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Pre-Test Day
Aston Martin Racing
Aston Martin Vantage GTE AM
Drivers :
- Paul DALLA LANA (CAN)
- Pedro LAMY (PRT)
- Mathias LAUDA (AUT)
Lei bacia le labbra amare dell'oceano
e la bocca nera della montagna
in mano una costola del capricorno
camminando all'indietro
ha attraversato l'arcobaleno
dopo la pioggia
per arrivare qui
seduta sul suo trono di rose
Tritacarne delle speranze
ha bisbigliato:
“il tuo cuore sfiorisce
dentro una scatola di carne”
Hiroaki Asakura, ne: “Il profumo delle mandorle amare”
Lutto della ragione.
Colui che non vuole ragionare è un fanatico, colui che non sa ragionare è un pazzo e colui che non osa ragionare è uno schiavo.
- William Drummond di Hawthornden -
"Laddove Platone non era riuscito a persuadere pochi uomini scelti e ben istruiti, riesce a farlo una forza segreta con milioni di uomini ignoranti, in virtù di poche parole."
(Pascal, Pensieri, n.724)
La storia non insegna... siamo attaccati da individui dalla mentalità medievale che operano con armi moderne....
Spero solo non serva un'altra rivoluzione francese, l'illuminismo, due guerre mondiali perché quel milione di pazzi capisca che il loro maometto, allah o come si chiama si deve adeguare alla civiltà, al progresso, alla vita.
Giusto per dirne una, sticazzi che la donna si mette il burqa perchè lo dice il profeta e fatevi dei bar dove bestemmiare a ruota libera, con un prosecchino e un paio di fette di salame, magari smettereste di ammazzare esseri umani per due disegnini...
Il tutto mentre siamo voltati dall'altra parte e fingiamo di ignorarlo in nome della tolleranza. Grazie, ora inizio ad odiarla quella parola...
Andata pure in piazza, riempite i tg con le vostre facce. Domani già non servirà più a nulla.
Tipo, se bestemmio allah oggi domani mi uccidete eh? No perchè ne avrei giusto un paio per condire la vicenda, remix di quelle sentite oggi per altro dio...
Il regno della ragione? Come potrà trionfare, se mai finora, in secoli ben più virtuosi, ha potuto affermarsi; se finora la ragione non è stata su questa terra che una straniera, una fuggitiva, di cui gli uomini hanno preso sempre pretesto per ingannarsi con la speculazione e coi sofismi, per rendere plausibili gli atti che le sono più opposti, e lasciar corso alle maggiori infamie! (Achim von Arnim)
Populismo
di Alain de Benoist - 18/01/2013
Come il “comunitarismo”, il “populismo” è diventato oggi una parola per nascondere di tutto. Ne è prova il fatto che personaggi molto differenti tra loro come Nicolas Sarkosy, Ségolène Royl, Georges Marchais, Jean –Luc Mélenchon, Bernard Tapie, José Bové, Marine Le Pen, Christophe Blocher, Jörg Haider, Geert Wlider, Silvio Berlusconi, ma anche Mao Zedong, Mussolini, Juan Peron, Getùlio Vargas, Fidel castro, il colonnello Gedhafi, Umberto Bossi, Ahmed Ahmadinejad, Luis Inàcio”Lula” da Silva o Hugo Chàvez si sono visti attribuire questa etichetta. “La parola è dovunque, la sua definizione da nessuna parte” diceva qualche mese fa lo storico Phlippe Roger. “ Semplicemente noi non disponiamo di niente che assomigli ad una teoria del populismo”, aggiungeva il politologo Jean-Werner Mueller: Cerchiamo dunque almeno di definire questo termine in un modo più rigoroso di quanto lo si faccia d’abitudine.
L’emergenza del “populismo” è certamente anzitutto il segnale di una crisi, in occasione di una disfunzione della democrazia, i cui sintomi più evidenti sono stati descritti parecchie volte: discredito dell’intera classe politica, aumento dell’astensionismo, voti di pura protesta, fossato che si scava tra “l’alto e il basso”, sentimento comune di uno spodestamento dei valori democratici.
Interrogati nell’autunno 2005, su come percepivano la classe politica, il 71% dei francesi dichiara di avere una cattiva opinione della loro classe dirigente, il 76% afferma di non avere fiducia, il 49% la giudica addirittura corrotta. Secondo un altro sondaggio, più recente, sette francesi su dieci circa dichiarano di non avere “ fiducia né nella destra né nella sinistra”. si tratta dunque di un discredito di massa, che tocca anzitutto le persone, ma che si estende anche alle istituzioni. I cittadini non hanno fiducia nella capacità d’azione di una classe politica che non cessa di presentare come possibili da raggiungere degli obiettivi che essa non raggiunge mai, e il suo atteggiamento più comune oscilla tra il disinteresse e il rifiuto, l’astensione o l’opposizione sistematica.
Un altro sondaggio del 2006 dimostra ancora che 6 francesi su 10 non arrivano più a differenziare la destra dalla sinistra. È evidentemente una conseguenza della rifocalizzazione dei programmi dei partiti, risultato di un consenso implicito sulle finalità sociali che lega tra di loro i principali partiti e impedisce ogni messa in discussione del sistema. Convinti che le elezioni “ si vincono al centro” – secondo la teoria dell’”elettore moderato” sviluppata dal politologo Anthony Downs – i grandi partiti non hanno smesso di rifocalizzare i loro discorsi per convincere gli elettori incerti. Le posizioni “di destra” e “di sinistra” sono così diventate sempre di più indistinguibili e questo ha rafforzato l’idea di una complicità oggettiva delle élites ( la “banda dei quattro” diceva Jean –Marie Le Pen, la coalizione “UMPS” secondo la figlia). Improvvisamente l’alternativa (sostituita dalla semplice alternanza) diventa impossibile ed un numero crescente di elettori hanno la sensazione che il sistema politico è cifrato in anticipo affinché possano vincere solo coloro di cui è certo che non cambieranno niente del sistema.
Noi siamo dunque, come hanno già constatato molti osservatori, davanti ad una crisi evidente della rappresentanza Questo può condurci ad interrogarci sui limiti della democrazia rappresentativa, ma anche sui rapporti che esistono tra la democrazia e rappresentanza.
Il concetto di rappresentanza appare all’inizio del Medioevo, epoca in cui si forma all’interno del diritto pubblico sotto l’influenza del diritto privato. A partire dal XVIII secolo tale concetto diviene un elemento chiave per il funzionamento dei regimi “liberali rappresentativi”. Montesquieu è uno dei primi a difendere l’idea , ripresa in seguito mille volte, secondo la quale il popolo, pur non in grado di decidere da solo, è di fatto capace di scegliere i propri rappresentanti. Rousseau ha difeso, si sa, la tesi contraria a quella di Montesquieu. Difensore del mandato imperativo, egli sostiene che un popolo non possa che perdere la propria sovranità dal momento in cui se ne priva a vantaggio dei rappresentanti.
Da allora in poi quasi tutte le democrazie occidentali sono state democrazie rappresentative, costituzionali, parlamentari e liberali. Ora, la rappresentanza è, per essenza, un sistema oligarchico, dal momento che essa sfocia necessariamente nella formazione di un gruppo dominante, i cui membri si coalizzano tra di loro per difendere a priori i loro interessi.
La sfiducia del popolo deriva oggi dal fatto che non si sente più rappresentato da coloro che pretendono di parlare a nome suo, essendo costoro anzi accusati di non cercare altro che mantenere i propri privilegi e servire ai propri interessi particolari. Si è così scavato un fossato tra le élites ed il popolo, un fossato ideologico e sociologico che non cessa di allargarsi.
Il divario tra la classe politica e l’elettorato rappresenta un problema soprattutto per la sinistra che, nel passato, aveva sempre preteso di rappresentare più della destra le aspirazioni del popolo.Ma oggi la sinistra si è progressivamente distaccata dal popolo.Gli intellettuali di sinistra hanno abbandonato le speranze messianiche che poco tempo fa essi riponevano nella classe operaia, mentre le élites politiche sempre di più per disprezzo di classe hanno perso il contatto con l’ambiente popolare. Esattamente come la destra, la sinistra si è installata nelle classi medie superiori, quando non è nell’apparato statale. Aderendo all’economia di mercato, privilegiando le rivendicazioni marginali a discapito di coloro che sono maggiormente minacciati dalla disoccupazione e dalla insicurezza sociale, offrendo lo spettacolo di un’élite installata nella scena mediatica, essa ha profondamente deluso coloro ai quali aveva presunto di dare la precedenza.
