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Battaglia di Mentana
La battaglia di Mentana fu uno scontro a fuoco avvenuto presso la cittadina di Mentana, nel Lazio, combattuta il 3 novembre 1867, quando le truppe franco-pontificie si scontrarono con i volontari di Giuseppe Garibaldi, diretti a Tivoli per sciogliere la Legione essendo fallita la presa di Roma per la mancata insurrezione dei romani.
Premesse
Quando Vittorio Emanuele II di Savoia divenne re d'Italia il 17 marzo 1861, il nuovo Regno ancora non controllava né Venezia, né Roma. La situazione delle terre irredente (come si sarebbe detto alcuni decenni più tardi) costituiva una fonte di tensione costante per la politica interna italiana e la principale priorità della sua politica estera.
A volte le tensioni assumevano particolare gravità, come accadde nel 1862 quando Garibaldi, in marcia dalla Sicilia verso Roma, venne fermato dall'esercito italiano alla giornata dell'Aspromonte: ferito, venne fatto prigioniero e messo agli arresti domiciliari a Caprera. La decisa azione italiana contro un eroe nazionale permise al governo di negoziare un favorevole accordo con la potenza protettrice del Papa, la Francia: con la convenzione di settembre del 15 settembre 1864, il Regno d'Italia si impegnava a rispettare l'indipendenza del residuo Patrimonio di San Pietro e di difenderla, anche con la forza, da ogni attacco dall'esterno (ma non dall'interno) e la Francia a ritirare le sue truppe entro due anni, in modo da lasciare all'esercito pontificio il tempo di organizzarsi in una credibile forza di combattimento.
L'obiettivo della annessione di Roma rimaneva comunque assai popolare, né il Regno rinunciò al proposito di fare della città la sua nuova capitale, come sancito, a suo tempo, dal Cavour in persona. Diverse furono, in effetti, gli scontri e le azioni dei garibaldini sui confini o nella stessa città eterna.
L'organizzazione della spedizione garibaldina
Il 12 agosto 1866, terminata la cosiddetta Terza guerra di indipendenza italiana (un segmento della Guerra Austro Prussiana) con l'Armistizio di Cormons, il Regno di Italia aveva guadagnato Mantova, Venezia ed un'adeguata sistemazione dei confini orientali. Rimaneva aperta la questione di Roma e del Lazio, nucleo dello Stato Pontificio. Era rinviata a tempi migliori la questione di Trento e Trieste.
A ciò si aggiunga che nel dicembre 1866, le ultime unità del corpo di spedizione francese si erano imbarcate a Civitavecchia per la Francia, in applicazione della convenzione del 1864.
Particolarmente impegnato sulla "questione romana", ormai da due decenni Garibaldi andava dichiarando come fosse venuto il tempo di «far crollare la baracca pontificia» e, il 9 settembre 1867 ad un Congresso della Pace ospitato dalla protestantissima città di Ginevra, definiva il Papato «negazione di Dio ... vergogna e piaga d'Italia».
Da tenere ben presente, in questo contesto, è la rinnovata popolarità che Garibaldi aveva conquistato alla guerra del 1866, quale unico generale italiano che avesse saputo battere gli Austriaci alla battaglia di Bezzecca (mentre l'esercito e la marina del re avevano dovuto subire le duplici sconfitte alla battaglia di Custoza ed alla battaglia di Lissa). Ciò gli lasciava un rinnovato margine di manovra e rendeva assai più difficile al governo regio (comunque impegnato al rispetto della convenzione del 1864) fermare l'agitazione o i preparativi delle camicie rosse.
Garibaldi riuscì così a organizzare un piccolo esercito di circa 10.000 volontari[6], predisponendo, al contempo, un piano per la sollevazione di Roma.
La notizia di questa mobilitazione, tuttavia, era decisamente pubblicata e ben nota, ciò permise all'Imperatore di Francia Napoleone III di programmare con congruo anticipo una spedizione di soccorso al pontefice, che sarebbe, infatti, giunta a Civitavecchia solo alcuni giorni dopo l'inizio dell'invasione del Lazio. Vennero inoltre messe in allarme le truppe a disposizione del Papa, costituite, per due terzi da italiani e poi da volontari europei, tra cui francesi (specie nella cosiddetta legione di Antibes, mentre gli Zuavi pontifici erano costituiti da volontari belgi, svizzeri, irlandesi e olandesi, oltre che francesi e perfino canadesi.
L'invasione del Lazio
L'invasione degli Stati Pontifici era imminente. Il 21 settembre 1867 il presidente del consiglio Rattazzi fece pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale un monito con cui si esortavano gli italiani a rispettare l'integrità territoriale pontificia e non violare la frontiera. Ogni tentativo di sconfinamento, sarebbe stato impedito. In visita ad Arezzo, Garibaldi reagì chiamando all'appello i volontari per la conquista di Roma. Due giorni dopo, il generale nizzardo programmò di lasciare Sinalunga e spostarsi verso il confine ma il prefetto di Perugia ne ordinò l'arresto. Il tenente Pizzuti, della luogotenenza di Orvieto, si presentò alle ore 6 del 23 settembre presso l'abitazione di Garibaldi. Il generale era ancora a letto, non oppose resistenza. Salì sul treno e fu scortato fino ad Alessandria. Alla notizia del'arresto, si verificarono tumulti in alcune città d'Italia. Garibaldi espresse il desiderio di essere trasferito a Caprera, il governo acconsentì. La detenzione del generale tuttavia non eliminava la minaccia dell'invasione dello Stato Pontificio, infatti il 5 ottobre alcuni volontari raggiunsero Bagnorea barricandosi nel convento di San Francesco. La settimana successiva ci furono ulteriori sconfinamenti a Viterbo e Montelibretti. Le truppe italiane non riuscivano ad arginare il fenomeno e Napoleone III annunciò l'imminente invio di un corpo di spedizione francese ma il governo italiano, nell'estremo tentativo di evitare ciò, promise di prodigarsi ulteriormente contro i volontari. La situazione precipitò il 16 ottobre quando Garibaldi evase da Caprera presentandosi qualche giorno dopo a Firenze, in piazza Santa Maria Novella arringando la folla. La situazione era sfuggita di mano alle autorità italiane[7].Il 22 ottobre a Roma avvenne un attentato alla caserma Serristori, causando la morte di venticinque zuavi pontifici che lì avevano quartiere, quasi tutti italiani e francesi[8] [9] e di due cittadini romani (Francesco Ferri e la figlia di sei anni, Rosa). L'attentato doveva dare il via ad una sollevazione che non ci fu, e portò, il 24 novembre 1868, alla decapitazione sottoscritta da Papa Pio IX dei patrioti Giuseppe Monti (muratore di Fermo) e del romano Gaetano Tognetti a Roma in largo dei Cerchi (vicino al Circo Massimo). Una ghigliottina in scala è esposta nel Museo.
Il 23 ottobre 1867, ebbe luogo lo scontro di villa Glori, quando un drappello di settantasei volontari guidati da Enrico e Giovanni Cairoli, giunti a prendere contatto con i rivoluzionari romani, non trovarono nessuno ad attenderli e vennero sopraffatti dai Carabinieri Esteri del Papa. Garibaldi paragonò il loro sacrificio a quello di Leonida alle Termopili in Grecia ed infatti l'architetto De Angelis che ha realizzato i disegni del Museo ne ha fatto un tempio greco-romano.[10] Numerosi sono i cimeli dei Cairoli nel Museo di Mentana.
Il 25 ottobre gli zuavi papalini assaltarono, non senza perdite, il lanificio Aiani, a Trastevere, centro clandestino del moto insurrezionale, dove erano raccolti patrioti e si preparavano armi e bombe per gli insorti, uccidendo nove dei patrioti presenti.
Il 26 ottobre Garibaldi, con il suo piccolo esercito di volontari circa 8'000 uomini, decise di occupare Monterotondo dove si fermò prima nella locanda Frosi e poi nel Castello Orsini ospite del principe, un garibaldino don Ignazio Boncompagni.[11]. Qui, tuttavia, Garibaldi decise di arrestare la marcia, nella inutile attesa della sperata insurrezione in Roma. Solo alcuni reparti vennero inviati avanti verso Roma. Lo stesso generale il 29 ottobre avanzò sino a villa Spada ed al Ponte Nomentano, nella speranza di suscitare, con la sua presenza, una ribellione in Roma. La quale, in effetti, si limitò ad alcuni scontri a fuoco: il 30 Garibaldi tornava sui propri passi a Monterotondo.
Lo stesso 26 ottobre un reparto isolato alla retroguardia, guidato dal maggiore siciliano Raffaele de Benedetto, venne agganciato da quattrocento papalini al Colle San Giovanni, rifiutò di cedere le armi e venne interamente massacrato.
Nel frattempo, giunse conferma che truppe regolari italiane avevano anch’esse traversato il confine, con la missione ufficiale di arrestare Garibaldi: si sperò, forse, in qualche complicazione fra queste e la guarnigione di Roma. Nulla di tutto questo accadde.
L'inazione del Garibaldi diede, al contrario, il tempo ad un nutrito corpo di spedizione francese, sotto il comando del Pierre Louis Charles de Failly, di prendere terra a Civitavecchia il 29 ottobre e di ricongiungersi a Roma con l'esercito del Papa al comando del generale Kanzler (granatieri, carabinieri esteri o svizzeri, zuavi pontifici, dragoni e cavalleria pontificia, legione di Antibes ed altri volontari cattolici provenienti da tutta Europa). Appariva ormai chiaro che l'invasione non si sarebbe tradotta in una marcia trionfale, e la vittoria italiana non fosse per nulla certa. A causa di ciò, parte degli effettivi meno motivati a disposizione del Garibaldi approfittando di un proclama del Re Vittorio Emanuele II, disertarono, grandemente facilitati dalla prossimità del confine italiano.
La battaglia
Il 3 novembre, alle 2:00 del mattino, al comando del generale Hermann Kanzler, l'esercito del Papa con anticipo e poi le truppe regolari francesi del generale de Polhes uscirono da Roma in ordine di marcia verso le posizioni garibaldine a Monterotondo.
Garibaldi disponeva di truppe ridotte dalle diserzioni, male equipaggiate e sostanzialmente prive di cavalleria ed artiglieria. Egli aveva deciso di raggiungere Tivoli dove avrebbe sciolto la legione garibaldina. Erano state costituite sei brigate, ognuna composta da tre o quattro battaglioni, guidate rispettivamente dal Salomone, dal colonnello Frigyesi, dal maggiore Valzania, dal colonnello Elia e dal maggiore Achille Cantoni, il patriota forlivese che, avendo salvato la vita al Generale presso Velletri ed essendo poi caduto a Mentana, Garibaldi erse a protagonista del romanzo storico Cantoni, il volontario.
Si aggiungeva uno squadrone di Guide a Cavallo, forte di circa 100 unità, guidato dal Ricciotti Garibaldi (l'ultimo figlio del generale con Anita Garibaldi defunta proprio mentre fuggiva da Roma e dai francesi nel 1849) ed una singola batteria con due cannoni. L'armamento era costituito, probabilmente, per due terzi da fucili ad avancarica e per un terzo, addirittura, da moschetti a pietra focaia. Circa metà degli effettivi erano veterani di altre campagne risorgimentali, mentre la restante metà erano volontari privi di esperienza bellica anche se supportati da ufficiali piemontesi.
I pontifici erano rappresentati da truppe anch’esse volontarie, ma veterane, molto motivate e di più prolungato inquadramento. L'Esercito pontificio era composto da circa 3000 uomini, oltre ai circa 2500 del corpo di spedizione francese, truppe regolari in parte mercenarie (il "soldo" era di 50 centesimi al giorno + minestra, pane e caffè). Quest’ultimo era equipaggiato con il nuovo fucile chassepot modello 1866 a retrocarica, munito di un otturatore e caricato a cartuccia di cartone: esso permetteva di caricare 12 colpi al minuto, un'enormità per l'epoca e che mostrò le sue qualità durante la Guerra Franco-Prussiana. La cavalleria era costituita da circa 150 dragoni e 50 cacciatori a cavallo; l'artiglieria di circa 10 pezzi.
Proseguendo lungo l'antica Via Nomentana in direzione Monterotondo, pontifici prima e francesi poi giunsero in prossimità della tappa intermedia di Mentana nel primo pomeriggio. Di fronte a loro il villaggio si presentava sull'alto di una collina a forma di promontorio, cinto da un muraglione con in fronte un antico castello medioevale, volto proprio verso la Nomentana.
Alcune miglia a sud tre compagnie di Zuavi pontifici vennero inviate lungo il Tevere verso Monterotondo ed il fianco destro del fronte garibaldino. La colonna principale, invece, con i dragoni all'avanguardia e i francesi in retroguardia proseguiva, sempre verso Monterotondo, lungo la Nomentana. Essi presero un primo, inaspettato, contatto con gli avamposti di Garibaldi già a sud di Mentana mentre era in corso il trasferimento dei Volontari in direzione di Tivoli. Li sospinsero verso la località Vigna Santucci, circa 1,5 km a sud-est del villaggio. Qui la posizione era difesa da tre battaglioni di camicie rosse, schierate a sinistra sul Monte Guarnieri ed a destra nell fattoria di Vigna Santucci.
Entro le due del pomeriggio gli assalitori sloggiarono entrambe le posizioni e piazzarono l'artiglieria sul Monte Guarneri, in vista del villaggio e del vicino altopiano.
Garibaldi schierò la modestissima artiglieria su un'altura a nord, il Monte San Lorenzo e la gran parte delle truppe (Frigyesi, Valzania, Cantoni ed Elia) all'interno ed intorno al villaggio murato ed al castello, in posizioni fortificate. Contro queste difese si infransero ripetuti assalti pontifici e francesi, con relativi contrattacchi, continuati sino all'inizio della notte. A questo punto venne programmato un contrattacco di aggiramento su entrambi i fianchi dello schieramento papalino, che non ebbe successo.
Nel frattempo le tre compagnie di Zuavi che avevano marciato lungo il Tevere occuparono la strada fra Mentana e Monterotondo, inducendo Garibaldi a recarsi personalmente sul luogo, lasciando l'esercito a difendere Mentana.
A questo punto il corpo francese attaccò le camicie rosse sul loro fronte sinistro, e sfondarono le linee. I difensori fuggirono verso Monterotondo o si rifugiarono asserragliandosi nel castello.
Esito
I difensori del castello si arresero ai papalini la mattina successiva. Garibaldi stesso ripiegò nel Regno d'Italia con 5.000 uomini, inseguito sino al confine dai Dragoni Pontifici. Al termine della giornata i franco-pontifici avevano registrato 32 morti e 140 feriti. I garibaldini 150 morti e 220 feriti più 1700 prigionieri.
Sin dall'indomani della battaglia il merito della vittoria venne attribuito ai regolari francesi ed ai loro fucili chassepot. Ad esempio, quando il 6 novembre i vincitori rientrarono in Roma per la sfilata trionfale, la folla li acclamava come i veri vincitori della giornata e gridava «viva la Francia». La analisi militare però già all'epoca generava controversie. Secondo lo storico cattolico Innocenti, il peso dato alle nuove armi, fu più una mossa di propaganda che una situazione reale.[12]Tra i sostenitori della teoria secondo la quale la vittoria dei Pontifici e dei Francesi non fu dovuta solo dal Fucile Chassepot si può annoverare il garibaldino Mombello, combattente nelle scontro e che in una suo libro di memorie sulla battaglia riportò di non aver sentito gli spari di quel fucile e anzi ne contestò il vantaggio tecnologico. A suo parere infatti, il fucile francese era meno preciso di quelli garibaldini e il campo di battaglia pieno di ripari e avvallamenti favoriva più la precisione che la frequenza di tiro.[13]
Gli esiti dello scontro vennero ampiamente discussi anche a livello medico sulla rivista The Lancet, dove furono pubblicate le osservazioni del dottor Gason che operò a Roma sui combattenti provenienti da Mentana e riportò la comparazione tra le ferite causate dai proiettili sparati dagli Chassepot e quelle causate dai proiettili a palla tonda Miniè che venivano impiegati in due calibri. Il medico notava come da Mentana giungessero soldati che presentavano ferite causate da proiettili che non generavano grandi perdite di sangue, ma erano in grado di fratturare le ossa lunghe. Questi proiettili quindi erano più letali nell'immediato, ma chi veniva colpito in modo non fatale aveva migliori probabilità di sopravvivere. Gason sottolineò però, che ciò era in contrasto con quanto invece riportato nei resoconti precedenti per le ferite da Chassepot. All'epoca i resoconti esistenti, successivi a una battaglia avvenuta a Lione, parlavano di effetti molto più gravi, con lacerazioni causate dai proiettili in uscita molto vaste.[14]
Tra i sostenitori della teoria secondo la quale la vittoria dei Pontifici e dei Francesi non fu dovuta solo dal Fucile Chassepot possiamo annoverare il garibaldino Mombello che nella sua testimonianza riportò:
« ...Il Diritto riportava pure senza commenti il dispaccio di De Failly a Parigi nel quale parlando di Mentana diceva: "Les Chassepots ont fait merveilles" - "Ah bugiardo!" - esclamammo ad una voce Bonanni ed io. "In tutto il tempo della battaglia non si udì un colpo di Chassepots. »
(Augusto Mombello[15])
Il Mombello non solo riporta la sua testimonianza ma spiega anche militarmente per quale motivo, a suo dire, gli Chassepots non furono l'unico motivo della vittoria dei pontifici:
« Nel mio racconto ho dimostrato che il fucile francese a Mentana non ha fatto meraviglia alcuna. Il pregio maggiore del Chassepot era la lunga portata, quasi doppia del fucile ad ago dei prussiani; ma in terreno frastagliato di piccoli poggi e di avvallamenti la lunga portata vale molto meno della giustezza del tiro. Ora, volendo fare molti colpi al minuto, come facevano i francesi, la giustezza del tiro non può ottenersi con nessuna arma. »
(Augusto Mombello[16])
Il 6 novembre le truppe franco-pontificie rientravano vittoriose a Roma. Alcuni prigionieri furono condotti a Roma, altri scortati al confine dai gendarmi francesi e presi in consegna dall'esercito italiano. Gli arrestati furono smistati fra Terni, Spoleto e Foligno e i feriti presi in consegna e ricoverati[17].
Conseguenze
Mentana assicurò allo Stato Pontificio tre ulteriori anni di vita, dei quali il sovrano pontefice profittò per tenere l'allora tanto discusso Concilio Vaticano I (giugno 1868 - luglio 1870). Lì Pio IX ottenne, fra l'altro, la sanzione dei princìpi già espressi nel Sillabo del 1864 e la costituzione apostolica Pastor Aeternus, che impone l'infallibilità del vescovo di Roma quando definisce solennemente un dogma.
Mentana sancì, inoltre, il definitivo allontanamento di Napoleone III dalle simpatie del movimento nazionale italiano, ad esito di un processo già iniziato con l'Armistizio di Villafranca. Era facile, in quei giorni, ricordarlo come l'uomo che mise fine alla Repubblica Romana (1849). La storiografia contemporanea tende, con maggiore gratitudine, a ricordarlo come colui che permise ai Piemontesi di cacciare gli Austriaci dalla Lombardia, il vero alleato del Camillo Benso Conte di Cavour.
Argomentando che il governo italiano non era stato in grado di garantire la sicurezza dello Stato Pontificio e dunque, secondo i francesi, aveva violato la Convenzione di Settembre (1864) Napoleone III inviò nuovamente a Roma le sue truppe. Con questo pretesto, il Secondo Impero aveva rimesso nuovamente piede nell'Urbe annullando l'efficacia di quanto sancito negli accordi del 1864[18].
Garibaldi, anche se ormai vecchio (era nato il 4 luglio 1807), regolò i propri personali conti con Napoleone III a seguito della sconfitta di quest’ultimo alla battaglia di Sedan, nel corso della guerra franco-prussiana: raggiunta la Francia nell'ottobre del 1870, ottenne uno dei rari successi francesi della campagna in difesa della neonata Repubblica Francese (battaglia di Digione) contro i prussiani.
