l’avenue des Champs Elysées, la seule réalisation de tenue sans laquelle Paris n’existerait pas, mais sortir par Belleville, par Charonne, par Bobigny, etc., et trouver harmonieusement disposés le long de larges autostrades, au milieu de grands espaces boisés, de parcs, de stades, de grandes cités claires, bien orientées, lumineusement éclairées par le soleil. » Largement reprise depuis les années 1950 dans le jargon administratif et public, elle apparaît pour la première fois dans un texte officiel qu’en 1973 avec la Circulaire Guichard, alors Ministre de l’Aménagement du territoire, de l’Equipement, du Logement et du tourisme. Celui-ci met un terme à la politique initiée après-guerre afin « d’empêcher la réalisation des formes d’urbanisation désignées généralement sous le nom de “grands ensembles”, peu conforme aux aspirations des habitants et sans justification économique sérieuse ». Paradoxalement, le terme de grands ensembles s’officialise donc au moment même où ils son mis en question. ZUP est un acronyme qui signifie Zone à Urbaniser en Priorité. Elles ont été créées par le décret N°58-1464 du 31 décembre 1958, afin de planifier et d’encadrer sur le territoire national, le développement urbain pour répondre à la carence de logements face à l’accroissement démographique et favoriser enfin la résorption de l’habitat insalubre. Oblet, Thierry, Gouverner la ville. Les voies urbaines de la démocratie moderne, Paris, PUF, 2003. En particulier par l’intermédiaire de la Société centrale de construction et de la Société centrale pour l’équipement du territoire, créées au milieu des années 1950 en tant que filiales de la Caisse des dépôts et consignations.
Kassovitz, Mathieu, La Haine, France, 1995.
Cornu, Marcel, Libérer la ville, Bruxelles, Casterman, 1977, p.60. Annie Fourcaut « Les banlieues populaires ont aussi une histoire », Projet 4/2007 (n° 299), pp. 7-15.
www.dailymotion.com/video/xw6lak?playlist=x34ije - Rue neuve 1956 la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, villes, villages, grands ensembles réalisation : Jack Pinoteau , Panorama de la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, ce film de commande évoque les villes et villages français détruits puis reconstruits dans un style respectant la tradition : Saint-Malo, Gien, Thionville, Ammerschwihr, etc. ainsi que la reconstruction en rupture avec l'architecture traditionnelle à Châtenay-Malabry, Arles, Saint Étienne, Évreux, Chambéry, Villeneuve-Saint-Georges, Abbeville, Le Havre, Marseille, Boulogne-sur-Mer, Dunkerque. Le documentaire explique par exemple la manière dont a été réalisée la reconstruction de Saint-Malo à l'intérieur des rempart de la vieille ville : "c'est la fidélité à l'histoire et la force du souvenir qui a guidé l'architecte". Dans le même esprit à Gien, au trois quart détruite en 1940, seul le château construit en 1494 pour Anne de Beaujeu, fille aînée de Louis XI, fut épargné par les bombardements. La ville fut reconstruite dans le style des rares immeubles restant. Gien est relevé de ses ruines et le nouvel ensemble harmonieux est appelé « Joyau de la Reconstruction française ». Dans un deuxième temps est abordé le chapitre de la construction des cités et des grands ensembles, de l’architecture du renouveau qualifiée de "grandiose incontestablement". S’il est précisé "on peut aimer ou de ne pas aimer ce style", l’emporte au final l’argument suivant : les grands ensembles, c'est la campagne à la ville, un urbanisme plus aéré, plus vert." les films caravelles 1956, Réalisateur : Jack Pinoteau (connu pour être le metteur en scène du film Le Triporteur 1957 qui fit découvrir Darry Cowl) www.dailymotion.com/video/xuz3o8?playlist=x34ije - www.dailymotion.com/video/xk1g5j?playlist=x34ije Brigitte Gros - Urbanisme - Filmer les grands ensembles 2016 - par Camille Canteux chercheuse au CHS -Centre d'Histoire Sociale - Jeanne Menjoulet - Ce film du CHS daté de 2014 www.youtube.com/watch?v=VDUBwVPNh0s … L'UNION SOCIALE POUR L'HABITAT le Musée des H.L.M. musee-hlm.fr/ union-habitat.org/ - EXPOSITION :LES 50 ANS DE LA RESIDENCe SALMSON POINT-Du JOUR www.salmsonlepointdujour.fr/pdf/Exposition_50_ans.pdf - Sotteville Construction de l’Anjou, le premier immeuble de la Zone Verte sottevilleaufildutemps.fr/2017/05/04/construction-de-limm... - www.20minutes.fr/paris/diaporama-7346-photo-854066-100-an... - www.ladepeche.fr/article/2010/11/02/940025-140-ans-en-arc... dreux-par-pierlouim.over-blog.com/article-chamards-1962-9... missionphoto.datar.gouv.fr/fr/photographe/7639/serie/7695...
Official Trailer - the Pruitt-Igoe Myth: an Urban History
www.youtube.com/watch?v=g7RwwkNzF68 - la dérive des continents youtu.be/kEeo8muZYJU Et la disparition des Mammouths - RILLIEUX LA PAPE & Dynacité - Le 23 février 2017, à 11h30, les tours Lyautey étaient foudroyées. www.youtube.com/watch?v=W---rnYoiQc …
Ginger CEBTP Démolition, filiale déconstruction du Groupe Ginger, a réalisé la maîtrise d'oeuvre de l'opération et produit les études d'exécution. L'emblématique ZUP Pruitt Igoe. vaste quartier HLM (33 barres de 11 étages) de Saint-Louis (Missouri) USA. démoli en 1972 www.youtube.com/watch?v=nq_SpRBXRmE … "Life is complicated, i killed people, smuggled people, sold people, but perhaps in here.. things will be different." ~ Niko Bellic - cité Balzac, à Vitry-sur-Seine (23 juin 2010).13H & Boom, quelques secondes plus tard, la barre «GHJ», 14 étages et 168 lgts, s’effondrait comme un château de cartes sous les applaudissements et les sifflets, bientôt enveloppés dans un nuage de poussière. www.youtube.com/watch?v=d9nBMHS7mzY … - "La Chapelle" Réhabilitation thermique de 667 logements à Andrézieux-Bou... youtu.be/0tswIPdoVCE - 11 octobre 1984 www.youtube.com/watch?v=Xk-Je1eQ5po …
DESTRUCTION par explosifs de 10 tours du QUARTIER DES MINGUETTES, à LYON. les tours des Minguettes ; VG des tours explosant et s'affaissant sur le côté dans un nuage de fumée blanche ; à 13H15, nous assistons à l'explosion de 4 autres tours - St-Etienne Métropole & Montchovet - la célèbre Muraille de Chine ( 540 lgts 270m de long 15 allees) qui était à l'époque en 1964 la plus grande barre HLM jamais construit en Europe. Après des phases de rénovation, cet immeuble a été dynamité en mai 2000 www.youtube.com/watch?v=YB3z_Z6DTdc … - PRESQU'ILE DE GENNEVILLIERS...AUJOURD'HUI...DEMAIN... (LA video içi parcours.cinearchives.org/Les-films-PRESQU-ILE-DE-GENNEVI... … ) Ce film de la municipalité de Gennevilliers explique la démarche et les objectifs de l’exposition communale consacrée à la presqu’île, exposition qui se tint en déc 1972 et janvier 1973 - le mythe de Pruitt-Igoe en video içi nextcity.org/daily/entry/watch-the-trailer-for-the-pruitt... … - 1964, quand les loisirs n’avaient (deja) pas le droit de cité poke @Memoire2cite youtu.be/Oj64jFKIcAE - Devenir de la ZUP de La Paillade youtu.be/1qxAhsqsV8M v - Regard sur les barres Zum' youtu.be/Eow6sODGct8 v - MONTCHOVET EN CONSTRUCTION Saint Etienne, ses travaux - Vidéo Ina.fr www.ina.fr/video/LXF99004401 … via - La construction de la Grande Borne à Grigny en 1969 Archive INA www.youtube.com/watch?time_continue=12&v=t843Ny2p7Ww (discours excellent en seconde partie) -David Liaudet : l'image absolue, c'est la carte postale" phothistory.wordpress.com/2016/04/27/david-liaudet-limage... … l'architecture sanatoriale Histoire des sanatoriums en France (1915-1945). Une architecture en quête de rendement thérapeutique..
passy-culture.com/wp-content/uploads/2009/10/Les-15-Glori... … … & hal.archives-ouvertes.fr/tel-01935993/document … explosion des tours Gauguin Destruction par implosion des Tours Gauguin (quartier de La Bastide) de Limoges le dimanche 28 novembre 2010 à 11 heures. Limoges 28/11/2010 youtu.be/cd0ln4Nqqbs … 42 Roanne - c'etait le 11 novembre 2013 - Souvenirs des HLM quartier du Parc... Après presque 45 minutes de retard, les trois dernières tours Chanteclair sont tombées. Le tir prévu etait à 11h14 La vidéo içi www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-les-3-dernieres-... … … www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-une-vingtaine-de... …Besançon (25) - la Nouvelle cité d'HLM La Planoise en 1960 avec la video des premiers habitants de Planoise en juin 1968 www.youtube.com/watch?v=LVKAkJSsCGk … … … archive INA … BEGIN Japanology - les utopies de l'extreme et Kenzo Tange l'architecte japonnais - la video içi www.youtube.com/watch?v=ZlAOtYFE4GM … 71 les Prés Saint-Jean a Chalon-sur-Saône - L'Implosion des 3 tours HLM de 15 etages le 5 décembre 2009 par FERRARI DEMOLITION içi www.youtube.com/watch?v=oDsqOjQJS8E … … … & là www.youtube.com/watch?v=ARQYQLORBBE … 21 DIJON Cité des Grésilles - c'etait l'implosion de la residençe HLM Paul Bur le 19 02 2010 www.youtube.com/watch?v=fAEuaq5mivM … … & la www.youtube.com/watch?v=mTUm-mky-sw … 59 - la technique dite du basculement - Destruction de l'immeuble Rhone a Lille avec pleins de ralentit içi video-streaming.orange.fr/actu-politique/destruction-de-l... … 21 Chenôve (le GRAND DIJON) - Implosion de la barre François RUDE le 3 nov 2010 (top video !!) www.youtube.com/watch?v=ClmeXzo3r5A … …Quand l histoire çe repete et çe repetera autant de fois que nesçessaire quand on voie la quantitée de barres 60 70's...dans le collimateur de l'ANRU2.. 77 MEAUX 3 grandes tours..& puis s'en vont.. Démolition Pierre Collinet Batiment Genêt, Hortensia et Iris - Reportage Journal le 26 juin 2011 youtu.be/fpPcaC2wRIc 71 CHALON SUR SAONE C'etait les Prés Saint Jean le 05 décembre 2009 , pour une implosion hlm hors du commun !!! Caméra mise à même le sol , à une vingtaine de mètres de la première tour .... www.youtube.com/watch?v=kVlC9rYU-gs … 78 les MUREAUX le 3 octobre 2010 ,Les dernières minutes de la Tour Molière aux Mureaux (Yvelines) et sa démolition par semi-foudroyage, filmés du quartier de la Vigne Blanche. www.youtube.com/watch?v=u2FDMxrLHcw …71 MACON LES GRANDES PERRIERES C'etait un 30 juin 2013, avec l'implosion de la barre HLM des Perrières par GINGER www.youtube.com/watch?v=EzYwTcCGUGA … … une video exceptionnelle ! c'etait Le Norfolk Court un ensemble résidentiel, le Norfolk Court, construit dans les années 1970, a été démoli à Glasgow en Ecosse le 9 mai 2016 . Il rate la démolition d'un immeuble au tout dernier moment LES PASSAGERS DU BUS EN PROFITE A SA PLAçE lol www.20minutes.fr/tv/t-as-vu/237077-il-rate-la-demolition-... … 69 LYON Quand La Duchère disait adieu à sa barre 230 le jeudi 2 juillet 2015
www.youtube.com/watch?v=BSwidwLw0NA … www.youtube.com/watch?v=BdLjUAK1oUk … www.youtube.com/watch?v=-DZ5RSLpYrM …Avenir Deconstruction : Foudroyage de 3 barres HLM - VAULX-EN-VELIN (69) www.youtube.com/watch?v=-E02NUMqDno Démolition du quartier Bachelard à Vaulx-en-Velin www.youtube.com/watch?v=DSAEBIYYpXY Démolition des tours du Pré de l'Herpe (Vaulx-en-Velin)
www.youtube.com/watch?v=fG5sD1G-QgU REPORTAGE - En sept secondes, un ensemble de 407 appartements à Vaulx-en-Velin a été détruit à l'explosif dans le cadre du renouvellement urbain... www.youtube.com/watch?v=Js6w9bnUuRM www.youtube.com/watch?v=MCj5D1NhxhI - St-QUENTIN LA ZUP (scic)- NOUMEA - NOUVELLE CALEDONIE historique de la cité Saint-Quentin içi www.agence-concept.com/savoir-faire/sic/
www.youtube.com/watch?v=_Gt6STiH_pM …[VIDEOS] Trois tours de la cité des Indes de Sartrouville ont été démolies dans le cadre du plan de rénovation urbaine du quartier Mille quatre cent soixante-deux détonateurs, 312 kilos le 06/06/2010 à 11 heures. la belle video içi www.youtube.com/watch?v=fY1B07GWyDE VIGNEUX-SUR-SEINE, VOTRE HISTOIRE, VOS SOUVENIRS. içi www.youtube.com/watch?v=8o_Ke26mB48 … , Film des Tours et du quartier de la Croix Blanche, de 1966 à 1968. Les Tours en train de finir de se construire, ainsi que le centre commerciale. Destruction de la Tour 21, pour construire de nouveaux HLM...
42 LOIRE ST-ETIENNE MONTREYNAUD tout une histoire youtu.be/ietu6yPB5KQ - Mascovich & la tour de Montreynaud www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE … -Travaux dalle du Forum à Montreynaud Saint-Etienne www.youtube.com/watch?v=0WaFbrBEfU4 … & içi www.youtube.com/watch?v=aHnT_I5dEyI … - et fr3 là www.youtube.com/watch?v=hCsXNOMRWW4 … - Au nord-Est de St-Etienne, aux confins de la ville, se dresse une colline et sur les pentes de cette colline s’accroche une petite ville, un quartier, un peu à part. Cet endroit niché au milieu de la verdure, c’est le quartier de Montreynaud. www.youtube.com/watch?v=Sqfb27hXMDo&fbclid=IwAR2ALN4d... …Et sinon, avez-vous remarqué au dessus du P de AGIP ? On voit, dans le film, la Tour Réservoir Plein Ciel du quartier de Montreynaud, détruite 3 ans plus tard par foudroyage ! Sûr que @Memoire2cite a des photos du quartier et de la tout à l'époque ! ;-) 42 LOIRE SAINT-ETIENNE MONTREYNAUD LA ZUP Souvenirs avec Mascovich & son clip "la tour de Montreynaud" www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE …
- Que de chemin parcouru, Muraille de Chine La Palle Beaulieu jusqu'aux années 90. L habitat se transforme et s adapte aux nouveaux besoins. Autre temps, période d'essor économique et du "vivre ensemble". Merci à @Memoire2cite pour cette introspection du passé! -
When we concentrate on a material object, whatever its situation, the very act of attention may lead to our involuntarily sinking into the history of the object.
Transparent things, through which the past shines!
Vladimir Nabokov, Transparent Things
Imagen escaneada de una fotografía en papel.
(8 de enero de 1985)
El Parque Nacional Los Alerces es un gran área protegida que se encuentra en la Provincia del Chubut, Argentina.
Por sus increíbles paisajes es considerado uno de los parques más bellos de Argentina.
Fue creado en el año 1937 y posee una superficie de 263.000 ha.
Cerca de 4.000 milímetros de lluvia anual generan las condiciones para que se presente, en algunos sectores de esta región, la formación más rica en vegetación de los bosques andino-patagónicos : el bosque valdiviano.
En este ambiente, se distingue el alerce o lahuán (Fitzroya cupressoides), una gigantesca conífera que a inicios del siglo XX estuvo a punto de desaparecer por la explotación descontrolada.
Crece 1 mm de diámetro al año y pertenece a la Familia de las Cupresáceas (Cupressaceae).
Su madera es pardo rojiza, muy dura y resiste a la putrefacción, por ello se ha utilizado para fabricar vigas, postes y embarcaciones.
Las hojas, corteza y resina tienen propiedades medicinales.
Este Parque tiene el privilegio de poseer una de las formaciones boscosas más antiguas y densas de esta especie ancestral, todavía considerada sagrada por las poblaciones indígenas.
A los costados del lago Menéndez, los majestuosos ejemplares poseen una edad estimada de 4.000 años y alcanzan 75 metros de altura y 3,5 de diámetro.
Hacia el este, la transición con la estepa marca bosques menos frondosos donde crecen el maitén y el ciprés cordillerano.
También los radales, arrayanes, ñires, lengas y maquis cubren las montañas y conforman un paisaje de increíble belleza matizado por ríos y lagos.
La flora exótica, traída por los pobladores europeos, representa en este Parque Nacional un grave problema para conservar la vegetación nativa.
La rosa mosqueta, el lupino y la margarita, entre otras plantas, comenzaron a dispersarse sin ayuda por los bordes y claros del bosque, desplazando a los originarios.
Además de anidar aves como el chucao, el carpintero negro patagónico, el pitío, el caburé, la cotorra austral y el zorzal patagónico, el Parque Nacional Los Alerces es refugio de muchas especies en peligro como el pudú, la paloma araucana, el gato huiña, el huillín y principalmente el huemul.
Este ciervo natural de la Patagonia puede observarse en el cerro Riscoso, declarado zona crítica para la conservación de la especie.
Al igual que en otros Parques del sur patagónico, los animales introducidos, como el ciervo colorado, el ciervo dama, el jabalí y la liebre, causan un serio impacto a los bosques.
Por esta razón también en esta área protegida se permite un sistema de cotos de caza para su extracción.
El visón fue introducido entre los años 1945 y 1960 para abastecer el mercado de pieles local, principalmente en Cholila, localidad ubicada al noroeste del Parque Nacional.
En la década del ‘70, varios fueron liberados y se multiplicaron, dispersándose por toda la región preandina de Chubut y Río Negro.
De hábitos carnívoros, el visón ataca a crías y adultos de aves y mamíferos terrestres o acuáticos, amenazando la fauna nativa.
De igual modo, el pudú es atacado por los perros asilvestrados.
La caza furtiva pone en peligro tanto al huemul como al puma, ambos preciados ejemplares para los cazadores.
Existen numerosos ríos, lagos y lagunas, cascadas, y glaciares a gran altura.
El parque cuenta con un conjunto de 9 lagos como el Futalaufquén, Menéndez, Rivadavia, Krügger, Verde, Cisne, Stange, Chico y Amutui Quimei, siendo este último un embalse originado por la presa Futaleufú.
Algunos de estos lagos se encuentran conectados por diversos ríos hasta llegar al citado embalse, desde donde nace el curso más importante, el río Futaleufú que, tras pasar la frontera con Chile, desemboca finalmente en el Océano Pacífico.
La ciudad turística Villa Futalaufquen se encuentra dentro del Parque.
Allí se halla la Intendencia y el Centro de Informes y Museo, donde se puede obtener información y adquirir permisos de pesca.
El lugar cuenta con estación de servicio, cabinas telefónicas, restaurante, proveeduría, campings libres, agrestes y organizados, cabañas y hosterías.
Se puede conocer el parque a través de más de veinte senderos peatonales y numerosos caminos vehiculares.
Los ambientes del área protegida pueden encuadrarse en las eco-regiones de bosque patagónico y de altos Andes, es decir un clima templado frío, con gran estacionalidad. Los inviernos son lluviosos y con nevadas, los veranos secos, con noches frescas.
El centro geográfico de este Parque Nacional argentino se ubica hacia las coordenadas 42°50′00″S 71°52′00″O / -42.833333, -71.866667.
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Retablo de los Reyes
Retablo de los Reyes o Altar de los Reyes, es un retablo de gran valor artístico y estético, que se ubica en la Catedral Metropolitana de la Ciudad de México. Indistintamente se le identifica como altar o retablo debido a que, como el resto de los demás existentes en el majestuoso templo, estaba destinado a servir para el culto oficiándose misas en él.
Su autor fue Jerónimo de Balbás y su construcción transcurrió de 1718 a 1725. Se ubica en el ábside, al fondo de la catedral, espacio denominado como Capilla de los Reyes, aunque no posee reja alguna que delimite y cierre dicho espacio a la manera de una capilla como todo el resto.
Tal es la calidad, riqueza y grandeza de esta obra, que se considera una de las más bellas obras de arte creadas bajo el estilo barroco churrigueresco en todo el continente Americano
Se puede considerar un monumento dentro de otro monumento que es la misma Catedral Metropolitana, debido a que es la obra cumbre del estilo artístico en el que fue concebido, el barroco churrigueresco o barroco estípite, también denominado "barroco mexicano", estilo arquitectónico originado y desarrollado plenamente en la Nueva España, donde alcanzó su máximo auge en su empleo en la decoración y ornamentación de edificios civiles y religiosos.
Durante el virreinato, se tenía la costumbre de dedicar la capilla mayor de cualquier catedral española al rey gobernante, adjudicándosele la mayor importancia y riqueza artística. La catedral de la capital novohispana no fue la excepción, y por esa razón se encargó y llevó a cabo su construcción, a cargo de uno de los más reconocidos artistas de la época.
Es obra maestra del escultor español Jerónimo de Balbás, autor también del Altar del Perdón de esta misma catedral, y del Altar Mayor de la parroquia del Sagrario en la Catedral de Sevilla, España. Está hecho de madera de cedro blanco tallada, y revestido de lámina u hoja de oro, lo cual le otorga mayor majestuosidad. Su construcción transcurrió de 1718 a 1725, pero fue dorado hasta el año de 1735 y estrenado en 1737.
Como dato curioso con respecto a este retablo, desde el año 1824 hasta 1925, fue allí donde reposaron los restos de algunos próceres de la Independencia de México tales como Don Miguel Hidalgo y Costilla, Ignacio Allende, Juan Aldama, entre otros; hasta el año en que fueron trasladados a la Columna de la Independencia.
La Catedral Metropolitana de la Ciudad de México es el gran templo católico ubicado en la Plaza de la Constitución, en el centro histórico de la Ciudad de México. Las medidas aproximadas de este templo son 59 metros de ancho por 110 de largo y una altura de 60 metros hasta la cúpula. Es también una de las principales obras del arte mexicano, y se considera entre las más sobresalientes de todo el arte hispanoamericano. Construida con cantera gris, cuenta con cinco naves y 16 capillas laterales. Está dedicada a la Asunción de la Virgen María y es la iglesia principal de la Arquidiócesis Primada de México.
Historia de una construcción
En el tiempo de la ciudad de Tenochtitlán el área en donde se encuentra la actual catedral estuvo ocupada por un pequeño templo dedicado a Xipe[1] o quizá por el templo de Quetzalcóatl, un templo dedicado al sol y otras edificaciones menores.[2]
Tres años después de concluida la conquista, Hernán Cortés mandó construir una iglesia en el lugar aprovechando material de los templos aztecas. Esta iglesia fue convertida en catedral por Carlos V y el papa Clemente VII según la bula del 9 de septiembre de 1530 y nombrada metropolitana por Paulo III en 1547.[3] Pronto quedó clara su insuficiencia y por mandato de Felipe II se derribó en 1552. Los trabajos de construcción de la nueva no comenzaron sino hasta 1571 cuando el virrey Martín Enríquez de Almansa y el arzobispo Pedro Moya de Contreras colocaron la primera piedra de su sucesora, la actual catedral...
La suma del costo de la obra hasta la dedicación de 1657 fue de 1.759.000 pesos. Dicho costo fue cubierto en buena parte por los reyes Felipe II, Felipe III, Felipe IV y Carlos II.[3]
Luego, hubo un concurso para designar al arquitecto que terminaría la fachada. El proyecto ganador de dicho concurso fue el neoclásico presentado por el veracruzano José Damián Ortiz de Castro, que se antepuso a los de José Joaquín de Torres (barroco) e Isidro Vicente de Balbás. Ortiz de Castro procedería a terminar las torres, parte de la cúpula y obras al interior. La muerte de Ortiz de Castro dejaría las obras en suspenso un breve tiempo. En 1793 el arquitecto valenciano Manuel Tolsá recibe el encargo de finalizar las obras de construcción de la Catedral, que no concluyen sino hasta 1813.
Sucesos de la Catedral
A lo largo del tiempo la catedral ha perdido parte de su acervo artístico. Se tiene constancia de algunas de las obras perdidas: lámparas de plata de gran tamaño, candelabros, blandones y figuras del mismo metal, la custodia de Borda (88 marcos de peso en oro; con 10 perlas, cubierta al frente por 5872 diamantes y al dorso por 2653 esmeraldas, 544 rubíes y 28 zafiros), un pectoral de oro con reliquias, otro con topacios y brillantes y con anillos de accesorio, alfombras, cojines, colgaduras y muchos tesoros más de características similares.[5]
Fe, Esperanza y Caridad. Esculturas de Tolsá
La fachada se observan tres relieves en mármol blanco. El central representa la Asunción de la Virgen María. El que se tiene del lado izquierdo muestra la entrega de las llaves del Cielo a San Pedro; el que se tiene a mano derecha, la Barca de la Iglesia. Sobre el reloj se encuentran tres figuras representativas de las virtudes teologales: la Fe, la Esperanza y la Caridad. La Fe sostiene una cruz, la Esperanza un ancla y la Caridad sujeta a dos niños. El reloj y las esculturas se deben a Tolsá, así como las balaustradas y florones que coronan todo el conjunto.
El altar del Perdón
El retablo es obra de Jerónimo de Balbás (1735). A principios de 1967 hubo un incendio en la catedral que dañó el altar. Gracias a la restauración practicada se puede admirar el día de hoy una gran obra de arte colonial. Se llama así porque ahí piden perdón los fieles.Esta es una de las obras más grandes del autor tiene un estilo churrigueresco el cual es muy detallado, todo el acabado de esta obra esta cubierto con hoja de oro.
El coro
La sillería del coro está fabricada en una excelente talla de tapincerán. Tiene dos niveles de sitiales: el alto para canónigos y el bajo para seíses y sochantres. En la parte superior, tiene figuras talladas en medio relieve, de obispos y santos.
La sillería del coro es fruto del arte de Juan de Rojas (1695). También fue dañada en el incendio de 1967.
Al centro del coro, entre la la reja y la sillería, está un fascistol de caoba, adornado con figuras de marfil, una de las cuales, es un crucifijo que corona toda la obra. Se usa para sostener los libros de canto, y está conformado por tres cuerpos.
La portada del coro y la crujía (el corredor cerrado que va desde es coro hasta presbiterio) fueron hechas con el diseño del pintor Nicolás Rodríguez Juárez bajo la supervisión del sangley Quiauló. La bella reja del coro es de tumbaga y calain, y fueron estrenadas en 1730. Se fabricó en la ciudad de Macao, China,y sustituyó a una anterior esculpida en maderas.
Cúpula
Se terminó con adaptaciones al proyecto de Ortiz de Castro. En el interior también se representó la Asunción de la Virgen (Rafael Ximeno y Planes, 1810). La cúpula que existe hoy en día, es obra de Manuel Tolsá, y de tambor octogonal, levantada al centro del crucero, sobre cuatro columnas y rematada por una linternilla. Las actuales ventanas son de Matias Goeritz. En el incendio de 1967, ocasionado por un corto circuito en el Altar del Perdón la pintura de la Asunción se consumió.
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Altar de los Reyes
El Altar de los Reyes, se encuentra en el ábside del templo, detrás del Altar Mayor. Es obra del insigne Jerónimo de Balbás, autor del Altar del Perdón de esta misma catedral, y del Altar Mayor de la Catedral de Sevilla, entre otras.
Este bello altar, que se puede considerar un monumento dentro de otro monumento, es la obra cumbre del estilo churrigueresco mexicano o barroco estípite, y se considera la obra maestra de su destacado autor. Mide 25 metros de altura, 13 de ancho, y 7 metros de fondo; se eleva al fondo de Catedral ocupando el ábside.
Es una talla formada por tres calles verticales, dos laterales y una al centro, adornada con los cuadros La Asunción de la Vírgen, y La Adoración de los Reyes, del pintor Juan Rodríguez Juárez. Éste último, es el que da nombre al altar, además de una serie de esculturas de bulto de reyes y reinas canonizados (santificados), que posan a lo largo y ancho del altar.
Fue realizado en maderas preciosas policromados, en una exuberante composición de pilastras y columnas, follaje, guirnaldas y querubines. El conjunto está estofado, revestido con hoja o lámina de oro, lo cual le confiere majestuosidad a la obra. Está cerrado por una doble bóveda, y en lo más alto del conjunto, se haya una representación de Dios Padre, presidiendo el magno conjunto.
Las capillas laterales
Capilla de Nuestra Señora de las Angustias de Granada
Capilla de San Isidro
Capilla de la Inmaculada Concepción
Capilla de Nuestra Señora de Guadalupe
Capilla de Nuestra Señora La Antigua
Está consagrada a la advocación mariana del mismo nombre, y en el retablo principal, neoclásico, obra de Juan de Rojas (1718), hay una copia de la imagen de la Virgen de la Antigua cuyo original se encuentra en la Catedral de Sevilla. Esta imagen de influencia bizantina era muy venerada por la población española de la ciudad de México durante el período colonial.
Bajo la imagen de la virgen hay una magnífica escultura sevillana del Niño Jesús, original de la primera mitad del siglo XVII y atribuida a Juan Martínez Montañés. Es conocida popularmente como El niño cautivo, debido a que permaneció en Argel junto a Francisco Sandoval de Zapata, racionero de la catedral, quien fue hecho prisionero por piratas del norte de África en 1622, cuando llevaba la escultura hacia México.
Capilla de San Pedro
La capilla de San Pedro custodia otros dos retablos. El primero y principal está dedicado a honrar la vida del santo apóstol y fue edificado hacia 1670. En él se observan ya los lineamientos del barroco temprano en los que aún se observan elementos manieristas como los relieves de lacería, las ménsulas y los pinjantes. El retablo está formado por tres cuerpos, el último de los cuales se integra al espacio arquitectónico dejando al centro el vano de la ventana. El retablo se merece una mención especial por su decoración general en la que sobresalen los variados motivos vegetales e inanimados propios del barroco. En cuanto a las pinturas de este retablo, no se ha podido saber a ciencia cierta quiénes fueron los autores, se trata de obras cuto tema es la vida de San Pedro, y en un pasaje se recuerda el martirio del apóstol que pidió ser crucificado de cabeza “por no ser digno de morir como su maestro”.
Capilla del Santo Cristo y de las Reliquias
Se contruyó entre 1610 y 1615 dedicada al Santo Cristo de los Conquistadores. También recibe el nombre de Capilla de reliquias por las reliquias insignes guardadas en los retablos barrocos. Según algunos historiadores la imagen de Cristo crucificado conocida como el "Santo Cristo de los Conquistadores" (S. XVI O XVII) fue un regalo de Carlos V, otros sostienen que se trata de una obra realizada en estas tierras, lo cierto es que ya en la primera catedral recibía gran veneración.
Las pinturas y esculturas escenifican momentos de la pasión de Cristo uniendo a este tema la pasión o tormento de los santos y santas màrtires. La escultura del "Santo Entierro" es utilizado todos los años en la procesión del Viernes Santo. El retablo de la derecha tiene al centro una Virgen de Guadalupe, de José de Ibarra, ante la que se juró a Santa María de Guadalupe como la Patrona General y Universal de todos los reinos de la Nueva España el 4 de diciembre de 1746, y que conserva una reliquia del ayate de Juan Diego Cuauhtlatoatzin. Las reliquias de esta capilla se exponen anualmente el día de todos los santos y el día de los fieles difuntos (1 y 2 de noviembre). De acuerdo a la tradición, en esta capilla se custodian reliquias de, entre otros, San Vicente de Zaragoza, San Gelasio, San Vital de Milán y un pedazo de la Vera Cruz.
Capilla de San Felipe de Jesús
Aquí se encuentran los restos de Agustín de Iturbide. Asimismo, aquí se conserva el corazón de Anastasio Bustamante.
Capilla de Nuestra Señora de la Soledad
La capilla dedicada a la Virgen de la Soledad fue abierta al culto en la segunda mitad del siglo XVII. Ella protege a los albañiles y obreros que participaron en la construcción de la catedral. El retablo principal está formado por dos cuerpos y un remate, en él se aprecian las columnas salomónicas de capitel corintio que separan las entrecalles. Es una virgen de la Soledad copia de una imagen española. El retablo puede ser ubicado en la década de 1670-1680 gracias a las pinturas con el tema de la Pasión de Cristo hechas por el pintor Pedro Ramírez.
Capilla de San José
Su retablo principal es barroco, procedente de la antigua Iglesia de Nuestra Señora de Montserrat y tiene en el centro la imagen de San José con el Niño, rodeado de santos, entre los que destaca Santa Brígida de Suecia. El retablo lateral es una composición de pinturas barrocas, que consiste en El triunfo de la Fe, La transfiguración, La circuncisión y La asunción.
Hay un antiguo Ecce homo sedente, llamado popularmente el Señor del cacao. Es una escultura mexicana de caña de maíz procedente de la primera catedral, y muy venerada por los indígenas durante la colonia, quienes a falta de monedas depositaban como ofrenda semillas de cacao, que en época prehispánica se consideraban valiosas piezas de cambio. En la actualidad es común que los niños depositen ofrendas en forma de caramelos.
Capilla de San Cosme y San Damián
Entre los retablos que decoran el interior de la Catedral Metropolitana, el principal está dedicado a honrar a los santos tutelares de la capilla, consta de dos cuerpos, el remate y tres entrecalles. Es uno de los retablos catedralicios del siglo XVII en los que se puede afirmar que tiene un acento manierista y como prueba de ellos están las columnas clasicistas estriadas. El retablo fue concebido para albergar pinturas, las cuales exaltan la vida de los santos médicos Cosme y Damián y se deben al pintor Sebastián López Dávalos. Este pintor también fue uno de los artistas que corroboraron el
Capilla de los Ángeles
Sirve de basamento a lo torre occidental, y fue concluida entre 1653 y 1660. Esta primera capilla fue destruida por un incendio en 1711, por lo que fue inmediatamente sustituida por la actual, finalizada en 1713. Cuenta con unos fastuosos retablos barrocos con esculturas estofadas y policromadas, obras de Manuel de Nava, que representan a los siete arcángeles.
La sacristía
En el interior de la sacristía se puede admirar enormes cuadros de los pintores novohispanos Cristóbal de Villalpando y Juan Correa. Los títulos de los cuadros son: El Triunfo De La Iglesia, La aparición de San Miguel (Villalpando), El Tránsito De La Virgen y La Entrada De Cristo A Jerusalén (Correa). Asimismo, hay una pintura atribuida al pintor español Bartolomé Esteban Murillo.
Las criptas
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
La catedral cuenta con criptas para los fieles que deseen adquirir, aunque actualmente se encuentra todavía en proceso de reparación y por lo tanto para ingresar, es necesario ser poseedor o visitante de un nicho en específico.
Debajo del Altar de los Reyes se encuentra la cripta principal que alberga los restos de los arzobispos que han sido titulares de la Arquidiócesis, desde Fray Juan de Zumárraga hasta el Cardenal Ernesto Corripio y Ahumada, cuyos restos fueron depositados en abril de 2008. En el centro de la cripta de los Arzobispos hay un cenotafio con la figura de Zumárraga y todos los demás arzobispos están colocados en nichos en las paredes. Debajo del monumento de Zumárraga hay una escultura azteca que representa una calavera. Otra escultura prehispánica geométrica fue incorporada en la parte inferior del altar.
Los campanarios
Las torres de la Catedral tienen una altura entre 64 y 67 metros. Cada una está rematada en forma de campana (Ortiz de Castro, 1788). La campana puede ser tomada como un símbolo de la comunicación entre Dios y el hombre. Entre las dos cuentan con espacio suficiente para albergar 56 campanas, aunque al día de hoy son treinta las que han sido colocadas. La mayor de ellas tiene el nombre de Santa María de Guadalupe y pesa alrededor de trece toneladas. La más antigua, Santa María de la Asunción (también conocida como Doña María), es de 1578. La más nueva es del año 2002 y fue colocada con motivo de la canonización de Juan Diego. Fue bendecida por el papa Juan Pablo II. Dentro de la parte superior de cada torre hay escaleras de madera de forma elipsoidal, de las cuales hay muy pocos ejemplos en el mundo. Estas escaleras helicoidales u ovaladas son, como se decia líneas arriba poco utilizadas pues el deterioro ocasionado por el tiempo y es evidente, por lo cual solo son usadas por los campaneros, entre los que destacan Rafael Parra Castañeda Campanero Mayor, o algunos voluntarios como Alejandro Campos Lamas, Decano de la Pastoral de Campaneros o Angel Miguel Donaciano Guía oficial del sitio. Empero, el enorme desgaste de escaleras y zonas del campanario se ha agudizado por la extensiva vista de turistas a un sitio no hecho para ello, por lo cual se recomienda no realizar la visita que se considera de alto riesgo.
El sagrario
De estilo barroco de estípite en su fachada y neoclásico al interior.
Su materia es de cantera gris y tezontle. Tiene dos portadas, una al sur y otra al oriente. Es de planta de cruz latina, y es la parroquia de la Catedral Metropolitana, anexa a ésta.
Sus portadas son de estilo barroco churrigueresco, con pilastras estípite y de forma triangular, obra singular de la arquitectura colonial.
St Ethelbert, Hessett, Suffolk
Hessett is a fairly ordinary kind of village to the east of Bury St Edmunds, but its church is one of the most important in East Anglia for a number of reasons, which will become obvious. Consider for one moment, if you will, the extent to which the beliefs and practices of a religious community affect the architecture of its buildings. Think of a mosque, for instance. Often square, expressing the democracy of Islam, but without any imagery of the human figure, for such things are proscribed. Think of a synagogue, focused towards the Holy Scriptures in the Ark, but designed to enable the proclaiming of the Word, and the way that early non-conformist chapels echo this architecture of Judaism - indeed, those who built the first free churches, like Ipswich's Unitarian Chapel, actually called them synagogues.
The shape of a church, then, is no accident. A typical Suffolk perpendicular church of the 15th century has wide aisles, to enable liturgical processions, a chancel for the celebration of Mass, places for other altars, niches for devotional statues, a focus towards the Blessed Sacrament in the east, a roof of angels to proclaim a hymn of praise, a large nave for devotional and social activities, and wall paintings of the Gospels and hagiographies of Saints, of the catechism and teachings of the Catholic Church. As Le Corbusier might have said if he'd been around at the time, a medieval church is a machine for making Catholicism happen.
No longer, of course. The radical and violent fracture in popular religion in the middle years of the 16th century gave birth to the Church of England, and the new church inherited buildings that were quite unsuitable for the new congregational protestant theology, a problem that the Church of England has never entirely solved.
Over the centuries, the problem has been addressed in different ways. The early reformers celebrated communion at a table in the nave, for example, and blocked off the chancel for other uses. Although this was challenged by the Laudian party in the early part of the 17th century, it was the way that many parishes reinvented their buildings, and most were to stay like that until the middle years of the 19th century. Some went further. A pulpit placed halfway down the nave, or even at the back of the church, meant that the seating could be arranged so that it no longer focused towards the east, thus breaking the link with Catholic (and Laudian) sacramentalism. For several centuries, Anglican churches focused on the pulpit rather than the altar.
With the coming to influence of the 19th century Oxford Movement, all this underwent another dramatic change, with the great majority of our medieval parish churches having their interiors restored to their medieval integrity, reinventing themselves as sacramental spaces. This is the condition in which we find most of them today, and some Anglican theologians are asking the question that the Catholic Church asked itself at Vatican II in the 1960s - is a 19th century liturgical space really appropriate for the Church of the 21st century?
So, let us hasten at once to Hessett. The church sits like a glowing jewel in its wide churchyard, right on the main road through the village. It is pretty well perfect if you are looking for a fine Suffolk exterior. An extensive 15th century rebuilding enwraps the earlier tower, which was crowned by the donor of the rebuilding, John Bacon.The nave and aisles are deliciously decorated, reminding one rather of the church at neighbouring Rougham, although this is a smaller church, and the aisles make it almost square. A dedicatory inscription on the two storey vestry in the north east corner bids us pray for the souls of John and Katherine Hoo, who donated the chancel and paid for the trimmings to the aisles. Their inscription has been damaged by protestant reformers, who obviously did not believe in the efficacy of prayers for the dead.
Although not comparable with that at Woolpit, the dressed stone porch is a grand affair, and a bold statement. You may find the south door locked, but if this is the case then the priest's door into the chancel is usually open. And in a way it is a good church to enter via the chancel, because in this way St Ethelbert unfolds its treasures slowly.You step into relative darkness - or, at least, it seems so in comparison with the nave beyond the rood screen. This is partly a result of the abundance of dark wood, and in truth the chancel seems rather overcrowded. The most striking objects in view are the return stalls, which fill the two westerly corners of the chancel. These are in the style of a college or school of priests, with their backs to the rood screen, but then 'returning' around the walls to the east. They are fine, and are certainly 15th or 16th century. But one of the stalls, that to the north, is different to the others, and seems slightly out of place. It is elaborately carved with faces, birds and foliage.
Mortlock thought that it might have been intended for a private house. The stall in front of it has heads on it that appear to be wearing 18th century wigs. The sanctuary is largely Victorianised, with a great east window depicting Saints. The south windows of the chancel depict a lovely Adoration scene by the O'Connors. The chancel is separated from the nave by the 15th century rood screen, which is elegantly painted and gilt on the west side, the beautifully tracery intricately carved above. The rood screen has been fitted with attractive iron gates, presumably evidence of Anglo-catholic enthusiasm here in the early 20th century, and you step down through them into the light. A first impression is that you are entering a much older space than the one you have left. There is an 18th century mustiness, enhanced by the box pews that line the aisles. And, beyond, on walls and in windows, are wonderful things.
The number of surviving wall paintings in England is a tiny fraction of those which existed before the 15th and 16th centuries. All churches had them, and in profusion. It isn't enough to say that they were a 'teaching aid' of a church of illiterate peasants. In the main, they were devotional, and that is why they were destroyed. However, it is more complicated than that. Research in recent years has indicated that many wall paintings were destroyed before the Reformation, perhaps a century before. In some churches, they have been punched through with Perpendicular windows, which are clearly pre-Reformation. In the decades after the Black Death, there seems to have been a sea change in the liturgical use of these buildings, a move away from an individualistic, devotional usage to a corporate liturgical one. There is a change of emphasis towards more education and exegesis. This is the time that pulpits and benches appear, long before protestantism was on the agenda. What seems to happen is that many buildings were intended now to be full of light, and devotional wall paintings were either whitewashed, or replaced with catechetical ones.
The decoration of the nave was the responsibility of the people of the parish, not of the Priest. The wall paintings of England can be divided into roughly three groups. Roughly speaking, the development of wall paintings over the later medieval period is in terms of these three overlapping emphases.
Firstly, the hagiographies - stories of the Saints. These might have had a local devotion, although some saints were popular over a wide area, and most churches seem to have supported a devotion to St Christopher right up until the Reformation.
Secondly came those which illustrate incidents in the life of Christ and his mother, the Blessed Virgin. Although partly pedagogical, they were also enabling tools, since private devotions often involved a contemplation upon them, and at Mass the larger part of those present would have been involved in private devotions. These scriptural stories were as likely to have been derived from apocryphal texts like the Gospel of Pseudo-Matthew as from the actual Gospels themselves.
Lastly, there are catechetical wall paintings, illustrating the teachings of the Catholic church. It should not be assumed that these are dogmatic. Many are simply artistic representations of stories, and others are simplifications of theological ideas, as with the seven deadly sins and the seven cardinal virtues. Some warn against occasions of sin (gossiping, for example) and generally wall paintings provided a local site for discussion and exemplification.
To an extent, all the above is largely true of stained glass, as well, with the caveat that stained glass was more expensive, relied on local patronage, and often has this patronage as a subtext, hence the large number of heraldic devices and images of local worthies. But it was also devotional, and so it was also destroyed.
So - what survives at Hessett? The wall paintings first.
Starting in the south east corner of the nave, we have Suffolk's finest representation of St Barbara, presenting a tower. St Barbara was very popular in medieval times, because she was invoked against strikes by lightning and sudden fires. This resulted from her legend, for her father, on finding her to be a Christian, walled her up in a tower until she repented. As a result, he was struck by lightning, and reduced to ashes. She was also the patron saint of the powerful building trade, and as such her image graced their guild altars - perhaps that was the case here.
Above the south door is another figure, often identified as St Christopher, but I do not think that this can be the case. St Christopher is found nowhere else in Suffolk above a south door. The traditional iconography of this mythical saint is not in place here, and it is hard to see how this figure could ever have been interpreted as such. I suspect it is a result of an early account confusing the two images over the north and south doors, and the mistake being repeated in later accounts.
In fact, digital enhancement seems to suggest that there are two figures above the south door, overlapping each other slightly. The figure on the right is barefoot, that on the left is wearing a white gown. There appears to be water under their feet, and so I think this is an image of the Baptism of Christ. Perhaps it was once part of a sequence.
The wall painting opposite, above the north door, is St Christopher. Although it isn't as clear as himself at, say, nearby Bradfield Combust, he bestrides the river in the customary manner, staff in hand. The Christ child is difficult to discern, but you can see the fish in the water. Also in the water, and rather unusual, are two figures. They are rendered rather crudely, almost like gingerbread men. Could they be the donors of the north aisle, John and Katherine Hoo in person?
Moving along the north aisle, we come to the set of paintings for which Hessett is justifiably famous. They are set one above the other between two windows, at the point where might expect the now-vanished screen to a chapel to have been. The upper section was here first. It shows the seven deadly sins (described wrongly in some text books as a tree of Jesse, or ancestry of Christ). Two devils look on as, from the mouth of hell, a great tree sprouts, ending in seven images. Pride is at the top, and in pairs beneath are Gluttony and Anger, Vanity and Envy, Avarice and Lust. Mortlock suggests that some attempt has been made to erase the image for Lust, which may simply be mid-16th century puritan prurience on the part of some reformer here. This would suggest that this catechetical tool was here right up until the Reformation.
The idea of 'Seven Deadly Sins' was anathema to the reformers, because it is entirely unscriptural. Rather, as a catechetical tool, it is a way of drawing together a multitude of sins into a simplistic aide memoire. This could then be used in confession, taking each of them one at a time and examining ones conscience accordingly. It should not be seen simply as a 'warning' to ignorant peasants, for the evidence is that the ordinary rural people of late medieval England were theologically very articulate. Rather, it was a tool for use, in contemplation and preparation for the sacrament of reconciliation, which may well have ordinarily taken place in the chapel here.
The wall painting beneath the Sins is even more interesting. This is a very rare 'Christ of the Trades', and dates from the early 15th century, about a hundred years after the painting above. It is rather faded, and takes a while to discern, and not all of it is decodable. However, enough is there to be fascinating. The image of the 'Christ of the Trades' is known throughout Christendom, and contemporary versions with this can be found in other parts of Europe. It shows the risen Christ in the centre, and around him a vast array of the tools and symbols of various trades. One theory is that it depicts activities that should not take place on a Sunday, a holy day of obligation to refrain from work, and that these activities are wounding Christ anew.
Perhaps the most fascinating symbol, and the one that everyone notices, is the playing card. It shows the six of diamonds. Does it represent the makers of playing cards? If so, it might suggest a Flemish influence. Or could it be intended to represent something else? Whatever, it is one of the earliest representations of a playing card in England. Why is this here? It may very well be that there was a trades gild chantry chapel at the east end of the north aisle, and this painting was at its entrance.
At the east end of the north aisle now is the church's set of royal arms. Cautley saw it in the vestry in the 1930s, and identified it as a Queen Anne set. Now, with additions stripped away, it is revealed as a Charles II set from the 1660s, and a very fine one. It is fascinating to see it at such close range. Usually, they are set above the south door now, although they would originally have been placed above the chancel arch, in full view of the congregation, a gentle reminder of who was in charge.
And so to the glass, which on its own would be worth coming to Hessett to see. Few Suffolk churches have such an expanse, none have such a variety, or glass of such quality and interest. It consists essentially of two ranges, the life and Passion of Christ in the north aisle (although some glass has been reset across the church), and images and hagiographies of Saints in the south aisle.
In the north aisle, the scourging of Christ stands out, the wicked grins of the persecutors contrasting with the pained nobility of the Christ figure. In the next window, Christ rises from the dead, coming out of his tomb like the corpses in the doom paintings at Stanningfield, North Cove and Wenhaston. The Roman centurion sleeps soundly in the foreground.
The most famous image is in the east window of the south aisle. Apparently, it shows a bishop holding the chain to a bag, with four children playing at his feet. I say apparently, because there is rather more going on here than meets the eye. The reason that this image is so famous is that the small child in the foreground is holding what appears to be a golf club or hockey stick, and this would be the earliest representation of such an object in all Europe. The whole image has been said to represent St Nicholas, who was a Bishop, and whose legends include a bag of gold and a group of children.
Unfortunately, this is not the case. St Nicholas is never symbolised by a bag of gold, and there are three children in the St Nicholas legend, not four. In any case, the hand in the picture is not holding the chain to a bag at all, but a rosary, and the hockey stick is actually a fuller's club, used for dyeing clothes, and the symbol of St James the Less.
What has happened here is that the head of a Bishop has been grafted on to the body of a figure which is probably still in its original location. The three lights of this window contained a set of the Holy Kinship. The light to the north of the 'Bishop' contains two children playing with what ae apparently toys, but when you look closely you can see that one is holding a golden shell, and the other a poisoned chalice. They are the infant St James and St John, and the lost figure above them was their mother, Mary Salome.
This means that the figure with the Bishop's head is actually Mary Cleophas, mother of four children including St James the Less. The third light to the south, of course, would have depicted the Blessed Virgin and child, but she is lost to us.
Not only this, but Hessett has some very good 19th Century glass which complements and does not overly intrude. The best is beneath the tower, the west window in a fully 15th Century style of scenes by Clayton & Bell. The east window, depicting saints, is by William Warrington, and the chancel also has the O'Connor glass already mentioned.
If the windows and wall paintings were all there was, then Hessett would be remarkable enough. But there is something else, two things, actually, that elevate it above all other Suffolk churches, and all the churches of England. For St Ethelbert is the proud owner of two unique survivals. At the back of the church is a chest, no different from those you'll find in many a parish church. In common with those, it has three separate locks, the idea being that the Rector and two Churchwardens would have a key each, and it would be necessary for all three of them to be present for the chest to be opened. It was used for storing parish records and valuables.
At some point, one of the keys was lost. There is an old story about the iconoclast William Dowsing turning up here and demanding the chest be opened, but on account of the missing key it couldn't be. Unfortunately, this story isn't true, for Dowsing never recorded a visit Hessett. The chest was eventually opened in the 19th century. Inside were found two extraordinary pre-Reformation survivals. These are a pyx cloth and a burse. The pyx cloth was draped over the wooden canopy that enclosed the blessed sacrament (one of England's four surviving medieval pyxes is also in Suffolk, at Dennington) before it was raised above the high altar. The burse was used to contain the host before consecration at the Mass. They are England's only surviving examples, and they're both here. Or, more precisely they aren't, for both have been purloined by the British Museum, the kind of theft that no locked church can prevent.
But there are life-size photos of both either side of the tower arch. The burse is basically an envelope, and features the Veronica face of Christ on one side with the four evangelistic symbols in each corner. On the other is an Agnus Dei, the Lamb of God. The survival of both is extraordinary. It is one thing to explore the furnishings of lost Catholic England, quite another to come face to face with articles that were actually used in the liturgy.
In front of the pictures stands the font, a relatively good one of the early 15th century, though rather less exciting than everything going on around it. The dedicatory inscription survives, to a pair of Hoos of an earlier generation than the ones on the vestry.Turning east again, the ranks of simple 15th century benches are all of a piece with their church. They have survived the violent transitions of the centuries, and have seated generation after generation of Hessett people. They were new here when this church was alive with coloured light, with the hundreds of candles flickering on the rood beam, the processions, the festivals, and the people's lives totally integrated with the liturgy of the seasons. For the people of Catholic England, their religion was as much a part of them as the air they breathed. They little knew how soon it would all come to an end.
And so, there it is - one of the most fascinating and satisfactory of all East Anglia's churches. And yet, not many people know about it. We are only three miles from the brown-signed honeypot of Woolpit, where a constant stream of visitors come and go. I've visited Hessett many times, and never once encountered another visitor. Still, there you are, I suppose. Perhaps some places are better kept secret. But come here if you can, for here is a medieval worship space with much surviving evidence of what it was actually meant to be, and meant to do.
Hoje, 28, é considerado o dia Internacional do orgulho LGBT.
A sigla corresponde a "Lésbicas, Gays, Bissexuais, Travestis, Transexuais e Transgêneros". Internacionalmente, a sigla mais utilizada é LGBTI, que engloba as pessoas intersex.
A sigla LGBTQ também engloba orientação sexual e diversidade de gênero. Dados divulgados pelo Grupo Gay da Bahia (GGB) mostram que o ano de 2016 foi o mais violento desde 1970 contra pessoas LGBTs. Foram registradas 343 mortes, entre janeiro de dezembro do ano passado. Ou seja, a cada 25 horas um LGBT é assassinado, o que faz do Brasil o campeão mundial de crimes contra as minorias sexuais.
Foto: João Guilherme Castro
La creación del estrecho de Gibraltar no se considera propiamente un trabajo hercúleo, sino uno de los episodios que jalonan la décima tarea –traer vivas las vacas de Gerión- . Por lo demás, mitólogos y mitógrafos recogen esta hazaña con notorias variantes. Así algunos autores señalan que Hércules se limitó a erigir dos columnas en recuerdo de su paso por los confines de Europa y África, mientras que otros señalan que creó el estrecho, estableciendo la comunicación entre el Océano y el Mediterráneo, mar éste último que, según esta tradición mítica, era hasta entonces un lago o mar cerrado.
Sin embargo, otros refieren que el héroe acercó los montes Calpe (¿Peñón de Gibraltar?) y Abyla (¿Monte Hacho en Ceuta?) para estrechar la comunicación entre ambas masas de aguas y evitar así la entrada de los monstruos del tenebroso Océano al Mare Nostrum.
Se ha supuesto (y así lo refleja Zurbarán) la equivalencia entre las columnas y los montes, pero se encuentran relatos en las que las columnas son tres o cuatro, y referencias que sitúan las columnas no en las orillas del estrecho, sino en Cádiz o su entorno. En fin, las columnas deben ser entendidas más bien como confines de la ecúmene, pues se documentan otras columnas de Hércules en el extremo occidental de la Galia, la costa septentrional de Germania, el Mar Negro o incluso la India.
Este valor del fin del mundo conocido explica el lema «non plus ultra» (del que se conocen las variantes «Non Terrae Plus Ultra» o «Nec plus ultra») colocado por el semidiós en las columnas y que alertaba a los navegantes que esa era la última frontera que podían alcanzar.
Los geógrafos árabes recogieron estos mitos, añadiendo detalles pintorescos. Así el ceutí Al-Edrisi señala que el estrecho era, en su origen, un canal edificado por Alejandro Magno para evitar las incursiones de los africanos en el territorio español.
Pasando a la interpretación del cuadro, señalemos que a través de este acontecimiento -separación o acercamiento-, manifiesta la estrecha vinculación del semidiós con España, y se recuerda la elevación de las dos célebres columnas hercúleas con el lema Non plus ultra, divisa que Carlos V convertiría en el emblema imperial de los Austrias. Los trabajos de Hércules simbolizan tanto el valor del héroe, y con él, el del Rey y la monarquía, como el triunfo de la Virtud sobre el Mal y la Discordia.
Este cuadro es un óleo sobre lienzo y sus medidas son 136 x 167 cm.
Este lienzo formó parte de la serie de lienzos sobre los trabajos de Hércules que realizó Zurbarán para la decoración del Salón de Reinos del Palacio del Buen Retiro. En la actualidad pertenece a la colección del Museo del Prado.
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La imagen (y parte de la descripción) proceden de la Galería On-Line del Museo del Prado:
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“Attimi, emozioni nel tempo infinito… sulle tracce di Guglielmo Marconi” VI° Edizione del Progetto “Amando Cattolica”; in collaborazione e partecipazione con la prestigiosa “Fondazione Marconi”, dedicato al Premio Nobel Guglielmo... Marconi. (Italiano/inglese) “Amando Cattolica” Project new book: "Instants, emotions in the endless time"… on the traces of Guglielmo Marconi realized in collaboration with MARCONI foundation dedicated to Nobel Prize winner Guglielmo Marconi. VI° Edizione progetto "Amando Cattolica". ©Antonio Barbieri -All rights reserved- Pubblicazione "Amando Cattolica"
Dalla città di Cattolica il percorso del libro fotografico continua, inedite immagini, un abbraccio alle città italiane e straniere. “Amando Cattolica 2012” “Attimi, emozioni nel tempo infinito.. sulle tracce di Guglielmo Marconi”
Con il Patrocinio della Regione Emilia Romagna, ENIT Agenzia Nazionale del Turismo, Comune Roma Capitale, Provincia di Rimini, Provincia di Pesaro-Urbino, Provincia di Forlì Cesena, Comune Gradara, Comune Gabicce Mare, Comune Ferrara, Comune Cattolica, Comune Urbino, Comune Pesaro, Comune Fano
Le iniziative di “Amando Cattolica” sono state definite realizzazioni con finalità prettamente divulgativa a carattere culturale e di promozione turistica con il linguaggio universale delle immagini percorre un viaggio ideale rappresentando luoghi, persone, paesaggi, emozioni; che con il cuore racconta la nostra identità più profonda. Il progetto è riconosciuto come iniziativa che costituisce interesse, sotto l’aspetto dell’accoglienza e della promozione turistica a livello Nazionale e Internazionale per il contenuto, per il messaggio, per il sentimento che tramite le immagini desidera trasmettere riguardo il nostro territorio Italia anche all’estero.
Oltre ad essere stata definita a carattere umanitario rivolto al sociale per l’Edizione del volume 2011 dal titolo “Sguardi espressioni di un sentimento”. “Per aver onorato la memoria di un grande cittadino di Cattolica l’oncologo di fama mondiale, che fu ordinario di Pediatria, direttore dell’Istituto di Clinica Pediatrica e del Centro Interdipartimentale della ricerca sul cancro dell’Università degli Studi di Bologna Prof. Guido Paolucci, fondatore dell’A.G.E.O.P, Associazione per l'assistenza e l'accoglienza dei bambini affetti da patologie leucemiche e tumorali.
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Con immagini tra le quali:
città di Cattolica, città S.Giovanni in Marignano, città Morciano di Romagna, San Clemente, città Montescudo, città Sant'Arcangelo di Romagna, città Saludecio, città Mondaino, città Montegridolfo, città Coriano, città Montefiore Conca, città Montecolombo, Trarivi, città Misano Adriatico, Portoverde, città Riccione, città Rimini, città Cesena, città Cesenatico, città Verghereto, Bagno di Romagna, S.Piero in Bagno, Alfero, città di Ravenna, città Faenza, Repubblica di San Marino; città di Ancona, città Gabicce Mare, Fiorenzuola di Focara, Parco Monte San Bartolo, città Gradara, città Sant'Angelo di Lizzola, città Corbordolo, città Pesaro, città di Senigallia, città Urbino, città Urbania, Fermignano, città Sassocorvaro, città Tavullia, città Fano, città Bologna, città Reggio Emilia, città Modena, città Parma, città Ferrara, città Milano, Città del Vaticano, città di Roma, Castelli Romani: Nemi, Bracciano, Anguillara, Tivoli, Frascati, Santa Severa, Nettuno, città di Firenze. Città di Bruxelles, Parigi, Londra…
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“Amando Cattolica” Project new book: "Instants, emotions in the endless time"… on the traces of Guglielmo Marconi realized in collaboration with MARCONI foundation dedicated to Nobel Prize winner Guglielmo Marconi.
Si ringrazia la Fondazione Guglielmo Marconi per i testi e il materiali forniti. In particolare si ringraziano gli autori Mario Giorgi e Barbara Valotti, il consulente scientifico Maurizio Bigazzzi e il Presidente della Fondazione Gabriele Falciasecca.
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Excerpt of photographs taken in . A photographic journey to discover the infinite wonders of our city. The location of the photo book continues with unprecedented images of our area including the Italian Emilia-Romagna, Marche, Tuscany, Lazio, Lombardy ..
With images including the cities of the Cattolica, St. John Marignano, Morciano di Romagna, San Clemente, Montescudo, Sant'Arcangelo di Romagna, Saludecio, Mondaino, Montegridolfo, Coriano, Montefiore Conca, Montecolombo, Misano Adriatico, Portoverde, Riccione, Rimini, Cesena, Faenza, Verghereto, Bagno di Romagna, San Piero in Bagno, Alfero, Republic of San Marino; Fano, Ancona, Senigallia, Fiorenzuola of Focara, Park Mount San Bartolo, Gabicce Mare, Gradara, San Angelo Lizzola, Corbordolo, Pesaro, Urbino, Urbania, Fermignano Sassocorvaro, Tavullia, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Ferrara, Milan ... Paying homage to the Vatican City, Rome, Castelli Romani: Nemi, Bracciano, Anguillara, Tivoli, Frascati, Santa Severa, Neptune, and the city of Florence. Glad to pay homage to the city of Bruxelles, London, Paris
“Amando Cattolica” Project new book: "Instants, emotions in the endless time"… on the traces of Guglielmo Marconi realized in collaboration with MARCONI foundation dedicated to Nobel Prize winner Guglielmo Marconi. Excerpt of photographs taken in . A photographic journey to discover the infinite wonders of our city. The location of the photo book continues with unprecedented images of our area including the Italian Emilia-Romagna, Marche, Tuscany, Lazio, Lombardy ..
“Amando Cattolica 2012” nuova pubblicazione fotografica VI° Edizione 2012 del Progetto "Amando Cattolica"
dal titolo:
“Attimi, emozioni nel tempo infinito… sulle tracce di Guglielmo Marconi” in collaborazione con la prestigiosa Fondazione Marconi, dedicato al Premio Nobel Guglielmo Marconi.
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“Amando Cattolica” Project new book: "Instants, emotions in the endless time"… on the traces of Guglielmo Marconi realized in collaboration with MARCONI foundation dedicated to Nobel Prize winner Guglielmo Marconi.
Si ringrazia la Fondazione Guglielmo Marconi per i testi e il materiali forniti. In particolare si ringraziano gli autori Mario Giorgi e Barbara Valotti, il consulente scientifico Maurizio Bigazzzi e il Presidente della Fondazione Gabriele Falciasecca.
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Excerpt of photographs taken in . A photographic journey to discover the infinite wonders of our city. The location of the photo book continues with unprecedented images of our area including the Italian Emilia-Romagna, Marche, Tuscany, Lazio, Lombardy ..
With images including the cities of the Cattolica, St. John Marignano, Morciano di Romagna, San Clemente, Montescudo, Sant'Arcangelo di Romagna, Saludecio, Mondaino, Montegridolfo, Coriano, Montefiore Conca, Montecolombo, Misano Adriatico, Portoverde, Riccione, Rimini, Cesena, Faenza, Verghereto, Bagno di Romagna, San Piero in Bagno, Alfero, Republic of San Marino; Fano, Ancona, Senigallia, Fiorenzuola of Focara, Park Mount San Bartolo, Gabicce Mare, Gradara, San Angelo Lizzola, Corbordolo, Pesaro, Urbino, Urbania, Fermignano Sassocorvaro, Tavullia, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Ferrara, Milan ... Paying homage to the Vatican City, Rome, Castelli Romani: Nemi, Bracciano, Anguillara, Tivoli, Frascati, Santa Severa, Neptune, and the city of Florence. Glad to pay homage to the city of Bruxelles, London, Paris
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Tra la moltitudine di città interessate da questo nuovo percorso fotografico,emerge un prezioso itinerario che collega le diverse città in cui Guglielmo Marconi ha vissuto la sua vita.
Un nuovo viaggio fotografico, tra cui immagini che rendono omaggio al grande inventore italiano Guglielmo Marconi, padre della radio e Premio Nobel per la fisica nel 1909. Bolognese di nascita, Marconi passò molto del suo tempo nella sua casa di Cattolica. Chissà cosa penserebbe oggi, affacciato alla finestra di Villa Marconi, delle persone in spiaggia collegate a internet con computer e cellulari wireless, persone in contatto con il mondo ventiquattro ore al giorno. Su quella stessa spiaggia dove lui ha passeggiato e guardato il mare immerso nei suoi pensieri e nei suoi esperimenti. Forse tutta questa comunicazione l’avrebbe fatto sorridere, lui che fu il padre della comunicazione con telegrafia senza fili. Di una cosa però siamo sicuri, sicuramente affacciato alla finestra della sua camera, avrebbe rivolto lo sguardo all’Adriatico e avrebbe atteso uno di quei meravigliosi tramonti di Cattolica, in cui il sole diventa una palla di fuoco che scompare lentamente all’orizzonte. Uno spettacolo di colori che soltanto Lei può regalare. Attimi, si prefigge l’obiettivo di raccontare attraverso un percorso di immagini e racconti, il legame che la città romagnola conserva con il suo illustre personaggio. testo di Alessandra Fabri
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Regione Emilia Romagna Il Presidente
Con questo nuovo libro fotografico prosegue il progetto “Amando Cattolica” e con la VI Edizione, dal titolo “Attimi, EMOZIONI NEL TEMPO INFINITO…sulle tracce di Guglielmo Marconi”, Antonio Barbieri è , ancora una volta, riuscito a catturare, nelle sue fotografie, l’anima più intima di Cattolica e dei paesaggi vicini.
L’attaccamento alla propria terra, la passione e la sensibilità artistica sono evidenziate in queste immagini che mostrano con chiarezza la trasformazione nel tempo di questo territorio, facendone riaffiorare con emozioni intese l’essenza più vera.
L’obiettivo dell’artista si allarga su scorci suggestivi di altre città italiane, cogliendone particolari che ben delineano la ricchezza artistica, culturale architettonica della nostra Italia.
Il mio particolare apprezzamento va ancora una volta rivolto a questo lavoro, alla dedizione particolare e scrupolosa con cui Antonio Barbieri ha saputo mostrate la genuinità e la semplicità di un territorio in continua evoluzione ma sempre attento a rinnovare la propria cultura dell’accoglienza.
Vasco Errani
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Pubblicazioni Fotografiche collana "Amando Cattolica".
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Continua il percorso fra le regioni italiane, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Lazio, Lombardia, Veneto…
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La Catedral Metropolitana de la Ciudad de México es el gran templo católico ubicado en la Plaza de la Constitución, en el centro histórico de la Ciudad de México. Las medidas aproximadas de este templo son 59 metros de ancho por 110 de largo y una altura de 60 metros hasta la cúpula. Es también una de las principales obras del arte mexicano, y se considera entre las más sobresalientes de todo el arte hispanoamericano. Construida con cantera gris, cuenta con cinco naves y 16 capillas laterales. Está dedicada a la Asunción de la Virgen María y es la iglesia principal de la Arquidiócesis Primada de México.
Historia de una construcción
En el tiempo de la ciudad de Tenochtitlán el área en donde se encuentra la actual catedral estuvo ocupada por un pequeño templo dedicado a Xipe[1] o quizá por el templo de Quetzalcóatl, un templo dedicado al sol y otras edificaciones menores.
Tres años después de concluida la conquista, Hernán Cortés mandó construir una iglesia en el lugar aprovechando material de los templos aztecas. Esta iglesia fue convertida en catedral por Carlos V y el papa Clemente VII según la bula del 9 de septiembre de 1530 y nombrada metropolitana por Paulo III en 1547.[3] Pronto quedó clara su insuficiencia y por mandato de Felipe II se derribó en 1552. Los trabajos de construcción de la nueva no comenzaron sino hasta 1571 cuando el virrey Martín Enríquez de Almansa y el arzobispo Pedro Moya de Contreras colocaron la primera piedra de su sucesora, la actual catedral...
La suma del costo de la obra hasta la dedicación de 1657 fue de 1.759.000 pesos. Dicho costo fue cubierto en buena parte por los reyes Felipe II, Felipe III, Felipe IV y Carlos II.[3]
Luego, hubo un concurso para designar al arquitecto que terminaría la fachada. El proyecto ganador de dicho concurso fue el neoclásico presentado por el veracruzano José Damián Ortiz de Castro, que se antepuso a los de José Joaquín de Torres (barroco) e Isidro Vicente de Balbás. Ortiz de Castro procedería a terminar las torres, parte de la cúpula y obras al interior. La muerte de Ortiz de Castro dejaría las obras en suspenso un breve tiempo. En 1793 el arquitecto valenciano Manuel Tolsá recibe el encargo de finalizar las obras de construcción de la Catedral, que no concluyen sino hasta 1813.[4]
Sucesos de la Catedral
A lo largo del tiempo la catedral ha perdido parte de su acervo artístico. Se tiene constancia de algunas de las obras perdidas: lámparas de plata de gran tamaño, candelabros, blandones y figuras del mismo metal, la custodia de Borda (88 marcos de peso en oro; con 10 perlas, cubierta al frente por 5872 diamantes y al dorso por 2653 esmeraldas, 544 rubíes y 28 zafiros), un pectoral de oro con reliquias, otro con topacios y brillantes y con anillos de accesorio, alfombras, cojines, colgaduras y muchos tesoros más de características similares.[5]
El edificio
La fachada
Fe, Esperanza y Caridad. Esculturas de Tolsá
Fe, Esperanza y Caridad. Esculturas de Tolsá
La fachada se observan tres relieves en mármol blanco. El central representa la Asunción de la Virgen María. El que se tiene del lado izquierdo muestra la entrega de las llaves del Cielo a San Pedro; el que se tiene a mano derecha, la Barca de la Iglesia. Sobre el reloj se encuentran tres figuras representativas de las virtudes teologales: la Fe, la Esperanza y la Caridad. La Fe sostiene una cruz, la Esperanza un ancla y la Caridad sujeta a dos niños. El reloj y las esculturas se deben a Tolsá, así como las balaustradas y florones que coronan todo el conjunto.
El altar del Perdón
Altar del Perdón
El retablo es obra de Jerónimo de Balbás (1735). A principios de 1967 hubo un incendio en la catedral que dañó el altar. Gracias a la restauración practicada se puede admirar el día de hoy una gran obra de arte colonial. Se llama así porque ahí piden perdón los fieles.Esta es una de las obras más grandes del autor tiene un estilo churrigueresco el cual es muy detallado, todo el acabado de esta obra esta cubierto con hoja de oro.
El coro
La sillería del coro está fabricada en una excelente talla de tapincerán. Tiene dos niveles de sitiales: el alto para canónigos y el bajo para seíses y sochantres. En la parte superior, tiene figuras talladas en medio relieve, de obispos y santos.
La sillería del coro es fruto del arte de Juan de Rojas (1695). También fue dañada en el incendio de 1967.
Al centro del coro, entre la la reja y la sillería, está un fascistol de caoba, adornado con figuras de marfil, una de las cuales, es un crucifijo que corona toda la obra. Se usa para sostener los libros de canto, y está conformado por tres cuerpos.
La portada del coro y la crujía (el corredor cerrado que va desde es coro hasta presbiterio) fueron hechas con el diseño del pintor Nicolás Rodríguez Juárez bajo la supervisión del sangley Quiauló. La bella reja del coro es de tumbaga y calain, y fueron estrenadas en 1730. Se fabricó en la ciudad de Macao, China,[4] y sustituyó a una anterior esculpida en maderas.