II parte
Allo stesso modo, la crescita di una cultura di sinistra d’ispirazione edonistico-libertaria ha contribuito a separare i partiti di sinistra dagli strati popolari, che hanno assistito con stupore alla formazione di una sinistra mondana e arrogante, più incline a difendere l”omogenitorialità”, l”arte contemporanea”, i diritti delle minoranze, il “politicamente corretto”, che a difendere gli interessi della classe operaia.
La “gente” ha così preso il posto del popolo. Eletta dalla mondializzazione, si è installata una nuova classe politico-mediatica, che unisce, all’interno di una medesima situazione elitaria di potere e di apparenza, dirigenti politici, uomini d’affari e rappresentanti dei media, tutti intimamente legati gli uni agli altri, tutti convinti della pericolosità delle aspirazioni popolari.
L’adesione al Fronte nazionale di una larga parte della vecchia classe operaia ha giocato a tale proposito un ruolo decisivo: Ha permesso alla sinistra parlamentare di ripudiare il popolo col prestesto che “pensava male”, mentre un antirazzismo di convenienza le permetteva di nascondere le proprie derive ideologiche. L’ “antilepenismo (Jean-Marie Le Pen è l'ex presidente del partito di estrema destra Fronte nazionale) ha preso il posto dell’anticapitalismo, prezioso alibi per giustificare di aver messo in secondo piano la questione sociale nel momento stesso in cui essa risorgeva con una forza sconosciuta dal periodo dei 30 anni di forte crescita ( dal 1945 al 1973)
Nell’ultima elezione presidenziale, in base ad un sondaggio Ipsos, Marine Le Pen (figlia di Jean-Marie Le Pen) ha sedotto circa un terzo dell’elettorato operaio. Il voto operaio a favore della sinistra ( il voto di classe), scontato dal dopo guerra alla fine degli anni settanta, è scomparso. Progressivamente numerosi operai sono passati al Fronte nazionale, in particolare i nati a partire dal 1960, più colpiti dai problemi dell’immigrazione e della disoccupazione . Queste generazioni hanno vissuto la cristallizzazione di una frattura prodotta dalla mondializzazione nel gioco politico francese, allo stesso modo in cui i gruppi operai del periodo tra le due guerre avevano vissuto la cristallizzazione della frattura di classe. Ricordiamo anche che in occasione del referendum sul progetto di trattato costituzionale europeo il 60% dei giovani, l’80% degli operai e il 60% degli impiegati, così come la maggioranza dei salariati, hanno votato no; il sì era maggioritario solo presso l’alta borghesia, i quadri superiori e i pensionati.
Ciò non significa che gli operai costituiscano la maggioranza dell’elettorato del Fronte Nazionale ( ne rappresentano circa il 13%), ma la presenza del mondo del lavoro all’interno di questo elettorato ha contribuito in modo indelebile a squalificare il popolo agli occhi delle élites. Da qui deriva la questione posta da Annie Collovad: “Il populismo del fronte Nazionale non potrebbe essere il segno di una nuova congiuntura intellettuale e politica nella quale le élites politiche d’oggi non vedono più nei gruppi popolari una causa da difendere, bensì un “popolo senza classe” diventato un problema da risolvere?”
Regolarmente definito come “irrazionale” ( preferisce gli attori politici fuori dal sistema dei partiti, non vota come gli si dice di fare) e sensibile alle tesi “autoritarie”, cosa che spiegherebbe la sua tendenza ad affidarsi ai attivi pastori, il popolo può essere rappresentato come pericoloso, grossolano, incolto, come un segmento di popolazione composto da “buoi” che non riescono a liberarsi dai loro pregiudizi arcaici, anacronistici, e incapaci di mettersi al passo con la prospettiva di una “mondializzazione felice”.
Diviene così evidente, sia che il popolo non sa ciò che vuole, sia , quando esso fa sapere di volere qualcosa, che non è il caso di tenerne conto. È dunque inutile parlare con lui prima di parlare a nome suo. Ed è soprattutto pericolo consultarlo, dal momento che non vota mai come ci si aspetta che faccia. è per questo che sotto il termine di “populismo” si tende oggi a riunire, per meglio mantenerne le distanze, tutte le forme di secessione riguardo al consenso dominante. Un tale modo di fare, scrive Jacques Rancière, “ nasconde e al medesimo tempo rivela il grande desiderio dell’oligarchia: governare senza il popolo”.
Chi oggi parla del popolo si espone necessariamente al rimprovero di “populismo”: Divenuto oggi un’ingiuria politica, accusato di risvegliare le cattive inclinazioni delle classi popolari, utile alle classi dirigenti per stigmatizzare quanti rimproverano loro di aver confiscato il potere a proprio vantaggio, il populismo è presentato in una prospettiva insieme peggiorativa e screditante, con lo scopo, come ha ben osservato Alexandre Dorna, di “gettarlo fuori dalla storia, come se si trattasse di un fenomeno senza radici né vere cause”. L’idea di fondo è che sarebbe sufficiente di far sparire il popolo – o di cambiarlo – per sbarazzarsi del populismo!
La parola “populismo” compare nel 1929 negli scritti di André Thérive e Léon Lemonnier per designare una nuova scuola letteraria ( il primo premio populista fu attribuito a Eugène Dabit per l’opera Hotel du Nord). Ma il populismo, in quanto fenomeno politico , è di gran lunga anteriore. È in Russia e negli stati Uniti che si devono ricercare le radici, all’interno dei movimenti che, nell’uno e nell’altro caso, cercavano di smuovere i gruppi più deboli contro le élites del momento.
I narodniki (“gente del popolo”) della Russia zarista volevano avvicinarsi al popolo per ritrovare una comunità perduta e proponevano la nascita di un sistema di economia socialista agraria. Nello stesso periodo, alla fine del XIX secolo, il populismo americano indica un movimento principalmente rurale. Di fronte ai prezzi proibitivi che un accesso privilegiato al potere pubblico ha permesso alle compagnie ferroviarie di imporsi, i populisti spingono per un ritorno alle sorgenti della democrazia americana.
Il populismo appare dunque chiaramente a sinistra, anche se questo populismo di sinistra è sempre stato ostile all’ideologia del progresso ( ciò spiega l’ostilità dei bolscheviki nei confronti dei narodniki russi). Da questo punto di vista, lo storico Michel Vinock non ha torto a scrivere: “ Il populismo non è specificamente di estrema destra. La parola designa una fiducia nel popolo che si ritrova nei discorsi di Robespierre o negli scritti di Michelet”.
Ma il populismo supera di fatto tutte le fratture. è ciò che constata Christophe Guily, autore del saggio Fractures françaisess, quando fa osservare che oggi “ la frattura non è più tanto tra la sinistra e la destra quanto tra le classi dominanti, indifferentemente di destra e di sinistra, e le classi popolari.” Questo spiega anche il fato che il populismo sia stato criticato sia dalla destra che dalla sinistra.
III Parte
La democrazia liberale si richiama al popolo, ma ha sempre fatto moltissima fatica a tollerare che le classi popolari si interessino alla politica. Dei teorici liberali come Jones o Seymour Martin Lipset incoraggiano l’astensione ( che ha sempre un significato politico) e persino l’apatia politica, col pretesto che serve di più lasciare agli esperti e a “coloro che sanno” la preoccupazione di condurre le questioni pubbliche. Il problema è che, in queste condizioni, le democrazie si trasformano in oligarchie “formattate” dal “pensiero unico”, con la conseguenza che il popolo è obbligato a constatare che i risultati ottenuti sono poco brillanti.. Quanto alla sinistra, che ha a lungo ricusato questo atteggiamento, si ü a sua volta separata nettamente dal popolo, fissandosi su riforme “societali” che non interessano se non a minoranze, recitando la “preferenza straniera”, e perfino tenendo a distanza le classi sociali “pericolose” reputate tanto incapaci di riflettere quanto imprevedibili.