Anche Vittorio Emanuele II di Savoia aveva saputo attendere: il 20 settembre 1870 (18 giorni dopo la resa dell'imperatore a Sedan e pochi giorni prima della partenza di Garibaldi per la Francia) il regio esercito italiano aprì una breccia nelle mura aureliane nei pressi di Porta Pia, segnando la fine dello Stato Pontificio.
Fotografi sul campo di battaglia di Mentana
Sul campo di battaglia di Mentana furono presenti e operarono alcuni fotografi, il più noto dei quali è senz'altro Antonio D'Alessandri (L'Aquila, 1818 - Roma, 1895), titolare insieme al fratello Francesco Paolo dello studio fotografico Fratelli D'Alessandri. Nella mostra della fotografia romana del 1953 furono esposte le seguenti foto: Veduta del paese, I pagliai, Il campo di battaglia verso Monterotondo, Morti sulla strada, Vigna Santucci, (foto del 3 novembre 1867); Trofei presi ai garibaldini di Mentana (fotografia con la scritta Porta inferi non prevalebunt);
Racconta Silvio Negro, storico della fotografia romana, che
« sono del D'Alessandri le rarissime fotografie del campo di battaglia di Mentana … Don Antonio [D'Alessandri], recandosi a Mentana, portò con sé anche un nipotino, Alessandro, il quale mentre lo zio faceva il compito suo, badò a raccogliere le pallottole del fucile, che gli venivano sottomano e ne portò a Roma una collezione. »
(Silvio Negro, Seconda Roma, p. 395)
Caduti di Mentana
Nell'elenco dei Caduti, in quella che una legge del 1899 riconobbe come "Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma", ci sono tutti i morti dai fratelli Cairoli alla Tavani Arquati nel 1867, caduti a Bagnoregio, Subiaco, Monte S. Giovanni Campano, ecc. L'Ara-Ossario inaugurata nel 1877 fu chiusa dalla Società Patrie Battaglie nel 1937 proprio per raccogliere tutti i caduti ovunque deceduti nel 1867.
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Raccolta Foto de Alvariis
Dagli storici Cassio Dione (155 - 235 d.C. ca) (1), Paolo Orosio (fine IV - inizio V sec. d.C.) (2) e dal geografo greco Strabone (64 a.C. - 21 d.C. ca) (3) abbiamo una serie di significative notizie sul giacimento della Bessa che brevemente riassumiamo (testi originali alle note 1/3). Nel 143 a.C. il console Romano Appio Claudio attaccò i Salassi prendendo a pretesto una contesa tra questi e le popolazioni insediate nella pianura (in cui i primi venivano accusati di privare i campi coltivati dell' acqua del fiume Duria, utilizzata per il lavaggio delle sabbie di un grande giacimento aurifero). Malgrado una disastrosa sconfitta iniziale, Appio Claudio si impadronì del territorio oggetto del contendere. Ritornato a Roma chiese al senato il "trionfo" ma gli fu rifiutato a causa dell'elevato numero di perdite. Appio Claudio se lo autoconcesse pagando di propria tasca le spese, ma la parata rischiò di finire in rissa e per evitare di essere assalito da alcuni tribuni il console fece salire sul proprio carro la sorella vestale per beneficiare della sua inviolabilità. Appio Claudio che apparteneva ad una dinastia che oltre a tramandarsi il nome si tramandava anche il consolato era suocero di Tiberio Gracco uno dei famosi “gioielli” di Cornelia, figlia di Scipione Africano vincitore della battaglia di Zama.
Il 140 a.C. è quindi il termine post quem i pubblicani romani poterono avere in appalto la miniera d'oro. Questa era di proprietà dello Stato ed un Procurator metallorum era posto a capo dell'amministrazione. Il testo di Strabone conferma anche che il metallo era già estratto dai Salassi (gli Ictimuli citati da Plinio erano probabilmente Salassi che avevano come centro di riferimento il villaggio omonimo), evidentemente su scala non semplicemente artigianale. Da Plinio (23 - 79 d.C.) abbiamo invece la prova della dimensione del cantiere poiché, a proposito della Bessa, cita una lex censoria (4) che, probabilmente per problemi di ordine pubblico, vietava l'utilizzo nelle aurifodinae di più di 5000 lavoratori, ciò significa che vi furono periodi in cui il loro numero dovette essere maggiore. E' probabile che questo numero non si riferisse ai soli addetti ai lavori minerari ma al totale dei lavoratori impiegati compresi quindi quelli coinvolti nelle attività che oggi sarebbero chiamate: "l'indotto".
L'apertura dei cantieri provocò certamente una imponente rilocazione di popolazioni di etnia salassa verso l'area della Bessa e una modifica alla loro struttura sociale ed economica (l'approvvigionamento in viveri e materiali doveva rappresentare un importante problema) dato che si ritiene che la mano d'opera fosse costituita da comunità di "dedicti" che, dopo la sconfitta, pagavano tributo a Roma con il lavoro. Inoltre in prossimità della miniera doveva essere necessaria la presenza dell'esercito dato che si trattava di zona di confine con popolazioni che furono totalmente sottomesse solo sotto Augusto.
da
also in English and French
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martinArte di Paola Barbarossa
laboratorio d’arte - corsi - spazio espositivo
Presenta :
Luigi Coppo
“Over the Wall”
A cura di Fernando Montà
Inaugurazione
venerdì 14 marzo 2014 ore 18.30 / 22.00
La mostra proseguirà sino a venerdì 28 marzo 2014
Orari:
lun 15.30-19.30 mar-mer 10,00-12,30 15,30-21,30 giov-ven 10,00-12.30 15.30-19.30
Sabato 15 - 3 - 2014 ore 10.30-12.30 15.30 - 19.30
martinArte c.so Siracusa 24/a -10136 Torino - tel. 011.3433756
cell. 335360545 e.mail: paolabarbarossa@libero.it www.martinarte2010.it
ingresso libero
Over the Wall
Nato a Torino, sono sempre stato affascinato da tutto quello che concerne l' immagine; dopo essermi diplomato in costruzioni aeronautiche, ho approfondito, da puro autodidatta, lo studio della pittura, dall' impressionismo ai giorni nostri, cercando sempre di avventurarmi in nuove ricerche e sperimentazioni; la ricerca del segno, del colore fine a se stesso, la semplicità ed immediatezza della comunicazione sono sempre state le mie prerogative; a 6 anni mi fu regalata la prima fotocamera, con la quale iniziai a fare le prime fotografie...in seguito vennero le reflex e, in ultimo, dopo l' avvento del digitale e, sopratutto dopo la conoscenza di persone decisamente interessanti ed emotivamente coinvolgenti, mi orientai verso la ricerca fotografica non fine a se stessa, ma verso un modo personale di scattare,...sovente con lo scopo ultimo di avere basi per nuovi spunti pittorici; infine mi sono accostato alla fotografia come opera d' arte, per creare, indagare e conoscere. In questo momento l’orientamento dei miei scatti è rivolto a situazioni di territorio, di inquinamento, di ecologia, di degrado ambientale, legate a contesti socialmente difficili, di scatti della mia terra, delle mie radici. Ho partecipato, con curiosità, a vari concorsi fotografici cercando, innanzitutto, di anteporre il mio “pensiero fotografico”, il fare, alla mera commercializzazione delle immagini, mondo che non mi appartiene in alcun caso.
Luigi Coppo, 2013
A Luigi Coppo piace fotografare.
Racconta che fin da bambino era affascinato dalle immagini del mondo circostante - figure umane o paesaggi - e scattava le prime fotografie con grande impegno ed entusiasmo.
Da allora quell'impegno non si è mai affievolito ma è andato rafforzandosi e consolidandosi nel tempo, sino al punto da diventare un pretesto per indagare e sperimentare la pittura.
La fotografia è diventata la sua inseparabile "compagna di viaggio" nel conoscere e cogliere i tagli compositivi piu' interessanti, per poi trasformarsi in elemento capace di tradurre ed esprimere in modo estremamente efficace ed immediato i suoi pensieri (Coppo la chiama infatti "il mio pensiero fotografico").
Attualmente in "Over the Wall" vede "Oltre il Muro" e coglie concretamente ciò che molti distrattamente guardano ma "non osservano" e "non vedono": il silente degrado di luoghi abbandonati che potrebbero essere recuperati, angoli di natura popolati da esseri e piccole e grandi entità da preservare e conservare, che vengono invece dimenticati, snaturati, distrutti o sostituiti.
Coppo è legato alle origini ed alla sua terra, il Monferrato: da qui partono interpretazioni come quella molto efficace di "Good bye cruel world" o la rappresentazione contenuta in "Another brick", ove timidi papaveri crescono vicino ad un vecchio muro dimenticato.
Dico "concretamente" perché con molta schiettezza il lavoro di Luigi Coppo non ci parla di voli pindarici, di sogni o surrealistiche interpretazioni: il suo mondo è pienamente immerso e rivolto al presente, un presente che nutre tuttavia ancora la speranza di un futuro migliore e piu' consapevole, che avverte come necessità tangibile e "vitale".
Mariella Bogliacino 2013
Percorsi
2003 -----concorso fotografico " 12 scatti per Laigueglia" , comune di Laigueglia -----6 classificato premio critica , attestato ------titolo " il pescatore Piero"---la fotografia ha fatto parte del calendario di Laigueglia (SV) nel' anno successivo
2010----partecipazione concorso fotografico “ passione Italia” , indetto da Pagine Gialle, città di Torino,----segnalazione fotografia “ il carretto dei gelati” , per la provincia di Savona
2011----" tre scatti per la tre", città di Torino-----6 classificato , pubblicazione su libro circoscrizione 3 , attestato ----titolo fotografia " al 111"
2011----partecipazione concorso fotografico “ passione Italia” ,città di Torino ,indetto da Pagine Gialle
2011 ----" premio città di Busseto"comune di Busseto(Parma)-----partecipazione concorso fotografico
2011----" 1° concorso fotografico " riscatta regio parco", città di Torino-----partecipazione concorso, attestato
2011----partecipazione concorso fotografico “ uno scatto per lo sport” , città di Torino indetto da fondazione Sandretto
2012 --- 2° concorso fotografico comune di Moncestino " terre di collina",comune di Moncestino ( Alessandria )-----1° classificato tema classico ----titolo fotografia " simmetrie" , pubblicazione articolo su " la grande famiglia"
2012----” premio città di Busseto” comune di Busseto ( Parma)---partecipazione , su invito a concorso fotografico
2013-----partecipazione concorso fotografico “ diwan cafè”, città di Torino
2013 ----3°concorso fotografico comune di Moncestino “ i colori del paese”, comune di Moncestino(Alessandria) ----segnalazione fotografia “curve monferrine”in sito internet
2013 ----partecipazione a concorso fotografico Ernesto Guerini “ obiettivo vespa”, comune di Sale Marasino (Brescia)
2013----partecipazione a concorso fotografico " uno scatto per lo sport", città di Torino
2013----partecipazione a concorso fotografico Ripor “porte e portoni" , comune di thiene (Vicenza)
2012\2013 frequentazione de" i salotti fotografici " di Michele Vacchiano, villa Amoretti , Torino
2013 ----partecipazione a concorso fotografico “ premio città di Varese” (Varese) con la fotografia “ parco dora”
2013---partecipazione a concorso fotografico “ 450 scatti per 450 anni” indetto da fondazione S.Paolo, città di Torino ----le due fotografie partecipanti “ parco dora “ e “ polo Einaudi” sono state esposte dal 11 -10 al 12-11 2013 nel' atrio della stazione di Porta Susa ( Torino)
2013---partecipazione a concorso fotografico “ centenario Alenia Aermacchi”,città di Torino
2013---partecipazione a “# guerrieri”, concorso online indetto da Enel con diversi scritti
2013----partecipazione a concorso “ melt-a-plot” , concorso di sceneggiatura online, con diversi scritti,
2013---.partecipazione a concorso fotografico online “ terre di vino”, indetto da Res-tipica
th---partecipazione a concorso “ riviera dei fiori”,comune di Taggia (Imperia)----la fotografia “ sunrise” è stata scelta come immagine di copertina del sito
Presente in flickr, www.flickr.com con lo pseudonimo fabiano marconi prevalentemente nel gruppo “fotografando\solo contest”
Presente in internet come luigi coppo, copber, marconi fabiano
Sito web www.photografers.it/free/luigicoppo/
Sito web Luigi Coppo web site – Altervista luigicoppo.altervista.org/
Un’intera linea per pensare al profumo dei nostri abiti da quando li laviamo a quando li riponiamo nei nostri armadi. Gesti che ci fanno ripensare ai lavori di casa come ad un momento di cura e piacere e non ad un semplice dovere. Tre momenti: un profumo per la lavatrice, concentrato ma delicato su ogni tipo di tessuto, si aggiunge nella vaschetta al posto dell’ammorbidente. Momento due: lo spray da vaporizzare dopo aver stirato i capi, il tocco di profumo che li fa tornare nostri. Momento tre: le card profumate da mettere nei cassetti e negli armadi per rendere costante il nostro segno olfattivo e che ci fa sorridere al mattino quando scegliamo cosa metterci. La linea si chiama Cuore di Casa ed è stata ideata dall’azienda HP, per la sua sezione Nasoterapia (vi ricordate la lampada ad ultrasuoni Sakura? Proprio loro).
Da Melissa abbiamo la linea completa di tutte e quattro le profumazioni:
Armonia "vaniglia e sale" (nuova!)
Soffio “gelsomino e cashmere (la preferita di Valeria),
Nuvola “talco e rosa” (la preferita di Giulia,
Risveglio “tuberosa e gardenia”
Rugiada “bergamotto e cedro”
Gli spray hanno il loro sacchetto in tessuto utile anche in valigia per riporre biancheria profumata. Abbiamo pensato che questa linea potesse rappresentare un’ottima idea regalo per chi ha una casa nuova, per chi ha bisogno di un pretesto per “prendersi cura”, per chi ama in generale quello che abita che sia una stanza o un vestito. vi aspettiamo da Melissa per scegliere il vostro Spray 13,90€, Concentrato profumato 10,90€, card profumate 11,90€
Ci sono giorni in cui io non interagisco
e appeso al silenzio, come un ragno al soffitto,
sorveglio il mio spazio aereo, minacciando tutto ciò che gira.
Girando a vuoto un termitaio di pensieri,
che, masticando, si nutre del tempo che passa,
affilo la mia attesa, guardo e guardo che mi vedi.
Ho giorni grigi in cui io non mi riconosco,
volando un po' pesante, prendo dentro tutti i vetri,
m'incazzo, ronzando, come un amplificatore in paranoia
e con un pungiglione, intriso di veleni,
cercando un pretesto, cercando una scusa,
affondo i miei colpi e soffoco la rabbia che grida.
Dentro frenetici momenti di noia...
Ho giorni grigi in cui io non mi riconosco
volando un po' pesante prendo dentro tutti i vetri,
m' incazzo, ronzando, come un amplificatore in paranoia
e con un pungiglione, intriso di veleni,
cercando un pretesto, cercando una scusa,
affondo i miei colpi e soffoco la rabbia che grida.
Dentro frenetici momenti di noia...
Ci sono giorni in cui io non interagisco
e appeso al silenzio, come un ragno al soffitto,
sorveglio il mio spazio aereo, minacciando tutto ciò che gira.
Dentro frenetici momenti di noia...
Dentro frenetici momenti di noia...
From Wikipedia:
en.wikipedia.org/wiki/Ford_Mustang
The Ford Mustang is a series of American automobiles manufactured by Ford. In continuous production since 1964, the Mustang is currently the longest-produced Ford car nameplate. Currently in its sixth generation, it is the fifth-best selling Ford car nameplate. The namesake of the "pony car" automobile segment, the Mustang was developed as a highly styled line of sporty coupes and convertibles derived from existing model lines, initially distinguished by "long hood, short deck" proportions.
Originally predicted to sell 100,000 vehicles yearly, the 1965 Mustang became the most successful vehicle launch since the 1927 Model A. Introduced on April 17, 1964 (16 days after the Plymouth Barracuda), over 400,000 units in its first year; the one-millionth Mustang was sold within two years of its launch.[5] In August 2018, Ford produced the 10-millionth Mustang; matching the first 1965 Mustang, the vehicle was a 2019 Wimbledon White convertible with a V8 engine.
The success of the Mustang launch would lead to multiple competitors from other American manufacturers, including the Chevrolet Camaro and Pontiac Firebird (1967), AMC Javelin (1968), and Dodge Challenger(1970). The Mustang would also have an effect on designs of coupés worldwide, leading to the marketing of the Toyota Celica and Ford Capri in the United States (the latter, by Lincoln-Mercury). The Mercury Cougar was launched in 1967 as a higher-trim version of the Mustang; during the 1970s, it was repackaged as a personal luxury car.
Lee Iacocca's assistant general manager and chief engineer, Donald N. Frey was the head engineer for the T-5 project—supervising the overall development of the car in a record 18 months—while Iacocca himself championed the project as Ford Division general manager. The T-5 prototype was a two-seat, mid-mounted engine roadster. This vehicle employed the German Ford Taunus V4 engine.
The original 1962 Ford Mustang I two-seater concept car had evolved into the 1963 Mustang II four-seater concept car which Ford used to pretest how the public would take interest in the first production Mustang. The 1963 Mustang II concept car was designed with a variation of the production model's front and rear ends with a roof that was 2.7 in (69 mm) lower. It was originally based on the platform of the second-generation North American Ford Falcon, a compact car.
Eldorado, Kansas Car Show, Sep 2014
Photo by Eric Friedebach
Colleallodole- Bevagna (nei pressi della azienda Milziade Antano)
Umbria- Bacco Minore
Fino a qualche anno fa l’Umbria aveva il sapore di un grappolo d’uva appena colto dalla pianta. I suoi vini svelavano il mistero delle profondità della terra e la presenza discreta della mano tradizionale dell’uomo. La vite cresceva alla rinfusa, abbracciata all’acero o alla bianchella, in promiscuità con il grano e con le altre coltivazioni foraggere. Ma erano piuttosto gli ulivi a caratterizzare il paesaggio agrario della regione. Ancora sul finire degli anni Settanta quella umbra poteva definirsi un’enologia arcaica, quasi ancestrale; tanto è vero che Mario Soldati, nel suo <> (1968 – 1975) la salta a piedi pari. Eppure già tra le due guerre, e fino all’inizio del boom economico, in Italia la parola “Orvieto” racchiudeva in sé la definizione inequivocabile di “vino bianco”. Poteva capitare in quegli anni, che l’oste chiedesse ai suoi clienti: <>. Sulle qualità organolettiche di quel vino di allora non saprei aggiungere altro, perché ne ho un vago ricordo che si perde nel tempo, fatto di calori appassionati, contrasti olfattivi, visioni adolescenziali, fiaschi impagliati e primi sorsi furtivi di libertà. So solo che al palato avvertivo le sue sfumature amarognole, alcune volte amabili e in certe bottiglie dei sentori dolci, ma sempre fini e delicati. Nemmeno sul suo colore si poteva scommettere: a volte giallo paglierino quasi intenso, altre più trasparente, ma mai torbido. Ci sarebbe da chiedersi perché quella denominazione, tra le più rappresentative del Paese, abbia perso la sua fama. Forse tutto è dipeso dal fatto che già negli anni Cinquanta nelle osterie italiane ne girava di più di quanto le ridenti colline dell’orvietano potessero produrne. La cosa dovrebbe farci riflettere. Ma il vino, si sa, non è soltanto quello che - talvolta con fastidiosa gestualità - volteggia all’interno del bicchiere. Il vino è soprattutto tante storie che vi ruotano intorno, è benessere e prosperità del distretto che lo produce, quadratura di bilanci locali, movimento di turisti e risorsa occupazionale.