Cúpula
Se terminó con adaptaciones al proyecto de Ortiz de Castro. En el interior también se representó la Asunción de la Virgen (Rafael Ximeno y Planes, 1810). La cúpula que existe hoy en día, es obra de Manuel Tolsá, y de tambor octogonal, levantada al centro del crucero, sobre cuatro columnas y rematada por una linternilla. Las actuales ventanas son de Matias Goeritz. En el incendio de 1967, ocasionado por un corto circuito en el Altar del Perdón la pintura de la Asunción se consumió.
Las capillas
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Altar de los Reyes
Artículo principal: Altar de los Reyes
El Altar de los Reyes, se encuentra en el ábside del templo, detrás del Altar Mayor. Es obra del insigne Jerónimo de Balbás, autor del Altar del Perdón de esta misma catedral, y del Altar Mayor de la Catedral de Sevilla, entre otras.
Este bello altar, que se puede considerar un monumento dentro de otro monumento, es la obra cumbre del estilo churrigueresco mexicano o barroco estípite, y se considera la obra maestra de su destacado autor. Mide 25 metros de altura, 13 de ancho, y 7 metros de fondo; se eleva al fondo de Catedral ocupando el ábside.
Es una talla formada por tres calles verticales, dos laterales y una al centro, adornada con los cuadros La Asunción de la Vírgen, y La Adoración de los Reyes, del pintor Juan Rodríguez Juárez. Éste último, es el que da nombre al altar, además de una serie de esculturas de bulto de reyes y reinas canonizados (santificados), que posan a lo largo y ancho del altar.
Fue realizado en maderas preciosas policromados, en una exuberante composición de pilastras y columnas, follaje, guirnaldas y querubines. El conjunto está estofado, revestido con hoja o lámina de oro, lo cual le confiere majestuosidad a la obra. Está cerrado por una doble bóveda, y en lo más alto del conjunto, se haya una representación de Dios Padre, presidiendo el magno conjunto.
Las capillas laterales
Capilla de Nuestra Señora de las Angustias de Granada
Capilla de San Isidro
Capilla de la Inmaculada Concepción
Capilla de Nuestra Señora de Guadalupe
Capilla de Nuestra Señora La Antigua
Está consagrada a la advocación mariana del mismo nombre, y en el retablo principal, neoclásico, obra de Juan de Rojas (1718), hay una copia de la imagen de la Virgen de la Antigua cuyo original se encuentra en la Catedral de Sevilla. Esta imagen de influencia bizantina era muy venerada por la población española de la ciudad de México durante el período colonial.
Bajo la imagen de la virgen hay una magnífica escultura sevillana del Niño Jesús, original de la primera mitad del siglo XVII y atribuida a Juan Martínez Montañés. Es conocida popularmente como El niño cautivo, debido a que permaneció en Argel junto a Francisco Sandoval de Zapata, racionero de la catedral, quien fue hecho prisionero por piratas del norte de África en 1622, cuando llevaba la escultura hacia México.
Capilla de San Pedro
La capilla de San Pedro custodia otros dos retablos. El primero y principal está dedicado a honrar la vida del santo apóstol y fue edificado hacia 1670. En él se observan ya los lineamientos del barroco temprano en los que aún se observan elementos manieristas como los relieves de lacería, las ménsulas y los pinjantes. El retablo está formado por tres cuerpos, el último de los cuales se integra al espacio arquitectónico dejando al centro el vano de la ventana. El retablo se merece una mención especial por su decoración general en la que sobresalen los variados motivos vegetales e inanimados propios del barroco. En cuanto a las pinturas de este retablo, no se ha podido saber a ciencia cierta quiénes fueron los autores, se trata de obras cuto tema es la vida de San Pedro, y en un pasaje se recuerda el martirio del apóstol que pidió ser crucificado de cabeza “por no ser digno de morir como su maestro”.
Capilla del Santo Cristo y de las Reliquias
Se contruyó entre 1610 y 1615 dedicada al Santo Cristo de los Conquistadores. También recibe el nombre de Capilla de reliquias por las reliquias insignes guardadas en los retablos barrocos. Según algunos historiadores la imagen de Cristo crucificado conocida como el "Santo Cristo de los Conquistadores" (S. XVI O XVII) fue un regalo de Carlos V, otros sostienen que se trata de una obra realizada en estas tierras, lo cierto es que ya en la primera catedral recibía gran veneración.
Las pinturas y esculturas escenifican momentos de la pasión de Cristo uniendo a este tema la pasión o tormento de los santos y santas màrtires. La escultura del "Santo Entierro" es utilizado todos los años en la procesión del Viernes Santo. El retablo de la derecha tiene al centro una Virgen de Guadalupe, de José de Ibarra, ante la que se juró a Santa María de Guadalupe como la Patrona General y Universal de todos los reinos de la Nueva España el 4 de diciembre de 1746, y que conserva una reliquia del ayate de Juan Diego Cuauhtlatoatzin. Las reliquias de esta capilla se exponen anualmente el día de todos los santos y el día de los fieles difuntos (1 y 2 de noviembre). De acuerdo a la tradición, en esta capilla se custodian reliquias de, entre otros, San Vicente de Zaragoza, San Gelasio, San Vital de Milán y un pedazo de la Vera Cruz.
Capilla de San Felipe de Jesús
Aquí se encuentran los restos de Agustín de Iturbide. Asimismo, aquí se conserva el corazón de Anastasio Bustamante.
Capilla de Nuestra Señora de los Dolores
Capilla del Señor del Buen Despacho
Capilla de Nuestra Señora de la Soledad
La capilla dedicada a la Virgen de la Soledad fue abierta al culto en la segunda mitad del siglo XVII. Ella protege a los albañiles y obreros que participaron en la construcción de la catedral. El retablo principal está formado por dos cuerpos y un remate, en él se aprecian las columnas salomónicas de capitel corintio que separan las entrecalles. Es una virgen de la Soledad copia de una imagen española. El retablo puede ser ubicado en la década de 1670-1680 gracias a las pinturas con el tema de la Pasión de Cristo hechas por el pintor Pedro Ramírez.
Capilla de San José
Su retablo principal es barroco, procedente de la antigua Iglesia de Nuestra Señora de Montserrat y tiene en el centro la imagen de San José con el Niño, rodeado de santos, entre los que destaca Santa Brígida de Suecia. El retablo lateral es una composición de pinturas barrocas, que consiste en El triunfo de la Fe, La transfiguración, La circuncisión y La asunción.
Hay un antiguo Ecce homo sedente, llamado popularmente el Señor del cacao. Es una escultura mexicana de caña de maíz procedente de la primera catedral, y muy venerada por los indígenas durante la colonia, quienes a falta de monedas depositaban como ofrenda semillas de cacao, que en época prehispánica se consideraban valiosas piezas de cambio. En la actualidad es común que los niños depositen ofrendas en forma de caramelos.
Capilla de San Cosme y San Damián
Entre los retablos que decoran el interior de la Catedral Metropolitana, el principal está dedicado a honrar a los santos tutelares de la capilla, consta de dos cuerpos, el remate y tres entrecalles. Es uno de los retablos catedralicios del siglo XVII en los que se puede afirmar que tiene un acento manierista y como prueba de ellos están las columnas clasicistas estriadas. El retablo fue concebido para albergar pinturas, las cuales exaltan la vida de los santos médicos Cosme y Damián y se deben al pintor Sebastián López Dávalos. Este pintor también fue uno de los artistas que corroboraron el
Capilla de los Ángeles
Sirve de basamento a lo torre occidental, y fue concluida entre 1653 y 1660. Esta primera capilla fue destruida por un incendio en 1711, por lo que fue inmediatamente sustituida por la actual, finalizada en 1713. Cuenta con unos fastuosos retablos barrocos con esculturas estofadas y policromadas, obras de Manuel de Nava, que representan a los siete arcángeles.
Capilla de las Ánimas
La sacristía
En el interior de la sacristía se puede admirar enormes cuadros de los pintores novohispanos Cristóbal de Villalpando y Juan Correa. Los títulos de los cuadros son: El Triunfo De La Iglesia, La aparición de San Miguel (Villalpando), El Tránsito De La Virgen y La Entrada De Cristo A Jerusalén (Correa). Asimismo, hay una pintura atribuida al pintor español Bartolomé Esteban Murillo.
Las criptas
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
La catedral cuenta con criptas para los fieles que deseen adquirir, aunque actualmente se encuentra todavía en proceso de reparación y por lo tanto para ingresar, es necesario ser poseedor o visitante de un nicho en específico.
Debajo del Altar de los Reyes se encuentra la cripta principal que alberga los restos de los arzobispos que han sido titulares de la Arquidiócesis, desde Fray Juan de Zumárraga hasta el Cardenal Ernesto Corripio y Ahumada, cuyos restos fueron depositados en abril de 2008. En el centro de la cripta de los Arzobispos hay un cenotafio con la figura de Zumárraga y todos los demás arzobispos están colocados en nichos en las paredes. Debajo del monumento de Zumárraga hay una escultura azteca que representa una calavera. Otra escultura prehispánica geométrica fue incorporada en la parte inferior del altar.
Los campanarios
Las torres de la Catedral tienen una altura entre 64 y 67 metros. Cada una está rematada en forma de campana (Ortiz de Castro, 1788). La campana puede ser tomada como un símbolo de la comunicación entre Dios y el hombre. Entre las dos cuentan con espacio suficiente para albergar 56 campanas, aunque al día de hoy son treinta las que han sido colocadas. La mayor de ellas tiene el nombre de Santa María de Guadalupe y pesa alrededor de trece toneladas. La más antigua, Santa María de la Asunción (también conocida como Doña María), es de 1578. La más nueva es del año 2002 y fue colocada con motivo de la canonización de Juan Diego. Fue bendecida por el papa Juan Pablo II. Dentro de la parte superior de cada torre hay escaleras de madera de forma elipsoidal, de las cuales hay muy pocos ejemplos en el mundo. Estas escaleras helicoidales u ovaladas son, como se decia líneas arriba poco utilizadas pues el deterioro ocasionado por el tiempo y es evidente, por lo cual solo son usadas por los campaneros, entre los que destacan Rafael Parra Castañeda Campanero Mayor, o algunos voluntarios como Alejandro Campos Lamas, Decano de la Pastoral de Campaneros o Angel Miguel Donaciano Guía oficial del sitio. Empero, el enorme desgaste de escaleras y zonas del campanario se ha agudizado por la extensiva vista de turistas a un sitio no hecho para ello, por lo cual se recomienda no realizar la visita que se considera de alto riesgo.
El sagrario
De estilo barroco de estípite en su fachada y neoclásico al interior.
Su materia es de cantera gris y tezontle. Tiene dos portadas, una al sur y otra al oriente. Es de planta de cruz latina, y es la parroquia de la Catedral Metropolitana, anexa a ésta.
Sus portadas son de estilo barroco churrigueresco, con pilastras estípite y de forma triangular, obra singular de la arquitectura colonial.
twitter.com/Memoire2cite les 30 glorieuses . com & l'Architecture Hospitalière centre hospitalier universitaire ou pas Les hôpitaux modernes sont conçus pour minimiser les efforts du personnel médical et réduire les risques de contamination, tout en optimisant l’efficacité du système dans son ensemble. La longueur des déplacements du personnel au sein de l’hôpital est réduite et le transport des patients d’une unité à une autre facilité. Le bâtiment doit intégrer des départements lourds, comme la radiologie et les blocs opératoires, tout en prenant en compte d’importantes spécificités en termes de raccordements électriques, de plomberie, et de gestion des déchets.Cependant, on remarque que les hôpitaux « modernes » sont souvent le produit d’une croissance qui s’étale sur des décennies ou même des siècles, fréquemment mal contrôlée. Cette croissance a entraîné des ajouts successifs, nécessaires mais désorganisés, en fonction des besoins et des ressources financières.Cor Wagenar, historien en architecture néerlandais, considère que de nombreux hôpitaux sont des catastrophes, des institutions anonymes et complexes où règne la bureaucratie et totalement inadaptées à la fonction pour laquelle elles ont été créées. Elles ne sont généralement pas fonctionnelles, et au lieu de mettre les patients à l’aise, elles créent du stress et de l’anxiété.Certains hôpitaux, plus récents, tentent de retrouver des architectures prenant en compte la psychologie des patients, comme une meilleure aération, des vues plus dégagées ou encore des couleurs plus agréables à l’œil. On renoue avec les concepts anciens du « bon air » et des « pouvoirs guérisseurs de la nature » qui furent employés lors du développement des hôpitaux pavillonnaires. Des études menées par la British Medical Association ont montré qu’une bonne architecture hospitalière peut réduire la période de guérison des patients. L’exposition au soleil aide à lutter contre la dépression ; des chambres non-mixtes permettent plus d’intimité et favorisent une certaine dignité des malades ; la présence d’espaces verts et de jardins est également importante : regarder par la fenêtre améliore l’humeur des patients, diminue leur tension et leur niveau de stress. La disparition des longs couloirs réduit la fatigue et le stress des infirmières.Autre mutation actuelle notable la migration d’un système de chambres communes divisées par des cloisons amovibles vers un système de chambres individuelles. Le système de chambres aménageables est considéré comme très efficace, surtout par le personnel médical, mais il est beaucoup plus stressant pour les patients et nuit à leur intimité. Mais demeure la contrainte importante du coût de ces chambres et de leur maintenance, ce qui pousse certains hôpitaux à tarifier plus cher pour des chambres individuelles. www.citedelarchitecture.fr/fr/video/architecture-hospital... www.youtube.com/watch?v=8pB9GEZI-Fg 15. Architecture hospitalière de la fin du XVIIIe siècle à nos jours
Pierre-Louis Laget, conservateur du patrimoine, chercheur dans le service de l'Inventaire général de la région Nord-Pas-de-CalaisDans le contexte du vaste mouvement de réflexion portant sur l'architecture et l'hygiène hospitalière qui prit naissance à la suite de l'incendie de l'Hotel-Dieu de Paris en 1772, fut élaboré un nouveau parti architectural, appelé bientôt système pavillonnaire, consistant à scinder un établissement hospitalier en une série de bâtiments indépendants, reliés ou non par des galeries de services aériennes ou encore souterraines. « Dans les années 1950, le biologiste et médecin américain Jonas Salk (1914-1995)
cherchait un traitement contre la poliomyélite dans un sombre laboratoire d’un soussol de Pittsburgh. Les progrès étaient lents, et, pour s’aérer l’esprit, Salk fit un voyage à
Assise, en Italie, où il visita la basilique Saint-François d’Assise datant du XIII e siècle,
se promenant entre les colonnes et dans les jardins des cloîtres. Là, de nouvelles idées
surgirent dans son esprit, dont celle qui finit par le conduire à un vaccin efficace contre
la poliomyélite, en 1955. Le chercheur devint convaincu que l’environnement d’un
bâtiment peut influer sur l’esprit. Dans les années 1960, il s’associa à l’architecte Louis
Kahn (1901-1974) pour construire l’Institut Salk à La Jolla, près de San Diego en
Californie : cela devait être un établissement de recherche capable de stimuler la
créativité des scientifiques. Salk redécouvrait ainsi ce dont les architectes ont l’intuition
de longue date : les endroits que nous habitons peuvent agir sur nos pensées, nos
sentiments et nos comportements. Depuis plusieurs années, les spécialistes du
comportement apportent des arguments empiriques en ce sens. Leurs recherches
suggèrent qu’il est possible de concevoir les espaces de vie qui favorisent la créativité,
l’attention et la vigilance, ou la relaxation et la convivialité ». (Cerveau & Psycho,
2009, n° 33, p. 30). La lecture de ce début d’un article intitulé « Comment l’architecture
influence notre pensée » dans la revue Cerveau & Psycho a fortement résonné en moi
au moment où je construisais le projet du présent mémoire dans la mesure où cela faisait
écho à des intuitions que j’avais forgées comme patient et que je souhaitais interroger
en tant que futur architecte. Cela a été un des éléments qui m’ont décidé à travailler sur
l’architecture des bâtiments de santé sous l’angle de la perception qu’en ont les usagers.Plus que pour d’autres bâtiments, la construction d’un hôpital s’avère extrêmement
contrainte par un programme d’une grande complexité fixé en amont et avec lequel
l’architecte doit composer tout comme avec le site et les règles, elles aussi très
contraignantes, de la composition architecturale. Il s’appuie aussi, pour avancer dans
son projet, sur les besoins sociaux dont il a la connaissance ou l’intuition. Ainsi Pierre
Riboulet (1994), dans le journal qu’il tient de sa réflexion de cinq mois (de mai à
octobre 1980) sur le projet du grand hôpital pédiatrique Robert Debré, note, dès les
premiers jours, les 13 et 17 mai: « Que les enfants entrent là comme dans un lieu
familier, un lieu dont ils aient l’habitude » et, inventoriant « les lieux que pratiquent les
enfants dans les villes », (« des endroits où l’on peut courir, où il n’y a pas de
voitures », « des endroits qui ne font pas mal, où il y a les copains et les copines, où l’on
peut rigoler »), il conclut : « Il faudrait entrer dans l’hôpital comme on passe dans une
rue, une galerie où il y beaucoup de choses à regarder, où l’on peut aller et venir sans
obligation, courir et rêver. » De cela découle un bâtiment dont il affirme « qu’il ne faut
pas faire là un édifice » et qu’il cherche à rendre, avec le succès que l’on sait, le moins
intimidant possible pour des enfants.
Il s’avère qu’en plus de son intuition certaines recherches peuvent aussi renseigner
l’architecte et le programmiste sur les besoins fondamentaux des patients. Menées en
psychologie environnementale (Moser, 2009) ou en géographie de la santé (Gesler,
2003), elles ont mis en exergue différents facteurs contribuant au bien-être comme
constitutif de la santé dans la définition que donne l’OMS de cette dernière dans la
constitution de 1946 et qui fait toujours référence : « La santé est un état de complet
bien-être physique, mental et social et ne consiste pas seulement en une absence de
maladie et d’infirmité. ». Ces recherches incitent à prendre en compte, dans la
conception et dans l’évaluation d’un bâtiment de santé, la relation qu’établissent avec
ce bâtiment les usagers, et en particulier les patients. Il ne s’agit évidemment pas là d’un
élément tout à fait nouveau et une relation a sans doute été établie, de longue date, entre
la qualité d’un bâtiment de santé ou d’un lieu thérapeutique et le bien-être apporté au
patient. L’intérêt des recherches évoquées ci-dessus est, en affirmant avec force que « le
soin et le lieu sont inséparables » (Gessler, 2003) de tenter de trouver des critères
objectifs susceptibles d’expliquer la dimension « thérapeutique » d’un lieu de santé.C’est sur cette dimension que porte le présent mémoire qui étudie un service de Soins
de Suites et de Réadaptation (S.S.R), en l’occurrence celui de l’Hôpital Rothschild, à
Paris, dans lequel j’ai été invité en immersion du 28 mai au 7 juin 2013. L’objectif est
de comprendre et décrire la manière dont les différents usagers de ce SSR vivent le lieu
dans lequel ils exercent leur métier ou sont hospitalisés, quelle importance ils lui
accordent et sur quels points. Au plan architectural et programmatique, mon hypothèse
est que ce détour par les usagers et leur relation au lieu peut venir alimenter le cahier
des charges d’un bâtiment de santé en prenant appui non sur les seules intuitions mais
sur des éléments récurrents dans le discours des usagers.
Dans une première partie, je pose les bases théoriques qui permettent de penser cette
question et présente, en seconde partie, les choix méthodologiques effectués. Les
principaux résultats, présentés en troisième partie, m’amènent à une conclusion dans
laquelle j’envisage les éléments programmatiques qui découlent de mon enquête pour un bâtiment de santé et les pistes de réflexion ouvertes. ---- Comment est-on passé de la salle commune à la chambre individuelle ?
Comment l’hôpital, d’abord hospice, est devenu établissement de soins ?
Quelle est l’histoire des maternités, des lazarets, des asiles d’aliénés ? Autant
de réponses à découvrir dans le voyage architectural à travers toute la France
auquel invite ce bel ouvrage illustré de 592 pages, qui retrace l’histoire de
l’hôpital et de son architecture en France du Moyen-Âge à nos jours.
Jusqu’au siècle des Lumières, l’hôpital, lieu de charité chrétienne et d’exclusion
sociale, est aussi le premier outil d’une politique sanitaire balbutiante. L’incendie
de l’hôtel-Dieu de Paris, en 1772, est le catalyseur d’une double réflexion sur
la prise en charge des démunis et sur les réponses architecturales accordées
à une première médicalisation de l’hôpital. Ainsi architectes et médecins
poursuivent tout au long du XIXe
siècle la même chimère : une architecture en
mesure de soigner le corps et l’esprit. L’hygiénisme impose alors durablement
le plan en « double peigne » puis le système du pavillon isolé tandis que
les découvertes de Pasteur tardent à faire valoir leur logique. Inversement,
dans l’Entre-deux-guerres, ce sont les données économiques, sociales et
architecturales qui précèdent la révolution de l’antibiothérapie pour donner
naissance à l’hôpital-bloc. Les Trente Glorieuses appliquent à l’institution leur
politique centralisatrice, prescriptrice de modèles fonctionnels. Aujourd’hui,
les maîtres mots sont désormais humanisation et insertion urbaine.
Explorer l’histoire des hôpitaux en France revient à cheminer auprès du
pèlerin, de l’indigent, du marginal, du déviant, du fou, de l’enfant abandonné,
du vieillard, de l’infirme, du malade, aujourd’hui du patient. C’est surtout
découvrir, présents dans toutes nos villes, des bâtiments d’exception. L’histoire de l’hôpital est à tout à fait exemplaire de ces glissements progressifs, presque
insensibles quand on travaille sur une période courte, mais spectaculaires quand on prend
le sujet dans toute son ampleur : de la salle médiévale, qui n’offre qu’un abri, et un abri
dangereux, aux machines à guérir ultra-spécialisées d’aujourd’hui, dont les programmes
fournis par les maîtres d’ouvrage aux architectes comptent plusieurs centaines, voire
plusieurs milliers de pages.
On pourra donc faire une double lecture de ce livre : on y trouvera une histoire complète
et détaillée sur la longue durée et jusqu’au temps présent de l’hôpital en France, mais
aussi une très belle illustration de méthode. La clé de l’architecture est sans doute du
côté de la construction et sa poésie du côté des ornements, mais les causes profondes de
son évolution se trouvent d’abord du côté des programmes et de ce qui les conditionne
(mœurs, usages, mentalités, société, etc.).
Les auteurs de ce très bel ouvrage de synthèse sur les hôpitaux français n’ont pas organisé leur matière en fonction de l’histoire des styles, mais bien en fonction des causes
profondes de l’évolution des hôpitaux, c’est-à-dire en fonction d’une conception très
large de la médecine, incluant les connaissances vraies ou fausses sur la transmission
des maladies, mais aussi en fonction de la législation sur la santé publique. Ils rendent
donc lumineux ce lent processus, avec ses moments de basculements et de brusques
accélérations, qui remodèle leur objet. Ils n’en négligent pas pour autant les autres
facettes, des structures constructives aux styles et aux ornements. L’illustration, toujours judicieuse, offre à cet égard un tableau historique fascinant qui permet soit de
descendre dans le fil du temps, soit d’y remonter, soit encore de faire de magnifiques
arrêts sur image. Ces bâtiments en effet portent en eux des leçons d’architecture : ils
montrent que celle-ci, lorsqu’elle est belle, a pu et peut encore apporter aux cœurs des
hommes une joie ou une sérénité, lesquelles peuvent aussi contribuer à la guérison.
Au moment où le patrimoine hospitalier français connaît un bouleversement profond, à
la fois par l’émergence de toute une génération de nouveaux hôpitaux (où l’excellence
médicale n’est pas toujours au rendez-vous, tant les problèmes sont devenus complexes), et par la désaffectation de nombreux hôpitaux anciens, qui paraissent obsolètes,
ce qui conduit parfois à leur disparition et trop rarement à leur réhabilitation, il paraît
bien utile de revenir sur cette histoire. Or les auteurs de ce livre nous offrent une lecture profondément renouvelée par un recours systématique aux archives, manuscrites
ou imprimées, et clairement structurée par cette attention aux causes profondes de
ces mutations, dont la dernière se produit sous nos yeux.
Au lecteur maintenant d’entrer dans ce territoire défriché, balisé, éclairé, sous la
conduite des meilleurs guides. file:///C:/Users/u/Downloads/dp_hopitaux_121012-1.pdf -- file:///C:/Users/u/Downloads/08-Dossier+HOPITAL.pdf - le Logement Collectif* 50,60,70's dans tous ses états..Histoire & Mémoire de l'Habitat / Rétro-Villes / HLM / Banlieue / Renouvellement Urbain / Urbanisme 😊 De grandes barres d’immeubles, appelées les grands ensembles, sont le symbole de nos banlieues. Entrée Libre revient sur le phénomène de destruction de ces bâtiments qui reflètent aujourd’hui la misere www.youtube.com/watch?v=mCqHBP5SBiM Quatre murs et un toit 1953 Scenario et réalisation Pierre Jallaud MRU (ministère de la reconstruction et de l'urbanisme) www.dailymotion.com/video/xk6xui twitter.com/Memoire2cite/status/1121877386491043840/photo... Avril 1993, 6 ans après l'implosion de la tour DEBUSSY des 4000, 30% seulement des travaux de rénovation ont été réalisés et le chômage frappe toujours 1/3 des hbts. C'est un échec. A Mantes la Jolie, 6 mois après la destruction des 4 tours du Val Fourré, www.youtube.com/watch?v=ta4kj05KJOM … Banlieue 89, Bacalan à Bordeaux 1986 - Un exemple de rénovation urbaine et réhabilitation de l'habitat dans un des quartiers de Bordeaux La Cité Claveau à BACALAN. A l'initiative du mouvementla video içi www.youtube.com/watch?v=IN0JtGBaA1o … L'assoçiation de ROLLAND CASTRO @ Le Plan Banlieue 89 - mode d'emploi - Archive INA - La video içi. TRANSFORMER LES PAYSAGES URBAINS AVEC UNE APPROCHE CULTURELLE www.youtube.com/watch?v=Aw-_f-bT2TQ … SNCF les EDITIONS DU CABRI PRESENTE PARIS LA BANLIEUE 1960-1980 -La video Içi.
www.youtube.com/watch?v=lDEQOsdGjsg … Içi la DATAR en 1000 clichés missionphotodatar.cget.gouv.fr/accueil - Notre Paris, 1961, Réalisation : André Fontaine, Henri Gruel Les archives filmées de la cinémathèque du ministère de 1945 à nos jours içi www.dailymotion.com/video/xgis6v?playlist=x34ije
31 TOULOUSE - le Mirail 1962 réalisation : Mario Marret construction de la ville nouvelle Toulouse le Mirail, commentée par l'architecte urbaniste Georges Candilis le film www.dailymotion.com/video/xn4t4q?playlist=x34ije Il existe de nos jours, de nombreux photographes qui privilégient la qualité artistique de leurs travaux cartophiles. A vous de découvrir ces artistes inconnus aujourd’hui, mais qui seront peut-être les grands noms de demain.Les films du MRU - Le temps de l'urbanisme, 1962, Réalisation : Philippe Brunet www.dailymotion.com/video/xgj2zz?playlist=x34ije … … … … -Les grands ensembles en images Les ministères en charge du logement et leur production audiovisuelle (1944-1966) MASSY - Les films du MRU - La Cité des hommes, 1966, Réalisation : Fréderic Rossif, Albert Knobler www.dailymotion.com/video/xgiqzr?playlist=x34i - Les films du MRU @ les AUTOROUTES - Les liaisons moins dangereuses 1972 la construction des autoroutes en France - Le réseau autoroutier 1960 Histoire de France Transports et Communications - www.dailymotion.com/video/xxi0ae?playlist=x34ije … - A quoi servaient les films produits par le MRU ministère de la Reconstruction et de l'Urbanisme ? la réponse de Danielle Voldman historienne spécialiste de la reconstruction www.dailymotion.com/video/x148qu4?playlist=x34ije … -les films du MRU - Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : la préfabrication en usine, le coffrage glissant... www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije … - TOUT SUR LA CONSTRUCTION DE NOTRE DAME LA CATHEDRALE DE PARIS Içi www.notredamedeparis.fr/la-cathedrale/histoire/historique... -MRU Les films - Le Bonheur est dans le béton - 2015 Documentaire réalisé par Lorenz Findeisen produit par Les Films du Tambour de Soie içi www.dailymotion.com/video/x413amo?playlist=x34ije …
archipostcard.blogspot.com/search?updated-max=2009-02-13T... -Créteil.un couple à la niaiserie béate exalte les multiples bonheurs de la vie dans les new G.E. www.youtube.com/watch?v=FT1_abIteFE … La Ville bidon était un téléfilm d'1 heure intitulé La Décharge.Mais la censure de ces temps de présidence Pompidou en a interdit la diffusion télévisuelle - museedelacartepostale.fr/periode-semi-moderne/ - archipostalecarte.blogspot.com/ - Hansjörg Schneider BAUNETZWOCHE 87 über Papiermoderne www.baunetz.de/meldungen/Meldungen_BAUNETZWOCHE_87_ueber_... … - ARCHITECTURE le blog de Claude LOTHIER içi leblogdeclaudelothier.blogspot.com/2006/ - - Le balnéaire en cartes postales autour de la collection de David Liaudet, et ses excellents commentaires.. www.dailymotion.com/video/x57d3b8 -Restaurants Jacques BOREL, Autoroute A 6, 1972 Canton d'AUXERRE youtu.be/LRNhNzgkUcY munchies.vice.com/fr/article/43a4kp/jacques-borel-lhomme-... … Celui qu'on appellera le « Napoléon du prêt-à-manger » se détourne d'ailleurs peu à peu des Wimpy, s'engueule avec la maison mère et fait péricliter la franchise ...
museedelacartepostale.fr/blog/ - museedelacartepostale.fr/exposition-permanente/ - www.queenslandplaces.com.au/category/headwords/brisbane-c... - collection-jfm.fr/t/cartes-postales-anciennes/france#.XGe... - www.cparama.com/forum/la-collection-de-cpa-f1.html - www.dauphinomaniac.org/Cartespostales/Francaises/Cartes_F... - furtho.tumblr.com/archive
le Logement Collectif* 50,60,70's, dans tous ses états..Histoire & Mémoire d'H.L.M. de Copropriété Renouvellement Urbain-Réha-NPNRU., twitter.com/Memoire2cite tout içi sig.ville.gouv.fr/atlas/ZUS/ - media/InaEdu01827/la-creatio" rel="noreferrer nofollow">fresques.ina.fr/jalons/fiche-media/InaEdu01827/la-creatio Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije la préfabrication en usine www.dailymotion.com/video/xx6ob5?playlist=x34ije , le coffrage glissant www.dailymotion.com/video/x19lwab?playlist=x34ije ... De nouvelles perspectives sont nées dans l'industrie du bâtiment avec les principes de bases de l'industrialisation du bâtiment www.dailymotion.com/video/x1a98iz?playlist=x34ije ,
www.dailymotion.com/video/xk6xui?playlist=x34ije , www.dailymotion.com/video/xk1dh2?playlist=x34ije :- que dire de RICARDO BOFFIL Les meilleures balades que j’ai fait autour de Paris je les ai faites dans l’application Plans. Je ne minore pas le rôle de Google Maps, révolution cartographique sans précédent et sans égale, qui aura réalisé nos fantasmes d’Aleph borgesien — l’idée d’un point d’où le monde serait visible en totalité — parachevé Mercator et permis d’explorer des parties du globe inconnues de Cook, Bougainville et Amundsen. Je n’oublie pas non plus cet exercice de cartographie au collège, qui nous avait démontré que nous étions à 3 cartes IGN de la capitale, et que le tissu urbain était de plus en plus serré à mesure que nous avancions vers le nord. Mais Plan possédait une fonctionnalité inédite, le Flyover, technologie à l’origine destinée aux pilotes de chasse, et qui fournissait des rendus 3D spectaculaire des bâtiments survolés — ainsi que des arbres et des déclivités du sol.
On quittait enfin les champs asphyxiants de la photographie aérienne pour des vues à l’oblique des villes visitées : après un siècle d’écrasement — la photographie aérienne est étroitement contemporaine du bombardement aérien — les villes reprenaient enfin de la vigueur et remontaient vers le ciel. J’avais d’ailleurs effectué moi-même une manœuvre de redressement similaire le jour où j’étais parti, à pied depuis Paris, visiter à Nanterre une exposition sur la photographie aérienne. J’étais à la quête des premières vues de Paris qu’avait prises Nadar depuis un ballon captif. À défaut de ces images, définitivement manquantes, j’avais parcouru, après la Grande Arche, les derniers kilomètres de la Voie Royale, cette prodigieuse perspective historique partie du Louvre — rare exemple de frise chronologique implémentée dans une structure urbanistique.
J’avais en réalité un peu dévié de la ligne droite pour aller voir les tours Nuages d’Emile Aillaud, le Facteur Cheval du modernisme, dont je connaissais déjà les autres chefs d’œuvres d'architecture naïve, les nouilles chinoises de Grigny et le spaghetti de Pantin.
C’était précisément l’usage que j’avais fait de l’application Plans : j’étais parti à la recherche de tous les groupements de tour qu’elle m’avait permis d’identifier, sur mon iPad. Je les faisais tourner avec deux doigts, comme un éclaireur qui marcherait autour d’un donjon, avant de les immortaliser, sous leur plus bel angle, par une capture d’écran.Un éclaireur autour d’un donjon : c’était exactement cela, qui m’avait fasciné. Les guerres territoriales entre Les Tarterêts de Corbeil et les Pyramides d’Evry avaient marqué mon enfance. La notion de cité, telle qu’elle avait été définie, à partir des années 80, dans le second âge des grands ensembles, l’âge du déclin, avait conservé un cachet médiéval. Ici, vivaient guetteurs et trafiquants, condottieres à la tête d’une écurie de go-fast et entretenant des chenils remplis de mâtins rares et dangereux. Ici, l’État central ne remplissait plus ses tâches régaliennes, ici la modernité laïque était entrée en crise. Mais ce que j’avais découvert, en collectionnant ces captures d’écran, c’était à quel point l’urbanisme de la banlieue parisienne était, strictement, d’obédience médiévale. On était passé, d’un seul mouvement et sans même s’en rendre compte de Château-Gaillard à la Cité 4000, du Donjon de Vincennes aux tours de Sarcelles, du château de Gisors aux choux fleurs de Créteil.J’ai même retrouvé la colonne détruite du désert de Retz dans le babylonien château d’eau de Noisiel.
Des hauteurs de Rosny à celle de Chanteloup, du plateau de Clichy à la dalle d’Argenteuil, on avait bizarrement livré des pastiches inconscients de la grande architecture militaire médiévales : les environs de Paris s’étaient retrouvés à nouveau fortifiés, la vieille tour de Montlhéry n’était plus solitaire, et même les immeubles de briques rouges qui avaient succédé à l’enceinte de Thiers évoquaient des murailles.
Et ce que j’avais initialement pris pour des anomalies, des accidents malheureux du post-modernisme, les grand ensembles voûtés et cannelés de Ricardo Boffil, étaient peut-être ce qui exprimait le mieux tout cela — ou du moins qui clôturaient avec le génie le plus clair cet âge des grands ensembles.
Car c’était cela, ces Carcassonnes, ces Acropoles, ces Atlandides qui surnageaient avec le plus de conviction au milieu des captures d’écrans de ruines médiévales qui s’accumulaient sur mon bureau.
Si décriées, dès leur construction, pour leur kitch intolérable ces mégastructures me sont soudain apparues comme absolument nécessaires.
Si les Villes Nouvelles n’ont jamais existé, et persisteront dans la mémoire des hommes, elles le doivent à ces rêveries bizarres et grandioses, à ces hybridations impossibles entre les cités idéales de Ledoux et les utopies corbuséennes.
L’Aqueduc de Saint-Quentin-en-Yvelines, les Espaces d’Abraxas à Marne-la-Vallée, les Colonnes de Saint-Christophe à Cergy-Pontoise sont les plus belles ruines du Grand Paris.
www.franceculture.fr/emissions/la-conclusion/ricardo-bofill immerssion dans le monde du logement social, l'univers des logements sociaux, des H.B.M au H.L.M - Retour sur l'histoire du logement collectif d'apres guerre - En Françe, sur l’ensemble du territoire avant, 4 millions d’immeubles étaient vétustes, dont 500.000 à démolir; au total 10% des logements étaient considérés comme insalubres et 40% réputés d’une qualité médiocre, et surpeuplés. C’est pour ces raisons que, à partir de 1954, le Ministre à la Reconstruction et au Logement évalue le besoin en logements à 2.000.660, devenant ainsi une priorité nationale. Quelques années plus tard à l’appel de l’Abbé Pierre, le journaliste Gilbert Mathieu, en avril 1957 publiait dans le quotidien Le Monde une série d’articles sur la situation dramatique du logement : Logement, notre honte et dénonçant le nombre réduit de logements et leur impitoyable état. Robert Doisneau, Banlieue après-guerre, 1943-1949 /Le mandat se veut triple : reconstruire le parc immobilier détruit durant les bombardements essentiellement du printemps/été 1944, faire face à l’essor démographique et enfin résorber l’habitat insalubre notamment les bidonvilles et les cités de transit. Une ambition qui paraît, dès le début, très élevée, associée à l’industrialisation progressive de la nation entre autre celle du secteur de la construction (voir le vidéo de l’INA du 17 juillet 1957 intitulée La crise du logement, un problème national. Cela dit, l’effort pour l’État français était d’une ampleur jamais vue ailleurs. La double nécessité de construire davantage et vite, est en partie la cause de la forme architecturale excentrique qui constituera les Grands Ensembles dans les banlieues françaises. Cinq caractéristiques permettent de mieux comprendre ce terme : la rupture avec le tissu urbain ancien, un minimum de mille logements, une forme collective (tours, barres) de quatre jusqu’à vingt niveaux, la conception d’appartements aménagés et équipés et enfin une gestion destinée pour la plupart à des bailleurs de logement social.
Pour la banlieue parisienne leur localisation s’est opérée majoritairement dans la périphérie, tandis que dans les autres cas, plus de la moitié a été construite dans le centre ville, le plus souvent à la limite des anciens faubourgs.
Architecture d’Aujourd’hui n° 46, 1953 p. 58-55
C’est le triomphe de l’urbanisme fonctionnel et rationaliste cher à Le Corbusier. Entre 1958 et 1973, cent quatre-vingt-quinze Zones à Urbaniser en Priorité (ZUP) sont créées, comprenant deux millions de logements, essentiellement de type populaire en Habitations à Loyer Modéré (HLM), mais pas exclusivement, remplaçant ainsi les anciennes Habitations à Bon Marché (HBM) crées en 1894. Selon le décret du 27 mars 1954 qui en fixe les conditions d’attribution, les bénéficiaires de la législation n’ont pas changé, ce sont toujours des « personnes peu fortunées vivant principalement de leur salaire », selon la loi Strauss de 1906. En 1953, tous les HLM voient leur surface maximale se réduire, en passant de 71 à 65 mètres carrés pour un quatre pièces. L’accès au logement des familles modestes se fera donc au détriment de la qualité et quantité de l’espace habité pour des familles nombreuses. À ce propos, le sociologue Thierry Oblet a bien montré comment se sont articulées les pensées des architectes et des ingénieurs modernistes, avec leur souci planificateur d’un État interventionniste[8] grâce à l’hégémonie du béton, de la ligne droite et de la standardisation de la construction.
Les exemples de cette architecture restent nombreux : de la Cité de 4000 (pour 4000 logements) à la Courneuve en Seine-Saint-Denis (93) aux logements de 15 étages aux balcons pétales, appelés « Chou-fleur » à Créteil en Val-de Marne (94) dessinés au début des années 70 par l’architecte Gérard Grandval. De la Cité des nuages à Nanterre dans les Hauts-de-Seine (92) à la Grande borne construite entre 1967 et 1971 sur le territoire des communes de Grigny et Viry-Châtillon, dans l’Essonne (91) en passant par la Noé à Chanteloup-les-Vignes dans le département des Yvelines (78) scénario du célèbre film La Haine[9] de Kassovits.
Récemment, plusieurs expositions photographiques se sont
concentrées sur cette nouvelle figure de l’urbanisme fonctionnaliste français de l’après-guerre. Par exemple Toit&Moi, 100 ans de logement social (2012), Les Grands ensembles 1960-2010 (2012) produite par l’école supérieure d’arts & médias de Caen/Cherbourg, selon un projet du Ministère de la Culture et de la Communication. Enfin l’exposition Photographie à l’œuvre, (2011-2012) d’Henri Salesse, photographe du service de l’inventaire du Ministère de la Reconstruction et de l’Urbanisme et Voyage en périphérie (2012) de Cyrus Cornut.
Il s’agissait là non seulement d’un progrès matériel, mais aussi démocratique, donnant ainsi à chaque citoyen, la possibilité d’accéder à son petit appartement doté de tous les conforts de l’époque. La recherche d’économie et de rapidité dans la conduite des chantiers portent à l’utilisation du béton comme matériel privilégié et à des plans architecturaux aussi simples que possible avec la réalisation de logements standardisés, dont les barres et les tours deviennent les figures principales : Au mitan des années cinquante, apparurent d’étranges formes urbaines. Des immeubles d’habitation de plus en plus longs et de plus en plus hauts, assemblés en blocs qui ne s’intégraient pas aux villes existantes. Ces blocs s’en différenciaient ostensiblement et parfois comme systématiquement, s’en isolaient. Ils semblaient faire ville à part. Surtout ils ne ressemblaient pas à ce qu’on avait l’habitude d’appeler ville. Et leur architecture aussi, qui était tellement déroutante. On les a nommés » grands ensembles. Cité de l’Abreuvoir, Bobigny (93), 2003 (Inventaire général du Patrimoine, Région Ile de France / Stéphane Asseline)
Bref, entre 1946 et 1975 le parc immobilier français passe de 12,7 millions à 21 millions de logements. Environ 8 millions de ceux-ci sont neufs, construits entre 1953-1975 – dont la moitié sous forme de grands ensembles – et près de 80 % des logements grâce à une aide de l’État avec des crédits publics. Le nombre de logements sociaux passe de moins de 500.000 à près de 3 millions, dont 43 % en région parisienne, où la demande est la plus forte[11]. Ce qui témoigne d’un effort énorme. Secrétariat d’État à la Reconstruction et au Logement, Supplément du logement en 1954, cité par Bachmann, C. Le Guennec, N., Violences urbaines…Op.cit, p.24. Alors que l’hiver 1954 est particulièrement rigoureux, l’abbé Pierre lance un appel en faveur des sans-logis et déshérités et organise des collectes de vêtements et de nourriture pour les plus démunis. Cela nous rappelle également que les inégalités sociales restaient particulièrement importantes à l’époque, malgré les débuts de la croissance économique, et que la crise du logement n’était pas encore complètement résolue. Danièle Voldman, La reconstruction des villes françaises de 1940 à 1954 : histoire d’une politique, Paris, L’Harmattan, 1997. Les Actualités françaises, La crise du logement, un problème national, 17 juillet, 1957, in fresques.ina.fr/…/la-crise-du-logement-un-probleme-n…, consulté le 20/02/2014. C’est l’urbaniste Marcel Rotival dans un numéro d’Architecture d’Aujourd’hui de juin 1935 (vol.1, n°6, juin 1935, p.57) qui propose pour la première fois cette terminologie pour désigner les Habitations à Bon Marché (HBM) et leur transformation en Habitations à Loyer Modéré (HLM), par la loi du 21 juillet 1951: « Nous espérons, un jour, sortir des villes comme Paris, non seulement par l’avenue des Champs Elysées, la seule réalisation de tenue sans laquelle Paris n’existerait pas, mais sortir par Belleville, par Charonne, par Bobigny, etc., et trouver harmonieusement disposés le long de larges autostrades, au milieu de grands espaces boisés, de parcs, de stades, de grandes cités claires, bien orientées, lumineusement éclairées par le soleil. » Largement reprise depuis les années 1950 dans le jargon administratif et public, elle apparaît pour la première fois dans un texte officiel qu’en 1973 avec la Circulaire Guichard, alors Ministre de l’Aménagement du territoire, de l’Equipement, du Logement et du tourisme. Celui-ci met un terme à la politique initiée après-guerre afin « d’empêcher la réalisation des formes d’urbanisation désignées généralement sous le nom de “grands ensembles”, peu conforme aux aspirations des habitants et sans justification économique sérieuse ». Paradoxalement, le terme de grands ensembles s’officialise donc au moment même où ils son mis en question. ZUP est un acronyme qui signifie Zone à Urbaniser en Priorité. Elles ont été créées par le décret N°58-1464 du 31 décembre 1958, afin de planifier et d’encadrer sur le territoire national, le développement urbain pour répondre à la carence de logements face à l’accroissement démographique et favoriser enfin la résorption de l’habitat insalubre. Oblet, Thierry, Gouverner la ville. Les voies urbaines de la démocratie moderne, Paris, PUF, 2003. En particulier par l’intermédiaire de la Société centrale de construction et de la Société centrale pour l’équipement du territoire, créées au milieu des années 1950 en tant que filiales de la Caisse des dépôts et consignations.
Kassovitz, Mathieu, La Haine, France, 1995.
Cornu, Marcel, Libérer la ville, Bruxelles, Casterman, 1977, p.60. Annie Fourcaut « Les banlieues populaires ont aussi une histoire », Projet 4/2007 (n° 299), pp. 7-15.
www.dailymotion.com/video/xw6lak?playlist=x34ije - Rue neuve 1956 la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, villes, villages, grands ensembles réalisation : Jack Pinoteau , Panorama de la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, ce film de commande évoque les villes et villages français détruits puis reconstruits dans un style respectant la tradition : Saint-Malo, Gien, Thionville, Ammerschwihr, etc. ainsi que la reconstruction en rupture avec l'architecture traditionnelle à Châtenay-Malabry, Arles, Saint Étienne, Évreux, Chambéry, Villeneuve-Saint-Georges, Abbeville, Le Havre, Marseille, Boulogne-sur-Mer, Dunkerque. Le documentaire explique par exemple la manière dont a été réalisée la reconstruction de Saint-Malo à l'intérieur des rempart de la vieille ville : "c'est la fidélité à l'histoire et la force du souvenir qui a guidé l'architecte". Dans le même esprit à Gien, au trois quart détruite en 1940, seul le château construit en 1494 pour Anne de Beaujeu, fille aînée de Louis XI, fut épargné par les bombardements. La ville fut reconstruite dans le style des rares immeubles restant. Gien est relevé de ses ruines et le nouvel ensemble harmonieux est appelé « Joyau de la Reconstruction française ». Dans un deuxième temps est abordé le chapitre de la construction des cités et des grands ensembles, de l’architecture du renouveau qualifiée de "grandiose incontestablement". S’il est précisé "on peut aimer ou de ne pas aimer ce style", l’emporte au final l’argument suivant : les grands ensembles, c'est la campagne à la ville, un urbanisme plus aéré, plus vert." les films caravelles 1956, Réalisateur : Jack Pinoteau (connu pour être le metteur en scène du film Le Triporteur 1957 qui fit découvrir Darry Cowl) www.dailymotion.com/video/xuz3o8?playlist=x34ije - www.dailymotion.com/video/xk1g5j?playlist=x34ije Brigitte Gros - Urbanisme - Filmer les grands ensembles 2016 - par Camille Canteux chercheuse au CHS -Centre d'Histoire Sociale - Jeanne Menjoulet - Ce film du CHS daté de 2014 www.youtube.com/watch?v=VDUBwVPNh0s … L'UNION SOCIALE POUR L'HABITAT le Musée des H.L.M. musee-hlm.fr/ union-habitat.org/ - EXPOSITION :LES 50 ANS DE LA RESIDENCe SALMSON POINT-Du JOUR www.salmsonlepointdujour.fr/pdf/Exposition_50_ans.pdf - Sotteville Construction de l’Anjou, le premier immeuble de la Zone Verte sottevilleaufildutemps.fr/2017/05/04/construction-de-limm... - www.20minutes.fr/paris/diaporama-7346-photo-854066-100-an... - www.ladepeche.fr/article/2010/11/02/940025-140-ans-en-arc... dreux-par-pierlouim.over-blog.com/article-chamards-1962-9... missionphoto.datar.gouv.fr/fr/photographe/7639/serie/7695...
Official Trailer - the Pruitt-Igoe Myth: an Urban History
www.youtube.com/watch?v=g7RwwkNzF68 - la dérive des continents youtu.be/kEeo8muZYJU Et la disparition des Mammouths - RILLIEUX LA PAPE & Dynacité - Le 23 février 2017, à 11h30, les tours Lyautey étaient foudroyées. www.youtube.com/watch?v=W---rnYoiQc …
Ginger CEBTP Démolition, filiale déconstruction du Groupe Ginger, a réalisé la maîtrise d'oeuvre de l'opération et produit les études d'exécution. L'emblématique ZUP Pruitt Igoe. vaste quartier HLM (33 barres de 11 étages) de Saint-Louis (Missouri) USA. démoli en 1972 www.youtube.com/watch?v=nq_SpRBXRmE … "Life is complicated, i killed people, smuggled people, sold people, but perhaps in here.. things will be different." ~ Niko Bellic - cité Balzac, à Vitry-sur-Seine (23 juin 2010).13H & Boom, quelques secondes plus tard, la barre «GHJ», 14 étages et 168 lgts, s’effondrait comme un château de cartes sous les applaudissements et les sifflets, bientôt enveloppés dans un nuage de poussière. www.youtube.com/watch?v=d9nBMHS7mzY … - "La Chapelle" Réhabilitation thermique de 667 logements à Andrézieux-Bou... youtu.be/0tswIPdoVCE - 11 octobre 1984 www.youtube.com/watch?v=Xk-Je1eQ5po …
DESTRUCTION par explosifs de 10 tours du QUARTIER DES MINGUETTES, à LYON. les tours des Minguettes ; VG des tours explosant et s'affaissant sur le côté dans un nuage de fumée blanche ; à 13H15, nous assistons à l'explosion de 4 autres tours - St-Etienne Métropole & Montchovet - la célèbre Muraille de Chine ( 540 lgts 270m de long 15 allees) qui était à l'époque en 1964 la plus grande barre HLM jamais construit en Europe. Après des phases de rénovation, cet immeuble a été dynamité en mai 2000 www.youtube.com/watch?v=YB3z_Z6DTdc … - PRESQU'ILE DE GENNEVILLIERS...AUJOURD'HUI...DEMAIN... (LA video içi parcours.cinearchives.org/Les-films-PRESQU-ILE-DE-GENNEVI... … ) Ce film de la municipalité de Gennevilliers explique la démarche et les objectifs de l’exposition communale consacrée à la presqu’île, exposition qui se tint en déc 1972 et janvier 1973 - le mythe de Pruitt-Igoe en video içi nextcity.org/daily/entry/watch-the-trailer-for-the-pruitt... … - 1964, quand les loisirs n’avaient (deja) pas le droit de cité poke @Memoire2cite youtu.be/Oj64jFKIcAE - Devenir de la ZUP de La Paillade youtu.be/1qxAhsqsV8M v - Regard sur les barres Zum' youtu.be/Eow6sODGct8 v - MONTCHOVET EN CONSTRUCTION Saint Etienne, ses travaux - Vidéo Ina.fr www.ina.fr/video/LXF99004401 … via - La construction de la Grande Borne à Grigny en 1969 Archive INA www.youtube.com/watch?time_continue=12&v=t843Ny2p7Ww (discours excellent en seconde partie) -David Liaudet : l'image absolue, c'est la carte postale" phothistory.wordpress.com/2016/04/27/david-liaudet-limage... … l'architecture sanatoriale Histoire des sanatoriums en France (1915-1945). Une architecture en quête de rendement thérapeutique..
passy-culture.com/wp-content/uploads/2009/10/Les-15-Glori... … … & hal.archives-ouvertes.fr/tel-01935993/document … explosion des tours Gauguin Destruction par implosion des Tours Gauguin (quartier de La Bastide) de Limoges le dimanche 28 novembre 2010 à 11 heures. Limoges 28/11/2010 youtu.be/cd0ln4Nqqbs … 42 Roanne - c'etait le 11 novembre 2013 - Souvenirs des HLM quartier du Parc... Après presque 45 minutes de retard, les trois dernières tours Chanteclair sont tombées. Le tir prévu etait à 11h14 La vidéo içi www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-les-3-dernieres-... … … www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-une-vingtaine-de... …Besançon (25) - la Nouvelle cité d'HLM La Planoise en 1960 avec la video des premiers habitants de Planoise en juin 1968 www.youtube.com/watch?v=LVKAkJSsCGk … … … archive INA … BEGIN Japanology - les utopies de l'extreme et Kenzo Tange l'architecte japonnais - la video içi www.youtube.com/watch?v=ZlAOtYFE4GM … 71 les Prés Saint-Jean a Chalon-sur-Saône - L'Implosion des 3 tours HLM de 15 etages le 5 décembre 2009 par FERRARI DEMOLITION içi www.youtube.com/watch?v=oDsqOjQJS8E … … … & là www.youtube.com/watch?v=ARQYQLORBBE … 21 DIJON Cité des Grésilles - c'etait l'implosion de la residençe HLM Paul Bur le 19 02 2010 www.youtube.com/watch?v=fAEuaq5mivM … … & la www.youtube.com/watch?v=mTUm-mky-sw … 59 - la technique dite du basculement - Destruction de l'immeuble Rhone a Lille avec pleins de ralentit içi video-streaming.orange.fr/actu-politique/destruction-de-l... … 21 Chenôve (le GRAND DIJON) - Implosion de la barre François RUDE le 3 nov 2010 (top video !!) www.youtube.com/watch?v=ClmeXzo3r5A … …Quand l histoire çe repete et çe repetera autant de fois que nesçessaire quand on voie la quantitée de barres 60 70's...dans le collimateur de l'ANRU2.. 77 MEAUX 3 grandes tours..& puis s'en vont.. Démolition Pierre Collinet Batiment Genêt, Hortensia et Iris - Reportage Journal le 26 juin 2011 youtu.be/fpPcaC2wRIc 71 CHALON SUR SAONE C'etait les Prés Saint Jean le 05 décembre 2009 , pour une implosion hlm hors du commun !!! Caméra mise à même le sol , à une vingtaine de mètres de la première tour .... www.youtube.com/watch?v=kVlC9rYU-gs … 78 les MUREAUX le 3 octobre 2010 ,Les dernières minutes de la Tour Molière aux Mureaux (Yvelines) et sa démolition par semi-foudroyage, filmés du quartier de la Vigne Blanche. www.youtube.com/watch?v=u2FDMxrLHcw …71 MACON LES GRANDES PERRIERES C'etait un 30 juin 2013, avec l'implosion de la barre HLM des Perrières par GINGER www.youtube.com/watch?v=EzYwTcCGUGA … … une video exceptionnelle ! c'etait Le Norfolk Court un ensemble résidentiel, le Norfolk Court, construit dans les années 1970, a été démoli à Glasgow en Ecosse le 9 mai 2016 . Il rate la démolition d'un immeuble au tout dernier moment LES PASSAGERS DU BUS EN PROFITE A SA PLAçE lol www.20minutes.fr/tv/t-as-vu/237077-il-rate-la-demolition-... … 69 LYON Quand La Duchère disait adieu à sa barre 230 le jeudi 2 juillet 2015
www.youtube.com/watch?v=BSwidwLw0NA … www.youtube.com/watch?v=BdLjUAK1oUk … www.youtube.com/watch?v=-DZ5RSLpYrM …Avenir Deconstruction : Foudroyage de 3 barres HLM - VAULX-EN-VELIN (69) www.youtube.com/watch?v=-E02NUMqDno Démolition du quartier Bachelard à Vaulx-en-Velin www.youtube.com/watch?v=DSAEBIYYpXY Démolition des tours du Pré de l'Herpe (Vaulx-en-Velin)
www.youtube.com/watch?v=fG5sD1G-QgU REPORTAGE - En sept secondes, un ensemble de 407 appartements à Vaulx-en-Velin a été détruit à l'explosif dans le cadre du renouvellement urbain... www.youtube.com/watch?v=Js6w9bnUuRM www.youtube.com/watch?v=MCj5D1NhxhI - St-QUENTIN LA ZUP (scic)- NOUMEA - NOUVELLE CALEDONIE historique de la cité Saint-Quentin içi www.agence-concept.com/savoir-faire/sic/
www.youtube.com/watch?v=_Gt6STiH_pM …[VIDEOS] Trois tours de la cité des Indes de Sartrouville ont été démolies dans le cadre du plan de rénovation urbaine du quartier Mille quatre cent soixante-deux détonateurs, 312 kilos le 06/06/2010 à 11 heures. la belle video içi www.youtube.com/watch?v=fY1B07GWyDE VIGNEUX-SUR-SEINE, VOTRE HISTOIRE, VOS SOUVENIRS. içi www.youtube.com/watch?v=8o_Ke26mB48 … , Film des Tours et du quartier de la Croix Blanche, de 1966 à 1968. Les Tours en train de finir de se construire, ainsi que le centre commerciale. Destruction de la Tour 21, pour construire de nouveaux HLM...
42 LOIRE ST-ETIENNE MONTREYNAUD tout une histoire youtu.be/ietu6yPB5KQ - Mascovich & la tour de Montreynaud www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE … -Travaux dalle du Forum à Montreynaud Saint-Etienne www.youtube.com/watch?v=0WaFbrBEfU4 … & içi www.youtube.com/watch?v=aHnT_I5dEyI … - et fr3 là www.youtube.com/watch?v=hCsXNOMRWW4 … - Au nord-Est de St-Etienne, aux confins de la ville, se dresse une colline et sur les pentes de cette colline s’accroche une petite ville, un quartier, un peu à part. Cet endroit niché au milieu de la verdure, c’est le quartier de Montreynaud. www.youtube.com/watch?v=Sqfb27hXMDo&fbclid=IwAR2ALN4d... …Et sinon, avez-vous remarqué au dessus du P de AGIP ? On voit, dans le film, la Tour Réservoir Plein Ciel du quartier de Montreynaud, détruite 3 ans plus tard par foudroyage ! Sûr que @Memoire2cite a des photos du quartier et de la tout à l'époque ! ;-) 42 LOIRE SAINT-ETIENNE MONTREYNAUD LA ZUP Souvenirs avec Mascovich & son clip "la tour de Montreynaud" www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE …
- Que de chemin parcouru, Muraille de Chine La Palle Beaulieu jusqu'aux années 90. L habitat se transforme et s adapte aux nouveaux besoins. Autre temps, période d'essor économique et du "vivre ensemble". Merci à @Memoire2cite pour cette introspection du passé! -
La Catedral Metropolitana de la Ciudad de México es el gran templo católico ubicado en la Plaza de la Constitución, en el centro histórico de la Ciudad de México. Las medidas aproximadas de este templo son 59 metros de ancho por 110 de largo y una altura de 60 metros hasta la cúpula. Es también una de las principales obras del arte mexicano, y se considera entre las más sobresalientes de todo el arte hispanoamericano. Construida con cantera gris, cuenta con cinco naves y 16 capillas laterales. Está dedicada a la Asunción de la Virgen María y es la iglesia principal de la Arquidiócesis Primada de México.
Historia de una construcción
En el tiempo de la ciudad de Tenochtitlán el área en donde se encuentra la actual catedral estuvo ocupada por un pequeño templo dedicado a Xipe[1] o quizá por el templo de Quetzalcóatl, un templo dedicado al sol y otras edificaciones menores.
Tres años después de concluida la conquista, Hernán Cortés mandó construir una iglesia en el lugar aprovechando material de los templos aztecas. Esta iglesia fue convertida en catedral por Carlos V y el papa Clemente VII según la bula del 9 de septiembre de 1530 y nombrada metropolitana por Paulo III en 1547.[3] Pronto quedó clara su insuficiencia y por mandato de Felipe II se derribó en 1552. Los trabajos de construcción de la nueva no comenzaron sino hasta 1571 cuando el virrey Martín Enríquez de Almansa y el arzobispo Pedro Moya de Contreras colocaron la primera piedra de su sucesora, la actual catedral...
La suma del costo de la obra hasta la dedicación de 1657 fue de 1.759.000 pesos. Dicho costo fue cubierto en buena parte por los reyes Felipe II, Felipe III, Felipe IV y Carlos II.[3]
Luego, hubo un concurso para designar al arquitecto que terminaría la fachada. El proyecto ganador de dicho concurso fue el neoclásico presentado por el veracruzano José Damián Ortiz de Castro, que se antepuso a los de José Joaquín de Torres (barroco) e Isidro Vicente de Balbás. Ortiz de Castro procedería a terminar las torres, parte de la cúpula y obras al interior. La muerte de Ortiz de Castro dejaría las obras en suspenso un breve tiempo. En 1793 el arquitecto valenciano Manuel Tolsá recibe el encargo de finalizar las obras de construcción de la Catedral, que no concluyen sino hasta 1813.[4]
Sucesos de la Catedral
A lo largo del tiempo la catedral ha perdido parte de su acervo artístico. Se tiene constancia de algunas de las obras perdidas: lámparas de plata de gran tamaño, candelabros, blandones y figuras del mismo metal, la custodia de Borda (88 marcos de peso en oro; con 10 perlas, cubierta al frente por 5872 diamantes y al dorso por 2653 esmeraldas, 544 rubíes y 28 zafiros), un pectoral de oro con reliquias, otro con topacios y brillantes y con anillos de accesorio, alfombras, cojines, colgaduras y muchos tesoros más de características similares.[5]
El edificio
La fachada
Fe, Esperanza y Caridad. Esculturas de Tolsá
Fe, Esperanza y Caridad. Esculturas de Tolsá
La fachada se observan tres relieves en mármol blanco. El central representa la Asunción de la Virgen María. El que se tiene del lado izquierdo muestra la entrega de las llaves del Cielo a San Pedro; el que se tiene a mano derecha, la Barca de la Iglesia. Sobre el reloj se encuentran tres figuras representativas de las virtudes teologales: la Fe, la Esperanza y la Caridad. La Fe sostiene una cruz, la Esperanza un ancla y la Caridad sujeta a dos niños. El reloj y las esculturas se deben a Tolsá, así como las balaustradas y florones que coronan todo el conjunto.
El altar del Perdón
Altar del Perdón
El retablo es obra de Jerónimo de Balbás (1735). A principios de 1967 hubo un incendio en la catedral que dañó el altar. Gracias a la restauración practicada se puede admirar el día de hoy una gran obra de arte colonial. Se llama así porque ahí piden perdón los fieles.Esta es una de las obras más grandes del autor tiene un estilo churrigueresco el cual es muy detallado, todo el acabado de esta obra esta cubierto con hoja de oro.
El coro
La sillería del coro está fabricada en una excelente talla de tapincerán. Tiene dos niveles de sitiales: el alto para canónigos y el bajo para seíses y sochantres. En la parte superior, tiene figuras talladas en medio relieve, de obispos y santos.
La sillería del coro es fruto del arte de Juan de Rojas (1695). También fue dañada en el incendio de 1967.
Al centro del coro, entre la la reja y la sillería, está un fascistol de caoba, adornado con figuras de marfil, una de las cuales, es un crucifijo que corona toda la obra. Se usa para sostener los libros de canto, y está conformado por tres cuerpos.
La portada del coro y la crujía (el corredor cerrado que va desde es coro hasta presbiterio) fueron hechas con el diseño del pintor Nicolás Rodríguez Juárez bajo la supervisión del sangley Quiauló. La bella reja del coro es de tumbaga y calain, y fueron estrenadas en 1730. Se fabricó en la ciudad de Macao, China,[4] y sustituyó a una anterior esculpida en maderas.
Cúpula
Se terminó con adaptaciones al proyecto de Ortiz de Castro. En el interior también se representó la Asunción de la Virgen (Rafael Ximeno y Planes, 1810). La cúpula que existe hoy en día, es obra de Manuel Tolsá, y de tambor octogonal, levantada al centro del crucero, sobre cuatro columnas y rematada por una linternilla. Las actuales ventanas son de Matias Goeritz. En el incendio de 1967, ocasionado por un corto circuito en el Altar del Perdón la pintura de la Asunción se consumió.
Las capillas
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Altar de los Reyes
Artículo principal: Altar de los Reyes
El Altar de los Reyes, se encuentra en el ábside del templo, detrás del Altar Mayor. Es obra del insigne Jerónimo de Balbás, autor del Altar del Perdón de esta misma catedral, y del Altar Mayor de la Catedral de Sevilla, entre otras.
Este bello altar, que se puede considerar un monumento dentro de otro monumento, es la obra cumbre del estilo churrigueresco mexicano o barroco estípite, y se considera la obra maestra de su destacado autor. Mide 25 metros de altura, 13 de ancho, y 7 metros de fondo; se eleva al fondo de Catedral ocupando el ábside.
Es una talla formada por tres calles verticales, dos laterales y una al centro, adornada con los cuadros La Asunción de la Vírgen, y La Adoración de los Reyes, del pintor Juan Rodríguez Juárez. Éste último, es el que da nombre al altar, además de una serie de esculturas de bulto de reyes y reinas canonizados (santificados), que posan a lo largo y ancho del altar.
Fue realizado en maderas preciosas policromados, en una exuberante composición de pilastras y columnas, follaje, guirnaldas y querubines. El conjunto está estofado, revestido con hoja o lámina de oro, lo cual le confiere majestuosidad a la obra. Está cerrado por una doble bóveda, y en lo más alto del conjunto, se haya una representación de Dios Padre, presidiendo el magno conjunto.
Las capillas laterales
Capilla de Nuestra Señora de las Angustias de Granada
Capilla de San Isidro
Capilla de la Inmaculada Concepción
Capilla de Nuestra Señora de Guadalupe
Capilla de Nuestra Señora La Antigua
Está consagrada a la advocación mariana del mismo nombre, y en el retablo principal, neoclásico, obra de Juan de Rojas (1718), hay una copia de la imagen de la Virgen de la Antigua cuyo original se encuentra en la Catedral de Sevilla. Esta imagen de influencia bizantina era muy venerada por la población española de la ciudad de México durante el período colonial.
Bajo la imagen de la virgen hay una magnífica escultura sevillana del Niño Jesús, original de la primera mitad del siglo XVII y atribuida a Juan Martínez Montañés. Es conocida popularmente como El niño cautivo, debido a que permaneció en Argel junto a Francisco Sandoval de Zapata, racionero de la catedral, quien fue hecho prisionero por piratas del norte de África en 1622, cuando llevaba la escultura hacia México.
Capilla de San Pedro
La capilla de San Pedro custodia otros dos retablos. El primero y principal está dedicado a honrar la vida del santo apóstol y fue edificado hacia 1670. En él se observan ya los lineamientos del barroco temprano en los que aún se observan elementos manieristas como los relieves de lacería, las ménsulas y los pinjantes. El retablo está formado por tres cuerpos, el último de los cuales se integra al espacio arquitectónico dejando al centro el vano de la ventana. El retablo se merece una mención especial por su decoración general en la que sobresalen los variados motivos vegetales e inanimados propios del barroco. En cuanto a las pinturas de este retablo, no se ha podido saber a ciencia cierta quiénes fueron los autores, se trata de obras cuto tema es la vida de San Pedro, y en un pasaje se recuerda el martirio del apóstol que pidió ser crucificado de cabeza “por no ser digno de morir como su maestro”.
Capilla del Santo Cristo y de las Reliquias
Se contruyó entre 1610 y 1615 dedicada al Santo Cristo de los Conquistadores. También recibe el nombre de Capilla de reliquias por las reliquias insignes guardadas en los retablos barrocos. Según algunos historiadores la imagen de Cristo crucificado conocida como el "Santo Cristo de los Conquistadores" (S. XVI O XVII) fue un regalo de Carlos V, otros sostienen que se trata de una obra realizada en estas tierras, lo cierto es que ya en la primera catedral recibía gran veneración.
Las pinturas y esculturas escenifican momentos de la pasión de Cristo uniendo a este tema la pasión o tormento de los santos y santas màrtires. La escultura del "Santo Entierro" es utilizado todos los años en la procesión del Viernes Santo. El retablo de la derecha tiene al centro una Virgen de Guadalupe, de José de Ibarra, ante la que se juró a Santa María de Guadalupe como la Patrona General y Universal de todos los reinos de la Nueva España el 4 de diciembre de 1746, y que conserva una reliquia del ayate de Juan Diego Cuauhtlatoatzin. Las reliquias de esta capilla se exponen anualmente el día de todos los santos y el día de los fieles difuntos (1 y 2 de noviembre). De acuerdo a la tradición, en esta capilla se custodian reliquias de, entre otros, San Vicente de Zaragoza, San Gelasio, San Vital de Milán y un pedazo de la Vera Cruz.
Capilla de San Felipe de Jesús
Aquí se encuentran los restos de Agustín de Iturbide. Asimismo, aquí se conserva el corazón de Anastasio Bustamante.
Capilla de Nuestra Señora de los Dolores
Capilla del Señor del Buen Despacho
Capilla de Nuestra Señora de la Soledad
La capilla dedicada a la Virgen de la Soledad fue abierta al culto en la segunda mitad del siglo XVII. Ella protege a los albañiles y obreros que participaron en la construcción de la catedral. El retablo principal está formado por dos cuerpos y un remate, en él se aprecian las columnas salomónicas de capitel corintio que separan las entrecalles. Es una virgen de la Soledad copia de una imagen española. El retablo puede ser ubicado en la década de 1670-1680 gracias a las pinturas con el tema de la Pasión de Cristo hechas por el pintor Pedro Ramírez.
Capilla de San José
Su retablo principal es barroco, procedente de la antigua Iglesia de Nuestra Señora de Montserrat y tiene en el centro la imagen de San José con el Niño, rodeado de santos, entre los que destaca Santa Brígida de Suecia. El retablo lateral es una composición de pinturas barrocas, que consiste en El triunfo de la Fe, La transfiguración, La circuncisión y La asunción.
Hay un antiguo Ecce homo sedente, llamado popularmente el Señor del cacao. Es una escultura mexicana de caña de maíz procedente de la primera catedral, y muy venerada por los indígenas durante la colonia, quienes a falta de monedas depositaban como ofrenda semillas de cacao, que en época prehispánica se consideraban valiosas piezas de cambio. En la actualidad es común que los niños depositen ofrendas en forma de caramelos.
Capilla de San Cosme y San Damián
Entre los retablos que decoran el interior de la Catedral Metropolitana, el principal está dedicado a honrar a los santos tutelares de la capilla, consta de dos cuerpos, el remate y tres entrecalles. Es uno de los retablos catedralicios del siglo XVII en los que se puede afirmar que tiene un acento manierista y como prueba de ellos están las columnas clasicistas estriadas. El retablo fue concebido para albergar pinturas, las cuales exaltan la vida de los santos médicos Cosme y Damián y se deben al pintor Sebastián López Dávalos. Este pintor también fue uno de los artistas que corroboraron el
Capilla de los Ángeles
Sirve de basamento a lo torre occidental, y fue concluida entre 1653 y 1660. Esta primera capilla fue destruida por un incendio en 1711, por lo que fue inmediatamente sustituida por la actual, finalizada en 1713. Cuenta con unos fastuosos retablos barrocos con esculturas estofadas y policromadas, obras de Manuel de Nava, que representan a los siete arcángeles.
Capilla de las Ánimas
La sacristía
En el interior de la sacristía se puede admirar enormes cuadros de los pintores novohispanos Cristóbal de Villalpando y Juan Correa. Los títulos de los cuadros son: El Triunfo De La Iglesia, La aparición de San Miguel (Villalpando), El Tránsito De La Virgen y La Entrada De Cristo A Jerusalén (Correa). Asimismo, hay una pintura atribuida al pintor español Bartolomé Esteban Murillo.