Pierre-André Taguieff denuncia così “l’illusione populista, Dominique Reynié vi vede da parte sua una “china fatale”, mentre altri intellettuali di posizioni molto diverse, da Christopher Lasch a Ernesto Laclau, propongono al contrario un approccio più sfumato.
Il primo errore da non commettere quando si parla di populismo è quello di ricercare in esso un’ideologia. La diversità degli uomini politici che sono stati tacciati di populismo, la polisemia del termine ( nazional –populismo, populismo di sinistra, populismo liberale, etc.) dimostrano che il populismo non è un’ideologia. Il politologo e filosofo argentino Ernesto Laclau ritiene a ragione che si tratti di un termine “neutro”. Il populismo non ha contenuto, ma è uno stile – e questo stile si può adattare a quasi tutti i discorsi politici.
Il secondo errore è quello d’analizzare il populismo in termini di “demagogia”. Per numerosi osservatori, il leader populista è semplicemente un demagogo. Il populismo semplificherebbe i problemi attraverso la demagogia e questa demagogia risveglierebbe o cristallizzerebbe gli istinti cattivi del popolo. Pierre-André Tguieff definisce il populismo come la “ forma assunta dalla demagogia nelle società contemporanee”. Questa critica non è sempre sbagliata: c’è una grande differenza tra pretendere di parlare in nome del popolo e impegnarsi a dare al popolo i mezzi per potersi esprimere da solo.ma questa visione dimentica che la demagogia delle élites val bene quella dei populisti e che la demagogia è anzitutto l’arte di governare adulando il popolo.
Ridurre il populismo a demagogia significa di fatto fraintendere l’essenziale, ossia la nozione stessa di popolo. Come scrive Vincent Coussedière, “ se la scienza politica e dietro di lei i discorsi critici e mediatici cercano di ridurre il populismo a una forma di demagogia. è perché non dispongono di un concetto di popolo che permetterebbe di mettere veramente a fuoco il fenomeno.”
Ora, “non c’è politica senza popolo, né popolo senza politica”. Il popolo, aggiunge Coussedière, è una “realtà vivente il cui essere insieme è politico (…) L’essere insieme populista è un essere che reagisce al posto vuoto della direzione politica. Corrisponde a quel momento della vita delle democrazie in cui il popolo si mette a malincuore a fare politica, poiché è demoralizzato dall’atteggiamento dei governanti che non ne fanno più”.
Si sa che il concetto di popolo può essere inteso come ethnos ( popolo come origine e storia ) o come demos ( in senso politico) o come classe sfruttata. Il populismo prende spesso queste tre accezioni, che mescola in proporzioni variabili. Se rinvia ad una base social specifica ( le classi popolari alleate alle classi medie), esso rappresenta ugualmente una forma d’immagine politica in cui il popolo è anzitutto concepito come radunato. Questo perché tende a dimenticare l’importanza del pluralismo all’interno della società, cose che gli rimprovera la destra liberale, e anche quella della lotta di classe, cosa che gli viene rimproverata dall’estrema sinistra.
Il popolo si definisce in primo luogo per una socievolezza comune, della quale Aristotele faceva il fondamento della philia politikè, l’amicizia politica. È necessario distinguere l’amicizia politica dal “societale”, che non è la sociabilità prodotta dalla macchina dello Stato- Provvidenza. Questa sociabilità comune tuttavia non può essere ricondotta neppure a una “identità” più o meno fantasma. È il risultato di “imitazione-consuetudine” che è al medesimo tempo l’essenza del legame sociale e la base delle tradizioni, e che permette ai cittadini di fare l’esperimento di ciò che essi hanno in comune. “Il populismo – scrive ancora Vincent Coussedière – è l’espressione del conservatorismo del popolo e del suo attaccamento all’imitazione-consuetudine, al di fuori di ogni forma partitica definitiva.. Il populismo è il partito dei conservatori che non hanno partito”.
“Il populismo – conclude Coussedière – è un momento in cui il popolo lotta per la sua sopravvivenza riscoprendo la solidarietà del suo essere sociale e del suo essere politico. Volendo conservare la sua sciabilità, il popolo riscopre la necessità della politica come condizione e come rafforzamento di essa. Il momento populista è quello in cui questa politica non esiste o contribuisce, al contrario, a distruggere l’essere-insieme del popolo. IL populismo è l’aspirazione non ancora realizzata a ritrovare questa politica che permette al popolo di continuare ad essere un popolo”. È “entrata in campo di un popolo contro le sue élites, avendo compreso che queste lo conducono verso l’abisso.
Idealizzazione del popolo? Può essere il caso. ma l’idea che “il popolo non è mai corrotto” non deve essere mal interpretata. Il popolo può essere ingannato, manipolato. Nonostante questo, anche in circostanze del genere, non dimentica che “ci sono delle cose che non si fanno”, convinzione che non si ritrova nelle classi superiori o borghesi. E soprattutto, il popolo sa molto bene riconoscere quando i suoi dirigenti non governano conformemente a ciò che percepisce come bene, ovvero le condizioni che gli permettono di rimanere se stesso.
Il popolo constata che oggi la politica è soffocata dall’economia, la morale, il giuridismo delle procedure e l’espertocrazia. Il popolo chiede un ritorno del politico, dato che è solo politicamente che può esistere in quanto popolo. Il popolo si oppone dunque alla dottrina tecnocratica di Saint-Simon secondo la quale “bisogna sostituire il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose”.
Interrogarsi sul populismo non significa solo interrogarsi sulla legittimità delle rivendicazioni popolari, ma anche sulla ragione d’essere della sovranità popolare, che è il fondamento dei regimi democratici. E sussidiariamente significa darsi i mezzi per analizzare lo “smantellamento del popolo politico francese”, cominciato ormai da mezzo secolo.
I nostri ringraziamenti a Pierangelo Candiani per la traduzione.
il castello è crollato
son fuggite le solite due carte
ma io in fondo le capisco
fanno solo la loro parte
una spada e una rosa
si son portati via solo questo
perché spesso amore e morte
hanno lo stesso pretesto
ora c'è un mazzo incompleto
che finirà chiuso in un cassetto
domani ne comprerò uno nuovo
da spargere ancora lì sul letto
Anepigraph sepulchral slab with engraved decoration: Jonah, the sea monster and a dove.
Source: Museum notice Vatican Museums catalogue
Marble slab
Measures: cm 43 x 90
2nd half of 4th century AD
From Rome, Via Appia, Pretestato Catacombs
Vatican Museums, Museo Pio Cristiano, inv. 28592
..dal tempo
..da idee nel vuoto
..da ricordi nel cuore
..da ore riflesse nei giorni
..da bolle, per sempre sospese
..da astruse incorporee certezze
..da rabbia, su quel cavo malfermo
..da ombre illusorie intorno al mio stare
..da nuovi continui pretesti futili a ricordi perduti
E da questo anno, proprio oggi trascorso.
Si ritorna dal mare con la pelle abbronzata.
Senza bisogno di trucco ancora per un po'.
Con pensieri nuovi.
Oggi non lavoro, oggi non mi vesto
resto nudo e manifesto
Sono fuori dal coro, nettamente diverso
le mode se ne vanno, io resto! e manifesto!
contro! ogni occasione è persa
i calci di rigore sulla traversa
Resto nudo e manifesto - Faccio un gesto e manifesto - Oggi guardo il cielo..
Penso a meno stress e più farfalle, menochiacchere alle spalle
Non ho più silenzio, non ho più un pretesto
gli eroi se ne vanno, io resto! e manifesto!
contro! ogni occasione persa
i calci di rigore sulla traversa
contro! paramoie e tempeste
rimanere fuori dalla feste
Resto nudo e manifesto - Faccio un gesto e manifesto - Oggi guardo il cielo
Resto nudo e manifesto - Faccio un gesto e manifesto - Oggi guardo il cielo
Resto nudo e manifesto - Faccio un gesto e manifesto - Oggi guardo il cielo..
Bandabardò - Manifesto
Ma s' io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni
credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni;
va beh, lo ammetto che mi son sbagliato e accetto il "crucifige" e così sia,
chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato...
Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante,
mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d' un cantante:
giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo,
e un cazzo in culo e accuse d' arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta...
Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa,
però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia;
io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi:
vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso...
Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare,
godo molto di più nell' ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare...
se son d' umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie:
di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo...
Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista,
io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista!
Io frocio, io perchè canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino,
io solo qui alle quattro del mattino, l'angoscia e un po' di vino, voglia di bestemmiare!
Secondo voi ma chi me lo fa fare di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento?
Ovvio, il medico dice "sei depresso", nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento.
Ed io che ho sempre detto che era un gioco sapere usare o no ad un certo metro:
compagni il gioco si fa peso e tetro, comprate il mio didietro, io lo vendo per poco!
Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po' di milioni,
voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni...
Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete,
un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!
Ma s' io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso,
mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso
e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare:
ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!
L'avvelenata (F. Guccini)
Il XV sec. fu caratterizzato da scontri e contese tra i vari comuni che per controversie di confini e pascoli o per l'influenza di altri borghi sfociavano in vere e proprie guerre.
Queste rivolte erano anche alimentate da antichi odii.
Nel giugno 1477, ci fu una guerra tra Osimo e Ancona per il possesso del castello di Offagna, preteso da entrambe le città per il controllo dei territori.
La contesa nasce quando il papa Eugenio V, per gratificare il grande coraggio degli osimani, che sconfissero e cacciarono lo Sforza, il quale tentò di impossessarsi di alcuni territori della Marca, cioè territori di confine, confermò ad Osimo il possesso del castello di Offagna.
Nonostante ciò Ancona lo occupò ugualmente.
Osimo, per sconfiggere Ancona, decise di allearsi con Recanati e pagò un condottiero, Giovanni di Caipano, che organizzò gli uomini.
L'avversario si ritirò, dopo una lunga resistenza.
In realtà Osimo aveva incaricato il condottiero di distruggere l'intero abitato, ma ciò fortunatamente non avvenne.
Compromessa la pace tra Ancona ed Osimo, il Papa incaricò il cardinale Capranica di trovare una soluzione.
Il cardinale fece sottoscrivere tra Osimo e Ancona un documento nel quale si diceva che Offagna passava sotto il diretto dominio del Pontefice.
Dopo alcuni anni Ancona, con il pretesto di nuovi pericoli per il ritorno degli Sforza, ottenne il possesso di Offagna e Castelfidardo.
Sotto il papa Niccolò V, successore di Eugenio VI, il possesso di Offagna passò definitivamente ad Ancona che, non fidandosi del documento, mandò dei militari ad occupare Offagna.
Le tensioni tra Ancona ed Osimo continuarono per molto tempo, entrambi aspettavano il pretesto per esplodere.
Il confine d'Oriente del comune di Offagna era territorio osimano.
Il padre di Buccolino da Guzzone era proprietario del colle di Montegallo.
Un giorno Marco Schiavo, fattore di Boccolino, si accorse che alcuni maiali di proprietà di Giovanni Malacari stavano mangiando delle ghiande.
I maiali vennero presi e portati ad Osimo e sarebbero stati restituiti al proprietario dopo che questi avesse pagato il danno.
Gli offagnesi si vendicarono sequestrando 95 maiali il cui proprietario era Pietro di Giuliano ed il fattore venne ucciso, al suo uccisore fu dato il bando a vita e gli vennero confiscati di tutti i suoi beni.
Osimo ricorse all'aiuto del Papa Paolo II, che diede l'ordine di indagare sul caso e di fare un processo.
Ancona si fece dare i rinforzi da parte di Camerino e Ascoli.
Osimo, a sua volta, aveva organizzato 800 uomini che pose sotto il comando di Boccolino.
Gli Anconetani vennero colti di sorpresa, nel sonno.
Lo scontro avvenne nei pressi di S. Stefano: gli anconetani ebbero la peggio.
Il Papa Sisto V, venuto a conoscenza dello scontro, inviò una lettera ad entrambi i comuni minacciandoli di scomunicarli e la penalità di 10.000 ducati se non avessero deposto subito le armi.
Nella notte tra il 4 e il 5 Gennaio scorso, uno smottamento del terreno dovuto alle abbondanti precipitazioni piovose in atto, interrompeva all'esercizio ferroviario la linea Porrettana nella tratta Piteccio - Corbezzi, sospendendo così di fatto l'esercizio ferroviario da Pistoia a Porretta Terme.
La foto, da me scattata qualche anno fa, mostra il punto esatto (progr. Km 50+600) dove il terreno, all'interno della curva, dal palo TE in primo piano fino al casello, è scivolato a valle facendo mancare il necessario sostegno ai binari.
Il danno è ingente: tempi di ripristino lunghissimi, spese da sostenere molto elevate, difficoltà nel raggiungere con mezzi d'opera il punto da ripristinare (occorre costruire una strada per raggiungere in mezzo al bosco il fianco della montagna!!!).
Nell'anno in cui si festeggeranno i 150 anni di questa gloriosa linea ferroviaria (2 novembre 1864 - 2 novembre 2014) mi auguro che questo inconveniente non sia il pretesto, peraltro già occorso ad altre linee secondarie italiane, per far cessare definitivamente il servizio ferroviario sulla tratta toscana della Porrettana.
Vi invito a confrontare la foto con quelle che ha fatto l'amico Simone Pacini (trenirfp) durante un suo recente sopralluogo.
Altre notizie su:
ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014...
andreaballi.blogspot.it/2014/01/porrettana-un-patrimonio-...
-Sempre dritto di là.
Disse.
-Fino alla fine del mondo.
Mi capita tra le mani questo libro oggi come tanti giorni.
Però lo rileggo oggi, a differenza degli altri.
Perché ho del tempo vuoto, dannazione; e in mano questo giocattolino da postproduzione spicciola, e questa vecchia foto che poi è un pretesto.
E perché a volte le cose non capitano per caso.
O sennò perché mi regala tre minuti di sincerità quando dice:
-Non ho mai sentito neppure la sua voce.
E dopo un po':
-E' uno strano dolore.
Piano.
-Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.
Risalirono il parco camminando uno accanto all'altro. L'unica cosa che Baldabiou disse fu
-Ma perché diavolo fa questo freddo porco?
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Terrorizzata dalla deriva sentimentalnostalgica di questo coso riporto una notizia eccezionalmente poco pertinente:
Il mio oroscopo promette
Nella settimana di san Valentino, Ariete, ti invito a fare sesso sfrenato più che puoi.
Il cosmo intero sarà al tuo fianco mentre ti scatenerai in meraviglie erotiche così prodigiose da sconvolgere il tuo modo di pensare.
Per ottenere il massimo, adotta l'atteggiamento descritto dal filosofo Voltaire in una lettera alla compagna Marie Louise Denis: "I piaceri sensuali passano e svaniscono, ma l'amicizia tra noi, la reciproca confidenza, le delizie del cuore, l'incantesimo dell'anima, tutte queste cose non muoiono, non possono essere distrutte".
[pensare che fino ad ora mi ero limitata ad ignorarlo San Valentino]
.
Hay un dicho, no se sabe lo que se tiene, hasta que se pierde. te vi llorar, vivistes la monotonia, y te escuchaba hablar, pero era el que te entendia. Y me robo ese tesoro de duende, y ahora comprendo era valor. Que no se tapan los defectos con pretestos, y en cambio siento rencor. Hay ve y dile que lo odio y lo detesto, por tener lo que fue mio, aunque el culpable he sido yo. Que hoy lo considero un enemigo,
lamentando la perdida, en la batalla por tu amor. Recarcale que no duermo de noche, imaginandote que en el sexo, el te devora con pasion.
Si stropicciò gli occhi mentre l'aria si faceva pesante. Quel che rimaneva di un vecchio sole stava ormai morendo ad occidente.
Il gusto dell'orrido, il buio, le bestemmie nelle bocche dei puri e le preghiere in quelle dei maiali. Il mondo stava impazzendo. Volle resistere ancora un attimo prima di andarsene da quella vita.
Era necessario un pretesto, una ragione e un'arma.