Sfoglio alcuni libri ormai rarissimi: “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli (1961); “Il libro d’oro dei vini d’Italia” di Cyril Ray (1966); “Vini rossi” e “Vini bianchi e rosati” di Stefano e Alberto Zaccone (1971); “Saper bere - dal Barbera al Whisky”, di Luigi Marinatto e Francesco Zingales (1974); l’”Atlante dei vini d’Italia” (1978), di Burton Anderson. I testi sacri mi confermano che nella storia dei territori consacrati all’enologia, le tre DOC allora riconosciute (Orvieto, Torgiano e Colli del Trasimeno) non meritavano che una fugace menzione. Per assistere al decollo dell’enologia umbra, per lunghi anni connessa a una situazione di abbandono, bisognerà attendere gli anni Ottanta, contrassegnati nella prima metà dalla figura pionieristica di Giorgio Lungarotti e nella seconda dall’exploit del Sagrantino. E’ questa una regione che, per uno scherzo della sorte, si connota d’incomparabili armonie e sfuggenti identità, secondo i fenomeni che più o meno consapevolmente l’attraversano. Il Sagrantino è uno di questi fenomeni, che oggi rappresenta l’Umbria, e la definisce, più di quanto non faccia l’Orvieto. Non è facile stabilire se questo risveglio sia solo merito dei Caprai, o anche dei produttori che hanno seguito il suo esempio. La disputa è aperta. Sta di fatto che Arnaldo, imprenditore tessile prestato all’enologia, ha creduto e investito nella ricerca e nella promozione, dando la prima coraggiosa spallata al mercato, puntando sul figlio Marco, vero elemento trainante per tutta la denominazione e, lasciatemelo dire, per l’economia legata al territorio. In verità non fu solo Caprai a comprendere le potenzialità di questo vino. Per Montefalco fu quello un periodo di grande complicità imprenditoriale, che spinse Arnaldo Caprai a unirsi alle altre aziende storiche: Antonini Angeli Mongalli, Domenico Benincasa, Ruozzi Berretta, Consorzio Agrario di Foligno, Bruno Metelli, Rio Pardi, Antonelli, Adelio Tardioli, Domenico Adanti; tutti produttori che giocarono la scommessa di trasformare in “secco” quello che la tradizione voleva fosse trasformato in “passito”. La caparbietà di questi produttori superò le resistenze di chi non aveva compreso le potenzialità dell’imponete corredo polifenolico di quest’uva a bacca rossa. Fu così che Montefalco, con il suo vitigno autoctono, lanciò la sfida al Barolo, all’Amarone e al Brunello, guadagnandosi un posto di assoluto rilievo nella storia del comparto enologico nazionale. Il Sagrantino è passato dai 100 ettari coltivati nel 2000 ai 600 di oggi e conta su 45 produttori facenti capo ad un consorzio di tutela. Ma soprattutto è entrato con prepotenza nelle grazie di quei consumatori che ricercano nel vino gli elementi misterici capaci di evocare storie e suscitare suggestioni. Oggi, contendendosi gli ultimi fazzoletti di terreno rimasti all’interno dei Comuni di Montefalco, di Giano, di Gualdo Cattaneo e di Bevagna è giunto il Gotha dell’enologia italiana, rappresentato dalla Sai Agricola, dai Lunelli, dai Livon, dai Cecchi e dagli stessi Lungarotti.
Il cuore pulsante di questa straordinaria denominazione si concentra lungo la direttiva che sale da Bevagna a Montefalco. E’ quello di Arquata, Fonte Fulgeri, Campo Letame e Colle Allodole, lo scenario francescano affrescato nel 1451 da Benozzo Gozzoli nella predica agli uccelli, che si può ammirare nella chiesa museo di San Francesco a Montefalco. All’interno di questa conca incontaminata prosperano le vigne delle aziende Adanti, Milziade Antano e Ciro Trabalza. Sul versante che volge a est, si affaccia Collepiano, con il suo secolare querceto circondato dai vigneti di Caprai. Risalendo verso Montepennino, si distendono a tappeto i nuovi impianti di Tiburzi, Goretti e Lunelli, produttori che hanno abbracciato la filosofia di questo lembo di territorio, dove il prezzo della terra, fino a un paio di anni fa, aveva raggiunto cifre esagerate. Proprio all’inizio di questa strada, in agro bevanate, incontro Ciro Trabalza, collega in codici e pandette, custode infallibile delle tradizioni rurali e venatorie della sua terra. La sua azienda di Arquata (ereditata da quel Ciro Trabalza, etnologo di fama mondiale) confina con quella degli Adanti. I tratti vagamente gattopardeschi, uniti al puntiglioso studio delle tecniche agronomiche - non meno di quanto il Principe di Salina studiava il moto perenne degli astri – fanno di Ciro uno di quei vignaioli che sarebbero piaciuti a Mario Soldati. Dalla sua cantina, a conduzione familiare, escono poche bottiglie, da cui Ciro si distacca con dispiacere. Più in là trovo Alvaro Palini, cantiniere, enologo e sarto dai trascorsi parigini, la cui esistenza è legata a quella della famiglia Adanti. Fu Angelo Valentini, enologo dei Lungarotti, che agli inizi degli anni Ottanta presentò Burt Anderson ad Alvaro, con il pretesto di fargli assaggiare il miglior Grechetto della zona. Burton in quegli anni era un critico di vini così importante come oggi lo sono diventati Hugh Johnson e Robert Parker, la cui influenza fu tale da incidere sul mercato vinicolo mondiale. Altro che Grechetto! Anderson fu colpito dal Sagrantino e dal Rosso d'Arquata. Fu così che tra Alvaro e Burton nacque una grande amicizia, suggellata dalla continua presenza di Anderson a Bevagna, Montefalco e al tavolo loro riservato nel ristorante degli amici Sandra e Angelo Scolastra. Oggi Burton ha lasciato lo scettro ad altri colleghi e ad altra filosofia. Sta costruendo il suo “buen retiro” in Maremma e di tanto in tanto viene a trovare Alvaro per assaggiare i suoi vini. Credo di non allontanarmi dalla verità nell’affermare l’influenza che ha avuto Burton Anderson sulla fama acquisita dal Sagrantino, che ebbe modo di far conoscere al mondo, prima che cominciassero a muoversi i soloni del nostro giornalismo enologico. Il resto l’ha fatto Caprai in anni più recenti, mandando a tilt la sua carta Alitalia delle Millemiglia per far conoscere il Sagrantino dalla Germania agli Stati Uniti, dal Giappone alla Cina. Oggi le cose stanno cambiando. Liù Pambuffetti, figlia di Amilcare e futura reginetta di Scacciadiavoli, studia all’Università di Enologia di Bordeaux. Non so quanti illustri rampolli di famiglie legate storicamente al vino facciano altrettanto. Giampiero Bea si fa ritrarre insieme a J. Nossiter, enologo di New York e regista di “Mondovino”, proponendo la sua faccia ai milioni di persone che hanno visto e vedranno i contenuti extra del film che denuncia la globalizzazione dell’industria vinicola. Il messaggio di Bea è lampante e si avvicina alla filosofia neoliberista di Nossiter: il vino è il frutto di un sapere che si trasmette tra padri e figli e la sua cura non va affidata alle decisioni dei soliti consulenti. Ma sono molte le aziende tradizionali che si sforzano di uscire dall’isolamento. Come quella di Luciano Cesarini, ingegnere ed ex capatazze dell’Enel che produce il “Rosso Bastardo” o quella di Filippo Antonelli, erede della nota azienda di San Marco o dello stesso Sindaco di Montefalco, Valentini Valentino (Bocale), che presiede l’Associazione Nazionale delle “Città del Vino” a dimostrazione della notorietà raggiunta nel panorama enologico nazionale dal Comune che egli amministra. Ma le sorprese più incoraggianti vengono da Tabarrini (Colle Grimaldsco) e da Antano (Colle Allodole), piccoli ma preparati imprenditori del settore, in sintonia con il mercato, ma senza far torto alla tradizione. Li ho visti aggirarsi per i padiglioni di Vinataly con padronanza e sicurezza del loro ruolo, corteggiatissimi dalla stampa e dai wine expert a caccia di novità enologiche.
Ad Amelia la fa da padrone il Cigliegiolo. La cantina dei Colli Amerini, con i suoi 700 ettari di vigneti di proprietà dei soci, produce anche La Torretta (Malvasia), il Vignolo (Grechetto), L’Olmeto (Merlot) e vini di grande struttura e longevità come il Carbio (un riuscito uvaggio di Merlot, Sangiovese, Ciliegiolo e Montepulciano) e il Torraccio (un I.G.T. monovitigno di Sangiovese Prugnolo). Sulla strada di Castelluccio Amerino incontriamo il Castello delle Regine, dove si produce un Sangiovese in purezza (Podernovo, Umbria I.G.T.).
L’Umbria è il vostro bicchiere, il cui contenuto liquido va manovrato con cura e attenzione. Solo così i contrasti apparenti e le piccole spigolosità dei suoi vini potranno farsi nel vostro palato note armoniche e lievi. Ma perché riveli il suo sapore eterno bisogna dedicarle tempo e attenzioni. Solo così potrete riconoscere nei suoi vini il vero e proprio ricostituente dell’anima che andavate cercando.
Giovanni Picuti
abcabc@cline.it
Cagliari, Torre dell'Elefante, collezione privata.
Aurelio Galleppini (28 agosto 1917 – 10 marzo 1994), in arte Galep, è il primo e il più famoso disegnatore di Tex Willer.
Nel 2017 ricorre il centenario della sua nascita.
Il quadro (pastello su cartone, cm 36x26) raffigura la Torre dell'Elefante di Cagliari. Galleppini l'ha regalato a mio padre per la recensione di alcuni suoi quadri su "Sardegna Democratica", e "Radio Sardegna" nel 1945, tre anni prima che "nascesse" Tex!
Ecco la descrizione del quadro fatta da mio padre:
"Il motivo del portico immerso nell’oscurità è pretesto ad un’orgia di sole che erompe dall’alto e invade ogni angolo per creare una sensazione di luminosità costante. Non un particolare è indurito nel segno preciso, ma ogni cosa è accarezzata dal tocco sensibile e delicato e costruita col colore. E’ un pulviscolo d’oro vibrante, che la tecnica divisionista salva dalla monotonia e dalla insipienza".
Per approfondire: www.comunecagliarinews.it/news.php?pagina=2120&sottop...
I bianchi credevano che, qualunque fosse la loro educazione, sotto ogni pelle scura si nascondesse una giungla. Acque vorticose non navigabili, babbuini che si dondolavano gridando, serpenti addormentati, gengive rosse pronte a succhiare il loro sangue dolce di bianchi. In un certo senso, pensò, avevano ragione. Più la gente di colore si sforzava di convincerli di quanto fossero gentili, intelligenti e affettuosi, umani, più si usavano a pretesto per persuadere i bianchi di qualcosa che i negri credevano fosse fuori discussione, e più la giungla dentro si faceva fitta e intricata. Ma non era la giungla che i negri avevano portato con sé in quel posto dall'altro posto (vivibile). Era la giungla che i bianchi avevano piantato loro dentro. E cresceva. E si allargava, si allargava prima, durante e dopo la vita, fino a coinvolgere i bianchi stessi che l'avevano creata. Li rendeva crudeli, stupidi, più di quanto non volessero esserlo, tanto erano spaventati da quella giungla di loro creazione. I babbuini urlanti vivevano sotto la loro pelle bianca, le gengive rosse erano le loro.
(Toni Morrison)
www.marieclaire.it/Shopping/Tentazioni/Made-in-Italy
D'accordo, il 17 marzo si festeggiano i 150 anni dell'Unità d'Italia ma non solo. Per smarcarci dal pericolosissimo rischio tricolore deviamo un pochino il fuoco e focalizziamoci su un 2011 tutto all'italiana che non si ferma al 1861. Capsule collection o meno che siano, molti dei brand nostrani festeggiano centenari, anniversari che preannunciano un (gran) bel futuro e rilanci di classici in versione 3.0. E allora, che siano: 10 oggetti must che interpretano (a loro modo) luoghi comuni da amare e buoni propositi da inseguire.
Fare l'inventario. Di nome e di fatto, perché, Inventario, il magazine promosso e sostenuto da Foscarini edito da Corraini, è molto più dell'ennesima rivista di design. È un inventario, appunto, di tutto quello che è l'oggetto: da vivere, conoscere, percepire, studiare. E smontare. Arte-architettura-interior tutto sviluppato in un magazine da collezionare. Il numero 2 parte già con una copertina-dichiarazione: una cover story all'italiana con oggetti che hanno "fatto" il tricolore.
Rimettersi in gioco. Quando i cervelli in fuga si fermano e ci regalano nuovi pretesti per giocare. Per RossoCiliegia i "ragazzi" del Politecnico di Milano hanno rivisitato i giochi da tavolo del passato (dalla dama agli scacchi) e li hanno ricreati con materiale riciclabile (una sottile lamina di acciaio) come il tris di Alessandro Arienti e Alessandro Boni che in versione 3d permette che ci sia sempre un vincitore (da 89 euro).
Nuovo Movimento Italiano. Rafforzarsi e rendersi dinamici: Giovine Italia anche in acqua con il kit da piscina, essenziale nel suo verde/bianco/rosso. In pura filosofia Arena, less is more, le prestazioni aumentano con l'indispensabile: slip in tessuto waternity, occhialini con rivestimento anti-fog e cuffia in silicone senza pvc.
Speak English. Inglese e informatica fin da piccini, così un brand italianissimo come K Way è diventato internazionale con ultima virata nell'hi-tech (boutique multinsensoriale inclusa vedi l'opening a Torino). E se l'impermeabile a marsupio per tutti significa “gita in corso”, ora la versione del giubbino in cui si mixa la classica forma a nuovi materiali, come la pelle ultra leggera e waterproof al nylon Plus, centra in pieno il concetto di urban-couture.
Gran Turismo. Da Nord a Sud passando per le colline più suggestive del mondo. Campanilismo a parte il viaggio in Italia è ancora una volta senza tempo. Anche quando la maison Gucci (che tra poco di anni ne compie 90) customizza con il suo made in Italy un'auto icona come la Fiat 500. E quando crea in perfetto stile Dolce Vita una linea di borsoni e trolley da tradizione del brand ma con accorgimenti-pratici per chi è pronto a riscoprire l'Italia in auto.
Signore si nasce. Anche a 150 anni. Motivo per cui l'investimento in borsa non passa mai di moda, come la Bagonghi, lo storico bauletto stile doctor bag creato da Roberta di Camerino negli anni '50. Per l'occasione la classica lavorazione tromp l'oeil in lino e velluto di seta con cinghie disegnate opta per il tricolore. Perché l'Italia è una madame con voglia di ironia. E colore.
Nuove visioni. Proiettarsi nel dopo 150 anni, guardare al futuro tutto italiano specie se in mano alla nuova generazione di creativi, designer, imprenditori. Trussardi, maison che si è presa tutto il 2011 per festeggiare il suo Centenario, e che nonostante gli anni punta su un team giovane ha lanciato una nuova linea di occhiali, Tru Trussardi Eyewear, rieditando i grandi cult come l'aviator JFK (da 149 euro), ora in versione light.
Riprendersi il tempo libero. Vecchie glorie del tennis italiano anni Sessanta (e anche più) e un classico in cotone piquet che ha introdotto elementi sartoriali anche sul terreno di gioco, in occasione dell'anniversario d'Italia Sergio Tacchini rilancia la sua polo bianca con dettagli tricolore e packaging rétro per un puro omaggio al passato da indossare ancora.
Buon vino non mente. Intenso, vellutato, corposo, appassionato forse uno dei pochissimi vini che da sempre riesce a riassumere tutti questi "complimenti" e che è quasi impossibile da esportare viste le sue radici fortissime nel veronese è l'Amarone. Ancora più vino d'Italia con l'edizione limitata di sole 150 bottiglie da collezione realizzata dall'azienda vinicola Pasqua Vigneti e Cantine (da 89 euro). In alto i calici.
Ieri, oggi, domani. Due generazioni a confronto: una cresciuta con Pasolini che l'Italia l'ha fatta (ritratta-scritta-condannata) e una con chi si è inventato una non-identità per disegnare e cantare il Belpaese, Davide Toffolo cantante dei Tre Allegri Ragazzi Morti e fumettista che firma Pasolini-L'incontro, l'ultima graphic edita da Coconino Press e che a partire dal 17 marzo (al Flog di Firenze) verrà presentata in reading-musicali.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Chi è Wayne? Il santone, quello che se ti abbraccia, ti fa dimenticare il dolore.
(se non hai visto Leftovers mi stai prendendo per pazza).
Improvvisa voglia di fotografie dopo il pranzo del sabato.
Così, per avere un pretesto in più per farmi abbracciare.
"Il Ranieri fece erigere un monumento alla sorella in camposanto, e fin qui nulla di strano: ma si spinse, lui inveterato mangiapreti, a supplicare e brigare per ottenere che nella chiesa di Santa Chiara, ove son le tombe dei re di Napoli, sorgesse un grande monumento davanti al quale egli spesso si recava non a pregare ma a piangere (secondo l'atto notorio presentato dagli eredi); fece porre un medaglione marmoreo nella chiesa di Piedigrotta col pretesto che la defunta nel 1860 aveva amorevolmente curato i garibaldini feriti nella battaglia del Volturno. L'inventario dell'eredità mostrava poi che fotografie di Paolina, del monumento di Santa Chiara, del medaglione di Piedigrotta pendevano da tutte le pareti della sua casa in via Nuova Capodimnte e della sua casina di Portici, trasformate ambedue in musei nei quali non si poteva toccar nulla per non mutare la disposizione data dalla defunta. E il senatore, gloria partenopea, andava sovente nella casa di via Nuova Capodimonte (quando abitava a Portici) "imaginando di riveder la sorella ed aspettandola ritto a piè della scala, ma, trascorsa l'ora stabilita, rientrava nella vettura e tornava a Portici".
(Mario Picchi, "Storie di Casa Leopardi", Rizzoli)
La foto mostra la memoria con ritratto di Paolina Ranieri (Napoli 1817-Napoli 1878) nella chiesa di Piedigrotta a Napoli, che il destino ha voluto ad un centinaio di metri dalla tomba di Leopardi.
KURSUS ACLS 2018
(Advanced Cardiac Life Support)
TS Yang Terhormat,
Kami mengundang TS untuk mengikuti pelatihan ACLS Perki tahun 2018. Berikut kami informasikan jadwal pelatihan ACLS PERKI tahun 2018,yaitu :
Waktu*:
Periode 1 05-07 Januari 2018
Periode 2 12- 14 Januari 2018
Periode 3 19-21 Januari 2018
Periode 4 26-28 Januari 2018
Periode 5 02-04 Februari 2018
Periode 6 09-11 Februari 2018
Periode 7 16-18 Februari 2018
Periode 8 23-25 Februari 2018
Periode 9 02-04 Maret 2018
Periode 10 09-11 Maret 2018
Periode 11 23-25 Maret 2018
Periode 12 24 - 26 Maret 201
Periode 13 31 - 02 Mar – April 2018
Periode 14 07 - 09 April 2018
Periode 15 21 - 23 April 2018
Periode 16 28 - 30 April 2018
Periode 17 05 - 07 Mei 2018
Periode 18 12 - 14 Mei 2018
Periode 19 19 - 21 Mei 2018
Periode 20 07 - 09 Juli 2018
Periode 21 14 - 16 Juli 2018
Periode 22 21 - 23 Juli 2018
Periode 23 28 - 30 Juli 2018
Periode 24 04 - 06 Agustus 2018
Periode 25 11 - 13 Agustus 2018
Periode 26 18 - 20 Agustus 2018
Periode 27 25 - 27 Agustus 2018
Periode 28 08 - 10 September 2018
Periode 29 15 - 17 September 2018
Periode 30 22 - 24 September 2018
Periode 31 29 - 01 Sep – Okt 2018
Periode 32 06 - 08 Oktober 2018
Periode 33 13 - 15 Oktober 2018
Periode 34 20 - 22 Oktober 2018
Periode 35 27 - 29 Oktober 2018
Periode 36 03 - 05 November 2018
Periode 37 10 - 12 November 2018
Periode 38 17 - 19 November 2018
Periode 39 24 - 26 November 2018
Periode 40 08 - 10 Desember 2018
Periode 41 15 - 17 Desember 2018
Periode 42 22 - 23 Desember 2018
Tempat Pelatihan* :
PERKI HOUSE Jl. Danau Toba No.139 A-C, Bendungan Hilir, Jakarta Pusat
Biaya Pelatihan* :
Rp. 2.750.000 / Peserta
Fasilitas, yaitu :
● Pelatihan ACLS PERKI selama 3 hari (Hari Jumat sampai Minggu)
● Buku Panduan ACLS PERKI (2 Buah) versi bahasa Indonesia (Edisi Terbaru)
● Sertifikat ACLS PERKI (Akreditasi 14 SKP)
● Masa Berlaku Sertifikat 3 tahun
● Konsumsi (1x Lunch + 2x Coffee Break)/hari.