Las criptas
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
La catedral cuenta con criptas para los fieles que deseen adquirir, aunque actualmente se encuentra todavía en proceso de reparación y por lo tanto para ingresar, es necesario ser poseedor o visitante de un nicho en específico.
Debajo del Altar de los Reyes se encuentra la cripta principal que alberga los restos de los arzobispos que han sido titulares de la Arquidiócesis, desde Fray Juan de Zumárraga hasta el Cardenal Ernesto Corripio y Ahumada, cuyos restos fueron depositados en abril de 2008. En el centro de la cripta de los Arzobispos hay un cenotafio con la figura de Zumárraga y todos los demás arzobispos están colocados en nichos en las paredes. Debajo del monumento de Zumárraga hay una escultura azteca que representa una calavera. Otra escultura prehispánica geométrica fue incorporada en la parte inferior del altar.
Los campanarios
Las torres de la Catedral tienen una altura entre 64 y 67 metros. Cada una está rematada en forma de campana (Ortiz de Castro, 1788). La campana puede ser tomada como un símbolo de la comunicación entre Dios y el hombre. Entre las dos cuentan con espacio suficiente para albergar 56 campanas, aunque al día de hoy son treinta las que han sido colocadas. La mayor de ellas tiene el nombre de Santa María de Guadalupe y pesa alrededor de trece toneladas. La más antigua, Santa María de la Asunción (también conocida como Doña María), es de 1578. La más nueva es del año 2002 y fue colocada con motivo de la canonización de Juan Diego. Fue bendecida por el papa Juan Pablo II. Dentro de la parte superior de cada torre hay escaleras de madera de forma elipsoidal, de las cuales hay muy pocos ejemplos en el mundo. Estas escaleras helicoidales u ovaladas son, como se decia líneas arriba poco utilizadas pues el deterioro ocasionado por el tiempo y es evidente, por lo cual solo son usadas por los campaneros, entre los que destacan Rafael Parra Castañeda Campanero Mayor, o algunos voluntarios como Alejandro Campos Lamas, Decano de la Pastoral de Campaneros o Angel Miguel Donaciano Guía oficial del sitio. Empero, el enorme desgaste de escaleras y zonas del campanario se ha agudizado por la extensiva vista de turistas a un sitio no hecho para ello, por lo cual se recomienda no realizar la visita que se considera de alto riesgo.
El sagrario
De estilo barroco de estípite en su fachada y neoclásico al interior.
Su materia es de cantera gris y tezontle. Tiene dos portadas, una al sur y otra al oriente. Es de planta de cruz latina, y es la parroquia de la Catedral Metropolitana, anexa a ésta.
Sus portadas son de estilo barroco churrigueresco, con pilastras estípite y de forma triangular, obra singular de la arquitectura colonial.
0610 Catedral Metropolitana de la Ciudad de México
La Catedral Metropolitana de la Ciudad de México es el gran templo católico ubicado en la Plaza de la Constitución, en el centro histórico de la Ciudad de México. Las medidas aproximadas de este templo son 59 metros de ancho por 110 de largo y una altura de 60 metros hasta la cúpula. Es también una de las principales obras del arte mexicano, y se considera entre las más sobresalientes de todo el arte hispanoamericano. Construida con cantera gris, cuenta con cinco naves y 16 capillas laterales. Está dedicada a la Asunción de la Virgen María y es la iglesia principal de la Arquidiócesis Primada de México.
Historia de una construcción [editar]
En el tiempo de la ciudad de Tenochtitlán el área en donde se encuentra la actual catedral estuvo ocupada por un pequeño templo dedicado a Xipe[1] o quizá por el templo de Quetzalcóatl, un templo dedicado al sol y otras edificaciones menores.[2]
Tres años después de concluida la conquista, Hernán Cortés mandó construir una iglesia en el lugar aprovechando material de los templos aztecas. Esta iglesia fue convertida en catedral por Carlos V y el papa Clemente VII según la bula del 9 de septiembre de 1530 y nombrada metropolitana por Paulo III en 1547.[3] Pronto quedó clara su insuficiencia y por mandato de Felipe II se derribó en 1552. Los trabajos de construcción de la nueva no comenzaron sino hasta 1571 cuando el virrey Martín Enríquez de Almansa y el arzobispo Pedro Moya de Contreras colocaron la primera piedra de su sucesora, la actual catedral...
La suma del costo de la obra hasta la dedicación de 1657 fue de 1.759.000 pesos. Dicho costo fue cubierto en buena parte por los reyes Felipe II, Felipe III, Felipe IV y Carlos II.[3]
Luego, hubo un concurso para designar al arquitecto que terminaría la fachada. El proyecto ganador de dicho concurso fue el neoclásico presentado por el veracruzano José Damián Ortiz de Castro, que se antepuso a los de José Joaquín de Torres (barroco) e Isidro Vicente de Balbás. Ortiz de Castro procedería a terminar las torres, parte de la cúpula y obras al interior. La muerte de Ortiz de Castro dejaría las obras en suspenso un breve tiempo. En 1793 el arquitecto valenciano Manuel Tolsá recibe el encargo de finalizar las obras de construcción de la Catedral, que no concluyen sino hasta 1813.[4]
Sucesos de la Catedral [editar]
A lo largo del tiempo la catedral ha perdido parte de su acervo artístico. Se tiene constancia de algunas de las obras perdidas: lámparas de plata de gran tamaño, candelabros, blandones y figuras del mismo metal, la custodia de Borda (88 marcos de peso en oro; con 10 perlas, cubierta al frente por 5872 diamantes y al dorso por 2653 esmeraldas, 544 rubíes y 28 zafiros), un pectoral de oro con reliquias, otro con topacios y brillantes y con anillos de accesorio, alfombras, cojines, colgaduras y muchos tesoros más de características similares.[5]
El edificio [editar]
La fachada [editar]
Fe, Esperanza y Caridad. Esculturas de Tolsá
Fe, Esperanza y Caridad. Esculturas de Tolsá
La fachada se observan tres relieves en mármol blanco. El central representa la Asunción de la Virgen María. El que se tiene del lado izquierdo muestra la entrega de las llaves del Cielo a San Pedro; el que se tiene a mano derecha, la Barca de la Iglesia. Sobre el reloj se encuentran tres figuras representativas de las virtudes teologales: la Fe, la Esperanza y la Caridad. La Fe sostiene una cruz, la Esperanza un ancla y la Caridad sujeta a dos niños. El reloj y las esculturas se deben a Tolsá, así como las balaustradas y florones que coronan todo el conjunto.
El altar del Perdón [editar]
Altar del Perdón
Altar del Perdón
El retablo es obra de Jerónimo de Balbás (1735). A principios de 1967 hubo un incendio en la catedral que dañó el altar. Gracias a la restauración practicada se puede admirar el día de hoy una gran obra de arte colonial. Se llama así porque ahí piden perdón los fieles.Esta es una de las obras más grandes del autor tiene un estilo churrigueresco el cual es muy detallado, todo el acabado de esta obra esta cubierto con hoja de oro.
El coro [editar]
La sillería del coro está fabricada en una excelente talla de tapincerán. Tiene dos niveles de sitiales: el alto para canónigos y el bajo para seíses y sochantres. En la parte superior, tiene figuras talladas en medio relieve, de obispos y santos.
La sillería del coro es fruto del arte de Juan de Rojas (1695). También fue dañada en el incendio de 1967.
Al centro del coro, entre la la reja y la sillería, está un fascistol de caoba, adornado con figuras de marfil, una de las cuales, es un crucifijo que corona toda la obra. Se usa para sostener los libros de canto, y está conformado por tres cuerpos.
La portada del coro y la crujía (el corredor cerrado que va desde es coro hasta presbiterio) fueron hechas con el diseño del pintor Nicolás Rodríguez Juárez bajo la supervisión del sangley Quiauló. La bella reja del coro es de tumbaga y calain, y fueron estrenadas en 1730. Se fabricó en la ciudad de Macao, China,[4] y sustituyó a una anterior esculpida en maderas.
Cúpula [editar]
Se terminó con adaptaciones al proyecto de Ortiz de Castro. En el interior también se representó la Asunción de la Virgen (Rafael Ximeno y Planes, 1810). La cúpula que existe hoy en día, es obra de Manuel Tolsá, y de tambor octogonal, levantada al centro del crucero, sobre cuatro columnas y rematada por una linternilla. Las actuales ventanas son de Matias Goeritz. En el incendio de 1967, ocasionado por un corto circuito en el Altar del Perdón la pintura de la Asunción se consumió.
Las capillas [editar]
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Altar de los Reyes [editar]
Artículo principal: Altar de los Reyes
El Altar de los Reyes, se encuentra en el ábside del templo, detrás del Altar Mayor. Es obra del insigne Jerónimo de Balbás, autor del Altar del Perdón de esta misma catedral, y del Altar Mayor de la Catedral de Sevilla, entre otras.
Este bello altar, que se puede considerar un monumento dentro de otro monumento, es la obra cumbre del estilo churrigueresco mexicano o barroco estípite, y se considera la obra maestra de su destacado autor. Mide 25 metros de altura, 13 de ancho, y 7 metros de fondo; se eleva al fondo de Catedral ocupando el ábside.
Es una talla formada por tres calles verticales, dos laterales y una al centro, adornada con los cuadros La Asunción de la Vírgen, y La Adoración de los Reyes, del pintor Juan Rodríguez Juárez. Éste último, es el que da nombre al altar, además de una serie de esculturas de bulto de reyes y reinas canonizados (santificados), que posan a lo largo y ancho del altar.
Fue realizado en maderas preciosas policromados, en una exuberante composición de pilastras y columnas, follaje, guirnaldas y querubines. El conjunto está estofado, revestido con hoja o lámina de oro, lo cual le confiere majestuosidad a la obra. Está cerrado por una doble bóveda, y en lo más alto del conjunto, se haya una representación de Dios Padre, presidiendo el magno conjunto.
Las capillas laterales [editar]
Capilla de Nuestra Señora de las Angustias de Granada [editar]
Capilla de San Isidro [editar]
Capilla de la Inmaculada Concepción [editar]
Capilla de Nuestra Señora de Guadalupe [editar]
Capilla de Nuestra Señora La Antigua [editar]
Está consagrada a la advocación mariana del mismo nombre, y en el retablo principal, neoclásico, obra de Juan de Rojas (1718), hay una copia de la imagen de la Virgen de la Antigua cuyo original se encuentra en la Catedral de Sevilla. Esta imagen de influencia bizantina era muy venerada por la población española de la ciudad de México durante el período colonial.
Bajo la imagen de la virgen hay una magnífica escultura sevillana del Niño Jesús, original de la primera mitad del siglo XVII y atribuida a Juan Martínez Montañés. Es conocida popularmente como El niño cautivo, debido a que permaneció en Argel junto a Francisco Sandoval de Zapata, racionero de la catedral, quien fue hecho prisionero por piratas del norte de África en 1622, cuando llevaba la escultura hacia México.
Capilla de San Pedro [editar]
La capilla de San Pedro custodia otros dos retablos. El primero y principal está dedicado a honrar la vida del santo apóstol y fue edificado hacia 1670. En él se observan ya los lineamientos del barroco temprano en los que aún se observan elementos manieristas como los relieves de lacería, las ménsulas y los pinjantes. El retablo está formado por tres cuerpos, el último de los cuales se integra al espacio arquitectónico dejando al centro el vano de la ventana. El retablo se merece una mención especial por su decoración general en la que sobresalen los variados motivos vegetales e inanimados propios del barroco. En cuanto a las pinturas de este retablo, no se ha podido saber a ciencia cierta quiénes fueron los autores, se trata de obras cuto tema es la vida de San Pedro, y en un pasaje se recuerda el martirio del apóstol que pidió ser crucificado de cabeza “por no ser digno de morir como su maestro”.
Capilla del Santo Cristo y de las Reliquias [editar]
Se contruyó entre 1610 y 1615 dedicada al Santo Cristo de los Conquistadores. También recibe el nombre de Capilla de reliquias por las reliquias insignes guardadas en los retablos barrocos. Según algunos historiadores la imagen de Cristo crucificado conocida como el "Santo Cristo de los Conquistadores" (S. XVI O XVII) fue un regalo de Carlos V, otros sostienen que se trata de una obra realizada en estas tierras, lo cierto es que ya en la primera catedral recibía gran veneración.
Las pinturas y esculturas escenifican momentos de la pasión de Cristo uniendo a este tema la pasión o tormento de los santos y santas màrtires. La escultura del "Santo Entierro" es utilizado todos los años en la procesión del Viernes Santo. El retablo de la derecha tiene al centro una Virgen de Guadalupe, de José de Ibarra, ante la que se juró a Santa María de Guadalupe como la Patrona General y Universal de todos los reinos de la Nueva España el 4 de diciembre de 1746, y que conserva una reliquia del ayate de Juan Diego Cuauhtlatoatzin. Las reliquias de esta capilla se exponen anualmente el día de todos los santos y el día de los fieles difuntos (1 y 2 de noviembre). De acuerdo a la tradición, en esta capilla se custodian reliquias de, entre otros, San Vicente de Zaragoza, San Gelasio, San Vital de Milán y un pedazo de la Vera Cruz.
Capilla de San Felipe de Jesús [editar]
Aquí se encuentran los restos de Agustín de Iturbide. Asimismo, aquí se conserva el corazón de Anastasio Bustamante.
Capilla de Nuestra Señora de los Dolores [editar]
Capilla del Señor del Buen Despacho [editar]
Capilla de Nuestra Señora de la Soledad [editar]
La capilla dedicada a la Virgen de la Soledad fue abierta al culto en la segunda mitad del siglo XVII. Ella protege a los albañiles y obreros que participaron en la construcción de la catedral. El retablo principal está formado por dos cuerpos y un remate, en él se aprecian las columnas salomónicas de capitel corintio que separan las entrecalles. Es una virgen de la Soledad copia de una imagen española. El retablo puede ser ubicado en la década de 1670-1680 gracias a las pinturas con el tema de la Pasión de Cristo hechas por el pintor Pedro Ramírez.
Capilla de San José [editar]
Su retablo principal es barroco, procedente de la antigua Iglesia de Nuestra Señora de Montserrat y tiene en el centro la imagen de San José con el Niño, rodeado de santos, entre los que destaca Santa Brígida de Suecia. El retablo lateral es una composición de pinturas barrocas, que consiste en El triunfo de la Fe, La transfiguración, La circuncisión y La asunción.
Hay un antiguo Ecce homo sedente, llamado popularmente el Señor del cacao. Es una escultura mexicana de caña de maíz procedente de la primera catedral, y muy venerada por los indígenas durante la colonia, quienes a falta de monedas depositaban como ofrenda semillas de cacao, que en época prehispánica se consideraban valiosas piezas de cambio. En la actualidad es común que los niños depositen ofrendas en forma de caramelos.
Capilla de San Cosme y San Damián [editar]
Entre los retablos que decoran el interior de la Catedral Metropolitana, el principal está dedicado a honrar a los santos tutelares de la capilla, consta de dos cuerpos, el remate y tres entrecalles. Es uno de los retablos catedralicios del siglo XVII en los que se puede afirmar que tiene un acento manierista y como prueba de ellos están las columnas clasicistas estriadas. El retablo fue concebido para albergar pinturas, las cuales exaltan la vida de los santos médicos Cosme y Damián y se deben al pintor Sebastián López Dávalos. Este pintor también fue uno de los artistas que corroboraron el
Capilla de los Ángeles [editar]
Sirve de basamento a lo torre occidental, y fue concluida entre 1653 y 1660. Esta primera capilla fue destruida por un incendio en 1711, por lo que fue inmediatamente sustituida por la actual, finalizada en 1713. Cuenta con unos fastuosos retablos barrocos con esculturas estofadas y policromadas, obras de Manuel de Nava, que representan a los siete arcángeles.
Capilla de las Ánimas [editar]
La sacristía [editar]
En el interior de la sacristía se puede admirar enormes cuadros de los pintores novohispanos Cristóbal de Villalpando y Juan Correa. Los títulos de los cuadros son: El Triunfo De La Iglesia, La aparición de San Miguel (Villalpando), El Tránsito De La Virgen y La Entrada De Cristo A Jerusalén (Correa). Asimismo, hay una pintura atribuida al pintor español Bartolomé Esteban Murillo.
Las criptas [editar]
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
La catedral cuenta con criptas para los fieles que deseen adquirir, aunque actualmente se encuentra todavía en proceso de reparación y por lo tanto para ingresar, es necesario ser poseedor o visitante de un nicho en específico.
Debajo del Altar de los Reyes se encuentra la cripta principal que alberga los restos de los arzobispos que han sido titulares de la Arquidiócesis, desde Fray Juan de Zumárraga hasta el Cardenal Ernesto Corripio y Ahumada, cuyos restos fueron depositados en abril de 2008. En el centro de la cripta de los Arzobispos hay un cenotafio con la figura de Zumárraga y todos los demás arzobispos están colocados en nichos en las paredes. Debajo del monumento de Zumárraga hay una escultura azteca que representa una calavera. Otra escultura prehispánica geométrica fue incorporada en la parte inferior del altar.
Los campanarios [editar]
Las torres de la Catedral tienen una altura entre 64 y 67 metros. Cada una está rematada en forma de campana (Ortiz de Castro, 1788). La campana puede ser tomada como un símbolo de la comunicación entre Dios y el hombre. Entre las dos cuentan con espacio suficiente para albergar 56 campanas, aunque al día de hoy son treinta las que han sido colocadas. La mayor de ellas tiene el nombre de Santa María de Guadalupe y pesa alrededor de trece toneladas. La más antigua, Santa María de la Asunción (también conocida como Doña María), es de 1578. La más nueva es del año 2002 y fue colocada con motivo de la canonización de Juan Diego. Fue bendecida por el papa Juan Pablo II. Dentro de la parte superior de cada torre hay escaleras de madera de forma elipsoidal, de las cuales hay muy pocos ejemplos en el mundo. Estas escaleras helicoidales u ovaladas son, como se decia líneas arriba poco utilizadas pues el deterioro ocasionado por el tiempo y es evidente, por lo cual solo son usadas por los campaneros, entre los que destacan Rafael Parra Castañeda Campanero Mayor, o algunos voluntarios como Alejandro Campos Lamas, Decano de la Pastoral de Campaneros o Angel Miguel Donaciano Guía oficial del sitio. Empero, el enorme desgaste de escaleras y zonas del campanario se ha agudizado por la extensiva vista de turistas a un sitio no hecho para ello, por lo cual se recomienda no realizar la visita que se considera de alto riesgo.
El sagrario [editar]
De estilo barroco de estípite en su fachada y neoclásico al interior.
Su materia es de cantera gris y tezontle. Tiene dos portadas, una al sur y otra al oriente. Es de planta de cruz latina, y es la parroquia de la Catedral Metropolitana, anexa a ésta.
Sus portadas son de estilo barroco churrigueresco, con pilastras estípite y de forma triangular, obra singular de la arquitectura colonial.
twitter.com/Memoire2cite les 30 glorieuses . com & l'Architecture Hospitalière centre hospitalier universitaire ou pas Les hôpitaux modernes sont conçus pour minimiser les efforts du personnel médical et réduire les risques de contamination, tout en optimisant l’efficacité du système dans son ensemble. La longueur des déplacements du personnel au sein de l’hôpital est réduite et le transport des patients d’une unité à une autre facilité. Le bâtiment doit intégrer des départements lourds, comme la radiologie et les blocs opératoires, tout en prenant en compte d’importantes spécificités en termes de raccordements électriques, de plomberie, et de gestion des déchets.Cependant, on remarque que les hôpitaux « modernes » sont souvent le produit d’une croissance qui s’étale sur des décennies ou même des siècles, fréquemment mal contrôlée. Cette croissance a entraîné des ajouts successifs, nécessaires mais désorganisés, en fonction des besoins et des ressources financières.Cor Wagenar, historien en architecture néerlandais, considère que de nombreux hôpitaux sont des catastrophes, des institutions anonymes et complexes où règne la bureaucratie et totalement inadaptées à la fonction pour laquelle elles ont été créées. Elles ne sont généralement pas fonctionnelles, et au lieu de mettre les patients à l’aise, elles créent du stress et de l’anxiété.Certains hôpitaux, plus récents, tentent de retrouver des architectures prenant en compte la psychologie des patients, comme une meilleure aération, des vues plus dégagées ou encore des couleurs plus agréables à l’œil. On renoue avec les concepts anciens du « bon air » et des « pouvoirs guérisseurs de la nature » qui furent employés lors du développement des hôpitaux pavillonnaires. Des études menées par la British Medical Association ont montré qu’une bonne architecture hospitalière peut réduire la période de guérison des patients. L’exposition au soleil aide à lutter contre la dépression ; des chambres non-mixtes permettent plus d’intimité et favorisent une certaine dignité des malades ; la présence d’espaces verts et de jardins est également importante : regarder par la fenêtre améliore l’humeur des patients, diminue leur tension et leur niveau de stress. La disparition des longs couloirs réduit la fatigue et le stress des infirmières.Autre mutation actuelle notable la migration d’un système de chambres communes divisées par des cloisons amovibles vers un système de chambres individuelles. Le système de chambres aménageables est considéré comme très efficace, surtout par le personnel médical, mais il est beaucoup plus stressant pour les patients et nuit à leur intimité. Mais demeure la contrainte importante du coût de ces chambres et de leur maintenance, ce qui pousse certains hôpitaux à tarifier plus cher pour des chambres individuelles. www.citedelarchitecture.fr/fr/video/architecture-hospital... www.youtube.com/watch?v=8pB9GEZI-Fg 15. Architecture hospitalière de la fin du XVIIIe siècle à nos jours
Pierre-Louis Laget, conservateur du patrimoine, chercheur dans le service de l'Inventaire général de la région Nord-Pas-de-CalaisDans le contexte du vaste mouvement de réflexion portant sur l'architecture et l'hygiène hospitalière qui prit naissance à la suite de l'incendie de l'Hotel-Dieu de Paris en 1772, fut élaboré un nouveau parti architectural, appelé bientôt système pavillonnaire, consistant à scinder un établissement hospitalier en une série de bâtiments indépendants, reliés ou non par des galeries de services aériennes ou encore souterraines. « Dans les années 1950, le biologiste et médecin américain Jonas Salk (1914-1995)
cherchait un traitement contre la poliomyélite dans un sombre laboratoire d’un soussol de Pittsburgh. Les progrès étaient lents, et, pour s’aérer l’esprit, Salk fit un voyage à
Assise, en Italie, où il visita la basilique Saint-François d’Assise datant du XIII e siècle,
se promenant entre les colonnes et dans les jardins des cloîtres. Là, de nouvelles idées
surgirent dans son esprit, dont celle qui finit par le conduire à un vaccin efficace contre
la poliomyélite, en 1955. Le chercheur devint convaincu que l’environnement d’un
bâtiment peut influer sur l’esprit. Dans les années 1960, il s’associa à l’architecte Louis
Kahn (1901-1974) pour construire l’Institut Salk à La Jolla, près de San Diego en
Californie : cela devait être un établissement de recherche capable de stimuler la
créativité des scientifiques. Salk redécouvrait ainsi ce dont les architectes ont l’intuition
de longue date : les endroits que nous habitons peuvent agir sur nos pensées, nos
sentiments et nos comportements. Depuis plusieurs années, les spécialistes du
comportement apportent des arguments empiriques en ce sens. Leurs recherches
suggèrent qu’il est possible de concevoir les espaces de vie qui favorisent la créativité,
l’attention et la vigilance, ou la relaxation et la convivialité ». (Cerveau & Psycho,
2009, n° 33, p. 30). La lecture de ce début d’un article intitulé « Comment l’architecture
influence notre pensée » dans la revue Cerveau & Psycho a fortement résonné en moi
au moment où je construisais le projet du présent mémoire dans la mesure où cela faisait
écho à des intuitions que j’avais forgées comme patient et que je souhaitais interroger
en tant que futur architecte. Cela a été un des éléments qui m’ont décidé à travailler sur
l’architecture des bâtiments de santé sous l’angle de la perception qu’en ont les usagers.Plus que pour d’autres bâtiments, la construction d’un hôpital s’avère extrêmement
contrainte par un programme d’une grande complexité fixé en amont et avec lequel
l’architecte doit composer tout comme avec le site et les règles, elles aussi très
contraignantes, de la composition architecturale. Il s’appuie aussi, pour avancer dans
son projet, sur les besoins sociaux dont il a la connaissance ou l’intuition. Ainsi Pierre
Riboulet (1994), dans le journal qu’il tient de sa réflexion de cinq mois (de mai à
octobre 1980) sur le projet du grand hôpital pédiatrique Robert Debré, note, dès les
premiers jours, les 13 et 17 mai: « Que les enfants entrent là comme dans un lieu
familier, un lieu dont ils aient l’habitude » et, inventoriant « les lieux que pratiquent les
enfants dans les villes », (« des endroits où l’on peut courir, où il n’y a pas de
voitures », « des endroits qui ne font pas mal, où il y a les copains et les copines, où l’on
peut rigoler »), il conclut : « Il faudrait entrer dans l’hôpital comme on passe dans une
rue, une galerie où il y beaucoup de choses à regarder, où l’on peut aller et venir sans
obligation, courir et rêver. » De cela découle un bâtiment dont il affirme « qu’il ne faut
pas faire là un édifice » et qu’il cherche à rendre, avec le succès que l’on sait, le moins
intimidant possible pour des enfants.
Il s’avère qu’en plus de son intuition certaines recherches peuvent aussi renseigner
l’architecte et le programmiste sur les besoins fondamentaux des patients. Menées en
psychologie environnementale (Moser, 2009) ou en géographie de la santé (Gesler,
2003), elles ont mis en exergue différents facteurs contribuant au bien-être comme
constitutif de la santé dans la définition que donne l’OMS de cette dernière dans la
constitution de 1946 et qui fait toujours référence : « La santé est un état de complet
bien-être physique, mental et social et ne consiste pas seulement en une absence de
maladie et d’infirmité. ». Ces recherches incitent à prendre en compte, dans la
conception et dans l’évaluation d’un bâtiment de santé, la relation qu’établissent avec
ce bâtiment les usagers, et en particulier les patients. Il ne s’agit évidemment pas là d’un
élément tout à fait nouveau et une relation a sans doute été établie, de longue date, entre
la qualité d’un bâtiment de santé ou d’un lieu thérapeutique et le bien-être apporté au
patient. L’intérêt des recherches évoquées ci-dessus est, en affirmant avec force que « le
soin et le lieu sont inséparables » (Gessler, 2003) de tenter de trouver des critères
objectifs susceptibles d’expliquer la dimension « thérapeutique » d’un lieu de santé.C’est sur cette dimension que porte le présent mémoire qui étudie un service de Soins
de Suites et de Réadaptation (S.S.R), en l’occurrence celui de l’Hôpital Rothschild, à
Paris, dans lequel j’ai été invité en immersion du 28 mai au 7 juin 2013. L’objectif est
de comprendre et décrire la manière dont les différents usagers de ce SSR vivent le lieu
dans lequel ils exercent leur métier ou sont hospitalisés, quelle importance ils lui
accordent et sur quels points. Au plan architectural et programmatique, mon hypothèse
est que ce détour par les usagers et leur relation au lieu peut venir alimenter le cahier
des charges d’un bâtiment de santé en prenant appui non sur les seules intuitions mais
sur des éléments récurrents dans le discours des usagers.
Dans une première partie, je pose les bases théoriques qui permettent de penser cette
question et présente, en seconde partie, les choix méthodologiques effectués. Les
principaux résultats, présentés en troisième partie, m’amènent à une conclusion dans
laquelle j’envisage les éléments programmatiques qui découlent de mon enquête pour un bâtiment de santé et les pistes de réflexion ouvertes. ---- Comment est-on passé de la salle commune à la chambre individuelle ?
Comment l’hôpital, d’abord hospice, est devenu établissement de soins ?
Quelle est l’histoire des maternités, des lazarets, des asiles d’aliénés ? Autant
de réponses à découvrir dans le voyage architectural à travers toute la France
auquel invite ce bel ouvrage illustré de 592 pages, qui retrace l’histoire de
l’hôpital et de son architecture en France du Moyen-Âge à nos jours.
Jusqu’au siècle des Lumières, l’hôpital, lieu de charité chrétienne et d’exclusion
sociale, est aussi le premier outil d’une politique sanitaire balbutiante. L’incendie
de l’hôtel-Dieu de Paris, en 1772, est le catalyseur d’une double réflexion sur
la prise en charge des démunis et sur les réponses architecturales accordées
à une première médicalisation de l’hôpital. Ainsi architectes et médecins
poursuivent tout au long du XIXe
siècle la même chimère : une architecture en
mesure de soigner le corps et l’esprit. L’hygiénisme impose alors durablement
le plan en « double peigne » puis le système du pavillon isolé tandis que
les découvertes de Pasteur tardent à faire valoir leur logique. Inversement,
dans l’Entre-deux-guerres, ce sont les données économiques, sociales et
architecturales qui précèdent la révolution de l’antibiothérapie pour donner
naissance à l’hôpital-bloc. Les Trente Glorieuses appliquent à l’institution leur
politique centralisatrice, prescriptrice de modèles fonctionnels. Aujourd’hui,
les maîtres mots sont désormais humanisation et insertion urbaine.
Explorer l’histoire des hôpitaux en France revient à cheminer auprès du
pèlerin, de l’indigent, du marginal, du déviant, du fou, de l’enfant abandonné,
du vieillard, de l’infirme, du malade, aujourd’hui du patient. C’est surtout
découvrir, présents dans toutes nos villes, des bâtiments d’exception. L’histoire de l’hôpital est à tout à fait exemplaire de ces glissements progressifs, presque
insensibles quand on travaille sur une période courte, mais spectaculaires quand on prend
le sujet dans toute son ampleur : de la salle médiévale, qui n’offre qu’un abri, et un abri
dangereux, aux machines à guérir ultra-spécialisées d’aujourd’hui, dont les programmes
fournis par les maîtres d’ouvrage aux architectes comptent plusieurs centaines, voire
plusieurs milliers de pages.
On pourra donc faire une double lecture de ce livre : on y trouvera une histoire complète
et détaillée sur la longue durée et jusqu’au temps présent de l’hôpital en France, mais
aussi une très belle illustration de méthode. La clé de l’architecture est sans doute du
côté de la construction et sa poésie du côté des ornements, mais les causes profondes de
son évolution se trouvent d’abord du côté des programmes et de ce qui les conditionne
(mœurs, usages, mentalités, société, etc.).
Les auteurs de ce très bel ouvrage de synthèse sur les hôpitaux français n’ont pas organisé leur matière en fonction de l’histoire des styles, mais bien en fonction des causes
profondes de l’évolution des hôpitaux, c’est-à-dire en fonction d’une conception très
large de la médecine, incluant les connaissances vraies ou fausses sur la transmission
des maladies, mais aussi en fonction de la législation sur la santé publique. Ils rendent
donc lumineux ce lent processus, avec ses moments de basculements et de brusques
accélérations, qui remodèle leur objet. Ils n’en négligent pas pour autant les autres
facettes, des structures constructives aux styles et aux ornements. L’illustration, toujours judicieuse, offre à cet égard un tableau historique fascinant qui permet soit de
descendre dans le fil du temps, soit d’y remonter, soit encore de faire de magnifiques
arrêts sur image. Ces bâtiments en effet portent en eux des leçons d’architecture : ils
montrent que celle-ci, lorsqu’elle est belle, a pu et peut encore apporter aux cœurs des
hommes une joie ou une sérénité, lesquelles peuvent aussi contribuer à la guérison.
Au moment où le patrimoine hospitalier français connaît un bouleversement profond, à
la fois par l’émergence de toute une génération de nouveaux hôpitaux (où l’excellence
médicale n’est pas toujours au rendez-vous, tant les problèmes sont devenus complexes), et par la désaffectation de nombreux hôpitaux anciens, qui paraissent obsolètes,
ce qui conduit parfois à leur disparition et trop rarement à leur réhabilitation, il paraît
bien utile de revenir sur cette histoire. Or les auteurs de ce livre nous offrent une lecture profondément renouvelée par un recours systématique aux archives, manuscrites
ou imprimées, et clairement structurée par cette attention aux causes profondes de
ces mutations, dont la dernière se produit sous nos yeux.
Au lecteur maintenant d’entrer dans ce territoire défriché, balisé, éclairé, sous la
conduite des meilleurs guides. file:///C:/Users/u/Downloads/dp_hopitaux_121012-1.pdf -- file:///C:/Users/u/Downloads/08-Dossier+HOPITAL.pdf - le Logement Collectif* 50,60,70's dans tous ses états..Histoire & Mémoire de l'Habitat / Rétro-Villes / HLM / Banlieue / Renouvellement Urbain / Urbanisme 😊 De grandes barres d’immeubles, appelées les grands ensembles, sont le symbole de nos banlieues. Entrée Libre revient sur le phénomène de destruction de ces bâtiments qui reflètent aujourd’hui la misere www.youtube.com/watch?v=mCqHBP5SBiM Quatre murs et un toit 1953 Scenario et réalisation Pierre Jallaud MRU (ministère de la reconstruction et de l'urbanisme) www.dailymotion.com/video/xk6xui twitter.com/Memoire2cite/status/1121877386491043840/photo... Avril 1993, 6 ans après l'implosion de la tour DEBUSSY des 4000, 30% seulement des travaux de rénovation ont été réalisés et le chômage frappe toujours 1/3 des hbts. C'est un échec. A Mantes la Jolie, 6 mois après la destruction des 4 tours du Val Fourré, www.youtube.com/watch?v=ta4kj05KJOM … Banlieue 89, Bacalan à Bordeaux 1986 - Un exemple de rénovation urbaine et réhabilitation de l'habitat dans un des quartiers de Bordeaux La Cité Claveau à BACALAN. A l'initiative du mouvementla video içi www.youtube.com/watch?v=IN0JtGBaA1o … L'assoçiation de ROLLAND CASTRO @ Le Plan Banlieue 89 - mode d'emploi - Archive INA - La video içi. TRANSFORMER LES PAYSAGES URBAINS AVEC UNE APPROCHE CULTURELLE www.youtube.com/watch?v=Aw-_f-bT2TQ … SNCF les EDITIONS DU CABRI PRESENTE PARIS LA BANLIEUE 1960-1980 -La video Içi.
www.youtube.com/watch?v=lDEQOsdGjsg … Içi la DATAR en 1000 clichés missionphotodatar.cget.gouv.fr/accueil - Notre Paris, 1961, Réalisation : André Fontaine, Henri Gruel Les archives filmées de la cinémathèque du ministère de 1945 à nos jours içi www.dailymotion.com/video/xgis6v?playlist=x34ije
31 TOULOUSE - le Mirail 1962 réalisation : Mario Marret construction de la ville nouvelle Toulouse le Mirail, commentée par l'architecte urbaniste Georges Candilis le film www.dailymotion.com/video/xn4t4q?playlist=x34ije Il existe de nos jours, de nombreux photographes qui privilégient la qualité artistique de leurs travaux cartophiles. A vous de découvrir ces artistes inconnus aujourd’hui, mais qui seront peut-être les grands noms de demain.Les films du MRU - Le temps de l'urbanisme, 1962, Réalisation : Philippe Brunet www.dailymotion.com/video/xgj2zz?playlist=x34ije … … … … -Les grands ensembles en images Les ministères en charge du logement et leur production audiovisuelle (1944-1966) MASSY - Les films du MRU - La Cité des hommes, 1966, Réalisation : Fréderic Rossif, Albert Knobler www.dailymotion.com/video/xgiqzr?playlist=x34i - Les films du MRU @ les AUTOROUTES - Les liaisons moins dangereuses 1972 la construction des autoroutes en France - Le réseau autoroutier 1960 Histoire de France Transports et Communications - www.dailymotion.com/video/xxi0ae?playlist=x34ije … - A quoi servaient les films produits par le MRU ministère de la Reconstruction et de l'Urbanisme ? la réponse de Danielle Voldman historienne spécialiste de la reconstruction www.dailymotion.com/video/x148qu4?playlist=x34ije … -les films du MRU - Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : la préfabrication en usine, le coffrage glissant... www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije … - TOUT SUR LA CONSTRUCTION DE NOTRE DAME LA CATHEDRALE DE PARIS Içi www.notredamedeparis.fr/la-cathedrale/histoire/historique... -MRU Les films - Le Bonheur est dans le béton - 2015 Documentaire réalisé par Lorenz Findeisen produit par Les Films du Tambour de Soie içi www.dailymotion.com/video/x413amo?playlist=x34ije …
archipostcard.blogspot.com/search?updated-max=2009-02-13T... -Créteil.un couple à la niaiserie béate exalte les multiples bonheurs de la vie dans les new G.E. www.youtube.com/watch?v=FT1_abIteFE … La Ville bidon était un téléfilm d'1 heure intitulé La Décharge.Mais la censure de ces temps de présidence Pompidou en a interdit la diffusion télévisuelle - museedelacartepostale.fr/periode-semi-moderne/ - archipostalecarte.blogspot.com/ - Hansjörg Schneider BAUNETZWOCHE 87 über Papiermoderne www.baunetz.de/meldungen/Meldungen_BAUNETZWOCHE_87_ueber_... … - ARCHITECTURE le blog de Claude LOTHIER içi leblogdeclaudelothier.blogspot.com/2006/ - - Le balnéaire en cartes postales autour de la collection de David Liaudet, et ses excellents commentaires.. www.dailymotion.com/video/x57d3b8 -Restaurants Jacques BOREL, Autoroute A 6, 1972 Canton d'AUXERRE youtu.be/LRNhNzgkUcY munchies.vice.com/fr/article/43a4kp/jacques-borel-lhomme-... … Celui qu'on appellera le « Napoléon du prêt-à-manger » se détourne d'ailleurs peu à peu des Wimpy, s'engueule avec la maison mère et fait péricliter la franchise ...
museedelacartepostale.fr/blog/ - museedelacartepostale.fr/exposition-permanente/ - www.queenslandplaces.com.au/category/headwords/brisbane-c... - collection-jfm.fr/t/cartes-postales-anciennes/france#.XGe... - www.cparama.com/forum/la-collection-de-cpa-f1.html - www.dauphinomaniac.org/Cartespostales/Francaises/Cartes_F... - furtho.tumblr.com/archive
le Logement Collectif* 50,60,70's, dans tous ses états..Histoire & Mémoire d'H.L.M. de Copropriété Renouvellement Urbain-Réha-NPNRU., twitter.com/Memoire2cite tout içi sig.ville.gouv.fr/atlas/ZUS/ - media/InaEdu01827/la-creatio" rel="noreferrer nofollow">fresques.ina.fr/jalons/fiche-media/InaEdu01827/la-creatio Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije la préfabrication en usine www.dailymotion.com/video/xx6ob5?playlist=x34ije , le coffrage glissant www.dailymotion.com/video/x19lwab?playlist=x34ije ... De nouvelles perspectives sont nées dans l'industrie du bâtiment avec les principes de bases de l'industrialisation du bâtiment www.dailymotion.com/video/x1a98iz?playlist=x34ije ,
www.dailymotion.com/video/xk6xui?playlist=x34ije , www.dailymotion.com/video/xk1dh2?playlist=x34ije :- que dire de RICARDO BOFFIL Les meilleures balades que j’ai fait autour de Paris je les ai faites dans l’application Plans. Je ne minore pas le rôle de Google Maps, révolution cartographique sans précédent et sans égale, qui aura réalisé nos fantasmes d’Aleph borgesien — l’idée d’un point d’où le monde serait visible en totalité — parachevé Mercator et permis d’explorer des parties du globe inconnues de Cook, Bougainville et Amundsen. Je n’oublie pas non plus cet exercice de cartographie au collège, qui nous avait démontré que nous étions à 3 cartes IGN de la capitale, et que le tissu urbain était de plus en plus serré à mesure que nous avancions vers le nord. Mais Plan possédait une fonctionnalité inédite, le Flyover, technologie à l’origine destinée aux pilotes de chasse, et qui fournissait des rendus 3D spectaculaire des bâtiments survolés — ainsi que des arbres et des déclivités du sol.
On quittait enfin les champs asphyxiants de la photographie aérienne pour des vues à l’oblique des villes visitées : après un siècle d’écrasement — la photographie aérienne est étroitement contemporaine du bombardement aérien — les villes reprenaient enfin de la vigueur et remontaient vers le ciel. J’avais d’ailleurs effectué moi-même une manœuvre de redressement similaire le jour où j’étais parti, à pied depuis Paris, visiter à Nanterre une exposition sur la photographie aérienne. J’étais à la quête des premières vues de Paris qu’avait prises Nadar depuis un ballon captif. À défaut de ces images, définitivement manquantes, j’avais parcouru, après la Grande Arche, les derniers kilomètres de la Voie Royale, cette prodigieuse perspective historique partie du Louvre — rare exemple de frise chronologique implémentée dans une structure urbanistique.
J’avais en réalité un peu dévié de la ligne droite pour aller voir les tours Nuages d’Emile Aillaud, le Facteur Cheval du modernisme, dont je connaissais déjà les autres chefs d’œuvres d'architecture naïve, les nouilles chinoises de Grigny et le spaghetti de Pantin.
C’était précisément l’usage que j’avais fait de l’application Plans : j’étais parti à la recherche de tous les groupements de tour qu’elle m’avait permis d’identifier, sur mon iPad. Je les faisais tourner avec deux doigts, comme un éclaireur qui marcherait autour d’un donjon, avant de les immortaliser, sous leur plus bel angle, par une capture d’écran.Un éclaireur autour d’un donjon : c’était exactement cela, qui m’avait fasciné. Les guerres territoriales entre Les Tarterêts de Corbeil et les Pyramides d’Evry avaient marqué mon enfance. La notion de cité, telle qu’elle avait été définie, à partir des années 80, dans le second âge des grands ensembles, l’âge du déclin, avait conservé un cachet médiéval. Ici, vivaient guetteurs et trafiquants, condottieres à la tête d’une écurie de go-fast et entretenant des chenils remplis de mâtins rares et dangereux. Ici, l’État central ne remplissait plus ses tâches régaliennes, ici la modernité laïque était entrée en crise. Mais ce que j’avais découvert, en collectionnant ces captures d’écran, c’était à quel point l’urbanisme de la banlieue parisienne était, strictement, d’obédience médiévale. On était passé, d’un seul mouvement et sans même s’en rendre compte de Château-Gaillard à la Cité 4000, du Donjon de Vincennes aux tours de Sarcelles, du château de Gisors aux choux fleurs de Créteil.J’ai même retrouvé la colonne détruite du désert de Retz dans le babylonien château d’eau de Noisiel.
Des hauteurs de Rosny à celle de Chanteloup, du plateau de Clichy à la dalle d’Argenteuil, on avait bizarrement livré des pastiches inconscients de la grande architecture militaire médiévales : les environs de Paris s’étaient retrouvés à nouveau fortifiés, la vieille tour de Montlhéry n’était plus solitaire, et même les immeubles de briques rouges qui avaient succédé à l’enceinte de Thiers évoquaient des murailles.
Et ce que j’avais initialement pris pour des anomalies, des accidents malheureux du post-modernisme, les grand ensembles voûtés et cannelés de Ricardo Boffil, étaient peut-être ce qui exprimait le mieux tout cela — ou du moins qui clôturaient avec le génie le plus clair cet âge des grands ensembles.
Car c’était cela, ces Carcassonnes, ces Acropoles, ces Atlandides qui surnageaient avec le plus de conviction au milieu des captures d’écrans de ruines médiévales qui s’accumulaient sur mon bureau.
Si décriées, dès leur construction, pour leur kitch intolérable ces mégastructures me sont soudain apparues comme absolument nécessaires.
Si les Villes Nouvelles n’ont jamais existé, et persisteront dans la mémoire des hommes, elles le doivent à ces rêveries bizarres et grandioses, à ces hybridations impossibles entre les cités idéales de Ledoux et les utopies corbuséennes.
L’Aqueduc de Saint-Quentin-en-Yvelines, les Espaces d’Abraxas à Marne-la-Vallée, les Colonnes de Saint-Christophe à Cergy-Pontoise sont les plus belles ruines du Grand Paris.
www.franceculture.fr/emissions/la-conclusion/ricardo-bofill immerssion dans le monde du logement social, l'univers des logements sociaux, des H.B.M au H.L.M - Retour sur l'histoire du logement collectif d'apres guerre - En Françe, sur l’ensemble du territoire avant, 4 millions d’immeubles étaient vétustes, dont 500.000 à démolir; au total 10% des logements étaient considérés comme insalubres et 40% réputés d’une qualité médiocre, et surpeuplés. C’est pour ces raisons que, à partir de 1954, le Ministre à la Reconstruction et au Logement évalue le besoin en logements à 2.000.660, devenant ainsi une priorité nationale. Quelques années plus tard à l’appel de l’Abbé Pierre, le journaliste Gilbert Mathieu, en avril 1957 publiait dans le quotidien Le Monde une série d’articles sur la situation dramatique du logement : Logement, notre honte et dénonçant le nombre réduit de logements et leur impitoyable état. Robert Doisneau, Banlieue après-guerre, 1943-1949 /Le mandat se veut triple : reconstruire le parc immobilier détruit durant les bombardements essentiellement du printemps/été 1944, faire face à l’essor démographique et enfin résorber l’habitat insalubre notamment les bidonvilles et les cités de transit. Une ambition qui paraît, dès le début, très élevée, associée à l’industrialisation progressive de la nation entre autre celle du secteur de la construction (voir le vidéo de l’INA du 17 juillet 1957 intitulée La crise du logement, un problème national. Cela dit, l’effort pour l’État français était d’une ampleur jamais vue ailleurs. La double nécessité de construire davantage et vite, est en partie la cause de la forme architecturale excentrique qui constituera les Grands Ensembles dans les banlieues françaises. Cinq caractéristiques permettent de mieux comprendre ce terme : la rupture avec le tissu urbain ancien, un minimum de mille logements, une forme collective (tours, barres) de quatre jusqu’à vingt niveaux, la conception d’appartements aménagés et équipés et enfin une gestion destinée pour la plupart à des bailleurs de logement social.
Pour la banlieue parisienne leur localisation s’est opérée majoritairement dans la périphérie, tandis que dans les autres cas, plus de la moitié a été construite dans le centre ville, le plus souvent à la limite des anciens faubourgs.
Architecture d’Aujourd’hui n° 46, 1953 p. 58-55
C’est le triomphe de l’urbanisme fonctionnel et rationaliste cher à Le Corbusier. Entre 1958 et 1973, cent quatre-vingt-quinze Zones à Urbaniser en Priorité (ZUP) sont créées, comprenant deux millions de logements, essentiellement de type populaire en Habitations à Loyer Modéré (HLM), mais pas exclusivement, remplaçant ainsi les anciennes Habitations à Bon Marché (HBM) crées en 1894. Selon le décret du 27 mars 1954 qui en fixe les conditions d’attribution, les bénéficiaires de la législation n’ont pas changé, ce sont toujours des « personnes peu fortunées vivant principalement de leur salaire », selon la loi Strauss de 1906. En 1953, tous les HLM voient leur surface maximale se réduire, en passant de 71 à 65 mètres carrés pour un quatre pièces. L’accès au logement des familles modestes se fera donc au détriment de la qualité et quantité de l’espace habité pour des familles nombreuses. À ce propos, le sociologue Thierry Oblet a bien montré comment se sont articulées les pensées des architectes et des ingénieurs modernistes, avec leur souci planificateur d’un État interventionniste[8] grâce à l’hégémonie du béton, de la ligne droite et de la standardisation de la construction.
Les exemples de cette architecture restent nombreux : de la Cité de 4000 (pour 4000 logements) à la Courneuve en Seine-Saint-Denis (93) aux logements de 15 étages aux balcons pétales, appelés « Chou-fleur » à Créteil en Val-de Marne (94) dessinés au début des années 70 par l’architecte Gérard Grandval. De la Cité des nuages à Nanterre dans les Hauts-de-Seine (92) à la Grande borne construite entre 1967 et 1971 sur le territoire des communes de Grigny et Viry-Châtillon, dans l’Essonne (91) en passant par la Noé à Chanteloup-les-Vignes dans le département des Yvelines (78) scénario du célèbre film La Haine[9] de Kassovits.
Récemment, plusieurs expositions photographiques se sont
concentrées sur cette nouvelle figure de l’urbanisme fonctionnaliste français de l’après-guerre. Par exemple Toit&Moi, 100 ans de logement social (2012), Les Grands ensembles 1960-2010 (2012) produite par l’école supérieure d’arts & médias de Caen/Cherbourg, selon un projet du Ministère de la Culture et de la Communication. Enfin l’exposition Photographie à l’œuvre, (2011-2012) d’Henri Salesse, photographe du service de l’inventaire du Ministère de la Reconstruction et de l’Urbanisme et Voyage en périphérie (2012) de Cyrus Cornut.
Il s’agissait là non seulement d’un progrès matériel, mais aussi démocratique, donnant ainsi à chaque citoyen, la possibilité d’accéder à son petit appartement doté de tous les conforts de l’époque. La recherche d’économie et de rapidité dans la conduite des chantiers portent à l’utilisation du béton comme matériel privilégié et à des plans architecturaux aussi simples que possible avec la réalisation de logements standardisés, dont les barres et les tours deviennent les figures principales : Au mitan des années cinquante, apparurent d’étranges formes urbaines. Des immeubles d’habitation de plus en plus longs et de plus en plus hauts, assemblés en blocs qui ne s’intégraient pas aux villes existantes. Ces blocs s’en différenciaient ostensiblement et parfois comme systématiquement, s’en isolaient. Ils semblaient faire ville à part. Surtout ils ne ressemblaient pas à ce qu’on avait l’habitude d’appeler ville. Et leur architecture aussi, qui était tellement déroutante. On les a nommés » grands ensembles. Cité de l’Abreuvoir, Bobigny (93), 2003 (Inventaire général du Patrimoine, Région Ile de France / Stéphane Asseline)
Bref, entre 1946 et 1975 le parc immobilier français passe de 12,7 millions à 21 millions de logements. Environ 8 millions de ceux-ci sont neufs, construits entre 1953-1975 – dont la moitié sous forme de grands ensembles – et près de 80 % des logements grâce à une aide de l’État avec des crédits publics. Le nombre de logements sociaux passe de moins de 500.000 à près de 3 millions, dont 43 % en région parisienne, où la demande est la plus forte[11]. Ce qui témoigne d’un effort énorme. Secrétariat d’État à la Reconstruction et au Logement, Supplément du logement en 1954, cité par Bachmann, C. Le Guennec, N., Violences urbaines…Op.cit, p.24. Alors que l’hiver 1954 est particulièrement rigoureux, l’abbé Pierre lance un appel en faveur des sans-logis et déshérités et organise des collectes de vêtements et de nourriture pour les plus démunis. Cela nous rappelle également que les inégalités sociales restaient particulièrement importantes à l’époque, malgré les débuts de la croissance économique, et que la crise du logement n’était pas encore complètement résolue. Danièle Voldman, La reconstruction des villes françaises de 1940 à 1954 : histoire d’une politique, Paris, L’Harmattan, 1997. Les Actualités françaises, La crise du logement, un problème national, 17 juillet, 1957, in fresques.ina.fr/…/la-crise-du-logement-un-probleme-n…, consulté le 20/02/2014. C’est l’urbaniste Marcel Rotival dans un numéro d’Architecture d’Aujourd’hui de juin 1935 (vol.1, n°6, juin 1935, p.57) qui propose pour la première fois cette terminologie pour désigner les Habitations à Bon Marché (HBM) et leur transformation en Habitations à Loyer Modéré (HLM), par la loi du 21 juillet 1951: « Nous espérons, un jour, sortir des villes comme Paris, non seulement par l’avenue des Champs Elysées, la seule réalisation de tenue sans laquelle Paris n’existerait pas, mais sortir par Belleville, par Charonne, par Bobigny, etc., et trouver harmonieusement disposés le long de larges autostrades, au milieu de grands espaces boisés, de parcs, de stades, de grandes cités claires, bien orientées, lumineusement éclairées par le soleil. » Largement reprise depuis les années 1950 dans le jargon administratif et public, elle apparaît pour la première fois dans un texte officiel qu’en 1973 avec la Circulaire Guichard, alors Ministre de l’Aménagement du territoire, de l’Equipement, du Logement et du tourisme. Celui-ci met un terme à la politique initiée après-guerre afin « d’empêcher la réalisation des formes d’urbanisation désignées généralement sous le nom de “grands ensembles”, peu conforme aux aspirations des habitants et sans justification économique sérieuse ». Paradoxalement, le terme de grands ensembles s’officialise donc au moment même où ils son mis en question. ZUP est un acronyme qui signifie Zone à Urbaniser en Priorité. Elles ont été créées par le décret N°58-1464 du 31 décembre 1958, afin de planifier et d’encadrer sur le territoire national, le développement urbain pour répondre à la carence de logements face à l’accroissement démographique et favoriser enfin la résorption de l’habitat insalubre. Oblet, Thierry, Gouverner la ville. Les voies urbaines de la démocratie moderne, Paris, PUF, 2003. En particulier par l’intermédiaire de la Société centrale de construction et de la Société centrale pour l’équipement du territoire, créées au milieu des années 1950 en tant que filiales de la Caisse des dépôts et consignations.
Kassovitz, Mathieu, La Haine, France, 1995.
Cornu, Marcel, Libérer la ville, Bruxelles, Casterman, 1977, p.60. Annie Fourcaut « Les banlieues populaires ont aussi une histoire », Projet 4/2007 (n° 299), pp. 7-15.
www.dailymotion.com/video/xw6lak?playlist=x34ije - Rue neuve 1956 la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, villes, villages, grands ensembles réalisation : Jack Pinoteau , Panorama de la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, ce film de commande évoque les villes et villages français détruits puis reconstruits dans un style respectant la tradition : Saint-Malo, Gien, Thionville, Ammerschwihr, etc. ainsi que la reconstruction en rupture avec l'architecture traditionnelle à Châtenay-Malabry, Arles, Saint Étienne, Évreux, Chambéry, Villeneuve-Saint-Georges, Abbeville, Le Havre, Marseille, Boulogne-sur-Mer, Dunkerque. Le documentaire explique par exemple la manière dont a été réalisée la reconstruction de Saint-Malo à l'intérieur des rempart de la vieille ville : "c'est la fidélité à l'histoire et la force du souvenir qui a guidé l'architecte". Dans le même esprit à Gien, au trois quart détruite en 1940, seul le château construit en 1494 pour Anne de Beaujeu, fille aînée de Louis XI, fut épargné par les bombardements. La ville fut reconstruite dans le style des rares immeubles restant. Gien est relevé de ses ruines et le nouvel ensemble harmonieux est appelé « Joyau de la Reconstruction française ». Dans un deuxième temps est abordé le chapitre de la construction des cités et des grands ensembles, de l’architecture du renouveau qualifiée de "grandiose incontestablement". S’il est précisé "on peut aimer ou de ne pas aimer ce style", l’emporte au final l’argument suivant : les grands ensembles, c'est la campagne à la ville, un urbanisme plus aéré, plus vert." les films caravelles 1956, Réalisateur : Jack Pinoteau (connu pour être le metteur en scène du film Le Triporteur 1957 qui fit découvrir Darry Cowl) www.dailymotion.com/video/xuz3o8?playlist=x34ije - www.dailymotion.com/video/xk1g5j?playlist=x34ije Brigitte Gros - Urbanisme - Filmer les grands ensembles 2016 - par Camille Canteux chercheuse au CHS -Centre d'Histoire Sociale - Jeanne Menjoulet - Ce film du CHS daté de 2014 www.youtube.com/watch?v=VDUBwVPNh0s … L'UNION SOCIALE POUR L'HABITAT le Musée des H.L.M. musee-hlm.fr/ union-habitat.org/ - EXPOSITION :LES 50 ANS DE LA RESIDENCe SALMSON POINT-Du JOUR www.salmsonlepointdujour.fr/pdf/Exposition_50_ans.pdf - Sotteville Construction de l’Anjou, le premier immeuble de la Zone Verte sottevilleaufildutemps.fr/2017/05/04/construction-de-limm... - www.20minutes.fr/paris/diaporama-7346-photo-854066-100-an... - www.ladepeche.fr/article/2010/11/02/940025-140-ans-en-arc... dreux-par-pierlouim.over-blog.com/article-chamards-1962-9... missionphoto.datar.gouv.fr/fr/photographe/7639/serie/7695...
Official Trailer - the Pruitt-Igoe Myth: an Urban History
www.youtube.com/watch?v=g7RwwkNzF68 - la dérive des continents youtu.be/kEeo8muZYJU Et la disparition des Mammouths - RILLIEUX LA PAPE & Dynacité - Le 23 février 2017, à 11h30, les tours Lyautey étaient foudroyées. www.youtube.com/watch?v=W---rnYoiQc …
Ginger CEBTP Démolition, filiale déconstruction du Groupe Ginger, a réalisé la maîtrise d'oeuvre de l'opération et produit les études d'exécution. L'emblématique ZUP Pruitt Igoe. vaste quartier HLM (33 barres de 11 étages) de Saint-Louis (Missouri) USA. démoli en 1972 www.youtube.com/watch?v=nq_SpRBXRmE … "Life is complicated, i killed people, smuggled people, sold people, but perhaps in here.. things will be different." ~ Niko Bellic - cité Balzac, à Vitry-sur-Seine (23 juin 2010).13H & Boom, quelques secondes plus tard, la barre «GHJ», 14 étages et 168 lgts, s’effondrait comme un château de cartes sous les applaudissements et les sifflets, bientôt enveloppés dans un nuage de poussière. www.youtube.com/watch?v=d9nBMHS7mzY … - "La Chapelle" Réhabilitation thermique de 667 logements à Andrézieux-Bou... youtu.be/0tswIPdoVCE - 11 octobre 1984 www.youtube.com/watch?v=Xk-Je1eQ5po …
DESTRUCTION par explosifs de 10 tours du QUARTIER DES MINGUETTES, à LYON. les tours des Minguettes ; VG des tours explosant et s'affaissant sur le côté dans un nuage de fumée blanche ; à 13H15, nous assistons à l'explosion de 4 autres tours - St-Etienne Métropole & Montchovet - la célèbre Muraille de Chine ( 540 lgts 270m de long 15 allees) qui était à l'époque en 1964 la plus grande barre HLM jamais construit en Europe. Après des phases de rénovation, cet immeuble a été dynamité en mai 2000 www.youtube.com/watch?v=YB3z_Z6DTdc … - PRESQU'ILE DE GENNEVILLIERS...AUJOURD'HUI...DEMAIN... (LA video içi parcours.cinearchives.org/Les-films-PRESQU-ILE-DE-GENNEVI... … ) Ce film de la municipalité de Gennevilliers explique la démarche et les objectifs de l’exposition communale consacrée à la presqu’île, exposition qui se tint en déc 1972 et janvier 1973 - le mythe de Pruitt-Igoe en video içi nextcity.org/daily/entry/watch-the-trailer-for-the-pruitt... … - 1964, quand les loisirs n’avaient (deja) pas le droit de cité poke @Memoire2cite youtu.be/Oj64jFKIcAE - Devenir de la ZUP de La Paillade youtu.be/1qxAhsqsV8M v - Regard sur les barres Zum' youtu.be/Eow6sODGct8 v - MONTCHOVET EN CONSTRUCTION Saint Etienne, ses travaux - Vidéo Ina.fr www.ina.fr/video/LXF99004401 … via - La construction de la Grande Borne à Grigny en 1969 Archive INA www.youtube.com/watch?time_continue=12&v=t843Ny2p7Ww (discours excellent en seconde partie) -David Liaudet : l'image absolue, c'est la carte postale" phothistory.wordpress.com/2016/04/27/david-liaudet-limage... … l'architecture sanatoriale Histoire des sanatoriums en France (1915-1945). Une architecture en quête de rendement thérapeutique..
passy-culture.com/wp-content/uploads/2009/10/Les-15-Glori... … … & hal.archives-ouvertes.fr/tel-01935993/document … explosion des tours Gauguin Destruction par implosion des Tours Gauguin (quartier de La Bastide) de Limoges le dimanche 28 novembre 2010 à 11 heures. Limoges 28/11/2010 youtu.be/cd0ln4Nqqbs … 42 Roanne - c'etait le 11 novembre 2013 - Souvenirs des HLM quartier du Parc... Après presque 45 minutes de retard, les trois dernières tours Chanteclair sont tombées. Le tir prévu etait à 11h14 La vidéo içi www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-les-3-dernieres-... … … www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-une-vingtaine-de... …Besançon (25) - la Nouvelle cité d'HLM La Planoise en 1960 avec la video des premiers habitants de Planoise en juin 1968 www.youtube.com/watch?v=LVKAkJSsCGk … … … archive INA … BEGIN Japanology - les utopies de l'extreme et Kenzo Tange l'architecte japonnais - la video içi www.youtube.com/watch?v=ZlAOtYFE4GM … 71 les Prés Saint-Jean a Chalon-sur-Saône - L'Implosion des 3 tours HLM de 15 etages le 5 décembre 2009 par FERRARI DEMOLITION içi www.youtube.com/watch?v=oDsqOjQJS8E … … … & là www.youtube.com/watch?v=ARQYQLORBBE … 21 DIJON Cité des Grésilles - c'etait l'implosion de la residençe HLM Paul Bur le 19 02 2010 www.youtube.com/watch?v=fAEuaq5mivM … … & la www.youtube.com/watch?v=mTUm-mky-sw … 59 - la technique dite du basculement - Destruction de l'immeuble Rhone a Lille avec pleins de ralentit içi video-streaming.orange.fr/actu-politique/destruction-de-l... … 21 Chenôve (le GRAND DIJON) - Implosion de la barre François RUDE le 3 nov 2010 (top video !!) www.youtube.com/watch?v=ClmeXzo3r5A … …Quand l histoire çe repete et çe repetera autant de fois que nesçessaire quand on voie la quantitée de barres 60 70's...dans le collimateur de l'ANRU2.. 77 MEAUX 3 grandes tours..& puis s'en vont.. Démolition Pierre Collinet Batiment Genêt, Hortensia et Iris - Reportage Journal le 26 juin 2011 youtu.be/fpPcaC2wRIc 71 CHALON SUR SAONE C'etait les Prés Saint Jean le 05 décembre 2009 , pour une implosion hlm hors du commun !!! Caméra mise à même le sol , à une vingtaine de mètres de la première tour .... www.youtube.com/watch?v=kVlC9rYU-gs … 78 les MUREAUX le 3 octobre 2010 ,Les dernières minutes de la Tour Molière aux Mureaux (Yvelines) et sa démolition par semi-foudroyage, filmés du quartier de la Vigne Blanche. www.youtube.com/watch?v=u2FDMxrLHcw …71 MACON LES GRANDES PERRIERES C'etait un 30 juin 2013, avec l'implosion de la barre HLM des Perrières par GINGER www.youtube.com/watch?v=EzYwTcCGUGA … … une video exceptionnelle ! c'etait Le Norfolk Court un ensemble résidentiel, le Norfolk Court, construit dans les années 1970, a été démoli à Glasgow en Ecosse le 9 mai 2016 . Il rate la démolition d'un immeuble au tout dernier moment LES PASSAGERS DU BUS EN PROFITE A SA PLAçE lol www.20minutes.fr/tv/t-as-vu/237077-il-rate-la-demolition-... … 69 LYON Quand La Duchère disait adieu à sa barre 230 le jeudi 2 juillet 2015
www.youtube.com/watch?v=BSwidwLw0NA … www.youtube.com/watch?v=BdLjUAK1oUk … www.youtube.com/watch?v=-DZ5RSLpYrM …Avenir Deconstruction : Foudroyage de 3 barres HLM - VAULX-EN-VELIN (69) www.youtube.com/watch?v=-E02NUMqDno Démolition du quartier Bachelard à Vaulx-en-Velin www.youtube.com/watch?v=DSAEBIYYpXY Démolition des tours du Pré de l'Herpe (Vaulx-en-Velin)
www.youtube.com/watch?v=fG5sD1G-QgU REPORTAGE - En sept secondes, un ensemble de 407 appartements à Vaulx-en-Velin a été détruit à l'explosif dans le cadre du renouvellement urbain... www.youtube.com/watch?v=Js6w9bnUuRM www.youtube.com/watch?v=MCj5D1NhxhI - St-QUENTIN LA ZUP (scic)- NOUMEA - NOUVELLE CALEDONIE historique de la cité Saint-Quentin içi www.agence-concept.com/savoir-faire/sic/
www.youtube.com/watch?v=_Gt6STiH_pM …[VIDEOS] Trois tours de la cité des Indes de Sartrouville ont été démolies dans le cadre du plan de rénovation urbaine du quartier Mille quatre cent soixante-deux détonateurs, 312 kilos le 06/06/2010 à 11 heures. la belle video içi www.youtube.com/watch?v=fY1B07GWyDE VIGNEUX-SUR-SEINE, VOTRE HISTOIRE, VOS SOUVENIRS. içi www.youtube.com/watch?v=8o_Ke26mB48 … , Film des Tours et du quartier de la Croix Blanche, de 1966 à 1968. Les Tours en train de finir de se construire, ainsi que le centre commerciale. Destruction de la Tour 21, pour construire de nouveaux HLM...
42 LOIRE ST-ETIENNE MONTREYNAUD tout une histoire youtu.be/ietu6yPB5KQ - Mascovich & la tour de Montreynaud www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE … -Travaux dalle du Forum à Montreynaud Saint-Etienne www.youtube.com/watch?v=0WaFbrBEfU4 … & içi www.youtube.com/watch?v=aHnT_I5dEyI … - et fr3 là www.youtube.com/watch?v=hCsXNOMRWW4 … - Au nord-Est de St-Etienne, aux confins de la ville, se dresse une colline et sur les pentes de cette colline s’accroche une petite ville, un quartier, un peu à part. Cet endroit niché au milieu de la verdure, c’est le quartier de Montreynaud. www.youtube.com/watch?v=Sqfb27hXMDo&fbclid=IwAR2ALN4d... …Et sinon, avez-vous remarqué au dessus du P de AGIP ? On voit, dans le film, la Tour Réservoir Plein Ciel du quartier de Montreynaud, détruite 3 ans plus tard par foudroyage ! Sûr que @Memoire2cite a des photos du quartier et de la tout à l'époque ! ;-) 42 LOIRE SAINT-ETIENNE MONTREYNAUD LA ZUP Souvenirs avec Mascovich & son clip "la tour de Montreynaud" www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE …
- Que de chemin parcouru, Muraille de Chine La Palle Beaulieu jusqu'aux années 90. L habitat se transforme et s adapte aux nouveaux besoins. Autre temps, période d'essor économique et du "vivre ensemble". Merci à @Memoire2cite pour cette introspection du passé! -
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Considerando che le bici andavano al massimo a 10 km/h e la mia predilezione per i contrasti forti in pp il risultato può essere considerato sufficiente :-)
I consider this shot as a photo stolen to destiny.
Sometimes you can take pictures without having studied it before, they come from the case, this may have some imperfections, but in the reportage photography there is a moment and a condition to transmit, not necessarily with a perfect form.
I was walking outside Amsterdam, looking for a chance to explain the exceptional cold that blocked even the navigation in his famous canals. I was waiting for some better weather conditions, when suddenly a opportunity happened in front of me.
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Catedral de Santa María de Toledo
La catedral de Santa María de Toledo, (España), llamada también Catedral Primada de Toledo, sede de la Archidiócesis de Toledo, es un edificio de arquitectura gótica, considerado por algunos como la opera magna1 del estilo gótico en España. Su construcción comenzó en 1226 bajo el reinado de Fernando III el Santo y las últimas aportaciones góticas se dieron en el siglo XV cuando en 1493 se cerraron las bóvedas de los pies de la nave central, en tiempos de los Reyes Católicos. Está construida con piedra blanca de Olihuelas (en el término de Olías del Rey).
Se la conoce popularmente como Dives Toletana (con el sentido de la rica toledana)
Orígenes
Durante muchos años, la tradición popular no escrita ha venido contando que hubo en este mismo lugar donde se encuentra la actual catedral un primer templo de la época del primer obispo Eugenio. Este templo fue consagrado por segunda vez el año 587, después de haber sufrido algunas alteraciones, como lo atestigua la inscripción aparecida en el siglo XVI que se conserva en el claustro y
En el nombre del Señor fue consagrada la Iglesia de Santa María en católico, el día primero de los idus de abril, en el año felizmente primero del reinado de nuestro gloriosísimo rey Flavio Recaredo, Era 625 [13 de abril de 587]
La ciudad había sido sede obispal de la Hispania visigoda. Los numerosos Concilios de Toledo atestiguan su importante pasado eclesiástico. También la abjuración del arrianismo por parte de Recaredo había tenido en ella su lugar y tiempo. La invasión musulmana no eliminó de inmediato la impronta cristiana y el obispado se trasladó y quedó establecido en la iglesia de Santa María de Alfizén.3
Se cree que el edificio obispal visigodo fue trasformado nuevamente para convertirse en la mezquita mayor de la ciudad de Toledo. Algunos investigadores apuntan que la sala de oración de la mezquita se corresponde con el cuerpo de las cinco naves de la actual catedral: el sahn (o patio) coincidiría con una parte del actual claustro y de la capilla de San Pedro y el alminar con la torre de campanas. Entre los datos arqueológicos actuales es posible observar algunos vestigios de la construcción musulmana: una columna islámica empotrada dentro de la capilla de Santa Lucía; los fustes marmóreos que guarnecen el exterior del coro son un aprovechamiento de una antigua construcción musulmana; los arcos entrecruzados de estilo califal en el triforio de la capilla mayor y en el de la girola, coinciden con la tradición constructora musulmana de Córdoba, si bien evidentemente su estructura es de traza cristiana.
La catedral de Alfonso VI
La ciudad de Toledo fue conquistada por Alfonso VI, rey de León y Castilla en 1085. Uno de los puntos de las capitulaciones que hicieron posible la entrega de la ciudad sin derramamiento de sangre fue la promesa de este rey de conservar y respetar los edificios de culto, las costumbres y la religión tanto de musulmanes como de la gran población cristiano-mozárabe; naturalmente, la mezquita mayor se hallaba comprendida en ese compromiso. Poco después, el rey tuvo que ausentarse por cuestiones de Estado, quedando al frente de la ciudad su esposa Constanza y el abad del monasterio de Sahagún Bernard de Sedirac (o Bernardo de Cluny), que había sido elevado al rango de arzobispo de Toledo. Estos dos personajes, de mutuo acuerdo y aprovechando la ausencia del rey, protagonizaron un hecho desafortunado que, según cuenta el padre Mariana en su Historia General de España, a punto estuvo de provocar una rebelión y un levantamiento no deseado y la ruina de la ciudad recién conquistada.
Urbano II, mediante la bula Cunctis Sanctorum, reconoció la condición de primada a la catedral y diócesis de Toledo
El asunto fue que el día 25 de octubre de 1087, el arzobispo (de acuerdo con la reina Constanza) envió gente armada para que se adueñara por la fuerza del recinto de la mezquita. Después de este lance, instalaron un altar provisional y colocaron una campana en el alminar, siguiendo la costumbre cristiana para «arrojar las suciedades de la ley de Mahoma».4 Cuenta el padre Mariana que el rey Alfonso VI se enfadó tanto cuando se enteró de lo acontecido que ni el arzobispo ni la reina consiguieron aplacarle y que dictó sentencia de muerte para casi todos los implicados. La leyenda cuenta que fueron los musulmanes los verdaderos intermediarios para conseguir la paz, con la figura del negociador y alfaquí Abu Walid quien llevó al rey un mensaje de tolerancia en el que se decía que aceptaban como legítima la usurpación. En recuerdo y gratitud de este gesto, el Cabildo catedralicio del siglo XV le dedicó un homenaje y encargó su efigie para colocarla en uno de los pilares de la capilla mayor, perpetuando de esta manera su recuerdo. Este hecho no está documentado y muchos historiadores de arte ven en la efigie un sacerdote de aspecto musulmán. Como consecuencia de aquel suceso, la mezquita toledana quedó consagrada y convertida en catedral cristiana, sin hacer apenas cambios en su estructura.