Give me your heart and your soul
And I'm breaking out
I'm breaking out
Last chance to lose control
Dopotutto, dopo tutto quel nero, eri facile preda dei colori.
Questo dovevi immaginarlo.
Poi lo sai, sei fatta così.
Perciò ora perdonati
calmati
e 'spetta.
In altre parole, una creatura preziosa mi ha fatto un regalo. Ichi-go ichi-e si chiama, ed è un concetto bellissimo. Significa, in senso lato, “never again” o “for this time only”.
Mi è stato spiegato che non andrebbe necessariamente inteso come NonSuccederàMaiPiù, ma piuttosto come un invito a dimenticare quello che si sa ed evitare di immaginare quello che sarà, perché niente resta uguale e tutto è impermanente -anche tu, forse, e anche questo-.
Quello che è stato non torna più, e quello che deve venire non corrisponde ad alcuna realtà.
Nella maggior parte del tempo la nostra mente, il nostro spirito, il nostro cuore, vagabonda nel passato o nel futuro, ma raramente nel presente istante, l'unica e sola realtà che non tornerà più è che quindi è meglio starci, senza scappare.
Questo non per spiegare come mi sento, ché già mi sono messa alla prova e non sono in grado, ma solo per dire che perfino io, che non sono mai stata particolarmente orientale negli atteggiamenti, e che piuttosto tendo ad essere cocciuta e recidiva, certi giorni ho davvero bisogno di grattini all'altezza del cuore e di un buon consiglio.
...perché un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte...
Alessandro Baricco - Oceano Mare
Ma s' io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso,
mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso
e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare:
ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!
-Guccini-
-L'Avvelenata- www.youtube.com/watch?v=5L1ybv_o2G4&feature=fvwrel
www.flickr.com/groups/passiondeslivres/discuss/7215763349...
MI PIACE IMMAGINARE
Mi piace immaginare che il libro che Paolina Ranieri stringe nella mano sia quello dei "Canti" di Giacomo Leopardi.
Com'è noto, Antonio Ranieri innalzò alla sorella Paolina (Napoli 1817-Napoli 1878) - la quale aveva accudito Giacomo Leopardi durante il soggiorno napoletano, dal 1833 al 1837 - un monumento nella chiesa di Santa Chiara a Napoli. Esso è andato distrutto a seguito del bombardamento anglo-americano dell'agosto 1943: sopravvive solo la testa, ormai informe, nel Museo dell'Opera di Santa Chiara.
Fortunatamente, presso la Biblioteca Nazionale di Napoli è custodito in una bacheca il modello in gesso, della stessa grandezza del sepolcro. Il progetto è di Michele Ruggiero, che si ispirò a Canova; l'esecuzione è dello scultore Tommaso Solari, notevole ritrattista.
Vale la pena rileggere il brano di Mario Picchi:
"Il Ranieri fece erigere un monumento alla sorella in camposanto, e fin qui nulla di strano: ma si spinse, lui inveterato mangiapreti, a supplicare e brigare per ottenere che nella chiesa di Santa Chiara, ove son le tombe dei re di Napoli, sorgesse un grande monumento davanti al quale egli spesso si recava non a pregare ma a piangere (secondo l'atto notorio presentato dagli eredi); fece porre un medaglione marmoreo nella chiesa di Piedigrotta col pretesto che la defunta nel 1860 aveva amorevolmente curato i garibaldini feriti nella battaglia del Volturno. L'inventario dell'eredità mostrava poi che fotografie di Paolina, del monumento di Santa Chiara, del medaglione di Piedigrotta pendevano da tutte le pareti della sua casa in via Nuova Capodimnte e della sua casina di Portici, trasformate ambedue in musei nei quali non si poteva toccar nulla per non mutare la disposizione data dalla defunta. E il senatore, gloria partenopea, andava sovente nella casa di via Nuova Capodimonte (quando abitava a Portici) "imaginando di riveder la sorella ed aspettandola ritto a piè della scala, ma, trascorsa l'ora stabilita, rientrava nella vettura e tornava a Portici".
(Mario Picchi, "Storie di Casa Leopardi", Rizzoli)
No encontro internacional de Graffiti Kollirius em Macaé, RJ. Ao lado dos meus bons amigos e mestres: Vejam, Rizo, Japão, Nova, Diant e Baycroc, fizemos uma trip de 5 dias apenas respirando Graffiti. Encontramos pessoas com diferentes ideias, experiencias e objetivos dentro da arte urbana. A pintura, foi apenas um pretesto para esse encontro épico, que reuniu aproximadamente 150 artistas.
... continua!
Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.
Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.
Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.
Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva delle sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore; nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.
Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell’unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.
Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.
Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.
Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.
Credo nel nulla.
Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Dürer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon, e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.
Credo nell’impossibilità dell’esistenza, nell’umorismo delle montagne, nell’assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell’aritmetica, negli intenti omicidi della logica.
Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.
Credo nei voli, nell’eleganza dell’ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con sé la saggezza di statisti e ostetriche.
Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell’universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell’inesistenza dell’universo e nella noia dell’atomo.
Credo nella luce emessa dai televisori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell’intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell’eleganza delle macchie d’olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell’aeroporto.
Credo nella non esistenza del passato, nella morte del futuro, e nelle infinite possibilità del presente.
Credo nello sconvolgimento dei sensi: in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.
Credo nei progettisti delle piramidi, dell’Empire State Building, del Fürerbunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.
Credo negli odori corporei della principessa Diana.
Credo nei prossimi cinque minuti.
Credo nella storia dei miei piedi.
Credo nell’emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari, nella perfidia degli orologi.
Credo nell’ansia, nella psicosi, nella disperazione.
Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.
Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell’immaginazione.
Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.
Credo nell’alcolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell’esaurimento.
Credo nel dolore.
Credo nella disperazione.
Credo in tutti i bambini.
Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d’aeroporto.
Credo a tutti i pretesti.
Credo a tutte le ragioni.
Credo a tutte le allucinazioni.
Credo a tutta la rabbia.
Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.
Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce.
Ciò in cui credo - J. G. Ballard
[ga...andiamo avanti di 5 minuti in 5 minuti, ok? ti dedico questa foto perchè, da circa 16 anni [altro che 5 minuti!!!! quanti 5 minuti ci saranno in 16 anni?? ;P!], CREDO fermamente nella nostra amicizia! e fanculo ai galleristi, ai funcioni, alle mercedes..e a tutto quello che ti fa girare i coglioni!!!
oh, mi raccomando..al concerto di Michael ...piangi anche per meeeee!!!! *_* ti voglio bene!]
Chissà se poi è vero
che le stagioni svaniscono
con la felicità che ti sfugge inavvertita
come sabbia tra le dita
Se c’è da ricordare
è per tutto quel male banale
così, per fare
che ci siamo detti
e che ci siamo fatti
Ma il corso del giorno
che scrosta parole
e cancella l’inchiostro
coi complicati pretesti del come
La vita nelle tasche
come laghi chiusi in vasce
trabocca per natura
non la puoi arrestare
Lo scopri solo dopo
che amarsi dal silenzio
non è tanto un’impresa
Vittoria contro resa
Ma il corso del giorno
che scrosta parole
e cancella l’inchiostro
coi complicati pretesti del come
E resta solo il cuore spalancato su di te
che sei il mio nutrimento tendente all’infinito
ne hai abbastanza di parole
e dei complicati pretesti del come
Perturbazione
UNA DOMENICA LUNGO IL SILE.
In queste giornate invernali la natura offre molto poco di spettacolare ma è già un pretesto per stare all'aria aperta.
CANON EOS 600D con ob. SIGMA 10-20 f.4-5,6 EX DC HSM.
Angelo Branduardi - La Tempesta (Video Ufficiale)
www.youtube.com/watch?v=2aJpHjTfQK0&feature=related
In un libro indiano ho letto che il fato possiede tutto il potere mentre lo sforzo della volontà è solo un pretesto [...]. Già il giorno dopo però, poche pagine più in là, ho trovato scritto che il fato non è altro che il risultato delle azioni passate, siamo noi, con le nostre mani, a forgiare il nostro stresso destino. (Susanna Tamaro)
Ricordo agli amici e ai discenti che la strada del commento, via e-mail, è sempre aperta, cosi da poter consentire anche esplicazioni riservate.