Persyaratan
Yang harus dibawa saat hari H , yaitu :
1. Fotokopi ijazah 1 lembar
2. Foto berwarna ukuran 4x6 sebanyak 4 lembar
3. Bukti transfer biaya pelatihan
4. Soal Pre Test yang sudah dikerjakan (Soal Pre Test ada di dalam paket buku ACLS)
Pembayaran:
Pembayaran dapat dilakukan dengan Transfer via Teller Bank / ATM / Mobile Banking/ Internet Banking ke rekening
MANDIRI KCP Jakarta RS Harapan Kita
No Rek : 117-000654139-5
a/n. YAYASAN PERKI – D
(Sebelum maupun Setelah melakukan transfer pembayaran pelatihan, mohon melakukan konfirmasi pembayaran ke kami agar data dapat diproses)
Materi
Materi yang akan diberikan saat pelatihan meliputi sebagai berikut :
Filosofi BLS , ACLS + Film; BHD Dewasa , AED , RJP Anak dan Bayi , Choking Dewasa, Anak dan Bayi; Praktek dan Ujian BHD Dewasa, AED, RJP Anak dan Bayi, Choking Dewasa, Anak dan Bayi; Post Test BCLS; Pre Test ACLS; Defribilasi; Perawatan Pasca Henti Jantung; Tata Laksana Jalan Nafas; Skill Station : Teori / Praktek EKG, Teori / Praktek Defribilasi, Teori / Praktek Airway Management; Hipotensi , Shock dan Edema Paru Akut; Sindrom Koroner Akut; Farmakologi dan Therapi; Skill Station :Teori / Praktek VT / VF – PEA – Asistole, Teori / PraktekTakikardi, Teori / Praktek Bradikardi; Skill Station : Kasus Komprehensif (MEGACODE); Ujian Postest; Ujian Praktek RJP berkelompok sebanyak 6 kelompok.
Pendaftaran via SMS/TELP/LINE/Whatsapps 08788-9699-789 Ketik:
ACLS # Tgl Pelatihan # Nama Lengkap # No.Handphone, Kirim ke 08788-9699#7-9
Contoh : ACLS # 6-8 Januari 2017 # Syifa Alia # 08788-9699-789
Permintaan Kelas Kolektif di Jakarta maupun di luar Jakarta dapat menghubungi : (Telp/SMS/WA) 08788-9699-789
Ket (*) : Jadwal & Biaya dapat berubah sewaktu-waktu ,untuk informasi lebih lanjut hubungi : 0878-8969-9789
Karena antusiasme tenaga kesehatan (dalam hal ini dokter) yang tinggi terhadap Kursus ACLS PERKI ini, maka kami secara rutin kami menyelenggarakannya. Untuk beberapa wilayah, kami rutin mengadakannya di setiap bulannya, bahkan ada wilayah yang kami selenggarakan setiap minggunya. Ada pula wilayah yang kami selenggarakan kursus ini setiap 2 bulan sekali. Ini semua tidak terlepas dari tingginya animo dan antusiasme para dokter dan tenaga medis lainnya yang membutuhkan kursus ini.
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Kursus ACLS PERKI ini sudah pernah dilaksanakan di hampir semua propinsi, yaitu diadakan di ibukota propinsi. Selain di ibukota propinsi, Kursus ACLS PERKI ini juga dilaksanakan di kota besar lainnya, dan juga di kotamadya/kabupaten lainnya. Hal ini tergantung dari permintaan para dokter, tenaga medis lainnya, atau bisa juga permintaan Rumah Sakit, Klinik, Puskesmas, Dinas Kesehatan, dan juga Instansi dari TNI/POLRI.
Oleh Karena permintaan para dokter dan instansi yang terkait, maka Kami pun menyelenggarakan Kursus ACLS inhouse training (kolektif). Untuk ACLS inhouse training (kolektif), kami mengadakannya di daerah/di lokasi yang lebih mudah dijangkau oleh para peserta.
Berikut adalah daerah-daerah yang pernah diadakan Kursus ACLS PERKI ini. Diantaranya adalah
Aceh,Medan,Padang,Riau,Pekanbaru,Jambi,Palembang,Bengkulu,Lampung,BangkaBelitung,Pangkal Pinang,TanjungPinang,Jakarta,Bekasi,Bogor,Depok,Tangerang,Tangerang Selatan,Cilegon,Yogyakarta,Bandung,Semarang,Cilacap,Purwokerto,Purbalingga,Banjarnegara,Kebumen,Purworejo,Wonosobo,Mungkid,Boyolali,Klaten,Sukoharjo,Wonogiri,Karanganyar,Sragen,Purwodadi,Blora,Rembang,Pati,Kudus,Solo,Yogyakarta,Surabaya,Madiun,Malang,Magelang,Tegal,Cilacap,Banten,Serang,Bali,Denpasar, Nusa Tenggara Timur, Kupang, Nusa Tenggara Barat, Mataram, Pontianak, Palangka Raya,Banjarmasin,Samarinda,Tanjung Selor,Manado,Palu,Makassar,Kendari,Mamuju,Gorontalo,Maluku,Maluku Utara,Sofifi,Papua,Jayapura,Papua Barat,Manokwari,Pandeglang, Lebak, Cilegon, Tangerang Selatan,Bandung, Bekasi, Cikarang, Bogor, Cibinong, Ciamis, Cianjur, Cirebon, Garut, Indramayu, Karawang, Kuningan, Majalengka, Pangandaran, Purwakarta, Subang, Sukabumi, Sumedang, Tasikmalaya, Banjar, Cimahi, Cirebon, Depok,Banjarnegara, Banyumas, Purwokerto, Batang, Blora, Boyolali, Brebes, Cilacap, Demak, Grobogan, Purwodadi, Jepara, Karanganyar, Kebumen, Kendal, Klaten, Kudus, Magelang, Pati, Pekalongan, Pemalang, Purbalingga, Purworejo, Rembang, Semarang, Sragen, Sukoharjo, Tegal, Temanggung, Wonogiri, Wonosobo, Salatiga, Surakarta,Bantul, Kulon Progo, Wates, Sleman, Yogyakarta,Bangkalan, Banyuwangi, Blitar, Bojonegoro, Bondowoso, Gresik, Jember, Jombang, Kediri, Lamongan, Lumajang, Madiun, Magetan, Malang, Mojokerto, Nganjuk, Ngawi, Pacitan, Pamekasan, Pasuruan, Ponorogo, Probolinggo, Sampang, Sidoarjo, Situbondo, Sumenep, Trenggalek, Tuban, Tulungagung Kota Batu, Blitar, Surabaya
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Copyright © Ruggero Poggianella Photostream.
All rights reserved. Please, do not use my photos/videos without my written permission.
Please note that the fact that "This photo is public" doesn't mean it's public domain or a free stock image. Unauthorized use is strictly prohibited. If you wish to use any of my images for any reason/purpose please contact me for written permission. Tous droits reservés. Défense d'utilisation de cette image sans ma permission. Todos derechos reservados. No usar sin mi consentimiento.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Copyright © Ruggero Poggianella Photostream.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Non ho bisogno di tempo
Per sapere come sei:
Conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere là dove taci
O nelle ore in cui tu taci?
Chi ti cerchi nella vita
che stai vivendo, non sa
Di te che allusioni,
Pretesti in.cui ti nascondi. Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuta, improvvisa,
Nello squarcio brutale
Di tenebra e di luce
Dove si rivela il fondo
Che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto ed ora
Sei così anticamente mia
Da tanto tempo di conosco
Che nel tuo amore chiudo gli occhi
E procedo senza errare
Alla cieca, senza chiedere nulla
A quella luce lenta e oscura.
P. Salinas, La voce a te dovuta
From Wikipedia:
en.wikipedia.org/wiki/Ford_Mustang
The Ford Mustang is a series of American automobiles manufactured by Ford. In continuous production since 1964, the Mustang is currently the longest-produced Ford car nameplate. Currently in its sixth generation, it is the fifth-best selling Ford car nameplate. The namesake of the "pony car" automobile segment, the Mustang was developed as a highly styled line of sporty coupes and convertibles derived from existing model lines, initially distinguished by "long hood, short deck" proportions.
Originally predicted to sell 100,000 vehicles yearly, the 1965 Mustang became the most successful vehicle launch since the 1927 Model A. Introduced on April 17, 1964 (16 days after the Plymouth Barracuda), over 400,000 units in its first year; the one-millionth Mustang was sold within two years of its launch.[5] In August 2018, Ford produced the 10-millionth Mustang; matching the first 1965 Mustang, the vehicle was a 2019 Wimbledon White convertible with a V8 engine.
The success of the Mustang launch would lead to multiple competitors from other American manufacturers, including the Chevrolet Camaro and Pontiac Firebird (1967), AMC Javelin (1968), and Dodge Challenger(1970). The Mustang would also have an effect on designs of coupés worldwide, leading to the marketing of the Toyota Celica and Ford Capri in the United States (the latter, by Lincoln-Mercury). The Mercury Cougar was launched in 1967 as a higher-trim version of the Mustang; during the 1970s, it was repackaged as a personal luxury car.
Lee Iacocca's assistant general manager and chief engineer, Donald N. Frey was the head engineer for the T-5 project—supervising the overall development of the car in a record 18 months—while Iacocca himself championed the project as Ford Division general manager. The T-5 prototype was a two-seat, mid-mounted engine roadster. This vehicle employed the German Ford Taunus V4 engine.
The original 1962 Ford Mustang I two-seater concept car had evolved into the 1963 Mustang II four-seater concept car which Ford used to pretest how the public would take interest in the first production Mustang. The 1963 Mustang II concept car was designed with a variation of the production model's front and rear ends with a roof that was 2.7 in (69 mm) lower. It was originally based on the platform of the second-generation North American Ford Falcon, a compact car.
Eldorado, Kansas Car Show, Sep 2014
Photo by Eric Friedebach
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
A woman shells maize cobs during pretesting for the survey “Adoption of Improved Maize Varieties and the Impact of Community Based Seed Production in the Hills of Nepal” in Kavre district, Nepal. The family belongs to Nepal’s Janajati indigenous community.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
ROMA ARCHEOLOGIA e RESTAURO ARCHITECTURA: M. Ceccaioni | P. Giannone, "Progetti all'italiana - Roma, Metro Linea C, working progress fino a piazza Venezia?" di ROMA (18|09|2013) & M. Lilli, Il Fatto Quotidiano (16|08|2014).
-- M. Ceccaioni | P. Giannone, "Progetti all'italiana - Roma, Metro Linea C, working progress fino a piazza Venezia?" di ROMA (18|09|2013).
Roma, Metro Linea C - Si arricchisce di nuove puntate la telenovela della terza metropolitana di Roma, a 25 anni dalla progettazione, è in costruzione da 7 anni e costata per ora quasi 3 miliardi di euro. Ridiscusso il vecchio tracciato, scompare la tratta T2 fino a Vigna Clara, ma rispunta la stazione Venezia, con i timori per il Colosseo
di Maurizio Ceccaioni
«Puntata 11.500 della telenovela sulla Metro C: riassunto delle puntate precedenti… ». Così potrebbe cominciare la serata in un ordinario salotto di una surreale città. Ma qui siamo a Roma, la capitale d’Italia, il centro del potere politico e quello della Metro C è solo uno dei tanti problemi sottostimati di questa città, piena di contraddizioni, di apparenti “non sensi”. Come il “Sottopasso di Castel Sant’Angelo”, il Piano regolatore Generale, i cambi di destinazione d’uso di milioni di metri cubi di costruzioni appena realizzate, uso sconsiderato del territorio. Ma pure per i repentini cambi di percorso della B1 e per quella linea D rimasta nei cassetti di Roma Metropolitane a vantaggio della Metro C. Già, quella nuova linea della metropolitana di Roma «destinata ad aggiudicarsi il record dell'opera pubblica più costosa e più lenta d'Europa», come ne aveva abbondantemente scritto sul Corriere della Sera, Sergio Rizzo. Pronto a capire i retroscena di questa opera nata già vecchia, in un suo articolo profeticamente chiosava: «Se mai si completerà», specie alla luce dell’adeguamento del contratto del 12 ottobre 2006, in seguito alla Delibera Cipe n° 127 dell’11 dicembre 2012.
Appunto, se mai si completerà; perché nonostante i continui colpi di scena (o di “sceneggiata”), pare riprendere vigore quel problematico tracciato sotterraneo tra i reperti della Roma Imperiale e i fiumi sotterranei, di cui si preoccupava Angelo Bottini, per 5 anni a capo della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, che nel dicembre 2007 aveva evidenziato a Roma Metropolitane, la delicatezza del cantiere di piazza Venezia, al centro della città storica, per il quale si dovevano adottare «tutte le tecniche disponibili per garantire la tutela del patrimonio archeologico, indipendentemente dai loro costi e dai tempi».
Metro C piazza VeneziaUna telenovela, dicevamo, dove l’ex sindaco Alemanno, a febbraio 2012 si dichiarava convinto dell’arrivo fino al Colosseo, ma con dubbi sul resto del percorso fino a Vigna Clara, non per la staticità degli edifici storici sul percorso Venezia-Ottaviano, ma per mancanza di copertura finanziaria da parte del Cipe. Soldi che qualcuno, come Federico Bortoli, amministratore delegato di Roma Metropolitane, pensò di poter trovare in un project financing, con eventuale contropartita, pure le dismesse caserme del Flaminio, che i cittadini vogliono trasformare in servizi al territorio.
C’è una Roma scomparsa che però nemmeno Roesler Franz, con i suoi acquarelli, ci potrà ridare. È quella dello sbancamento della collina “Velia” (o Veliae), tra Colle Oppio, Esquilino e Palatino, per fare via dei Fori Imperiali, tra piazza Venezia e Colosseo, su cui si affacciano i resti del tempio di Venere e della Basilica di Massenzio. Qui si è pensato di realizzare la stazione omonima della linea C, per la quale «saranno scavati circa 150.000 metri cubi di terra», com’è scritto sul cartello che delimita il cantiere.
Da parte di associazioni, urbanisti, geologi e archeologi, si teme per i monumenti, come il Colosseo, dopo la decisione di arrivare fino a piazza Venezia. Secondo il nuovo cronoprogramma, il 20 settembre 2013 Roma Metropolitane deve emettere le linee guida per la progettazione definitiva della tratta Fori Imperiali/Colosseo-Venezia (circa 700 m). Nei successivi tre mesi Metro C Spa deve fare la progettazione definitiva con le indagini ed entro il 17 aprile deve essere approvato da Roma Metropolitane il progetto definitivo e inviato al Ministero per indire la successiva Conferenza dei servizi.
Sarà invece “congelata” la tratta T2 fino a Vigna Clara. Ma se dopo la ripresa dei lavori per il sindaco Ignazio Marino questa è «una buona notizia per i romani», dovrebbe essere il colpo di grazia a quella variante verso il Circo Massimo, sostenuta da molti docenti e urbanisti, certamente non rassegnati. Come Paola Giannone, laurea in Architettura a Valle Giulia e una specializzazione in “Studio e Restauro dei Monumenti” nella sede di Roma dell'International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property, dell’Unesco.
Linea C Crepe al Colosseo foto Giannone, Impegnata da tempo contro la realizzazione della tratta T3/T2 della linea C, quello della Giannone non è un «no alla modernità», ma con lo scavo di quel tunnel ferroviario in un sottosuolo stratificato nei secoli e pieno di fiumi sotterranei, il suo pensiero va alla salute del Colosseo e delle aree archeologiche limitrofe. «Molti frammenti architettonici che adornano l’Anfiteatro Flavio stanno per cadere per le pessime condizioni in cui è stato lasciato il monumento negli anni e sono ben visibili anche dal basso, le profonde crepe verticali e orizzontali, probabilmente causate da un eccesso di carico nell'ultimo livello del Colosseo» (foto di Paola Giannone). Affermazioni documentate con una serie di foto, inviate con Cd e “nota di deposito” al procuratore regionale della Corte dei Conti del Lazio, Angelo Raffaele De Dominicis e al presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino.
Da quanto presentato, si evince che con lo scavo si dovrebbe asportare in particolare un banco argilloso sottostante i 13 metri di galleria, che farebbero da impermeabilizzazione all’area, col rischio di cedimenti strutturali. Cedimenti che si aggiungerebbero alla situazione pregressa, come testimoniano i pezzi di cornice di marmo già caduti. «Ma le crepe sono visibili un po’ ovunque - dice l’architetto - dai mattoni in cotto ai rivestimenti in marmo, alla struttura portante dei conci degli archi».
Per questo, con alcune petizioni si è rivolta alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica. Ma pure alla comunità internazionale, per chiedere al “Comitato del Patrimonio mondiale dell'Unesco”, di prendere posizione contro la costruzione della Metro C sotto il sito archeologico del "Foro romano". Aree dichiarate «Patrimonio mondiale dell’umanità», messe a rischio per questi lavori, già autorizzati dal 15 aprile 2013. L’Unesco, tutelerà questi beni?
FONTE | SOURCE:
-- M. Ceccaioni | P. Giannone, "Progetti all'italiana - Roma, Metro Linea C, working progress fino a piazza Venezia?" di ROMA (18|09|2013).
www.di-roma.com/index.php/costume-a-societa/item/622-prog...
FONTE | FOTO SOURCE:
-- M. Ceccaioni | P. Giannone, "Progetti all'italiana - Roma, Metro Linea C, working progress fino a piazza Venezia?" di ROMA (18|09|2013).
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-- M. Ceccaioni, Opere pubbliche e Metro C: stop all'essere presi in giro, di ROMA (2013[?]).
Roma, Metro C, costi esorbitanti, lavori senza fine, il potere di alcune lobby che hanno in mano la politica nostrana, così la nuova linea della ferrovia sotterranea capitolina ha la stessa storia di tante opere italiane dai costi stratosferici e dai tempi biblici necessari al completamento, con fine degli interventi che, in molti casi, è ancora molto lontana e sempre rimandata. Intanto, questo abnorme spreco lo paghiamo tutti
di Maurizio Ceccaioni
Ci risiamo: nel paese dell’incertezza su tutto, l’unica certezza che pare rimanere incontaminata è quella delle lobby. Mancano i soldi per la Sanità, ma si comprano costosissimi super aerei da combattimento che pare (ma solo pare) siano una bufala. Non ci sono nelle banche i soldi per rilanciare l’economia spicciola o per la piccola e media impresa, ma si fanno prestiti plurimilionari e, come ci ha dimostrato poi la realtà, inesigibili, agli “amici degli amici”, che stanno portando avanti progetti speculativi o facendo cordate modello “Capitani coraggiosi”, magari con la scusa di salvare una compagnia aerea “di bandiera” o per fare qualche lotto di metropolitana, sempre con la certezza di poter poi realizzare ricche super cubature per box auto, negozi e centri commerciali in situ.
In campo informatico, ci spiegavano i professori, si ragiona in termini binari: un modo apparentemente semplice ma esatto che, con una sequenza di zero e uno, permette di formare parole, numeri, figure, lanciare nello spazio satelliti e fare calcoli difficilissimi in poco tempo. La logica umana è invece più complessa e variegata, razionale ma con una forte componente creativa. Una forma di creatività che potremmo definire “strutturata”, che in molti uomini e donne “di potere”, è più di un grimaldello nelle mani di un ladro. Perché per questi esseri “fortunati”, quel potere, associato alla loro inesauribile creatività, diventa una sorta di “segreto del Pozzo di San Patrizio”, tanto che permette loro di fare sempre più e diversificati ragionamenti, per così dire, redditivi: tanto redditivi.