No se conservan los planos de lo que fue la mezquita ni se sabe cómo era esta construcción, pero teniendo en cuenta los vestigios conservados en otras ciudades (Sevilla, Jaén, Granada, Málaga y la propia Mezquita de Córdoba) puede suponerse que sería un edificio columnario, con arquería de herradura sobre columnas tal vez aprovechadas de otras construcciones romanas y visigodas. Es posible que se pareciese bastante a la iglesia de El Salvador de Toledo, antigua mezquita.
El rey Alfonso VI hizo importantes donaciones al nuevo templo. El 18 de diciembre de 1086 fue puesta la catedral bajo la advocación de María y se le concedieron villas, aldeas, molinos y un tercio de los ingresos de todas las demás iglesias de la ciudad. El primer privilegio real que se conserva reza en latín en su inicio:
Se hicieron las obras necesarias para establecer el culto cristiano romano, entre otras el cambio de orientación del presbiterio y capilla mayor. Urbano II le reconoció en 1088 su condición de catedral primada sobre las demás del reino. La mezquita-catedral se mantuvo casi intacta hasta el siglo XIII, año de 1222, en que una bula del Papa Honorio III autorizó a emprender las obras de la nueva fábrica que se iniciaron en 1224 (o 1225) y cuya ceremonia oficial de colocación de la primera piedra tuvo lugar en 1226 (otras fuentes dicen 1227), con la presencia del rey Fernando III el Santo.6 A lo largo del siglo XIII se aumentaron las rentas catedralicias al integrarse en su patrimonio Alcalá de Henares.7
La catedral del arzobispo Ximénez de Rada
El edificio de la catedral tal y como hoy se contempla es obra del siglo XIII, época del arzobispo de Toledo Rodrigo Ximénez de Rada y del rey Fernando III el Santo. La ceremonia oficial de la puesta de la primera piedra se retrasó con respecto al comienzo de las obras, en espera de que el rey pudiera hacer acto de presencia (1227). Ximénez de Rada había sido elegido arzobispo de Toledo en 1209 y desde el principio de su mandato defendió ante el Papa la primacía de la sede toledana. En su mente estaba la construcción de una gran catedral digna de esta ciudad que él gobernaba. Por entonces, la mezquita-catedral se mostraba bastante vieja y ruinosa; incluso algunas secciones habían sido demolidas por su antecesor. La mezquita-catedral disponía de un amplio espacio, pero era de poca altura y le faltaba la esbeltez de otros templos de similar importancia. Ximénez de Rada fue el entusiasta promotor de la nueva catedral que se edificaría al gusto de la época, en estilo gótico. Tan entusiasta fue con el proyecto y tanto se involucró en él, que se llegó a decir que fue el autor-arquitecto de las trazas de la nueva catedral; afirmación totalmente fuera de lugar según los historiadores y arquitectos. El arzobispo pasó unos años manteniendo y reforzando el antiguo templo a la espera de que su sueño fuera realizado.
El edificio de la catedral actual
La estructura del edificio tiene gran influencia del mejor gótico francés del siglo XIII pero adaptado al gusto español. Mide 120 m de longitud por 59 m de ancho. Consta de 5 naves más crucero y doble girola. Las naves externas presentan una anomalía extraña al ser algo más anchas que las otras dos. La parte más antigua del templo es la cabecera que mantiene en su arquitectura los triforios originales que se extendían a lo largo de las naves de donde fueron suprimidos en una de tantas reformas y evoluciones que sufrió la catedral. Todavía en época del gótico, estos triforios fueron sustituidos por los grandes ventanales-vidrieras. Los que se conservan de la cabecera son de influencia mudéjar. El más bajo está compuesto de arquillos lobulados que descansan en columnas pareadas y el alto presenta unos arcos entrecruzados típicos del mudéjar. No se sabe si estos temas mudéjares existían en la anterior mezquita y fueron copiados como recuerdo o bien se añadieron en una de las mejoras y enriquecimiento de la fábrica, como algo original y de buen gusto.
En la cabecera se encuentra la doble girola que es doble como corresponde a una planta de 5 naves. Esta doble girola es de proporciones grandiosas y está enriquecida por elementos arquitectónicos y por un original abovedamiento.
Cabecera de la catedral de Le Mans donde pueden apreciarse los rectángulos y los triángulos en los tramos de la girola.
Los tramos de la girola correspondientes a las distintas capillas se solucionaron con plantas alternativas de rectángulos y triángulos, lo que hizo que cada capilla fuera de distinto tamaño, más grandes las rectangulares y más pequeñas las triangulares. Esta manera de distribuir la cabecera puede verse en las catedrales francesas de Notre Dame en París, Bourges y Le Mans, siendo esta última la más parecida aunque las tres son más esbeltas en conjunto que la española. Las distintas reformas que se hicieron a través del tiempo alteraron la disposición de algunas de las capillas; en algún caso se reconstruyó una sola capilla en un espacio de tres. (Véase capilla de Santiago nº 7 en el plano y capilla de San Ildefonso nº 8 en el plano).
Las bóvedas de las naves son cuatripartitas excepto en el crucero y capilla mayor en que se refuerzan con terceletes.
Altar del Perdón
Rectoría La Asunción
(Catedral Metropolitana)
Plaza Constitución S/N
Colonia Centro
C.P. 06060
Delegación Cuauhtémoc
Tel: 01 (555) 521-7737
Fax:01 (555) 521-6873
Adscrito Pbro: Cuauhtémoc Islas Barquera
Rector Pbro: Francisco Javier Becerra Martínez
Adscrito Pbro:Luis Gutiérrez Hoppe
Rector Pbro: Manuel Arellano Rangel
Adscrito Pbro: Felipe Galicia Reyes
La Catedral Metropolitana de la Ciudad de México es el gran templo católico ubicado en la Plaza de la Constitución, en el centro histórico de la Ciudad de México. Las medidas aproximadas de este templo son 59 metros de ancho por 110 de largo y una altura de 60 metros hasta la cúpula. Es también una de las principales obras del arte mexicano, y se considera entre las más sobresalientes de todo el arte hispanoamericano. Construida con cantera gris, cuenta con cinco naves y 16 capillas laterales. Está dedicada a la Asunción de la Virgen María y es la iglesia principal de la Arquidiócesis Primada de México.
Historia de una construcción
En el tiempo de la ciudad de Tenochtitlán el área en donde se encuentra la actual catedral estuvo ocupada por un pequeño templo dedicado a Xipe o quizá por el templo de Quetzalcóatl, un templo dedicado al sol y otras edificaciones menores.
Tres años después de concluida la conquista, Hernán Cortés mandó construir una iglesia en el lugar aprovechando material de los templos aztecas. Esta iglesia fue convertida en catedral por Carlos V y el papa Clemente VII según la bula del 9 de septiembre de 1530 y nombrada metropolitana por Paulo III en 1547. Pronto quedó clara su insuficiencia y por mandato de Felipe II se derribó en 1552. Los trabajos de construcción de la nueva no comenzaron sino hasta 1571 cuando el virrey Martín Enríquez de Almansa y el arzobispo Pedro Moya de Contreras colocaron la primera piedra de su sucesora, la actual catedral...
La suma del costo de la obra hasta la dedicación de 1657 fue de 1.759.000 pesos. Dicho costo fue cubierto en buena parte por los reyes Felipe II, Felipe III, Felipe IV y Carlos II.
Luego, hubo un concurso para designar al arquitecto que terminaría la fachada. El proyecto ganador de dicho concurso fue el neoclásico presentado por el veracruzano José Damián Ortiz de Castro, que se antepuso a los de José Joaquín de Torres (barroco) e Isidro Vicente de Balbás. Ortiz de Castro procedería a terminar las torres, parte de la cúpula y obras al interior. La muerte de Ortiz de Castro dejaría las obras en suspenso un breve tiempo. En 1793 el arquitecto valenciano Manuel Tolsá recibe el encargo de finalizar las obras de construcción de la Catedral, que no concluyen sino hasta 1813
Sucesos de la Catedral
A lo largo del tiempo la catedral ha perdido parte de su acervo artístico. Se tiene constancia de algunas de las obras perdidas: lámparas de plata de gran tamaño, candelabros, blandones y figuras del mismo metal, la custodia de Borda (88 marcos de peso en oro; con 10 perlas, cubierta al frente por 5872 diamantes y al dorso por 2653 esmeraldas, 544 rubíes y 28 zafiros), un pectoral de oro con reliquias, otro con topacios y brillantes y con anillos de accesorio, alfombras, cojines, colgaduras y muchos tesoros más de características similares
El edificio
La fachada
Fe, Esperanza y Caridad. Esculturas de Tolsá
La fachada se observan tres relieves en mármol blanco. El central representa la Asunción de la Virgen María. El que se tiene del lado izquierdo muestra la entrega de las llaves del Cielo a San Pedro; el que se tiene a mano derecha, la Barca de la Iglesia. Sobre el reloj se encuentran tres figuras representativas de las virtudes teologales: la Fe, la Esperanza y la Caridad. La Fe sostiene una cruz, la Esperanza un ancla y la Caridad sujeta a dos niños. El reloj y las esculturas se deben a Tolsá, así como las balaustradas y florones que coronan todo el conjunto.
El altar del Perdón
El retablo es obra de Jerónimo de Balbás (1735). A principios de 1967 hubo un incendio en la catedral que dañó el altar. Gracias a la restauración practicada se puede admirar el día de hoy una gran obra de arte colonial. Se llama así porque ahí piden perdón los fieles.Esta es una de las obras más grandes del autor tiene un estilo churrigueresco el cual es muy detallado, todo el acabado de esta obra esta cubierto con hoja de oro.
El coro
La sillería del coro está fabricada en una excelente talla de tapincerán. Tiene dos niveles de sitiales: el alto para canónigos y el bajo para seíses y sochantres. En la parte superior, tiene figuras talladas en medio relieve, de obispos y santos.
La sillería del coro es fruto del arte de Juan de Rojas (1695). También fue dañada en el incendio de 1967.
Al centro del coro, entre la la reja y la sillería, está un fascistol de caoba, adornado con figuras de marfil, una de las cuales, es un crucifijo que corona toda la obra. Se usa para sostener los libros de canto, y está conformado por tres cuerpos.
La portada del coro y la crujía (el corredor cerrado que va desde es coro hasta presbiterio) fueron hechas con el diseño del pintor Nicolás Rodríguez Juárez bajo la supervisión del sangley Quiauló. La bella reja del coro es de tumbaga y calain, y fueron estrenadas en 1730. Se fabricó en la ciudad de Macao, China,[4] y sustituyó a una anterior esculpida en maderas.
Cúpula
Se terminó con adaptaciones al proyecto de Ortiz de Castro. En el interior también se representó la Asunción de la Virgen (Rafael Ximeno y Planes, 1810). La cúpula que existe hoy en día, es obra de Manuel Tolsá, y de tambor octogonal, levantada al centro del crucero, sobre cuatro columnas y rematada por una linternilla. Las actuales ventanas son de Matias Goeritz. En el incendio de 1967, ocasionado por un corto circuito en el Altar del Perdón la pintura de la Asunción se consumió.
Las capillas
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Altar de los Reyes
El Altar de los Reyes, se encuentra en el ábside del templo, detrás del Altar Mayor. Es obra del insigne Jerónimo de Balbás, autor del Altar del Perdón de esta misma catedral, y del Altar Mayor de la Catedral de Sevilla, entre otras.
Este bello altar, que se puede considerar un monumento dentro de otro monumento, es la obra cumbre del estilo churrigueresco mexicano o barroco estípite, y se considera la obra maestra de su destacado autor. Mide 25 metros de altura, 13 de ancho, y 7 metros de fondo; se eleva al fondo de Catedral ocupando el ábside.
Es una talla formada por tres calles verticales, dos laterales y una al centro, adornada con los cuadros La Asunción de la Vírgen, y La Adoración de los Reyes, del pintor Juan Rodríguez Juárez. Éste último, es el que da nombre al altar, además de una serie de esculturas de bulto de reyes y reinas canonizados (santificados), que posan a lo largo y ancho del altar.
Fue realizado en maderas preciosas policromados, en una exuberante composición de pilastras y columnas, follaje, guirnaldas y querubines. El conjunto está estofado, revestido con hoja o lámina de oro, lo cual le confiere majestuosidad a la obra. Está cerrado por una doble bóveda, y en lo más alto del conjunto, se haya una representación de Dios Padre, presidiendo el magno conjunto.
Las capillas laterales
Capilla de Nuestra Señora de las Angustias de Granada
Capilla de San Isidro
Capilla de la Inmaculada Concepción
Capilla de Nuestra Señora de Guadalupe
Capilla de Nuestra Señora La Antigua
Está consagrada a la advocación mariana del mismo nombre, y en el retablo principal, neoclásico, obra de Juan de Rojas (1718), hay una copia de la imagen de la Virgen de la Antigua cuyo original se encuentra en la Catedral de Sevilla. Esta imagen de influencia bizantina era muy venerada por la población española de la ciudad de México durante el período colonial.
Bajo la imagen de la virgen hay una magnífica escultura sevillana del Niño Jesús, original de la primera mitad del siglo XVII y atribuida a Juan Martínez Montañés. Es conocida popularmente como El niño cautivo, debido a que permaneció en Argel junto a Francisco Sandoval de Zapata, racionero de la catedral, quien fue hecho prisionero por piratas del norte de África en 1622, cuando llevaba la escultura hacia México.
Capilla de San Pedro
La capilla de San Pedro custodia otros dos retablos. El primero y principal está dedicado a honrar la vida del santo apóstol y fue edificado hacia 1670. En él se observan ya los lineamientos del barroco temprano en los que aún se observan elementos manieristas como los relieves de lacería, las ménsulas y los pinjantes. El retablo está formado por tres cuerpos, el último de los cuales se integra al espacio arquitectónico dejando al centro el vano de la ventana. El retablo se merece una mención especial por su decoración general en la que sobresalen los variados motivos vegetales e inanimados propios del barroco. En cuanto a las pinturas de este retablo, no se ha podido saber a ciencia cierta quiénes fueron los autores, se trata de obras cuto tema es la vida de San Pedro, y en un pasaje se recuerda el martirio del apóstol que pidió ser crucificado de cabeza “por no ser digno de morir como su maestro”.
Capilla del Santo Cristo y de las Reliquias
Se contruyó entre 1610 y 1615 dedicada al Santo Cristo de los Conquistadores. También recibe el nombre de Capilla de reliquias por las reliquias insignes guardadas en los retablos barrocos. Según algunos historiadores la imagen de Cristo crucificado conocida como el "Santo Cristo de los Conquistadores" (S. XVI O XVII) fue un regalo de Carlos V, otros sostienen que se trata de una obra realizada en estas tierras, lo cierto es que ya en la primera catedral recibía gran veneración.
Las pinturas y esculturas escenifican momentos de la pasión de Cristo uniendo a este tema la pasión o tormento de los santos y santas màrtires. La escultura del "Santo Entierro" es utilizado todos los años en la procesión del Viernes Santo. El retablo de la derecha tiene al centro una Virgen de Guadalupe, de José de Ibarra, ante la que se juró a Santa María de Guadalupe como la Patrona General y Universal de todos los reinos de la Nueva España el 4 de diciembre de 1746, y que conserva una reliquia del ayate de Juan Diego Cuauhtlatoatzin. Las reliquias de esta capilla se exponen anualmente el día de todos los santos y el día de los fieles difuntos (1 y 2 de noviembre). De acuerdo a la tradición, en esta capilla se custodian reliquias de, entre otros, San Vicente de Zaragoza, San Gelasio, San Vital de Milán y un pedazo de la Vera Cruz.
Capilla de San Felipe de Jesús
Aquí se encuentran los restos de Agustín de Iturbide. Asimismo, aquí se conserva el corazón de Anastasio Bustamante.
Capilla de Nuestra Señora de los Dolores
Capilla del Señor del Buen Despacho
Capilla de Nuestra Señora de la Soledad
La capilla dedicada a la Virgen de la Soledad fue abierta al culto en la segunda mitad del siglo XVII. Ella protege a los albañiles y obreros que participaron en la construcción de la catedral. El retablo principal está formado por dos cuerpos y un remate, en él se aprecian las columnas salomónicas de capitel corintio que separan las entrecalles. Es una virgen de la Soledad copia de una imagen española. El retablo puede ser ubicado en la década de 1670-1680 gracias a las pinturas con el tema de la Pasión de Cristo hechas por el pintor Pedro Ramírez.
Capilla de San José
Su retablo principal es barroco, procedente de la antigua Iglesia de Nuestra Señora de Montserrat y tiene en el centro la imagen de San José con el Niño, rodeado de santos, entre los que destaca Santa Brígida de Suecia. El retablo lateral es una composición de pinturas barrocas, que consiste en El triunfo de la Fe, La transfiguración, La circuncisión y La asunción.
Hay un antiguo Ecce homo sedente, llamado popularmente el Señor del cacao. Es una escultura mexicana de caña de maíz procedente de la primera catedral, y muy venerada por los indígenas durante la colonia, quienes a falta de monedas depositaban como ofrenda semillas de cacao, que en época prehispánica se consideraban valiosas piezas de cambio. En la actualidad es común que los niños depositen ofrendas en forma de caramelos.
Capilla de San Cosme y San Damián
Entre los retablos que decoran el interior de la Catedral Metropolitana, el principal está dedicado a honrar a los santos tutelares de la capilla, consta de dos cuerpos, el remate y tres entrecalles. Es uno de los retablos catedralicios del siglo XVII en los que se puede afirmar que tiene un acento manierista y como prueba de ellos están las columnas clasicistas estriadas. El retablo fue concebido para albergar pinturas, las cuales exaltan la vida de los santos médicos Cosme y Damián y se deben al pintor Sebastián López Dávalos. Este pintor también fue uno de los artistas que corroboraron el
Capilla de los Ángeles
Sirve de basamento a lo torre occidental, y fue concluida entre 1653 y 1660. Esta primera capilla fue destruida por un incendio en 1711, por lo que fue inmediatamente sustituida por la actual, finalizada en 1713. Cuenta con unos fastuosos retablos barrocos con esculturas estofadas y policromadas, obras de Manuel de Nava, que representan a los siete arcángeles.
Capilla de las Ánimas
La sacristía
En el interior de la sacristía se puede admirar enormes cuadros de los pintores novohispanos Cristóbal de Villalpando y Juan Correa. Los títulos de los cuadros son: El Triunfo De La Iglesia, La aparición de San Miguel (Villalpando), El Tránsito De La Virgen y La Entrada De Cristo A Jerusalén (Correa). Asimismo, hay una pintura atribuida al pintor español Bartolomé Esteban Murillo.
Las criptas
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
La catedral cuenta con criptas para los fieles que deseen adquirir, aunque actualmente se encuentra todavía en proceso de reparación y por lo tanto para ingresar, es necesario ser poseedor o visitante de un nicho en específico.
Debajo del Altar de los Reyes se encuentra la cripta principal que alberga los restos de los arzobispos que han sido titulares de la Arquidiócesis, desde Fray Juan de Zumárraga hasta el Cardenal Ernesto Corripio y Ahumada, cuyos restos fueron depositados en abril de 2008. En el centro de la cripta de los Arzobispos hay un cenotafio con la figura de Zumárraga y todos los demás arzobispos están colocados en nichos en las paredes. Debajo del monumento de Zumárraga hay una escultura azteca que representa una calavera. Otra escultura prehispánica geométrica fue incorporada en la parte inferior del altar.
Los campanarios
Las torres de la Catedral tienen una altura entre 64 y 67 metros. Cada una está rematada en forma de campana (Ortiz de Castro, 1788). La campana puede ser tomada como un símbolo de la comunicación entre Dios y el hombre. Entre las dos cuentan con espacio suficiente para albergar 56 campanas, aunque al día de hoy son treinta las que han sido colocadas. La mayor de ellas tiene el nombre de Santa María de Guadalupe y pesa alrededor de trece toneladas. La más antigua, Santa María de la Asunción (también conocida como Doña María), es de 1578. La más nueva es del año 2002 y fue colocada con motivo de la canonización de Juan Diego. Fue bendecida por el papa Juan Pablo II. Dentro de la parte superior de cada torre hay escaleras de madera de forma elipsoidal, de las cuales hay muy pocos ejemplos en el mundo. Estas escaleras helicoidales u ovaladas son, como se decia líneas arriba poco utilizadas pues el deterioro ocasionado por el tiempo y es evidente, por lo cual solo son usadas por los campaneros, entre los que destacan Rafael Parra Castañeda Campanero Mayor, o algunos voluntarios como Alejandro Campos Lamas, Decano de la Pastoral de Campaneros o Angel Miguel Donaciano Guía oficial del sitio. Empero, el enorme desgaste de escaleras y zonas del campanario se ha agudizado por la extensiva vista de turistas a un sitio no hecho para ello, por lo cual se recomienda no realizar la visita que se considera de alto riesgo.
El sagrario
De estilo barroco de estípite en su fachada y neoclásico al interior.
Su materia es de cantera gris y tezontle. Tiene dos portadas, una al sur y otra al oriente. Es de planta de cruz latina, y es la parroquia de la Catedral Metropolitana, anexa a ésta.
Sus portadas son de estilo barroco churrigueresco, con pilastras estípite y de forma triangular, obra singular de la arquitectura colonial.
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Eating healthy is straightforward, so long as you determine what eating healthy means. It isn’t nearly your food intake but additionally about how exactly you consume, when you take in, where you consume, and why you consume. Each these facets is significant in your diet and can affect your overall health. Let’s cover basic principles before we tackle The Walking Dead Road to Survival Hack because inevitably the foods you eat is equipped with essentially the most affect your well being. What Should I Eat To Be Healthy?
When that you were younger you almost certainly learned all about your food pyramid but like a lot of the things you're once taught, in the event you haven’t used these records within your life it’s likely that you just’ve forgotten. That’s okay though, because your food pyramid was flawed. It didn’t distinguish between not to mention and processed grains, it encouraged the consumption of unhealthy foods as “fats” also it was unhelpful when loading your meal plate.
All of the problems have already been solved together with the coming of the Healthy Eating Plate diagram. Vegetable Variety - The most your plate need to use The Walking Dead Road to Survival Hack with a number of vegetables. Be likely to provide an variety of colors. These could include leafy greens, peas, corn, carrots, peppers, or beets.
As long as there’s many different vegetables in your plate then you’re well on your own way to some healthy start. Whole Grains - Whole grains should fill almost as much of your plate as the vegetables. These are better than refined grains, and may not wrongly identified as them. Since refined grains take away the bran and germ on the grain kernel, leaving the endosperm the fibers, iron, and B vitamins are eliminated through the grain.
Some refined grains are termed as ‘enriched’ simply because’ve had B vitamins and iron added directly into their composition following refinement but this won't make sure they are add up to not to mention. Your body needs the soluble fiber obtained in cereals to decrease blood cholesterol and blood glucose levels. Fiber also lessens the odds of developing gallstones, kidney stones, hemorrhoids, and diverticulitis. Healthy Protein - Next comes proteins to consider precious plate real estate property. Not all proteins are the same; some are generally more healthy as opposed to others. Experts suggest finding the most of your protein from fish, beans and nuts to reduce about the quantity of animal fat you’re ingesting.
Consuming greater amounts of fish based protein will likely naturally raise the omega-3 fatty acid intake which ends up in lower triglyceride (blood fat) levels, lower levels of depression, and fewer inflammation of muscles and joints. Fresh Fruits - Fruits is going to take up approximately the same volume of space in your plate as proteins and can turn out filling the others of your plate. Much like your vegetable choices you’ll need to make likely to add a range of fruits for your diet. Most fruits employ a natural sugars which will help someone to imagine them because your dietary desserts. Dairy - While it truly is true that you'll require The Walking Dead Road to Survival Cheats it can not should be as present within your diet you may think. The truth is you merely need about one or two servings of dairy foods each day. Remember that one 8 oz. glass of milk, 2 oz. of cheese, or 8 oz. of yogurt comes to one dairy serving. Healthy Oils - When we discuss healthy oils we’re dealing with plant based oils including: olive, canola, soy, sunflower, peanut, and corn.
These oils must be utilised in the cooking process well as over dinner salads like a dressing, they're able to even be substituted to be a dipping choice for your entire grain bread at the table. They really should be used sparingly whichever avenue you ultimately choose take, to add in them. WATER - One of essentially the most important aspects of your daily diet is hydration. Always make sure you’re consuming enough water. The average person should seek to drink about eight 8-ounce servings of water daily (that’s most of of any gallon), even if this number is relative instead of an exact science. Most people drink much less than this, and although you are able to go crazy within the hydration front it is extremely unlikely, so make an effort to drink about 64 ounces of water every day by quenching your thirst when necessary. How Should I Eat To Be Healthy? Even if consumed all with the foods which you’re ‘supposed’ to it is possible to still be unhealthy should you don’t eat them from the correct manner. So here are ten techniques for eating healthy properly. Don’t Skip Meals - If you think that cutting lunch from the day is really a simple approach to cut calories out of your diet program you will be wrong.
When you skip dinner you’re robbing your whole body from the nutrients so it must function. This means that you happen to be more prone to overeat, so that they can make up for the missing nutrients, the next occasion consumed. Avoid missing or skipping meals by consuming in evenly spaced intervals. Embrace Variety - While you don’t need to enjoy from every food group during mealtime, you'll want to add no less than somewhat variety to every mealtime. This may signify in the morning you've got dairy, fruits, proteins, and grain; but switch this for lunch including fruits, vegetables, grains, and proteins; while dinner may possibly contain grains, proteins, and vegetables. After all as William Cowper once stated, ‘variety may be the very spice of life’. Avoid Trans Fats - Though oils can be quite a good way to obtain fat consumption as part of your diet eating trans fats is tremendously advised not to. Trans fats are artificially created inside an industrial procedure that adds hydrogen to liquid oils to produce a more solid substance. Of course, since we understand we would like to eat sector that happen to be minimally processed it's clear that any of us should avoid these trans fats at any cost.
Pay Attention To Portions - The importance of portion control are not overstated. This is one of one of the most crucial areas of eating healthily. Any food eaten in too much isn't great for your nutritional intake or maybe your waistline (yes, that has fruits and vegetables). Our perception of portions are heavily skewed on account of our tendency to consume out, where restaurants serve excessively large portions to justify their prices. Remember that your portion size should directly correlate that has a serving size. With Isolator Meal Prep Containers it is possible to easily portion any occasion . without going overboard. Do Not Use Supplements As Substitutes - Supplements are merely that, vitamins to the vitamin supplements your system needs who's’s not receiving from what you eat. They should certainly not, ever be taken like a substitute for food though. The most effective and efficient solution to get your evryday dose of vitamin supplements is via your dietary intake. Decrease Alcohol Intake - Everything without excess, alcohol included. It’s okay to consume alcohol without excess (one glass daily) but drinking more can boost the likelihood of cancers along with other health conditions. When learning how to enjoy healthier it can be important to remember that also includes all you could put in your whole body, even alcohol. Increase Potassium and Decrease Sodium - These two are linked together given that they both effect your blood glucose. While an overabundance of sodium activly works to raise your blood pressure levels, potassium-rich foods work to reduce hypertension.
By decreasing your sodium intake to about one teaspoon on a daily basis (or less) and improving the quantity of potassium you ingest it is possible to effectively conserve a healthy blood pressure levels.Notice Your Calcium & Vitamin D Intake - Take notice with the number of both calcium and vitamin D you’re getting, since these two vitamins work very closely together. While getting enough calcium can be as easy as being confident that you consume/drink your two servings of dairy each day, ensuring that you've enough vitamin D with your system is usually considerably more difficult.Consuming enough vitamin D using your meals are unlikely and receiving it from sunlight might be dangerous, so oftentimes sport nutrition will probably be essential in helping fortify the body. Avoid Liquid Calories - If you’re drinking anything apart from water, itrrrs likely that you’re having liquid calories. While you don’t must avoid them as a whole, do understand that they are empty calories, and thus after having consumed them you still be hungry. While tea (herbal/black) and low (black) can have minimal calories other available choices, for example soda and juice consist of sugars, calories, and sodium. So take care which beverages you ultimately choose to consume. Always Be Mindful - Keeping a food diary is one on the guidelines on how to be sure that you happen to be staying on course with eating what you might be meant to and how we are likely to. It keeps you accountable while providing you having a visual to trace your progress. Eating mindfully ensures you aren’t just shoving whatever it is possible to find in your mouth as you hungry, but eating what's perfect for both the body and mind. When Should I Eat To Be Healthy We covered slideshow bit from the last section but it’s a vital enough topic to warrant it’s own complete section. Knowing when to consume is not difficult.
People think it’s hard simply because think they ought to be using a schedule (and although that does make it easier) it is not difficult enough as it really is. If you're hungry, eat! Isolator Fitness Isobags are ideal for sticking with a scheduled meal plan. This is just not to convey you must be snacking on chips and cheese each time you sense a bit pang with your stomach. In fact, before starting eating by any means try drinking a glass of water to produce sure you’re not confusing thirst with hunger. As humans we have already been programs you just read the body cues for nourishment but because we don’t often ‘go hungry’ we frequently confuse other cues (for example boredom, thirst and stress) as hunger cues. Frequency - Studies have proven that as being a general rule, eating smaller meals more frequently has hardly any more beneficial qualities than eating larger meals less often. It is all based around the individual eating. Since many people don’t know if they are truly hungry adapting either of the models is usually helpful in order to avoid overeating. (Remember: If consume often increase the risk for meals smaller, and when you want larger meals then have fewer.) Breakfast - It is recommended by nutritionists to enjoy breakfast in the hour of stumbling out of bed. This is mainly because how the longer waiting that will put food for your system the hungrier you'll become plus the more probable you're to produce poor dietary choices.
Dinner - Most doctors will advise you you should eat dinner no later than 3 hours before heading to bed, so that your whole body incorporates a possiblity to digest the foodstuff, before you decide to get to sleep. Going to sleep with undigested food as part of your stomach causes food to digest slower and much less effectively than if you had been awake through the digestion process. Since digestion time varies depending for the individual the recommended time and energy to wait between meal and bed is roughly 3 hours. Around A Workout - When you contemplate really should eat in reference in your workout, it’s not about whether it is best to eat before or after it but what you need to eat both both before and after it. Before your exercise routine you’ll would like to eat quality carbohydrates, and lean proteins to make certain that you've enough available energy during your regular workout. After your exercise routine it is best to also eat protein to maintain vitality up while making an effort to repair muscles. In addition, it is best to eat bananas or drink orange juice to replenish potassium which helps restore one's body's fluid levels. Home vs Restaurant - Home wins. Everytime. When consume in your house you might have treating every factor of eating. You control how your food is made, you control the portion on the plate, therefore you take control of your distractions. In a restaurant rarely are common from the ingredients printed, not to mention the procedure by which it’s made, the portions are invariably over a a single serving size as well as the distractions are abundant. More food for a lower quality is not good for what you eat. Table vs Television - Always choose eating at the table. Even in case you’re home alone. Eating in front on the television is recipe for disaster the way it encourages mindless eating. remember tip #10 from above, be conscious of what you’re eating. When that you are distracted through the television your thoughts is paying more care about what you’re watching and fewer focus to what you’re eating. This will usually cause someone to eat more because you're ignoring your system gets hotter efforts to convince you that you are full. The more food you consume, a lot more calories one's body consumes; and even more calories consumed often equals more fat accumulated. Desk vs Cafeteria - Cafeteria. Always. Mostly you desire to make sure that that you are being conscious of what you happen to be eating so which you will not overfeed yourself. There is another aspect to the present one though, you ought to be also getting up and moving throughout your mood. When you spend the complete day in your desk you might be avoiding training and putting yourself at danger for coronary disease, diabetes, and cancer. So get up and move. Socialization is often a huge portion of lunch from the office too. People who relax using their work to socialize during meal times are almost certainly going to go back refreshed is actually better concentration, than others that seldom leave their workshop. Why Should I Eat To Be Healthy This section isn’t to describe for your requirements the reasons why you need to nibble on healthily as a way to lead a normal life. It is about recognizing, understanding, and manipulating the factors behind your eating. For instance, being bored is just not a justification to nibble on.Other bad reasons to nibble on include (but are not limited by. Need ComfortThese are instances of mindless eating. If you’re not hungry, you shouldn’t be eating, even if the meal is free and appears or smells delicious therefore you’re feeling sad and stressed and you also just take some comfort. Caving to those societal cues is the place where America has become one of essentially the most obese nations within the world. When you’re feeling these pressures it’s better to take yourself out in the situation. Going for a quick walk neighborhood can distract the mind of sufficient length to forget about the meals and concentrate your attention with a healthier solution. The main reason you ought to be eating is usually to nourish one's body if this’s hungry. Since you'll be able to’t nourish with refined food and junk food, you ought to avoid these and go for more nutritional choices instead. Making sure that you've simply because prepared and filled with you by any means times is one in the most effective to be to normal with eating healthy and avoiding the temptations of junk. Meal prep quickly eliminates the actual argument for junk food since it’s as close as the lunch bag all day every day.
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“Attimi, emozioni nel tempo infinito… sulle tracce di Guglielmo Marconi” VI° Edizione del Progetto “Amando Cattolica”; in collaborazione e partecipazione con la prestigiosa “Fondazione Marconi”, dedicato al Premio Nobel Guglielmo... Marconi. (Italiano/inglese) “Amando Cattolica” Project new book: "Instants, emotions in the endless time"… on the traces of Guglielmo Marconi realized in collaboration with MARCONI foundation dedicated to Nobel Prize winner Guglielmo Marconi. VI° Edizione progetto "Amando Cattolica". ©Antonio Barbieri -All rights reserved- Pubblicazione "Amando Cattolica"
Dalla città di Cattolica il percorso del libro fotografico continua, inedite immagini, un abbraccio alle città italiane e straniere. “Amando Cattolica 2012” “Attimi, emozioni nel tempo infinito.. sulle tracce di Guglielmo Marconi”
Con il Patrocinio della Regione Emilia Romagna, ENIT Agenzia Nazionale del Turismo, Comune Roma Capitale, Provincia di Rimini, Provincia di Pesaro-Urbino, Provincia di Forlì Cesena, Comune Gradara, Comune Gabicce Mare, Comune Ferrara, Comune Cattolica, Comune Urbino, Comune Pesaro, Comune Fano
Le iniziative di “Amando Cattolica” sono state definite realizzazioni con finalità prettamente divulgativa a carattere culturale e di promozione turistica con il linguaggio universale delle immagini percorre un viaggio ideale rappresentando luoghi, persone, paesaggi, emozioni; che con il cuore racconta la nostra identità più profonda. Il progetto è riconosciuto come iniziativa che costituisce interesse, sotto l’aspetto dell’accoglienza e della promozione turistica a livello Nazionale e Internazionale per il contenuto, per il messaggio, per il sentimento che tramite le immagini desidera trasmettere riguardo il nostro territorio Italia anche all’estero.
Oltre ad essere stata definita a carattere umanitario rivolto al sociale per l’Edizione del volume 2011 dal titolo “Sguardi espressioni di un sentimento”. “Per aver onorato la memoria di un grande cittadino di Cattolica l’oncologo di fama mondiale, che fu ordinario di Pediatria, direttore dell’Istituto di Clinica Pediatrica e del Centro Interdipartimentale della ricerca sul cancro dell’Università degli Studi di Bologna Prof. Guido Paolucci, fondatore dell’A.G.E.O.P, Associazione per l'assistenza e l'accoglienza dei bambini affetti da patologie leucemiche e tumorali.
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Con immagini tra le quali:
città di Cattolica, città S.Giovanni in Marignano, città Morciano di Romagna, San Clemente, città Montescudo, città Sant'Arcangelo di Romagna, città Saludecio, città Mondaino, città Montegridolfo, città Coriano, città Montefiore Conca, città Montecolombo, Trarivi, città Misano Adriatico, Portoverde, città Riccione, città Rimini, città Cesena, città Cesenatico, città Verghereto, Bagno di Romagna, S.Piero in Bagno, Alfero, città di Ravenna, città Faenza, Repubblica di San Marino; città di Ancona, città Gabicce Mare, Fiorenzuola di Focara, Parco Monte San Bartolo, città Gradara, città Sant'Angelo di Lizzola, città Corbordolo, città Pesaro, città di Senigallia, città Urbino, città Urbania, Fermignano, città Sassocorvaro, città Tavullia, città Fano, città Bologna, città Reggio Emilia, città Modena, città Parma, città Ferrara, città Milano, Città del Vaticano, città di Roma, Castelli Romani: Nemi, Bracciano, Anguillara, Tivoli, Frascati, Santa Severa, Nettuno, città di Firenze. Città di Bruxelles, Parigi, Londra…
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“Amando Cattolica” Project new book: "Instants, emotions in the endless time"… on the traces of Guglielmo Marconi realized in collaboration with MARCONI foundation dedicated to Nobel Prize winner Guglielmo Marconi.
Si ringrazia la Fondazione Guglielmo Marconi per i testi e il materiali forniti. In particolare si ringraziano gli autori Mario Giorgi e Barbara Valotti, il consulente scientifico Maurizio Bigazzzi e il Presidente della Fondazione Gabriele Falciasecca.
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Excerpt of photographs taken in . A photographic journey to discover the infinite wonders of our city. The location of the photo book continues with unprecedented images of our area including the Italian Emilia-Romagna, Marche, Tuscany, Lazio, Lombardy ..
With images including the cities of the Cattolica, St. John Marignano, Morciano di Romagna, San Clemente, Montescudo, Sant'Arcangelo di Romagna, Saludecio, Mondaino, Montegridolfo, Coriano, Montefiore Conca, Montecolombo, Misano Adriatico, Portoverde, Riccione, Rimini, Cesena, Faenza, Verghereto, Bagno di Romagna, San Piero in Bagno, Alfero, Republic of San Marino; Fano, Ancona, Senigallia, Fiorenzuola of Focara, Park Mount San Bartolo, Gabicce Mare, Gradara, San Angelo Lizzola, Corbordolo, Pesaro, Urbino, Urbania, Fermignano Sassocorvaro, Tavullia, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Ferrara, Milan ... Paying homage to the Vatican City, Rome, Castelli Romani: Nemi, Bracciano, Anguillara, Tivoli, Frascati, Santa Severa, Neptune, and the city of Florence. Glad to pay homage to the city of Bruxelles, London, Paris
“Amando Cattolica” Project new book: "Instants, emotions in the endless time"… on the traces of Guglielmo Marconi realized in collaboration with MARCONI foundation dedicated to Nobel Prize winner Guglielmo Marconi. Excerpt of photographs taken in . A photographic journey to discover the infinite wonders of our city. The location of the photo book continues with unprecedented images of our area including the Italian Emilia-Romagna, Marche, Tuscany, Lazio, Lombardy ..
“Amando Cattolica 2012” nuova pubblicazione fotografica VI° Edizione 2012 del Progetto "Amando Cattolica"
dal titolo:
“Attimi, emozioni nel tempo infinito… sulle tracce di Guglielmo Marconi” in collaborazione con la prestigiosa Fondazione Marconi, dedicato al Premio Nobel Guglielmo Marconi.
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“Amando Cattolica” Project new book: "Instants, emotions in the endless time"… on the traces of Guglielmo Marconi realized in collaboration with MARCONI foundation dedicated to Nobel Prize winner Guglielmo Marconi.
Si ringrazia la Fondazione Guglielmo Marconi per i testi e il materiali forniti. In particolare si ringraziano gli autori Mario Giorgi e Barbara Valotti, il consulente scientifico Maurizio Bigazzzi e il Presidente della Fondazione Gabriele Falciasecca.
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Excerpt of photographs taken in . A photographic journey to discover the infinite wonders of our city. The location of the photo book continues with unprecedented images of our area including the Italian Emilia-Romagna, Marche, Tuscany, Lazio, Lombardy ..
With images including the cities of the Cattolica, St. John Marignano, Morciano di Romagna, San Clemente, Montescudo, Sant'Arcangelo di Romagna, Saludecio, Mondaino, Montegridolfo, Coriano, Montefiore Conca, Montecolombo, Misano Adriatico, Portoverde, Riccione, Rimini, Cesena, Faenza, Verghereto, Bagno di Romagna, San Piero in Bagno, Alfero, Republic of San Marino; Fano, Ancona, Senigallia, Fiorenzuola of Focara, Park Mount San Bartolo, Gabicce Mare, Gradara, San Angelo Lizzola, Corbordolo, Pesaro, Urbino, Urbania, Fermignano Sassocorvaro, Tavullia, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Ferrara, Milan ... Paying homage to the Vatican City, Rome, Castelli Romani: Nemi, Bracciano, Anguillara, Tivoli, Frascati, Santa Severa, Neptune, and the city of Florence. Glad to pay homage to the city of Bruxelles, London, Paris
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Tra la moltitudine di città interessate da questo nuovo percorso fotografico,emerge un prezioso itinerario che collega le diverse città in cui Guglielmo Marconi ha vissuto la sua vita.
Un nuovo viaggio fotografico, tra cui immagini che rendono omaggio al grande inventore italiano Guglielmo Marconi, padre della radio e Premio Nobel per la fisica nel 1909. Bolognese di nascita, Marconi passò molto del suo tempo nella sua casa di Cattolica. Chissà cosa penserebbe oggi, affacciato alla finestra di Villa Marconi, delle persone in spiaggia collegate a internet con computer e cellulari wireless, persone in contatto con il mondo ventiquattro ore al giorno. Su quella stessa spiaggia dove lui ha passeggiato e guardato il mare immerso nei suoi pensieri e nei suoi esperimenti. Forse tutta questa comunicazione l’avrebbe fatto sorridere, lui che fu il padre della comunicazione con telegrafia senza fili. Di una cosa però siamo sicuri, sicuramente affacciato alla finestra della sua camera, avrebbe rivolto lo sguardo all’Adriatico e avrebbe atteso uno di quei meravigliosi tramonti di Cattolica, in cui il sole diventa una palla di fuoco che scompare lentamente all’orizzonte. Uno spettacolo di colori che soltanto Lei può regalare. Attimi, si prefigge l’obiettivo di raccontare attraverso un percorso di immagini e racconti, il legame che la città romagnola conserva con il suo illustre personaggio. testo di Alessandra Fabri
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Regione Emilia Romagna Il Presidente
Con questo nuovo libro fotografico prosegue il progetto “Amando Cattolica” e con la VI Edizione, dal titolo “Attimi, EMOZIONI NEL TEMPO INFINITO…sulle tracce di Guglielmo Marconi”, Antonio Barbieri è , ancora una volta, riuscito a catturare, nelle sue fotografie, l’anima più intima di Cattolica e dei paesaggi vicini.
L’attaccamento alla propria terra, la passione e la sensibilità artistica sono evidenziate in queste immagini che mostrano con chiarezza la trasformazione nel tempo di questo territorio, facendone riaffiorare con emozioni intese l’essenza più vera.
L’obiettivo dell’artista si allarga su scorci suggestivi di altre città italiane, cogliendone particolari che ben delineano la ricchezza artistica, culturale architettonica della nostra Italia.
Il mio particolare apprezzamento va ancora una volta rivolto a questo lavoro, alla dedizione particolare e scrupolosa con cui Antonio Barbieri ha saputo mostrate la genuinità e la semplicità di un territorio in continua evoluzione ma sempre attento a rinnovare la propria cultura dell’accoglienza.
Vasco Errani
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Pubblicazioni Fotografiche collana "Amando Cattolica".
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Continua il percorso fra le regioni italiane, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Lazio, Lombardia, Veneto…
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le Logement Collectif* dans tous ses états..Histoire & Mémoire de l'Habitat / Archives ANRU / Rétro Banlieue / Renouvellement Urbain / Urbanisme CO-OP CITY Le projet a été parrainé et construit par la United Housing Foundation, une organisation créée en 1951 par Abraham Kazan et l'Amalgamated Clothing ..Abraham E. Kazan est considéré comme le père du logement coopératif américain .Né en 1889. En grandissant comme témoin oculaire de conditions de logement épouvantables, Kazan croyait que le logement était un obstacle vital pour la personne moyenne. Le problème, selon lui,.était plus prononcé en milieu urbain. Un grand nombre de personnes vivaient dans les villes, soit pour travailler plus près, soit pour partager l’espace avec des multitudes de personnes qui contribueraient au loyer mensuel. @ CO OP CITY NYC social housing grand ensemble HLM du BRONX patrimoine de la NYCHA @ 15,372 lgts @Co-op City (abréviation de Cooperative City) est un ensemble d’habitation coopérative situé dans la partie nord-est de l’arrondissement du Bronx à New York. Elle est délimitée par l’Interstate 95 au sud-ouest, à l’ouest et au nord et par la promenade de la rivière Hutchinson à l’est et au sud-est, et se trouve en partie dans les quartiers de Baychester et d’Eastchester. Avec 43 752 résidents au recensement des États-Unis de 2010[2], c’est la plus grande coopérative d’habitation au monde.] Il se trouve dans le district 12 du conseil municipal de New York.
Le mouvement et les principes coopératifs sont hérités de la ville anglaise de Rochdale, dans le Grand Manchester, en Angleterre, où les pionniers de Rochdale ont élaboré les principes de coopération de Rochdale en 1844; ces principes sont suivis par des coopératives partout dans le monde.
Co-op City était autrefois un marais avant d’être occupé par un parc d’attractions appelé Freedomland U.S.A. de 1960 à 1964. La construction a commencé en 1966 et les premiers résidents ont déménagé deux ans plus tard, mais le projet n’a été achevé qu’en 1973. La construction de la communauté a été parrainée par la United Housing Foundation et financée par un prêt hypothécaire de la New York State Housing Finance Agency.La collectivité fait partie du Bronx Community District 10 et son code postal est 10475. Les attractions à proximité comprennent Pelham Bay Park, Orchard Beach et City Island. En comparaison, le nombre d’unités dans d’autres complexes notables mais plus petits comprend 12 271 à Parkchester, également dans le Bronx; 11 250 à Stuyvesant Town-Peter Cooper Village; 5 860 au village Rochdale à Queens, qui a été développé par la même équipe que Co-op City; 4 605 à LeFrak City; et 3 142 aux Queensbridge Houses, le plus grand ensemble de logements sociaux de la ville. Co-op City est également considéré comme le plus grand complexe d’appartements aux États-Unis, bien qu’aucune source faisant autorité ne semble tenir des dossiers sur le sujet. En dehors des États-Unis, cependant, Co-op est une petite pomme de terre par rapport à des projets comme Marzahn, un complexe de 59646 unités construit par le gouvernement est-allemand à Berlin. Alors que la couverture médiatique de Co-op City se concentrait initialement sur son esthétique, le plus grand problème existentiel du développement s’est avéré être financier. Au milieu des années 1970, elle a été au bord de la forclusion de l’État. Les dépassements de coûts, attribuables en partie à des travaux de construction de mauvaise qualité, ont entraîné des augmentations substantielles des frais mensuels pour les résidents, connus officiellement sous le nom de « coopérateurs ». En réponse, ils sont devenus des coopérateurs non coopératifs, d’abord le dépôt de plainte contre la United Housing Foundation, mais perdre à la Cour suprême des États-Unis et ensuite d’instituer une grève des loyers qui a duré 13 mois. À l’été 1976, une solution a été trouvée pour mettre fin à la grève. Essentiellement, toutes les parties ont fait marche arrière et les résidents ont acquis la responsabilité directe de superviser la Riverbay Corporation, l’entité juridique qui exploite la coopérative. (La United Housing Foundation, par contre, a cessé ses activités de développement.)
Au cours des années qui ont suivi, Co-op City a dû faire face à d’autres problèmes financiers et de gestion et les surmonter, mais le fait amusant est que, 45 ans après son achèvement, elle continue d’offrir des logements abordables à des milliers de familles dont la liste d’attente est longue et qui aimeraient s’y installer. Au moment de la construction de Co-op City dans les années 1960, on s’attendait à ce qu’un futur prolongement du métro le relie au reste de la ville de New York. En fait, le terminal de Pelham Bay Park de la ligne de métro 6 se trouve à moins d’un mille, bien que séparés par des autoroutes et des voies ferrées. Le prolongement du métro a été l’une des nombreuses victimes de la crise financière des années 1970 de la ville et demeure un rêve inachevé aujourd’hui, avec des autobus fournissant le seul service de transport en commun. Toutefois, le programme d’immobilisations actuel de la MTA comprend une nouvelle succursale de la ligne Metro-North New Haven qui utilise les rails Amtrak qui longent la limite sud-est de Co-op City. Quatre nouvelles stations, dont une à Co-op City, permettraient d’accéder à la station Penn de New York par le pont Hell Gate. Les résidents de la Ville coopérative devront attendre un peu plus longtemps, car cela ne sera pas mis en œuvre avant l’achèvement du projet d’accès côté est reliant le chemin de fer Long Island à la gare Grand Central, actuellement prévu pour 2022.
Contrairement à toutes les critiques effarantes que la Ville coopérative a suscitées, nous donnerons le dernier mot à l’un de ses résidents, qui a rédigé un hommage complet appelé « Ode à la Ville coopérative ». Découverte par Nina Wohl, étudiante diplômée de l’Université Columbia, pour sa thèse de maîtrise de 2016, voici la pièce dans son intégralité : « Ode to Co-op City » De toutes les routes il vient en vue ...Si toutes les raisons pour lesquelles les gens détestent New York pouvaient être résumées sous forme humaine, ce serait Charlie Rosen. C’est un juif communiste du Bronx, bruyant, bavard et violent. Il est également âgé de 34 ans, opérateur de linotype de métier, et il vit dans Co-Op City, qui est probablement le plus grand projet de logement au monde avec sa femme et ses deux enfants. En 1975, il a mené ses collègues locataires dans une grève monumentale des loyers. Après 13 mois, ils ont gagné l’honneur douteux de diriger eux-mêmes l’endroit et Charlie Rosen est devenu, en effet, le directeur d’une société de 500 millions de dollars.
C’était une tournure assez bizarre pour un marxiste engagé. Son deuxième jour au travail, les différents syndicats Co-Op City ont fait la grève et Rosen a dû traverser la ligne de piquetage. La grève s’est réglée assez facilement, mais c’était troublant. Puis, les entrepreneurs ont commencé à venir. La Co-Op City, vous devez comprendre, est le paradis des entrepreneurs. Il a des contrats gargantuesques pour à peu près tout : machines à laver, réparation de réfrigérateur, ongles, peinture, vous l’appelez. Un entrepreneur marchera sur des charbons chauds pour avoir la chance de desservir la Ville coopérative.
Un jour, Charlie Rosen et l’avocat des locataires, Herb Freedman, déjeunaient avec un entrepreneur qui, jusqu’alors, ne semblait pas aussi visqueux que ses collègues. C’était un déjeuner très agréable. Finalement, l’entrepreneur a dit : « D’accord Charlie, que pouvons-nous faire pour vous? Qu’aimez-vous faire? Que voulez-vous? »
« Des moutons », dit Charlie.
« J’aime baiser des moutons. »
« Moutons? »
« Des moutons, dit Charlie. Une fois que vous avez eu un mouton, vous ne voulez plus jamais une femme. »
Plusieurs jours plus tard, un camion s’est rendu au bâtiment administratif de la Co-Op City et a déchargé deux moutons. La plupart des employés trouvaient cela assez drôle, mais Charlie Rosen était furieux. « Le message était clair », a-t-il dit plus tard. « Tout ce que vous voulez, vous pouvez l’avoir. Vous voulez des moutons? D’accord. C’était vraiment dégoûtant. » Mais c’était aussi l’une des rares fois dans la longue lutte de Co-Op City contre l’État de New York, la ville de New York, les tribunaux, les banques et divers politiciens que Charlie Rosen avait été évincé. Il n’y a pas eu de retour intelligent à une paire de moutons. Ils ont été rapidement envoyés au zoo de Flushing Meadow. IL Y A UNE IDÉE FAUSSE COMMUNE SUR LES PROJETS DE LOGEMENT. Beaucoup de gens croient que le gouvernement construit des endroits comme Co-Op City simplement pour fournir des logements aux pauvres et aux personnes à revenu moyen. C’est une vue étroite. Des projets de logement sont construits, du moins en partie, pour garder les amis des politiciens heureux et prospères. Comme c’est dans la construction que se trouve l’argent réel, le gouvernement s’intéresse habituellement beaucoup plus aux projets de construction qu’à leur exécution. Nelson Rockefeller, lorsqu’il était gouverneur de New York, était particulièrement habile à satisfaire ses amis. Il ne se souciait pas s’ils étaient républicains ou démocrates tant qu’ils étaient ses amis quand il comptait. Dans le cas de Co-Op City, ses amis se sont avérés être un groupe de dirigeants syndicaux et de « spécialistes » du logement qui se sont appelés United Housing. Le marécage n’est que le début du symbolisme. Le projet est organisé le long de la côte septentrionale désolée du Bronx, un dernier arrêt pour les familles fuyant les horreurs réelles et imaginées du centre-ville. C’est un monument à couper le souffle à la morne de parpaings et de briques grises. Il éclate à travers le paysage - 35 tours et 6 blocs de maisons en rangée - une admission massive de l’échec urbain; si les vieux quartiers n’avaient pas été tués, il n’y aurait pas eu besoin de Co-Op City. Il y a 15 372 appartements. Il y a trois centres commerciaux. Il y a un « parc éducatif » moderne. Il y a un service de police, deux journaux et une centrale électrique. Il y a environ 60 000 habitants. Ils sont éclipsés par les tours et il est facile pour un étranger — comme un bureaucrate du logement — d’être induit en erreur en pensant qu’ils sont insignifiants. Mais au printemps 1976, ils étaient probablement la circonscription politique la plus sophistiquée des États-Unis. Au début, cependant, ils n’étaient que de pauvres ploucs. Ils étaient effrayés par ce qui se passait dans leurs quartiers et se demandaient quoi faire ensuite. Pour des gens comme Ben et Norma Cirlin, qui viennent de se marier, Co-Op City ressemblait à un rêve. Ben était chauffeur d’autobus scolaire au chômage; Norma était travailleuse sociale. Ils n’avaient pas l’argent pour acheter une maison. « Vous n’avez pas idée à quel point je voulais vivre dans un endroit nouveau, se souvient Ben. Toute ma vie, j’ai vécu dans des logements. Je voulais élever une famille dans un endroit où personne d’autre n’avait jamais vécu. » La Co-Op City était nouvelle et, plus important encore, bon marché. Comme il s’agissait techniquement d’une coopérative, les Cirlins ont dû « acheter » leur appartement de cinq pièces pour 2025 $. Cela ne semblait pas être un grand investissement pour une nouvelle maison. Le loyer mensuel annoncé — techniquement des frais d’entretien — n’était que de 23 $ par chambre. Il y avait une autre exigence : les Cirlins devaient prouver qu’ils étaient assez pauvres pour vivre dans la Co-Op City. Leur revenu annuel ne pourrait pas être plus de six à sept fois leur loyer annuel. (S’ils ont soudainement trouvé cela riche, ils pourraient rester dans Co-Op City mais devraient payer plus de loyer.) Ben Cirlin est un homme dodu, aux taches de rousseur, 34 ans, qui rayonne à la fois de gentillesse et d’une sorte de sincérité anxieuse. « Je n’ai jamais participé à quoi que ce soit avant la Co-Op City, a-t-il dit. Je me contentais de regarder la télévision. J’étais un conservateur. J’ai même voté pour Goldwater. Si vous m’aviez dit que je serais mêlé à tout cela, j’aurais dit que vous étiez fou. » Mais ça a commencé à changer avant même qu’il emménage dans son nouvel appartement. Ben était tellement excité qu’il allait voir son immeuble — le bâtiment 24 — être construit. Il a été achevé en 1971. À ce moment-là, le loyer atteignait 31,46 $ par chambre. Au début, ce n’était pas le loyer qui dérangeait Ben. C’était des graffitis. « Les enfants écrivaient sur les murs. C’étaient de nouveaux bâtiments et ils avaient déjà l’air merdiques. La direction ne faisait rien à ce sujet, alors le dimanche, je descendais avec une brosse et un seau pour nettoyer l’immeuble. Très vite, les gens ont commencé à me demander ce que je faisais et si j’avais besoin d’aide.« L’étape suivante consistait à organiser des activités pour que les enfants aient quelque chose de mieux à faire que d’écrire sur les murs. Nous avons rassemblé l’édifice et nous avons organisé des excursions pour les enfants. Bientôt, nous avons eu une association de construction et j’en étais le président. À cette époque, d’autres bâtiments s’organisaient aussi. »Les associations de construction ont commencé à passer du graffiti à d’autres questions. Et le problème émergent le plus important était le loyer. En 1973, les frais d’entretien étaient de 37,75 $ par chambre. En 1974, ils sont passés à 42,81 $. . et la direction prévoyait une autre augmentation en 1975. L’inflation et la mauvaise gestion ont fait grimper le coût de la gestion du projet. Mais le montant que les locataires pouvaient payer était, évidemment, limité. C’est pourquoi ils vivaient dans Co-Op City en premier lieu. Maintenant, ils étaient coincés et il n’y avait aucun soulagement en vue. En théorie, les loyers pouvaient continuer d’augmenter pour toujours [...]Au début de 1974, les associations de construction se sont réunies pour discuter de la situation. À cette réunion, le représentant du bâtiment 22 était un jeune homme, prématurément gris, qui n’avait jamais été actif dans les affaires communautaires auparavant. Quand il leva la main et commença à parler, les gens furent stupéfaits par son éloquence. Des années plus tard, beaucoup d’entre eux se souviendraient du moment précis, sinon des mots exacts. C’était un moment charnière. Il a fait comprendre aux gens, pour la première fois, qu’il était possible de riposter. « JE NE VOULAIS VRAIMENT PAS M’IMPLIQUER », a déclaré Charlie Rosen, qui essaie de donner l’impression qu’il était un témoin innocent lorsque la foudre a frappé. Cela fait partie de son charme marxiste. Il voudrait vous faire croire que n’importe qui aurait pu mener la grève des loyers de la Co-Op City. « Je crois fondamentalement que n’importe qui peut faire n’importe quoi. La différence des capacités intellectuelles entre les gens est minime. C’est comme un 18e pouce. Ce n’est même pas un nombre important de structures moléculaires dans votre cerveau. » Mais en même temps, il n’a pas vraiment fui la direction. Il a paraphrasé Mao : « Il y a un rôle pour les membres et un rôle pour le leadership et les deux sont des rôles nobles. On ne cherche pas à obtenir un leadership. Vous devenez le leader parce que vous avez quelque chose à apporter. Et c’est le peuple qui prend cette décision, pas vous. » Dans ce cas, la décision a été aussi bonne que prise dès que Charlie Rosen a ouvert la bouche. « Il était tout simplement dans une ligue différente de la nôtre », se souvient Ben Cirlin. « Un soir, il est arrivé avec une note de service de 30 pages montrant comment nous pouvions gagner une grève des loyers. Cela semblait incroyable. Je n’ai jamais pensé que cela pourrait se faire, mais il avait tout cela là. Des mois plus tard, j’ai regardé la note de service et il avait raison. Je me demandais où il avait appris à faire une telle chose. »
En fait, Charlie leur a dit où il avait appris à s’organiser. Il l’a appris chez lui, en grandissant. Ses parents étaient membres d’une génération remarquable de travailleurs pour qui l’apprentissage était une religion, et le marxisme était le complément politique de cette religion. Son père travaillait à la machine dans le commerce des aiguilles; sa mère fabriquait les franges des rideaux. Ils lui ont appris que la dignité et l’intelligence n’avaient rien à voir avec le statut économique. Il a grandi pendant la période McCarthy, a vu les amis de ses parents être mis sur la liste noire et a vécu avec la possibilité que le prochain coup à la porte pourrait être les fédéraux. Pendant un certain temps, il a voulu être danseur. Il a étudié la danse en Russie.Puis, au début des années 60, les Rosen sont devenus désenchantés par la rigidité des staliniens et « sont devenus chinois ». Lui et son frère aîné, Jake, sont devenus maoïstes et ont rejoint le parti travailliste progressiste. Charlie a travaillé sur le journal PL, Challenge, et a édité le magazine, PL. Mais c’était une période de folie sectaire et de myopie sur la gauche, et finalement il a abandonné. Il est devenu un socialiste indépendant, travaillant une machine à linotype au New York Post et actif dans son syndicat, que ses collègues ont appelé « The Commie ».La chose peut-être la plus étonnante à propos de la grève des loyers de la Co-Op City est que les locataires ont accepté le leadership de Charlie sans aucune hésitation. Il n’a jamais caché son passé. Il en a parlé facilement, mais personne ne semblait s’en soucier. « Cela m’a un peu dérangé au début », a dit Ben Cirlin. « Mais nous avons eu une discussion de quatre heures autour de la table de la salle à manger et je me suis senti mieux après cela. » Natalie Lange, chef de grève et ancienne organisatrice syndicale, a déclaré : « Lorsqu’il a prouvé son leadership, ils ont accepté sa politique. Je ne sais pas, peut-être que les gens acceptent les maoïstes plus facilement que les staliniens de nos jours. » Larry Dolnick, un autre leader des locataires : « Un jour, je suis allé à l’appartement de Charlie et j’ai vu tous ces livres de Mao et Lénine et ça m’a fait peur, mais on en a parlé et ça allait. Tant qu’il n’a pas essayé de me changer ou d’imposer sa politique à Co-Op City, je m’en fichais. » Mais, bien sûr, Charlie l’a fait. Son analyse de la lutte de la Co-Op City était complètement marxiste. Le véritable ennemi n’était pas la United Housing Foundation, ni même l’État de New York qui avait lancé les obligations pour construire Co-Op City. Les véritables ennemis étaient les banques qui détenaient les obligations. C’est là que l’argent du loyer a fini par aller, pour rembourser les détenteurs d’obligations. C’est dans cet esprit que Charlie a organisé les locataires. Les associations de construction existantes ont été renforcées et réorganisées pour la bataille à venir. En cas de grève, le Comité directeur des locataires percevrait les loyers dans les halls d’entrée de l’immeuble afin que les résidents les plus réticents voient leurs voisins faire la queue et soutenir physiquement l’action. Au printemps de 1975, on a appris que la prochaine augmentation du loyer, prévue pour juillet, serait énorme — 25 p. 100, ce qui porterait le total à 53,46 $ par chambre. En mai, le comité directeur a décidé de voir combien de personnes appuieraient une grève. Pendant les dix premiers jours du mois, les loyers ont été collectés dans les halls. La nuit dernière, les chefs de grève se sont réunis dans la salle communautaire du bâtiment 11 pour voir comment ils s’en étaient sortis. Charlie Rosen s’est assis avec une machine à additionner, comptabilisant les retours. C’était un glissement de terrain - environ 85% des locataires avaient coopéré. Les chèques ont été jetés dans des sacs à ordures en plastique qui allaient devenir un symbole de la grève et amenés au bureau du gouverneur Hugh Carey dans une démonstration de force. En juin, le processus a été répété et, cette fois, les chèques ont été déposés dans une banque jusqu’à ce que les dirigeants soient forcés de les remettre. Mais ni l’une ni l’autre de ces mesures n’a eu d’effets positifs. La nouvelle augmentation des loyers a été officiellement annoncée en juin. Elle entrerait en vigueur le 1 juillet, et la grève des loyers aussi. L’État de New York était maintenant confronté à un dilemme intéressant. Elle devra payer ses obligations en souffrance si elle ne parvient pas à convaincre les 50 000 récalcitrants de payer leur loyer. Comme il serait ridicule d’essayer d’expulser tant de gens, il faudrait trouver des moyens plus créatifs de briser la grève. La première était une injonction de la cour contre les dirigeants. Si elle était défiée, ils pourraient aller en prison. Elle a été défiée, et un procès de sept semaines a suivi. Chaque jour, le tribunal était rempli de locataires de la Ville Co-Op qui soutenaient leurs dirigeants. Chaque soir, les dirigeants ont fait circuler des dépliants signalant les événements de la journée. Les dirigeants avaient déjà établi un système de communication incroyable. Il y avait des presses à imprimer, un camion sonore omniprésent diffusant les dernières nouvelles et une ligne téléphonique 24 heures sur 24 répondant aux questions des locataires. Des dépliants ont été distribués à chacun des lobbies en quelques heures. Un jour, les dépliants pouvaient frapper chacun des 15372 appartements. D’ici quelques jours, ils pourraient rassembler 10000 personnes sur le Greenway au milieu du projet pour une réunion. Des réunions plus petites se tenaient continuellement dans chaque bâtiment, parfois à chaque étage. Environ 2000 personnes ont participé au déroulement de la grève et le moral était élevé. Chaque fois que l’État tentait un nouveau stratagème, les grévistes le transformaient à leur avantage. Lorsque l’État publia une liste des gens qui ne payaient pas leur loyer, les grévistes la qualifièrent de tableau d’honneur (et la vie devint moins agréable pour ceux qui ne figuraient pas sur la liste, en particulier le conseiller municipal local qui, jusqu’alors, avait affirmé qu’il soutenait la grève). Lorsqu’on a annoncé que les lumières seraient éteintes si la facture d’électricité du projet n’était pas payée, on a demandé aux locataires d’effectuer leur prochain chèque de loyer à Con Edison. Et, dans un remarquable étalage de force organisationnelle, des sacs à ordures remplis de chèques furent bientôt livrés au bureau du service public au centre-ville. Lorsque l’État a fermé les buanderies — un déménagement sérieux, puisque les locataires de la coopérative City n’ont pas le droit de laver ou de sécher —, un groupe de femmes du projet a apporté des planches à laver et des seaux (et des équipes de télévision) au bureau du commissaire au logement et a organisé un lavage. Des mois se sont écoulés. Le moral s’est maintenu. La décision du tribunal a été défavorable aux dirigeants et des amendes massives ont été imposées au Comité directeur et à ses membres. Mais les amendes n’ont pas été payées et les dirigeants ont fait face à la menace immédiate de prison et de ruine financière. De toute évidence, la tension montait. Depuis le début, toutes sortes de négociations se déroulaient dans les coulisses. Maintenant que 1975 est devenu 1976, les négociations se sont intensifiées. Comme Charlie Rosen l’avait prédit, les vrais adversaires étaient les banquiers, qui détenaient les obligations, et leurs avocats. Parfois, les négociations ont eu lieu dans les cabinets d’avocats du centre-ville chic, et Rosen deviendrait encore plus truculent que d’habitude. Il savait que les banquiers essayaient de l’intimider avec leur pouvoir, mais il a refusé de s’en remettre à eux. En fait, il est allé sur l’attaque. Après tout, il était aux commandes. Il détenait des millions de dollars de leur argent. Il criait, maudissait et se frottait le nez. Parfois, quand il voulait attirer l’attention d’un banquier, il criait : « Hé nègre! »
« Ils essaient de vous faire sentir comme de la merde, ces gars-là », a-t-il dit. « Pour eux, vous êtes de la merde. Pendant les pauses, ils parlaient de leurs putains de voiliers. Parfois, j’en avais marre de leur crier : « À qui tu crois parler. Je suis un putain de prince d’Israël ! Mon peuple écrivait de la poésie en Babylonie quand votre peuple était encore dans les arbres. Il mangeait des putains de bananes…
Après des mois, un règlement provisoire a finalement été conclu. C’était un règlement insensé, ridicule et bizarre : aucune augmentation de loyer. Le projet serait remis aux locataires pour voir s’ils pourraient mieux le gérer. Tout ce qu’ils avaient à faire était d’abandonner les sacs à ordures pleins de chèques et le procès serait abandonné, aussi. Le lundi 26 juillet 1976, un camion de location conduit par Ben Cirlin s’est arrêté au palais de justice du comté du Bronx. Les locataires de Co-Op City ont formé une chaîne humaine et déchargé des boîtes remplies de 101 933 chèques d’une valeur de plus de 20 millions de dollars. Les chèques avaient été cachés sous des lits, dans des placards et dans les maisons d’amis qui ne vivaient pas dans le projet. Ce soir-là, il y a eu un rassemblement sur le Greenway pour célébrer la victoire. Il y a eu une énorme ovation lorsque Charlie Rosen s’est approché du microphone et a dit : « Nous avons battu ces bâtards. » Un jour, juste après la prise de contrôle, Ben Cirlin entra dans les bureaux de l’administration, et Charlie Rosen lui remit une pile de matériel technique complexe. C’était au sujet des machines à laver. « Lisez-le, dit Rosen, et dites-moi ce que vous en pensez. » Ben a pris le truc dans une pièce et a essayé de le lire. Les mots et les chiffres ont commencé à nager devant lui. Il ne pouvait pas le faire. Il a essayé pendant cinq heures. « Charlie, je ne peux pas le faire », a-t-il dit, en retournant le matériel. « D’accord, » dit Charlie, en le remettant directement à Ben. « Merveilleux. Vous ne pouvez pas le faire. Maintenant, faites-le. » Ben connaissait bien les machines. Il avait déjà suivi un cours de réparation de téléviseur et maintenant, en étudiant une deuxième fois le matériel sur les machines à laver, il a commencé à le comprendre. Il finit par négocier un contrat pour des services de blanchisserie qui garantissait à la Co-Op City un minimum de 520000 $ de profits chaque année. Par la suite, il a négocié d’autres contrats concernant la machinerie. Charlie Rosen prouvait que vous n’aviez pas besoin de « professionnels » pour gérer un projet de logement. Il y avait Mady Weitz, qui avait tenu un magasin de cartes de vœux dans le West Bronx et était maintenant responsable des allocations d’appartements. Larry Dolnick, qui avait été un petit homme d’affaires, était maintenant président de Riverbay Corporation, qui est le nom officiel de Co-Op City. Plus important encore, Larry avait pris d’autres formes. « Au début de la grève, je n’avais pas beaucoup de contact avec les Noirs ou les Portoricains », a-t-il dit. (La ville Co-Op est composée à environ 85 % de Blancs, principalement juifs, et à 15 % de minorités.) Mais pendant la grève, il est devenu le « ministre des Affaires étrangères » de la Co-Op City, la personne qui traitait avec d’autres groupes de locataires autour de la ville, et ils étaient généralement noirs et portoricains. Il dirigeait maintenant la campagne d’Esther Smith pour le conseil municipal. Esther Smith est une femme noire et trésorière du conseil d’administration de la Co-Op City. Le nouvel esprit était contagieux. Rosen a été assiégé par des gens avec des idées sur la façon d’améliorer l’endroit. Même avant la prise de contrôle, un vieil immigrant russe était particulièrement persistant. Il s’appelait Israel Kushner. « La centrale électrique », dirait-il à Charlie en yiddish. « L’avenir est dans la centrale électrique. » « Oui, bien sûr », disait Charlie, et continuait son travail. Un jour, cependant, il s’est assis et a écouté ce qu’Israel Kushner avait à dire. La centrale de Co-Op City était une farce. Il a été construit pour fournir de l’électricité à faible coût pour le projet, mais il avait seulement été utilisé comme source de secours et comme centrale de chaudière. Kushner a parlé de ce qui pourrait être fait, et finalement une proposition a été élaborée pour utiliser la centrale électrique comme site expérimental pour transformer les déchets en électricité. La proposition est arrivée à Washington au moment où l’administration Carter commençait à parler de trouver des sources d’énergie de remplacement, et elle a été prise très au sérieux. Le fédéral a accepté de financer une étude de faisabilité de 800 000 $, mais il y avait un hic. Tout d’abord, la direction des locataires devait prouver qu’elle pouvait payer l’hypothèque de la Co-Op City. Ils ont dû prouver que l’endroit n’était pas en faillite — un exploit difficile, puisqu’il était en faillite. L’hypothèque était tout simplement un monstre, environ 400 millions de dollars. Au début, Rosen et les autres avaient parlé d’économiser des « millions » en gérant le projet plus efficacement. À la grande surprise de presque tout le monde, les locataires avaient prouvé qu’ils pouvaient gérer l’endroit plus efficacement. Ils avaient économisé des centaines de milliers de dollars, mais pas des millions. Les millions n’étaient tout simplement pas là pour être épargnés. Peu à peu, il est devenu évident qu’il faudrait augmenter les loyers [...] et à moins que l’État n’aide à couvrir les coûts, ils seraient des augmentations massives. Au printemps 1977, les gestionnaires des locataires ont commencé à jouer au chat et à la souris avec l’État, disant qu’ils n’allaient plus payer l’hypothèque. Ils ont dit qu’ils avaient besoin d’argent pour maintenir le projet, pour l’empêcher de s’effondrer physiquement. Ils ont osé l’État pour saisir (sachant très bien que personne — sauf eux — n’était assez fou pour vouloir venir et gérer l’endroit). Il était évident qu’une sorte de programme de renflouement avec des augmentations modérées des loyers était dans l’air, mais l’État s’est couvert et les négociations ont traîné, mais. La tension était énorme et le moral commençait à baisser. Le conseil d’administration continuait de se réunir chaque semaine, se battant pour rien. On a même essayé de se débarrasser de Charlie Rosen. La tentative était motivée par la jalousie et la petite politique, mais il reflétait un sentiment sincère dans la communauté que Rosen avait trahi Co-Op City. Le problème était qu’après la grève des loyers, la plupart des gens dans le projet considéraient Charlie comme quelque chose de proche d’un dieu. « Il était notre messie », dit une femme. « Je ne sais pas comment il peut dormir la nuit avec tous les faits et chiffres qui sont dans sa tête », a dit un autre. En fait, il ressemblait davantage à un rabbin. Tout le monde est venu lui parler de ses problèmes. Pour chaque Israël Kushner qui est venu à lui avec une centrale électrique, il y en avait mille qui voulaient juste une épaule pour pleurer, ou pour se plaindre d’un robinet qui fuit, ou juste pour passer le temps de la journée. Pendant la grève, il leur avait parlé. Pendant la grève, c’était son travail — on lui versait 15 000 $, son salaire au New York Post, pour diriger le comité de grève — de maintenir un moral élevé. Maintenant, il avait une société de 500 millions de dollars à gérer. Il y avait tellement de choses à apprendre, tellement de décisions à prendre. Il était plus un novice dans la gestion d’un projet de logement que Ben Cirlin était à négocier un contrat de blanchisserie. Il devait leur faire comprendre que les choses étaient différentes maintenant; il n’était plus le chef de grève; il était le propriétaire. Il a choisi — à la demande pressante de Herb Freedman, l’avocat des locataires, et d’autres — une méthode assez particulière pour faire passer ce point, et particulièrement particulière pour un marxiste. Il a décidé d’accepter un gros salaire. Il a démissionné du conseil d’administration et est devenu consultant au taux de 20 000 $ pendant six mois. C’était 40 000 $ par année. C’était environ 800 $ par semaine. La plupart des gens savaient que c’était beaucoup moins que ce qu’ils avaient payé au directeur lorsque la United Housing Foundation dirigeait Co-Op City, la plupart des gens pensaient que Charlie Rosen en valait la peine [...] mais quand même, ils étaient confus et blessés. Ils ont commencé à se demander s’il n’avait été là que pour l’argent depuis le début.