Nelle mie immagini, in molte circostanze, sono presenti persone riconoscibili. Se non ti è gradito, contattami e la rimuoverò.
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SI CONSIGLIA LA VISIONE GRANDE E SU SFONDO NERO
Questa foto vecchia e forse anche già postata è un pretesto per fare qualcosa in questa domenica mattina redenta dal sole dopo la tempesta (esondazioni e disordini fisico-mentali)
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I protagonisti di maggior successo della cultura occidentale NON sono gli economisti neoclassici, i democratici da crociata o i dirigenti di multinazionali; sono, e continueranno probabilmente a essere, i missionari cristiani.
Né Adam Smith né Thomas Jefferson potranno mai soddisfare i bisogni psicologici, emotivi, morali e sociali degli emigrati dei centri urbani e dei diplomati della prima generazione.
Forse neanche Gesù Cristo riuscirà a farlo, ma è probabile che abbia maggiori chances.
S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà
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Il locale, affacciato sulla piccola piazza della Consolata, sorse nel 1763 come bottega dell'acquacedratario e confetterie Giuseppe Dentis
I tavolini ed il banco in marmo, le boiseries, il pavimento in legno ed i serramenti in ghisa sono tutti elementi originali che documentano fedelmente l'immagine e l'atmosfera delle cioccolaterie torinesi dell' Ottocento
Qui si serviva il "bicerin" , la storica bevanda a base di caffè, cioccolato e crema di latte, celebrata anche da Alexandre Dumas, Puccini e Nietzsche, che ancora oggi viene gustata dagli avventori nella sua antica ricetta, insieme a fumanti tazze di cioccolata, zabaioni aromatizzati, liquore al cioccolato e mille altre bevande e dolciumi
Come al tempo in cui era frequentato da Cavour, questo caffè è un punto di ritrovo dove la consumazione è un dolce pretesto di chiacchiera, lettura ed incontro
Oggi come ieri questo luogo è parte della storia e della vita di Torino
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Clicca su . . . L . . . Grazie !
Su sfondo nero è meglio . . . Prova !
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Sorry, I've been going crazy over Snow Miku. @_@ I just love her too much!
I think she is my pretest Pullip. Maybe that’s why.
Now she is safe, and I don't have to worry about her selling out on me. Otherwise I would have waited until Christmas.
Sorry, again. U_U I'll try to more pictures of my other dolls. ^_^
Inizia, con questa prima foto, il nostro viaggio nel progetto del gruppo "Memorie e Sogni" www.flickr.com/groups/1156827@N21/
Questa sorta di "cammino fotografico " non ha lo scopo di consolidare la nostra amicizia, che nata tra i banchi di una scuola situata oramai nel secolo passato non ha alcun bisogno di ulteriori sostegni, piuttosto costituisce un assai stimolante pretesto per perseverare a divertirci insieme condividendo una grande passione: la fotografia.
Con questo viaggio, fatto di emozioni, di forme, apparenze e trasfigurazioni, proveremo a raccontare con le immagini i nostri ricordi, le nostre speranze, ma soprattutto ci divertiremo ad osservare e confrontare i diversi modi di "vedere" e "sentire" uno stesso tema.
Si parte...
qui potete trovare la foto di iomario www.flickr.com/photos/iomario/4343315755/
Camillo Mapei
Il periodo italiano
Camillo Mapei studia in seminario per diventare sacerdote cattolico. Nel 1830 viene consacrato subdiacono, nel 1831 diacono e nel 1832 sacerdote. Proseguendo i suoi studi, si laurea in teologia nella Pontificia Università Lateranense (che aveva allora sede nel palazzo di S. Apollinare e come tale veniva anche designata). Benché giovane, viene consacrato canonico della Cattedrale di Penne (Pescara) e professore di teologia di questa diocesi. Alcuni anni dopo il suo nome compare fra i tre candidati all'ufficio di vescovo. Scrive diverse dissertazioni teologiche. È accolto come membro dell'Accademia Tiberina e si distingue come eccellente predicatore. Viene udito ed apprezzato dal papa Gregorio XVI mentre predica in latino.
Suo padre spirituale e confessore è l'abate Vincenzo Pallotti (proclamato santo da Papa Giovanni XXIII). L'abate, critico verso le istituzioni romane, pare che un giorno gli abbia detto: "E chi mai, o sconsigliato, chi mai t'ha spinto ad abbandonare la dolce quiete delle tue montagne per venire a Roma? E non sai che Roma è la Babilonia de' popoli? Fuggi, figlio mio, fuggi da Babilonia torna fra i tuoi.... ma no! È Dio, forse, che, nei suoi fini provvidenziali, vuole che tu resti per alcun tempo qui. Rimani dunque, se così piace al Signore; ed Egli Stesso ti sia sostegno e luce". Pare che sia stato proprio il Pallotti a dare a Camillo Mapei la sua prima copia della Bibbia in latino, che avrebbe segnato drammaticamente il suo percorso spirituale successivo. Continua ad approfondire la teologia e si distingue pure in letteratura e poesia. Più tardi si distinguerà per avere composto numerosi inni cristiani.
Come Martin Lutero, uno dei concetti teologici che più lo turbano è quello della giustificazione per fede che scopre nelle epistole paoline con una forza che mai gli era stata insegnata nei suoi precedenti studi teologici e comincia a predicarla un modo tale da far cominciare a preoccupare i difensori della teologia cattolica tradizionale, avversi al Protestantesimo ed al Giansenismo che ne avevano fatto il cavallo di battaglia. Di fatto il Mapei si considera giansenista. Diventa, così, sempre più critico verso il Cattolicesimo ufficiale quando scopre la falsità di un conclamato miracolo attribuito a Santa Filomena e che gli fa mettere in questione tutta la tradizionale religiosità cattolica che, più tardi, descriverà come superstizione.
A questo si aggiungono poi le sue idee politiche liberali che lo spingono a mettere in questione pure il potere temporale dei papi. Non teme di predicare apertamente queste idee e di conseguire, per altro, un notevole successo. Viene così ammonito ufficialmente dalle autorità cattoliche che gli intimano di cessare nel diffondere queste idee. Nelle sue prediche cita, per altro, in modo sempre più esteso dalla Bibbia e in lingua italiana (cosa allora pure avversata). Si distanzia così sempre di più dalla tradizionale omiletica dei sacerdoti cattolici, mettendo sempre più in evidenza il solo Cristo. Sono molti quelli che ogni domenica accorrono per udirlo, liberali compresi, attratti pure dalla notorietà della stessa famiglia Mapei.
La crisi, così, non tarda a venire. Una volta che un giovane prete, suo scolaro, dicendo messa, esclama davanti a tutti sollevando l'ostia consacrata: "Insensati! Questo non è il corpo di Gesù Cristo; è un simbolo; non è una realtà! No, non è materialmente, ma spiritualmente, che dobbiamo nutrirci di Gesù Cristo!", Viene preso per pazzo e trascinato via, poi, però, è buon gioco delle autorità ecclesiastiche accusare il suo maestro, Mapei, di mettere in testa ai suoi studenti idee eretiche. Viene convocato per giustificarsi, ma quel tempo il Mapei, che credeva alla transustanziazione, si difende proclamando la sua innocenza. Il discepolo, lungi dall'essere pazzo, ha argomentazioni stringenti che mettono in ulteriore crisi lo stesso Mapei che ora perde del tutto la fiducia dei suoi superiori, aggravata dal fatto che anche la polizia lo stava controllando da vicino cercando di coglierlo in flagrante per le sue idee apertamente liberali e quindi, considerate sovversive. Una mattina del 1840, così, arrivano i gendarmi ad arrestarlo nella sua abitazione di Nocciano con un pretesto e, temporeggiando, il Mapei riesce a fuggire a cavallo, saltando dalla finestra, nonostante che ora i gendarmi gli sparino persino dietro cercando di fermarlo.