Metro C a Piazza VeneziaSe il codice Binario, con i suoi zero e uno, ragiona come se ci fossero solo il bianco e il nero, senza sfumature di grigi, nella logica umana invece le sfumature ci sono tutte. Perché si è detto, è una logica “creativa”, che permette a molti personaggi della casareccia élite dei nostrani imprenditori, di ottenere potere e soldi pubblici grazie alle amicizie giuste. Perché il nostro è il paese dei “Capitani coraggiosi”, quegli imprenditori nostrani che grazie a una certa politica, si sono costruiti un impero economico coi soldi pubblici, rischiando ben poco del loro. Gente che ha - per così dire - accompagnato la mano di chi doveva scrivere gli articoli dei Piani regolatori degli ultimi 100 anni, che grazie agli appoggi giusti si è impossessata di milioni di ettari di terreni (anche in parchi e riserve naturali) e metri cubi di edifici spesso ex pubblici. Territori e manufatti lasciati in eredità dai nostri avi, le nostre riserve di aria, di acqua, i nostri paesaggi e in tal senso hanno anche in mano le sorti della nostra vita e il futuro delle generazioni che verranno. Mettendo a caro prezzo queste aree sul piatto della bilancia nelle trattative coi governi locali, ottengono di fare sempre nuovi insediamenti abitativi con case tutte uguali, in quartieri satellite “fotocopia”, dove il centro commerciale ne sarà la moderna agorà e dove - a spese della collettività - un domani arriveranno i servizi e i mezzi pubblici, tanto, anche se le case rimarranno invendute, si porteranno a bilancio come “attivi”.
Metro C Torre medievale Ardeatina 2Con questo gioco al massacro Roma "Caput Mundi" è assediata da colate di cemento, dentro e fuori del Grande Raccordo Anulare, passando sopra e sotto resti archeologici e monumenti storici.
Scompaiono così i paesaggi della campagna romana con le torri medioevali (come tra Laurentina e Ardeatina) e la vista sugli acquedotti rimasti, forse, solo nei poetici acquerelli di Ettore Roesler Franz.
Metro C Cantieri Nuovi quartieri di quella città metropolitana che ha ormai reso Roma e i Castelli romani un tutt’uno. Ma se per un verso questi sono degli investimenti finanziari e speculativi, per migliaia di giovani coppie e neo pensionati, possono rappresentare la casa della vita: costi quel che costi. Perché i prezzi sono minori allontanandosi dall’Urbe e poi c’è una frase magica che catalizza l’attenzione sulle pubblicità: «…Accanto alla fermata della metro…».
Un esempio è la zona sud, tra Casilina e Prenestina, dove si attende da anni l’attivazione della Metro C. Ma sebbene i nuovi quartieri siano stati fatti e il valore delle case e dei terreni lievitato proprio in funzione dello scambio su ferro, la terza metropolitana di Roma Capitale sta vivendo la stessa esperienza della Tav, della “Variante di valico”, delle piscine dei mondiali di nuoto a Roma del 2009, dei Mondiali di calcio del 1990, del G8 a La Maddalena, del Ponte sullo Stretto di Messina, del Sottopasso di Castel Sant'Angelo, della Salerno-Reggio Calabria, delle carceri costruite e mai aperte per mancanza di personale, degli ospedali realizzati, attrezzati e lasciati in abbandono nelle mani dei vandali e tante altre ancora. Tutte queste opere hanno un fattore comune: sono in cantiere da decenni e sono costate (e costeranno) centinaia di miliardi presi dalle casse pubbliche, cioè a noi cittadini.
Ma se non si trovano i soldi per la Sanità pubblica, per la benzina delle auto di Polizia e Carabinieri, per monitorare e intervenire su un territorio che sta franando a ogni temporale, né per rifare l’asfalto alle disastrate strade cittadine o per svuotare i tombini stradali o pulire i fossi per impedire le ordinarie alluvioni di intere zone, per altri scopi questi denari escono ugualmente e tanti.
Metro C Marino-CaudoPer esempio, se il potere dei signori dalla “cazzuola d’oro” interviene e fa sentire il suo peso, in risposta la politica - di ogni colore e in ogni stagione della nostra vita - esegue. Allora escono fuori varianti in corso d’opera e revisioni progettuali perché, magari, ci si è accorti - parlando della Metro C - che sotto Roma c’è un’altra Roma: quella dei nostri avi. Così, con una spesa doppia rispetto al preventivo, di un progetto che nelle intenzioni originarie avrebbe dovuto servire per i pellegrini dell’Anno Santo del 2000, a oggi ne è stato realizzato solo meno della metà. Vai a spiegare alla gente che ha comprato casa sulla Casilina fuori Gra perché pubblicizzavano l’imminente apertura della Metro C, che di acqua sotto i ponti, come il fiume di soldi pubblici ancora da spendere, ne deve passare ancora molta. Intanto il Governo, con il decreto «Sblocca Italia», ha deciso il finanziamento della tratta della metro C da San Giovanni a piazza Venezia, nonostante le serie problematiche evidenziate, anche a livello mondiale, sulle sorti del Colosseo e del Foro romano, facendo felice il nostro sindaco “bonaccione”, Ignazio Marino e l’assessore all’Urbanistica, Giovanni Caudo.
FONTE | SOURCE:
-- M. Ceccaioni, Opere pubbliche e Metro C: stop all'essere presi in giro, di ROMA (2013[?]).
www.di-roma.com/index.php/2011-07-25-15-57-21/943-opere-p...
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-- Manlio Lilli, "Archeologia e metro C: il paradosso renziano degli scavi blocca-cantieri," Il Fatto Quotidiano (16|08|2014).
IL colmo è che si bloccano i lavori perché si trovano dei reperti archeologici. Questo è un paradosso. In tutto il mondo le risultanze degli scavi archeologici permettono ai passeggeri delle metropolitane di godere di cose delle quale altrimenti non avrebbero potuto vedere. Torino, Roma con l’operazione della linea C, e Palermo sono realtà che accederanno al finanziamento delle linee metropolitane”. Renzi lo ha dichiarato a Napoli nel bel mezzo del suo tour al Sud. L’ormai famoso Decreto sblocca-Italia passa anche da questo. E’ ormai chiaro. Le Soprintendenze dovranno dare l’autorizzazione paesaggistica in tempi certi o scatteranno procedure sostitutive. Non solo. Per la conferenza di servizi si sta mettendo a punto una norma che superi il dissenso e la definizione in termini di validità per la raccolta degli atti. Con questo capitolo l’Italia delle opere ferme al palo scatterà in avanti. Si sistemerà quanto già iniziato. Soprattutto, si creeranno le condizioni perché i tempi previsti per i cantieri non siano solo un auspicio destinato ad essere deluso.
Il programma di Renzi non ammette intoppi. Le lungaggini vanno superate con un decisionismo improntato al “tutto e subito”. Vanno spezzate catene che hanno impedito per troppo tempo di avanzare nel cambiamento. Di produrre futuro. Troppi cantieri dal Veneto alla Sicilia hanno subito le politiche imposte dalle Soprintendenze. Con il risultato che indagini archeologiche, nelle intenzioni preliminari, hanno finito per diventare scavi interminabili. Che hanno comportato non solo la sospensione dell’opera di turno da realizzare, ma anche una lievitazione senza misura dei costi. Renzi ritiene che queste siano le procedure che in tanti casi hanno decretato il “non finito” che si vede in ogni angolo d’Italia. Questo il dato certo. A differenza di quel che riguarda gli elementi che debbono avergli suggerito questa posizione, per così dire, critica.
Perché è vero che si possono richiamare esempi di situazioni nelle quali le Soprintendenze, a partire da quelle archeologiche, hanno assunto un atteggiamento oltremodo intransigente. Verrebbe da dire, zelante oltre misura. Ma è pur vero che quei casi estremi costituiscono un numero ben esiguo rispetto a quelli nei quali si è solamente tentato di non far cancellare, impunemente, testimonianze di estremo rilievo. Senza contare le circostanze, tutt’altro che episodiche, nelle quali l’archeologia, a dispetto di quanto identificato, è stata trattata senza alcun riguardo. Necropoli e singole tombe, strade basolate e semplici tracciati “battuti”, edifici termali e impianti produttivi, villae e luoghi di culto, vaste opere di bonifica idraulica e più modesti sistemi di smaltimento e/o irregimentazione delle acque. Non esiste città italiana o parte di territorio che non abbia sacrificato frammenti della sua Storia alla costruzione di nuovi quartieri e infrastrutture viarie.
A Roma, la realizzazione di Tor Bella Monaca ha cancellato quasi completamente il popolamento antico del centro di Collatia, noto attraverso le ricerche di Lorenzo Quilici e più recentemente la stessa sorte è toccata a la Bufalotta, costruita su una parte di territorio dell’antica Fidenae. Che dire poi dei Colli Albani, zona residenziale a breve distanza da Roma, nella quale il fenomeno soprattutto delle seconde case, ha fatto quasi tabula rasa del sistema di insediamenti sviluppatosi in età romana? Per decenni i ritrovamenti occasionali, hanno costituito un trascurabile “spauracchio”.
Poi con l’archeologia preventiva le cose sono un po’ cambiate. Ma il suo potere, generalmente, ha continuato ad essere oltremodo marginale. Come detto, a parte pochi, circoscritti, casi. Semmai è vero che in non poche occasioni l’archeologia è diventata una sorta di pretesto. Il parafulmine sul quale scaricare ogni colpa. Il sistema italiano ha prodotto l’infinità di cantieri avviati e mai terminati. Non certo il potere dell’archeologia. Se non fosse così la lista di strade e ponti, palazzetti dello sport, teatri, parcheggi e ospedali e molto altro sarebbe risultata meno lunga. Se non fosse così nel capitolo “Territorio e reti” del Rapporto 2013 del Censis, una parte importante non sarebbe stata dedicata “ai ritardi ed alle incompiutezze ed al lungo travaglio dei grandi progetti urbani all’epoca della crisi”.
Il rapporto descrive ventidue casi esemplari, dimenticandone altri importanti come quello romano di Acilia, in cui i lavori non sono mai partiti o si sono interrotti o i progetti sono rimasti sulla carta. In quei casi nessun ritrovamento archeologico è intervenuto a sovvertire cronoprogrammi o a mandare fuori controllo le risorse stanziate. Così appare fuorviante ritenere che la linea C della metro romana viaggi tra ritardi ed incertezze a causa delle indagini archeologiche. Che, a parte il caso di piazza Venezia dove si sono scoperti i resti del cosiddetto auditorium di Adriano, non risulta abbiano costretto a sostanziali modifiche del progetto iniziale. Nonostante in alcune circostanze i rinvenimenti siano stati tutt’altro che trascurabili. Come accaduto per esempio nel cantiere di via La Spezia.
Renzi ha ragione a sostenere che solo grazie agli scavi per la Metro quei documenti del passato sono riapparsi. Ma non si può negare che ogni scavo è a tutti gli effetti un’operazione distruttiva. Proprio per questo motivo sembra improprio voler intervenire sulle modalità e i tempi delle indagini. Senza contare che tutto questo sembra essere in contraddizione con una delle norme che dovrebbero entrare nello sblocca-Italia. La disciplina per agevolare la valorizzazione dei beni archeologici che vengono ritrovati durante gli scavi o i lavori di opere pubbliche. Il timore che la valorizzazione non preveda che una tutela parziale di quanto ritrovato, è forte. Una tutela peraltro nella quale il discrimine tra bene da conservare e quello da consegnare alle ruspe appare indefinito. La sensazione è che, aldilà delle nuove regole, a difettare sia la cultura del Paese. La capacità di decidere con uniforme serietà.
Alcuni giorni fa, in un’intervista al Financial Times, l’ex sindaco di Firenze, ha dichiarato, “Il Paese non l’ho distrutto io, non faccio parte del sistema”. In questi decenni nei quali il Paese si è arricchito di ponti sospesi nel nulla, di ospedali completati ma mai entrati in funzione, di dighe interrotte a metà, della Salerno-Reggio Calabria un cantiere mai finito, il “sistema”, secondo la definizione del segretario del Pd, si è quasi uniformemente schierato contro l’archeologia. Additando nelle ricerche scaturite dai rinvenimenti, il motivo di ritardi e interruzioni. Per essere davvero “un uomo solo”, come si definisce Renzi, il suo un atteggiamento, almeno in questo settore, appare abbastanza allineato.
FONTE | SOURCE:
-- Manlio Lilli, "Archeologia e metro C: il paradosso renziano degli scavi blocca-cantieri," Il Fatto Quotidiano (16|08|2014).
www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/16/archeologia-e-metro-c...
"[...] Solo della compagnia, Des Esseintes aveva incoraggiato quel matrimonio, non appena aveva sentito che la fidanzata di D'Aigurande desiderava abitare una casa d'angolo sui nuovi grandi passeggi; uno di quegli appartamenti a rotonda venuti allora di moda,[...] vedendo in quella unione una fonte infinita di ridicoli guai.
I fatti gli avevano dato ragione. D'Aigurande acquistò mobili adatti al nuovo ambiente: mensole curve, montanti per tendine ad arco, tappeti foggiati a mezza luna; tutto insomma un arredamento eseguito su commissione.
Spese il doppio che per ammobigliare un appartamento normale; e quando la moglie, a corto di danaro per rifornirsi il guardaroba, si stufò di abitare quella rotonda e volle una casa meno cara e come tutte le altre, si vide che nessun mobile stava in piedi né si inquadrava col nuovo ambiente.
Poco alla volta, l'ingombrante mobilio divenne una fonte inesauribile di contrarietà; l'affiatamento tra i coniugi, già pregiudicato dalla vita in comune, s'andò di settimana in settimana sbriciolando. Seguirono scenate: l'uno buttava in faccia all'altro che era impossibile restare in un salotto dove mensole e divani non appoggiavano alla parete, per cui bastava scontrarle perchè, nonostante le zeppe, traballassero. Per fare delle riparazioni, del resto pressochè impossibili, mancava danaro. Tutto divenne pretesto a acrimonie, a battibecchi; tutto, dai tiretti che nei mobili male a piombo non chiudevano più, ai ladrocinii della donna che profittava delle dispute tra i padroni per allegerire, non vista, la cassa.
In breve: tra i due la vita divenne intollerabile. Lui cercò distrazioni fuori di casa; lei, nelle risorse dell'adulterio, l'oblio di una esistenza grigia e piatta.
Di comune accordo, disdissero la locazione e chiesero divorzio.
"Non m'ero ingannato nel mio piano" si disse Des Esseintes con la soddisfazione dello stratega che vede riuscire la sua manovra..."
J.K. Huysmans, "A Rebours", 1884
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Tirare
Vocabolario on line
tirare v. tr. e intr. [lat. *tirare, di etimo incerto]. –
1. tr.
a. Applicare una forza a un oggetto per metterlo in movimento o per spostarlo, per modificarne la forma, ecc.: t. su, giù (v. anche oltre, al n. 3 b); t. la tenda, con movimento laterale in modo da coprire il vano della finestra; t. la corda della campana, la catena dello sciacquone, la maniglia della porta; t. una barca a terra, in secco; t. la fune; t. la cinghia dei pantaloni (e assol., in senso fig., t. la cinghia, soffrire la fame: v. cinghia); t. la barba, la giacca a uno; t. uno per la giacca, per la barba, per i piedi; t. uno da una parte; t. il collo a un pollo, per ucciderlo; t. le reti, raccoglierle dopo averle gettate, per catturare la preda; t. i remi in barca, anche in senso fig. (v. remo, alla fine della voce); assol., tira e molla (v. tiremmolla). Il movimento s’intende per lo più rivolto verso la persona che esercita la forza quando essa si consideri ferma (un movimento in senso contrario s’indicherebbe col verbo spingere; e in questo senso vanno intesi i due verbi tirare, spingere che sono talora segnati sui due lati di alcune porte d’ingresso); più esplicitamente, t. a sé (la porta, il cancello, l’imposta, ecc., o anche qualcuno). Se la persona che fa forza si considera in movimento, s’intende che l’oggetto su cui esercita la trazione venga dietro (anche qui contrapp. a spingere): t. il carretto, quando questo segue (spingere il carretto, quando il carretto sta innanzi); e di bestie attaccate a veicoli: i buoi tirano l’aratro; la carrozza era tirata da quattro cavalli; anche in questo caso la direzione può essere messa in particolare rilievo con l’avv. dietro e la particella pron.: tirarsi dietro un carretto; uscì in gran fretta tirandosi dietro la porta (per altri usi dell’espressione tirarsi dietro, v. oltre, al n. 3 i). Col sign. più generico di spostare, mutare di posto: qui il tavolo impiccia, bisognerebbe tirarlo più in là, più in avanti, un poco più a destra (in casi simili s’intende per lo più che lo spostamento avvenga trascinando il mobile, senza sollevarlo da terra); tira via quel piede; tirarsi da parte, tirare qualcuno da parte, ecc.
b. Con riferimento a oggetti deformabili (spec. metalli), ridurli in forma allungata, mediante trazione: t. l’oro in fili; per fregiar più nobili armature, Tirar lame d’acciar, fila d’argento (Caro). Con sign. più ampio, nell’uso fam., t. la pasta, t. la sfoglia, distendere l’impasto per ottenere la sfoglia.
c. Riferito a oggetti filiformi, o comunque estesi in lunghezza, tenderli: t. un filo, tra un palo di sostegno e l’altro; t. le corde di uno strumento, di un meccanismo; fig., t. la corda, t. troppo la corda, eccedere in sforzi soprattutto a danno della propria salute, o anche, con altro senso, insistere troppo in una richiesta, rischiando così di non ottenere nulla (soprattutto in frasi negative: non tirare troppo la corda!).
d. Tracciare, disegnare, nelle espressioni (dell’uso com., ma non tecniche) t. una linea (cfr. tiralinee), t. una perpendicolare a una retta data, e sim.; per estens., t. un muro, costruirlo, quando abbia sviluppo lineare.
e. Trarre a sé, immettere aria o altri aeriformi, soprattutto nei polmoni, inspirando o aspirando, oppure liquidi, ingerendoli succhiando o assorbendoli: t. una boccata di fumo, dalla sigaretta o dal sigaro, dalla pipa; t. una striscia di cocaina, aspirarla con le narici; t. il fiato, inspirare o, più genericam., respirare (e in usi estens. e fig., prendersi una breve pausa di riposo, di pace, un po’ di tempo in più: lasciami t. il fiato); t. il respiro, respirare profondamente (anche in usi fig.: t. un respiro di sollievo, liberarsi da un pensiero, da una preoccupazione assillante); il bambino s’è attaccato al petto e sentissi come tira il latte! (più spesso, assol., come tira).
f. Lanciare, scagliare, gettare con forza lontano, in una determinata direzione, sia con le mani e le braccia o con i piedi, sia con strumenti e mezzi varî: t. un sasso (o estens. una sassata), t. pietre; t. frecce con l’arco, dardi con la balestra, proiettili con la fionda, e t. frecciate (anche in senso fig., v. frecciata); t. un coltello, un’accetta; t. pugni, schiaffi, calci; t. la palla, il pallone, lanciarli (e assol., nel calcio, t. in porta, in rete o a rete, effettuare un tiro contro la porta avversaria); t. un rinterzo, un rinquarto, e con uso intr. t. di rinterzo, di rinquarto, nel gioco del biliardo; t. i dadi; t. una carta, in una partita di carte, metterla in tavola; t. fiori, confetti, e in usi estens. e fig.: t. baci, far vista di lanciarli con la punta delle dita; t. peti; t. moccoli, bestemmie. In partic., riferito ad armi bianche o da fuoco, vibrare o fare esplodere un colpo: t. un colpo di coltello al ventre, un colpo di sciabola al fianco, e t. una coltellata, una sciabolata, un fendente; t. un colpo di fucile, di rivoltella, di cannone, e t. una fucilata, una revolverata, una cannonata; t. una bomba a mano. Con uso assol., quasi intr., riferito ad armi bianche: t. di scherma, t. di sciabola o di fioretto, come attività sportiva; riferito invece ad armi da fuoco, sparare: t. alla selvaggina, e t. a fermo, a volo, al frullo; t. col fucile, con la carabina, con la pistola; t. a segno, colpire giusto o praticare il tirassegno; t. bene, male; con il soggetto dell’arma: una carabina che tira con grande precisione; un cannone che può t. a venti chilometri. Analogam., t. di boxe, fare del pugilato.