Pour sa part, Charlie avait un certain nombre d’explications sur les raisons pour lesquelles il a pris l’argent. Aucune d’entre elles n’était tout à fait convaincante. « Les gens respectent ce pour quoi ils paient. « Ils pensent que les affaires de Bloomingdale sont meilleures que celles d’Alexander », a-t-il déclaré. « Le salaire lui a donné de la crédibilité auprès des locataires et de l’État, a-t-il affirmé. « J’ai dû rompre avec le passé. Une grande hostilité envers moi à ce moment-là est qu’ils ont perdu leur ami. Est-ce que je savais que j’allais sacrifier mon appui? Oui. Est-ce que je l’ai fait exprès? Oui. Y avait-il une autre solution? Que Dieu bénisse quiconque en a une, je ne le sais pas. Si quelqu’un aurait pu apprendre ce que nous avions à apprendre et, en même temps, faire la merde politique, tenir la main [...] Il aurait été beaucoup plus facile de se contenter de prononcer des discours et d’embaucher quelques professionnels pour diriger l’endroit. » Il a craché le mot « professionnels ». Il était amer. Que les gens pensent qu’il les avait vendus [...] Mais ils l’ont fait. Le ressentiment était là, même au conseil d’administration. Et à la fin de juin 1977, alors que les négociations finales avec l’État atteignaient une phase cruciale, elles se sont répandues au grand jour. L’un des deux journaux de Co-Op City a été scandalisé d’apprendre que Charlie Rosen avait formé une société, entre autres. Il s’appelait Charles Rosen Management Consultants. Le journal a suggéré que Rosen pourrait se louer en tant que consultant à toute personne qui voulait faire des affaires avec Co-Op City et faire un paquet. On a laissé entendre qu’il cherchait un élément de l’étude fédérale sur les centrales électriques. Son comportement a été comparé à Richard Nixon. (Rosen a apporté un procès sur l’article.) Une réunion est convoquée. Le conseil d’administration l’interroge publiquement. Un rabbin, David Winter, fut importé pour aplanir les aspects moraux de la situation. Plus d’un millier de personnes se sont rassemblées à l’auditorium Dreiser par une nuit humide en juillet pour voir ce que Charlie Rosen avait à dire pour lui-même. Les questions, principalement périphériques et stupides, traîné pendant plusieurs heures, mais enfin Rosen a eu la chance de donner sa version des questions. Oui, il avait formé une société à des fins fiscales. Mais non, il ne pouvait représenter personne d’autre que Co-Op City. C’était écrit directement dans les documents de constitution en société. Il était également vrai qu’il était très intéressé par l’étude sur les centrales électriques. Il avait fait une proposition au conseil d’administration à ce sujet. Une fois les négociations avec l’État terminées et le problème d’hypothèque résolu, il voulait devenir le directeur local de l’étude fédérale, avec un salaire à temps partiel de 25000 $. Il a proposé que l’autre partie de son temps soit passée en tant que consultant à Co-Op City, à un salaire de 10000 $. Le total serait de 35 000 $, soit moins que ce qu’il gagnait à l’heure actuelle, et le gouvernement fédéral en paierait 25 000 $. Il avait toujours dit qu’il ne voulait pas gérer Co-Op City pour le reste de sa vie. C’était une façon de se retirer progressivement. Mais il était en colère et blessé que les gens de la communauté le soupçonnaient d’une escroquerie. Il ouvrit ses livres d’entreprise pour inspection et reçut une vive ovation. À ce moment-là, le rabbin Winter a posé la question à laquelle tout le monde dans la salle voulait une réponse : « Je ne pense pas qu’aucun d’entre nous croit vraiment que vous avez fait quelque chose de mal sur le plan juridique. Ma question sur votre comportement est morale et éthique. Je conviens que les gens devraient être payés ce qu’ils valent, mais vous avez dépassé les limites acceptées. Vous avez perverti toute la notion d’individu animé d’un esprit communautaire [...] » Malheureusement, Rosen n’a pas été autorisé à répondre. Larry Dolnick, qui présidait la réunion, a soudainement décidé qu’elle avait duré assez longtemps. Il n’y aurait plus de questions ou de déclarations. L’auditoire a gémi et Rosen a essayé de parler de toute façon, en vain. C’était inexplicable et frustrant [...] mais, d’une certaine façon, approprié. Peu importait si Charlie Rosen avait été motivé par la cupidité, ou par une étrange envie de gauche de s’immoler à des fins politiques plus élevées. En prenant l’argent, il avait — symboliquement — mis fin à la grève. Dans toute la communauté, l’esprit et la sophistication qui avaient rendu la ville Co-Op si spéciale pendant la grève étaient sur le déclin. C’était fini.
La grève a pris fin une semaine plus tard, le 14 juillet, lorsque Rosen est allé avant un rassemblement de masse sur le Greenway et a annoncé un règlement : l’État allait laisser tomber la menace de fermeture avant et, en fait, oublier les millions que Co-Op City devait; les locataires paieraient une augmentation de 20% loyer. L’annonce a été accueillie par des gémissements et des huées, mais il y avait peu de doute qu’elle serait acceptée. EN FIN DE COMPTE, NOUS ALLONS PERDRE », avait déclaré Rosen à un groupe d’étudiants en affaires urbaines quelques semaines plus tôt. « On ne peut pas gagner une lutte idéologique sans idéologie ». La plupart des participants au projet ne savaient pas vraiment ce qu’ils avaient accompli. Ils ne savaient pas qu’ils avaient fait un pied de nez à l’établissement financier de New York et s’en sont tirés. De telles victoires sont très rares. Rosen a prédit qu’avec la plupart des locataires à la dérive vers l’apathie, Co-Op City reculerait et deviendrait pas beaucoup différent que d’autres projets de logement. Même les réformes démocratiques chèrement gagnées — la gestion des locataires — pourraient s’effriter avec le temps. Il a dit toute cette affaire-de-fait, comme s’il l’avait su tout au long, comme si cela ne faisait pas mal. Alors pourquoi, lui a-t-on demandé, s’impliquer en premier lieu? « Parce que la lutte en vaut toujours la peine », a-t-il dit. En outre, il y avait des avantages tangibles. Il n’y avait eu aucune augmentation de loyer à Co-Op City depuis trois ans, de 1974 à 1977. Et il y avait des avantages intangibles. Beaucoup de gens, éparpillés dans le projet, ne seraient plus jamais les mêmes. Ben Cirlin ne serait plus un simple chauffeur d’autobus scolaire. Ses soirées devant la télé étaient terminées. Il n’était pas exactement un jeune Lénine, mais il ne laisserait jamais d’autres personnes prendre des décisions à sa place. Assis sur un banc devant son immeuble au début de l’été, regardant sa fille jouer dans le bac à sable, Ben avait deux idées sur ce qui s’était passé. « Je ne recommencerais jamais », a-t-il dit, « les gens n’apprécient pas ce que vous faites ». Encore une fois, il était fier. « J’ai maintenant trois carrières. Je suis père. Je m’occupe du bébé le jour où Norma est au travail. Je suis toujours chauffeur d’autobus scolaire [...] et je suis le vice-président d’une société de 500 millions de dollars. » Se excusant, Ben a expliqué qu’il devait coucher sa fille pour une sieste. Il a disparu à l’intérieur de la tour grise massive, le bâtiment 24, une petite mais certainement pas insignifiante figure
Oporto è la seconda città del Portogallo per importanza (la terza per popolazione), capoluogo del distretto omonimo nel nord del paese. Ha una popolazione di 240.000 abitanti, 1.700.000 se si considera l'area metropolitana nella quale viene inclusa la più popolosa Vila Nova de Gaia (seconda città per numero di abitanti della nazione). La città si trova sulla riva settentrionale del fiume Douro, poco lontano dall'Oceano Atlantico. La festa cittadina è il 24 giugno, giorno di San Giovanni Battista. La città è amministrata dal sindaco Rui Rio, del Partido Social Democrata (partito social democratico).
Lo stesso Portogallo e il famoso vino Porto (in portoghese: Vinho do Porto) devono il loro nome alla città di Oporto. Infatti il vino, prodotto dalle uve della valle del Douro, venne chiamato con il nome portoghese della città a partire dalla seconda metà del XVII secolo perché gran parte della produzione veniva esportata per via marittima dal suo porto.
Oporto è uno dei distretti più industrializzati del Portogallo e la città in particolare viene talvolta chiamata "A capital do norte" ("La capitale del nord") poiché funge da centro della maggiormente industrializzata regione settentrionale del Portogallo, ed è ben nota per il suo spirito imprenditoriale, la cultura caratteristica, la gente e la cucina locale.
Occasionalmente Oporto viene chiamata anche la "Cidade Invicta" ("Città invitta") poiché non cedette né all'attacco dei mori né all'esercito imperiale di Napoleone, e non è mai stata sconfitta militarmente dalla sua creazione durante l'Impero Romano.
La città è nota in Portogallo col nome di Porto, il cui significato è appunto quello di "porto". La dizione "Oporto" usata in italiano e spagnolo ingloba l'articolo determinativo portoghese: o Porto, "il porto". Pur essendo il nome ufficiale privo di articolo, nel contesto della frase, in portoghese, vi si accompagna sempre (a cidade do Porto, "la città del Porto"; o Porto è uma cidade maravilhosa, "il Porto è una città meravigliosa"). Ma il vero nome della città è Porto e non Oporto.
I riferimenti storici alla città risalgono al V secolo e all'epoca romana. Nel periodo precedente alla fondazione del Portogallo, era chiamata Portus Cale (Porto di Cale). Il territorio circostante venne quindi detto Condado Portucalense. Questa nazione divenne in seguito il regno indipendente chiamato Portogallo, che si espanse fino ai suoi attuali confini meridionali e in seguito riconquistò il territorio perso ai mori invasori, durante il regno del Re Dom Afonso Henriques, o Conquistador, all'inizio del primo millennio. Questa città fu teatro del matrimonio tra Giovanni I e Filippa di Lancaster, che simboleggia la duratura alleanza militare tra Portogallo e Inghilterra.
Secondo una leggenda molto diffusa, dopo la sconfitta subita da Re Roderico ad opera degli arabi, l'arcivescovo di Oporto e sei dei suoi vescovi sarebbero fuggiti in un'isola detta Ilha, o delle sette città, identificata poi con Antilia.
Un aneddoto risalente all'epoca dell'espansione portoghese oltremare, narra che i cittadini di Oporto fornivano carne ai marinai e tenevano per loro solo le trippe (tripas in portoghese). Essi si guadagnarono quindi il soprannome di tripeiros, che viene usato ancora oggi. Sempre per via dello stesso episodio deriva un piatto tipico della città, la Tripas à Moda do Porto (Trippa alla Oporto), ancora oggi facile da trovare.
Nel 1754, l'architetto italiano Nicolau Nasoni progettò una torre che venne costruita in una delle zone centrali della città e ne divenne l'icona: la Torre dos Clérigos (Torre dei Chierici).
Durante il XVIII e XIX secolo, la città divenne un importante centro industriale e vide una crescita in dimensioni e in popolazione. Vennero costruiti un ponte in ferro a due livelli - Dom Luís I - (progettato dall'ingegnere belga Téophile Seyrig) e un ponte ferroviario - Maria Pia -, progettato da Gustave Eiffel assieme a Seyrig, così come la stazione centrale (São Bento, considerata una delle più belle d'Europa, ornata da lussuose piastrelle dipinte). Un'università (Aula de Náutica, 1762) e una borsa (Bolsa do Porto, 1834) vennero istituite in città.
Conosciuta come la "Città dei ponti", il primo ponte permanente, il Ponte das Barcas (un ponte di barche) venne costruito nel 1806, ma tre anni dopo crollò quando la popolazione fuggì in massa dall'invasione delle truppe napoleoniche guidate dal Maresciallo Soult, durante la Guerra Peninsulare, causando la morte di circa 4.000 locali. Venne sostituito nel 1843 dal Ponte D. Maria II, noto come Ponte Pênsil (ponte sospeso), del quale restano solo i piloni di sostegno, dopo che venne sostituito dai ponti Luís I e Maria Pia. Durante il XX secolo, vennero costruiti altri ponti: L'Arrábida, il quale alla sua inaugurazione, aveva il più grande arco di supporto in cemento del mondo, serviva per il traffico veloce nella parte ovest della città. Venne quindi il S. João, a rimpiazzare il Maria Pia, e il Freixo per il traffico veloce della parte est. Il più recente è il Ponte do Infante, completato nel 2003.
La città è connessa internamente da un'estesa rete di autobus e da una metropolitana mista che opera sia nel sottosuolo che in superficie, gestite dalla STCP (Sociedade de Transportes Colectivos do Porto, Società di trasporto Pubblico di Oporto) che opera anche le linee delle vicine città di Gaia, Maia e Gondomar. Altre compagnie minori gestiscono vagoni letto che vanno dalle città più lontane fino all'area metropolitana, come da Paços de Ferreira o Santo Tirso fino al centro di Oporto. In passato la città aveva anche dei filobus e una rete di tram. Di queste sopravvive solo una linea turistica sulle rive del Douro. I taxi sono disponibili in molte piazze e sono riconoscibili come berline color crema (solitamente modelli della Mercedes-Benz).
La capacità del sistema stradale è aumentata dalla Via de Cintura Interna, un'autostrada interna connessa a diverse autostrade nazionali e ad uscite per la città, che complementa la Circunvalação a 4 corsie, che fiancheggia la parte nord della città e collega la parte est alla costa atlantica.
A causa dei lavori nella Metro di Oporto e su altri servizi pubblici, il traffico in alcune zone è spesso difficoltoso.
Attualmente il principale progetto in fase di sviluppo e il sistema del Porto Metro. È il più costoso progetto di costruzioni pubbliche in corso in Europa, principalmente a causa del terreno su cui poggia la città, che è estremamente complesso dal punto di vista tecnico e molto costoso da scavare. Per questo motivo è stato costruito il Ponte dell'Infante per il traffico urbano, che sostituisce il Dom Luís I, il cui livello superiore è dedicato alla metropolitana.
Diverse bellezze architettoniche adornano la città di Oporto, dal corso principale nel centro città Avenida dos Aliados [Viale degli Alleati, in ricordo della partecipazione portoghese alla prima guerra mondiale], ai magnifici giardini del Palacio de Cristal, e dalle millenarie chiese romaniche alla miriade di piastrelle dipinte che adornano l'interno della stazione di São Bento e l'esterno della chiesa di Santo Ildefonso.
Oporto ha sempre rivaleggiato con Lisbona in quanto a potere economico, nonostante sia più piccola della capitale. Come città principale del nord fortemente industrializzato, molte delle principali aziende portoghesi hanno la loro sede in città.
La borsa di Oporto (Bolsa do Porto) si fuse con quella di Lisbona, dando vita alla Bolsa de Valores de Lisboa, che in seguito entrò in Euronext, assieme ad Amsterdam, Bruxelles LIFFE e Parigi.
Oporto è sede del più popolare quotidiano portoghese, il Jornal de Notícias. L'edificio che ospita i suoi uffici (che ha lo stesso nome del giornale) era fino a poco tempo fa uno dei più alti della città (è stato sorpassato da diversi edifici moderni che sono stati costruiti negli ultimi 10 anni).
Porto Editora, la principale casa editrice portoghese, ha anch'essa sede in città. I suoi dizionari sono considerati l'opera di riferimento standard per il portoghese.
(from wikipedia.org)
0610 Catedral Metropolitana de la Ciudad de México
La Catedral Metropolitana de la Ciudad de México es el gran templo católico ubicado en la Plaza de la Constitución, en el centro histórico de la Ciudad de México. Las medidas aproximadas de este templo son 59 metros de ancho por 110 de largo y una altura de 60 metros hasta la cúpula. Es también una de las principales obras del arte mexicano, y se considera entre las más sobresalientes de todo el arte hispanoamericano. Construida con cantera gris, cuenta con cinco naves y 16 capillas laterales. Está dedicada a la Asunción de la Virgen María y es la iglesia principal de la Arquidiócesis Primada de México.
Historia de una construcción [editar]
En el tiempo de la ciudad de Tenochtitlán el área en donde se encuentra la actual catedral estuvo ocupada por un pequeño templo dedicado a Xipe[1] o quizá por el templo de Quetzalcóatl, un templo dedicado al sol y otras edificaciones menores.[2]
Tres años después de concluida la conquista, Hernán Cortés mandó construir una iglesia en el lugar aprovechando material de los templos aztecas. Esta iglesia fue convertida en catedral por Carlos V y el papa Clemente VII según la bula del 9 de septiembre de 1530 y nombrada metropolitana por Paulo III en 1547.[3] Pronto quedó clara su insuficiencia y por mandato de Felipe II se derribó en 1552. Los trabajos de construcción de la nueva no comenzaron sino hasta 1571 cuando el virrey Martín Enríquez de Almansa y el arzobispo Pedro Moya de Contreras colocaron la primera piedra de su sucesora, la actual catedral...
La suma del costo de la obra hasta la dedicación de 1657 fue de 1.759.000 pesos. Dicho costo fue cubierto en buena parte por los reyes Felipe II, Felipe III, Felipe IV y Carlos II.[3]
Luego, hubo un concurso para designar al arquitecto que terminaría la fachada. El proyecto ganador de dicho concurso fue el neoclásico presentado por el veracruzano José Damián Ortiz de Castro, que se antepuso a los de José Joaquín de Torres (barroco) e Isidro Vicente de Balbás. Ortiz de Castro procedería a terminar las torres, parte de la cúpula y obras al interior. La muerte de Ortiz de Castro dejaría las obras en suspenso un breve tiempo. En 1793 el arquitecto valenciano Manuel Tolsá recibe el encargo de finalizar las obras de construcción de la Catedral, que no concluyen sino hasta 1813.[4]
Sucesos de la Catedral [editar]
A lo largo del tiempo la catedral ha perdido parte de su acervo artístico. Se tiene constancia de algunas de las obras perdidas: lámparas de plata de gran tamaño, candelabros, blandones y figuras del mismo metal, la custodia de Borda (88 marcos de peso en oro; con 10 perlas, cubierta al frente por 5872 diamantes y al dorso por 2653 esmeraldas, 544 rubíes y 28 zafiros), un pectoral de oro con reliquias, otro con topacios y brillantes y con anillos de accesorio, alfombras, cojines, colgaduras y muchos tesoros más de características similares.[5]
El edificio [editar]
La fachada [editar]
Fe, Esperanza y Caridad. Esculturas de Tolsá
Fe, Esperanza y Caridad. Esculturas de Tolsá
La fachada se observan tres relieves en mármol blanco. El central representa la Asunción de la Virgen María. El que se tiene del lado izquierdo muestra la entrega de las llaves del Cielo a San Pedro; el que se tiene a mano derecha, la Barca de la Iglesia. Sobre el reloj se encuentran tres figuras representativas de las virtudes teologales: la Fe, la Esperanza y la Caridad. La Fe sostiene una cruz, la Esperanza un ancla y la Caridad sujeta a dos niños. El reloj y las esculturas se deben a Tolsá, así como las balaustradas y florones que coronan todo el conjunto.
El altar del Perdón [editar]
Altar del Perdón
Altar del Perdón
El retablo es obra de Jerónimo de Balbás (1735). A principios de 1967 hubo un incendio en la catedral que dañó el altar. Gracias a la restauración practicada se puede admirar el día de hoy una gran obra de arte colonial. Se llama así porque ahí piden perdón los fieles.Esta es una de las obras más grandes del autor tiene un estilo churrigueresco el cual es muy detallado, todo el acabado de esta obra esta cubierto con hoja de oro.
El coro [editar]
La sillería del coro está fabricada en una excelente talla de tapincerán. Tiene dos niveles de sitiales: el alto para canónigos y el bajo para seíses y sochantres. En la parte superior, tiene figuras talladas en medio relieve, de obispos y santos.
La sillería del coro es fruto del arte de Juan de Rojas (1695). También fue dañada en el incendio de 1967.
Al centro del coro, entre la la reja y la sillería, está un fascistol de caoba, adornado con figuras de marfil, una de las cuales, es un crucifijo que corona toda la obra. Se usa para sostener los libros de canto, y está conformado por tres cuerpos.
La portada del coro y la crujía (el corredor cerrado que va desde es coro hasta presbiterio) fueron hechas con el diseño del pintor Nicolás Rodríguez Juárez bajo la supervisión del sangley Quiauló. La bella reja del coro es de tumbaga y calain, y fueron estrenadas en 1730. Se fabricó en la ciudad de Macao, China,[4] y sustituyó a una anterior esculpida en maderas.
Cúpula [editar]
Se terminó con adaptaciones al proyecto de Ortiz de Castro. En el interior también se representó la Asunción de la Virgen (Rafael Ximeno y Planes, 1810). La cúpula que existe hoy en día, es obra de Manuel Tolsá, y de tambor octogonal, levantada al centro del crucero, sobre cuatro columnas y rematada por una linternilla. Las actuales ventanas son de Matias Goeritz. En el incendio de 1967, ocasionado por un corto circuito en el Altar del Perdón la pintura de la Asunción se consumió.
Las capillas [editar]
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Altar de los Reyes [editar]
Artículo principal: Altar de los Reyes
El Altar de los Reyes, se encuentra en el ábside del templo, detrás del Altar Mayor. Es obra del insigne Jerónimo de Balbás, autor del Altar del Perdón de esta misma catedral, y del Altar Mayor de la Catedral de Sevilla, entre otras.
Este bello altar, que se puede considerar un monumento dentro de otro monumento, es la obra cumbre del estilo churrigueresco mexicano o barroco estípite, y se considera la obra maestra de su destacado autor. Mide 25 metros de altura, 13 de ancho, y 7 metros de fondo; se eleva al fondo de Catedral ocupando el ábside.
Es una talla formada por tres calles verticales, dos laterales y una al centro, adornada con los cuadros La Asunción de la Vírgen, y La Adoración de los Reyes, del pintor Juan Rodríguez Juárez. Éste último, es el que da nombre al altar, además de una serie de esculturas de bulto de reyes y reinas canonizados (santificados), que posan a lo largo y ancho del altar.
Fue realizado en maderas preciosas policromados, en una exuberante composición de pilastras y columnas, follaje, guirnaldas y querubines. El conjunto está estofado, revestido con hoja o lámina de oro, lo cual le confiere majestuosidad a la obra. Está cerrado por una doble bóveda, y en lo más alto del conjunto, se haya una representación de Dios Padre, presidiendo el magno conjunto.
Las capillas laterales [editar]
Capilla de Nuestra Señora de las Angustias de Granada [editar]
Capilla de San Isidro [editar]
Capilla de la Inmaculada Concepción [editar]
Capilla de Nuestra Señora de Guadalupe [editar]
Capilla de Nuestra Señora La Antigua [editar]
Está consagrada a la advocación mariana del mismo nombre, y en el retablo principal, neoclásico, obra de Juan de Rojas (1718), hay una copia de la imagen de la Virgen de la Antigua cuyo original se encuentra en la Catedral de Sevilla. Esta imagen de influencia bizantina era muy venerada por la población española de la ciudad de México durante el período colonial.
Bajo la imagen de la virgen hay una magnífica escultura sevillana del Niño Jesús, original de la primera mitad del siglo XVII y atribuida a Juan Martínez Montañés. Es conocida popularmente como El niño cautivo, debido a que permaneció en Argel junto a Francisco Sandoval de Zapata, racionero de la catedral, quien fue hecho prisionero por piratas del norte de África en 1622, cuando llevaba la escultura hacia México.
Capilla de San Pedro [editar]
La capilla de San Pedro custodia otros dos retablos. El primero y principal está dedicado a honrar la vida del santo apóstol y fue edificado hacia 1670. En él se observan ya los lineamientos del barroco temprano en los que aún se observan elementos manieristas como los relieves de lacería, las ménsulas y los pinjantes. El retablo está formado por tres cuerpos, el último de los cuales se integra al espacio arquitectónico dejando al centro el vano de la ventana. El retablo se merece una mención especial por su decoración general en la que sobresalen los variados motivos vegetales e inanimados propios del barroco. En cuanto a las pinturas de este retablo, no se ha podido saber a ciencia cierta quiénes fueron los autores, se trata de obras cuto tema es la vida de San Pedro, y en un pasaje se recuerda el martirio del apóstol que pidió ser crucificado de cabeza “por no ser digno de morir como su maestro”.
Capilla del Santo Cristo y de las Reliquias [editar]
Se contruyó entre 1610 y 1615 dedicada al Santo Cristo de los Conquistadores. También recibe el nombre de Capilla de reliquias por las reliquias insignes guardadas en los retablos barrocos. Según algunos historiadores la imagen de Cristo crucificado conocida como el "Santo Cristo de los Conquistadores" (S. XVI O XVII) fue un regalo de Carlos V, otros sostienen que se trata de una obra realizada en estas tierras, lo cierto es que ya en la primera catedral recibía gran veneración.
Las pinturas y esculturas escenifican momentos de la pasión de Cristo uniendo a este tema la pasión o tormento de los santos y santas màrtires. La escultura del "Santo Entierro" es utilizado todos los años en la procesión del Viernes Santo. El retablo de la derecha tiene al centro una Virgen de Guadalupe, de José de Ibarra, ante la que se juró a Santa María de Guadalupe como la Patrona General y Universal de todos los reinos de la Nueva España el 4 de diciembre de 1746, y que conserva una reliquia del ayate de Juan Diego Cuauhtlatoatzin. Las reliquias de esta capilla se exponen anualmente el día de todos los santos y el día de los fieles difuntos (1 y 2 de noviembre). De acuerdo a la tradición, en esta capilla se custodian reliquias de, entre otros, San Vicente de Zaragoza, San Gelasio, San Vital de Milán y un pedazo de la Vera Cruz.
Capilla de San Felipe de Jesús [editar]
Aquí se encuentran los restos de Agustín de Iturbide. Asimismo, aquí se conserva el corazón de Anastasio Bustamante.
Capilla de Nuestra Señora de los Dolores [editar]
Capilla del Señor del Buen Despacho [editar]
Capilla de Nuestra Señora de la Soledad [editar]
La capilla dedicada a la Virgen de la Soledad fue abierta al culto en la segunda mitad del siglo XVII. Ella protege a los albañiles y obreros que participaron en la construcción de la catedral. El retablo principal está formado por dos cuerpos y un remate, en él se aprecian las columnas salomónicas de capitel corintio que separan las entrecalles. Es una virgen de la Soledad copia de una imagen española. El retablo puede ser ubicado en la década de 1670-1680 gracias a las pinturas con el tema de la Pasión de Cristo hechas por el pintor Pedro Ramírez.
Capilla de San José [editar]
Su retablo principal es barroco, procedente de la antigua Iglesia de Nuestra Señora de Montserrat y tiene en el centro la imagen de San José con el Niño, rodeado de santos, entre los que destaca Santa Brígida de Suecia. El retablo lateral es una composición de pinturas barrocas, que consiste en El triunfo de la Fe, La transfiguración, La circuncisión y La asunción.
Hay un antiguo Ecce homo sedente, llamado popularmente el Señor del cacao. Es una escultura mexicana de caña de maíz procedente de la primera catedral, y muy venerada por los indígenas durante la colonia, quienes a falta de monedas depositaban como ofrenda semillas de cacao, que en época prehispánica se consideraban valiosas piezas de cambio. En la actualidad es común que los niños depositen ofrendas en forma de caramelos.
Capilla de San Cosme y San Damián [editar]
Entre los retablos que decoran el interior de la Catedral Metropolitana, el principal está dedicado a honrar a los santos tutelares de la capilla, consta de dos cuerpos, el remate y tres entrecalles. Es uno de los retablos catedralicios del siglo XVII en los que se puede afirmar que tiene un acento manierista y como prueba de ellos están las columnas clasicistas estriadas. El retablo fue concebido para albergar pinturas, las cuales exaltan la vida de los santos médicos Cosme y Damián y se deben al pintor Sebastián López Dávalos. Este pintor también fue uno de los artistas que corroboraron el
Capilla de los Ángeles [editar]
Sirve de basamento a lo torre occidental, y fue concluida entre 1653 y 1660. Esta primera capilla fue destruida por un incendio en 1711, por lo que fue inmediatamente sustituida por la actual, finalizada en 1713. Cuenta con unos fastuosos retablos barrocos con esculturas estofadas y policromadas, obras de Manuel de Nava, que representan a los siete arcángeles.
Capilla de las Ánimas [editar]
La sacristía [editar]
En el interior de la sacristía se puede admirar enormes cuadros de los pintores novohispanos Cristóbal de Villalpando y Juan Correa. Los títulos de los cuadros son: El Triunfo De La Iglesia, La aparición de San Miguel (Villalpando), El Tránsito De La Virgen y La Entrada De Cristo A Jerusalén (Correa). Asimismo, hay una pintura atribuida al pintor español Bartolomé Esteban Murillo.
Las criptas [editar]
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
La catedral cuenta con criptas para los fieles que deseen adquirir, aunque actualmente se encuentra todavía en proceso de reparación y por lo tanto para ingresar, es necesario ser poseedor o visitante de un nicho en específico.
Debajo del Altar de los Reyes se encuentra la cripta principal que alberga los restos de los arzobispos que han sido titulares de la Arquidiócesis, desde Fray Juan de Zumárraga hasta el Cardenal Ernesto Corripio y Ahumada, cuyos restos fueron depositados en abril de 2008. En el centro de la cripta de los Arzobispos hay un cenotafio con la figura de Zumárraga y todos los demás arzobispos están colocados en nichos en las paredes. Debajo del monumento de Zumárraga hay una escultura azteca que representa una calavera. Otra escultura prehispánica geométrica fue incorporada en la parte inferior del altar.
Los campanarios [editar]
Las torres de la Catedral tienen una altura entre 64 y 67 metros. Cada una está rematada en forma de campana (Ortiz de Castro, 1788). La campana puede ser tomada como un símbolo de la comunicación entre Dios y el hombre. Entre las dos cuentan con espacio suficiente para albergar 56 campanas, aunque al día de hoy son treinta las que han sido colocadas. La mayor de ellas tiene el nombre de Santa María de Guadalupe y pesa alrededor de trece toneladas. La más antigua, Santa María de la Asunción (también conocida como Doña María), es de 1578. La más nueva es del año 2002 y fue colocada con motivo de la canonización de Juan Diego. Fue bendecida por el papa Juan Pablo II. Dentro de la parte superior de cada torre hay escaleras de madera de forma elipsoidal, de las cuales hay muy pocos ejemplos en el mundo. Estas escaleras helicoidales u ovaladas son, como se decia líneas arriba poco utilizadas pues el deterioro ocasionado por el tiempo y es evidente, por lo cual solo son usadas por los campaneros, entre los que destacan Rafael Parra Castañeda Campanero Mayor, o algunos voluntarios como Alejandro Campos Lamas, Decano de la Pastoral de Campaneros o Angel Miguel Donaciano Guía oficial del sitio. Empero, el enorme desgaste de escaleras y zonas del campanario se ha agudizado por la extensiva vista de turistas a un sitio no hecho para ello, por lo cual se recomienda no realizar la visita que se considera de alto riesgo.
El sagrario [editar]
De estilo barroco de estípite en su fachada y neoclásico al interior.
Su materia es de cantera gris y tezontle. Tiene dos portadas, una al sur y otra al oriente. Es de planta de cruz latina, y es la parroquia de la Catedral Metropolitana, anexa a ésta.
Sus portadas son de estilo barroco churrigueresco, con pilastras estípite y de forma triangular, obra singular de la arquitectura colonial.
Kew considers this to be a synonym of Brassia verrucosa but I think they are different. Species is found from Mexico through Central America and into Northern Brazil. One of my favourites.
twitter.com/Memoire2cite les 30 glorieuses . com & l'Architecture Hospitalière centre hospitalier universitaire ou pas Les hôpitaux modernes sont conçus pour minimiser les efforts du personnel médical et réduire les risques de contamination, tout en optimisant l’efficacité du système dans son ensemble. La longueur des déplacements du personnel au sein de l’hôpital est réduite et le transport des patients d’une unité à une autre facilité. Le bâtiment doit intégrer des départements lourds, comme la radiologie et les blocs opératoires, tout en prenant en compte d’importantes spécificités en termes de raccordements électriques, de plomberie, et de gestion des déchets.Cependant, on remarque que les hôpitaux « modernes » sont souvent le produit d’une croissance qui s’étale sur des décennies ou même des siècles, fréquemment mal contrôlée. Cette croissance a entraîné des ajouts successifs, nécessaires mais désorganisés, en fonction des besoins et des ressources financières.Cor Wagenar, historien en architecture néerlandais, considère que de nombreux hôpitaux sont des catastrophes, des institutions anonymes et complexes où règne la bureaucratie et totalement inadaptées à la fonction pour laquelle elles ont été créées. Elles ne sont généralement pas fonctionnelles, et au lieu de mettre les patients à l’aise, elles créent du stress et de l’anxiété.Certains hôpitaux, plus récents, tentent de retrouver des architectures prenant en compte la psychologie des patients, comme une meilleure aération, des vues plus dégagées ou encore des couleurs plus agréables à l’œil. On renoue avec les concepts anciens du « bon air » et des « pouvoirs guérisseurs de la nature » qui furent employés lors du développement des hôpitaux pavillonnaires. Des études menées par la British Medical Association ont montré qu’une bonne architecture hospitalière peut réduire la période de guérison des patients. L’exposition au soleil aide à lutter contre la dépression ; des chambres non-mixtes permettent plus d’intimité et favorisent une certaine dignité des malades ; la présence d’espaces verts et de jardins est également importante : regarder par la fenêtre améliore l’humeur des patients, diminue leur tension et leur niveau de stress. La disparition des longs couloirs réduit la fatigue et le stress des infirmières.Autre mutation actuelle notable la migration d’un système de chambres communes divisées par des cloisons amovibles vers un système de chambres individuelles. Le système de chambres aménageables est considéré comme très efficace, surtout par le personnel médical, mais il est beaucoup plus stressant pour les patients et nuit à leur intimité. Mais demeure la contrainte importante du coût de ces chambres et de leur maintenance, ce qui pousse certains hôpitaux à tarifier plus cher pour des chambres individuelles. www.citedelarchitecture.fr/fr/video/architecture-hospital... www.youtube.com/watch?v=8pB9GEZI-Fg 15. Architecture hospitalière de la fin du XVIIIe siècle à nos jours
Pierre-Louis Laget, conservateur du patrimoine, chercheur dans le service de l'Inventaire général de la région Nord-Pas-de-CalaisDans le contexte du vaste mouvement de réflexion portant sur l'architecture et l'hygiène hospitalière qui prit naissance à la suite de l'incendie de l'Hotel-Dieu de Paris en 1772, fut élaboré un nouveau parti architectural, appelé bientôt système pavillonnaire, consistant à scinder un établissement hospitalier en une série de bâtiments indépendants, reliés ou non par des galeries de services aériennes ou encore souterraines. « Dans les années 1950, le biologiste et médecin américain Jonas Salk (1914-1995)
cherchait un traitement contre la poliomyélite dans un sombre laboratoire d’un soussol de Pittsburgh. Les progrès étaient lents, et, pour s’aérer l’esprit, Salk fit un voyage à
Assise, en Italie, où il visita la basilique Saint-François d’Assise datant du XIII e siècle,
se promenant entre les colonnes et dans les jardins des cloîtres. Là, de nouvelles idées
surgirent dans son esprit, dont celle qui finit par le conduire à un vaccin efficace contre
la poliomyélite, en 1955. Le chercheur devint convaincu que l’environnement d’un
bâtiment peut influer sur l’esprit. Dans les années 1960, il s’associa à l’architecte Louis
Kahn (1901-1974) pour construire l’Institut Salk à La Jolla, près de San Diego en
Californie : cela devait être un établissement de recherche capable de stimuler la
créativité des scientifiques. Salk redécouvrait ainsi ce dont les architectes ont l’intuition
de longue date : les endroits que nous habitons peuvent agir sur nos pensées, nos
sentiments et nos comportements. Depuis plusieurs années, les spécialistes du
comportement apportent des arguments empiriques en ce sens. Leurs recherches
suggèrent qu’il est possible de concevoir les espaces de vie qui favorisent la créativité,
l’attention et la vigilance, ou la relaxation et la convivialité ». (Cerveau & Psycho,
2009, n° 33, p. 30). La lecture de ce début d’un article intitulé « Comment l’architecture
influence notre pensée » dans la revue Cerveau & Psycho a fortement résonné en moi
au moment où je construisais le projet du présent mémoire dans la mesure où cela faisait
écho à des intuitions que j’avais forgées comme patient et que je souhaitais interroger
en tant que futur architecte. Cela a été un des éléments qui m’ont décidé à travailler sur
l’architecture des bâtiments de santé sous l’angle de la perception qu’en ont les usagers.Plus que pour d’autres bâtiments, la construction d’un hôpital s’avère extrêmement
contrainte par un programme d’une grande complexité fixé en amont et avec lequel
l’architecte doit composer tout comme avec le site et les règles, elles aussi très
contraignantes, de la composition architecturale. Il s’appuie aussi, pour avancer dans
son projet, sur les besoins sociaux dont il a la connaissance ou l’intuition. Ainsi Pierre
Riboulet (1994), dans le journal qu’il tient de sa réflexion de cinq mois (de mai à
octobre 1980) sur le projet du grand hôpital pédiatrique Robert Debré, note, dès les
premiers jours, les 13 et 17 mai: « Que les enfants entrent là comme dans un lieu
familier, un lieu dont ils aient l’habitude » et, inventoriant « les lieux que pratiquent les
enfants dans les villes », (« des endroits où l’on peut courir, où il n’y a pas de
voitures », « des endroits qui ne font pas mal, où il y a les copains et les copines, où l’on
peut rigoler »), il conclut : « Il faudrait entrer dans l’hôpital comme on passe dans une
rue, une galerie où il y beaucoup de choses à regarder, où l’on peut aller et venir sans
obligation, courir et rêver. » De cela découle un bâtiment dont il affirme « qu’il ne faut
pas faire là un édifice » et qu’il cherche à rendre, avec le succès que l’on sait, le moins
intimidant possible pour des enfants.
Il s’avère qu’en plus de son intuition certaines recherches peuvent aussi renseigner
l’architecte et le programmiste sur les besoins fondamentaux des patients. Menées en
psychologie environnementale (Moser, 2009) ou en géographie de la santé (Gesler,
2003), elles ont mis en exergue différents facteurs contribuant au bien-être comme
constitutif de la santé dans la définition que donne l’OMS de cette dernière dans la
constitution de 1946 et qui fait toujours référence : « La santé est un état de complet
bien-être physique, mental et social et ne consiste pas seulement en une absence de
maladie et d’infirmité. ». Ces recherches incitent à prendre en compte, dans la
conception et dans l’évaluation d’un bâtiment de santé, la relation qu’établissent avec
ce bâtiment les usagers, et en particulier les patients. Il ne s’agit évidemment pas là d’un
élément tout à fait nouveau et une relation a sans doute été établie, de longue date, entre
la qualité d’un bâtiment de santé ou d’un lieu thérapeutique et le bien-être apporté au
patient. L’intérêt des recherches évoquées ci-dessus est, en affirmant avec force que « le
soin et le lieu sont inséparables » (Gessler, 2003) de tenter de trouver des critères
objectifs susceptibles d’expliquer la dimension « thérapeutique » d’un lieu de santé.C’est sur cette dimension que porte le présent mémoire qui étudie un service de Soins
de Suites et de Réadaptation (S.S.R), en l’occurrence celui de l’Hôpital Rothschild, à
Paris, dans lequel j’ai été invité en immersion du 28 mai au 7 juin 2013. L’objectif est
de comprendre et décrire la manière dont les différents usagers de ce SSR vivent le lieu
dans lequel ils exercent leur métier ou sont hospitalisés, quelle importance ils lui
accordent et sur quels points. Au plan architectural et programmatique, mon hypothèse
est que ce détour par les usagers et leur relation au lieu peut venir alimenter le cahier
des charges d’un bâtiment de santé en prenant appui non sur les seules intuitions mais
sur des éléments récurrents dans le discours des usagers.
Dans une première partie, je pose les bases théoriques qui permettent de penser cette
question et présente, en seconde partie, les choix méthodologiques effectués. Les
principaux résultats, présentés en troisième partie, m’amènent à une conclusion dans
laquelle j’envisage les éléments programmatiques qui découlent de mon enquête pour un bâtiment de santé et les pistes de réflexion ouvertes. ---- Comment est-on passé de la salle commune à la chambre individuelle ?
Comment l’hôpital, d’abord hospice, est devenu établissement de soins ?
Quelle est l’histoire des maternités, des lazarets, des asiles d’aliénés ? Autant
de réponses à découvrir dans le voyage architectural à travers toute la France
auquel invite ce bel ouvrage illustré de 592 pages, qui retrace l’histoire de
l’hôpital et de son architecture en France du Moyen-Âge à nos jours.
Jusqu’au siècle des Lumières, l’hôpital, lieu de charité chrétienne et d’exclusion
sociale, est aussi le premier outil d’une politique sanitaire balbutiante. L’incendie
de l’hôtel-Dieu de Paris, en 1772, est le catalyseur d’une double réflexion sur
la prise en charge des démunis et sur les réponses architecturales accordées
à une première médicalisation de l’hôpital. Ainsi architectes et médecins
poursuivent tout au long du XIXe
siècle la même chimère : une architecture en
mesure de soigner le corps et l’esprit. L’hygiénisme impose alors durablement
le plan en « double peigne » puis le système du pavillon isolé tandis que
les découvertes de Pasteur tardent à faire valoir leur logique. Inversement,
dans l’Entre-deux-guerres, ce sont les données économiques, sociales et
architecturales qui précèdent la révolution de l’antibiothérapie pour donner
naissance à l’hôpital-bloc. Les Trente Glorieuses appliquent à l’institution leur
politique centralisatrice, prescriptrice de modèles fonctionnels. Aujourd’hui,
les maîtres mots sont désormais humanisation et insertion urbaine.
Explorer l’histoire des hôpitaux en France revient à cheminer auprès du
pèlerin, de l’indigent, du marginal, du déviant, du fou, de l’enfant abandonné,
du vieillard, de l’infirme, du malade, aujourd’hui du patient. C’est surtout
découvrir, présents dans toutes nos villes, des bâtiments d’exception. L’histoire de l’hôpital est à tout à fait exemplaire de ces glissements progressifs, presque
insensibles quand on travaille sur une période courte, mais spectaculaires quand on prend
le sujet dans toute son ampleur : de la salle médiévale, qui n’offre qu’un abri, et un abri
dangereux, aux machines à guérir ultra-spécialisées d’aujourd’hui, dont les programmes
fournis par les maîtres d’ouvrage aux architectes comptent plusieurs centaines, voire
plusieurs milliers de pages.
On pourra donc faire une double lecture de ce livre : on y trouvera une histoire complète
et détaillée sur la longue durée et jusqu’au temps présent de l’hôpital en France, mais
aussi une très belle illustration de méthode. La clé de l’architecture est sans doute du
côté de la construction et sa poésie du côté des ornements, mais les causes profondes de
son évolution se trouvent d’abord du côté des programmes et de ce qui les conditionne
(mœurs, usages, mentalités, société, etc.).
Les auteurs de ce très bel ouvrage de synthèse sur les hôpitaux français n’ont pas organisé leur matière en fonction de l’histoire des styles, mais bien en fonction des causes
profondes de l’évolution des hôpitaux, c’est-à-dire en fonction d’une conception très
large de la médecine, incluant les connaissances vraies ou fausses sur la transmission
des maladies, mais aussi en fonction de la législation sur la santé publique. Ils rendent
donc lumineux ce lent processus, avec ses moments de basculements et de brusques
accélérations, qui remodèle leur objet. Ils n’en négligent pas pour autant les autres
facettes, des structures constructives aux styles et aux ornements. L’illustration, toujours judicieuse, offre à cet égard un tableau historique fascinant qui permet soit de
descendre dans le fil du temps, soit d’y remonter, soit encore de faire de magnifiques
arrêts sur image. Ces bâtiments en effet portent en eux des leçons d’architecture : ils
montrent que celle-ci, lorsqu’elle est belle, a pu et peut encore apporter aux cœurs des
hommes une joie ou une sérénité, lesquelles peuvent aussi contribuer à la guérison.
Au moment où le patrimoine hospitalier français connaît un bouleversement profond, à
la fois par l’émergence de toute une génération de nouveaux hôpitaux (où l’excellence
médicale n’est pas toujours au rendez-vous, tant les problèmes sont devenus complexes), et par la désaffectation de nombreux hôpitaux anciens, qui paraissent obsolètes,
ce qui conduit parfois à leur disparition et trop rarement à leur réhabilitation, il paraît
bien utile de revenir sur cette histoire. Or les auteurs de ce livre nous offrent une lecture profondément renouvelée par un recours systématique aux archives, manuscrites
ou imprimées, et clairement structurée par cette attention aux causes profondes de
ces mutations, dont la dernière se produit sous nos yeux.
Au lecteur maintenant d’entrer dans ce territoire défriché, balisé, éclairé, sous la
conduite des meilleurs guides. file:///C:/Users/u/Downloads/dp_hopitaux_121012-1.pdf -- file:///C:/Users/u/Downloads/08-Dossier+HOPITAL.pdf - le Logement Collectif* 50,60,70's dans tous ses états..Histoire & Mémoire de l'Habitat / Rétro-Villes / HLM / Banlieue / Renouvellement Urbain / Urbanisme 😊 De grandes barres d’immeubles, appelées les grands ensembles, sont le symbole de nos banlieues. Entrée Libre revient sur le phénomène de destruction de ces bâtiments qui reflètent aujourd’hui la misere www.youtube.com/watch?v=mCqHBP5SBiM Quatre murs et un toit 1953 Scenario et réalisation Pierre Jallaud MRU (ministère de la reconstruction et de l'urbanisme) www.dailymotion.com/video/xk6xui twitter.com/Memoire2cite/status/1121877386491043840/photo... Avril 1993, 6 ans après l'implosion de la tour DEBUSSY des 4000, 30% seulement des travaux de rénovation ont été réalisés et le chômage frappe toujours 1/3 des hbts. C'est un échec. A Mantes la Jolie, 6 mois après la destruction des 4 tours du Val Fourré, www.youtube.com/watch?v=ta4kj05KJOM … Banlieue 89, Bacalan à Bordeaux 1986 - Un exemple de rénovation urbaine et réhabilitation de l'habitat dans un des quartiers de Bordeaux La Cité Claveau à BACALAN. A l'initiative du mouvementla video içi www.youtube.com/watch?v=IN0JtGBaA1o … L'assoçiation de ROLLAND CASTRO @ Le Plan Banlieue 89 - mode d'emploi - Archive INA - La video içi. TRANSFORMER LES PAYSAGES URBAINS AVEC UNE APPROCHE CULTURELLE www.youtube.com/watch?v=Aw-_f-bT2TQ … SNCF les EDITIONS DU CABRI PRESENTE PARIS LA BANLIEUE 1960-1980 -La video Içi.
www.youtube.com/watch?v=lDEQOsdGjsg … Içi la DATAR en 1000 clichés missionphotodatar.cget.gouv.fr/accueil - Notre Paris, 1961, Réalisation : André Fontaine, Henri Gruel Les archives filmées de la cinémathèque du ministère de 1945 à nos jours içi www.dailymotion.com/video/xgis6v?playlist=x34ije
31 TOULOUSE - le Mirail 1962 réalisation : Mario Marret construction de la ville nouvelle Toulouse le Mirail, commentée par l'architecte urbaniste Georges Candilis le film www.dailymotion.com/video/xn4t4q?playlist=x34ije Il existe de nos jours, de nombreux photographes qui privilégient la qualité artistique de leurs travaux cartophiles. A vous de découvrir ces artistes inconnus aujourd’hui, mais qui seront peut-être les grands noms de demain.Les films du MRU - Le temps de l'urbanisme, 1962, Réalisation : Philippe Brunet www.dailymotion.com/video/xgj2zz?playlist=x34ije … … … … -Les grands ensembles en images Les ministères en charge du logement et leur production audiovisuelle (1944-1966) MASSY - Les films du MRU - La Cité des hommes, 1966, Réalisation : Fréderic Rossif, Albert Knobler www.dailymotion.com/video/xgiqzr?playlist=x34i - Les films du MRU @ les AUTOROUTES - Les liaisons moins dangereuses 1972 la construction des autoroutes en France - Le réseau autoroutier 1960 Histoire de France Transports et Communications - www.dailymotion.com/video/xxi0ae?playlist=x34ije … - A quoi servaient les films produits par le MRU ministère de la Reconstruction et de l'Urbanisme ? la réponse de Danielle Voldman historienne spécialiste de la reconstruction www.dailymotion.com/video/x148qu4?playlist=x34ije … -les films du MRU - Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : la préfabrication en usine, le coffrage glissant... www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije … - TOUT SUR LA CONSTRUCTION DE NOTRE DAME LA CATHEDRALE DE PARIS Içi www.notredamedeparis.fr/la-cathedrale/histoire/historique... -MRU Les films - Le Bonheur est dans le béton - 2015 Documentaire réalisé par Lorenz Findeisen produit par Les Films du Tambour de Soie içi www.dailymotion.com/video/x413amo?playlist=x34ije …
archipostcard.blogspot.com/search?updated-max=2009-02-13T... -Créteil.un couple à la niaiserie béate exalte les multiples bonheurs de la vie dans les new G.E. www.youtube.com/watch?v=FT1_abIteFE … La Ville bidon était un téléfilm d'1 heure intitulé La Décharge.Mais la censure de ces temps de présidence Pompidou en a interdit la diffusion télévisuelle - museedelacartepostale.fr/periode-semi-moderne/ - archipostalecarte.blogspot.com/ - Hansjörg Schneider BAUNETZWOCHE 87 über Papiermoderne www.baunetz.de/meldungen/Meldungen_BAUNETZWOCHE_87_ueber_... … - ARCHITECTURE le blog de Claude LOTHIER içi leblogdeclaudelothier.blogspot.com/2006/ - - Le balnéaire en cartes postales autour de la collection de David Liaudet, et ses excellents commentaires.. www.dailymotion.com/video/x57d3b8 -Restaurants Jacques BOREL, Autoroute A 6, 1972 Canton d'AUXERRE youtu.be/LRNhNzgkUcY munchies.vice.com/fr/article/43a4kp/jacques-borel-lhomme-... … Celui qu'on appellera le « Napoléon du prêt-à-manger » se détourne d'ailleurs peu à peu des Wimpy, s'engueule avec la maison mère et fait péricliter la franchise ...
museedelacartepostale.fr/blog/ - museedelacartepostale.fr/exposition-permanente/ - www.queenslandplaces.com.au/category/headwords/brisbane-c... - collection-jfm.fr/t/cartes-postales-anciennes/france#.XGe... - www.cparama.com/forum/la-collection-de-cpa-f1.html - www.dauphinomaniac.org/Cartespostales/Francaises/Cartes_F... - furtho.tumblr.com/archive
le Logement Collectif* 50,60,70's, dans tous ses états..Histoire & Mémoire d'H.L.M. de Copropriété Renouvellement Urbain-Réha-NPNRU., twitter.com/Memoire2cite tout içi sig.ville.gouv.fr/atlas/ZUS/ - media/InaEdu01827/la-creatio" rel="noreferrer nofollow">fresques.ina.fr/jalons/fiche-media/InaEdu01827/la-creatio Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije la préfabrication en usine www.dailymotion.com/video/xx6ob5?playlist=x34ije , le coffrage glissant www.dailymotion.com/video/x19lwab?playlist=x34ije ... De nouvelles perspectives sont nées dans l'industrie du bâtiment avec les principes de bases de l'industrialisation du bâtiment www.dailymotion.com/video/x1a98iz?playlist=x34ije ,
www.dailymotion.com/video/xk6xui?playlist=x34ije , www.dailymotion.com/video/xk1dh2?playlist=x34ije :- que dire de RICARDO BOFFIL Les meilleures balades que j’ai fait autour de Paris je les ai faites dans l’application Plans. Je ne minore pas le rôle de Google Maps, révolution cartographique sans précédent et sans égale, qui aura réalisé nos fantasmes d’Aleph borgesien — l’idée d’un point d’où le monde serait visible en totalité — parachevé Mercator et permis d’explorer des parties du globe inconnues de Cook, Bougainville et Amundsen. Je n’oublie pas non plus cet exercice de cartographie au collège, qui nous avait démontré que nous étions à 3 cartes IGN de la capitale, et que le tissu urbain était de plus en plus serré à mesure que nous avancions vers le nord. Mais Plan possédait une fonctionnalité inédite, le Flyover, technologie à l’origine destinée aux pilotes de chasse, et qui fournissait des rendus 3D spectaculaire des bâtiments survolés — ainsi que des arbres et des déclivités du sol.
On quittait enfin les champs asphyxiants de la photographie aérienne pour des vues à l’oblique des villes visitées : après un siècle d’écrasement — la photographie aérienne est étroitement contemporaine du bombardement aérien — les villes reprenaient enfin de la vigueur et remontaient vers le ciel. J’avais d’ailleurs effectué moi-même une manœuvre de redressement similaire le jour où j’étais parti, à pied depuis Paris, visiter à Nanterre une exposition sur la photographie aérienne. J’étais à la quête des premières vues de Paris qu’avait prises Nadar depuis un ballon captif. À défaut de ces images, définitivement manquantes, j’avais parcouru, après la Grande Arche, les derniers kilomètres de la Voie Royale, cette prodigieuse perspective historique partie du Louvre — rare exemple de frise chronologique implémentée dans une structure urbanistique.
J’avais en réalité un peu dévié de la ligne droite pour aller voir les tours Nuages d’Emile Aillaud, le Facteur Cheval du modernisme, dont je connaissais déjà les autres chefs d’œuvres d'architecture naïve, les nouilles chinoises de Grigny et le spaghetti de Pantin.
C’était précisément l’usage que j’avais fait de l’application Plans : j’étais parti à la recherche de tous les groupements de tour qu’elle m’avait permis d’identifier, sur mon iPad. Je les faisais tourner avec deux doigts, comme un éclaireur qui marcherait autour d’un donjon, avant de les immortaliser, sous leur plus bel angle, par une capture d’écran.Un éclaireur autour d’un donjon : c’était exactement cela, qui m’avait fasciné. Les guerres territoriales entre Les Tarterêts de Corbeil et les Pyramides d’Evry avaient marqué mon enfance. La notion de cité, telle qu’elle avait été définie, à partir des années 80, dans le second âge des grands ensembles, l’âge du déclin, avait conservé un cachet médiéval. Ici, vivaient guetteurs et trafiquants, condottieres à la tête d’une écurie de go-fast et entretenant des chenils remplis de mâtins rares et dangereux. Ici, l’État central ne remplissait plus ses tâches régaliennes, ici la modernité laïque était entrée en crise. Mais ce que j’avais découvert, en collectionnant ces captures d’écran, c’était à quel point l’urbanisme de la banlieue parisienne était, strictement, d’obédience médiévale. On était passé, d’un seul mouvement et sans même s’en rendre compte de Château-Gaillard à la Cité 4000, du Donjon de Vincennes aux tours de Sarcelles, du château de Gisors aux choux fleurs de Créteil.J’ai même retrouvé la colonne détruite du désert de Retz dans le babylonien château d’eau de Noisiel.
Des hauteurs de Rosny à celle de Chanteloup, du plateau de Clichy à la dalle d’Argenteuil, on avait bizarrement livré des pastiches inconscients de la grande architecture militaire médiévales : les environs de Paris s’étaient retrouvés à nouveau fortifiés, la vieille tour de Montlhéry n’était plus solitaire, et même les immeubles de briques rouges qui avaient succédé à l’enceinte de Thiers évoquaient des murailles.
Et ce que j’avais initialement pris pour des anomalies, des accidents malheureux du post-modernisme, les grand ensembles voûtés et cannelés de Ricardo Boffil, étaient peut-être ce qui exprimait le mieux tout cela — ou du moins qui clôturaient avec le génie le plus clair cet âge des grands ensembles.
Car c’était cela, ces Carcassonnes, ces Acropoles, ces Atlandides qui surnageaient avec le plus de conviction au milieu des captures d’écrans de ruines médiévales qui s’accumulaient sur mon bureau.
Si décriées, dès leur construction, pour leur kitch intolérable ces mégastructures me sont soudain apparues comme absolument nécessaires.
Si les Villes Nouvelles n’ont jamais existé, et persisteront dans la mémoire des hommes, elles le doivent à ces rêveries bizarres et grandioses, à ces hybridations impossibles entre les cités idéales de Ledoux et les utopies corbuséennes.
L’Aqueduc de Saint-Quentin-en-Yvelines, les Espaces d’Abraxas à Marne-la-Vallée, les Colonnes de Saint-Christophe à Cergy-Pontoise sont les plus belles ruines du Grand Paris.
www.franceculture.fr/emissions/la-conclusion/ricardo-bofill immerssion dans le monde du logement social, l'univers des logements sociaux, des H.B.M au H.L.M - Retour sur l'histoire du logement collectif d'apres guerre - En Françe, sur l’ensemble du territoire avant, 4 millions d’immeubles étaient vétustes, dont 500.000 à démolir; au total 10% des logements étaient considérés comme insalubres et 40% réputés d’une qualité médiocre, et surpeuplés. C’est pour ces raisons que, à partir de 1954, le Ministre à la Reconstruction et au Logement évalue le besoin en logements à 2.000.660, devenant ainsi une priorité nationale. Quelques années plus tard à l’appel de l’Abbé Pierre, le journaliste Gilbert Mathieu, en avril 1957 publiait dans le quotidien Le Monde une série d’articles sur la situation dramatique du logement : Logement, notre honte et dénonçant le nombre réduit de logements et leur impitoyable état. Robert Doisneau, Banlieue après-guerre, 1943-1949 /Le mandat se veut triple : reconstruire le parc immobilier détruit durant les bombardements essentiellement du printemps/été 1944, faire face à l’essor démographique et enfin résorber l’habitat insalubre notamment les bidonvilles et les cités de transit. Une ambition qui paraît, dès le début, très élevée, associée à l’industrialisation progressive de la nation entre autre celle du secteur de la construction (voir le vidéo de l’INA du 17 juillet 1957 intitulée La crise du logement, un problème national. Cela dit, l’effort pour l’État français était d’une ampleur jamais vue ailleurs. La double nécessité de construire davantage et vite, est en partie la cause de la forme architecturale excentrique qui constituera les Grands Ensembles dans les banlieues françaises. Cinq caractéristiques permettent de mieux comprendre ce terme : la rupture avec le tissu urbain ancien, un minimum de mille logements, une forme collective (tours, barres) de quatre jusqu’à vingt niveaux, la conception d’appartements aménagés et équipés et enfin une gestion destinée pour la plupart à des bailleurs de logement social.
Pour la banlieue parisienne leur localisation s’est opérée majoritairement dans la périphérie, tandis que dans les autres cas, plus de la moitié a été construite dans le centre ville, le plus souvent à la limite des anciens faubourgs.
Architecture d’Aujourd’hui n° 46, 1953 p. 58-55
C’est le triomphe de l’urbanisme fonctionnel et rationaliste cher à Le Corbusier. Entre 1958 et 1973, cent quatre-vingt-quinze Zones à Urbaniser en Priorité (ZUP) sont créées, comprenant deux millions de logements, essentiellement de type populaire en Habitations à Loyer Modéré (HLM), mais pas exclusivement, remplaçant ainsi les anciennes Habitations à Bon Marché (HBM) crées en 1894. Selon le décret du 27 mars 1954 qui en fixe les conditions d’attribution, les bénéficiaires de la législation n’ont pas changé, ce sont toujours des « personnes peu fortunées vivant principalement de leur salaire », selon la loi Strauss de 1906. En 1953, tous les HLM voient leur surface maximale se réduire, en passant de 71 à 65 mètres carrés pour un quatre pièces. L’accès au logement des familles modestes se fera donc au détriment de la qualité et quantité de l’espace habité pour des familles nombreuses. À ce propos, le sociologue Thierry Oblet a bien montré comment se sont articulées les pensées des architectes et des ingénieurs modernistes, avec leur souci planificateur d’un État interventionniste[8] grâce à l’hégémonie du béton, de la ligne droite et de la standardisation de la construction.
Les exemples de cette architecture restent nombreux : de la Cité de 4000 (pour 4000 logements) à la Courneuve en Seine-Saint-Denis (93) aux logements de 15 étages aux balcons pétales, appelés « Chou-fleur » à Créteil en Val-de Marne (94) dessinés au début des années 70 par l’architecte Gérard Grandval. De la Cité des nuages à Nanterre dans les Hauts-de-Seine (92) à la Grande borne construite entre 1967 et 1971 sur le territoire des communes de Grigny et Viry-Châtillon, dans l’Essonne (91) en passant par la Noé à Chanteloup-les-Vignes dans le département des Yvelines (78) scénario du célèbre film La Haine[9] de Kassovits.
Récemment, plusieurs expositions photographiques se sont
concentrées sur cette nouvelle figure de l’urbanisme fonctionnaliste français de l’après-guerre. Par exemple Toit&Moi, 100 ans de logement social (2012), Les Grands ensembles 1960-2010 (2012) produite par l’école supérieure d’arts & médias de Caen/Cherbourg, selon un projet du Ministère de la Culture et de la Communication. Enfin l’exposition Photographie à l’œuvre, (2011-2012) d’Henri Salesse, photographe du service de l’inventaire du Ministère de la Reconstruction et de l’Urbanisme et Voyage en périphérie (2012) de Cyrus Cornut.
Il s’agissait là non seulement d’un progrès matériel, mais aussi démocratique, donnant ainsi à chaque citoyen, la possibilité d’accéder à son petit appartement doté de tous les conforts de l’époque. La recherche d’économie et de rapidité dans la conduite des chantiers portent à l’utilisation du béton comme matériel privilégié et à des plans architecturaux aussi simples que possible avec la réalisation de logements standardisés, dont les barres et les tours deviennent les figures principales : Au mitan des années cinquante, apparurent d’étranges formes urbaines. Des immeubles d’habitation de plus en plus longs et de plus en plus hauts, assemblés en blocs qui ne s’intégraient pas aux villes existantes. Ces blocs s’en différenciaient ostensiblement et parfois comme systématiquement, s’en isolaient. Ils semblaient faire ville à part. Surtout ils ne ressemblaient pas à ce qu’on avait l’habitude d’appeler ville. Et leur architecture aussi, qui était tellement déroutante. On les a nommés » grands ensembles. Cité de l’Abreuvoir, Bobigny (93), 2003 (Inventaire général du Patrimoine, Région Ile de France / Stéphane Asseline)
Bref, entre 1946 et 1975 le parc immobilier français passe de 12,7 millions à 21 millions de logements. Environ 8 millions de ceux-ci sont neufs, construits entre 1953-1975 – dont la moitié sous forme de grands ensembles – et près de 80 % des logements grâce à une aide de l’État avec des crédits publics. Le nombre de logements sociaux passe de moins de 500.000 à près de 3 millions, dont 43 % en région parisienne, où la demande est la plus forte[11]. Ce qui témoigne d’un effort énorme. Secrétariat d’État à la Reconstruction et au Logement, Supplément du logement en 1954, cité par Bachmann, C. Le Guennec, N., Violences urbaines…Op.cit, p.24. Alors que l’hiver 1954 est particulièrement rigoureux, l’abbé Pierre lance un appel en faveur des sans-logis et déshérités et organise des collectes de vêtements et de nourriture pour les plus démunis. Cela nous rappelle également que les inégalités sociales restaient particulièrement importantes à l’époque, malgré les débuts de la croissance économique, et que la crise du logement n’était pas encore complètement résolue. Danièle Voldman, La reconstruction des villes françaises de 1940 à 1954 : histoire d’une politique, Paris, L’Harmattan, 1997. Les Actualités françaises, La crise du logement, un problème national, 17 juillet, 1957, in fresques.ina.fr/…/la-crise-du-logement-un-probleme-n…, consulté le 20/02/2014. C’est l’urbaniste Marcel Rotival dans un numéro d’Architecture d’Aujourd’hui de juin 1935 (vol.1, n°6, juin 1935, p.57) qui propose pour la première fois cette terminologie pour désigner les Habitations à Bon Marché (HBM) et leur transformation en Habitations à Loyer Modéré (HLM), par la loi du 21 juillet 1951: « Nous espérons, un jour, sortir des villes comme Paris, non seulement par l’avenue des Champs Elysées, la seule réalisation de tenue sans laquelle Paris n’existerait pas, mais sortir par Belleville, par Charonne, par Bobigny, etc., et trouver harmonieusement disposés le long de larges autostrades, au milieu de grands espaces boisés, de parcs, de stades, de grandes cités claires, bien orientées, lumineusement éclairées par le soleil. » Largement reprise depuis les années 1950 dans le jargon administratif et public, elle apparaît pour la première fois dans un texte officiel qu’en 1973 avec la Circulaire Guichard, alors Ministre de l’Aménagement du territoire, de l’Equipement, du Logement et du tourisme. Celui-ci met un terme à la politique initiée après-guerre afin « d’empêcher la réalisation des formes d’urbanisation désignées généralement sous le nom de “grands ensembles”, peu conforme aux aspirations des habitants et sans justification économique sérieuse ». Paradoxalement, le terme de grands ensembles s’officialise donc au moment même où ils son mis en question. ZUP est un acronyme qui signifie Zone à Urbaniser en Priorité. Elles ont été créées par le décret N°58-1464 du 31 décembre 1958, afin de planifier et d’encadrer sur le territoire national, le développement urbain pour répondre à la carence de logements face à l’accroissement démographique et favoriser enfin la résorption de l’habitat insalubre. Oblet, Thierry, Gouverner la ville. Les voies urbaines de la démocratie moderne, Paris, PUF, 2003. En particulier par l’intermédiaire de la Société centrale de construction et de la Société centrale pour l’équipement du territoire, créées au milieu des années 1950 en tant que filiales de la Caisse des dépôts et consignations.
Kassovitz, Mathieu, La Haine, France, 1995.
Cornu, Marcel, Libérer la ville, Bruxelles, Casterman, 1977, p.60. Annie Fourcaut « Les banlieues populaires ont aussi une histoire », Projet 4/2007 (n° 299), pp. 7-15.
www.dailymotion.com/video/xw6lak?playlist=x34ije - Rue neuve 1956 la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, villes, villages, grands ensembles réalisation : Jack Pinoteau , Panorama de la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, ce film de commande évoque les villes et villages français détruits puis reconstruits dans un style respectant la tradition : Saint-Malo, Gien, Thionville, Ammerschwihr, etc. ainsi que la reconstruction en rupture avec l'architecture traditionnelle à Châtenay-Malabry, Arles, Saint Étienne, Évreux, Chambéry, Villeneuve-Saint-Georges, Abbeville, Le Havre, Marseille, Boulogne-sur-Mer, Dunkerque. Le documentaire explique par exemple la manière dont a été réalisée la reconstruction de Saint-Malo à l'intérieur des rempart de la vieille ville : "c'est la fidélité à l'histoire et la force du souvenir qui a guidé l'architecte". Dans le même esprit à Gien, au trois quart détruite en 1940, seul le château construit en 1494 pour Anne de Beaujeu, fille aînée de Louis XI, fut épargné par les bombardements. La ville fut reconstruite dans le style des rares immeubles restant. Gien est relevé de ses ruines et le nouvel ensemble harmonieux est appelé « Joyau de la Reconstruction française ». Dans un deuxième temps est abordé le chapitre de la construction des cités et des grands ensembles, de l’architecture du renouveau qualifiée de "grandiose incontestablement". S’il est précisé "on peut aimer ou de ne pas aimer ce style", l’emporte au final l’argument suivant : les grands ensembles, c'est la campagne à la ville, un urbanisme plus aéré, plus vert." les films caravelles 1956, Réalisateur : Jack Pinoteau (connu pour être le metteur en scène du film Le Triporteur 1957 qui fit découvrir Darry Cowl) www.dailymotion.com/video/xuz3o8?playlist=x34ije - www.dailymotion.com/video/xk1g5j?playlist=x34ije Brigitte Gros - Urbanisme - Filmer les grands ensembles 2016 - par Camille Canteux chercheuse au CHS -Centre d'Histoire Sociale - Jeanne Menjoulet - Ce film du CHS daté de 2014 www.youtube.com/watch?v=VDUBwVPNh0s … L'UNION SOCIALE POUR L'HABITAT le Musée des H.L.M. musee-hlm.fr/ union-habitat.org/ - EXPOSITION :LES 50 ANS DE LA RESIDENCe SALMSON POINT-Du JOUR www.salmsonlepointdujour.fr/pdf/Exposition_50_ans.pdf - Sotteville Construction de l’Anjou, le premier immeuble de la Zone Verte sottevilleaufildutemps.fr/2017/05/04/construction-de-limm... - www.20minutes.fr/paris/diaporama-7346-photo-854066-100-an... - www.ladepeche.fr/article/2010/11/02/940025-140-ans-en-arc... dreux-par-pierlouim.over-blog.com/article-chamards-1962-9... missionphoto.datar.gouv.fr/fr/photographe/7639/serie/7695...