Il periodo inglese
Amici liberali lo aiutano a fuggire dapprima dal Regno delle Due Sicilie ai domini del Papa, dove però vede, anche lì, un annuncio pubblico che invita chiunque identificasse il Mapei a denunciarlo al tribunale dell'Inquisizione. Da Nocciano, comincia, così, il viaggio avventuroso del Mapei che lo vede dapprima a Roma, poi a Civitavecchia dove, accolto da un capitano di sentimenti liberali, sale a bordo di una nave che fa scalo a Malta. Da Malta parte per Algeri e da lì per Marsiglia dove per alcuni mesi, per sopravvivere, dopo aver venduto i suoi abiti buoni, fa il lustrascarpe. Li incontra casualmente un suo zio che lo soccorre. Riparte per Malta dove vive di attività accademiche ed editoriali nelle quali non esita a manifestare le sue idee liberali. Sempre più odiato e perseguitato da diversi governi, sfugge persino ad un tentativo di assassinio per mano di un sicario del re di Napoli. Perseguitato anche a Malta "Perché non andava più vestito da prete e non diceva più messa" il governatore dell'isola viene persuaso a esiliare il Mapei che sceglie di andare a Londra.
Arrivato a Londra, si presenta al prelato cattolico-romano Nicholas Wiseman, che diverrà cardinale, che il Mapei ben conosce avendo studiato insieme con lui a Roma. Viene bene accolto e protetto da varie famiglie aristocratiche cattoliche alle quali viene presentato. Per un po' di tempo tiene lezioni di letteratura italiana. Il Wiseman cerca di "correggere" le idee del Mapei, di farlo reintegrare nelle funzioni sacerdotali e di tenerlo lontano dagli evangelici inglesi. Il prelato ottiene una promessa di perdono per il Mapei dal papa Gregorio XVI a patto che questi ritratti le sue idee "liberali e gianseniste", ma il Mapei rifiuta, deciso ormai a staccarsi dalla Chiesa cattolica. Perde così le sue protezioni, viene scacciato e privato di ogni risorsa. Viene accolto da un altro italiano che, benché povero, condivide con lui quel poco che ha.
È il 1843 e il Mapei decisamente va alla ricerca degli evangelici italiani di Londra. In una sala del quartiere di Saffron Hill ascolta con commozione la predicazione evangelica in italiano dell'ex frate Giovan Battista Di Menna. Quel momento segna per lui il giorno della sua conversione al "Cristo delle Scritture". Ripudia con gioia e senza alcun rincrescimento le tipiche dottrine cattoliche-romane che gli erano state insegnate ed aderisce alle dottrine del Protestantesimo.
Appena convertito, sente forte il bisogno di dare espressione concreta alla sua fede. Scopre che tanti bambini italiani vivevano nella periferia di Londra nella più completa indigenza economica e morale. Questi bambini, comprati a poco prezzo in Italia, giravano le vie di Londra per mendicare a profitto di padroni crudeli e impietosi. Insieme al fiorentino Salvatore Ferretti e la moglie di questi, Maria Angela Bruschi, costituiscono così a Londra nel 1844 “L'Asilo dei Fanciulli poveri italiani in Londra”, sostenuto da contributi volontari. Egli vuole che, questi bambini, educati in terra libera secondo le verità dell'Evangelo, tornino poi in Italia come annunciatori dell'Evangelo pronti a smascherare quella che chiama la "falsa e bugiarda" Chiesa di Roma. In questo trova aiuto di altri italiani. L'orfanotrofio evangelico italiano e casa di educazione svolgerà la sua attività fino al 1862, poi verrà trasferita in Italia nel momento del ritorno di Salvatore Ferretti in Italia
A Londra si tenevano riunioni di culto evangelico in lingua italiana nella New National Scotch Church[collegamento interrotto], Sidmouth St. Grays Inn Road, ogni domenica alle 17:30. Fra i numerosi italiani presenti a Londra, agivano pure alcuni evangelisti e pastori, fra i quali Pietro Doro.
Anche a Londra, però, la persecuzione dei cattolici contro di lui si fa così forte che gli amici devono fare di tutto per allontanarlo dalla città. Si reca così a Glasgow, passando per Liverpool dove è ospitato da un medico che lo aiuta a sistemarsi, e a dare lezioni. Impara l'inglese e frequenta una delle figlie del medico, Carolina Barrows, con la quale si sposa nel 1845 dando la notizia ai suoi famigliari di Nocciano, scrivendo loro: "Ho sposato una distinta signorina protestante ed ho messo così una insormontabile barriera fra me e la religione dell'ostia baccalà!". Il 23 settembre 1846 nasce il loro figlio Luigino.
Nel frattempo anche Giuseppe Mazzini, insieme con Filippo Pistrucci, si era dato da fare a Londra, aprendo una scuola gratuita italiana, che rimane aperta dal 1841 al 1848, rappresentando l'anello di congiunzione fra il movimento evangelico, che mirava alla redenzione morale e spirituale d'Italia e il movimento politico risorgimentale.
Il Mapei, tornato a Londra fonda la prima Chiesa Evangelica italiana della capitale inglese assieme a Salvatore Ferretti. Si dice che sia stato lui a convertìre all'Evangelo, cosa questa poco nota, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e Gabriele Rossetti ed altri del Risorgimento Italiano, che contribuiranno poi attivamente all'unità d'Italia e alla creazione della Chiesa Libera Evangelica Italiana, ma questa loro conversione al Protestantesimo è discussa. La "nuova nascita" dei primi due segna in loro il desiderio di cambiare l'Italia e... di dedicarla, come scrivono: "a Cristo, Vero Dio e Salvatore, strappandola al braccio destro del demonio: il Vaticano!".
Nel 1847 fonda il giornale, in lingua italiana, L'eco di Savonarola. I primi scrittori fondatori sono dodici evangelici, quasi tutti ex-sacerdoti cattolici. Mapei scrive il verbale dell'Adunanza preparatoria al "Primo concilio della Chiesa Evangelica Italiana", avvenuto nel 1850 a Londra. In quello stesso anno esce la prima raccolta di inni e salmi con sessanta inni di cui trentatré erano del Mapei. Nel 1850 Mapei torna a Genova per poco tempo e nel 1852 si reca in Scozia e quindi a Dublino, dove, sia pur malato, svolge un'instancabile opera di evangelizzazione a tappeto, casa per casa, in occasione della campagna elettorale del partito evangelico, come pure di conferenziere ed insegnante. Benché egli voglia tenersi lontano dalle polemiche di carattere politico, le sue conferenze non hanno successo.
È a Dublino che muore nel 1853 in circostanze non chiare. La storiografia ufficiale afferma che lì egli muore a causa di un clima molto rigido e di una febbre mal curata, dopo essersi ammalato gravemente e, nonostante le cure tardive al Richmond Hospital, il 18 aprile. L'amico e collega Salvatore Ferretti nell'Eco di Savonarola però, scrive: "...questo martire, imperocché la sua morte accadde in conseguenza di un barbaro trattamento usatogli da un fanatico d'Irlanda, ad instigazione forse del partito clericale, da cui il Mapei era crudelmente odiato".
La salma è trasportata al cimitero della St. Michan's Church.
Il numero di maggio dell'Eco di Savonarola usciva nel 1853 con la sua prima pagina a lutto e con queste parole: "Se l'Inghilterra ha perduto in questi ultimi tempi il suo Bichersteith, se la Scozia il suo Chalmers, se la Svizzera il suo Vinet, anche l'Italia, l'Italia evangelica ha perduto il suo Mapei".
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Raccolta foto De Alvariis
Questo segnacolo artigianale ritrovato in un un libro antico prima che fosse venduto è stato creato poco più di un mese prima dell'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando: episodio che fornì il pretesto per la dichiarazione di guerra nel luglio 2014.
Assieme all'ottimista e sconosciuto bisnonno che certamente non immaginava quello che sarebbe avvenuto, vi invito al brindisi di fine 2014 sperando che, per converso, porti bene e tenga lontano le guerre.
Pre-Test Day / Virage du Tertre Rouge / Tretre Rouge Corner
Team Larbre Competition
CHEVROLET CORVETTE C7-Z06 GTE AM
Drivers :
- Fernando REES (CAN)
- Romain BRANDELA (FRA)
- Christian PHILIPPON (FRA)
Dedicato a Giuliff, un'amica preziosa.
www.flickr.com/photos/giulifff/
Giocando con l'acqua in un giorno di foschia...