2. tr., fig.
a. Nel ciclismo, t. il gruppo, t. un compagno di squadra, e assol. tirare, mettersi alla testa, immediatamente avanti, con la ruota posteriore quasi a contatto di quella anteriore di chi segue, in modo da agevolarlo fendendo l’aria e diminuendo lo sforzo che deve fare per vincerne la resistenza; t. la volata al caposquadra, precederlo a ruota nella volata finale, fino a cento o duecento metri dal traguardo.
b. Attirare, portare con sé o a seguito di sé: una parola tira l’altra, di discussioni che si fanno sempre più accese e degenerano in litigi; una ciliegia tira l’altra, espressione prov. riferita a fatti e atti che avvengono o si compiono ripetutamente, di seguito: i baci (o le disgrazie, ecc.) sono come le ciliegie, una tira l’altra.
c. Indurre, spingere a comportarsi e agire in un determinato modo: Che i più tirano i meno è verità (Giusti); Signor mio caro, ogni pensier mi tira Devoto a veder voi (Petrarca); nell’uso ant., attirare, attrarre: come la calamita tira il ferro (Sacchetti); verso Dio Tutti tirati sono e tutti tirano (Dante).
d. Ricavare, trarre qualcosa da un’altra cosa: t. il sugo, da carni cotte a fuoco lento; t. (ma più com. trarre) vantaggio, profitto da una situazione; t. le somme, fare l’addizione, e, in senso metaforico, concludere; t. le conseguenze, dedurle; nell’uso ant. e fam., avere, riscuotere proventi e retribuzioni: t. la pensione, la paga; Né io sono per anche un manzoniano Che tiri quattro paghe per il lesso (Carducci). In tipografia, in fotografia e nella tecnica di riproduzione multipla, ricavare copie da una matrice, da un negativo o da un esemplare, stampare, riprodurre: t. un volume in 10.000 copie o t. 10.000 copie di un volume; t. sei esemplari di una foto, 100 esemplari numerati di un’incisione (v. tiratura).
e. Portare, condurre a uno stato o a una condizione determinati per mezzo di lavorazioni particolari: t. a lucido o a lustro un mobile, un marmo, un pavimento; t. a pulimento un pezzo metallico. In senso non materiale, dare un valore, in senso forzato, non obiettivo: è uno di quelli che tirano tutto al peggio.
f. In combinazione con espressioni di tempo nelle locuz.: t. giorno (o mattina), andare a dormire all’alba; t. sera, passare una giornata senza saper che fare, sperando che finisca presto; t. tardi, stare svegli fino a notte tarda.
g. Nell’uso fam., è com. l’espressione tirarsela, darsi arie, assumere atteggiamenti di superiorità: come se la tira, da quando è stata nominata direttrice!
3. tr. Con avverbî e locuzioni avv. o con compl. particolari:
a. T. avanti, fare avanzare, assicurare lo svolgimento e la continuità: t. avanti un lavoro; t. avanti la famiglia, la casa; t. avanti la vita, e più spesso assol. t. avanti, continuare a vivere: è gravissimo, potrà t. avanti solo qualche giorno (anche con sign. più ampio, provvedere alle necessità economiche di vita: con quel prestito, potrà almeno t. avanti un mese o due).
b. T. su, portare in alto, sollevare, alzare: t. su il secchio dal pozzo, e t. su l’acqua; t. su l’ancora, la saracinesca, la tenda; t. su (o tirarsi su) i pantaloni, la gonna, le calze; tirarsi su le maniche, rimboccarsele, anche in senso fig. (v. manica, n. 1 b); t. su una casa, costruirla; t. su i capelli, raccoglierli e fermarli in alto, sulla testa; t. su le carte, prenderle dal mazzo o dal tavolo; t. su i numeri (della tombola, del lotto, ecc.), prenderli dal sacchetto o da un altro contenitore; con uso assol., t. su (col naso), aspirare con forza e rumorosamente dal naso l’aria e il muco, spec. quando si è raffreddati o si piange: smettila di t. su continuamente! In partic., t. su (da terra) qualcuno o qualcosa, rialzarli: era caduto, e a tirarlo su da solo non ce l’ho fatta, perché è un omone pesante; il cavallo è scivolato, bisogna tirarlo su; tiriamo su quel palo; tira su quel pezzo di carta, raccàttalo. In senso fig., t. su uno, allevarlo, provvedere al suo sostentamento e alla sua educazione: i genitori sono morti che aveva pochi mesi, e l’hanno tirato su gli zii; è lei che s’è sbandata, i suoi l’avevano tirata su bene; gli dava non solo da vivere ma di che mantenere e tirare su una numerosa famiglia (Manzoni). Nel rifl., tirarsi su, migliorare le proprie condizioni economiche o sociali: comprerò un mulo e potrò tirarmi su a fare il carrettiere davvero (Verga); riprendersi, riaversi da una malattia, da uno stato di debilitazione fisica e psichica: è proprio mal ridotto, e non riesce a tirarsi su; non ti devi abbattere: ora cerca di distrarti e di tirarti su.
c. T. giù, abbassare, calare: t. giù la saracinesca, il sipario; t. giù colpi, botte, legnate, pugni, darli con violenza e in grande quantità; t. giù versi, poesie, articoli, quadri, farne molti di seguito e per lo più troppo in fretta.
d. T. fuori, estrarre, mettere fuori: basta tirarsene fuori e anche la villeggiatura diventa qualcosa di veramente stupido, quasi indecente (Sandro Veronesi); t. fuori una pistola, il coltello; t. fuori il portafoglio, l’orologio; t. fuori quattrini, denaro (tremila euro, un biglietto da cento), darli, spenderli; t. fuori la lingua, le unghie o gli artigli; t. fuori dalle macerie un ferito, t. fuori dall’acqua il cadavere di un annegato; fig., t. fuori un amico da un pasticcio, da una situazione imbrogliata (frequente anche il rifl: tirarsi fuori da un pasticcio, da un imbroglio). In senso non materiale: t. fuori una vecchia questione, riesumarla; t. fuori scuse, pretesti, cavilli, argomenti capziosi, addurli; ma guarda che cosa va a t. fuori!, di chi richiama fatti lontani, vecchi e dimenticati.
e. T. via, portare via, levare con forza; strappare: farsi t. via un dente; tira via quelle mani!; t. via il dito dal naso. Più spesso, in senso fig., fare, eseguire qualcosa in fretta e malamente, senza la cura e l’impegno che richiederebbe: un lavoro, un articolo tirato via; con uso assol., fare in fretta: su, tira via, è tardi; lasciare correre, passare sopra a qualcosa, non curarsene: beh, tiriamo via, ormai è accaduto ed è inutile recriminare; su, tira via, l’ha detto in un momento di rabbia.
f. T. in lungo, prolungare nel tempo, mandare troppo alle lunghe, soprattutto per non concludere subito: t. in lungo una trattativa, la discussione; usato assol.: sta tirando in lungo per guadagnare tempo.
g. T. a sorte, sorteggiare, scegliere o decidere per sorteggio: t. a sorte i numeri di una lotteria, i nomi dei concorrenti per stabilire l’ordine di precedenza; usato assol. o in espressioni ellittiche: se nessuno si sente di farlo, tiriamo a sorte (o a chi tocca).
h. T. in ballo, chiamare in causa, coinvolgere in una situazione persone o cose che hanno poca o nessuna pertinenza, che non è opportuno richiamare e implicare: non t. in ballo sua moglie, che non c’entra affatto; è inutile t. in ballo queste vecchie questioni.
i. Con la particella pron. di valore rifl.: tirarsi addosso, farsi cadere addosso qualcosa, e, in senso fig., fare ricadere su di sé, procurarsi fatti spiacevoli: si è tirato addosso l’armadio; agendo così, ti tirerai addosso le critiche, le maledizioni di tutti; tirarsi dietro, portare, spingere, trascinare dietro di sé: se lo inviti, è capace di tirarsi dietro tutti i parenti; tirati dietro il portone, o il cancello, quando esci; in senso non materiale, comportare come conseguenza: è una malattia che può tirarsi dietro complicazioni anche gravi; tirarsi indietro, ritirarsi, in senso proprio e fig.: tìrati indietro, sta arrivando il treno; è un pagliaccio! si è tirato indietro all’ultimo momento (cioè, è venuto meno alla parola, agli impegni che aveva assunto); tirarsi in là, farsi da parte, scostarsi: tìrati in là, che non ci passo.
l. In espressioni fig. partic., con compl. varî: t. gli orecchi a qualcuno, rimproverarlo; t. coi denti, fare qualcosa in modo forzato: un’interpretazione, un’argomentazione tirata coi denti; con lo stesso sign. t. per i capelli, riferito a cose: questa conclusione mi sembra tirata per i capelli; ma riferito a persone, costringere a fare qualcosa a forza, controvoglia: mi hanno tirato per i capelli ad assumermi questo incarico; t. la carretta, avere su di sé tutto il carico del lavoro (v. carretta); t. le cuoia, morire; t. l’acqua al proprio mulino (v. mulino2); t. sassi in colombaia o in piccionaia (v. colombaia).
4. intr. (aus. avere)
a. Soffiare, riferito al vento (è d’uso più com. e fam. rispetto a soffiare e a spirare, e indica per lo più un movimento d’aria forte): senti che ventaccio tira oggi; tirava una tramontana gelida che mozzava il respiro; in usi fig.: che vento, o che aria, tira?, come vanno le cose?, com’è la situazione?; con il vento che tira, è bene non commettere il minimo errore, con la situazione sfavorevole, avversa e pericolosa, che si è determinata, ecc.
b. Far passare agevolmente l’aria, il fumo, ecc., avere un buon tiraggio: la cappa del camino, la stufa o questo sigaro, la pipa, tira benissimo, poco, male, o non tira. In senso fig., procedere bene, avere influenza positiva sullo sviluppo economico: il mercato dell’auto ancora tira; l’industria edilizia continua a tirare.
c. Stare troppo teso o stretto, esercitare una pressione eccessiva sulla parte del corpo che è a contatto, riferito a oggetti di abbigliamento e di vestiario: le bretelle tirano troppo, vanno allentate; la cintura mi tira; è ingrassato e la giacca gli tira sulle spalle; questi pantaloni mi tirano al cavallo.
d. Tendere, mirare a qualcosa, o esserci portato per natura e per indole: t. ai soldi, al guadagno; t. a sfruttare il lavoro degli altri, a ingannare il prossimo. Nell’uso fam., t. a indovinare, azzardare una risposta nella speranza che sia giusta; t. a campare (frequente spec. nell’uso centro-merid.), pensare a vivere, provvedere ai proprî interessi essenziali, senza farsi troppi problemi e cercando di evitare impegni, noie e preoccupazioni: da’ retta a me, tira a campare!; tiriamo a campare, non ci avveleniamo l’esistenza; con uso impersonale, t. a piovere, del tempo, tendere alla pioggia.
e. T. sul prezzo (raro, con uso trans., t. il prezzo), e assol. tirare, contrattare, insistere per ottenere una riduzione di spesa: non mi piace t. sul prezzo, e perciò preferisco i negozî a prezzo fisso; quelli che bevono il vino senza criticarlo, che pagano il conto senza tirare (Manzoni); t. sulle spese, essere parsimonioso, cercare di economizzare il più possibile: con la vita che si fa più cara giorno per giorno, bisogna t. anche sul mangiare.
f. fam. T. dal padre, dalla madre, o dalla famiglia paterna, materna, averne ripreso i caratteri fisici o psichici, essere somiglianti: il ragazzo tira più dalla madre, e la bambina dal padre.
g. Seguito da avverbî o da locuzioni avv.: t. a destra, a sinistra, tendere: la vettura tira un po’ a destra; t. dritto o diritto, proseguire, procedere per la via dritta, senza voltare o fermarsi: l’ho chiamato, ma lui ha tirato diritto; in senso fig., tendere risolutamente allo scopo prefissato: tu tira diritto, non badare alle critiche (con uso e sign. analogo, t. via e t. innanzi); t. di lungo, passare da un luogo, davanti a qualcuno o a qualcosa, senza fermarsi: hanno visto, traversando la piazza, che c’era una rissa, ma per evitare grane hanno tirato di lungo. ◆ Part. pres. tirante, anche come agg. in botanica, nell’espressione radice tirante, che si contrae e tira in giù il rizoma, il bulbo o il tubero cui è attaccata. Per gli usi e i sign. partic. che ha come s. m., v. tirante. ◆ Part. pass. tirato, anche come agg. nei varî sign. del verbo e con accezioni proprie (v. tirato).
El gran incendio de Temuco, 18 de enero de 1908
Reportaje de Revista Zig-Zag del 26 de enero de 1908 (tomado de Historia de Temuco - Biografía de la capital de La Frontera, de Eduardo Pino Zapata (1969).
La floreciente ciudad de Temuco, de la cual hace algún tiempo dimos una serie de vistas fotográficas interesantísimas, ha estado a punto de ser totalmente destruída por un incendio. El fuego principió en un edificio cercano a la Plaza de Armas e impulsado por un fuerte viento del oeste, tomó proporciones tales que llenó a la población de consternación y espanto.
Veintiuna manzanas fueron totalmente reducidas a escombros. Las bombas del pueblo y las que pudieron ir de Concepción y otras ciudades de la frontera fueron impotentes para contener la impetuosidad de las llamas y se limitaron a defender de su voracidad las casas que servían de márjen a aquel verdadero torrente de fuego.
No ménos de 3.500 personas quedaron sin hogar y en la mas absoluta miseria. Las pérdidas avaluables en dinero pasan de 1.500.000 pesos. El fuego abarcó una estensión de quince cuadras de largo por ocho de ancho y terminó en la noche después que hubo consumido todo el combustible que encontró en su derrotero, en el Hotel Leguas por el sur * y la Bodega de Mac Kay por el norte. Contemplando el plano de la ciudad de Temuco, que publicamos en otra pájina, puede comprenderse la verdadera magnitud del incendio. Descartando las manzanas que se hallan mas allá de la línea férrea, de la Avenida de 30 metros y el rincon formado por ámbas que están despobladas, puede decirse que las llamas consumieron la tercera parte de la ciudad.
Es, pues, completamente esplicable la consternación que se apoderó de los habitantes ante tamaña desgracia y el eco que ella ha tenido en toda la República. En la noche la ciudad presentaba un aspecto horrible; la vista abarcaba la enorme estensión comprendida entre la estación y la calle Vicuña, y espantaba ver como en quince cuadras ardian siniestramente miles de montones de fuego en medio de los edificios caídos.
Al día siguiente, en la estensa y ancha avenida abierta por el fuego, veíanse palos carbonizados, una que otra chimenea de cal y ladrillo, troncos de árboles quemados, postes de luz eléctrica carbonizados, máquinas, alambres telefónicos por el suelo, montones de zinc quemados, ruinas, desolación y por todas partes escombros humeantes.
Desde los primeros momentos del incendio la jente se entregó al pillaje, sin que hubiera la fuerza de policía necesaria para evitarlo. Calcúlase que la tercera parte de la ropa y mobiliario desaparecido es obra de los ladrones. A pretesto de salvamento, la jente llevábase carretonadas y montones enormes de objetos robados. Hubo también casos en que personas aseguradas impidieron que por dentro de sus casas se sacaran muebles de sus vecinos no asegurados.
A causa de la caída de los postes desde el primer momento faltó el telégrafo y el teléfono y esparcida esta noticia por la ciudad, contribuyó en no pequeño grado a aumentar el pánico, pues se llegó a creer que en la imposibilidad de poderse comunicar con el norte, de acá no podrían enviársele socorros. Aprovechando la situación angustiosa en que quedó tanta jente sin hogar, algunos comerciantes poco escrupulosos comenzaron a esplotar el hambre, pidiendo el doble por los artículos de primera necesidad.
En esta emerjencia el gobierno impartió instrucciones a los ferrocarriles para movilizar trenes de norte a sur, especiales para los damnificados por el fuego. En medio de las ruinas se han visto escenas dolorosas. Mujeres pobres llorando al lado de sus pobres viviendas reducidas a cenizas. Según cálculo aproximado se han quemado 25 a 30 manzanas, en su tercera parte las mas importantes de la ciudad, que con este desastre queda arruinada talvez para no volver a levantarse ántes de diez años. El fuego se ramificó en varios brazos, pues dentro del área quemada han quedado pedazos intactos.
* El Hotel de la Estación de Carlos S. Mason, arrendado a Guillermo Leguas el 3 de octubre de 1906 por un canon de $140 mensuales, según escritura que obra en nuestro poder.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Copyright © Ruggero Poggianella Photostream.
All rights reserved. Please, do not use my photos/videos without my written permission.
Please note that the fact that "This photo is public" doesn't mean it's public domain or a free stock image. Unauthorized use is strictly prohibited. If you wish to use any of my images for any reason/purpose please contact me for written permission. Tous droits reservés. Défense d'utilisation de cette image sans ma permission. Todos derechos reservados. No usar sin mi consentimiento.
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© Copyright: Sie dürfen es nicht kopieren !
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Copyright © Ruggero Poggianella Photostream.
All rights reserved. Please, do not use my photos/videos without my written permission.
Please note that the fact that "This photo is public" doesn't mean it's public domain or a free stock image. Unauthorized use is strictly prohibited. If you wish to use any of my images for any reason/purpose please contact me for written permission. Tous droits reservés. Défense d'utilisation de cette image sans ma permission. Todos derechos reservados. No usar sin mi consentimiento.
© Copyright: Você não pode usar !
© Copyright: Sie dürfen es nicht kopieren !
© حقوق النشر محفوظة. لا يمكنك استخدام الصورة
All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Copyright © Ruggero Poggianella Photostream.
All rights reserved. Please, do not use my photos/videos without my written permission.
Please note that the fact that "This photo is public" doesn't mean it's public domain or a free stock image. Unauthorized use is strictly prohibited. If you wish to use any of my images for any reason/purpose please contact me for written permission. Tous droits reservés. Défense d'utilisation de cette image sans ma permission. Todos derechos reservados. No usar sin mi consentimiento.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Copyright © Ruggero Poggianella Photostream.
All rights reserved. Please, do not use my photos/videos without my written permission.
Please note that the fact that "This photo is public" doesn't mean it's public domain or a free stock image. Unauthorized use is strictly prohibited. If you wish to use any of my images for any reason/purpose please contact me for written permission. Tous droits reservés. Défense d'utilisation de cette image sans ma permission. Todos derechos reservados. No usar sin mi consentimiento.
© Copyright: Você não pode usar !
© Copyright: Sie dürfen es nicht kopieren !
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Copyright © Ruggero Poggianella Photostream.
All rights reserved. Please, do not use my photos/videos without my written permission.
Please note that the fact that "This photo is public" doesn't mean it's public domain or a free stock image. Unauthorized use is strictly prohibited. If you wish to use any of my images for any reason/purpose please contact me for written permission. Tous droits reservés. Défense d'utilisation de cette image sans ma permission. Todos derechos reservados. No usar sin mi consentimiento.
© Copyright: Você não pode usar !
© Copyright: Sie dürfen es nicht kopieren !
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Copyright © 2011 Ruggero Poggianella Photostream.
All rights reserved. Please, do not use my photos/videos without my written permission.
Please note that the fact that "This photo is public" doesn't mean it's public domain or a free stock image. Unauthorized use is strictly prohibited. If you wish to use any of my images for any reason/purpose please contact me for written permission. Tous droits reservés. Défense d'utilisation de cette image sans ma permission. Todos derechos reservados. No usar sin mi consentimiento.
© Copyright: Você não pode usar !
© Copyright: Sie dürfen es nicht kopieren !