Official Trailer - the Pruitt-Igoe Myth: an Urban History
www.youtube.com/watch?v=g7RwwkNzF68 - la dérive des continents youtu.be/kEeo8muZYJU Et la disparition des Mammouths - RILLIEUX LA PAPE & Dynacité - Le 23 février 2017, à 11h30, les tours Lyautey étaient foudroyées. www.youtube.com/watch?v=W---rnYoiQc …
Ginger CEBTP Démolition, filiale déconstruction du Groupe Ginger, a réalisé la maîtrise d'oeuvre de l'opération et produit les études d'exécution. L'emblématique ZUP Pruitt Igoe. vaste quartier HLM (33 barres de 11 étages) de Saint-Louis (Missouri) USA. démoli en 1972 www.youtube.com/watch?v=nq_SpRBXRmE … "Life is complicated, i killed people, smuggled people, sold people, but perhaps in here.. things will be different." ~ Niko Bellic - cité Balzac, à Vitry-sur-Seine (23 juin 2010).13H & Boom, quelques secondes plus tard, la barre «GHJ», 14 étages et 168 lgts, s’effondrait comme un château de cartes sous les applaudissements et les sifflets, bientôt enveloppés dans un nuage de poussière. www.youtube.com/watch?v=d9nBMHS7mzY … - "La Chapelle" Réhabilitation thermique de 667 logements à Andrézieux-Bou... youtu.be/0tswIPdoVCE - 11 octobre 1984 www.youtube.com/watch?v=Xk-Je1eQ5po …
DESTRUCTION par explosifs de 10 tours du QUARTIER DES MINGUETTES, à LYON. les tours des Minguettes ; VG des tours explosant et s'affaissant sur le côté dans un nuage de fumée blanche ; à 13H15, nous assistons à l'explosion de 4 autres tours - St-Etienne Métropole & Montchovet - la célèbre Muraille de Chine ( 540 lgts 270m de long 15 allees) qui était à l'époque en 1964 la plus grande barre HLM jamais construit en Europe. Après des phases de rénovation, cet immeuble a été dynamité en mai 2000 www.youtube.com/watch?v=YB3z_Z6DTdc … - PRESQU'ILE DE GENNEVILLIERS...AUJOURD'HUI...DEMAIN... (LA video içi parcours.cinearchives.org/Les-films-PRESQU-ILE-DE-GENNEVI... … ) Ce film de la municipalité de Gennevilliers explique la démarche et les objectifs de l’exposition communale consacrée à la presqu’île, exposition qui se tint en déc 1972 et janvier 1973 - le mythe de Pruitt-Igoe en video içi nextcity.org/daily/entry/watch-the-trailer-for-the-pruitt... … - 1964, quand les loisirs n’avaient (deja) pas le droit de cité poke @Memoire2cite youtu.be/Oj64jFKIcAE - Devenir de la ZUP de La Paillade youtu.be/1qxAhsqsV8M v - Regard sur les barres Zum' youtu.be/Eow6sODGct8 v - MONTCHOVET EN CONSTRUCTION Saint Etienne, ses travaux - Vidéo Ina.fr www.ina.fr/video/LXF99004401 … via - La construction de la Grande Borne à Grigny en 1969 Archive INA www.youtube.com/watch?time_continue=12&v=t843Ny2p7Ww (discours excellent en seconde partie) -David Liaudet : l'image absolue, c'est la carte postale" phothistory.wordpress.com/2016/04/27/david-liaudet-limage... … l'architecture sanatoriale Histoire des sanatoriums en France (1915-1945). Une architecture en quête de rendement thérapeutique..
passy-culture.com/wp-content/uploads/2009/10/Les-15-Glori... … … & hal.archives-ouvertes.fr/tel-01935993/document … explosion des tours Gauguin Destruction par implosion des Tours Gauguin (quartier de La Bastide) de Limoges le dimanche 28 novembre 2010 à 11 heures. Limoges 28/11/2010 youtu.be/cd0ln4Nqqbs … 42 Roanne - c'etait le 11 novembre 2013 - Souvenirs des HLM quartier du Parc... Après presque 45 minutes de retard, les trois dernières tours Chanteclair sont tombées. Le tir prévu etait à 11h14 La vidéo içi www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-les-3-dernieres-... … … www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-une-vingtaine-de... …Besançon (25) - la Nouvelle cité d'HLM La Planoise en 1960 avec la video des premiers habitants de Planoise en juin 1968 www.youtube.com/watch?v=LVKAkJSsCGk … … … archive INA … BEGIN Japanology - les utopies de l'extreme et Kenzo Tange l'architecte japonnais - la video içi www.youtube.com/watch?v=ZlAOtYFE4GM … 71 les Prés Saint-Jean a Chalon-sur-Saône - L'Implosion des 3 tours HLM de 15 etages le 5 décembre 2009 par FERRARI DEMOLITION içi www.youtube.com/watch?v=oDsqOjQJS8E … … … & là www.youtube.com/watch?v=ARQYQLORBBE … 21 DIJON Cité des Grésilles - c'etait l'implosion de la residençe HLM Paul Bur le 19 02 2010 www.youtube.com/watch?v=fAEuaq5mivM … … & la www.youtube.com/watch?v=mTUm-mky-sw … 59 - la technique dite du basculement - Destruction de l'immeuble Rhone a Lille avec pleins de ralentit içi video-streaming.orange.fr/actu-politique/destruction-de-l... … 21 Chenôve (le GRAND DIJON) - Implosion de la barre François RUDE le 3 nov 2010 (top video !!) www.youtube.com/watch?v=ClmeXzo3r5A … …Quand l histoire çe repete et çe repetera autant de fois que nesçessaire quand on voie la quantitée de barres 60 70's...dans le collimateur de l'ANRU2.. 77 MEAUX 3 grandes tours..& puis s'en vont.. Démolition Pierre Collinet Batiment Genêt, Hortensia et Iris - Reportage Journal le 26 juin 2011 youtu.be/fpPcaC2wRIc 71 CHALON SUR SAONE C'etait les Prés Saint Jean le 05 décembre 2009 , pour une implosion hlm hors du commun !!! Caméra mise à même le sol , à une vingtaine de mètres de la première tour .... www.youtube.com/watch?v=kVlC9rYU-gs … 78 les MUREAUX le 3 octobre 2010 ,Les dernières minutes de la Tour Molière aux Mureaux (Yvelines) et sa démolition par semi-foudroyage, filmés du quartier de la Vigne Blanche. www.youtube.com/watch?v=u2FDMxrLHcw …71 MACON LES GRANDES PERRIERES C'etait un 30 juin 2013, avec l'implosion de la barre HLM des Perrières par GINGER www.youtube.com/watch?v=EzYwTcCGUGA … … une video exceptionnelle ! c'etait Le Norfolk Court un ensemble résidentiel, le Norfolk Court, construit dans les années 1970, a été démoli à Glasgow en Ecosse le 9 mai 2016 . Il rate la démolition d'un immeuble au tout dernier moment LES PASSAGERS DU BUS EN PROFITE A SA PLAçE lol www.20minutes.fr/tv/t-as-vu/237077-il-rate-la-demolition-... … 69 LYON Quand La Duchère disait adieu à sa barre 230 le jeudi 2 juillet 2015
www.youtube.com/watch?v=BSwidwLw0NA … www.youtube.com/watch?v=BdLjUAK1oUk … www.youtube.com/watch?v=-DZ5RSLpYrM …Avenir Deconstruction : Foudroyage de 3 barres HLM - VAULX-EN-VELIN (69) www.youtube.com/watch?v=-E02NUMqDno Démolition du quartier Bachelard à Vaulx-en-Velin www.youtube.com/watch?v=DSAEBIYYpXY Démolition des tours du Pré de l'Herpe (Vaulx-en-Velin)
www.youtube.com/watch?v=fG5sD1G-QgU REPORTAGE - En sept secondes, un ensemble de 407 appartements à Vaulx-en-Velin a été détruit à l'explosif dans le cadre du renouvellement urbain... www.youtube.com/watch?v=Js6w9bnUuRM www.youtube.com/watch?v=MCj5D1NhxhI - St-QUENTIN LA ZUP (scic)- NOUMEA - NOUVELLE CALEDONIE historique de la cité Saint-Quentin içi www.agence-concept.com/savoir-faire/sic/
www.youtube.com/watch?v=_Gt6STiH_pM …[VIDEOS] Trois tours de la cité des Indes de Sartrouville ont été démolies dans le cadre du plan de rénovation urbaine du quartier Mille quatre cent soixante-deux détonateurs, 312 kilos le 06/06/2010 à 11 heures. la belle video içi www.youtube.com/watch?v=fY1B07GWyDE VIGNEUX-SUR-SEINE, VOTRE HISTOIRE, VOS SOUVENIRS. içi www.youtube.com/watch?v=8o_Ke26mB48 … , Film des Tours et du quartier de la Croix Blanche, de 1966 à 1968. Les Tours en train de finir de se construire, ainsi que le centre commerciale. Destruction de la Tour 21, pour construire de nouveaux HLM...
42 LOIRE ST-ETIENNE MONTREYNAUD tout une histoire youtu.be/ietu6yPB5KQ - Mascovich & la tour de Montreynaud www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE … -Travaux dalle du Forum à Montreynaud Saint-Etienne www.youtube.com/watch?v=0WaFbrBEfU4 … & içi www.youtube.com/watch?v=aHnT_I5dEyI … - et fr3 là www.youtube.com/watch?v=hCsXNOMRWW4 … - Au nord-Est de St-Etienne, aux confins de la ville, se dresse une colline et sur les pentes de cette colline s’accroche une petite ville, un quartier, un peu à part. Cet endroit niché au milieu de la verdure, c’est le quartier de Montreynaud. www.youtube.com/watch?v=Sqfb27hXMDo&fbclid=IwAR2ALN4d... …Et sinon, avez-vous remarqué au dessus du P de AGIP ? On voit, dans le film, la Tour Réservoir Plein Ciel du quartier de Montreynaud, détruite 3 ans plus tard par foudroyage ! Sûr que @Memoire2cite a des photos du quartier et de la tout à l'époque ! ;-) 42 LOIRE SAINT-ETIENNE MONTREYNAUD LA ZUP Souvenirs avec Mascovich & son clip "la tour de Montreynaud" www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE …
- Que de chemin parcouru, Muraille de Chine La Palle Beaulieu jusqu'aux années 90. L habitat se transforme et s adapte aux nouveaux besoins. Autre temps, période d'essor économique et du "vivre ensemble". Merci à @Memoire2cite pour cette introspection du passé! -
The flickrmail reads "this tag thing seems to be sweeping flickr like an epidemic right now. anyway, consider yourself tagged. it won't hurt my feelings if you don't participate though!
All you have to do is post any photo and then describe 16 things about yourself or things that have happened to you...then you get to tag 16 other lucky contacts....."
Thanks Shawn (AKA After Dark Photo)...I don't mind, kind of fun & here goes:
1. I'm the luckiest man alive Pt1 - "perfect wife = perfect life"
2. I'm the luckiest man alive Pt2 - I have 3 amazing children
3. I'm the luckiest man alive Pt3 - as you might know my wife is buying me a 5D MkII
4. I'm 38, yet feel 20 (if only I knew what I know now then)
5. On my way to Mexico, I missed a flight and stayed in LA to experience the '94 6.7 earthquake
6. When I first met my wife she thought I had my "head up my @rse" - luck my charm won her over
7. I'm a health & fitness fanatic - "I'm blue for life"
8. Favourite colour is silver
9. Dream car is an AC Shelby Cobra (blue with white stripes)
10. Would love to climb Mt Everest or at least get to base camp - imagine the photos if the camera doesn't freeze
11. Dream job = photographer who owns & runs a gym (where the personal trainers are paid to help people achieve their goals & customers don't have to pay extra for a service that should be part of a membership - I know this is a very novel idea in this day & age of profit driven organisations such as Fitness First)
12. I need a good yet cheap (if that exists) web designer to get www.marcalexander.com.au up & running so I can hopefully start recovering some of the cost of my rather expensive toys & habit / addiction
13. I once fell asleep standing & yes alcohol was involved
14. I saved my wife from being hit by a car when she was pregnant with our 1st child. I find it amazing how life can / could change in a split second!
15. I'm a glass is half full person & know what my "Big Rocks" in life are. I continue to be amazed however by how so many people have it (life) so wrong & would openly admit it, yet fail to do anything to change even with offers of assistance...go figure
16. I would like to think that when I leave this world (my grandfather recently passed away at 100, so that's my goal) I will have left behind memories family, friends, etc will cherish rather than mourn my passing
Notes:
1. Thanks to Mario Bekes for the photo - I knew I was keeping it for some special occasion
2. Thanks for hanging in there and reading this
3. This was fun, yet for someone who suffers from being highly extroverted with verbal diarrhea, stopping at 16 was hard - LOL
twitter.com/Memoire2cite les 30 glorieuses . com & l'Architecture Hospitalière centre hospitalier universitaire ou pas Les hôpitaux modernes sont conçus pour minimiser les efforts du personnel médical et réduire les risques de contamination, tout en optimisant l’efficacité du système dans son ensemble. La longueur des déplacements du personnel au sein de l’hôpital est réduite et le transport des patients d’une unité à une autre facilité. Le bâtiment doit intégrer des départements lourds, comme la radiologie et les blocs opératoires, tout en prenant en compte d’importantes spécificités en termes de raccordements électriques, de plomberie, et de gestion des déchets.Cependant, on remarque que les hôpitaux « modernes » sont souvent le produit d’une croissance qui s’étale sur des décennies ou même des siècles, fréquemment mal contrôlée. Cette croissance a entraîné des ajouts successifs, nécessaires mais désorganisés, en fonction des besoins et des ressources financières.Cor Wagenar, historien en architecture néerlandais, considère que de nombreux hôpitaux sont des catastrophes, des institutions anonymes et complexes où règne la bureaucratie et totalement inadaptées à la fonction pour laquelle elles ont été créées. Elles ne sont généralement pas fonctionnelles, et au lieu de mettre les patients à l’aise, elles créent du stress et de l’anxiété.Certains hôpitaux, plus récents, tentent de retrouver des architectures prenant en compte la psychologie des patients, comme une meilleure aération, des vues plus dégagées ou encore des couleurs plus agréables à l’œil. On renoue avec les concepts anciens du « bon air » et des « pouvoirs guérisseurs de la nature » qui furent employés lors du développement des hôpitaux pavillonnaires. Des études menées par la British Medical Association ont montré qu’une bonne architecture hospitalière peut réduire la période de guérison des patients. L’exposition au soleil aide à lutter contre la dépression ; des chambres non-mixtes permettent plus d’intimité et favorisent une certaine dignité des malades ; la présence d’espaces verts et de jardins est également importante : regarder par la fenêtre améliore l’humeur des patients, diminue leur tension et leur niveau de stress. La disparition des longs couloirs réduit la fatigue et le stress des infirmières.Autre mutation actuelle notable la migration d’un système de chambres communes divisées par des cloisons amovibles vers un système de chambres individuelles. Le système de chambres aménageables est considéré comme très efficace, surtout par le personnel médical, mais il est beaucoup plus stressant pour les patients et nuit à leur intimité. Mais demeure la contrainte importante du coût de ces chambres et de leur maintenance, ce qui pousse certains hôpitaux à tarifier plus cher pour des chambres individuelles. www.citedelarchitecture.fr/fr/video/architecture-hospital... www.youtube.com/watch?v=8pB9GEZI-Fg 15. Architecture hospitalière de la fin du XVIIIe siècle à nos jours
Pierre-Louis Laget, conservateur du patrimoine, chercheur dans le service de l'Inventaire général de la région Nord-Pas-de-CalaisDans le contexte du vaste mouvement de réflexion portant sur l'architecture et l'hygiène hospitalière qui prit naissance à la suite de l'incendie de l'Hotel-Dieu de Paris en 1772, fut élaboré un nouveau parti architectural, appelé bientôt système pavillonnaire, consistant à scinder un établissement hospitalier en une série de bâtiments indépendants, reliés ou non par des galeries de services aériennes ou encore souterraines. « Dans les années 1950, le biologiste et médecin américain Jonas Salk (1914-1995)
cherchait un traitement contre la poliomyélite dans un sombre laboratoire d’un soussol de Pittsburgh. Les progrès étaient lents, et, pour s’aérer l’esprit, Salk fit un voyage à
Assise, en Italie, où il visita la basilique Saint-François d’Assise datant du XIII e siècle,
se promenant entre les colonnes et dans les jardins des cloîtres. Là, de nouvelles idées
surgirent dans son esprit, dont celle qui finit par le conduire à un vaccin efficace contre
la poliomyélite, en 1955. Le chercheur devint convaincu que l’environnement d’un
bâtiment peut influer sur l’esprit. Dans les années 1960, il s’associa à l’architecte Louis
Kahn (1901-1974) pour construire l’Institut Salk à La Jolla, près de San Diego en
Californie : cela devait être un établissement de recherche capable de stimuler la
créativité des scientifiques. Salk redécouvrait ainsi ce dont les architectes ont l’intuition
de longue date : les endroits que nous habitons peuvent agir sur nos pensées, nos
sentiments et nos comportements. Depuis plusieurs années, les spécialistes du
comportement apportent des arguments empiriques en ce sens. Leurs recherches
suggèrent qu’il est possible de concevoir les espaces de vie qui favorisent la créativité,
l’attention et la vigilance, ou la relaxation et la convivialité ». (Cerveau & Psycho,
2009, n° 33, p. 30). La lecture de ce début d’un article intitulé « Comment l’architecture
influence notre pensée » dans la revue Cerveau & Psycho a fortement résonné en moi
au moment où je construisais le projet du présent mémoire dans la mesure où cela faisait
écho à des intuitions que j’avais forgées comme patient et que je souhaitais interroger
en tant que futur architecte. Cela a été un des éléments qui m’ont décidé à travailler sur
l’architecture des bâtiments de santé sous l’angle de la perception qu’en ont les usagers.Plus que pour d’autres bâtiments, la construction d’un hôpital s’avère extrêmement
contrainte par un programme d’une grande complexité fixé en amont et avec lequel
l’architecte doit composer tout comme avec le site et les règles, elles aussi très
contraignantes, de la composition architecturale. Il s’appuie aussi, pour avancer dans
son projet, sur les besoins sociaux dont il a la connaissance ou l’intuition. Ainsi Pierre
Riboulet (1994), dans le journal qu’il tient de sa réflexion de cinq mois (de mai à
octobre 1980) sur le projet du grand hôpital pédiatrique Robert Debré, note, dès les
premiers jours, les 13 et 17 mai: « Que les enfants entrent là comme dans un lieu
familier, un lieu dont ils aient l’habitude » et, inventoriant « les lieux que pratiquent les
enfants dans les villes », (« des endroits où l’on peut courir, où il n’y a pas de
voitures », « des endroits qui ne font pas mal, où il y a les copains et les copines, où l’on
peut rigoler »), il conclut : « Il faudrait entrer dans l’hôpital comme on passe dans une
rue, une galerie où il y beaucoup de choses à regarder, où l’on peut aller et venir sans
obligation, courir et rêver. » De cela découle un bâtiment dont il affirme « qu’il ne faut
pas faire là un édifice » et qu’il cherche à rendre, avec le succès que l’on sait, le moins
intimidant possible pour des enfants.
Il s’avère qu’en plus de son intuition certaines recherches peuvent aussi renseigner
l’architecte et le programmiste sur les besoins fondamentaux des patients. Menées en
psychologie environnementale (Moser, 2009) ou en géographie de la santé (Gesler,
2003), elles ont mis en exergue différents facteurs contribuant au bien-être comme
constitutif de la santé dans la définition que donne l’OMS de cette dernière dans la
constitution de 1946 et qui fait toujours référence : « La santé est un état de complet
bien-être physique, mental et social et ne consiste pas seulement en une absence de
maladie et d’infirmité. ». Ces recherches incitent à prendre en compte, dans la
conception et dans l’évaluation d’un bâtiment de santé, la relation qu’établissent avec
ce bâtiment les usagers, et en particulier les patients. Il ne s’agit évidemment pas là d’un
élément tout à fait nouveau et une relation a sans doute été établie, de longue date, entre
la qualité d’un bâtiment de santé ou d’un lieu thérapeutique et le bien-être apporté au
patient. L’intérêt des recherches évoquées ci-dessus est, en affirmant avec force que « le
soin et le lieu sont inséparables » (Gessler, 2003) de tenter de trouver des critères
objectifs susceptibles d’expliquer la dimension « thérapeutique » d’un lieu de santé.C’est sur cette dimension que porte le présent mémoire qui étudie un service de Soins
de Suites et de Réadaptation (S.S.R), en l’occurrence celui de l’Hôpital Rothschild, à
Paris, dans lequel j’ai été invité en immersion du 28 mai au 7 juin 2013. L’objectif est
de comprendre et décrire la manière dont les différents usagers de ce SSR vivent le lieu
dans lequel ils exercent leur métier ou sont hospitalisés, quelle importance ils lui
accordent et sur quels points. Au plan architectural et programmatique, mon hypothèse
est que ce détour par les usagers et leur relation au lieu peut venir alimenter le cahier
des charges d’un bâtiment de santé en prenant appui non sur les seules intuitions mais
sur des éléments récurrents dans le discours des usagers.
Dans une première partie, je pose les bases théoriques qui permettent de penser cette
question et présente, en seconde partie, les choix méthodologiques effectués. Les
principaux résultats, présentés en troisième partie, m’amènent à une conclusion dans
laquelle j’envisage les éléments programmatiques qui découlent de mon enquête pour un bâtiment de santé et les pistes de réflexion ouvertes. ---- Comment est-on passé de la salle commune à la chambre individuelle ?
Comment l’hôpital, d’abord hospice, est devenu établissement de soins ?
Quelle est l’histoire des maternités, des lazarets, des asiles d’aliénés ? Autant
de réponses à découvrir dans le voyage architectural à travers toute la France
auquel invite ce bel ouvrage illustré de 592 pages, qui retrace l’histoire de
l’hôpital et de son architecture en France du Moyen-Âge à nos jours.
Jusqu’au siècle des Lumières, l’hôpital, lieu de charité chrétienne et d’exclusion
sociale, est aussi le premier outil d’une politique sanitaire balbutiante. L’incendie
de l’hôtel-Dieu de Paris, en 1772, est le catalyseur d’une double réflexion sur
la prise en charge des démunis et sur les réponses architecturales accordées
à une première médicalisation de l’hôpital. Ainsi architectes et médecins
poursuivent tout au long du XIXe
siècle la même chimère : une architecture en
mesure de soigner le corps et l’esprit. L’hygiénisme impose alors durablement
le plan en « double peigne » puis le système du pavillon isolé tandis que
les découvertes de Pasteur tardent à faire valoir leur logique. Inversement,
dans l’Entre-deux-guerres, ce sont les données économiques, sociales et
architecturales qui précèdent la révolution de l’antibiothérapie pour donner
naissance à l’hôpital-bloc. Les Trente Glorieuses appliquent à l’institution leur
politique centralisatrice, prescriptrice de modèles fonctionnels. Aujourd’hui,
les maîtres mots sont désormais humanisation et insertion urbaine.
Explorer l’histoire des hôpitaux en France revient à cheminer auprès du
pèlerin, de l’indigent, du marginal, du déviant, du fou, de l’enfant abandonné,
du vieillard, de l’infirme, du malade, aujourd’hui du patient. C’est surtout
découvrir, présents dans toutes nos villes, des bâtiments d’exception. L’histoire de l’hôpital est à tout à fait exemplaire de ces glissements progressifs, presque
insensibles quand on travaille sur une période courte, mais spectaculaires quand on prend
le sujet dans toute son ampleur : de la salle médiévale, qui n’offre qu’un abri, et un abri
dangereux, aux machines à guérir ultra-spécialisées d’aujourd’hui, dont les programmes
fournis par les maîtres d’ouvrage aux architectes comptent plusieurs centaines, voire
plusieurs milliers de pages.
On pourra donc faire une double lecture de ce livre : on y trouvera une histoire complète
et détaillée sur la longue durée et jusqu’au temps présent de l’hôpital en France, mais
aussi une très belle illustration de méthode. La clé de l’architecture est sans doute du
côté de la construction et sa poésie du côté des ornements, mais les causes profondes de
son évolution se trouvent d’abord du côté des programmes et de ce qui les conditionne
(mœurs, usages, mentalités, société, etc.).
Les auteurs de ce très bel ouvrage de synthèse sur les hôpitaux français n’ont pas organisé leur matière en fonction de l’histoire des styles, mais bien en fonction des causes
profondes de l’évolution des hôpitaux, c’est-à-dire en fonction d’une conception très
large de la médecine, incluant les connaissances vraies ou fausses sur la transmission
des maladies, mais aussi en fonction de la législation sur la santé publique. Ils rendent
donc lumineux ce lent processus, avec ses moments de basculements et de brusques
accélérations, qui remodèle leur objet. Ils n’en négligent pas pour autant les autres
facettes, des structures constructives aux styles et aux ornements. L’illustration, toujours judicieuse, offre à cet égard un tableau historique fascinant qui permet soit de
descendre dans le fil du temps, soit d’y remonter, soit encore de faire de magnifiques
arrêts sur image. Ces bâtiments en effet portent en eux des leçons d’architecture : ils
montrent que celle-ci, lorsqu’elle est belle, a pu et peut encore apporter aux cœurs des
hommes une joie ou une sérénité, lesquelles peuvent aussi contribuer à la guérison.
Au moment où le patrimoine hospitalier français connaît un bouleversement profond, à
la fois par l’émergence de toute une génération de nouveaux hôpitaux (où l’excellence
médicale n’est pas toujours au rendez-vous, tant les problèmes sont devenus complexes), et par la désaffectation de nombreux hôpitaux anciens, qui paraissent obsolètes,
ce qui conduit parfois à leur disparition et trop rarement à leur réhabilitation, il paraît
bien utile de revenir sur cette histoire. Or les auteurs de ce livre nous offrent une lecture profondément renouvelée par un recours systématique aux archives, manuscrites
ou imprimées, et clairement structurée par cette attention aux causes profondes de
ces mutations, dont la dernière se produit sous nos yeux.
Au lecteur maintenant d’entrer dans ce territoire défriché, balisé, éclairé, sous la
conduite des meilleurs guides. file:///C:/Users/u/Downloads/dp_hopitaux_121012-1.pdf -- file:///C:/Users/u/Downloads/08-Dossier+HOPITAL.pdf - le Logement Collectif* 50,60,70's dans tous ses états..Histoire & Mémoire de l'Habitat / Rétro-Villes / HLM / Banlieue / Renouvellement Urbain / Urbanisme 😊 De grandes barres d’immeubles, appelées les grands ensembles, sont le symbole de nos banlieues. Entrée Libre revient sur le phénomène de destruction de ces bâtiments qui reflètent aujourd’hui la misere www.youtube.com/watch?v=mCqHBP5SBiM Quatre murs et un toit 1953 Scenario et réalisation Pierre Jallaud MRU (ministère de la reconstruction et de l'urbanisme) www.dailymotion.com/video/xk6xui twitter.com/Memoire2cite/status/1121877386491043840/photo... Avril 1993, 6 ans après l'implosion de la tour DEBUSSY des 4000, 30% seulement des travaux de rénovation ont été réalisés et le chômage frappe toujours 1/3 des hbts. C'est un échec. A Mantes la Jolie, 6 mois après la destruction des 4 tours du Val Fourré, www.youtube.com/watch?v=ta4kj05KJOM … Banlieue 89, Bacalan à Bordeaux 1986 - Un exemple de rénovation urbaine et réhabilitation de l'habitat dans un des quartiers de Bordeaux La Cité Claveau à BACALAN. A l'initiative du mouvementla video içi www.youtube.com/watch?v=IN0JtGBaA1o … L'assoçiation de ROLLAND CASTRO @ Le Plan Banlieue 89 - mode d'emploi - Archive INA - La video içi. TRANSFORMER LES PAYSAGES URBAINS AVEC UNE APPROCHE CULTURELLE www.youtube.com/watch?v=Aw-_f-bT2TQ … SNCF les EDITIONS DU CABRI PRESENTE PARIS LA BANLIEUE 1960-1980 -La video Içi.
www.youtube.com/watch?v=lDEQOsdGjsg … Içi la DATAR en 1000 clichés missionphotodatar.cget.gouv.fr/accueil - Notre Paris, 1961, Réalisation : André Fontaine, Henri Gruel Les archives filmées de la cinémathèque du ministère de 1945 à nos jours içi www.dailymotion.com/video/xgis6v?playlist=x34ije
31 TOULOUSE - le Mirail 1962 réalisation : Mario Marret construction de la ville nouvelle Toulouse le Mirail, commentée par l'architecte urbaniste Georges Candilis le film www.dailymotion.com/video/xn4t4q?playlist=x34ije Il existe de nos jours, de nombreux photographes qui privilégient la qualité artistique de leurs travaux cartophiles. A vous de découvrir ces artistes inconnus aujourd’hui, mais qui seront peut-être les grands noms de demain.Les films du MRU - Le temps de l'urbanisme, 1962, Réalisation : Philippe Brunet www.dailymotion.com/video/xgj2zz?playlist=x34ije … … … … -Les grands ensembles en images Les ministères en charge du logement et leur production audiovisuelle (1944-1966) MASSY - Les films du MRU - La Cité des hommes, 1966, Réalisation : Fréderic Rossif, Albert Knobler www.dailymotion.com/video/xgiqzr?playlist=x34i - Les films du MRU @ les AUTOROUTES - Les liaisons moins dangereuses 1972 la construction des autoroutes en France - Le réseau autoroutier 1960 Histoire de France Transports et Communications - www.dailymotion.com/video/xxi0ae?playlist=x34ije … - A quoi servaient les films produits par le MRU ministère de la Reconstruction et de l'Urbanisme ? la réponse de Danielle Voldman historienne spécialiste de la reconstruction www.dailymotion.com/video/x148qu4?playlist=x34ije … -les films du MRU - Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : la préfabrication en usine, le coffrage glissant... www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije … - TOUT SUR LA CONSTRUCTION DE NOTRE DAME LA CATHEDRALE DE PARIS Içi www.notredamedeparis.fr/la-cathedrale/histoire/historique... -MRU Les films - Le Bonheur est dans le béton - 2015 Documentaire réalisé par Lorenz Findeisen produit par Les Films du Tambour de Soie içi www.dailymotion.com/video/x413amo?playlist=x34ije …
archipostcard.blogspot.com/search?updated-max=2009-02-13T... -Créteil.un couple à la niaiserie béate exalte les multiples bonheurs de la vie dans les new G.E. www.youtube.com/watch?v=FT1_abIteFE … La Ville bidon était un téléfilm d'1 heure intitulé La Décharge.Mais la censure de ces temps de présidence Pompidou en a interdit la diffusion télévisuelle - museedelacartepostale.fr/periode-semi-moderne/ - archipostalecarte.blogspot.com/ - Hansjörg Schneider BAUNETZWOCHE 87 über Papiermoderne www.baunetz.de/meldungen/Meldungen_BAUNETZWOCHE_87_ueber_... … - ARCHITECTURE le blog de Claude LOTHIER içi leblogdeclaudelothier.blogspot.com/2006/ - - Le balnéaire en cartes postales autour de la collection de David Liaudet, et ses excellents commentaires.. www.dailymotion.com/video/x57d3b8 -Restaurants Jacques BOREL, Autoroute A 6, 1972 Canton d'AUXERRE youtu.be/LRNhNzgkUcY munchies.vice.com/fr/article/43a4kp/jacques-borel-lhomme-... … Celui qu'on appellera le « Napoléon du prêt-à-manger » se détourne d'ailleurs peu à peu des Wimpy, s'engueule avec la maison mère et fait péricliter la franchise ...
museedelacartepostale.fr/blog/ - museedelacartepostale.fr/exposition-permanente/ - www.queenslandplaces.com.au/category/headwords/brisbane-c... - collection-jfm.fr/t/cartes-postales-anciennes/france#.XGe... - www.cparama.com/forum/la-collection-de-cpa-f1.html - www.dauphinomaniac.org/Cartespostales/Francaises/Cartes_F... - furtho.tumblr.com/archive
le Logement Collectif* 50,60,70's, dans tous ses états..Histoire & Mémoire d'H.L.M. de Copropriété Renouvellement Urbain-Réha-NPNRU., twitter.com/Memoire2cite tout içi sig.ville.gouv.fr/atlas/ZUS/ - media/InaEdu01827/la-creatio" rel="noreferrer nofollow">fresques.ina.fr/jalons/fiche-media/InaEdu01827/la-creatio Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije la préfabrication en usine www.dailymotion.com/video/xx6ob5?playlist=x34ije , le coffrage glissant www.dailymotion.com/video/x19lwab?playlist=x34ije ... De nouvelles perspectives sont nées dans l'industrie du bâtiment avec les principes de bases de l'industrialisation du bâtiment www.dailymotion.com/video/x1a98iz?playlist=x34ije ,
www.dailymotion.com/video/xk6xui?playlist=x34ije , www.dailymotion.com/video/xk1dh2?playlist=x34ije :- que dire de RICARDO BOFFIL Les meilleures balades que j’ai fait autour de Paris je les ai faites dans l’application Plans. Je ne minore pas le rôle de Google Maps, révolution cartographique sans précédent et sans égale, qui aura réalisé nos fantasmes d’Aleph borgesien — l’idée d’un point d’où le monde serait visible en totalité — parachevé Mercator et permis d’explorer des parties du globe inconnues de Cook, Bougainville et Amundsen. Je n’oublie pas non plus cet exercice de cartographie au collège, qui nous avait démontré que nous étions à 3 cartes IGN de la capitale, et que le tissu urbain était de plus en plus serré à mesure que nous avancions vers le nord. Mais Plan possédait une fonctionnalité inédite, le Flyover, technologie à l’origine destinée aux pilotes de chasse, et qui fournissait des rendus 3D spectaculaire des bâtiments survolés — ainsi que des arbres et des déclivités du sol.
On quittait enfin les champs asphyxiants de la photographie aérienne pour des vues à l’oblique des villes visitées : après un siècle d’écrasement — la photographie aérienne est étroitement contemporaine du bombardement aérien — les villes reprenaient enfin de la vigueur et remontaient vers le ciel. J’avais d’ailleurs effectué moi-même une manœuvre de redressement similaire le jour où j’étais parti, à pied depuis Paris, visiter à Nanterre une exposition sur la photographie aérienne. J’étais à la quête des premières vues de Paris qu’avait prises Nadar depuis un ballon captif. À défaut de ces images, définitivement manquantes, j’avais parcouru, après la Grande Arche, les derniers kilomètres de la Voie Royale, cette prodigieuse perspective historique partie du Louvre — rare exemple de frise chronologique implémentée dans une structure urbanistique.
J’avais en réalité un peu dévié de la ligne droite pour aller voir les tours Nuages d’Emile Aillaud, le Facteur Cheval du modernisme, dont je connaissais déjà les autres chefs d’œuvres d'architecture naïve, les nouilles chinoises de Grigny et le spaghetti de Pantin.
C’était précisément l’usage que j’avais fait de l’application Plans : j’étais parti à la recherche de tous les groupements de tour qu’elle m’avait permis d’identifier, sur mon iPad. Je les faisais tourner avec deux doigts, comme un éclaireur qui marcherait autour d’un donjon, avant de les immortaliser, sous leur plus bel angle, par une capture d’écran.Un éclaireur autour d’un donjon : c’était exactement cela, qui m’avait fasciné. Les guerres territoriales entre Les Tarterêts de Corbeil et les Pyramides d’Evry avaient marqué mon enfance. La notion de cité, telle qu’elle avait été définie, à partir des années 80, dans le second âge des grands ensembles, l’âge du déclin, avait conservé un cachet médiéval. Ici, vivaient guetteurs et trafiquants, condottieres à la tête d’une écurie de go-fast et entretenant des chenils remplis de mâtins rares et dangereux. Ici, l’État central ne remplissait plus ses tâches régaliennes, ici la modernité laïque était entrée en crise. Mais ce que j’avais découvert, en collectionnant ces captures d’écran, c’était à quel point l’urbanisme de la banlieue parisienne était, strictement, d’obédience médiévale. On était passé, d’un seul mouvement et sans même s’en rendre compte de Château-Gaillard à la Cité 4000, du Donjon de Vincennes aux tours de Sarcelles, du château de Gisors aux choux fleurs de Créteil.J’ai même retrouvé la colonne détruite du désert de Retz dans le babylonien château d’eau de Noisiel.
Des hauteurs de Rosny à celle de Chanteloup, du plateau de Clichy à la dalle d’Argenteuil, on avait bizarrement livré des pastiches inconscients de la grande architecture militaire médiévales : les environs de Paris s’étaient retrouvés à nouveau fortifiés, la vieille tour de Montlhéry n’était plus solitaire, et même les immeubles de briques rouges qui avaient succédé à l’enceinte de Thiers évoquaient des murailles.
Et ce que j’avais initialement pris pour des anomalies, des accidents malheureux du post-modernisme, les grand ensembles voûtés et cannelés de Ricardo Boffil, étaient peut-être ce qui exprimait le mieux tout cela — ou du moins qui clôturaient avec le génie le plus clair cet âge des grands ensembles.
Car c’était cela, ces Carcassonnes, ces Acropoles, ces Atlandides qui surnageaient avec le plus de conviction au milieu des captures d’écrans de ruines médiévales qui s’accumulaient sur mon bureau.
Si décriées, dès leur construction, pour leur kitch intolérable ces mégastructures me sont soudain apparues comme absolument nécessaires.
Si les Villes Nouvelles n’ont jamais existé, et persisteront dans la mémoire des hommes, elles le doivent à ces rêveries bizarres et grandioses, à ces hybridations impossibles entre les cités idéales de Ledoux et les utopies corbuséennes.
L’Aqueduc de Saint-Quentin-en-Yvelines, les Espaces d’Abraxas à Marne-la-Vallée, les Colonnes de Saint-Christophe à Cergy-Pontoise sont les plus belles ruines du Grand Paris.
www.franceculture.fr/emissions/la-conclusion/ricardo-bofill immerssion dans le monde du logement social, l'univers des logements sociaux, des H.B.M au H.L.M - Retour sur l'histoire du logement collectif d'apres guerre - En Françe, sur l’ensemble du territoire avant, 4 millions d’immeubles étaient vétustes, dont 500.000 à démolir; au total 10% des logements étaient considérés comme insalubres et 40% réputés d’une qualité médiocre, et surpeuplés. C’est pour ces raisons que, à partir de 1954, le Ministre à la Reconstruction et au Logement évalue le besoin en logements à 2.000.660, devenant ainsi une priorité nationale. Quelques années plus tard à l’appel de l’Abbé Pierre, le journaliste Gilbert Mathieu, en avril 1957 publiait dans le quotidien Le Monde une série d’articles sur la situation dramatique du logement : Logement, notre honte et dénonçant le nombre réduit de logements et leur impitoyable état. Robert Doisneau, Banlieue après-guerre, 1943-1949 /Le mandat se veut triple : reconstruire le parc immobilier détruit durant les bombardements essentiellement du printemps/été 1944, faire face à l’essor démographique et enfin résorber l’habitat insalubre notamment les bidonvilles et les cités de transit. Une ambition qui paraît, dès le début, très élevée, associée à l’industrialisation progressive de la nation entre autre celle du secteur de la construction (voir le vidéo de l’INA du 17 juillet 1957 intitulée La crise du logement, un problème national. Cela dit, l’effort pour l’État français était d’une ampleur jamais vue ailleurs. La double nécessité de construire davantage et vite, est en partie la cause de la forme architecturale excentrique qui constituera les Grands Ensembles dans les banlieues françaises. Cinq caractéristiques permettent de mieux comprendre ce terme : la rupture avec le tissu urbain ancien, un minimum de mille logements, une forme collective (tours, barres) de quatre jusqu’à vingt niveaux, la conception d’appartements aménagés et équipés et enfin une gestion destinée pour la plupart à des bailleurs de logement social.
Pour la banlieue parisienne leur localisation s’est opérée majoritairement dans la périphérie, tandis que dans les autres cas, plus de la moitié a été construite dans le centre ville, le plus souvent à la limite des anciens faubourgs.
Architecture d’Aujourd’hui n° 46, 1953 p. 58-55
C’est le triomphe de l’urbanisme fonctionnel et rationaliste cher à Le Corbusier. Entre 1958 et 1973, cent quatre-vingt-quinze Zones à Urbaniser en Priorité (ZUP) sont créées, comprenant deux millions de logements, essentiellement de type populaire en Habitations à Loyer Modéré (HLM), mais pas exclusivement, remplaçant ainsi les anciennes Habitations à Bon Marché (HBM) crées en 1894. Selon le décret du 27 mars 1954 qui en fixe les conditions d’attribution, les bénéficiaires de la législation n’ont pas changé, ce sont toujours des « personnes peu fortunées vivant principalement de leur salaire », selon la loi Strauss de 1906. En 1953, tous les HLM voient leur surface maximale se réduire, en passant de 71 à 65 mètres carrés pour un quatre pièces. L’accès au logement des familles modestes se fera donc au détriment de la qualité et quantité de l’espace habité pour des familles nombreuses. À ce propos, le sociologue Thierry Oblet a bien montré comment se sont articulées les pensées des architectes et des ingénieurs modernistes, avec leur souci planificateur d’un État interventionniste[8] grâce à l’hégémonie du béton, de la ligne droite et de la standardisation de la construction.
Les exemples de cette architecture restent nombreux : de la Cité de 4000 (pour 4000 logements) à la Courneuve en Seine-Saint-Denis (93) aux logements de 15 étages aux balcons pétales, appelés « Chou-fleur » à Créteil en Val-de Marne (94) dessinés au début des années 70 par l’architecte Gérard Grandval. De la Cité des nuages à Nanterre dans les Hauts-de-Seine (92) à la Grande borne construite entre 1967 et 1971 sur le territoire des communes de Grigny et Viry-Châtillon, dans l’Essonne (91) en passant par la Noé à Chanteloup-les-Vignes dans le département des Yvelines (78) scénario du célèbre film La Haine[9] de Kassovits.
Récemment, plusieurs expositions photographiques se sont
concentrées sur cette nouvelle figure de l’urbanisme fonctionnaliste français de l’après-guerre. Par exemple Toit&Moi, 100 ans de logement social (2012), Les Grands ensembles 1960-2010 (2012) produite par l’école supérieure d’arts & médias de Caen/Cherbourg, selon un projet du Ministère de la Culture et de la Communication. Enfin l’exposition Photographie à l’œuvre, (2011-2012) d’Henri Salesse, photographe du service de l’inventaire du Ministère de la Reconstruction et de l’Urbanisme et Voyage en périphérie (2012) de Cyrus Cornut.
Il s’agissait là non seulement d’un progrès matériel, mais aussi démocratique, donnant ainsi à chaque citoyen, la possibilité d’accéder à son petit appartement doté de tous les conforts de l’époque. La recherche d’économie et de rapidité dans la conduite des chantiers portent à l’utilisation du béton comme matériel privilégié et à des plans architecturaux aussi simples que possible avec la réalisation de logements standardisés, dont les barres et les tours deviennent les figures principales : Au mitan des années cinquante, apparurent d’étranges formes urbaines. Des immeubles d’habitation de plus en plus longs et de plus en plus hauts, assemblés en blocs qui ne s’intégraient pas aux villes existantes. Ces blocs s’en différenciaient ostensiblement et parfois comme systématiquement, s’en isolaient. Ils semblaient faire ville à part. Surtout ils ne ressemblaient pas à ce qu’on avait l’habitude d’appeler ville. Et leur architecture aussi, qui était tellement déroutante. On les a nommés » grands ensembles. Cité de l’Abreuvoir, Bobigny (93), 2003 (Inventaire général du Patrimoine, Région Ile de France / Stéphane Asseline)
Bref, entre 1946 et 1975 le parc immobilier français passe de 12,7 millions à 21 millions de logements. Environ 8 millions de ceux-ci sont neufs, construits entre 1953-1975 – dont la moitié sous forme de grands ensembles – et près de 80 % des logements grâce à une aide de l’État avec des crédits publics. Le nombre de logements sociaux passe de moins de 500.000 à près de 3 millions, dont 43 % en région parisienne, où la demande est la plus forte[11]. Ce qui témoigne d’un effort énorme. Secrétariat d’État à la Reconstruction et au Logement, Supplément du logement en 1954, cité par Bachmann, C. Le Guennec, N., Violences urbaines…Op.cit, p.24. Alors que l’hiver 1954 est particulièrement rigoureux, l’abbé Pierre lance un appel en faveur des sans-logis et déshérités et organise des collectes de vêtements et de nourriture pour les plus démunis. Cela nous rappelle également que les inégalités sociales restaient particulièrement importantes à l’époque, malgré les débuts de la croissance économique, et que la crise du logement n’était pas encore complètement résolue. Danièle Voldman, La reconstruction des villes françaises de 1940 à 1954 : histoire d’une politique, Paris, L’Harmattan, 1997. Les Actualités françaises, La crise du logement, un problème national, 17 juillet, 1957, in fresques.ina.fr/…/la-crise-du-logement-un-probleme-n…, consulté le 20/02/2014. C’est l’urbaniste Marcel Rotival dans un numéro d’Architecture d’Aujourd’hui de juin 1935 (vol.1, n°6, juin 1935, p.57) qui propose pour la première fois cette terminologie pour désigner les Habitations à Bon Marché (HBM) et leur transformation en Habitations à Loyer Modéré (HLM), par la loi du 21 juillet 1951: « Nous espérons, un jour, sortir des villes comme Paris, non seulement par l’avenue des Champs Elysées, la seule réalisation de tenue sans laquelle Paris n’existerait pas, mais sortir par Belleville, par Charonne, par Bobigny, etc., et trouver harmonieusement disposés le long de larges autostrades, au milieu de grands espaces boisés, de parcs, de stades, de grandes cités claires, bien orientées, lumineusement éclairées par le soleil. » Largement reprise depuis les années 1950 dans le jargon administratif et public, elle apparaît pour la première fois dans un texte officiel qu’en 1973 avec la Circulaire Guichard, alors Ministre de l’Aménagement du territoire, de l’Equipement, du Logement et du tourisme. Celui-ci met un terme à la politique initiée après-guerre afin « d’empêcher la réalisation des formes d’urbanisation désignées généralement sous le nom de “grands ensembles”, peu conforme aux aspirations des habitants et sans justification économique sérieuse ». Paradoxalement, le terme de grands ensembles s’officialise donc au moment même où ils son mis en question. ZUP est un acronyme qui signifie Zone à Urbaniser en Priorité. Elles ont été créées par le décret N°58-1464 du 31 décembre 1958, afin de planifier et d’encadrer sur le territoire national, le développement urbain pour répondre à la carence de logements face à l’accroissement démographique et favoriser enfin la résorption de l’habitat insalubre. Oblet, Thierry, Gouverner la ville. Les voies urbaines de la démocratie moderne, Paris, PUF, 2003. En particulier par l’intermédiaire de la Société centrale de construction et de la Société centrale pour l’équipement du territoire, créées au milieu des années 1950 en tant que filiales de la Caisse des dépôts et consignations.
Kassovitz, Mathieu, La Haine, France, 1995.
Cornu, Marcel, Libérer la ville, Bruxelles, Casterman, 1977, p.60. Annie Fourcaut « Les banlieues populaires ont aussi une histoire », Projet 4/2007 (n° 299), pp. 7-15.
www.dailymotion.com/video/xw6lak?playlist=x34ije - Rue neuve 1956 la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, villes, villages, grands ensembles réalisation : Jack Pinoteau , Panorama de la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, ce film de commande évoque les villes et villages français détruits puis reconstruits dans un style respectant la tradition : Saint-Malo, Gien, Thionville, Ammerschwihr, etc. ainsi que la reconstruction en rupture avec l'architecture traditionnelle à Châtenay-Malabry, Arles, Saint Étienne, Évreux, Chambéry, Villeneuve-Saint-Georges, Abbeville, Le Havre, Marseille, Boulogne-sur-Mer, Dunkerque. Le documentaire explique par exemple la manière dont a été réalisée la reconstruction de Saint-Malo à l'intérieur des rempart de la vieille ville : "c'est la fidélité à l'histoire et la force du souvenir qui a guidé l'architecte". Dans le même esprit à Gien, au trois quart détruite en 1940, seul le château construit en 1494 pour Anne de Beaujeu, fille aînée de Louis XI, fut épargné par les bombardements. La ville fut reconstruite dans le style des rares immeubles restant. Gien est relevé de ses ruines et le nouvel ensemble harmonieux est appelé « Joyau de la Reconstruction française ». Dans un deuxième temps est abordé le chapitre de la construction des cités et des grands ensembles, de l’architecture du renouveau qualifiée de "grandiose incontestablement". S’il est précisé "on peut aimer ou de ne pas aimer ce style", l’emporte au final l’argument suivant : les grands ensembles, c'est la campagne à la ville, un urbanisme plus aéré, plus vert." les films caravelles 1956, Réalisateur : Jack Pinoteau (connu pour être le metteur en scène du film Le Triporteur 1957 qui fit découvrir Darry Cowl) www.dailymotion.com/video/xuz3o8?playlist=x34ije - www.dailymotion.com/video/xk1g5j?playlist=x34ije Brigitte Gros - Urbanisme - Filmer les grands ensembles 2016 - par Camille Canteux chercheuse au CHS -Centre d'Histoire Sociale - Jeanne Menjoulet - Ce film du CHS daté de 2014 www.youtube.com/watch?v=VDUBwVPNh0s … L'UNION SOCIALE POUR L'HABITAT le Musée des H.L.M. musee-hlm.fr/ union-habitat.org/ - EXPOSITION :LES 50 ANS DE LA RESIDENCe SALMSON POINT-Du JOUR www.salmsonlepointdujour.fr/pdf/Exposition_50_ans.pdf - Sotteville Construction de l’Anjou, le premier immeuble de la Zone Verte sottevilleaufildutemps.fr/2017/05/04/construction-de-limm... - www.20minutes.fr/paris/diaporama-7346-photo-854066-100-an... - www.ladepeche.fr/article/2010/11/02/940025-140-ans-en-arc... dreux-par-pierlouim.over-blog.com/article-chamards-1962-9... missionphoto.datar.gouv.fr/fr/photographe/7639/serie/7695...
Official Trailer - the Pruitt-Igoe Myth: an Urban History
www.youtube.com/watch?v=g7RwwkNzF68 - la dérive des continents youtu.be/kEeo8muZYJU Et la disparition des Mammouths - RILLIEUX LA PAPE & Dynacité - Le 23 février 2017, à 11h30, les tours Lyautey étaient foudroyées. www.youtube.com/watch?v=W---rnYoiQc …
Ginger CEBTP Démolition, filiale déconstruction du Groupe Ginger, a réalisé la maîtrise d'oeuvre de l'opération et produit les études d'exécution. L'emblématique ZUP Pruitt Igoe. vaste quartier HLM (33 barres de 11 étages) de Saint-Louis (Missouri) USA. démoli en 1972 www.youtube.com/watch?v=nq_SpRBXRmE … "Life is complicated, i killed people, smuggled people, sold people, but perhaps in here.. things will be different." ~ Niko Bellic - cité Balzac, à Vitry-sur-Seine (23 juin 2010).13H & Boom, quelques secondes plus tard, la barre «GHJ», 14 étages et 168 lgts, s’effondrait comme un château de cartes sous les applaudissements et les sifflets, bientôt enveloppés dans un nuage de poussière. www.youtube.com/watch?v=d9nBMHS7mzY … - "La Chapelle" Réhabilitation thermique de 667 logements à Andrézieux-Bou... youtu.be/0tswIPdoVCE - 11 octobre 1984 www.youtube.com/watch?v=Xk-Je1eQ5po …
DESTRUCTION par explosifs de 10 tours du QUARTIER DES MINGUETTES, à LYON. les tours des Minguettes ; VG des tours explosant et s'affaissant sur le côté dans un nuage de fumée blanche ; à 13H15, nous assistons à l'explosion de 4 autres tours - St-Etienne Métropole & Montchovet - la célèbre Muraille de Chine ( 540 lgts 270m de long 15 allees) qui était à l'époque en 1964 la plus grande barre HLM jamais construit en Europe. Après des phases de rénovation, cet immeuble a été dynamité en mai 2000 www.youtube.com/watch?v=YB3z_Z6DTdc … - PRESQU'ILE DE GENNEVILLIERS...AUJOURD'HUI...DEMAIN... (LA video içi parcours.cinearchives.org/Les-films-PRESQU-ILE-DE-GENNEVI... … ) Ce film de la municipalité de Gennevilliers explique la démarche et les objectifs de l’exposition communale consacrée à la presqu’île, exposition qui se tint en déc 1972 et janvier 1973 - le mythe de Pruitt-Igoe en video içi nextcity.org/daily/entry/watch-the-trailer-for-the-pruitt... … - 1964, quand les loisirs n’avaient (deja) pas le droit de cité poke @Memoire2cite youtu.be/Oj64jFKIcAE - Devenir de la ZUP de La Paillade youtu.be/1qxAhsqsV8M v - Regard sur les barres Zum' youtu.be/Eow6sODGct8 v - MONTCHOVET EN CONSTRUCTION Saint Etienne, ses travaux - Vidéo Ina.fr www.ina.fr/video/LXF99004401 … via - La construction de la Grande Borne à Grigny en 1969 Archive INA www.youtube.com/watch?time_continue=12&v=t843Ny2p7Ww (discours excellent en seconde partie) -David Liaudet : l'image absolue, c'est la carte postale" phothistory.wordpress.com/2016/04/27/david-liaudet-limage... … l'architecture sanatoriale Histoire des sanatoriums en France (1915-1945). Une architecture en quête de rendement thérapeutique..
passy-culture.com/wp-content/uploads/2009/10/Les-15-Glori... … … & hal.archives-ouvertes.fr/tel-01935993/document … explosion des tours Gauguin Destruction par implosion des Tours Gauguin (quartier de La Bastide) de Limoges le dimanche 28 novembre 2010 à 11 heures. Limoges 28/11/2010 youtu.be/cd0ln4Nqqbs … 42 Roanne - c'etait le 11 novembre 2013 - Souvenirs des HLM quartier du Parc... Après presque 45 minutes de retard, les trois dernières tours Chanteclair sont tombées. Le tir prévu etait à 11h14 La vidéo içi www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-les-3-dernieres-... … … www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-une-vingtaine-de... …Besançon (25) - la Nouvelle cité d'HLM La Planoise en 1960 avec la video des premiers habitants de Planoise en juin 1968 www.youtube.com/watch?v=LVKAkJSsCGk … … … archive INA … BEGIN Japanology - les utopies de l'extreme et Kenzo Tange l'architecte japonnais - la video içi www.youtube.com/watch?v=ZlAOtYFE4GM … 71 les Prés Saint-Jean a Chalon-sur-Saône - L'Implosion des 3 tours HLM de 15 etages le 5 décembre 2009 par FERRARI DEMOLITION içi www.youtube.com/watch?v=oDsqOjQJS8E … … … & là www.youtube.com/watch?v=ARQYQLORBBE … 21 DIJON Cité des Grésilles - c'etait l'implosion de la residençe HLM Paul Bur le 19 02 2010 www.youtube.com/watch?v=fAEuaq5mivM … … & la www.youtube.com/watch?v=mTUm-mky-sw … 59 - la technique dite du basculement - Destruction de l'immeuble Rhone a Lille avec pleins de ralentit içi video-streaming.orange.fr/actu-politique/destruction-de-l... … 21 Chenôve (le GRAND DIJON) - Implosion de la barre François RUDE le 3 nov 2010 (top video !!) www.youtube.com/watch?v=ClmeXzo3r5A … …Quand l histoire çe repete et çe repetera autant de fois que nesçessaire quand on voie la quantitée de barres 60 70's...dans le collimateur de l'ANRU2.. 77 MEAUX 3 grandes tours..& puis s'en vont.. Démolition Pierre Collinet Batiment Genêt, Hortensia et Iris - Reportage Journal le 26 juin 2011 youtu.be/fpPcaC2wRIc 71 CHALON SUR SAONE C'etait les Prés Saint Jean le 05 décembre 2009 , pour une implosion hlm hors du commun !!! Caméra mise à même le sol , à une vingtaine de mètres de la première tour .... www.youtube.com/watch?v=kVlC9rYU-gs … 78 les MUREAUX le 3 octobre 2010 ,Les dernières minutes de la Tour Molière aux Mureaux (Yvelines) et sa démolition par semi-foudroyage, filmés du quartier de la Vigne Blanche. www.youtube.com/watch?v=u2FDMxrLHcw …71 MACON LES GRANDES PERRIERES C'etait un 30 juin 2013, avec l'implosion de la barre HLM des Perrières par GINGER www.youtube.com/watch?v=EzYwTcCGUGA … … une video exceptionnelle ! c'etait Le Norfolk Court un ensemble résidentiel, le Norfolk Court, construit dans les années 1970, a été démoli à Glasgow en Ecosse le 9 mai 2016 . Il rate la démolition d'un immeuble au tout dernier moment LES PASSAGERS DU BUS EN PROFITE A SA PLAçE lol www.20minutes.fr/tv/t-as-vu/237077-il-rate-la-demolition-... … 69 LYON Quand La Duchère disait adieu à sa barre 230 le jeudi 2 juillet 2015
www.youtube.com/watch?v=BSwidwLw0NA … www.youtube.com/watch?v=BdLjUAK1oUk … www.youtube.com/watch?v=-DZ5RSLpYrM …Avenir Deconstruction : Foudroyage de 3 barres HLM - VAULX-EN-VELIN (69) www.youtube.com/watch?v=-E02NUMqDno Démolition du quartier Bachelard à Vaulx-en-Velin www.youtube.com/watch?v=DSAEBIYYpXY Démolition des tours du Pré de l'Herpe (Vaulx-en-Velin)
www.youtube.com/watch?v=fG5sD1G-QgU REPORTAGE - En sept secondes, un ensemble de 407 appartements à Vaulx-en-Velin a été détruit à l'explosif dans le cadre du renouvellement urbain... www.youtube.com/watch?v=Js6w9bnUuRM www.youtube.com/watch?v=MCj5D1NhxhI - St-QUENTIN LA ZUP (scic)- NOUMEA - NOUVELLE CALEDONIE historique de la cité Saint-Quentin içi www.agence-concept.com/savoir-faire/sic/
www.youtube.com/watch?v=_Gt6STiH_pM …[VIDEOS] Trois tours de la cité des Indes de Sartrouville ont été démolies dans le cadre du plan de rénovation urbaine du quartier Mille quatre cent soixante-deux détonateurs, 312 kilos le 06/06/2010 à 11 heures. la belle video içi www.youtube.com/watch?v=fY1B07GWyDE VIGNEUX-SUR-SEINE, VOTRE HISTOIRE, VOS SOUVENIRS. içi www.youtube.com/watch?v=8o_Ke26mB48 … , Film des Tours et du quartier de la Croix Blanche, de 1966 à 1968. Les Tours en train de finir de se construire, ainsi que le centre commerciale. Destruction de la Tour 21, pour construire de nouveaux HLM...
42 LOIRE ST-ETIENNE MONTREYNAUD tout une histoire youtu.be/ietu6yPB5KQ - Mascovich & la tour de Montreynaud www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE … -Travaux dalle du Forum à Montreynaud Saint-Etienne www.youtube.com/watch?v=0WaFbrBEfU4 … & içi www.youtube.com/watch?v=aHnT_I5dEyI … - et fr3 là www.youtube.com/watch?v=hCsXNOMRWW4 … - Au nord-Est de St-Etienne, aux confins de la ville, se dresse une colline et sur les pentes de cette colline s’accroche une petite ville, un quartier, un peu à part. Cet endroit niché au milieu de la verdure, c’est le quartier de Montreynaud. www.youtube.com/watch?v=Sqfb27hXMDo&fbclid=IwAR2ALN4d... …Et sinon, avez-vous remarqué au dessus du P de AGIP ? On voit, dans le film, la Tour Réservoir Plein Ciel du quartier de Montreynaud, détruite 3 ans plus tard par foudroyage ! Sûr que @Memoire2cite a des photos du quartier et de la tout à l'époque ! ;-) 42 LOIRE SAINT-ETIENNE MONTREYNAUD LA ZUP Souvenirs avec Mascovich & son clip "la tour de Montreynaud" www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE …
- Que de chemin parcouru, Muraille de Chine La Palle Beaulieu jusqu'aux années 90. L habitat se transforme et s adapte aux nouveaux besoins. Autre temps, période d'essor économique et du "vivre ensemble". Merci à @Memoire2cite pour cette introspection du passé! -
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Enrico Ferri
Enrico Ferri (1856 – 1929) foi um criminologista e político socialista italiano. Juntamente com Cesare Lombroso e Raffaele Garofalo, é considerado um dos fundadores da Escola Italiana de Criminologia Positivista. Estes pesquisadores causaram uma ruptura epistemológica nas Ciências Jurídicas ao propor que estas também deveriam utilizar o método positivo experimental próprio das ciências naturais. Ferri abordou o direito e ordem jurídica como uma ciência social que deveria ser estudada pela observação da sociedade. Concluiu com suas pesquisas que o objetivo do sistema penal deveria ser a neutralização dos criminosos através da prevenção dos delitos1 . Foi autor de obras clássicas de criminologia como Sociologia Criminal de 1884 nas quais estudou os fatores econômicos e sociais que propiciavam o comportamento criminoso. Sua obra influenciou o código penal de diversos países europeus e latino-americanos. Foi também político filiado ao Partido Socialista Italiano e editor do jornal Avanti!, órgão oficial do partido1 . Embora tenha inicialmente rejeitado o fascismo, após a subida ao poder do ditador italiano Benito Mussolini, tornou-se um dos seus mais famosos apoiadores fora do Partido Facista.
Biografia
Nasceu em San Benedetto Po, perto de Mântua, Lombardia, em 25 fevereiro de 18561 2 . De origens modestas, era filho de Eraclio Ferri e da Colomba Amadei3 .
Frequentou o ensino médio no Liceo Classico Virgilio em Mântua, onde foi aluno do filósofo Roberto Ardigò3 , o maior expoente do positivismo italiano, que exerceu grande influência na sua formação1 .
Portici di Via Zamboni na Universidade de Bolonha
Estudou Direito na Universidade de Bolonha em um ambiente acadêmico onde predominavam as ideias positivistas3 . Formou-se em 1877, sendo orientado por Pietro Ellero na tese de láurea denominada A Teoria da Imputabilidade e a Negação do Livre-arbítrio (La Teorica dell'Imputabilità e la Negazione del Libero Arbitrio) publicada em 1878. Completou sua educação com um curso de especialização em direito penal na Universidade de Pisa no qual teve aulas com o famoso jurista da escola clássica de criminologia Francesco Carrara1 . Em 1879 foi complementar seus estudos na Universidade de Paris-Sorbonne3 . Teve aulas de medicina legal com Cesare Lombroso1 .
Após obter a livre docência na Universidade de Turim em 1880, Ferri foi indicado por Pietro Ellero para ocupar a cátedra de direito penal que deixara vaga na Universidade de Bolonha1 . A sua palestra inaugural feita em Bolonha em 6 de dezembro de 1880 (I Nuovi Orizzonti del Diritto e della Procedura Penale, publicado em 1881) expôs os fundamentos da criação da escola positiva de criminologia, os quais foram anunciados formalmente ao assumir uma outra cátedra na Universidade de Siena em 18 de novembro 18821 .
Em 1881 juntou-se à equipe editorial da revista fundada por Cesare Lombroso e outros denominada "Archivio di Psichiatria, Scienze Penali ed Antropologia Criminale per servire allo Studio dell’Uomo Alienato e Delinquente" (Arquivo de Psiquiatria, Ciências Penais e Antropologia Criminal para servir ao Estudo do Homem Alienado e Criminoso"1 ).
Por indicação de Filippo Serafini, foi convidado para ocupar a cátedra anteriormente ocupada por Francesco Carrara na Universidade de Pisa1 4 .
Foi livre docente de direito penal e depois de direito civil na Universidade de Roma “La Sapienza”, onde em 1912 fundou a Escola de Aplicação Jurídico-Criminal (Scuola di Applicazione Giuridico–Criminale). De 1895 a 1905, ministrou cursos na Universidade Livre de Bruxelas e Universidade de Paris-Sorbonne1 .
Igreja de Sant' Ivo no Palazzo della Sapienza, sede da Universidade de Roma “La Sapienza” até 1935
Atuou como advogado de defesa em vários processos famosos, tais como o de Tullio Murri (advogado socialista acusado de homicídio em 19055 ), o de Violet Gibson (que tentou matar Benito Mussolini6 ), até o seu último caso, o julgamento de Vincenzo Saponaro (padre acusado de parricídio em 1928)1 7 .
Foi através da reputação obtida como advogado de defesa que Ferri entrou na política. Os líderes da revolta de camponeses assalariados conhecida como La Boje foram levados a julgamento em Veneza em 1886. Contra todas as expectativas, Ferri conseguiu a absolvição dos camponeses de Mântua8 expondo a condição social dos réus como motivante do crime. Com isto angariou fama de socialista e prestígio político entre operários e camponeses1 3 .
Foi eleito deputado para o parlamento italiano em 1886 pelo distrito eleitoral de Gonzaga em Mântua3 como radical sem partido.
Em 1893, Ferri uniu-se ao recém-formado Partido Socialista Italiano1 2 . Assumiu em 1898 provisoriamente o cargo de editor do jornal Avanti!, órgão oficial do Partido Socialista Italiano, atuando com coragem em um momento de grande repressão política aos socialistas. Posteriormente foi editor definitivo do Avanti! de 1903 a 1908, aumentando a influência e circulação deste diário de notícias. Em 1908, seu prestígio político no Partido Socialista Italiano tinha diminuído, mas ainda tinha muito prestígio como jurista1 . Renunciou então ao cargo de editor do Avanti! e partiu para realizar uma série de conferências sobre criminologia e Direito na América Latina.
Ferri declarou-se a favor da guerra na Líbia em 1912, o que causou a sua renúncia ao mandato de deputado e desfiliação do Partido Socialista Italiano. Posteriormente voltou a ser eleito deputado como socialista independente. Defendeu de maneira dúbia a neutralidade italiana durante a Primeira Guerra Mundial. Em 1919 foi reeleito deputado e, em 1921, filiou-se ao Partido Socialista Unitário2 .
Em 1919, o Ministro da Justiça Lodovico Mortara nomeou-o presidente da comissão para a reforma do Código Zanardelli, o código penal italiano de 1899, em vigor no Reino da Itália desde 18901 .
Em março de 1927, Ferri voltou às manchetes como defensor de Violet Gibson, inglesa de família nobre que tentou matar Benito Mussolini. O processo terminou com a absolvição da ré por razões de insanidade3 , embora o próprio Ferri considerasse que as suas tendências ao suicídio e criminalidade a tornassem perigosa o suficiente para ser privada de sua liberdade pessoal6 .
Com a ascensão do fascismo, passou a apoiar o regime de Benito Mussolini2 . Não se filiou ao Partido Nacional Fascista3 , mas redigiu obras em louvor do fascismo e de Benito Mussolini6 .
Seu prestígio perante os fascistas italianos era tanto que foi nomeado para o cargo honorário de senador6 em 2 de março de 1929. Entretanto morreu em Roma em 12 de abril de 1929 antes de tomar posse1 .
Pensamento Jurídico
Ferri, juntamente com Cesare Lombroso e Rafaele Garofalo, é considerado um dos fundadores das escola positivista de criminologia.
Os estudos de Ferri levaram-no a postular teorias de que os métodos de prevenção de crimes deveriam ser o pilar para o cumprimento da lei, em oposição à punição de criminosos após haverem cometido seus crimes.
Compartilhou com Lombroso a crença nas características fisiológicas de criminosos, contudo, concentrou-se no estudo das suas características psicológicas, as quais acreditava contribuírem para o desenvolvimento do crime em um indivíduo. Essas características incluíam gírias, grafia, símbolos secretos, literatura e arte, assim como a insensibilidade moral e "uma certa falta de repugnância à ideia de execução da ofensa, antes de cometê-la, e a falta de remorso após realizá-la"9 .
Ferri argumentou que religião, amor, honra e lealdade não contribuem para evitar o comportamento criminoso, pois são ideias muito complexas para terem um impacto definitivo no senso moral básico de uma pessoa. Ferri argumentou que outros sentimentos, tais com ódio, busca do amor e vaidade têm maior influência, pois têm maior poder sobre o senso de moral da pessoa[carece de fontes].
Ferri resumiu sua teoria definindo a psicologia dos criminosos como uma "resistência defeituosa às tendências e pecados criminais, devido a essa impulsividade mal controlada que caracteriza crianças e animais"9 .
Quanto às escolas de criminologia, Ferri se colocava entre Francesco Carrara, que foi "o ponto de chegada, embora altíssimo, de uma tradição agora esgotada"10 (a escola clássica de criminologia), e o avanço tecnicista de Arturo Rocco, segundo o qual "a tarefa principal (se não exclusiva) da ciência do direito penal deveria ser elaboração técnico-jurídica de um direito penal positivo e vigente, o conhecimento científico, e não meramente empírico, do sistema de direito penal como é em virtude das leis que nos governam"11 .
Formação do Pensamento Jurídico de Ferri
As aulas que teve ainda jovem no Liceo Classico Virgilio com o filósofo Roberto Ardigò foram uma grande influência para que aderisse desde a juventude à corrente de pensamento positivista1 . A outra grande influência inicial foram as aulas de Pietro Ellero no curso de Direito da Universidade de Bolonha. o qual defendia que a pena aplicada na condenação de criminosos tinha como o objetivo de prevenção de novos crimes, e não a expiação destes.
A tese de láurea de Ferri denominada La Teorica dell'Imputabilità e la Negazione del Libero Arbitrio (A teoria da Imputabilidade e a Negação do Livre-Arbítrio) já esboçava as linhas principais que orientariam seu pensamento posterior, começando com a negação do livre-arbítrio12 . A escola clássica de criminologia considerava que o ser humano tinha livre arbítrio, portanto que havia responsabilidade moral do indivíduo que escolhia conscientemente cometer - ou não - um delito. Ferri sustentou o contrário: o crime seria consequência de fenômenos antropológicos, físicos e culturais fora do controle do indivíduo, portanto o livre-arbítrio não poderia ser a base da imputabilidade penal, ou seja, da decisão de que a pessoa deveria ou não receber uma sanção legal, uma pena. Rejeitou assim o conceito de responsabilidade moral da escola clássica e criou o conceito de responsabilidade social9 13 .
Foi na Universidade de Paris-Sorbonne que Ferri teve contato com as mais novas doutrinas sobre o fundamentos teóricos da pena aplicada nos crimes, assim como com a utilização de métodos estatísticos na pesquisa sociológica.