© حقوق النشر محفوظة. لا يمكنك استخدام الصورة
All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Artista: Luigi De GiovanniTitolo della mostra antologica: In itinere. Visioni, segni e figure 1966 – 2012a cura di Toti CarpentieriSpazio espositivo: Palazzo Risolo, Specchia, piazza del PopoloInaugurazione: 15 dicembre ore 18.00Date: Dal 15 dicembre 2012 al 6 gennaio 2013Orario: dalle 17.00 alle 20,00 (In occasione delle manifestazioni legate al “Presepe Vivente nel Borgo Antico” la chiusura sarà posticipata.)Ingresso liberoAllestimento: Arch. Stefania BrancaCoordinamento: Il Raggio Verdecontatti: website: degiovanniluigi.comilraggioverdesrl.itufficiostampa@ilraggioverdesrl.it
Dopo lo straordinario consenso di critica e di pubblico ottenuto con la mostra “Tracce di ri€voluzione”, realizzata questa estate a Lecce, l’artista Luigi De Giovanni ritorna nel borgo natale di Specchia con “In Itinere. Visioni, segni e figure 1966 – 2012” la mostra antologica curata dal critico Toti Carpentieri. In mostra dal 15 dicembre 2012 al 6 gennaio 2013, nelle sale di Palazzo Risolo dove sarà esposta una significativa selezione di opere realizzate dal 1966 al 2012. Al vernissage che si terrà il 15 dicembre, ore 18 interverranno il sindaco di Specchia Antonio Biasco, l’assessore alla cultura Giampiero Pizza, Giusy Petracca presidente Il Raggio Verde edizioni. Presenta l’artita il curatore Toti Carpentieri.
L’antologica allestita a Specchia celebra il percorso di un artista che – scrive il curatore Toti Carpentieri - “partito da una fedeltà, pressoché genetica, alla figurazione e al paesaggio, ha saputo nel tempo, calandosi in una sorta di full-immersion interrelazionale, approdare a soluzioni innovative di ampia riflessione e di approfondito dialogo. Guardando ancora una volta alla memoria, come molti della sua generazione, in quanto momento determinante del pensiero e del fare”. Durante gli anni dell’Istituto D’arte di Poggiardo il suo interesse è legato prevalentemente all’astrazioni. Poi si avvia alle figure, ai nudi, ai fiori, ai paesaggi, racconti di luoghi a lui cari quali la natia Specchia e Cagliari, città d’adozione; infine i jeans, strappati e incollati su telai o trasformati in sculture, icone della contestazione sessantottina vissuta in prima persona negli anni della formazione a Roma. Dopo aver conseguito il diploma all’istituto d’arte di Poggiardo, De Giovanni lascia la Puglia per completare gli studi nella capitale dove si diploma all’Accademia di Belle Arti e incontra il maestro Avanessian che lo indirizzò allo studio dell’imprimitura delle tele e delle terre. Nel 1974 si perfeziona nella tecnica ad olio, pur continuando a sperimentare materiali e linguaggi è costantemente impegnato in una ricerca stilistica che è sempre in evoluzione e non conosce soste.Lo sguardo dell’artista si moltiplica, da un lato indaga la luce e la poesia dei paesaggi che siano il borgo natale, le distese di ulivi pugliesi o le campagne di Seulo, dall’altro continua ad urlare sulle tele come sui jeans, che diventano opere con le quali leggere i cambiamenti culturali, economici e politici che hanno caratterizzato la società e i costumi dalla seconda metà del Novecento in poi. E’ quasi uno sdoppiamento questa sua ricerca pittorica che scaturisce da riflessioni sul tempo e sulla storia, sulla natura fino a toccare l’ambito più intimo dell’uomo: il rapporto con se stesso e con la fede.Particolarmente significativo in questo viaggio fra le due anime di Luigi de Giovanni la compresenza di linguaggi espressivi diversi: dall’indagine sul paesaggio - fiori e nature morte - all’evoluzione di oggetti, radicalmente modificati dal progresso tecnologico, e utilizzati attraverso anche il recupero della memoria contadina, come pretesto per riflettere sulla società, fino a spaziare lo sguardo nella contemporaneità sfogliando le pagine più dolorose e sofferte della storia europea e italiana: le grandi guerre, la caduta del muro di Berlino, la contestazione giovanile degli anni ’60, la crisi economica e politica dei nostri giorni.
L’evento espositivo patrocinato dall’assessorato alla Cultura del Comune di Specchia è organizzato da Il Raggio Verde edizioni. Firma l’allestimento l’architetto Stefania Branca Cenni biograficiNato a Specchia, dove ha un proprio atelier, Luigi de Giovanni vive e opera tra il Salento e Cagliari. Diplomatosi all’Istituto d’Arte di Poggiardo (Lecce) nel 1969, nel 1974 si diploma all’Accademia delle Belle Arti di Roma. Nel 1973 con il maestro Avanessian inizia lo studio
Nel 1980 sperimenta la tempera all’uovo; realizza alcune opere con un unico filo conduttore “scalate sociali”. Nel 1988 sperimenta tecniche miste con l’uso di materiali di scarto simbolo di “rifiuto” quali: segatura, trucioli metallici, pezzi di gomma inservibili, carta e tessuti. Nello stesso anno inizia il rapporto con la Galleria “Mentana” di Firenze che lo presenta alla Fiera Arco di Madrid. Negli anni Novanta inizia a realizzare e ad esporre opere che hanno come filo conduttore “l’angoscia nella società attuale” e comincia ad usare i vecchi jeans come tele per le sue opere a carattere sociale. Il nuovo millennio lo vede siglare importanti collaborazioni con la Galleria Della Tartaruga – ROMA e la Galleria “III Millennio” di Venezia.
La sua lunga carriera artistica lo ha visto tenere mostre in tutto il mondo: New York, Parigi, Tokyo, Bruxelles, Gent, Madrid, Siviglia, Ginevra oltre che nelle principali città italiane da Milano, a Roma, Firenze, Pisa, Bologna, Ferrara, Cagliari Lecce…
Principali mostre personali dal 2001 ad oggi
2001 - “Caschi Bianchi Europa” Roma “Un modo d’intendere la pittura” dal 21/04/ al 17/052001 - Galleria “Mentana” Firenze “ Segni e Forme” dal 06 al 21/102001 - Galleria “ La Bacheca “ Cagliari “.....questo e questo....solo un modo per intendere la pittura........” dal 20 al 31/102002 - “Club Internazionale Lyceum” Firenze “Luce e Colori” dal 1 al 14/022002 - “Castello Carlo v ” Lecce “ L’uomo soffiò e........” dal 09 al 18/02 presentato dalla galleria “ Il Raggio Verde” Lecce2002 - “ Castello Risolo di Specchia” dal 04 al 24 agosto presentato dal Comune e dalla Pro Loco di Specchia2002 - “Piccola Galleria” Specchia “Le vibrazioni del colore nella luce”2003 - Galleria “La Bacheca “ Cagliari “ La Danza del Colore”2003 - Galleria “III Millennio” Venezia
2004 - “SUBLIMATIONS - landscape of the soul” 5/16 luglio Espace Couloir r.d.c. ASP - PARLAMENTO EUROPEO Bruxelles2004 - “Urlo Nel Buio” Sutta Le Capanne Du Ripa Specchia Lecce2004 - Galleria “ Della Tartaruga” 25 settembre 5 ottobre Roma2004 - “Urlo Nel Buio” Galleria “La Bacheca” 9/20 ottobre Cagliari2004 - “Urlo Nel Buio” Galleria Raggio Verde 4 dic. 4 gen. Lecce2005 - Galleria “Della Tartaruga” Settembre 05 Roma2005 - Genesi del Colore settembre Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Piombino2005 - Genesi del Colore ottobre 2005 Culturale Sardi in Toscana, Piazza Santa Croce, 19, collaborazione con la galleria d’arte Mentana, Firenze2005 - PROFILI DELL'ESSERE Galleria d'Arte III Millennio – Venezia - dal 12 al 30 Novembre2006 - Jeans SPAZIO CULTURALE MENTANA FIRENZE2006 - “ELIOS” Sala degli ulivi - Borgo Cardigliano Specchia (LE) presentato da Toti Carpentieri2010 – PAESAGGIOOLTREPAESAGGIO - AMACI: ASSOCIAZIONE MUSEI ARTE CONTEMPORANEA 9 ottobre 2010: Giornata del Contemporaneo Sesta edizione GALLERIA BERNARDINI - EX CONVITTO PALMIERI Lecce2010 - Palazzo Baronale di Girolamo Comi - Piazza della Vittoria Lucugnano (Lecce) - AMACI: ASSOCIAZIONE MUSEI ARTE CONTEMPORANEA 9 ottobre 2010: Giornata del Contemporaneo Sesta edizione2010 – Studio “Sutta Capanne dellu Ripa” a Specchia2010 - Galleria d'arte "LA BACHECA" Via Dei Pisani, 1 Cagliari
2011 – “Sutta Capanne dellu Ripa” Specchia Lecce - Objects – oggetti2011- LUIGI DE GIOVANNI - SPECCHIA / FIRENZE - Eventi organizzati in occasione della settima edizione della Giornata del Contemporaneo, promossa da AMACI2011 “TRACCE DI FEDE” – Mostra e installazione - Studio “Sutta Capanne dellu Ripa” - Specchia2011- LUIGI DE GIOVANNI - SPECCHIA / FIRENZE - Settima edizione della Giornata del Contemporaneo, promossa da AMACI - performance che dura tutta la giornata, presso lo Studio “Sutta Le Capanne du Ripa” (nell’ambito della mostra “Tracks: tracce”2011 “TRACCE DI FEDE” – Mostra e installazione - Studio “Sutta Capanne dellu Ripa” a Specchia2012 “Tracce di Ri€voluzione” a cura di TOTI CARPENTIERI - LECCE, SALONE DELLE FESTE, EX CONVENTO AI TEATINI2012 “Rivoluzione” Spazio d’arte Sutta Le Capanne du Ripa a Specchia - In occasione dell’8° Giornata del Contemporaneo indetta da AMACI Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiana.2012 – Mostra presentata da Toti Carpentieri - Antologica – Castello Risolo Specchia
Info e approfondimenti: www.degiovanniluigi.com artedegiovanniluigi.blogspot.it/
From the 2007 Region 5 World Tang Soo Do Association Spring Black Belt test held in Flint, MI. Photos are courtesy of Mr. Adam Petrasek, Buckeye Tang Soo Do.
(freedom is a red boat)
oliviaspaghetti.tumblr.com/post/25255233159/la-liberta-e-...
Non pensavo che una donna che mangia un hot dog per strada fosse così provocante e mi sono sentita immediatamente Julia Roberts all’inizio della sua carriera; voglio ben sperare che sia stata la maionese perché non ritengo tanto giusto conferire tutto il merito alla mia permanente ancora umida di doccia che, oltretutto, io preferisco così infeltrita come il manto del cane prediletto di mio padre quando si asciugava al sole dopo essere stato lavato alla bell’e meglio con la sistola annaffiando il campo.
So dove sto andando, a vedere il Cristo velato, sono a Napoli da tre mesi e ancora non l’ho visto, stasera approfitto: c’è la Cappella di San Severo aperta per cinque euro, una cosa di beneficenza e pare che nel biglietto siano compresi anche degli attori che non so bene cosa ci faranno là dentro. Non mi piace andare in certi posti a colpo sicuro, ho visto più o meno dov’è sulla mappa e poi Marco me l’aveva accennato una volta, mentre tornavamo a casa per mano ancora una sera, non così calda come questa che mi accoglie stasera. Marco sembra fatto apposta per queste cose, trova tutto quello che perdo prima che io lo incominci a cercare sconclusionatamente: le chiavi di casa, gli orecchini, il libro di turno da leggere prima di addormentarmi. Insieme a lui ho scoperto la colossale differenza fra dipendere da qualcuno e fidarsi, o meglio, potersi fidare di qualcuno. Così, a tappe improvvisate, chiedendo un po’ in giro senza fretta, sono arrivata davanti all’ingresso della Cappella, ho fatto il biglietto e, dopo che il custode, puntando il laccio della macchina fotografica a penzoloni dalla tasca dei miei jeans, ha creduto di avermi persuasa riguardo l’assoluto divieto di scattare fotografie e far squillare il telefonino, a bocca aperta ho cominciato a mangiare con gli occhi tutto quello che potevo: minuziosi affreschi dai colori così brillanti da far venir voglia di cercare le gocce di vernice ancora fresche sul pavimento, statue di marmo bianchissime, lucide e soprattutto dalle vesti così sottili e leggere da non resistere all’istinto di soffiarci sopra per vederle svolazzare nell’alito leggero, gli attori in costume a fungere da guide che interagivano con me e quegli altri pochi visitatori della prima ora. Non so come spiegarlo, non ho avuto nessuna voglia di rubare nemmeno una fotografia, non mi sono fatta prendere dalla smania di fare qualcosa che non si può fare esclusivamente per il gusto di dire, senza per giunta essere stata interpellata prima, “guarda ho fatto una foto al Cristo velato” solo per sentirsi rispondere “wow, come hai fatto? Sono severissimi là dentro”. Mi sono gustata la messa in scena posticcia che si confondeva con quella vera di un corpo di pietra disteso in mezzo alla sala che sembrava più vivo della mia carne irrigata di sangue e ho aspettato che se ne andassero tutti per ascoltare da sola in un cantuccio il violino suonare.
Anche se, a detta di chi c’era stato prima di me, quella celebre scultura avvolta, oltre che nel velo di marmo, in un nugolo di misteri e leggende confuse fra magia ed alchimia, aveva fatto piangere di commozione anche i più insospettabili io non sono riuscita ad emozionarmi a tal punto però , ad essere onesta, una cosa mi ha fatto venire letteralmente i lucciconi agli occhi: l’amalgamarsi all’atmosfera rarefatta, alla magia impalpabile di quel luogo incantato, della familiarità irruenta dell’odore di pesce grigliato che sgattaiolando da qualche basso attiguo riempiva a mano a mano indisturbato tutta l’aria a disposizione.
Ammantata anch’io da quel velo che avevo finalmente visto mi sono sentita come alleggerita d’un debito e libera così di ricordarmi della pallottola di carta acciuffata sul divano di pelle marrone della libreria vicina mentre chiedevo l’ultima indicazione per la Cappella di San Severo, l’ho srotolata. Uno scontrino dentro a un classico tovagliolo da bar sporco di cioccolata: sullo scontrino da 2 euro c’era scritto il nome della cioccolateria due passi più in là. Senza pensarci troppo l’ho raggiunta e ci sono entrata come se fossi automaticamente passata in un’altra dimensione. Quanti gusti, mi lascio superare da un paio di turisti esigenti che non si accontentano mai, ma poi, richiamata all’effimera inevitabile urgenza del momento dalla ragazza al bancone, chiedo un cono da due euro solo cioccolata fondente con fave di cacao e panna. Solo un gusto e il cono di quelli che sembrano rompersi solo al desiderarli, come quelli delle domeniche in Via Maestra. Al banco c’era Anna, un’amica di mia nonna, ormai complice del mio buffo stratagemma di rompere la punta del cono: pretesto valido per farmene dare un secondo a fare da custodia al primo ormai difettoso. Mentre mi lascio perdere seguendo i suoni, la musica, le voci, gli odori e le biglie dei bambini che fanno a gara ad essere più indipendenti dei cani che non conoscono guinzaglio, sprofondo in quel cioccolato già caldo di rigoli veloci che muoiono nell’incavo stretto della mia mano, le fave di cacao s’incastrano nei denti, è una strana commistione: la panna e il cioccolato mi fanno tornare alla velocità della luce in quella gelateria semplice, senza fronzoli, come se non fosse altro che il proseguimento della cucina di casa, i grumi duri di cacao invece mi scaraventano a pochi mesi fa, in un monolocale sgangherato di periferia, sere da sola, tanta malinconia ben spesa per un pezzo di cioccolato caro da non dormirci la notte ma che faceva tanto chic nelle sere di aperitivi e chiacchiere da post Teatro dell’Opera.
Faccio una fotografia alla piazza colorata, alla gente che balla, con l’unica speranza di riconoscere, una volta scaricata nel computer, mia nonna in mezzo a quelle figurine lontane, mia nonna che è nella saliva del tovagliolo col quale mi pulisco vigorosamente la bocca fino al collo, mia nonna è diventata una pezzola di stoffa sul mio viso, ora vorrei solamente che quell’alone dolciastro divenisse indelebile.
Giro la testa e scorgo il bar del primo caffè, dei primi rituali da imparare, l’acqua da bere rigorosamente prima di affrontare la tazzina incandescente; mi scopro a indovinarne la marca confrontando il disegnino sulla tazzina con quello delle bustine di zucchero un po’ più distanti e mi sorprendo nel considerare che in un non ben identificabile prima avrei fatto il contrario, ma da quant’è che bevo caffè amaro e, come se non mi bastasse questo, mi crogiolo goduriosa nel rimasuglio intenso del gusto che scivola via piano piano dal fondo della lingua ?
Uscendo non mi saluta nessuno, si rimettono a parlare come se avessi interrotto qualcosa di intimo; l’intimità di un bar è come l’intimità di una sala d’aspetto più piccola, non ci sono treni né fischi ma pensieri, espressioni e impronte dei soliti avventori che vanno e vengono senza fermarsi mai. Ho bisogno di andare al mare, d’inseguire un gabbiano che rapisce il mio sguardo stralunato. Non ci sono abituata ai gabbiani, li guardo come se fossero fantastici uccelli esotici, qui invece non ci fanno caso, come non fanno caso alle bizzeffe di indiani colorati, di cinesi schivi, di chiassosi senegalesi che ogni giorno si mischiano in questi vicoli senza, alla mia apparenza, dover rendere conto a nessuno del loro peregrinare. Raccolgo il residuo bellico a colori di un noto fast food e lo butto nel primo bidone della spazzatura a disposizione perché adoro essere guardata come una strana ed eroica creatura mentre lo faccio, qui come in tutte le strade e le piazze del mondo; è come fare un sorriso nel bel mezzo di una fila alla posta o dire grazie a chi ha soffermato l’automobile solo intravedendoti da lontano per lasciarti attraversare proprio nel punto che hai scelto tu personalmente in barba alle strisce pedonali.
Prima del lungomare c’è una strada a due corsie, è larga, ma meno del traffico che la trasforma in un artefatto moto perpetuo e, per la prima volta, trovo questo fenomeno, ormai assimilato nella vita di ognuno di noi, innaturale, addirittura osceno da sopportare. Urbana superstite costeggio un parco giochi, accenno un sorriso al suono dell’inconfondibile campanella di fine corsa e poi mi faccio quasi prendere alla sprovvista da una canzoncina fra il metallico e lo stucchevole che fa “Com’è bella la vita del bucanier, navigando in mezzo al mar..” e mi sembra che qualcuno abbia fatto la spia: voglio raggiungere un pezzettino di porto appartato per salire di nascosto su una di quelle barche tutte scassate che nonostante sia saldamente legata mi mozza il fiato, non sono avvezza all’obliquo ‘ciaf ciaf’ e ho paura di ritrovarmi nell’acqua salmastra, che anche se mare più mare non è, a testa in giù. Ho in tasca un palloncino rosso, l’ho trovato per terra mentre una mamma acerba ma non sacrificata nella sua gioventù si destreggiava fra il passeggino e la busta della spesa, lo voglio gonfiare con i miei polmoni forti e insopportabilmente puliti per lasciarlo poi cadere piano sull’acqua semi-ferma, perché la libertà non è altro che una barca rossa che esce lentamente dal porto a testa alta in una notte d’estate come questa.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Copyright © 2011 Ruggero Poggianella Photostream.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
Letizia
Lei faceva diversi lavori, ma quello più importante era di seguire, piangendo, i funerali. Raramente c’era un morto che non venisse accompagnato da Letizia e dalla sua schiera di donne addestrate al riguardo. Normalmente erano vecchie zitelle senza speranze, beghine o anche vedove, che avevano il compito di piangere ai funerali e, così facendo, passavano la loro modesta vita. Si riconoscevano dai loro fazzoletti neri sulle spalle e più ancora dai loro occhi gonfi dal tanto piangere.
Anche se Letizia significa “gioia”, non ha mai riso, durante tutta la sua vita, ma sempre solo pianto. Più piangeva e più contenta era perché guadagnava di più! Quando le domandavano come andavano gli affari, lei regolarmente rispondeva:
- Grazie a Dio, ho molto da piangere…
Durante il colera del 1911 Letizia dovette affrontare un duro scontro con le autorità che per questioni igieniche vollero vietare l’accompagnamento del morto. Letizia si ribellò a questa strana richiesta e tutto il paese era dalla sua parte. Già era un fatto doloroso morire di colera, ma ci si meritava almeno di essere compianti dal coro delle donne… Finalmente si giunse ad un accordo: Letizia e le vergini ottennero il permesso di accompagnare i morti, ma solo a una distanza di 50 metri.