Ferri foi aluno de Cesare Lombroso, fundador da criminologia antropológica, que se dedicou a pesquisar os fatores fisiológicos que caracterizavam um criminoso ainda antes deste cometer crimes2 . Ferri e Lombroso formaram uma parceria que nunca esmoreceu, embora Ferri tenha muitas vezes criticado as ideias de Lombroso. Ferri admirava especialmente a tentativa de Lombroso em fundamentar cientificamente um novo conceito de responsabilidade social do crime1 . Contudo, seguindo seu próprio caminho, Ferri não se interessou pelos fatores fisiológicos e concentrou-se no estudo que as influências sociais e econômicas tinham sobre os criminosos e sobre os índices de criminalidade. Ferri propunha o estudo científico, positivista, dos aspectos psicológicos e sociais dos criminosos em oposição ao positivismo biológico de Lombroso2 .
Foi na revista Archivio di Psichiatria, Scienze Penali ed Antropologia Criminale, criada e publicada por Lombroso, onde Ferri publicou os primeiros artigos que aprofundaram a sua negação do livre arbítrio, pedra fundamental da escola clássica de criminologia. As suas conclusões foram que o objetivo do direito penal deveria ser a prevenção dos delitos através de substitutos penais ou reformas de caráter social14 . O seu conceito de prevenção criminal foi influenciado pela leitura da obra do jurista e filósofo italiano Gian Domenico Romagnosi; a partir do qual proporá um "reformismo moderado e pragmático visando uma evolução sem saltos, traço característico do cânone eclético15 .
Difusão da Nova Escola Positiva
Enrico Ferri c. 1902
Ferri pretendeu fundar uma nova linha de pensamento dentro da tradição jurídica italiana considerando que chegara ao fim o "glorioso ciclo científico" da escola clássica. A nova linha de pensamento teórico deveria ser o estudo do delito como ente jurídico abstrato16 . Ferri propôs que esta nova escola deveria aplicar o método experimental no estudo dos delitos e das penas. O crime deveria ser estudado como um fenômeno natural e uma ação concreta. Isto levava a privilegiar a prática do direito e a formação de juízes, os quais devendo julgar um homem tinham pouco apoio nos conceitos então utilizados "sobre a qualidade jurídica da infração"17 .
Ferri apoiou a iniciativa de Giulio Fioretti de criar a revista La Scuola Positiva della Giurisprudenza Pernale para fins de propaganda do método positivista1 18 . Por algum tempo parou de publicar nesta revista a fim de revisar a terceira edição de sua obra seminal I nuovi orizzonti del diritto e della procedura penale, que tinha sido publicada em 1881, e que foi publicada após 1892 com o nome de Sociologia Criminale tornando-se um dos grandes clássicos da Criminologia e do Direito Penal1 .
A partir de 1895 tornou-se o único responsável pela edicção da revista La Scuola Positiva della Giurisprudenza Pernale, que foi utilizada para propaganda da utilização de métodos experimentais em matérias de direito penal1 .
Após a promulgação do Código Penal Zanardelli (código penal italiano de 1899), Ferri concentrou-se em divulgar os princípios positivistas entre os operadores do direito que podiam fazer a aplicação da teoria na prática1 . Além disso, subordinava as estratégias de sua vida política à propaganda do método positivista com o objetivo de realizar reformas que correspondessem a sua ideia de justiça social1 .
Em 1912, Ferri criou a Scuola di Applicazione Giuridico-criminale na Universidade de Roma “La Sapienza”, a fim de concretizar a ideia original dos positivistas da necessária "contaminação sócio-antropológica", bem como da necessidade de realizar reformas judiciais e prisionais19 .
A nova Escola Positivista deixou marcas importantes no Direito Penal. Primeiro, passou-se a considerar que o método experimental poderia ser aplicado no Direito causando o surgimento de uma nova ciência: a criminologia. Em segundo lugar passou a haver uma melhor individualização das penas e houve a criação de institutos jurídicos penais novos como as medidas de segurança, suspensão condicional da pena e o livramento condicional.
Princípios Básicos da Sociologia Criminal
O ponto inicial do pensamento de Ferri é a negação do livre-arbítrio. Segundo ele, o homem não é livre, as suas liberdades são restritas ao marco jurídico estabelecido pelo Estado. O sistema legal, segundo Ferri, poderia ser comparado a um conjunto de poliedros, cada um sendo um dos indivíduos que compõem o Estado, ou até a Humanidade. Assim como as células de favos de mel, que as abelhas constroem na forma de cilindros tornam-se prismas de base hexagonal devido à pressão mútua entre si, do mesmo modo os indivíduos que nascem livres podem ser comparados a esferas que se tornam poliedros devido às restrições recíprocas e necessárias para a vida comum na sociedade civil. O conceito de direito é uma liberdade “física” limitada, baseado, não no livre-arbítrio, mas na necessidade de relações externas individuais e sociais20 .
A sociologia criminal de Enrico Ferri não se concentra no estudo do do crime em si. O mais importante é estudar a relação que existe entre o autor do delito e a sociedade. A criminología é proposta como uma ciência positiva de observação e modificação da realidade. O crime, o infrator e a punição são reunidos no estudo e na prática9 .
O método indutivo experimental e a estatística foram os principais instrumentos propostos por Ferri para o estudo de criminologia. Deste modo, as suas teorias baseiam-se em fatos apreendidos da realidade concreta9 .
O crime ocorre como resultado de fatores sociais que determinam que os indivíduos ultrapassem os limites legalmente estabelecidos. Deste modo, Ferri coloca o crime como responsabilidade social, e não como a responsabilidade moral decorrente do livre arbítrio. Os infratores são infratores porque recebem da sociedade um conjunto de modos de agir que determina suas ações futuras ou porque, seguindo Lombroso, possuem uma anormalidade congênita. Portanto, o criminoso é resultado de uma anormalidade congênita ou adquirida por fatores sociais9 .
A classificação dos criminosos de Ferri9 é a seguinte:
•Criminosos natos: aqueles que apresentam os estigmas de degeneração descoberto por Lombroso têm a moral atrofiada. A expressão "criminoso nato" certamente foi de autoria de Ferri e não de Lombroso;
•Criminosos loucos: aqueles alienados nos manicômios ou prestes a irem para lá, também os semiloucos ou fronteiriços;
•Criminosos ocasionais: aqueles que eventualmente cometem crimes, pois "o delito procura o indivíduo".
•Criminosos habituais: aqueles reincidentes na ação criminosa a ponto de considerá-lo sua profissão. São a grande maioria dos criminosos. Na verdade, há uma degeneração do criminoso ocasional em habitual.
•Criminosos passionais: aqueles que agem pelo ímpeto. Em geral cometem um crime na crime na mocidade. São próximoa do loucos pois dão dominados por tempestades psíquicas.
A Teoria dos Motivos proposta por Ferri considera que existem fatores que serão determinantes do delito9 21 . Estes fatores criminógenos podem ser agrupados em:
•Fatores Antropológicos
oConstituição Orgânica do Crime: Refere-se a características somáticas dos indivíduos: crânio, vísceras, cérebro.
oConstituição Psíquica: Inteligencia, sentimento, senso moral.
oCaracterísticas Pessoais: Raça, idade, sexo, estado civil.
•Fatores Sociais: Densidade de população, opinião pública, Moral, religião.
•Fatores Físicos : Clima, solo, estações, temperatura.
A partir daí, Ferri elabora a sua Lei da Saturação: em um meio socialmente determinado com condições individuais e psíquicas dadas, comete-se um determinado número de delitos9 .
Outra consequência importante é a Teoria da Periculosidade: em uma determinada situação individual e por diferentes circunstâncias sociais, uma pessoa terá maior ou menor tendência a cometer crimes. A periculosidade não depende do ato criminoso cometido pelo sujeito, mas da sua qualidade de ser mais ou menos antissocial9 . A função da pena aplicada não seria mais, com queria a escola clássica, a expiação do crime, mas a Defesa Social através da prevenção de crimes.
Apesar de tudo, Ferri critica as instituições penais como incapazes de ressocializar os criminosos depois destes cumprirem as penas. Para ele, a ressocialização de alguém acostumado ao ar da prisão é impossível ou difícil, pois os indivíduos saem das prisões ainda mais ressentidos e cometem crimes maiores como vingança contra a sociedade. O mais importante é que crime deve ser combatido antes que aconteça, pois a prevenção geral é mais eficaz do que repressão. Com este objetivo o Estado deve aplicar Substitutivos Penais, medidas de carácter econômico, político, administrativo, educativo, familiar que atuem nas causas originadoras dos delitos diminuindo a sua incidência9 .
Entretanto os Substitutivos Penais não serão suficientes para conter os criminosos natos, loucos e passionais. A razão de punir é a defesa social, portanto para estes tipos de criminosos são necessárias Medidas de Segurança, formas de contê-los enquanto manifestem seu carácter perigoso para a sociedade9 . Se por um lado as Medidas de Segurança aumentavam as penas dos criminosos perigosos além do que a escola clássica considerava necessário para expiação da culpa, por outro lado a avaliação da periculosidade permitiu que condenados considerados pouco perigosos fossem libertados antes do término da pena por meio de mecanismos como, por exemplo, livramento condicional.
A Reforma do Código Zanardelli
A oportunidade de demonstrar a aplicação prática do positivismo jurídico no Direito Penal ocorreu em 1919, quando, o Ministro da Justiça Ludovico Mortara nomeou Ferri presidente da Comissão para a Reforma do Código Zanardelli3 , o código penal italiano em vigor desde 1890.
O Comitê para a Reforma do Código Zanardelli teve polêmicas raivosas que reproduziam os debates então existentes no ambiente acadêmico entre as diversas escolas de Direito Penal. O clima de combate também era parte do estilo de discussão da época. O enfrentamento principal ocorreu entre os defensores da escola clássica de criminologia com os que, como Ferri, propunham uma nova ciência do direito penal22 23 . Entretanto não se deve simplificar porque o quadro foi mais complexo do que a mera justaposição destas duas diferentes linhas de pensamento24 .
O resultado do trabalho foi o Progetto Preliminare di Codice Penale Italiano per i Delitti, publicado em Milão, 1921. Este projeto foi acompanhado de um relatório, ditado pelo próprio Ferri, que tratava da parte geral do código na qual os postulados da escola positiva foram todos vigorosamente afirmados. Nele foi afastado o critério da imputabilidade com a abolição da distinção entre imputáveis e não imputáveis, e a infração seria avaliada principalmente em função da periculosidade de seu autor. A substituição do conceito de pena como castigo moral pelo conceito da pena como prevenção individual do crime representava um endurecimento das medidas coercivas previstas no Código Zanardelli. A adequação da pena à periculosidade do infrator tendia em muitos casos à duração indefinida de detenção, pois não cessando o risco de recorrência, não havia um limite para a expiação do crime. Ainda de acordo com o princípio da periculosidade do sujeito, Ferri propunha a necessidade de igualar alguns crimes abolindo a distinção - que o código Zanardelli tinha introduzido - entre crimes consumados e crimes tentados. Os novos critérios de concurso de agentes na execução de crimes previam igual responsabilidade para todos partícipes e uma nova disciplina das circunstâncias avaliada de acordo com a periculosidade do agente3 .
Entretanto, segundo pelo menos um autor, a nova orientação positivista da qual Ferri era defensor mostrou "capacidade de interpretar os tempos [...] pela visão integrada das ciências criminais" e como a "atualização histórica da penalística civil italiana e europeia"25 26 .
As soluções do projeto resguardavam os fundamentos essenciais da ordem jurídica liberal-burguesa legal: a dimensão individualista, a centralidade da legislador, a exclusividade da fonte da legislativa, o papel da ciência jurídica e do juiz-intérprete da lei. Apesar disto, Ferri afirmava querer finalizar sua "vida científica demonstrando a aplicação jurídica de uma doutrina original e genuinamente italiana"27 .
Ferri também participou dos trabalhos da comissão nomeada pelo Ministro da Justiça Alfredo Rocco para examinar o projeto do Código Penal. Os postulados da escola positiva foram menos centrais nesta revisão de projeto do que na tentativa anterior de codificação. Houve uma influência considerável de Ferri na introdução do novo Título VIII do Livro I, Delle Misure Amministrative di Sicurezza. O princípio do valor sintomático do crime e da periculosidade do agente do crime foi aplicado na nova disciplina da tentativa, da responsabilidade subjetiva, do concurso de agentes e da existência de imputabilidade até no estado de embriaguez3 .
Mais do que os outros institutos previstos no projeto de código, a matéria das medidas de segurança foi utilizada para conciliar os princípios do positivismo jurídico e as acentuadas exigências repressivas do regime totalitário, especialmente por prever a indeterminação da duração máxima da pena. Os codificadores de 1930 conciliaram os conceitos de pena da escola clássica e da escola positivista: uma medida privativa de liberdade poderia ser aplicada após a execução da pena nos infratores habituais, profissionais ou por tendência, o que representava a união entre o conceito clássico da punição como expiação e o postulado positivista da pena como defesa e prevenção3 .
Os projetos de código penal italianos foram traduzidos em várias línguas e influenciaram a doutrina jurídica e a legislação em diversos países na Europa e na América Latina1 . A obra de Ferri em geral foi fundamental na elaboração do código penal de 1921 da Argentina[carece de fontes].
O Problema do Jurista-intérprete
Ferri não confiava no sistema de sanções fixas definidas por um juiz autômato e propunha uma série de medidas penais variáveis a serem aplicadas por juízes especializados em disciplinas criminológicas1 . Quando se dá ao juiz o ônus de avaliar a gravidade da infração em relação à personalidade do agressor para determinar a quantidade da pena a ser aplicada, misturam-se princípios que diferem do postulado central da escola positiva que é a gravidade objetiva do ato criminoso3 .
Considerando o perigo da discricionariedade dos juízes, Ferri concluiu que não era admissível que estes interpretassem a lei sem limites, pois as "regras de procedimento são a garantia suprema dos direitos do homem e do cidadão que [...], seja como um criminoso seja como um condenado, ainda conserva para sempre os intangíveis e fundamentais direitos da pessoa humana". Para Ferri, o juiz não pode exceder os limites da lei, mas dentro dos limites legais não será "possível impedir o juiz de ter uma determinada quantidade de poderes, porque senão ele seria reduzido a um contador mecânico da dosimetria da pena"27 .
Ferri ansiava por juízes capazes de avaliar social e legalmente a periculosidade do agente do crime, mas, para serem contidos os riscos de discricionariedade, os juízes deveriam se "comprometer com as irrevogáveis garantias de direitos individuais conquistados pela escola clássica de criminologia". Portanto, considerava muito importante a formação dos juristas, e foi com este objetivo que criou a Scuola d'Applicazione Giuridico-Criminale (Escola de Aplicação Jurídico-Criminal) e, em 1913, a sua revista La scuola positiva - organo della scuola d'applicazione giuridico-criminale na Universidade de Roma “La Sapienza”1 .
Trajetória e Pensamento Político
Como político, Ferri caracterizou-se por "reversões surpreendentes de posição, até cair no elogio do fascismo"28 .
Início da Vida Política
Cartaz do Partido Socialista Italiano em 1897
A fama nacional que adquiriu com a defesa dos líderes da revolta de camponeses La Boje foi decisiva para a entrada de Ferri na vida política ativa3 . No início de 1885, os trabalhadores camponeses das províncias de Rovigo, Pádua, Mântua, Cremona e Treviso se rebelaram contra os baixos salários. Em março de 1885, depois de meses de luta, o exército italiano conseguiu controlar a rebelião. Foram presas 160 pessoas, das quais 22, consideradas como líderes, foram levadas a julgamento sob a acusação de incitar uma guerra civil29 . O julgamento muito divulgado na imprensa ocorreu em Veneza de 19 de fevereiro até 27 de março de 18863 . Contra todas as expectativas de condenação, os defensores, entre os quais Ettore Sacchi e Enrico Ferri, conseguiram a absolvição29 . A sua magnífica defesa dos líderes camponeses fez com que Ferri passasse a ter a reputação de "socialista” e grande prestígio entre as associações políticas democráticas. Sua fama tornou-se nacional e os movimentos sindicais do norte da Itália colocavam seu nome, entre outros, na canção em dialeto vêneto "L'Italia l'è Malada".
L'Italia l'è malada (A Itália está doente)
E Ferri l'è il dutur (E Ferri é o doutor)
Per far guarì l'Italia (Para curar a Itália)
Tajem la testa ai sciur29 (Cortem a cabeça dos senhores)
Partido Radical
Devido ao seu grande prestígio, Ferri foi convidado - e aceitou – ser candidato a deputado do parlamento italiano concorrendo pela Sociedade Democrática Radical de Mântua com o apoio de um amplo espectro político. Entretanto, neste momento, sua adesão ao socialismo deve ser considerada muito frágil3 . Em seu discurso de nomeação de candidatura, Ferri apoiou o ideal de "harmonia entre todas as classes sociais", a fim de realizar a "verdadeira democracia, que é a fraternidade entre os homens"30 . Em seu primeiro discurso de campanha definiu-se como "sociólogo evolucionista", um "sociólogo, porque não só como cientista, mas acima de tudo como homem político estudo a sociedade, organismo natural que tem as suas próprias leis do desenvolvimento natural ... Evolucionista porque acredito que a lei da evolução natural domina as coisas na ordem científica assim como na ordem política"31 . Rejeitando o princípio socialista da luta de classes, Ferri dizia perseguir "o ideal de harmonia entre todas as classes da sociedade"31 . Os conceitos expressos neste discurso político estão presentes na sua obra Socialismo e Criminalità na qual procura demonstrar que há uma estreita ligação entre a esfera científica e a política3 .
Após a defesa dos líderes camponeses da revolta La Boje, Ferri "apontava o caminho da cooperação como uma evolução natural dos movimentos de resistência"32 . Em várias ocasiões apoiou e promoveu iniciativas da sociedade civil, especialmente na forma cooperação, para pacificação social, porque, dizia, "os trabalhadores são como as abelhas; pacíficas e fecundas de bem quando têm de trabalhar, inquieto e talvez até perigosas quando condenados a ociosidade forçada"33 . Ferri utilizava frequentemente metáforas de abelhas e colmeia para descrever os diferentes sujeitos de direito34 . Em 1891, fez parte da Subcomissão para a Cooperação presidida pelo Secretário do Tesouro Luigi Luzzatti1 .
Ferri conseguiu fazer com que os socialistas acreditassem que seu pensamento político não era incompatível com a ideologia socialista, apesar de que, segundo pelo menos um autor, deva ser considerado um político legalista democrata timidamente reformador e progressista"35 .
No Parlamento, Ferrri quis se juntar ao grupo de deputados radicais não hostis à propriedade privada e à monarquia - que ele sempre considerou como um um mal menor. Ressaltava a importância das questões sociais, mas pedia que as reformas que melhorassem as condições do povo fossem feitas em pequenas doses3 . Não encontrou um partido que realmente fosse compatível com suas crenças. Sonhava com um novo partido radical em que pudesse pôr em prática seu pensamento positivista. Sem submeter-se aos líderes de esquerda moderada, manteve-se isolado em uma posição equidistante dos extremos. O político que se autodefinia como "radical com reservas" mostrava uma "propensão às reviravoltas políticas que serão repetidas no curso de sua longa carreira política"36 .
Por outro lado, no Congresso Democrático que resultou no Pacto de Roma de 13 de maio de 1890, Ferri empenhou-se e conseguiu que o programa do Partido Radical enfatizasse o lado social. Ao mesmo tempo contribuía para a organização do movimento de camponeses e o cooperativismo em Mântua3 .
Socialismo Reformista
Cartão de filiação ao Partido Socialista Italiano em 1905
Cartão de filiação ao Partido Socialista Italiano em 1906
Em 1892, as organizações de operários de Mântua foram chamadas para aderir a um novo partido denominado Partido dos Trabalhadores Italianos (Partito dei Lavoratori Italiani, a partir de 1893 chamado Partito Socialista Italiano: PSI). Ferri posicionou-se contra a adesão por não concordar com o método da luta de classes, o que não impediu que associações de operários de Mântua aderissem ao novo partido socialista. Somente alguns meses depois Ferri anunciou sua adesão ao novo partido e a aceitação do coletivismo e da luta de classes, ressaltando, entretanto, a preferência pela "abordagem gradual" e a formação de alianças eleitorais com outras forças democráticas3 . Definiu-se então como um crente do evolucionismo de Darwin e um discípulo de Karl Marx, mas somente então começou a estudar as teorias marxistas. Entretanto propunha uma evolução que beneficiasse as gerações futuras em vez da solução rápida da questão social dos tempos em que vivia37 .
Devido a sua adesão ao socialismo, perdeu em 1894 a cátedra de professor da Universidade de Bolonha. Além de sua "adesão" ao socialismo, Ferri era considerado uma ameaça devido a sua "mensagem antiformalistica, antilegalistica e antiindividualistica"37 .
A sua escolha política foi fundamentada no ensaio Socialismo e Scienza Positiva no qual concluiu que o socialismo marxista era a conclusão prática na vida social da revolução científica moderna ooriginada com a aplicação do método experimental em todos os ramos do conhecimento humano, e das obras de Charles Darwin e Herbert Spencer38 . Ferri comparou o darwinismo e o socialismo e contestou os trabalhos de Ernst Haeckel que ressaltaram as diferenças básicas entre estas duas escolas de pensamento. Ao contrário de Ernst Haeckel, Ferri argumentava que o darwinismo com seus princípios científicos dava base ao socialismo38 . Ferri via religião e ciência como sendo inversamente proporcionais de modo que quando a força de um deles aumentava, a do outro caía. Ferri disse que o darwinismo deu um golpe na concepção de origem do Universo pregada pela Igreja, portanto o socialismo seria uma extensão do darwinismo e da teoria da evolução. Escreveu então que tudo na História marchava em direção ao socialismo, enquanto os indivíduos eram incapazes de deter ou retardar a sucessão de fases de evolução moral, política e social38 . Esta mistura de biologia darwiniana, da sociologia de Spencer e marxismo fez com que todos pensadores marxistas contemporâneos se recusassem a reconhecer Enrico Ferri como um deles39 .
Na verdade, Ferri recusava o instrumento da luta de classes, esperando uma evolução que não forçasse as estruturas políticas e sociais e o progresso gradual da humanidade40 . Além disso, subordinava as estratégias políticas à propaganda do método positivista a fim de realizar as reformas que correspondessem a sua ideia de justiça social1 .
No entanto Ferri foi capaz de se estabelecer rapidamente como um dos membros mais influentes do Partido Socialista Italiano. As razões para a sua popularidade foram o seu grande prestígio de pesquisador jurídico e advogado, a sua habilidade de falar em público e, sua beleza física e timbre de voz41 . Também deve ser lembrada a sua influência sobre muitos jovens estudantes das ciências jurídicas e antropológicas seguidores do positivismo, que proporcionaram novos recrutas qualificados para o socialismo italiano3 .
Com o aumento de seu prestígio dentro do Partido Socialista Italiano, Ferri passou de defensor do reformismo gradual para sustentador do grupo partidário denominado de intransigentes, que recusavam a aliança com partidos moderados. Quando uma onda de repressão assolou o socialismo italiano no final do século XIX, Ferri se destacará como um combativo protagonista de batalhas políticas, Em 1898, prenderam Leonida Bissolati, então diretor do jornal socialista Avanti! e Ferri assumiu temporariamente o seu cargo assegurando a regularidade da publicação em um momento particularmente difícil3 .
Em 1899, o governo do general Luigi Pelloux (Presidente do Conselho de Ministros do Reino da Itália de 1898-1900) apresentou ao Parlamento propostas de leis com medidas restritivas de "liberdades civis", o que causou a atuação conjunta dos deputados socialistas visando a obstrução de sua votação. A capacidade de oratória de Ferri ficou famosa. Seus discursos duravam de três a cinco horas sem deixar de tratar temas relevantes para a debate parlamentar. O governo teve que dissolver o Parlamento e convocar novas eleições3 . Ferri declarou-se aliviado por constatar que os excessos das leis e os tribunais de exceção, sob o pretexto de Defesa Social, tinham ocorrido sem a cumplicidade ou a influência das doutrinas positivistas42 .
Ferri possuía neste momento tanto prestígio eleitoral que o Partido Socialista Italiano teve a ideia de nomeá-lo candidato pelo seu distrito tradicional, Gonzaga em Mântua (onde tinha sido reeleito em 1895 e em 1897), mas também por distritos eleitorais em Ravena e Roma3 . Ferri acabou por ser eleito tanto por Gonzaga como por Ravenna, tendo ainda obtido muito mais votos do que o esperado em Roma3 .
Socialismo Revolucionário
Manifesto do Partido Socialista Italiano em 1902
Panfleto contra Ferri
Ferri passou a ser um dos líderes da facção dos "intransigentes", embora esta posição estivesse enfraquecida devido ao fato da vitória eleitoral do Partido Socialista Italiano ter sido alcançada por meio de alianças com partidos moderados. Em setembro de 1901, a facção intransigente conquistou a maioria na importante seção de Milão e obteve o controle do periódico semanal Azione Socialista. Em fevereiro de 1902, os intransigentes criaram em Roma o periódico quinzenal Il Socialismo que passou a ser dirigido por Ferri3 , e, em seguida, a revista socialista Avanguardia. Estes periódicos entraram em duras polêmicas contra a facções socialistas moderadas, enquanto Ferri, contrariando suas posições anteriores, batalhava dentro do seu grupo parlamentar contra as posições reformistas3 .
O Partido Socialista italiano dividiu-se em duas correntes, reformistas e revolucionários, cujo maior confronto ocorreu pela posse da linha editorial do jornal Avanti!, órgão oficial do partido. O socialista reformista [🇮🇹Leonida Bissolati|Leonida Bissolati]] renunciou ao cargo de diretor e em 1 de Abril 1903, Ferri foi nomeado em seu lugar. Reformou o diário oficial do partido socialista transformando-o em um folhetim combativo com temas contra a burguesia e a Igreja Católica e alguma tendência à demagogia. Algumas campanhas de grande repercussão conferiram ao Avanti! uma grande reputação e aumentaram a sua circulação. Este sucesso favoreceu a Ferri, que passou a ser considerado o maior expoente da corrente revolucionária, se não de todo partido, enquanto as posições reformistas gradualmente perdiam terreno3 .
Ferri pretendia uma divisão de trabalho entre as duas tendências internas do partido, atribuindo aos intransigentes revolucionários a missão de educar o proletariado politicamente e aos reformistas a tarefa de obter melhores condições para os trabalhadores3 .
A popularidade de Ferri e a eficácia dos seus métodos de luta política, no entanto, não se baseavam em fundamentos teóricos sólidos, nem deixavam vislumbrar uma estratégia coerente3 . O "esquerdismo ferriano" viria a ser "desprovido de conteúdo alternativo e incapaz de sua própria transformação"43 . O julgamento dos historiadores parece concordar sobre este ponto3 .
Blog Enrico Picciotto
Retorno ao Socialismo Reformista
Símbolo do Partido Socialista Italiano em 1919
A aliança de Ferri com os revolucionários entrou logo em crise e dissolveu-se no decorrer de 1905. Ele então revelou sua tendência reformista e imprudência tática, convencendo o grupo parlamentar socialista a apoiar o governo com o propósito de julgá-lo a prova dos fatos44 .
Em 1906 Ferri criou a corrente chamada integralista, que se propunha a ser a síntese de todas as tendências dentro do Partido Socialista Italiano. Conseguiu prevalecer com o apoio dos reformistas, enquanto que os revolucionários foram para a oposição3 . Esta aliança com os reformistas não perdurou, e seu espaço tinha-se tornado restrito pois as muitas mudanças tinham afetado o seu prestígio. Em janeiro de 1908, renunciou ao cargo de diretor do Avanti! e embarcou para uma viagem para a América Latina, onde tinha sido convidado para dar uma série de palestras sobre criminologia e Direito. Quando voltou à Itália a sua influência no partido era pequena3 .
Em fevereiro de 1911, Ferri juntou-se à Democrazia Rurale, uma associação fundada em 1910 em Mântua com objetivo de compreender as necessidades da classe média agrícola, afastar a luta de classes e promover a cooperação entre todos os elementos da produção45 .
Por ter votado pelo consentimento da Guerra da Líbia com argumentos nacionalistas, Ferri foi reprovado pelo Partido Socialista Italiano. Apresentou sua renúncia ao cargo de deputado e à filiação partidária em 1912, mas conseguiu se reeleger pelo distrito eleitoral de Gonzaga como "socialista independente" obtendo 4.577 dos 4.883 votos colocados na urna. Obteve o apoio dos proprietários de terras e até mesmo de católicos, enquanto os socialistas optaram por se abster. Apoiou a formação do Partido Socialista Reformista Italiano, mas não quis fazer parte deste. Foi de novo reeleito na eleição seguinte, mas sem a esmagadora maioria da eleição anterior.
Nas vésperas da Primeira Guerra Mundial Ferri demostrava desinteresse na política ativa e seu prestígio em Mântua estava muito desgastado46 . Tomou uma posição não muito clara quanto à guerra: de um lado se dizia neutralista e por outro manifestava simpatia por França, Inglaterra e Bélgica e admiração pelos jovens que, como o seu filho, partiam como voluntários3 .
Após a guerra, Ferri deixou de ser um protagonista importante da vida política italiana e não foi candidato nas eleições de 1919. Com o início da violência fascista, refez a sua interpretação dos fenômenos sociais e políticos de acordo com os padrões da teoria da evolução3 . Escreveu então que era "utópico crer em acabar com o movimento socialista" aplicando "golpes de porretes ou tiros de revólver", mas que o proletariado teria que esperar o rumo dos acontecimentos com "a coragem da paciência" e que "o mundo caminhava inexoravelmente do individualismo ao socialismo", independentemente de "tudo o que façam seus adversários"47 .
Cartões de filiação ao Partido Socialista Unitario
Blog Enrico Picciotto
Apoio ao Fascismo
Em maio de 1921, voltou ao Parlamento reeleito pelo seu distrito eleitoral de Mântua. Neste mesmo ano, em um discurso na Câmara de Deputados, esboçou uma interpretação inicial do fascismo como um fenômeno de defesa da classe dominante contra a rebelião das massas trabalhadoras. Em 1922 filiou-se ao Partido Socialista Unitário. Em fevereiro de 1923, tentou convencer os deputados a assumir uma posição de colaboração aberta com Benito Mussolini. Depois manifestou o seu consentimento ao fascismo, sem formalmente aderir à sua ideologia3 .
No final de sua vida, Ferri tornou-se um dos maiores apoiadores de Benito Mussolini e passou a considerar o fascismo como uma expressão dos ideais socialistas. Escreveu uma obra elogiosa de Benito Mussolini e do governo fascista na qual disse que o fascismo era "a afirmação do Estado contra o individualismo liberal"48 .
Utilizando os modelos conceituais da ciência positiva, Ferri considerou o fascismo como expressão de um grande projeto de renovação política e desenvolvimento econômico, até mesmo como uma forma subsidiária do socialismo. O fascismo, segundo Ferri, era "principalmente a afirmação da supremacia do Estado diante do individualismo liberal e até mesmo libertário" e representava "uma solução completa e sistemática" do conflito de classes48 . Ferri mostrou essencialmente "uma espécie de aceitação acrítica do fascismo que amadurecia a partir da verificação da incapacidade evidente dos partidos políticos tradicionais gerenciarem o estado de forma disciplinada e produtiva"35 .
Em março de 1927, Ferri deu uma palestra sobre Mussolini em que disse ter tido "a satisfação de examinar antropologicamente" o líder, percebendo nele os detalhes fisiológicos indicados por Lombroso como manifestação do pensamento, da ação política, de um "novo homem", de um líder carismático que guiaria as aspirações do povo49 . Ferri, apesar de não se declarar fascista, acreditava que Mussolini teria a capacidade de implementar as reformas positivistas e combater o conflito de classes intenso naqueles anos com ocupações de fábricas e mortes de líderes sindicais50
Blog Enrico Picciotto
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Ces huit images de lentilles gravitationnelles de la constellation du Sextant (Sextans) sont saisissantes. Prédite pour la première fois par Einstein, la lentille gravitationnelle se produit parce que des objets massifs comme les galaxies et les amas de galaxies déforment considérablement l'espace-temps. Lorsqu'un objet massif au premier plan s'aligne parfaitement avec une galaxie en arrière-plan, la lumière de cette dernière se courbe en parcourant l'espace-temps déformé pour atteindre les télescopes, notamment spatiaux.
Selon la précision de l'alignement, la lumière de la galaxie en arrière-plan peut être courbée en arc ou en cercle, phénomène appelé "anneau d'Einstein" ou même divisée en plusieurs images. Les arcs et les cercles sont fréquents dans ces galaxies à lentilles gravitationnelles, identifiées grâce aux données de COSMOS-Web (COWLS), programme visant à comprendre la formation des galaxies les plus massives de l’Univers, à identifier les galaxies qui étaient présentes lorsque les premières étoiles et galaxies ont réionisé le gaz hydrogène de l’Univers et à étudier la relation entre la masse des étoiles d’une galaxie et la masse de son halo galactique à travers le temps cosmique.
À partir de ces données, les chercheurs ont recherché les lentilles gravitationnelles, observé pour cela plus de 42 000 galaxies à l'œil nu et identifié plus de 400 candidates prometteuses. Parmi celles-ci, cette image présente en conséquence un collage de huit des lentilles gravitationnelles les plus spectaculaires. Cet ensemble couvre une période incroyable de l'histoire cosmique en offrant un aperçu de la vie galactique lorsque l'Univers avait entre 2,7 et 8,9 milliards d'années. Les galaxies de l'arrière-plan (rangée du haut, à gauche du centre) dont les formes apparaissent visiblement déformées, permettent même de remonter jusqu'à une époque où l'Univers avait à peine plus d'un milliard d'années. Plusieurs raretés apparaissent dans cette collection, notamment un cas inhabituel dans lequel la galaxie agissant comme lentille gravitationnelle est à disque aplati plutôt qu'elliptique (rangée du bas, deuxième à partir de la gauche).
Des images individuelles des lentilles sont également disponibles de gauche à droite, en haut :
COSJ100013+023424 : www.flickr.com/photos/7208148@N02/54825083326 COSJ100018+022138 : www.flickr.com/photos/7208148@N02/54825483550 COSJ100024+015334 : www.flickr.com/photos/7208148@N02/54824284857/in/photostr...
COSJ100024+021749 : www.flickr.com/photos/7208148@N02/54825520855
puis en bas :
COSJ095914+021219 :www.flickr.com/photos/7208148@N02/54825516224 COSJ100025+015245 : www.flickr.com/photos/7208148@N02/54825509083 COSJ095921+020638 : www.flickr.com/photos/7208148@N02/54825582705
COSJ095593+023319 : www.flickr.com/photos/7208148@N02/54825557715
Description de l'image
Le collage de huit images de lentilles gravitationnelles de la constellation du Sextant (Sextans) montre diverses galaxies déformées au centre de chaque image, notamment des arcs et des formes circulaires.
Pour situer ces 8 lentilles gravitationnelles (Weeb-NIRCam) dans la constellation du Sextant (Sextans) :
In-camera sweep panorama of an east coast beach in New Zealand's Far North. Where we spent the last 12 days :-)
Ogni indù osservante, considera il Gange una dea: un fiume che, in virtù delle sue origini divine, è puro e purifica tutti i fedeli che vi si immergono. Come i musulmani fanno voto di visitare la Mecca, ogni buon indù sogna di recarsi a Varanasi e di bagnarsi nel Gange almeno una volta nella vita. Si dice che una goccia d'acqua del Gange, trasportata dal vento a centinaia di chilometri di distanza, cadendoti sulla guancia basti a purificare i peccati di tutta una vita. Ogni indù, alla propria morte, aspira a far disperdere le sue ceneri lungo il Gange, e morire a Varanasi è considerata una grande fortuna, perché si crede che da qui l'anima salga direttamente in cielo. Qui a Varanasi è stata fatta la conta dei coliformi fecali, e si sa che in alcuni punti raggiunge centosettanta milioni di batteri per cento millilitri d'acqua, un livello trecentoquaranta volte maggiore di quello giudicato accettabile, cioè cinquecento batteri per cento millilitri eppure ogni mattina migliaia di persone si assiepano per ripetere il rito dell'abluzione.
twitter.com/Memoire2cite les 30 glorieuses . com & l'Architecture Hospitalière centre hospitalier universitaire ou pas Les hôpitaux modernes sont conçus pour minimiser les efforts du personnel médical et réduire les risques de contamination, tout en optimisant l’efficacité du système dans son ensemble. La longueur des déplacements du personnel au sein de l’hôpital est réduite et le transport des patients d’une unité à une autre facilité. Le bâtiment doit intégrer des départements lourds, comme la radiologie et les blocs opératoires, tout en prenant en compte d’importantes spécificités en termes de raccordements électriques, de plomberie, et de gestion des déchets.Cependant, on remarque que les hôpitaux « modernes » sont souvent le produit d’une croissance qui s’étale sur des décennies ou même des siècles, fréquemment mal contrôlée. Cette croissance a entraîné des ajouts successifs, nécessaires mais désorganisés, en fonction des besoins et des ressources financières.Cor Wagenar, historien en architecture néerlandais, considère que de nombreux hôpitaux sont des catastrophes, des institutions anonymes et complexes où règne la bureaucratie et totalement inadaptées à la fonction pour laquelle elles ont été créées. Elles ne sont généralement pas fonctionnelles, et au lieu de mettre les patients à l’aise, elles créent du stress et de l’anxiété.Certains hôpitaux, plus récents, tentent de retrouver des architectures prenant en compte la psychologie des patients, comme une meilleure aération, des vues plus dégagées ou encore des couleurs plus agréables à l’œil. On renoue avec les concepts anciens du « bon air » et des « pouvoirs guérisseurs de la nature » qui furent employés lors du développement des hôpitaux pavillonnaires. Des études menées par la British Medical Association ont montré qu’une bonne architecture hospitalière peut réduire la période de guérison des patients. L’exposition au soleil aide à lutter contre la dépression ; des chambres non-mixtes permettent plus d’intimité et favorisent une certaine dignité des malades ; la présence d’espaces verts et de jardins est également importante : regarder par la fenêtre améliore l’humeur des patients, diminue leur tension et leur niveau de stress. La disparition des longs couloirs réduit la fatigue et le stress des infirmières.Autre mutation actuelle notable la migration d’un système de chambres communes divisées par des cloisons amovibles vers un système de chambres individuelles. Le système de chambres aménageables est considéré comme très efficace, surtout par le personnel médical, mais il est beaucoup plus stressant pour les patients et nuit à leur intimité. Mais demeure la contrainte importante du coût de ces chambres et de leur maintenance, ce qui pousse certains hôpitaux à tarifier plus cher pour des chambres individuelles. www.citedelarchitecture.fr/fr/video/architecture-hospital... www.youtube.com/watch?v=8pB9GEZI-Fg 15. Architecture hospitalière de la fin du XVIIIe siècle à nos jours
Pierre-Louis Laget, conservateur du patrimoine, chercheur dans le service de l'Inventaire général de la région Nord-Pas-de-CalaisDans le contexte du vaste mouvement de réflexion portant sur l'architecture et l'hygiène hospitalière qui prit naissance à la suite de l'incendie de l'Hotel-Dieu de Paris en 1772, fut élaboré un nouveau parti architectural, appelé bientôt système pavillonnaire, consistant à scinder un établissement hospitalier en une série de bâtiments indépendants, reliés ou non par des galeries de services aériennes ou encore souterraines. « Dans les années 1950, le biologiste et médecin américain Jonas Salk (1914-1995)
cherchait un traitement contre la poliomyélite dans un sombre laboratoire d’un soussol de Pittsburgh. Les progrès étaient lents, et, pour s’aérer l’esprit, Salk fit un voyage à
Assise, en Italie, où il visita la basilique Saint-François d’Assise datant du XIII e siècle,
se promenant entre les colonnes et dans les jardins des cloîtres. Là, de nouvelles idées
surgirent dans son esprit, dont celle qui finit par le conduire à un vaccin efficace contre
la poliomyélite, en 1955. Le chercheur devint convaincu que l’environnement d’un
bâtiment peut influer sur l’esprit. Dans les années 1960, il s’associa à l’architecte Louis
Kahn (1901-1974) pour construire l’Institut Salk à La Jolla, près de San Diego en
Californie : cela devait être un établissement de recherche capable de stimuler la
créativité des scientifiques. Salk redécouvrait ainsi ce dont les architectes ont l’intuition
de longue date : les endroits que nous habitons peuvent agir sur nos pensées, nos
sentiments et nos comportements. Depuis plusieurs années, les spécialistes du
comportement apportent des arguments empiriques en ce sens. Leurs recherches
suggèrent qu’il est possible de concevoir les espaces de vie qui favorisent la créativité,
l’attention et la vigilance, ou la relaxation et la convivialité ». (Cerveau & Psycho,
2009, n° 33, p. 30). La lecture de ce début d’un article intitulé « Comment l’architecture
influence notre pensée » dans la revue Cerveau & Psycho a fortement résonné en moi
au moment où je construisais le projet du présent mémoire dans la mesure où cela faisait
écho à des intuitions que j’avais forgées comme patient et que je souhaitais interroger
en tant que futur architecte. Cela a été un des éléments qui m’ont décidé à travailler sur
l’architecture des bâtiments de santé sous l’angle de la perception qu’en ont les usagers.Plus que pour d’autres bâtiments, la construction d’un hôpital s’avère extrêmement
contrainte par un programme d’une grande complexité fixé en amont et avec lequel
l’architecte doit composer tout comme avec le site et les règles, elles aussi très
contraignantes, de la composition architecturale. Il s’appuie aussi, pour avancer dans
son projet, sur les besoins sociaux dont il a la connaissance ou l’intuition. Ainsi Pierre
Riboulet (1994), dans le journal qu’il tient de sa réflexion de cinq mois (de mai à
octobre 1980) sur le projet du grand hôpital pédiatrique Robert Debré, note, dès les
premiers jours, les 13 et 17 mai: « Que les enfants entrent là comme dans un lieu
familier, un lieu dont ils aient l’habitude » et, inventoriant « les lieux que pratiquent les
enfants dans les villes », (« des endroits où l’on peut courir, où il n’y a pas de
voitures », « des endroits qui ne font pas mal, où il y a les copains et les copines, où l’on
peut rigoler »), il conclut : « Il faudrait entrer dans l’hôpital comme on passe dans une
rue, une galerie où il y beaucoup de choses à regarder, où l’on peut aller et venir sans
obligation, courir et rêver. » De cela découle un bâtiment dont il affirme « qu’il ne faut
pas faire là un édifice » et qu’il cherche à rendre, avec le succès que l’on sait, le moins
intimidant possible pour des enfants.
Il s’avère qu’en plus de son intuition certaines recherches peuvent aussi renseigner
l’architecte et le programmiste sur les besoins fondamentaux des patients. Menées en
psychologie environnementale (Moser, 2009) ou en géographie de la santé (Gesler,
2003), elles ont mis en exergue différents facteurs contribuant au bien-être comme
constitutif de la santé dans la définition que donne l’OMS de cette dernière dans la
constitution de 1946 et qui fait toujours référence : « La santé est un état de complet
bien-être physique, mental et social et ne consiste pas seulement en une absence de
maladie et d’infirmité. ». Ces recherches incitent à prendre en compte, dans la
conception et dans l’évaluation d’un bâtiment de santé, la relation qu’établissent avec
ce bâtiment les usagers, et en particulier les patients. Il ne s’agit évidemment pas là d’un
élément tout à fait nouveau et une relation a sans doute été établie, de longue date, entre
la qualité d’un bâtiment de santé ou d’un lieu thérapeutique et le bien-être apporté au
patient. L’intérêt des recherches évoquées ci-dessus est, en affirmant avec force que « le
soin et le lieu sont inséparables » (Gessler, 2003) de tenter de trouver des critères
objectifs susceptibles d’expliquer la dimension « thérapeutique » d’un lieu de santé.C’est sur cette dimension que porte le présent mémoire qui étudie un service de Soins
de Suites et de Réadaptation (S.S.R), en l’occurrence celui de l’Hôpital Rothschild, à
Paris, dans lequel j’ai été invité en immersion du 28 mai au 7 juin 2013. L’objectif est
de comprendre et décrire la manière dont les différents usagers de ce SSR vivent le lieu
dans lequel ils exercent leur métier ou sont hospitalisés, quelle importance ils lui
accordent et sur quels points. Au plan architectural et programmatique, mon hypothèse
est que ce détour par les usagers et leur relation au lieu peut venir alimenter le cahier
des charges d’un bâtiment de santé en prenant appui non sur les seules intuitions mais
sur des éléments récurrents dans le discours des usagers.
Dans une première partie, je pose les bases théoriques qui permettent de penser cette
question et présente, en seconde partie, les choix méthodologiques effectués. Les
principaux résultats, présentés en troisième partie, m’amènent à une conclusion dans
laquelle j’envisage les éléments programmatiques qui découlent de mon enquête pour un bâtiment de santé et les pistes de réflexion ouvertes. ---- Comment est-on passé de la salle commune à la chambre individuelle ?
Comment l’hôpital, d’abord hospice, est devenu établissement de soins ?
Quelle est l’histoire des maternités, des lazarets, des asiles d’aliénés ? Autant
de réponses à découvrir dans le voyage architectural à travers toute la France
auquel invite ce bel ouvrage illustré de 592 pages, qui retrace l’histoire de
l’hôpital et de son architecture en France du Moyen-Âge à nos jours.
Jusqu’au siècle des Lumières, l’hôpital, lieu de charité chrétienne et d’exclusion
sociale, est aussi le premier outil d’une politique sanitaire balbutiante. L’incendie
de l’hôtel-Dieu de Paris, en 1772, est le catalyseur d’une double réflexion sur
la prise en charge des démunis et sur les réponses architecturales accordées
à une première médicalisation de l’hôpital. Ainsi architectes et médecins
poursuivent tout au long du XIXe
siècle la même chimère : une architecture en
mesure de soigner le corps et l’esprit. L’hygiénisme impose alors durablement
le plan en « double peigne » puis le système du pavillon isolé tandis que
les découvertes de Pasteur tardent à faire valoir leur logique. Inversement,
dans l’Entre-deux-guerres, ce sont les données économiques, sociales et
architecturales qui précèdent la révolution de l’antibiothérapie pour donner
naissance à l’hôpital-bloc. Les Trente Glorieuses appliquent à l’institution leur
politique centralisatrice, prescriptrice de modèles fonctionnels. Aujourd’hui,
les maîtres mots sont désormais humanisation et insertion urbaine.
Explorer l’histoire des hôpitaux en France revient à cheminer auprès du
pèlerin, de l’indigent, du marginal, du déviant, du fou, de l’enfant abandonné,
du vieillard, de l’infirme, du malade, aujourd’hui du patient. C’est surtout
découvrir, présents dans toutes nos villes, des bâtiments d’exception. L’histoire de l’hôpital est à tout à fait exemplaire de ces glissements progressifs, presque
insensibles quand on travaille sur une période courte, mais spectaculaires quand on prend
le sujet dans toute son ampleur : de la salle médiévale, qui n’offre qu’un abri, et un abri
dangereux, aux machines à guérir ultra-spécialisées d’aujourd’hui, dont les programmes
fournis par les maîtres d’ouvrage aux architectes comptent plusieurs centaines, voire
plusieurs milliers de pages.
On pourra donc faire une double lecture de ce livre : on y trouvera une histoire complète
et détaillée sur la longue durée et jusqu’au temps présent de l’hôpital en France, mais
aussi une très belle illustration de méthode. La clé de l’architecture est sans doute du
côté de la construction et sa poésie du côté des ornements, mais les causes profondes de
son évolution se trouvent d’abord du côté des programmes et de ce qui les conditionne
(mœurs, usages, mentalités, société, etc.).
Les auteurs de ce très bel ouvrage de synthèse sur les hôpitaux français n’ont pas organisé leur matière en fonction de l’histoire des styles, mais bien en fonction des causes
profondes de l’évolution des hôpitaux, c’est-à-dire en fonction d’une conception très
large de la médecine, incluant les connaissances vraies ou fausses sur la transmission
des maladies, mais aussi en fonction de la législation sur la santé publique. Ils rendent
donc lumineux ce lent processus, avec ses moments de basculements et de brusques
accélérations, qui remodèle leur objet. Ils n’en négligent pas pour autant les autres
facettes, des structures constructives aux styles et aux ornements. L’illustration, toujours judicieuse, offre à cet égard un tableau historique fascinant qui permet soit de
descendre dans le fil du temps, soit d’y remonter, soit encore de faire de magnifiques
arrêts sur image. Ces bâtiments en effet portent en eux des leçons d’architecture : ils
montrent que celle-ci, lorsqu’elle est belle, a pu et peut encore apporter aux cœurs des
hommes une joie ou une sérénité, lesquelles peuvent aussi contribuer à la guérison.
Au moment où le patrimoine hospitalier français connaît un bouleversement profond, à
la fois par l’émergence de toute une génération de nouveaux hôpitaux (où l’excellence
médicale n’est pas toujours au rendez-vous, tant les problèmes sont devenus complexes), et par la désaffectation de nombreux hôpitaux anciens, qui paraissent obsolètes,
ce qui conduit parfois à leur disparition et trop rarement à leur réhabilitation, il paraît
bien utile de revenir sur cette histoire. Or les auteurs de ce livre nous offrent une lecture profondément renouvelée par un recours systématique aux archives, manuscrites
ou imprimées, et clairement structurée par cette attention aux causes profondes de
ces mutations, dont la dernière se produit sous nos yeux.
Au lecteur maintenant d’entrer dans ce territoire défriché, balisé, éclairé, sous la
conduite des meilleurs guides. file:///C:/Users/u/Downloads/dp_hopitaux_121012-1.pdf -- file:///C:/Users/u/Downloads/08-Dossier+HOPITAL.pdf - le Logement Collectif* 50,60,70's dans tous ses états..Histoire & Mémoire de l'Habitat / Rétro-Villes / HLM / Banlieue / Renouvellement Urbain / Urbanisme 😊 De grandes barres d’immeubles, appelées les grands ensembles, sont le symbole de nos banlieues. Entrée Libre revient sur le phénomène de destruction de ces bâtiments qui reflètent aujourd’hui la misere www.youtube.com/watch?v=mCqHBP5SBiM Quatre murs et un toit 1953 Scenario et réalisation Pierre Jallaud MRU (ministère de la reconstruction et de l'urbanisme) www.dailymotion.com/video/xk6xui twitter.com/Memoire2cite/status/1121877386491043840/photo... Avril 1993, 6 ans après l'implosion de la tour DEBUSSY des 4000, 30% seulement des travaux de rénovation ont été réalisés et le chômage frappe toujours 1/3 des hbts. C'est un échec. A Mantes la Jolie, 6 mois après la destruction des 4 tours du Val Fourré, www.youtube.com/watch?v=ta4kj05KJOM … Banlieue 89, Bacalan à Bordeaux 1986 - Un exemple de rénovation urbaine et réhabilitation de l'habitat dans un des quartiers de Bordeaux La Cité Claveau à BACALAN. A l'initiative du mouvementla video içi www.youtube.com/watch?v=IN0JtGBaA1o … L'assoçiation de ROLLAND CASTRO @ Le Plan Banlieue 89 - mode d'emploi - Archive INA - La video içi. TRANSFORMER LES PAYSAGES URBAINS AVEC UNE APPROCHE CULTURELLE www.youtube.com/watch?v=Aw-_f-bT2TQ … SNCF les EDITIONS DU CABRI PRESENTE PARIS LA BANLIEUE 1960-1980 -La video Içi.
www.youtube.com/watch?v=lDEQOsdGjsg … Içi la DATAR en 1000 clichés missionphotodatar.cget.gouv.fr/accueil - Notre Paris, 1961, Réalisation : André Fontaine, Henri Gruel Les archives filmées de la cinémathèque du ministère de 1945 à nos jours içi www.dailymotion.com/video/xgis6v?playlist=x34ije
31 TOULOUSE - le Mirail 1962 réalisation : Mario Marret construction de la ville nouvelle Toulouse le Mirail, commentée par l'architecte urbaniste Georges Candilis le film www.dailymotion.com/video/xn4t4q?playlist=x34ije Il existe de nos jours, de nombreux photographes qui privilégient la qualité artistique de leurs travaux cartophiles. A vous de découvrir ces artistes inconnus aujourd’hui, mais qui seront peut-être les grands noms de demain.Les films du MRU - Le temps de l'urbanisme, 1962, Réalisation : Philippe Brunet www.dailymotion.com/video/xgj2zz?playlist=x34ije … … … … -Les grands ensembles en images Les ministères en charge du logement et leur production audiovisuelle (1944-1966) MASSY - Les films du MRU - La Cité des hommes, 1966, Réalisation : Fréderic Rossif, Albert Knobler www.dailymotion.com/video/xgiqzr?playlist=x34i - Les films du MRU @ les AUTOROUTES - Les liaisons moins dangereuses 1972 la construction des autoroutes en France - Le réseau autoroutier 1960 Histoire de France Transports et Communications - www.dailymotion.com/video/xxi0ae?playlist=x34ije … - A quoi servaient les films produits par le MRU ministère de la Reconstruction et de l'Urbanisme ? la réponse de Danielle Voldman historienne spécialiste de la reconstruction www.dailymotion.com/video/x148qu4?playlist=x34ije … -les films du MRU - Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : la préfabrication en usine, le coffrage glissant... www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije … - TOUT SUR LA CONSTRUCTION DE NOTRE DAME LA CATHEDRALE DE PARIS Içi www.notredamedeparis.fr/la-cathedrale/histoire/historique... -MRU Les films - Le Bonheur est dans le béton - 2015 Documentaire réalisé par Lorenz Findeisen produit par Les Films du Tambour de Soie içi www.dailymotion.com/video/x413amo?playlist=x34ije …
archipostcard.blogspot.com/search?updated-max=2009-02-13T... -Créteil.un couple à la niaiserie béate exalte les multiples bonheurs de la vie dans les new G.E. www.youtube.com/watch?v=FT1_abIteFE … La Ville bidon était un téléfilm d'1 heure intitulé La Décharge.Mais la censure de ces temps de présidence Pompidou en a interdit la diffusion télévisuelle - museedelacartepostale.fr/periode-semi-moderne/ - archipostalecarte.blogspot.com/ - Hansjörg Schneider BAUNETZWOCHE 87 über Papiermoderne www.baunetz.de/meldungen/Meldungen_BAUNETZWOCHE_87_ueber_... … - ARCHITECTURE le blog de Claude LOTHIER içi leblogdeclaudelothier.blogspot.com/2006/ - - Le balnéaire en cartes postales autour de la collection de David Liaudet, et ses excellents commentaires.. www.dailymotion.com/video/x57d3b8 -Restaurants Jacques BOREL, Autoroute A 6, 1972 Canton d'AUXERRE youtu.be/LRNhNzgkUcY munchies.vice.com/fr/article/43a4kp/jacques-borel-lhomme-... … Celui qu'on appellera le « Napoléon du prêt-à-manger » se détourne d'ailleurs peu à peu des Wimpy, s'engueule avec la maison mère et fait péricliter la franchise ...
museedelacartepostale.fr/blog/ - museedelacartepostale.fr/exposition-permanente/ - www.queenslandplaces.com.au/category/headwords/brisbane-c... - collection-jfm.fr/t/cartes-postales-anciennes/france#.XGe... - www.cparama.com/forum/la-collection-de-cpa-f1.html - www.dauphinomaniac.org/Cartespostales/Francaises/Cartes_F... - furtho.tumblr.com/archive
le Logement Collectif* 50,60,70's, dans tous ses états..Histoire & Mémoire d'H.L.M. de Copropriété Renouvellement Urbain-Réha-NPNRU., twitter.com/Memoire2cite tout içi sig.ville.gouv.fr/atlas/ZUS/ - media/InaEdu01827/la-creatio" rel="noreferrer nofollow">fresques.ina.fr/jalons/fiche-media/InaEdu01827/la-creatio Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije la préfabrication en usine www.dailymotion.com/video/xx6ob5?playlist=x34ije , le coffrage glissant www.dailymotion.com/video/x19lwab?playlist=x34ije ... De nouvelles perspectives sont nées dans l'industrie du bâtiment avec les principes de bases de l'industrialisation du bâtiment www.dailymotion.com/video/x1a98iz?playlist=x34ije ,
www.dailymotion.com/video/xk6xui?playlist=x34ije , www.dailymotion.com/video/xk1dh2?playlist=x34ije :- que dire de RICARDO BOFFIL Les meilleures balades que j’ai fait autour de Paris je les ai faites dans l’application Plans. Je ne minore pas le rôle de Google Maps, révolution cartographique sans précédent et sans égale, qui aura réalisé nos fantasmes d’Aleph borgesien — l’idée d’un point d’où le monde serait visible en totalité — parachevé Mercator et permis d’explorer des parties du globe inconnues de Cook, Bougainville et Amundsen. Je n’oublie pas non plus cet exercice de cartographie au collège, qui nous avait démontré que nous étions à 3 cartes IGN de la capitale, et que le tissu urbain était de plus en plus serré à mesure que nous avancions vers le nord. Mais Plan possédait une fonctionnalité inédite, le Flyover, technologie à l’origine destinée aux pilotes de chasse, et qui fournissait des rendus 3D spectaculaire des bâtiments survolés — ainsi que des arbres et des déclivités du sol.
On quittait enfin les champs asphyxiants de la photographie aérienne pour des vues à l’oblique des villes visitées : après un siècle d’écrasement — la photographie aérienne est étroitement contemporaine du bombardement aérien — les villes reprenaient enfin de la vigueur et remontaient vers le ciel. J’avais d’ailleurs effectué moi-même une manœuvre de redressement similaire le jour où j’étais parti, à pied depuis Paris, visiter à Nanterre une exposition sur la photographie aérienne. J’étais à la quête des premières vues de Paris qu’avait prises Nadar depuis un ballon captif. À défaut de ces images, définitivement manquantes, j’avais parcouru, après la Grande Arche, les derniers kilomètres de la Voie Royale, cette prodigieuse perspective historique partie du Louvre — rare exemple de frise chronologique implémentée dans une structure urbanistique.
J’avais en réalité un peu dévié de la ligne droite pour aller voir les tours Nuages d’Emile Aillaud, le Facteur Cheval du modernisme, dont je connaissais déjà les autres chefs d’œuvres d'architecture naïve, les nouilles chinoises de Grigny et le spaghetti de Pantin.
C’était précisément l’usage que j’avais fait de l’application Plans : j’étais parti à la recherche de tous les groupements de tour qu’elle m’avait permis d’identifier, sur mon iPad. Je les faisais tourner avec deux doigts, comme un éclaireur qui marcherait autour d’un donjon, avant de les immortaliser, sous leur plus bel angle, par une capture d’écran.Un éclaireur autour d’un donjon : c’était exactement cela, qui m’avait fasciné. Les guerres territoriales entre Les Tarterêts de Corbeil et les Pyramides d’Evry avaient marqué mon enfance. La notion de cité, telle qu’elle avait été définie, à partir des années 80, dans le second âge des grands ensembles, l’âge du déclin, avait conservé un cachet médiéval. Ici, vivaient guetteurs et trafiquants, condottieres à la tête d’une écurie de go-fast et entretenant des chenils remplis de mâtins rares et dangereux. Ici, l’État central ne remplissait plus ses tâches régaliennes, ici la modernité laïque était entrée en crise. Mais ce que j’avais découvert, en collectionnant ces captures d’écran, c’était à quel point l’urbanisme de la banlieue parisienne était, strictement, d’obédience médiévale. On était passé, d’un seul mouvement et sans même s’en rendre compte de Château-Gaillard à la Cité 4000, du Donjon de Vincennes aux tours de Sarcelles, du château de Gisors aux choux fleurs de Créteil.J’ai même retrouvé la colonne détruite du désert de Retz dans le babylonien château d’eau de Noisiel.
Des hauteurs de Rosny à celle de Chanteloup, du plateau de Clichy à la dalle d’Argenteuil, on avait bizarrement livré des pastiches inconscients de la grande architecture militaire médiévales : les environs de Paris s’étaient retrouvés à nouveau fortifiés, la vieille tour de Montlhéry n’était plus solitaire, et même les immeubles de briques rouges qui avaient succédé à l’enceinte de Thiers évoquaient des murailles.
Et ce que j’avais initialement pris pour des anomalies, des accidents malheureux du post-modernisme, les grand ensembles voûtés et cannelés de Ricardo Boffil, étaient peut-être ce qui exprimait le mieux tout cela — ou du moins qui clôturaient avec le génie le plus clair cet âge des grands ensembles.
Car c’était cela, ces Carcassonnes, ces Acropoles, ces Atlandides qui surnageaient avec le plus de conviction au milieu des captures d’écrans de ruines médiévales qui s’accumulaient sur mon bureau.
Si décriées, dès leur construction, pour leur kitch intolérable ces mégastructures me sont soudain apparues comme absolument nécessaires.
Si les Villes Nouvelles n’ont jamais existé, et persisteront dans la mémoire des hommes, elles le doivent à ces rêveries bizarres et grandioses, à ces hybridations impossibles entre les cités idéales de Ledoux et les utopies corbuséennes.
L’Aqueduc de Saint-Quentin-en-Yvelines, les Espaces d’Abraxas à Marne-la-Vallée, les Colonnes de Saint-Christophe à Cergy-Pontoise sont les plus belles ruines du Grand Paris.
www.franceculture.fr/emissions/la-conclusion/ricardo-bofill immerssion dans le monde du logement social, l'univers des logements sociaux, des H.B.M au H.L.M - Retour sur l'histoire du logement collectif d'apres guerre - En Françe, sur l’ensemble du territoire avant, 4 millions d’immeubles étaient vétustes, dont 500.000 à démolir; au total 10% des logements étaient considérés comme insalubres et 40% réputés d’une qualité médiocre, et surpeuplés. C’est pour ces raisons que, à partir de 1954, le Ministre à la Reconstruction et au Logement évalue le besoin en logements à 2.000.660, devenant ainsi une priorité nationale. Quelques années plus tard à l’appel de l’Abbé Pierre, le journaliste Gilbert Mathieu, en avril 1957 publiait dans le quotidien Le Monde une série d’articles sur la situation dramatique du logement : Logement, notre honte et dénonçant le nombre réduit de logements et leur impitoyable état. Robert Doisneau, Banlieue après-guerre, 1943-1949 /Le mandat se veut triple : reconstruire le parc immobilier détruit durant les bombardements essentiellement du printemps/été 1944, faire face à l’essor démographique et enfin résorber l’habitat insalubre notamment les bidonvilles et les cités de transit. Une ambition qui paraît, dès le début, très élevée, associée à l’industrialisation progressive de la nation entre autre celle du secteur de la construction (voir le vidéo de l’INA du 17 juillet 1957 intitulée La crise du logement, un problème national. Cela dit, l’effort pour l’État français était d’une ampleur jamais vue ailleurs. La double nécessité de construire davantage et vite, est en partie la cause de la forme architecturale excentrique qui constituera les Grands Ensembles dans les banlieues françaises. Cinq caractéristiques permettent de mieux comprendre ce terme : la rupture avec le tissu urbain ancien, un minimum de mille logements, une forme collective (tours, barres) de quatre jusqu’à vingt niveaux, la conception d’appartements aménagés et équipés et enfin une gestion destinée pour la plupart à des bailleurs de logement social.
Pour la banlieue parisienne leur localisation s’est opérée majoritairement dans la périphérie, tandis que dans les autres cas, plus de la moitié a été construite dans le centre ville, le plus souvent à la limite des anciens faubourgs.
Architecture d’Aujourd’hui n° 46, 1953 p. 58-55
C’est le triomphe de l’urbanisme fonctionnel et rationaliste cher à Le Corbusier. Entre 1958 et 1973, cent quatre-vingt-quinze Zones à Urbaniser en Priorité (ZUP) sont créées, comprenant deux millions de logements, essentiellement de type populaire en Habitations à Loyer Modéré (HLM), mais pas exclusivement, remplaçant ainsi les anciennes Habitations à Bon Marché (HBM) crées en 1894. Selon le décret du 27 mars 1954 qui en fixe les conditions d’attribution, les bénéficiaires de la législation n’ont pas changé, ce sont toujours des « personnes peu fortunées vivant principalement de leur salaire », selon la loi Strauss de 1906. En 1953, tous les HLM voient leur surface maximale se réduire, en passant de 71 à 65 mètres carrés pour un quatre pièces. L’accès au logement des familles modestes se fera donc au détriment de la qualité et quantité de l’espace habité pour des familles nombreuses. À ce propos, le sociologue Thierry Oblet a bien montré comment se sont articulées les pensées des architectes et des ingénieurs modernistes, avec leur souci planificateur d’un État interventionniste[8] grâce à l’hégémonie du béton, de la ligne droite et de la standardisation de la construction.
Les exemples de cette architecture restent nombreux : de la Cité de 4000 (pour 4000 logements) à la Courneuve en Seine-Saint-Denis (93) aux logements de 15 étages aux balcons pétales, appelés « Chou-fleur » à Créteil en Val-de Marne (94) dessinés au début des années 70 par l’architecte Gérard Grandval. De la Cité des nuages à Nanterre dans les Hauts-de-Seine (92) à la Grande borne construite entre 1967 et 1971 sur le territoire des communes de Grigny et Viry-Châtillon, dans l’Essonne (91) en passant par la Noé à Chanteloup-les-Vignes dans le département des Yvelines (78) scénario du célèbre film La Haine[9] de Kassovits.
Récemment, plusieurs expositions photographiques se sont
concentrées sur cette nouvelle figure de l’urbanisme fonctionnaliste français de l’après-guerre. Par exemple Toit&Moi, 100 ans de logement social (2012), Les Grands ensembles 1960-2010 (2012) produite par l’école supérieure d’arts & médias de Caen/Cherbourg, selon un projet du Ministère de la Culture et de la Communication. Enfin l’exposition Photographie à l’œuvre, (2011-2012) d’Henri Salesse, photographe du service de l’inventaire du Ministère de la Reconstruction et de l’Urbanisme et Voyage en périphérie (2012) de Cyrus Cornut.
Il s’agissait là non seulement d’un progrès matériel, mais aussi démocratique, donnant ainsi à chaque citoyen, la possibilité d’accéder à son petit appartement doté de tous les conforts de l’époque. La recherche d’économie et de rapidité dans la conduite des chantiers portent à l’utilisation du béton comme matériel privilégié et à des plans architecturaux aussi simples que possible avec la réalisation de logements standardisés, dont les barres et les tours deviennent les figures principales : Au mitan des années cinquante, apparurent d’étranges formes urbaines. Des immeubles d’habitation de plus en plus longs et de plus en plus hauts, assemblés en blocs qui ne s’intégraient pas aux villes existantes. Ces blocs s’en différenciaient ostensiblement et parfois comme systématiquement, s’en isolaient. Ils semblaient faire ville à part. Surtout ils ne ressemblaient pas à ce qu’on avait l’habitude d’appeler ville. Et leur architecture aussi, qui était tellement déroutante. On les a nommés » grands ensembles. Cité de l’Abreuvoir, Bobigny (93), 2003 (Inventaire général du Patrimoine, Région Ile de France / Stéphane Asseline)
Bref, entre 1946 et 1975 le parc immobilier français passe de 12,7 millions à 21 millions de logements. Environ 8 millions de ceux-ci sont neufs, construits entre 1953-1975 – dont la moitié sous forme de grands ensembles – et près de 80 % des logements grâce à une aide de l’État avec des crédits publics. Le nombre de logements sociaux passe de moins de 500.000 à près de 3 millions, dont 43 % en région parisienne, où la demande est la plus forte[11]. Ce qui témoigne d’un effort énorme. Secrétariat d’État à la Reconstruction et au Logement, Supplément du logement en 1954, cité par Bachmann, C. Le Guennec, N., Violences urbaines…Op.cit, p.24. Alors que l’hiver 1954 est particulièrement rigoureux, l’abbé Pierre lance un appel en faveur des sans-logis et déshérités et organise des collectes de vêtements et de nourriture pour les plus démunis. Cela nous rappelle également que les inégalités sociales restaient particulièrement importantes à l’époque, malgré les débuts de la croissance économique, et que la crise du logement n’était pas encore complètement résolue. Danièle Voldman, La reconstruction des villes françaises de 1940 à 1954 : histoire d’une politique, Paris, L’Harmattan, 1997. Les Actualités françaises, La crise du logement, un problème national, 17 juillet, 1957, in fresques.ina.fr/…/la-crise-du-logement-un-probleme-n…, consulté le 20/02/2014. C’est l’urbaniste Marcel Rotival dans un numéro d’Architecture d’Aujourd’hui de juin 1935 (vol.1, n°6, juin 1935, p.57) qui propose pour la première fois cette terminologie pour désigner les Habitations à Bon Marché (HBM) et leur transformation en Habitations à Loyer Modéré (HLM), par la loi du 21 juillet 1951: « Nous espérons, un jour, sortir des villes comme Paris, non seulement par l’avenue des Champs Elysées, la seule réalisation de tenue sans laquelle Paris n’existerait pas, mais sortir par Belleville, par Charonne, par Bobigny, etc., et trouver harmonieusement disposés le long de larges autostrades, au milieu de grands espaces boisés, de parcs, de stades, de grandes cités claires, bien orientées, lumineusement éclairées par le soleil. » Largement reprise depuis les années 1950 dans le jargon administratif et public, elle apparaît pour la première fois dans un texte officiel qu’en 1973 avec la Circulaire Guichard, alors Ministre de l’Aménagement du territoire, de l’Equipement, du Logement et du tourisme. Celui-ci met un terme à la politique initiée après-guerre afin « d’empêcher la réalisation des formes d’urbanisation désignées généralement sous le nom de “grands ensembles”, peu conforme aux aspirations des habitants et sans justification économique sérieuse ». Paradoxalement, le terme de grands ensembles s’officialise donc au moment même où ils son mis en question. ZUP est un acronyme qui signifie Zone à Urbaniser en Priorité. Elles ont été créées par le décret N°58-1464 du 31 décembre 1958, afin de planifier et d’encadrer sur le territoire national, le développement urbain pour répondre à la carence de logements face à l’accroissement démographique et favoriser enfin la résorption de l’habitat insalubre. Oblet, Thierry, Gouverner la ville. Les voies urbaines de la démocratie moderne, Paris, PUF, 2003. En particulier par l’intermédiaire de la Société centrale de construction et de la Société centrale pour l’équipement du territoire, créées au milieu des années 1950 en tant que filiales de la Caisse des dépôts et consignations.
Kassovitz, Mathieu, La Haine, France, 1995.