Io la vidi per la penultima volta in un momento terribile, e cioè dopo il terremoto che aveva completamente distrutto il mio paese e tutti i paesi nei dintorni. Letizia stette pallida e come impazzita di disperazione in mezzo alle rovine.
- Guarda, guarda un po’ – mi disse e indicò le macerie – migliaia di morti ci stanno là sotto. Migliaia di morti e neanche un funerale!…
Negli ultimi anni credevo che fosse morta. Invece era la prima persona che incontrai quando ritornai al mio paese. Abbiamo scambiato alcune parole e ricordi. Naturalmente abbiamo anche parlato della crisi. Ma per Letizia la vera crisi era la crisi del pianto.
- Letizia, non ti sbagli? – le chiesi – non credi che le lacrime degli uomini che hanno amato il morto durante la sua vita, siano più efficaci del tuo pianto? Non credi che i singhiozzi della madre, della vedova o degli orfani siano più commoventi?...
- Non c’è pianto disinteressato – rispose Letizia con la sua logica inesorabile.
- Colui che piange ha sempre una ragione. Senza ragione solo i matti piangono o ridono. Per quanto ora concerne i familiari e gli eredi, puoi credere che il nostro pianto è più altruistico. È difficile che ci sia qualcosa di altrettanto interessato quanto il pianto dei parenti. Spesso il parente che singhiozza è la causa della morte, spesso impaziente aspetta il Falciatore per tradire il morto. Come fa Dio, che sa tutto, a credere a questo pianto? Era molto più nobile e più disinteressato il nostro pianto perché non avevamo un gran che da fare con il morto. Per Dio noi eravamo l’opinione pubblica…
- Letizia, non esagerare, hai pianto dietro a tutti i morti; come puoi pretendere che Dio prenda sul serio il tuo pianto? Dio ha ben capito il tuo fare…
Letizia mi guardò con commiserazione:
- Tu parli così perché non conosci Dio – rispose.
- In fondo Dio è un uomo buono. Non ha nessuna ragione per odiarci. Quando Dio ha un pretesto per fare del bene lo fa, non gli costa niente! Quando può chiudere un occhio, lo fa. Capito?
La logica di Letizia mi batté su tutti i fronti, non c’era senso di continuare a parlare.
Letizia mi chiese ancora:
- Là in Svizzera, dove ora vivi, come piangono le donne là?...
- Dipende. In alcune zone sono fiere e non vogliono far vedere le loro lacrime. Le mandano giù e di conseguenza devono singhiozzare…
Allora Letizia mi ha guardato una seconda volta con commiserazione:
- Ascolta – mi ha detto, dopo aver riflettuto un po’ – sono molto povera e non ti posso offrire niente. Ma promettimi una cosa: vieni a morire nel tuo paese. Sarebbe così bello piangere dietro alla tua salma…
Era la cosa più affettuosa che potesse dire.
Estratto da: Letizia, in Viaggio a Parigi (novelle inedite) di Ignazio Silone; Centro Studi Siloniani, Pescina 1993.
José de Sousa Saramago
16.11.1922 - 18.06.2010
L’onnipotenza (presunta) del narratore
di Claudio Toscani
«Quello di cui la morte non potrà mai essere accusata è di aver dimenticato a tempo indeterminato nel mondo qualche vecchio, solo per invecchiare sempre di più, senza alcun merito o altro motivo visibile».
Sia pure scomparso alla rispettabile età di 87 anni, di José Saramago non si potrà dire che il destino l’abbia tenuto in vita a tutti i costi, vedi la frase succitata, tolta dal romanzo Tutti i nomi, uscito in quel 1998 che lo vide provocatorio Nobel della letteratura.
«Saramago», cognome aggiunto all’anagrafico José Sousa, era nato nel 1922 ad Azinhaga in Portogallo, da una famiglia di contadini e braccianti. Trasferitosi a Lisbona nel 1924, qui aveva compiuto i suoi studi fino al diploma di tecnico meccanico.
Non particolarmente complessa né movimentata, la sua vita veniva registrando vari lavori, tra cui l’editoria; un matrimonio nel 1944; un primo romanzo nel 1947 (Terra di peccato, che disconoscerà in sede di bibliografia ufficiale); l’iscrizione al Partito comunista nel 1969 e una militanza politica clandestina sino al 1974, quando la cosiddetta «rivoluzione dei garofani» (contro la dittatura di Caetano), ristabilisce le libertà democratiche.
Cinquantacinque anni compiva Saramago al suo vero primo romanzo, Manuale di pittura e di calligrafia (1977), ma nel resto della sua vita recupererà il tempo andato imponendosi in decine e decine di opere che coerentemente convergono attorno a pochi cespiti conduttori: la Storia maiuscola in filigrana a quella del popolo; una struttura autoritaria totalmente sottomessa all’autore, più che alla voce narrante, non solo onnisciente ma anche onnipresente; una tecnica dialogica in tutto debitrice all’oralità; un intento inventivo che non si cura di celare con la fantasia l’impronta ideologica d’eterno marxista; un tono da inevitabile apocalisse il cui perturbante presagio intende celebrare il fallimento di un Creatore e della sua creazione. E, infine, una strategica modalità, tematica ed espressiva a un tempo, impegnata a rendere quel che lui stesso ha definito la «profondità della superficie»: qualcosa che allude sia a quel poco che conosciamo del tanto che rivendichiamo alla ragione, ma anche quel tanto che strappiamo alla realtà di quel poco che la ragione ci permette.
Chiamando a raccolta non molti ma primari maestri (da Kafka a Borges, da Eca de Queiros a Pessoa, da Antonio Vieira a Machado), Saramago diede da subito l’elenco degli artefici della sua formazione, collocandoli senza soluzione di continuità lungo un’onda di piena al cui estuario poneva la novecentesca inquietudine della letteratura, della storia, dell’arte, della politica e della religione, oltre che di se stesso.
E per quel che riguardava la religione, uncinata com’è stata sempre la sua mente da una destabilizzante banalizzazione del sacro e da un materialismo libertario che quanto più avanzava negli anni tanto più si radicalizzava, Saramago non si fece mai mancare il sostegno di uno sconfortante semplicismo teologico: se Dio è all’origine di tutto, Lui è la causa di ogni effetto e l’effetto di ogni causa.
Un populista estremistico come lui, che si era fatto carico del perché del male nel mondo, avrebbe dovuto anzitutto investire del problema tutte le storte strutture umane, da storico-politiche a socio-economiche, invece di saltare al per altro aborrito piano metafisico e incolpare, fin troppo comodamente e a parte ogni altra considerazione, un Dio in cui non aveva mai creduto, per via della Sua onnipotenza, della Sua onniscienza, della Sua onniveggenza. Prerogative, per così dire, che ben avrebbero potuto nascondere un mistero, oltre che la divina infinità delle risposte per l’umana totalità delle domande. Ma non per lui.
Giunto tardi al romanzo, si era rifatto, come s’è detto, con una serie di narrazioni. Dal 1980 in poi, nella bibliografia dell’opera di Saramago, si transita da Memoriale del Convento a L’anno della morte di Ricardo Reis (1984), che torna alla storia del Portogallo nel 1936; da La zattera di pietra (1986), avventura ecologica e demoniaca che immagina la deriva della Spagna dell’oceano tra magico quotidiano, metafora politica e nuove soluzioni atlantiche, a Storia dell’assedio di Lisbona (1989), libro in cui un revisore editoriale, inserendo una particella negativa (un «non») in un saggio storico, dà a Saramago il destro per giocare a falsificare l’evento, più per gioco che per convinta ideologia.
È il 1991 quando, inaugurando ciò che la critica ha chiamato il suo secondo tempo, lo scrittore pubblica Vangelo secondo Gesù, sfida alla memorie del cristianesimo di cui non si sa cosa salvare se, tra l’altro, Cristo è figlio di un Padre che imperturbato lo manda al sacrificio; che sembra intendersela con Satana più che con gli uomini; che sovrintende l’universo con potestà senza misericordia. E Cristo non sa nulla di Sé se non a un passo dalla croce; e Maria Gli è stata madre occasionale; e Lazzaro è lasciato nella tomba per non destinarlo a morte suppletiva. Irriverenza a parte, la sterilità logica, prima che teologica, di tali assunti narrativi, non produce la perseguita decostruzione ontologica, ma si ritorce in una faziosità dialettica di tale evidenza da vietargli ogni credibile scopo.
Il secondo tempo di Saramago si diversifica poi con Cecità (1995), affresco apocalittico che denuncia la notte dell’etica in cui siamo sprofondati. Poi in campo esistenziale, sia con Tutti i nomi (1997), altra apocalisse dal pessimismo assoluto sospesa su una indifferenziata comunità di morti e di vivi, sia con Il racconto dell’isola sconosciuta (1998), parabola sull’uguaglianza dell’uomo tra gli uomini. In campo intellettuale, prima con La caverna (2000), che tra Kafka, Huxley e Orwell, dispiega un allarme meno disperato del solito e addirittura aperto alla speranza; poi, con L’uomo duplicato (2003), dove colui che si scopre identico a una comparsa televisiva finisce per smarrirsi in un garbuglio fattuale, psichico e spirituale.
Avvicinandosi alla fine, Saramago ci ha lasciato un «testamentario» Saggio sulla lucidità (del 2004), critica al funzionamento, se non alla funzionalità, delle odierne democrazie, contro le quali l’autore auspica una schiacciante maggioranza di «schede bianche», la più invisa espressione di volontà politica per un potere che solo così dovrebbe deflagrare. Poi, un «giocoso» Don Giovanni o il dissoluto assolto (del 2005), ossia il ritratto di un onore sociale offeso, giacché al grande amatore non riesce, nel testo, ciò per cui è da sempre famoso.
Fertile, comunque, la discesa creativa degli anni appena precedenti la scomparsa: dall’itinerante carovana di Il viaggio dell’elefante (2009), pittoresco, umoristico e «peripatetico», all’inaccettabile Caino (2010), romanzo-saggio sull’ingiustizia di Dio, parodiante antilettura biblica, per non dire di altri titoli che andrebbero segnalati, a onor del vero, ma quasi sempre per polemica o pretesto.
Saramago è stato dunque un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all’ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo. Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania nell’evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell’inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle «purghe», dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi. (L’Osservatore Romano, 19 giugno 2010)
non è mia intenzione commentare questo articolo - e non per viltà, quanto per la rabbia che in questo momento mi impedisce di scrivere qualcosa che non sia gravemente offensivo del suo autore; lo riporto perchè non venga dimenticato che è stato pubblicato e, soprattutto, dove è stato pubblicato.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
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All’interno del quartiere “Capo”, l’antico Seralcadio dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, denominata così la parte superiore nel suo antico ventre, si estende l’omonimo mercato formato da un quadrivio di vie dove il suo asse principale è costituito dalla via Porta Carini, che prende nome dall'omonima Porta riedificata nel settecento riferendosi all’originale quattrocentesca.
Cuore del mercato è la via Porta Carini e a seguire la via Beati Paoli (nome dell’ innominata e misteriosa setta di incappucciati che tra sei e settecento, proprio in questa via, da un'antica storia si riuniva segretamente in una grotta sita nei paraggi per punire chi perpetrava iniquità e soprusi nei confronti dei deboli e degli indifesi) che incrociandosi con la via Cappuccinelle da un lato e la via Sant' Agostino dall’altro, con la vendita di “ruttame” e “vistita” hanno mantenuto la stessa caratteristica di mercato popolare di una volta.
Quartiere popolarissimo, si formò in età musulmana, oltre il corso del Papireto (uno di primi fiumi oggi sotterranei da cui fu fondata l'antica città fenicia), ed era abitato dagli Schiavoni, pirati e commercianti di schiavi.
Per definizione il mercato del popolo di Palermo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale, dove trasuda opulenza e magnificenza, ma nello stesso momento, scadimento e limitatezza, prologo grandioso di proteine e vitamine, carboidrati e calorie mascherate da ogni sorta di genere commestibile. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle che si proiettano dal di fuori in cui esse stesse nascono “i putii”, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire, tastare e comprare. Nella folla si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: “sfincione e “sfincionello” cauru e “ scarsu uogliu e chiinu di puvulazzu”.
Ci sono i “riffaturi”, con la lotteria privata, le loro “carrozzelle” (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne o dei soldi o altro genere inerente al consumismo.
I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di “putia” partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo. I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.
Confusi dall’allegro vivere stazionano interessanti emergenze architettoniche che si confondono alla degradata residenza popolare, recentemente restaurata, restituendo quell’urbana atmosfera spagnolesca che a suo tempo fece da contorno.
Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali. All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.
Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.
La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime. Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.
Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.
Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.
Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.
Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.
A tal proposito in seno alla facciata della chiesa dedicata a San Gregorio Magno, uno degli accessi, quello di sinistra, chiuso a magazzino nel periodo bellico, vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato, attualmente il sito occupa una fiorente pescheria tramandata alla nuova generazione da un vecchio esercente che vendeva esclusivamente “baccalà ammollato”, pietanza molto richiesta dai palermitani specialmente nel periodo natalizio.
La seicentesca chiesa che si affaccia sul mercato e sempre stata snobbata dai palermitani ed era definita “a chiesa rù baccalà”, ma le sue origini sono molto antiche, addirittura risalgono ad una preesistenza fondata dallo stesso San Gregorio, utilizzando i lasciti della madre, la palermitana Santa Silvia, la sua statua lignea staziona sull’altare maggiore dell’unica navata della contenuta ed aggraziata chiesa.
Successivamente il complesso monastico e la chiesa vennero strutturati dai normanni per poi passare agli Agostiniani scalzi di cui ancora sono i detentori. L’omonima confraternita costituita all’interno del monastero venera il simulacro ottocentesco di Maria Santissima del Paradiso che festeggia l’ultima domenica di agosto.
In un’angolo della strada, quasi schivo, un uomo piccolo, accovacciato come se pregasse, vende il pane che trae fortuitamente dalle ceste di giunco, a pile, a montagne, a cascate, e “u pani i Paisi” che certuni avventori preferiscono al pane bianco e “inciminato” venduto nei forni, il panificio “Morello” quello con l’insegna liberty per intenderci a piazza Sant’Anna cuore pulsante del “Capo” dove stanno a vigilare Pietro Nolasco e la Madonna della Mercede, ambedue immobilizzati nelle statue di legno, i confrati scelti tra i bottegai in determinate occasioni diventano portatori di una fede pagana e scaramantica facendoli rivivere nelle tradizionali processioni.
Il banco nasconde il venditore dietro una pila che sembra una piramide egizia, tra olive verdi e nere, a fiore, con sale e senza, moresche e lucenti capperi, insiste affinché il compratore assaggi la sua merce che porrà con cortesia e soddisfazione. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce “a rrubba”, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni:”a cuvuni, a barricata, accritta “ o lasciata depositata all’interno della sua cassetta. La frutta sistemata e “apparata”, secondo la loro colorazione ed effluvio: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc.
La verdura disposta a parte: zucchine lunghe all’inpiedi, broccoli (cavolfiore) “stipati” uno sopra l’altro, “sparaceddi” (broccoli), “tenerumi” (i calli della pianta di zucchine) “stinnicchiati e ammugliati”, melanzane a “munzieddu”, “cacuocculi”(carciofi) a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre, lo zero è sempre accompagnato con una codina piccola quasi invisibile. Oltre ad indicare i prezzi nei “pizzica”, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva italia di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
Nel pomeriggio, da una grossa pentola di rame “quarara” scaturisce del fumo invitante, sono le patate bollite o le “domestiche” che solo a Palermo i nostri fruttivendoli sanno apprestare.
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti.
Inoltrandosi nel vivo del mercato tra cortine di modeste edilizie, intervallati da edifici che presentano particolari architettonici come le ringhiere dei balconi, testimonianza di un florido artigianato del ferro battuto che all’interno del mercato avevano le loro officine, rimane qualcosa all’estremo confine della strada dove si esauriscono le bancarelle del mercato, dove passando si scorgono gli angusti varchi d’avviluppate vie e cortili. Il mercato delegato da sempre a remote attività commerciali e artigiane, nasconde una piccola curiosità folcloristica e rituale.
L’opera dei pupi trova nel signor Andrea Gulino un abile costruttore di marionette, nel quartiere trovava un profondo riscontro nei suoi abitanti con la presenza di antichi teatri ormai scomparsi, la costruzione dei pupi con la caratteristica corazza a fatto sì che questa arte venisse trasmessa nella costruzione di armature che le confraternite utilizzano nelle processioni del Venerdì Santo.
Un rituale dove vede impegnati tutti gli esercenti è la devozione a San Giuseppe che si trasforma nelle tradizionali “Vampe” organizzate fra gli incroci e i cortili affinché esorcizzano la negatività, ma la protezione per una migliore vendita è affidata alla Vergine che viene esposta nelle numerose edicole votive sparse per il mercato e sempre adorna di fiori.
Fa da pannello la vetusta chiesa parrocchiale, unica fino a tempo addietro nel quartiere, il resistente prospetto contenente una scultura in marmo dell’Immacolata del 1624, introduce in un’aula tripartita, la chiesa originale del XIII secolo, di essa si conserva soltanto un affresco in una delle navate laterali di quel periodo, in una cappella sono conservate le statue cinquecentesche dei SS. Cosma e Damiano provenienti dall’omonima chiesa sita alla fine della strada.
Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove oltre a bere si fa da mangiare, spesso associato da una serie di giochi tipici attorno al tavolo, il più popolare è “u Tuoccu”, distribuite fra le vie del mercato, oggi alcune di esse si sono trasformate in dinamiche trattorie, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria “supra i mura” adiacente alle vecchie mura che costeggiavano il quartiere ancora esistenti, che propone cucina locale e frequentato dagli abitanti della zona e dai venditori del mercato in quanto è aperto solo a mezzogiorno. La fiaschetteria “ Fiasconaro” a sempre venduto vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo invecchiate nelle botti si smerciano alla “domanda”. La vecchia Focacceria “Butera” si è dovuta adeguare ai tempi, oltre a preparare il tradizionale pane “cà meusa” si approntano panini espressi.
La strada mercato è da considerarsi una delle più antiche esistenti in città, essa dalla contrada “Guilla” tagliava il quartiere con un lungo asse che conduceva all’esterno della città murata, verso settentrione e lo fa ancora oggi lasciando fuori la circolazione veicolare per permettere ai pedoni di assaporare e arruffarsi tra straordinarie fragranze di ogni sorta di alimenti e dalle spezie che qui vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, passolina e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere (giallo per alimenti) e aromi vari, anche i sapori non sono cambiati: il pane appena caldo, magari farcito di panelle o “fieddi” (melanzane), crocchè e rascaturi, sfincione o assaggiare i loro biscotti che i panettieri elaborano o degustare i dolci e la rosticceria della longeva gelateria-pasticceria Longo: iris, cartocci, spitini, arancine, ravazzate, torrone, sfoglio, taralli, gelati, tutto “ben di Dìu” che i palermitani “licchi” amano.
E se non bastasse proprio accanto alla dolceria, staziona da sempre quello dello ”scaccio”, calie e simienza, fave “caliate”, noci e castagne, fichi secchi e datteri, il tutto per denti buoni, “u passatiempu ri palermitani”. “Fillata” vendevano gli attempati salumieri con la loro merce esposta che tagliavano a mano o con una più moderna affettatrice, facevano da contorno i caci: caciovallo, pecorino, cannestrato esposti in tutta la loro forma, oggi poco è cambiato.
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano.
Il mercato a ritrovato le vetuste concorrenze, extracomunitari si sono integrati e si spartiscono la piazza con i locali vendendo riso basmati e altri prodotti, alcune donne tamil comprano l’uva da un fruttivendolo, il pizzicagnolo fa assaggiare “a murtatella” ad una tunisina. Ogni giorno questo mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.