Cornu, Marcel, Libérer la ville, Bruxelles, Casterman, 1977, p.60. Annie Fourcaut « Les banlieues populaires ont aussi une histoire », Projet 4/2007 (n° 299), pp. 7-15.
www.dailymotion.com/video/xw6lak?playlist=x34ije - Rue neuve 1956 la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, villes, villages, grands ensembles réalisation : Jack Pinoteau , Panorama de la reconstruction de la France dix ans après la fin de la seconde guerre mondiale, ce film de commande évoque les villes et villages français détruits puis reconstruits dans un style respectant la tradition : Saint-Malo, Gien, Thionville, Ammerschwihr, etc. ainsi que la reconstruction en rupture avec l'architecture traditionnelle à Châtenay-Malabry, Arles, Saint Étienne, Évreux, Chambéry, Villeneuve-Saint-Georges, Abbeville, Le Havre, Marseille, Boulogne-sur-Mer, Dunkerque. Le documentaire explique par exemple la manière dont a été réalisée la reconstruction de Saint-Malo à l'intérieur des rempart de la vieille ville : "c'est la fidélité à l'histoire et la force du souvenir qui a guidé l'architecte". Dans le même esprit à Gien, au trois quart détruite en 1940, seul le château construit en 1494 pour Anne de Beaujeu, fille aînée de Louis XI, fut épargné par les bombardements. La ville fut reconstruite dans le style des rares immeubles restant. Gien est relevé de ses ruines et le nouvel ensemble harmonieux est appelé « Joyau de la Reconstruction française ». Dans un deuxième temps est abordé le chapitre de la construction des cités et des grands ensembles, de l’architecture du renouveau qualifiée de "grandiose incontestablement". S’il est précisé "on peut aimer ou de ne pas aimer ce style", l’emporte au final l’argument suivant : les grands ensembles, c'est la campagne à la ville, un urbanisme plus aéré, plus vert." les films caravelles 1956, Réalisateur : Jack Pinoteau (connu pour être le metteur en scène du film Le Triporteur 1957 qui fit découvrir Darry Cowl) www.dailymotion.com/video/xuz3o8?playlist=x34ije - www.dailymotion.com/video/xk1g5j?playlist=x34ije Brigitte Gros - Urbanisme - Filmer les grands ensembles 2016 - par Camille Canteux chercheuse au CHS -Centre d'Histoire Sociale - Jeanne Menjoulet - Ce film du CHS daté de 2014 www.youtube.com/watch?v=VDUBwVPNh0s … L'UNION SOCIALE POUR L'HABITAT le Musée des H.L.M. musee-hlm.fr/ union-habitat.org/ - EXPOSITION :LES 50 ANS DE LA RESIDENCe SALMSON POINT-Du JOUR www.salmsonlepointdujour.fr/pdf/Exposition_50_ans.pdf - Sotteville Construction de l’Anjou, le premier immeuble de la Zone Verte sottevilleaufildutemps.fr/2017/05/04/construction-de-limm... - www.20minutes.fr/paris/diaporama-7346-photo-854066-100-an... - www.ladepeche.fr/article/2010/11/02/940025-140-ans-en-arc... dreux-par-pierlouim.over-blog.com/article-chamards-1962-9... missionphoto.datar.gouv.fr/fr/photographe/7639/serie/7695...
Official Trailer - the Pruitt-Igoe Myth: an Urban History
www.youtube.com/watch?v=g7RwwkNzF68 - la dérive des continents youtu.be/kEeo8muZYJU Et la disparition des Mammouths - RILLIEUX LA PAPE & Dynacité - Le 23 février 2017, à 11h30, les tours Lyautey étaient foudroyées. www.youtube.com/watch?v=W---rnYoiQc …
Ginger CEBTP Démolition, filiale déconstruction du Groupe Ginger, a réalisé la maîtrise d'oeuvre de l'opération et produit les études d'exécution. L'emblématique ZUP Pruitt Igoe. vaste quartier HLM (33 barres de 11 étages) de Saint-Louis (Missouri) USA. démoli en 1972 www.youtube.com/watch?v=nq_SpRBXRmE … "Life is complicated, i killed people, smuggled people, sold people, but perhaps in here.. things will be different." ~ Niko Bellic - cité Balzac, à Vitry-sur-Seine (23 juin 2010).13H & Boom, quelques secondes plus tard, la barre «GHJ», 14 étages et 168 lgts, s’effondrait comme un château de cartes sous les applaudissements et les sifflets, bientôt enveloppés dans un nuage de poussière. www.youtube.com/watch?v=d9nBMHS7mzY … - "La Chapelle" Réhabilitation thermique de 667 logements à Andrézieux-Bou... youtu.be/0tswIPdoVCE - 11 octobre 1984 www.youtube.com/watch?v=Xk-Je1eQ5po …
DESTRUCTION par explosifs de 10 tours du QUARTIER DES MINGUETTES, à LYON. les tours des Minguettes ; VG des tours explosant et s'affaissant sur le côté dans un nuage de fumée blanche ; à 13H15, nous assistons à l'explosion de 4 autres tours - St-Etienne Métropole & Montchovet - la célèbre Muraille de Chine ( 540 lgts 270m de long 15 allees) qui était à l'époque en 1964 la plus grande barre HLM jamais construit en Europe. Après des phases de rénovation, cet immeuble a été dynamité en mai 2000 www.youtube.com/watch?v=YB3z_Z6DTdc … - PRESQU'ILE DE GENNEVILLIERS...AUJOURD'HUI...DEMAIN... (LA video içi parcours.cinearchives.org/Les-films-PRESQU-ILE-DE-GENNEVI... … ) Ce film de la municipalité de Gennevilliers explique la démarche et les objectifs de l’exposition communale consacrée à la presqu’île, exposition qui se tint en déc 1972 et janvier 1973 - le mythe de Pruitt-Igoe en video içi nextcity.org/daily/entry/watch-the-trailer-for-the-pruitt... … - 1964, quand les loisirs n’avaient (deja) pas le droit de cité poke @Memoire2cite youtu.be/Oj64jFKIcAE - Devenir de la ZUP de La Paillade youtu.be/1qxAhsqsV8M v - Regard sur les barres Zum' youtu.be/Eow6sODGct8 v - MONTCHOVET EN CONSTRUCTION Saint Etienne, ses travaux - Vidéo Ina.fr www.ina.fr/video/LXF99004401 … via - La construction de la Grande Borne à Grigny en 1969 Archive INA www.youtube.com/watch?time_continue=12&v=t843Ny2p7Ww (discours excellent en seconde partie) -David Liaudet : l'image absolue, c'est la carte postale" phothistory.wordpress.com/2016/04/27/david-liaudet-limage... … l'architecture sanatoriale Histoire des sanatoriums en France (1915-1945). Une architecture en quête de rendement thérapeutique..
passy-culture.com/wp-content/uploads/2009/10/Les-15-Glori... … … & hal.archives-ouvertes.fr/tel-01935993/document … explosion des tours Gauguin Destruction par implosion des Tours Gauguin (quartier de La Bastide) de Limoges le dimanche 28 novembre 2010 à 11 heures. Limoges 28/11/2010 youtu.be/cd0ln4Nqqbs … 42 Roanne - c'etait le 11 novembre 2013 - Souvenirs des HLM quartier du Parc... Après presque 45 minutes de retard, les trois dernières tours Chanteclair sont tombées. Le tir prévu etait à 11h14 La vidéo içi www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-les-3-dernieres-... … … www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-une-vingtaine-de... …Besançon (25) - la Nouvelle cité d'HLM La Planoise en 1960 avec la video des premiers habitants de Planoise en juin 1968 www.youtube.com/watch?v=LVKAkJSsCGk … … … archive INA … BEGIN Japanology - les utopies de l'extreme et Kenzo Tange l'architecte japonnais - la video içi www.youtube.com/watch?v=ZlAOtYFE4GM … 71 les Prés Saint-Jean a Chalon-sur-Saône - L'Implosion des 3 tours HLM de 15 etages le 5 décembre 2009 par FERRARI DEMOLITION içi www.youtube.com/watch?v=oDsqOjQJS8E … … … & là www.youtube.com/watch?v=ARQYQLORBBE … 21 DIJON Cité des Grésilles - c'etait l'implosion de la residençe HLM Paul Bur le 19 02 2010 www.youtube.com/watch?v=fAEuaq5mivM … … & la www.youtube.com/watch?v=mTUm-mky-sw … 59 - la technique dite du basculement - Destruction de l'immeuble Rhone a Lille avec pleins de ralentit içi video-streaming.orange.fr/actu-politique/destruction-de-l... … 21 Chenôve (le GRAND DIJON) - Implosion de la barre François RUDE le 3 nov 2010 (top video !!) www.youtube.com/watch?v=ClmeXzo3r5A … …Quand l histoire çe repete et çe repetera autant de fois que nesçessaire quand on voie la quantitée de barres 60 70's...dans le collimateur de l'ANRU2.. 77 MEAUX 3 grandes tours..& puis s'en vont.. Démolition Pierre Collinet Batiment Genêt, Hortensia et Iris - Reportage Journal le 26 juin 2011 youtu.be/fpPcaC2wRIc 71 CHALON SUR SAONE C'etait les Prés Saint Jean le 05 décembre 2009 , pour une implosion hlm hors du commun !!! Caméra mise à même le sol , à une vingtaine de mètres de la première tour .... www.youtube.com/watch?v=kVlC9rYU-gs … 78 les MUREAUX le 3 octobre 2010 ,Les dernières minutes de la Tour Molière aux Mureaux (Yvelines) et sa démolition par semi-foudroyage, filmés du quartier de la Vigne Blanche. www.youtube.com/watch?v=u2FDMxrLHcw …71 MACON LES GRANDES PERRIERES C'etait un 30 juin 2013, avec l'implosion de la barre HLM des Perrières par GINGER www.youtube.com/watch?v=EzYwTcCGUGA … … une video exceptionnelle ! c'etait Le Norfolk Court un ensemble résidentiel, le Norfolk Court, construit dans les années 1970, a été démoli à Glasgow en Ecosse le 9 mai 2016 . Il rate la démolition d'un immeuble au tout dernier moment LES PASSAGERS DU BUS EN PROFITE A SA PLAçE lol www.20minutes.fr/tv/t-as-vu/237077-il-rate-la-demolition-... … 69 LYON Quand La Duchère disait adieu à sa barre 230 le jeudi 2 juillet 2015
www.youtube.com/watch?v=BSwidwLw0NA … www.youtube.com/watch?v=BdLjUAK1oUk … www.youtube.com/watch?v=-DZ5RSLpYrM …Avenir Deconstruction : Foudroyage de 3 barres HLM - VAULX-EN-VELIN (69) www.youtube.com/watch?v=-E02NUMqDno Démolition du quartier Bachelard à Vaulx-en-Velin www.youtube.com/watch?v=DSAEBIYYpXY Démolition des tours du Pré de l'Herpe (Vaulx-en-Velin)
www.youtube.com/watch?v=fG5sD1G-QgU REPORTAGE - En sept secondes, un ensemble de 407 appartements à Vaulx-en-Velin a été détruit à l'explosif dans le cadre du renouvellement urbain... www.youtube.com/watch?v=Js6w9bnUuRM www.youtube.com/watch?v=MCj5D1NhxhI - St-QUENTIN LA ZUP (scic)- NOUMEA - NOUVELLE CALEDONIE historique de la cité Saint-Quentin içi www.agence-concept.com/savoir-faire/sic/
www.youtube.com/watch?v=_Gt6STiH_pM …[VIDEOS] Trois tours de la cité des Indes de Sartrouville ont été démolies dans le cadre du plan de rénovation urbaine du quartier Mille quatre cent soixante-deux détonateurs, 312 kilos le 06/06/2010 à 11 heures. la belle video içi www.youtube.com/watch?v=fY1B07GWyDE VIGNEUX-SUR-SEINE, VOTRE HISTOIRE, VOS SOUVENIRS. içi www.youtube.com/watch?v=8o_Ke26mB48 … , Film des Tours et du quartier de la Croix Blanche, de 1966 à 1968. Les Tours en train de finir de se construire, ainsi que le centre commerciale. Destruction de la Tour 21, pour construire de nouveaux HLM...
42 LOIRE ST-ETIENNE MONTREYNAUD tout une histoire youtu.be/ietu6yPB5KQ - Mascovich & la tour de Montreynaud www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE … -Travaux dalle du Forum à Montreynaud Saint-Etienne www.youtube.com/watch?v=0WaFbrBEfU4 … & içi www.youtube.com/watch?v=aHnT_I5dEyI … - et fr3 là www.youtube.com/watch?v=hCsXNOMRWW4 … - Au nord-Est de St-Etienne, aux confins de la ville, se dresse une colline et sur les pentes de cette colline s’accroche une petite ville, un quartier, un peu à part. Cet endroit niché au milieu de la verdure, c’est le quartier de Montreynaud. www.youtube.com/watch?v=Sqfb27hXMDo&fbclid=IwAR2ALN4d... …Et sinon, avez-vous remarqué au dessus du P de AGIP ? On voit, dans le film, la Tour Réservoir Plein Ciel du quartier de Montreynaud, détruite 3 ans plus tard par foudroyage ! Sûr que @Memoire2cite a des photos du quartier et de la tout à l'époque ! ;-) 42 LOIRE SAINT-ETIENNE MONTREYNAUD LA ZUP Souvenirs avec Mascovich & son clip "la tour de Montreynaud" www.youtube.com/watch?v=p7Zmwn224XE …
- Que de chemin parcouru, Muraille de Chine La Palle Beaulieu jusqu'aux années 90. L habitat se transforme et s adapte aux nouveaux besoins. Autre temps, période d'essor économique et du "vivre ensemble". Merci à @Memoire2cite pour cette introspection du passé! -
A Igreja Matriz de Águeda tem como padroeira a Santa Eulália (foi considerada uma das maiores mártires dos três primeiros séculos da nossa era).
Para os habitantes de Águeda esta construção é um dos monumentos mais antigos da cidade. Teve um papel muito importante, pois foi à sua volta que começou o aglomerado populacional. A sua construção não se sabe, ao certo, quando foi iniciada, pois só começa a aparecer documentação a partir do ano de 1320, no reinado de D. Dinis.
Ao longo dos séculos XVI e XVIII foram efectuados grandes restauros, que ainda hoje podemos observar.
Ladeando a frontaria pela direita, entramos no Átrio dos Arcos (ou Átrio Externo), composto por nove vãos levemente arqueados. Por este Átrio, podemos entrar pela porta de sucupira, de quatro folhas, e chegamos ao Átrio Interno. À esquerda encontra-se a escultura de Santa Eulália, em estilo gótico, do séc. XV, esta encontra-se danificada pela erosão, pois foi esta que esteve durante anos e anos no nicho granítico da frontaria. Esta é a imagem mais antiga que se encontra nesta igreja. Também neste Átrio se encontra a Deposição no Túmulo, imagem de Jesus morto e esculturas em meio corpo, que representam as personagens que intervieram na descida da cruz e tumulação.
Na Nave Principal o “Painel da Santa Eulália”, mede 4,4 metros de altura e 2,05 de largura, tela a óleo, proveniente de oficina lisbonense do séc. XVIII. Caminhando na direcção da Nave Central, podemos admirar os retábulos e ornamentos da Nave Central. No Retábulo da direita há uma escultura de Santa Luzia de madeira do séc. XVIII. No retábulo da esquerda há uma escultura com Nossa Senhora do Rosário, também do séc. XVIII, e toda a talha tem o dourado, no mais perfeito enquadramento no estilo. A Capela-Mor tem à direita, um retábulo principal, as imagens de S. Pedro e à esquerda a imagem de Santa Eulália. Podemos ver ainda dois “Anjos Ceroferários” de madeira dourada.
Na Capela Baptismal podemos ver a Pia Baptismal, cuja taça gótica tem dezasseis caneluras verticais e modelaram em apenas nove, cabeças de criança. A Capela Mortuária tem um retalho em estilo barroco, apresenta quatro colunas torcidas, embelezadas com grinaldas de flores, e na parte central um painel com as “Almas do Purgatório”. Podemos admirar ainda, num grupo de três salas a que chamamos “Cartório-Museu”, muitos elementos de valor diferente, desde várias telas a óleo, a retábulos, a esculturas, a painéis, etc. Por exemplo: Imagens de S. Francisco de Assis, S. Domingos, S. João Baptista, Stº António, S. José e o Menino. www.cm-agueda.pt/PageGen.aspx?WMCM_PaginaId=28710
Basílica da Sagrada Família
Texto, em português, da Wikipédia, a enciclopédia livre:
Templo Expiatório da Sagrada Família
Templo Expiatório da Sagrada Família, e também conhecido simplesmente como Sagrada Família, é um grande templo católico da cidade catalã de Barcelona (Espanha), desenhado pelo arquiteto catalão Antoni Gaudí, e considerado por muitos críticos como a sua obra-prima e expoente da arquitetura modernista catalã. Financiado unicamente por contribuições privadas , o projeto foi iniciado em 1882 e assumido por Gaudí em 1883, quando tinha 31 anos de idade, dedicando-lhe os seus últimos 40 anos de vida, os últimos quinze de forma exclusiva. A construção foi suspensa em 1936 devido à Guerra Civil Espanhola e não se estima a conclusão para antes de 2026, centenário da morte de Gaudí.
A construção começou em estilo neogótico, mas o projeto foi reformulado completamente por Gaudí ao assumi-lo. O templo foi projetado para ter três grandes fachadas: a Fachada da Natividade, quase terminada com Gaudí ainda em vida, a Fachada da Paixão, iniciada em 1952, e a Fachada da Glória, ainda por completar. Segundo o seu proceder habitual, a partir de esboços gerais do edifício Gaudí improvisou a construção à medida que esta avançava. O templo, quando estiver terminado, disporá de 18 torres : quatro em cada uma das três entradas-portais, a jeito de cúpulas; irá ter um sistema de seis torres, com a torre do zimbório central dedicada a Jesus Cristo, de 170 metros de altura, outras quatro ao redor desta, dedicadas aos evangelistas, e um segundo zimbório dedicado à Virgem. O interior estará formado por inovadoras colunas arborescentes inclinadas e abóbadas baseadas em hiperboloides e paraboloides buscando a forma ótima da catenária. Estima-se que poderá levar no seu coro 1500 cantores, 700 crianças e cinco órgãos. Em 1926, ano em que faleceu Gaudí, apenas estava construída uma torre. Do projeto do edifício só ficaram planos e um modelo em gesso que resultou muito danificado durante a Guerra Civil Espanhola. Desde então prosseguiram as obras: atualmente (2015) estão terminados os portais da Natividade e da Paixão, e foi iniciado o da Glória, estando em construção as abóbadas interiores.
A obra que realizou Gaudí - a fachada da Natividade e a cripta - foi incluída pela UNESCO em 2005 no Sítio do Patrimônio Mundial com o título «Obras de Antoni Gaudí».
História
O propósito de construir um templo expiatório dedicado à Sagrada Família em uns novos terrenos do Eixample barcelonês foi do livreiro Josep Maria Bocabella, para o que fundou a Associação de Devotos de São José. Para isso foi adquirido um quarteirão inteiro do Eixample num lugar conhecido como El Poblet, perto do Camp de l'Arpa, em Sant Martí de Provençals, entre as ruas Provença, Maiorca, Marina e Sardenya.
O projeto foi entregue em primeiro lugar a Francisco de Paula del Villar y Lozano, que propôs um conjunto neogótico, recusando a sugestão de Bocabella de fazer uma réplica do Santuário da Santa Casa de Loreto . O projeto de Villar consistia numa igreja de três naves, com os elementos típicos do gótico, como os vitrais alveolados, os contrafortes exteriores e um alto campanário em forma de agulha. A primeira pedra foi colocada a 19 de Março de 1882, dia de São José, com a presença do então bispo de Barcelona José María Urquinaona. Gaudí assistiu à cerimônia, já que tinha trabalhado como ajudante de Villar em vários projetos. As obras não se iniciaram até 25 de Agosto de 1883, sendo adjudicadas ao empreiteiro Macari Planella i Roura.
Em 1883, Villar renunciou por desavenças com Joan Martorell, arquiteto assessor de Bocabella. O projeto foi oferecido ao próprio Martorell, mas, ao recusar, este foi oferecido a um jovem Gaudí de 31 anos; Gaudí fora ajudante de Martorell em várias construções, fato que motivara a recomendação de Gaudí, que ainda não executara grandes obras. Ao encarregar-se Gaudí do projeto, modificou-o por inteiro - salvo a parte já construída da cripta -, imprimindo-lhe o seu estilo peculiar. Durante os remanescentes 43 anos da sua vida trabalhou intensamente na obra, os últimos 15 anos de forma exclusiva. Esta dedicação tão intensa tem a sua explicação, para além da magnitude da obra, pela circunstância de Gaudí definir muitos aspetos à medida que a construção avançava, em lugar de os ter concretizado previamente nos seus planos e instruções. Por isso a sua presença pessoal na obra era de grande importância.
Durante a vida de Gaudí somente foi feita a fachada da Natividade , com escultura de Carles Mani, Llorenç Matamala e Joan Matamala, contando com os desenhos de Ricard Opisso; Gaudí apenas chegou a ver coroada a torre de São Barnabé antes do seu falecimento. À morte de Gaudí encarregou-se das obras o seu ajudante Domènec Sugrañes, durante os anos 1926-1936, acabando as três torres que ficavam na fachada da Natividade.
Durante a Guerra Civil Espanhola ficou destruída na sua maior parte a oficina na qual Gaudí trabalhara, e onde se encontravam os seus croquis, maquetes e modelos . Por esta causa e pela particular maneira de trabalhar Gaudí, não ficaram planos nem diretrizes a respeito de como devia terminar-se o templo. Portanto, quando em 1944 prosseguiu a construção da Sagrada Família, teve de definir-se em primeiro lugar como devia proceder-se, para edificar o templo da forma mais fiel aos princípios de Gaudí.
À frente desta gigantesca tarefa estiveram os arquitetos Francesc Quintana, Isidre Puig i Boada e Lluís Bonet i Garí, enquanto da obra escultórica se encarregou Jaume Busquets. Posteriormente, quando se construiu a fachada da Paixão, o conjunto principal das figuras escultóricas foi encarregado a Josep Maria Subirachs . As obras deste último originaram certa polêmica, devido a ter criado esculturas totalmente contemporâneas afastadas do estilo realista que Gaudí incluiu na fachada da Natividade. O escultor japonês Etsuro Sotoo colaborou em algumas esculturas da fachada da Natividade . Desde 1987 que as obras estão sob a direção do arquiteto Jordi Bonet i Armengol.
Projeto de praça estrelada para a Sagrada Família (1916).
Um dos pontos que suscitou maior controvérsia em relação ao templo é a sua situação no tecido urbanístico de Barcelona: quando começaram as obras encontrava-se num descampado, mas rapidamente ficou integrado no rápido desenvolvimento da cidade em princípios do século XX. Em 1905 Gaudí realizou um projeto para englobar a Sagrada Família dentro do Plano Jaussely, o novo projeto de alargamento barcelonês: concebeu situar o templo dentro de uma zona ajardinada em forma de estrela octogonal, que teria proporcionado uma excelente visão do templo a partir de todas as zonas circundantes. Finalmente, devido ao custo dos terrenos, reduziu o projeto a uma estrela de quatro pontas, que permitia uma ampla visão de todos os vértices. Contudo, o plano de Gaudí não se levou a cabo: em 1975 o Município de Barcelona realizou um estudo urbanístico que previa reabilitar uma zona em forma de cruz em torno da Sagrada Família, com quatro praças ajardinadas em cada extremo do templo ; mesmo assim, atualmente existem apenas duas destas praças, e a criação das novos espaços implicaria demolir vários edifícios, pelo qual ainda se estuda a solução ideal para enquadrar a Sagrada Família numa envolvente apropriada.
O Templo da Sagrada Família teve vários eventos destacados: em 1920 celebrou-se o Ano Jubilar de São José com procissões, peregrinações e missas, e cantou-se o Aleluia de O Messias de Händel por mil cantores de orfeões vindos de toda a Catalunha, dirigidos por Lluís Millet. Em 1953, por ocasião do 35º Congresso Eucarístico Internacional celebrado em Barcelona, foi inaugurada a iluminação artística da fachada da Natividade. Em 1981 abriu-se a praça Gaudí frente à Sagrada Família, com um projeto de jardins de Nicolau Maria Rubió i Tudurí, onde se destaca o tanque, em cujas águas fica refletido o templo. Ao ano seguinte, por ocasião do centenário da colocação da primeira pedra, o templo recebeu a visita do Papa João Paulo II. Igualmente, a 18 de Março de 2007 foi comemorado o 125.º aniversário da colocação da primeira pedra do templo com uma festa, concertos e bailando uma sardana em redor de todo o templo. O templo é palco habitual de numerosos atos culturais e encontros religiosos.
Veja o texto completo no site pt.wikipedia.org/wiki/Templo_Expiat%C3%B3rio_da_Sagrada_F...
A text, in english, from barcelona.de/en/barcelona-sagrada-familia.html
The basilica Sagrada Familia
Antoni Gaudí's life work is an UNESCO world heritage
The Sagrada Familia is one of the most famous landmarks in Barcelona. Since 1882 it was built at the church in the district Eixample built. From 1883 the Catalan architect Antoni Gaudí took over the leadership of the works until his death in 1926. The building is significantly influenced by him. The church is such a huge size, so they often referred it as "cathedral", but without having a bishop's seat. Pope Benedict XVI. inaugurates the Sagrada Familia on November 7, 2010. The church building is raised to a basilica.
Much time should allow for the visit of the details of the facades, where many embassies and biblical stories are hidden.
With the completion in 2026 expected, the construction is financed solely from donations and ticket money. Currently, 8 out of 12 about 100 meters tall bell towers are completed. The higher towers of the facade of the glory will be built and the central dome with a height of over 170 meters. Currently, part of the cloister is the building of the apse dome.
The start of construction of the Sagrada Familia.
Mid-19th Century the booksellers José María Boca Bella , Chairman of the Holy Brotherhood, planned a church in Barcelona to build and to devote the Holy Family ( "Sagrada Familia"). The land he choose was a parcel within the "Poblet (village). He preferred a fundamental step closer to the city centre out. Because of the already high land prices this was not possible.
The planning of the church began with the architect of the Diocese Francisco del Villar. He designed a church in Gothic style and began in 1882 with the construction of the crypt. Because of fundamental disagreements with Boca Bella he had to resign from his job. A few months later in 1883, the young architect Antoni Gaudí took over his work.
Gaudí took place in the Sagrada Familia his life's work. He worked until his death on 10th June 1926.
Under Gaudí the church won because of their extensive dimension and its lush design with such importance that they soon called it "the Cathedral". Also Gaudí even called it, although they do not house a bishop. He was convinced that one day the city would be known as "his" church.
Gaudí shaped espacially the Sagrada Familia . Many new parts are built according to plans, which are hardly ever received and often depend on assumptions as the great architect had originally planned. Of course everyone is sure of one thing: the Church Sagrada family in case of completion in respect to all previously built churches of Christendom will surpass all in greatness.
As a church, the Sagrada Familia should not only be seen in the artistic point of view. It must be the consideration of building facades with its towers and even religion.
Tips for visiting the Sagrada Familia.
The Sagrada Familia is the most visited monument in Spain. At peak times therefore sometimes one can queue in front of the house and cash in on the elevators of the towers which go up, on the other. The largest are the queues in the late morning. So if you dont want to stay in the queue, use the time to the cathedral from a distance, the two places right and left of the Sagrada Familia from them.
On the rear lifts, in the towers of the facade of the birth of Christ which goes up, the queue is much shorter. Do not return to down the lifts, use the stairs. Only then do you see the absolutely stunning spiral staircase.
I consider women as a fertile garden of humanity and men as fragile butterflies, flying in the wind of desire...
Self-taught artist Christian Pendelio was born in 1967 in Toulouse, France and began his artistic career in comic strips and water colors. His artworks are now presented in Art Gallery particularly in Asia, Hong kong & Singapore since 1994. Christian is famous in turning his canvas into a Magical World of Fairy Tale. He likes to provide a base for the viewer's imagination to expand upon. A stepping stone for us to develop our own story based on our past, present and even our dreams. His artworks has the power to take us into other places and to plumb the depths of our most hidden dreams. Most of his subjects are riding on something in search of love, faith & hope. He paints the scenery into an imagery of love and voyage spiced with witty allegories. The dreamy fairyland and stylized characters intrigue viewers to waves of thoughts. Whimsical and playful, Christian's paintings give a sense of humor and an intriguing after-taste. His paintings have been exhibited in galleries since 1994, and are now in private collections in many places around the world. They can be seen in art galleries, especially in Asia, Hong-Kong, Singapore and in France.
To see more of our artworks, visit us at odetoart.com
Even though we might as well consider Flickr as a dead virtual platform at this point, I couldn't help to revive this little ceremony I made up last year just to keep my dolly account alive.
As in 2022, these five categories will find their winning pictures:
Doll of The Year
Favourite Picture
Favourite Photoshoot
Favourite Casual Shot
Favourite Photo Edited Shot
Lets start 🏆
Doll Of The Year: Jewel the Swiftie
It's her, hi.
2023 has been pretty much Taylor Swift's year, and this clearly had to find a correspondence in my dollyverse with my Swiftie Poppy, AKA Jewel.
I have been enjoying this lovely girl since 2011 (!) and I am sure her sweet blue eyes, her honey coloured hair and her calming aura will never get old, but most importantly, I will never grow tired of how effortessly she photographs and gives tangibility to every Taylor Swift related idea I have in mind 😁
Early Poppys tend to be easily romanticized, but being an old collector, I think they deserve it most of the times, and this particular Poppy is one of the most precious ones in my opinion, up there with the more coveted ones.
I lost count on how many pictures I have taken of Jewel in the last 12 months, probably the most ever, but I am pretty sure I will gladly keep on taking many in 2024 too :P
Favourite Picture: Fleur in Sorrento
That of 2023 has been on of my most fun summers to date, also dolly-wise.
I have taken many dolls outdoors, took exciting trips and pictures with them, and this very one of Fleur (Great Pretender Lilith Blair) in Sorrento is easily my picture of the year.
Living near these beautiful areas (well, at least if you are willing of travelling a little- my city, Salerno, is not so close to Sorrento, after all!) is a real blessing and I am happy to have made the last-minute decision to bring Fleur with me that day.
This picture was taken on an extremely hot day in August, with my phone, and I remember I couldn't see the screen so it basically was all casual, which has made this small photoshoot even more special.
Favourite Photoshoot: Welcome home, Patrick
I tended to get new dolls quite rarely in the last few years, but every purchase has been a utter joy and delight, and Patrick (Sound Individual Romain Perrin) was sure one of my most anticipated arrivals in my dolly-carreer, lol!
Isn't he just the perfect man....erm...doll?
Tall, dark, blue eyed and passionate for music?
Sounds like a perfect match, for both my dolls and I 😬
I always get my dolls nude because I am not really into exclusive fashion pieces, which seems to be the norm with the most successful and sought-after Integrity boys and girls, so whenever a doll has a more casual and accessible style my attention gets immediately drawn.
When this guy was announced, I remember I thought he didn't have one single thing I didn't absolutely adore, and I think it was a first for me.
The vinyls, the headphones, his clothes...and him, of course.
This picture was one of the first ones I took of him and I felt like he had been with me for years.
The magic of collecting ✨️
Favourite Casual Shot: Verity before my drawer
Verity (Day Tripper Poppy Parker OOAK) was my doll of the year in 2022, so I can only be happy to find her in this little top 5 in 2023 too.
She is just one of the most special Poppys to me, extremely beloved and spoiled with unique wardrobe choices selected just for her.
This particular hoodie was one of my many AliExpress finds of the year.
I don't know for what kind of dolls it was originally made for, but I think it perfectly fits with her tomboysh oversize style, and this was just a random picture to show how cute she looked to my friends.
Favourite Photo Edited Shot: Jewel has been enchanted to meet you all
And here I am ending this ceremony just like I started it: it's her again, hi.
In the many pictures I took of Jewel this year, this has probably been the most fun one.
It's a rendition of Taylor Swift's Speak Now album cover, although she is 'wearing' a tiny organza bag and not the wonderful purple gown you might be suggested to image (am I good at manipulating? maybe I am better at photo-manipulating, which I also prefer 😬)
It's a rather simple edit (I just swapped the wallpaper with a darker one) but I enjoyed the process so much because I really love that particular cover, it's just so magical and dreamy, just like this Poppy.
Aaaaand...we're done!
I hope your 2023 was good, both personally and dolly-related, and I wish you a fantastic 2024!
May all the beautiful dolls you desire come knocking at your door ♀️
Blueberry juice feels rather decadent when you consider how many of the tiny fruits are required to produce just a glass or two of juice. Luckily, blueberry pulp is very easy to use. It becomes almost invisible when combined with chocolate or cocoa powder in baked goods, where it lends moisture and can even replace some of the oil or butter in your recipe.
www.foodthinkers.com/2010/05/blueberry-papaya-cucumber-ju...
BLUEBERRY PAPAYA CUCUMBER JUICE
Juice Ingredients
1¼ cup blueberries
1 medium papaya, peeled, and trimmed, seeds removed
1 large cucumber, peeled and seededjuice of 1 to 2 sweet limes or 1 Valencia orange
Juice Instructions
1. Process blueberries and cucumber in your juicer and reserve the pulp in one bag.
2. Juice papaya and reserve its pulp separately.
3. Add the sweet lime or orange juice to the mixture, stir, and enjoy.
Serves 3.
BLUEBERRY CHOCOLATE CAKE WITH DARK CHOCOLATE GANACHE AND TOASTED COCONUT
The above juice left me with about 4 ounces (½ cup) of cucumber-blueberry pulp and ¾ cup of papaya pulp. Using slightly more or less pulp in your recipe probably will not affect your finished product all that much.
Here I adapted my standard vegan chocolate cake recipe, with the pulp serving as a substitute for a large portion of the oil. As I mentioned above, the pulp in the batter is virtually undetectable and the cake came out incredibly moist and tender.
Cake Ingredients
1½ cups whole wheat pastry flour
1½ cups all purpose flour
⅔ cup unsweetened cocoa powder, plus extra for dusting
(I add a tablespoon or two of black onyx cocoa powder to my regular cocoa when I make chocolate cake — it gives a slightly richer product. Onyx cocoa powder can be ordered from the Savory Spice Shop.)
1½ cups sugar
1 teaspoon baking soda
1 teaspoon salt
½ cup blueberry-cucumber pulp
½ cup vegetable oil
2 cups brewed black tea*, chilled
1 tablespoon vanilla
4 tablespoons apple cider vinegar
*Either coffee or tea works very well in this recipe — for best results be sure to use a strong brew.
Cake Instructions
1. Grease two 9-inch round cake pans and dust with cocoa powder. Line bottoms of the pans with parchment paper and grease the parchment as well.
2. Preheat oven to 375°F (190°C) with a rack in the middle.
3. Sift flours, sugar, cocoa, baking soda, and salt together in a large bowl.
4. In a separate bowl, combine the blueberry-cucumber pulp, vegetable oil, chilled tea, and vanilla.
5. Pour the wet ingredients into the dry and combine with a rubber spatula. Add the vinegar and mix in with as few strokes as possible (it’s okay if there are streaks in the batter).
6. Pour batter into the prepared pans and bake for 30 to 35 minutes, testing doneness with a wooden toothpick.
7. Let cakes cool in their pans for 5 to 10 minutes before running a knife around the edge of each pan and unmolding to cool completely.
While cakes are cooling, put the papaya pulp and a tablespoon or two or orange juice into a small saucepan and bring to a simmer. Add a tablespoon of sugar and stir as the mixture simmers gently for about 5 minutes. Cook until you have a thick, spreadable paste. Cool.
Filling Instructions
When the cake has cooled you may want to even out the surface of your first layer by slicing off the dome to create a flat, even round. Spread the papaya filling over the bottom cake layer and top with second cake.
Ganache Ingredients
8 ounces chopped dark chocolate, or chocolate chips (about 60% cocoa)
⅔ cup soy milk
4 tablespoons maple syrup
topping: ½ cup toasted* unsweetened shredded coconut
(*spread coconut onto a sheet pan and toast at 325°F (163°C) in a toaster oven for about 10 minutes)
Ganache Instructions
1. Heat the soy milk in a small saucepan until it begins to boil. Remove from heat and immediately add the chocolate.
2. Stir until all the chocolate has melted, then stir in maple syrup until the mixture is completely smooth.
3. Let cool slightly before pouring over the cake. Top your cake with the toasted coconut, and chill in fridge to set the ganache.
This cake keeps beautifully for 3 to 4 days at room temperature when wrapped in plastic or stored inside a cake dome.
Capilla del Beato Sebastián de Aparicio
Interior Convento San Francisco de Asís
Blvd. Héroes del 5 de mayo y 14
Puebla de los Ángeles,Estado de Puebla,México
Ote. 1009
C.P. 72000
RR. PP. FRANCISCANOS
Tel. 222 235 83 08
La capilla anexa al presbiterio alberga la pequeña escultura de la Virgen Conquistadora que trajo consigo Hernán Cortés y el cuerpo incorrupto del Beato Sebastián de Aparicio.
Es aquí donde los peregrinos vienen a venerar los restos del Beato Sebastián de Aparicio (1502-1600). Su momia se expone en una urna ataúd de vidrio.
Aunque todavía no se ha canonizado, los poblanos lo consideran el santo patrono de los choferes y todos aquellos que manejan vehículos.
Beato Sebastián de Aparicio, el de las carretas
Vida de el Frayle lego Sebastián de Aparicio
Resumen del Texto copiado de
hispanidad.tripod.com/hechos14.htm
Un santo analfabeto
Conocemos bien la santa vida del Beato Sebastián de Aparicio, pues al morir en 1600 la fama de santidad de este gallego-mexicano es tan grande, que ya en 1603 el rey Felipe III escribe al obispo de Tlaxcala para que haga información procesal de su vida y milagros. Y el obispo, en 1604, le remite la biografía escrita por fray Juan de Torquemada. Muy tempranas son también las vidas escritas por el médico Bartolomé Sánchez Parejo, fray Bartolomé de Letona (1662) y fray Diego de Leyva (1685). En ellas y en otros antiguos documentos se apoyan las recientes biografías de los franciscanos Alejandro Torres (19682), Gaspar Calvo Moralejo (19762) y Matías Campazas (19852), según las cuales va mi relato.
El 20 de enero de 1502, en el pueblo gallego de Gudiña, en el matrimonio de Juan Aparicio y Teresa del Prado, nace después de dos niñas un varón, al que le ponen por nombre el santo del día: Sebastián. Nada hace presagiar que la vida de este niño va a ser tan preciosa. En realidad no es sino un chico gallego como otros tantos, que nunca aprenderá a leer y a escribir -la escuela entonces era cosa de pocos-, y que desde niño, en cambio, será instruido en las oraciones, en el catecismo, y en las muy diversas artes campesinas: hacer leña, cuidar los animales, regar, cultivar el campo, arreglar el carro, las cercas y tejados, y tantas cosas más que va a seguir ejercitando toda su vida. A los cinco o seis años, aquejado de una grave enfermedad contagiosa, y aislado por su madre en una choza solitaria, recibe en la noche la visita misteriosa de una loba que le libra de su tumor. Según Sánchez Parejo, el mismo Sebastián «refirió este suceso varias veces a sus amigos, cuando ya era fraile»
Un hombre casto
Pasada la adolescencia entre los suyos, emigra a Castilla en su primera juventud, buscando trabajo. Lo encuentra en Salamanca, en la casa de una viuda joven y rica, que se enamoró perdidamente del mozo. Asistido por la gracia del Salvador, huyó Sebastián a tiempo de aquel incendio de lujuria, sin chamuscarse en él siquiera. En la extremeña Zafra, entra al servicio de Pedro de Figueroa, pariente del Duque de Feria.
También de allí, alertado por Cristo, hubo de huir Sebastián, pues una de las hijas del amo comenzó a rondarle con exceso. Así dispuso la Providencia que se llegara Sebastián a Sanlúcar de Barrameda, de donde partían los barcos hacia América. Allí sirvió siete años, muy bien pagado, en una casa fuerte, lo que le permitió enviar a sus hermanas las dotes matrimoniales entonces en uso. En este lugar venció otra vez, sostenido por Cristo, violentos asedios femeninos, que procedieron esta vez de la hija del dueño y también de una joven de Ayamonte. De estos sucesos dio noticia él mismo, siendo ya fraile.
Se ve que las mujeres sentían gran atracción por este joven gallego. Pero aún era más amado y preferido por nuestro Señor Jesucristo.
Puebla de los Angeles
A los 31 años, en 1533, se decide Sebastián a entrar en la corriente migratoria hacia América, y se radica hasta 1542 en la ciudad mexicana de Puebla de los Angeles, fundada por Motolinía dos años antes con cuarenta familias, precisamente para acoger emigrantes españoles. Llega, pues, cuando la ciudad está naciendo, y todo tipo de trabajo y profesión son necesarios...
Sebastián cultiva, sin gran provecho, trigo y maíz. Pero pronto inicia una labor de más envergadura. Por aquellos años el ganado caballar y vacuno llevado por los españoles se ha multiplicado de tal modo que es ya, concretamente en la región de Puebla, ganado cimarrón. Sebastián, iniciador del charro mexicano, se dedica a perseguir novillos, lacearlos y domarlos, para formar con ellos buenas yuntas de bueyes.
Por otra parte, por Puebla pasan interminables caravanas que del puerto de Veracruz se dirigen a la ciudad de México, siguiendo un camino ya abierto desde 1522. Asociado Sebastián con otro gallego, probablemente carpintero, forma una pequeña sociedad de carretas de transporte -quizá la primera del Nuevo Mundo-, que evita a los indígenas el duro trabajo de portear cargas. Más aún, conseguido el permiso de la Audiencia Real, abre aquel camino al tráfico rodado, trabajando de ingeniero y de peón, y enseñando a trabajar a indios y españoles. Las carretas de Aparicio, durante siete años, recorren sin cesar aquellas primeras «carreteras» de América, como buenas carretas gallegas, chirriantes y seguras...
La casa de Aparicio en Tlalnepantla fue testigo de muchas obras de misericordia, así corporales como espirituales. En efecto, en palabras del doctor Pareja, era «refrigerio de sedientos, hartura de hambrientos, posada de peregrinos, alivio de caminantes, albergue y roca de los miserables indios» (Calvo 77). Allí Aparicio enseñaba a trabajar, daba aperos y semillas, perdonaba deudas, arreglaba carretas, enseñaba las oraciones, se esforzaba en aprender la lengua de los indios...
En su forma de vivir, no obstante su riqueza, se distinguía por una austeridad desconcertante. Vestía como cualquiera, aunque sabía trajearse adecuadamente en las ocasiones señaladas. No tenía cama, sino que dormía sobre un petate o en una manta tendida al suelo. Comía como la gente pobre tortillas de maíz con chile y poco más, y añadía algo de carne cocida en domingos y fiestas. No pocas veces pasaba la noche a caballo, protegiendo su hacienda de animales malignos, y alguna vez le vieron dormido sobre su montura, apoyado en su lanza. Todos los días rezaba el rosario, y de su tierra gallega conservó siempre una gran devoción al santo Señor Santiago.
Chapultepec y Atzcapotzalco, dos bodas
A los 55 años pasó Aparicio a vivir al pueblo de Atzcapotzalco, donde un hidalgo, con más pretensiones que riquezas, trató de conseguirle como rico y honesto marido para su hija. Aparicio preguntó al padre cuál era la dote que pretendían para la joven, y cuando supo que eran 600 pesos, los entregó al padre y él quedó libre de ulteriores apremios.
Pocos años después ha de trasladarse a Chapultepec, donde la abundancia de ganado requería su presencia. Allí tiene una enfermedad muy grave y recibe los últimos sacramentos, pensando ya en morirse. Recuparada la salud, muchos le recomiendan que se case. Tras muchas dudas y oraciones, acepta el consejo, y a los 60 años, en 1562, se casa con la hija de un amigo vecino de Chapultepec en la iglesia de los franciscanos de Tacuba, haciendo con su esposa vida virginal. Pensando estaban sus suegros en entablar proceso para obtener la nulidad del matrimonio, cuando la esposa muere, en el primer año de casados, y Aparicio, después de entregar a sus suegros los 2.000 pesos de la dote, de nuevo se va a vivir a Atzcapotzalco.
Un segundo matrimonio contrajo a los 67 años en Atzcapotzalco, con una «indita noble y virtuosa, llamada María Esteban», hija jovencita, como su primera esposa, de un amigo suyo. Fue también éste un matrimonio virginal, como Sebastián lo asegura en cláusula del testamento hecho entonces: «Para mayor gloria y honra de Dios declaro que mi mujer queda virgen como la recibí de sus padres, porque me desposé con ella para tener algún regalo en su compañía, por hallarme mal solo y para ampararla y servirla de mi hacienda». Para ésta, como para su primera esposa, fue como un padre muy bueno.
Pero tampoco esta felicidad terrena había de durarle, pues antes del año la esposa muere en un accidente, al caerse de un árbol donde recogía fruta. Aparicio la quiso mucho, como también a su primera esposa, y de ellas decía muchos años después que «había criado dos palomitas para el cielo, blancas como la leche».
Los extraños caminos del Señor
Sebastián de Aparicio, humilde y casto al estilo de San José, debió sentir como éste muchas veces profundas perplejidades ante los planes de Dios sobre él. Siempre inclinado a la austeridad de vida, el Señor ponía en sus manos la riqueza. Siempre inclinado al celibato, la Providencia le llevaba a dos matrimonios, seguidos -nuevo desconcierto- de prematura viudez. Pasando por graves enfermedades, el Señor le daba larga vida... Muchas veces se preguntaría Sebastián «¿pero qué es lo que el Señor quiere hacer conmigo?». Y una y otra vez su perplejidad tomaría forma de súplica incesante: «enséñame, Señor, tu camino, para que siga tu verdad» (Sal 85,11)...
Una gravísima enfermedad ahora le inclina a hacer su testamento, dejando todos sus bienes a los dominicos de Atzcapotzalco, con el encargo de que parte de su hacienda se empleara en favor de sus queridos indios mexicanos. Pero la salud vuelve completamente, y aumenta el desconcierto interior en Sebastián, a quien Dios da al mismo tiempo graves enfermedades y muy larga vida. Cada vez está más ajeno a sus tierras y ganados, y pasa más horas de oración en la iglesia. Cada vez son más largas y frecuentes sus visitas al convento franciscano de Tlanepantla. Una voz interior, probablemente antigua, le llama con fuerza siempre creciente a la vida religiosa, pero esta inclinación no halla en sí mismo sino dudas, y se ve contrariada por los consejos de sus amigos, incluso por las evasivas y largas de su mismo confesor.
Tiene ya 70 años, y aún no conoce su vocación definitiva. ¿Cómo se explica esto?... «¿Qué he de hacer, Señor?» (Hch 22,10). ¿Será que una pertinaz infidelidad a la gracia, obstinadamente mantenida durante tantos años, le ha impedido conocer su verdadera vocación? ¿O será más bien que esta misma vida suya, llena de zig zags, no es sino fidelidad a un misterioso plan divino?... Todo hace pensar que Sebastián de Aparicio pasó realmente las moradas, las Moradas del Castillo interior teresiano, con todas sus purificaciones e iluminaciones progresivas, hasta llegar a la cámara real, donde había de consumarse su unión con el Señor.
Verdaderamente la vida de Sebastián de Aparicio nos asegura una vez más que los caminos de la Providencia divina son misteriosos. Si él mantuvo su castidad virginal incólume en dos matrimonios y tras los graves peligros pasados en Salamanca, San Lúcar y Zafra; si guardó su devoción cristiana viviendo solo y en continuos viajes de carretero; si conservó su corazón de pobre en medio de no pequeñas riquezas, es porque siempre estuvo guardado y animado por el mismo Cristo. Ahora bien, si continuamente fue guiado por el Señor, esto nos lleva a pensar que su extraña y cambiante vida no fue sino el desarrollo fiel de un misterioso plan divino. Quiso Dios que Sebastián de Aparicio fuera todo lo que fue hasta llegar a fraile franciscano.
Portero de clarisas en México
El tiempo de «Aparicio el Rico» ha terminado ya definitivamente. Este hombre bueno, aunque parezca cosa imposible, «en todo el tiempo que fue señor de carros y labranza ganó cosa mal ganada -dice el doctor Parejo-, ni que le remordiese la conciencia a la restitución» (Calvo 81). Un verdadero milagro de la gracia de Cristo. Él mismo, ya viejo, pudo decir con toda verdad: «Siempre he trabajado por el amor de Dios» (Calvo 48).
Las clarisas de México, a poco de su fundación, pasan por graves penurias económicas. Y el confesor de Aparicio sugiere a éste que les ayude con sus bienes y sus conocimientos de la Nueva España. La respuesta es inmediata: «Padre, delo por hecho; mas de mi persona ¿qué he de hacer?»... El mismo confesor le indica la posibilidad de que sirviera a las clarisas como donado, portero y mandadero. Aquí es cuando Sebastián comienza a entrever la claridad de la vida religiosa... A fines de 1573, ante notario, cede todos sus bienes, que ascendían a unos 20.000 pesos, a las clarisas, y sólo de mala gana, por contentar a su precavido confesor, deja 1.000 pesos a su disposición por si no persevera.
Y entonces, cuando en México los numerosos conocidos de Sebastián empiezan a no entender nada de su vida, viendo que el antiguo empresario y rico hacendado se ha transformado en modesto criado de un convento femenino de clausura, entonces es precisamente cuando a él se le van aclarando las cosas: por fin su vida exterior va coincidiendo con sus inclinaciones interiores más profundas y persistentes. Es la primera vez que ocurre en su vida.
Fraile francisco
La vocación religiosa de Sebastián, después de más de un año de mandadero y sacristán de las clarisas, queda probada suficientemente, y el 9 de junio de 1574, a los 72 años de edad, es investido del hábito franciscano en el convento de México. Los buenos frailes de San Francisco, que le conocían y estimaban hacía mucho tiempo, tuvieron la generosidad de recibir a este anciano, que probablemente estimarían próximo a su fin... Pero el buen hermano lego Sebastián da en el noviciado muestras no solo de oración y virtud, sino también de laboriosidad: barre, friega, cocina, atiende a cien cosas, siempre con serena alegría.
Sin embargo, en este año de noviciado fray Sebastián va a sufrir no poco, por una parte de la convivencia, no siempre respetuosa, de sus jóvenes compañeros de noviciado, y por otra, sobre todo, de las impugnaciones del Demonio... Y además de todo esto, sus hermanos de comunidad no acaban de ponerse de acuerdo sobre la conveniencia de admitirlo definitivamente a la profesión religiosa, pues aunque reconocen su bondad, lo ven muy anciano para tomar sobre sí las austeridades de la Regla franciscana. En ese tiempo tan duro para él, fray Sebastián tiene visiones de San Francisco y de su querido apóstol Santiago, el de Galicia, que le confirman en su vocación. Al referir con toda sencillez estas visiones a un novicio que dudaba de volverse al mundo, confirmó a éste en su vocación.
Finalmente, llegado el momento, y después de tres días de deliberación, deciden recibirlo, de modo que el 13 de junio de 1575 recita la solemne fórmula:
«Yo, fray Sebastián de Aparicio, hago voto y prometo a Dios vivir en obediencia, sin cosa alguna propia y en castidad, vivir el Evangelio de nuestro Señor Jesucristo, guardando la Regla de los frailes menores».
Y un fraile firma por él, pues es analfabeto.
Mendigo de Dios en Puebla
Fray Sebastián, ya fraile, con toda la alegría del Evangelio en el pecho, y con sus 73 años, se va a pie a su primer destino, Santiago de Tecali, convento situado a unos treinta kilómetros al este de Puebla. En este pueblo de unos 6.000 vecinos, siendo el único hermano lego, sirve un año de portero, cocinero, hortelano y limosnero.
Pero en seguida le llaman a Puebla de los Angeles, donde el gran convento franciscano, con su centenar de frailes, empeñados en mil tareas de evangelización y educación de los indios, necesitan un buen limosnero. Aquí, donde había comenzado su vida seglar en Nueva España, va a transcurrir el resto de su vida.
A sus 75 años, con el sombrero de paja a la espalda, el hábito remendado, la bota, «su compañera», siempre al hombro, el rosario en una mano y la aguijada en la otra para conducir sus bueyes, fray Sebastián retoma su carreta y se hace de nuevo a los caminos, recorriendo sin cesar una región de unos 250 kilómetros a la redonda, esta vez para recoger ayudas no sólo para los frailes de su comunidad, sino también para los pobres que en el convento se atienden día a día. «Ahí viene Aparicio», se decían con alegría los que le veían llegar. Y su fórmula era: «Guárdeos Dios, hermano, ¿hay algo que dar, por Dios, a San Francisco?»... «Aparicio el Rico» se ha transformado de verdad en un «fraile mendicante».
A los otros limosneros les dice siempre: «No pidáis a los pobres, que harto hacen los miserables en sustentarse en su pobreza». Más aún, él daba a los pobres muchas veces su propia ropa o les repartía de los bienes que había reunido para el convento. El superior no veía clara la conveniencia de tal proceder, pero fray Sebastián le decía: «Más que me dé cien azotes, que no tengo de dejar de dar lo que me piden por amor de Dios».
A los sesenta años había comenzado el Hermano Aparicio a beber algo de vino, que «casi no era nada». Y ahora, ya fraile y penitente, siempre llevaba consigo la bota, quizá para que no le tuvieran por santo, quizá para reconfortarse en momentos de agotamiento, tal vez para ambas cosas. Un día del Corpus se encontró con él don Diego Romano, obispo de Tlaxcala, y como le apreciaba mucho, le dijo a fray Sebastián si podía ayudarle en algo. No tuvo mucho que pensar el buen fraile. Acercándole la bota, le dijo: «Que me llenéis esta pobretilla» (Calvo 150)...
A la sombra de la Cruz
El viejito que los frailes franciscos han recibido por pura generosidad, va a servirles de limosnero 23 años, de los 75 a los 98. Siempre de aquí para allá, muchas noches las pasa al sereno, a la luz de las estrellas, al cobijo de su carreta. Incluso cuando estaba en el convento, no necesitaba celda y prefería dormir en el patio bajo su carro. El padre Alonso Ponce, Comisario General franciscano, en una Relación breve de 1586, decía de fray Sebastián:
«Siendo de casi 90 años de edad, anda con su carreta de cuatro bueyes, sin ayuda ninguna de fraile español, ni indio, ni otra persona, acarreando leña y maíz y otras cosas necesarias para el sustento de aquel convento, y nunca le hace mal dormir en el campo al sol, ni al agua, antes este es su contento y regalo, y cuando está en el convento ha de tener la puerta de la celda abierta y ver el cielo desde la cama en que duerme, porque de otra manera se angustia y muere; si se le moja la ropa nunca se la quita, sino que el mismo cuerpo la enjuga, y si por estar sucia la ha de lavar, sin aguardar a que se seque se la viste y él la enjuga y seca con el calor del cuerpo, sin que de nada de esto se le renazca enfermedad, ni indisposición alguna» (Campaza 40).
Los datos son ciertos, pero no parece tan exacta la apreciación idílica de los mismos. En realidad fray Aparicio pasó en estos años de ancianidad, siempre de camino, innumerables penalidades. A veces sus penitencias eran consideradas como manías; pero eran en realidad mortificaciones. Así, poco antes de morir, le dice a su mismo superior: «Piensa, padre Guardián, que el dormir yo en el campo y fuera de techado es por mi gusto; no, sino porque este bellaco gusanillo del cuerpo padezca, porque si no hacemos penitencia, no iremos al cielo» (Calvo 108).
Y según refiere el doctor Pareja, a un fraile que le aconsejaba ofrecerlo todo a Dios, le responde: «Hartos días ha que se lo he ofrecido, y bien veo que si no fuera por su amor, era imposible tolerarlo; porque os certifico, Padre, que ando tan molido y cansado, que ya no hay miembro en el cuerpo que no me duela; y a un puedo certificaros que hasta los cabellos de la cabeza siento que me afligen, cuando de noche me quiero acostar o tomar algún reposo» (Campazas 40).
Consolado por los ángeles
También es cierto que el Hermano Aparicio se vio asistido muchas veces por consolaciones celestiales, como suele suceder tantas veces a los santos, cuando por amor de Dios renuncian a todo placer mundano. Él tuvo, concretamente, una gran devoción a los ángeles, especialmente al de su guarda, y experimentó muchas veces sus favores.
El mismo fray Sebastián contó al provincial Alonso de Cepeda una anécdota bien significativa. Le refirió que «caminando para Puebla hizo noche junto a una gran barranca que está en el camino de Huejotzingo. Y estando acostado en el suelo, debajo de una carreta, como acostumbraba, era tanta el agua que llovía que corrían arroyos hacia él, sin poderlo remediar, ni hacer otra diligencia más que ofrecer a Dios nuestro Señor aquel trabajo que padecía, con una total resignación y conformidad con su voluntad santísima».
Pero Dios acudió en auxilio de su siervo. Un hermosísimo mancebo se apareció y con una vihuela comenzó a tocar tan suave y dulcemente, que le pareció estar en la gloria, olvidándose de la incomodidad de la lluvia, y levantándose para acercarse al músico, éste se iba retirando, hasta que saltando la barranca de un salto, desapareció, dejando a Aparicio muy consolado» (Campazas 57). Otra vez, con la carreta atascada en el barro, se le presenta un joven vestido de blanco para ofrecerle su ayuda. «¡Qué ayuda me podéis dar vos, le dice, cuando ocho bueyes no pueden sacarla!». Pero cuando ve que el joven sacaba el carro con toda facilidad, comenta en voz alta: «¡A fe que no sois vos de acá!» (Campazas 71)...
Fueron numerosas las ocasiones en que a fray Sebastián, como a Cristo después del ayuno en el desierto, «se acercaron los ángeles y le servían» (Mt 4,11), o como en la agonía de Getsemaní, «un ángel del cielo se le apareció para confortarle» (Lc 22,43).
Impugnado por los demonios
Como también es normal en quienes han vencido ya el mundo y la carne, fray Sebastián experimentó terribles impugnaciones del Demonio en muchas ocasiones. En la hacienda de Tlanepantla, agarrado a las astas de un toro furioso, luchó a brazo partido contra el Demonio. En las clarisas de México los combates contra el Maligno era tan fuertes que la abadesa le puso una noche dos hombres para su defensa, pero salieron tan molidos y aterrados por dos leones que por nada del mundo aceptaron volver a cumplir tal oficio.
Ya de fraile, según cuenta el doctor Pareja, el demonio «le quitaba de su pobre cama la poca ropa con que se cubría y abrigaba, y, echándosela por la ventana del dormitorio, lo dejaba yerto de frío y en punto de acabársele la vida. Otras veces, dándole grandes golpazos, lo atormentaba y molía; otras lo cogía en alto y, dejándolo caer como quien juega a la pelota, lo atormentaba, inquietándolo; de manera que muchas veces se vio desconsoladísimo y afligido» (Campazas 31).
Los ataques continuaron en muchas ocasiones. En una de ellas los demonios le dijeron que iban a despeñarlo porque Dios les había dado orden de hacerlo. A lo que respondió fray Sebastián muy tranquilo: «Pues si Dios os lo mandó ¿qué aguardáis? Haced lo que Él os manda, que yo estoy muy contento de hacer lo que a Dios le agrada»...
Tan acostumbrado estaba nuestro Hermano a estos combates, que al Provincial de los Descalzos, fray Juan de Santa Ana, le dijo que ya no le importaban nada, «aunque viese más demonios que mosquitos». Y poco antes de morir, a los hermanos que le recomendaban acogerse a Dios para librarse de los asedios del Malo les dice: «Gracias a Dios, ha mucho tiempo que ese maldito no llega a mí, por haberle ya muchas veces vencido».
«Florecillas» de fray Sebastián
De los 568 testigos que depusieron en el proceso que la Iglesia hizo a su muerte, y de otros relatos, nos quedan muchas anécdotas, de las que referiremos algunas. Al mismo fray Juan de Santa Ana, buen amigo suyo, le contó fray Sebastián esta anécdota:
«Habéis de saber que todas las veces que voy al convento, procuro llevar a los coristas y estudiantes fruta u otra cosa que merienden, y cuando no lo hago me esconden las herramientas de las carretas (que sin duda las letras deben hacer golosos a los mozos), y esta vez que no les llevé nada, me cercaron con mucho ruido y alboroto; me pusieron tendido sobre una tabla, diciendo que ya estaba muerto, y cantando lo que cantan cuando entierran a los muertos, me llevaban por el claustro adelante a enterrar entre las coles de la huerta, donde tenían ya hecho el hoyo. Acertolo a ver desde su corredor el Guardián, que era entonces el R. P. fray Buenaventura Paredes, y preguntó: -¿Dónde lleváis a Aparicio? Y respondieron: -Padre nuestro, está muerto y lo llevamos a enterrar. Entonces dije yo: -Padre Guardián, ¿yo estoy muerto? Y visto por el Guardián que había yo respondido, les dijo: -¿Pues cómo habla si está muerto? A lo cual los dichos coristas dijeron: -Padre nuestro, muchos muertos hablan y uno de ellos es el Hermano Aparicio. Y por último el Guardián les mandó que me dejasen, que de otra suerte ya estuviera enterrado» (Campazas 47).
En una ocasión un religioso le exhortaba a amar a Dios, ya que Dios tanto le quería. A lo que fray Sebastián respondió con dudosa exactitud teológica, pero con toda veracidad de corazón: «Más le quiero yo a Él, pues sólo por Él he trabajado toda mi vida, sin descansar un punto, y por su amor me dejaría hacer pedazos». Aquel gallego analfabeto, pura bondad para todos, tenía en cambio sus problemas para amar a los judíos, y alegaba: «No son nuestros prójimos los que no creen en Jesucristo, sino herejes». Y cuando le hacían ver que Jesucristo, la Virgen María y San José, así como los santos apóstoles, eran judíos, respondía conteniendo su indignación: «Mirad que decís herejía»...
El Hermano Aparicio, tan devoto de la Eucaristía, sufría no poco a veces por no poder estar siempre presente en los oficios litúrgicos. Por eso en ocasiones, cuando estaba con el ganado en el monte, lo dejaba abandonado y se iba al convento a la hora de la misa. Y a los que ponían objeciones les decía: «Allá queda mi Padre San Francisco, cuya hacienda es ésa; él la guardará, y yo os aseguro que no faltará nada». Como así fue siempre.
Regresaba fray Sebastián con su carro bien cargado de Tlaxcala a Puebla, cuando se le rompió un eje. No habiendo en el momento remedio humano posible, invoca a San Francisco, y el carro sigue rodando como antes. Y a uno que le dice asombrado al ver la escena: «Padre Aparicio, ¿qué diremos de esto?», le contesta simplemente: «Qué hemos de decir, sino que mi Padre San Francisco va teniendo la rueda para que no se caiga» (Campazas 53-4).
Señorío fraternal sobre los animales
En realidad, fray Sebastián era bueno con todos, con los novicios de coro, a quienes les llamaba «novillos», y también con los mismos novillos, a quienes les decía «coristillas». Tenía sobre los animales un ascendiente verdaderamente sorprendente. A sus bueyes, Blanquillo, Aceituno..., hasta una docena que tenía, o al jefe de ellos, Gachupín, les hablaba y reconvenía como a hermanos pequeños, y le hacían caso siempre. Cuando se le meten a comer en una milpa, y una mujer se acerca gritando desolada, fray Sebastián le tranquiliza: «No se preocupe, hermana, mis bueyes no hacen daño». Y éstos obedientes se retiran, dejando los maizales intactos.
En otra ocasión, acarreando piedra para la construcción del convento de Puebla, un buey se le cansó hasta el agotamiento, y hubo que desuncirlo. Fray Sebastián entonces, por seguir con el trabajo, se acerca a una vaca que está por allí paciendo con su ternero, le echa su cordón franciscano al cuello, y sin que ella se resista, la pone al yugo y sigue en su trabajo. Y al ternerillo, que protesta sin cesar con grandes mugidos, le manda callar y calla. El antiguo domador de novillos los amansa ahora en el nombre de Jesús o de San Francisco.
Regresando una vez de Atlixco con unas carretas bien cargadas de trigo, se detiene el Hermano Aparicio a descansar, momento que las hormigas aprovechan para hacer su trabajo. «Padre, le dice un indio, las hormigas están hurtando el trigo a toda prisa, y si no lo remedia, tienen traza de llevárselo todo». Fray Sebastián se acerca allí muy serio y les dice: «De San Francisco es el trigo que habéis hurtado; ahora mirad lo que hacéis». Fue suficiente para que lo devolvieran todo.
A un hermano le confesaba una vez: «Muchas veces me coge la noche en la sabana y, sin otra ayuda que la misericordia de Dios, como me veo solo y tan enfermo, vuelvo los ojos al cielo, al Padre universal de la clemencia, y dígole: «Ya sabe que esto que llevo en esta carreta es para el sustento de vuestros siervos y que estos bueyes que me ayudan a jalar la carreta son de San Francisco; también sabéis mi imposibilidad para poderlos guardar y recoger esta noche, y así los pongo en vuestras manos y dejo en vuestra guardia para que me los guardéis y traigáis en pastos cercanos, donde con facilidad los halle». Con esto me acuesto debajo de la carreta y paso la noche; y a la mañana, cuando me levanto con el cuidado de buscarlos, los veo tan cerca de mí que, llamándolos, se vienen al yugo y los unzo, y sigo mi jornada» (Calvo 146).
«No perder a Dios de vista»
Fray Sebastián de Aparicio, con todas estos prodigios, nada tenía de hombre excéntrico; bien al contrario, su vida estaba perfectamente centrada en su centro, que es Dios. Desde Él actuaba siempre, y con Él y para Él vivía en todo momento. Y si San Francisco mandaba en su Regla a todos los hermanos legos rezar 76 Padrenuestros cada día, ésta era, con el Ave María, la oración continua del Hermano Aparicio. No salía de ahí, y en el «hágase tu voluntad» él decía todo lo que tenía que decir, y no tenía más que pensar o expresar. Fray Sebastián era, como bien dice Calvo Moralejo, «el Santo del Padre Nuestro» (131).
Noches enteras pasaba en oración de rodillas, mirando al cielo. «No tenía horas determinadas de oración, refiere el padre Letona, porque la tenía continua. en especial los últimos años de su vida andaba siempre tan absorto en Dios que no atendía a las palabras y preguntas que le hacían... Los 24 años que vivió en el convento de Puebla, jamás durmió debajo de techado, sino siempre en campo raso por no perder de vista el cielo» (Campazas 87). Varias veces le vieron, frailes y seglares, elevado durante la oración en éxtasis, pero lo más común era verle entre sus bueyes, a veces, cuando no podía menos, hasta en días de fiesta.
«Lo que yo hago -le confesaba a un fraile- es hacer lo que me manda la obediencia: duermo donde puedo, como lo que Dios me envía, visto lo que me da el convento; pero lo mejor es no perder a Dios de vista, que con eso vivo seguro». Y a esto añadía: «Si no fuera así, ¿quién había de pasar la vida que yo paso? A Él ofrezco los trabajos ordinarios de cada día, y a mi Padre San Francisco, por quienes los hago; ellos me lo reciban en descuento de mis pecados para que con eso me salve».
Como decía su biógrafo Sánchez Parejo, «toda su confianza y cuidado estaba puesto en sólo Dios. Él era su compañía, su comida, su bebida, su techo y amparo y, como dijo su padre San Francisco, y todas mis cosas» (Calvo 133).
Devoto seguro de la Virgen María
El Señor, San Francisco, el apóstol Santiago, y la dulcísima Virgen María... Muchos testigos afirmaron que la mano de fray Sebastián de Aparicio, siempre que no estaba ocupada en algún trabajo, se ocupaba en pasar una y otra vez el Rosario de la Virgen, sin cansarse de ello nunca.
En una fiesta de la Virgen, llega fray Sebastián al convento de Cholula en el momento de la comunión, y allá se acerca a comulgar, desaliñado y con la bota al cinto, recogiéndose después a dar gracias. En ello está cuando se le aparece la Virgen, y él la contempla arrobado... Cuando el padre Sancho de Landa se le interpone, le dice el hermano Aparicio: «Quitáos, quitáos, ¿no veis aquella gran Señora, que baja por las escaleras? ¡Miradla! ¿No es muy hermosa?». Pero el padre Sancho no ve nada: «¿Estás loco, Sebastián?... ¿Dónde hay mujer?»... Luego comprendió que se trataba de una visión del santo Hermano (Compazas 89).
98 años...
El 20 de enero, día de San Sebastián, de 1600, el Hermano Aparicio cumple 98 años, y una vez honrado su patrono, está trabajando con sus carretas. Todavía le aguantaba la salud, aunque una antigua hernia le daba cada vez más sufrimientos. El 20 de febrero, viene a casa desde el monte de Tlaxcala con un carro de leña, cuando los dolores de la hernia se le agudizan hasta producirle náusea y vómitos. Se las arregla, quién sabe cómo, para llegar al convento de Puebla, donde fray Juan de San Buenaventura, también gallego, le recibe, espantándose de verle tan desfallecido.
Allá queda fray Sebastián en el patio, bajo la carreta, en el lugar acostumbrado. Pero el padre Guardián le obliga a guardar cama en la enfermería. Cinco días dura allí, sobre la cama inusual. Y a su paisano fray Juan de San Buenaventura se le queja: «¿Qué os parece?, cómo no me quieren dejar donde tengo consuelo»... Él, de hacía tiempo, como los indios, tenía preferencia por sentarse directamente en el suelo: «Mejor está la tierra sobre la tierra», solía decir.
Pide entonces que le traigan a la celda el Santísimo, y que le dejen adorarlo postrado en tierra. Más tarde el padre Guardián le acerca el crucifijo, para que le pida perdón al Señor por sus pecados: «¿Ahora habíamos de aguardar a eso? -le dice fray Sebastián-. Muchos días ha que somos viejos amigos»... Otro fraile le pone en guardia contra posibles asaltos del demonio: «Ya está vencido -le responde-. Todo lo veo en paz. El Señor sea bendito».
El 25 de febrero, con 98 años, postrado en tierra, al modo de San Francisco, fray Sebastián de Aparicio entrega a Dios su espíritu al tiempo que dice «Jesús».
En seguida se abre su proceso de beatificación, y llegan a documentarse hasta 968 milagros... Por fin, tras tantas demoras, en 1789 es declarado Beato, y desde entonces su cuerpo incorrupto -parece un hombre dormido, de unos 60 años- descansa en una urna de plata y cristal en el convento franciscano de Puebla de los Angeles. Hay en la plaza, sin esperar a Roma, un hermoso monumento en granito y bronce, con una inscripción bien clara:
San Sebastián de Aparicio
Precursor de los caminos de América
1502-1600
Stuart Nicol Transport truck dedicated to Colin McRae .
First time I have seen this magnificent truck, I was delighted to see it and had a chat with the driver, a fellow Colin McRae fan who suggested to his employers Stuart Nicol Transport Ltd that a truck in livery honouring Colin McRae was something they should consider, this magnificent truck is the result .
Colin McRae MBE
Personal information
Nationality Scottish
Born5 August 1968nLanark, Scotland
Died15 September 2007 (aged 39)
Lanark, Scotland
World Rally Championship record
Active years1987–2003, 2005–2006
Co-driverUnited Kingdom Derek Ringer
United Kingdom Nicky Grist
TeamsSubaru, Citroën, Ford, Škoda
Rallies146
Championships1 (1995)
Rally wins25
Podiums42
Stage wins477
Total points626
First rally1987 Swedish Rally
First win1993 Rally New Zealand
Last win2002 Safari Rally
Last rally2006 Rally of Turkey
Colin Steele McRae, MBE (5 August 1968 – 15 September 2007) was a British rally driver from Scotland, born in Lanark. The son of five-time British Rally Champion Jimmy McRae and brother of rally driver Alister McRae, Colin McRae was the 1991 and 1992 British Rally Champion and, in 1995 became the first British person and the youngest to win the World Rally Championship Drivers' title, a record he still holds.
McRae's outstanding performance with the Subaru World Rally Team enabled the team to win the World Rally Championship Constructors' title three times in succession in 1995, 1996 and 1997. After a four-year spell with the Ford Motor Co. team, which saw McRae win nine events, he moved to Citroën World Rally Team in 2003 where, despite not winning an event, he helped them win the first of their three consecutive manufacturers' titles. He was appointed a Member of the Order of the British Empire for services to motorsport in 1996.
McRae died in 2007 when he crashed his helicopter near his home. The accident also killed his son and two family friends. In November 2008 he was posthumously inducted into the Scottish Sports Hall of Fame.
Stuart Nicol Transport is based in Shotts, Lanarkshire and is owned and managed by Stuart Nicol who has built the business from the ground up.
Through no shortage of hard work, dedication and word of mouth recommendations, Stuart Nicol Transport has grown organically and have developed a very impressive six acre development comprising an office suite containing the all-important traffic department, a 12,000 square feet warehouse and transit shed and workshop with a full length pit and a roller brake tester: purpose built premises that provide both a solid foundation and a springboard for the company’s future successes.