Nessun fotomontaggio, le anatre sono il pretesto.
Il mio primo festival fu nel 2008: correvo da una conferenza all'altra affamato, sorpreso e rapito dall'ambiente che si respirava. Il lunedì dopo, stanco, mi sentivo piccolo in un mondo enorme. All'epoca avevo un figlio di due anni e una moglie a casa alla quale, al mio rientro, raccontavo entusiasta il week end con i giornalisti di tutto il mondo. Negli anni a seguire, a Ferrara tornai con costanza sempre ospite di amici di amici a me sconosciuti.
Non più da solo, quest'anno ho partecipato con tutta la famiglia. Abbiamo girato per le piazze e chiostri, abbiamo visto poche conferenze ascoltando "i monitor" con gli occhi fissi sui bimbi che correvano. Poco, ma ci è bastato vivere l'aria del festival. Anche perché l'incontro a Ferrara è stato un pretesto, un appuntamento, non solo con i giornalisti di tutto il mondo ma con carissimi amici lontani che non vedo mai. Da Milano, Palermo, Granada, Pisa, Stoccolma, bologna e noi da Rimini ci siamo visti lì, grazie a voi. E grazie a voi ho potuto riabbracciare gente a me cara.
Al suo primo festival ho insistito affinché la mia Sara entrasse almeno una volta al teatro comunale per assistere a "tutto su mia madre". Commossa, durante il viaggio di ritorno in auto, mi ha raccontato l'ultimo rimbocco alle coperte della mamma di un piccolo (e sono sicuro già grande) Gramellini. Stavamo tornando a casa felici, stanchi, piccoli e pieni di emozione mentre nei seggiolini dietro stavano dormendo sereni i nostri tre figli.
L'ambiente, quell'aria magica e gli abbracci commoventi con amici lontani. Del festival, quest'anno, è bastato questo: un grande appuntamento a cui non si vuole mancare.
Ma il festival spero continui negli anni, perché vorrò tanto rimettermi in fila a mangiare una mela e fare tardi alla sera, magari accanto a mio figlio grande, che oggi ha 6 anni e che a Ferrara ha avuto anche la febbre.
Incredibile come il dolore dell’anima non venga capito.
Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare, se hai il cuore pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, invece, non se ne accorgono neanche.
Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave.
Sono ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare.
"O. Fallaci"
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Stasera osservavo la mia scrittura sul quaderno e riflettevo sul fatto che per la maggior parte (facciamo pure per la totalità) scrivo in stampatello.
Una scrittura che nelle rare occasioni in cui voglio, è persino un filino da “fighetto”, da quello che ha fatto i geometri ed è capace di scrivere bene solo lui, ma che per lo più è condizionata dalla fretta compulsiva dell’incedere dei miei pensieri.
Lo stampatello è il modo più veloce che conosco per collegare la mano che impugna la penna in presa diretta con la mente e questo non è sempre facile (intendo per la mano ad andare dietro alla velocità dei pensieri), producendo l’unico effetto di avere questa scrittura minuscola ed anche un po’ “da gallina”.
Lo diceva sempre il professor Pennazzi che non aveva mai conosciuto una persona più svogliata di me e così poco impegnata nel valorizzare le sue qualità, prendendo a pretesto la scrittura e finendo per parlare di metodo di studi, disciplina ecc...
Recentemente in un dibattito famigliare di quelli che si fanno quando sono presenti tutti i parenti, è uscito fuori che il Pennazzi è stato membro esterno della commissione che ha giudicato Marè agli esami.
Pare le abbia rivolto, con tono a metà tra lo sprezzante ed il minatorio, la domanda: “Berrutiiii... hum... hum... non avrà mica un fratello più grande che si chiama Paolo?” (secondo me almeno un voto in meno la povera Marè ce l’ha lasciato giù per sta cosa!)
Bella reputazione.
Comunque stavo dicendo che leggevo il quaderno e doveva essere un giorno in cui mi girava particolarmente male (uno dei pochi per fortuna) perché, mi rendo conto soltanto ora a distanza di tempo, usavo parole piuttosto pesanti e quasi volgari.
Ergo, pensando che un giorno questi quaderni saranno di mia figlia la quale potrebbe essere provvista pure della curiosità per andarseli a leggere, ho deciso che per una volta potevo ricorrere all’uso dell’odiato bianchetto per modificare qualcuna di queste parola ed addolcirla un po’ usando qualche sinonimo oppure un’altra parola proprio; comunque in grado di rendere meno “grezzo” il mio sfogo.
Mi sono alzato dal divano e sono andato a prendere il vocabolario per cercarvi i termini che non mi venivano e ad un certo punto, di ritorno verso il divano mi son visto nello specchio...
Un pesante vocabolario in mano e nell’altra il mio quaderno, protetto dal girocollo vinaccia comperato di recente in Liguria e con il lodevole proposito di ottenere una sorta di equilibrio tra la pesantezza del tomo che porto in mano e la delicatezza delle parole che dovrebbe suggerirmi per mitigare il tono dello scritto cui apparterranno di qui in avanti, sembro fino intellettuale
Il professor Pennazzi sarebbe fiero di me...
Potrebbe fino arrivare ad esprimere una delle sue massime espressioni magniloquenti se mi vedesse così: “eh eh eh... Berruti”, detto a mezza bocca.
Io di certo me ne guarderei bene dall’infiammare la maniglia della porta di classe con l’accendino un attimo prima che faccia il suo ingresso in classe (sì prof. ero io il colpevole!) ed anzi, alla luce di tutto probabilmente finirei col ringraziarlo.
Perché spesso il tuo peggior nemico può rivelarsi il tuo miglior alleato.
The picture behind me was shot on New Year's Day 2010.
I'm going to make a blow-up of the picture I just shot and on New Year's
Day 2012 I'll take a picture of myself with this background.
Every passed year. Behind. And I in front.
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La gigantografia alle mie spalle è stata scattata l'anno scorso. Proprio a capodanno. Con le piume in testa.
Ha un significato particolare,intimo e familiare.
Mamma ne ha pretesto la gigantografia.
Mamma adesso pretende questa di gigantografia.
In famiglia si è deciso che ogni anno faremo la gigantografia di me con alle spalle la gigantografia delle altre gigantografie.
Perchè è passato.
Presente.
E futuro.
In un infinito infinito moltiplicarsi.
Insieme.
E Per Sempre.
Ripropongo questa fotografia, che alla fine è solo un pretesto per accompagnare questo monologo.
Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
Io sono per le giornate "mondiali".
Si riuscisse a smuovere anche solo una coscienza..
La mia vagina è arrabbiata.
Davvero.E' incazzata.
La mia vagina è furiosa e ha bisogno di parlare. Ha bisogno di parlare di tutta questa merda. Ha bisogno di parlarvi.
Allora, cos'è questa faccenda...
C'e' in giro un esercito di persone, che escogitano modi per torturare la mia povera vagina, gentile e amorevole vagina....
Che passano giorni a fabbricare psicoprodotti e idee orrende per minale la mia passera.
Rompicoglioni della vagina!
Tutta questa merda che cercano senza sosta di spingerci dentro, per pulirci, per imbottirci, la faranno scomparire. Bene, la mia vagina non se ne andrà. E' incazzata e se ne starà qui.
Smettete di spingere cose dentro di me.Smettete di spingere e pulire. La mia vagina non ha bisogno di essere pulita, sa già di buono. Non come i petali di rosa. Non cercate di abbellire la realtà. Non credete loro, quando vi dicono che profuma come petali di rosa: è fatta per odorare come una passera.
Non voglio che la mia passera profumi di bacche, fiori, pioggia. Tutta pulita, come lavare un pesce dopo averlo cucinato. Voglio sentire il sapore del pesce, è per questo che l'ho ordinato.
E poi quegli orribili esami.Chi li ha escogitati? Ci deve essere un modo migliore di fare quegli esami. Perchè quell'orrible abito di carta? Perche' quei guanti di gomma? Perchè quelle staffe d'acciaio stile nazi?
"Rilassi la vagina, rilassi la vagina." Perchè? La mia vagina è intelligente - sta cosa sta succedendo - si deve rilassare così tu puoi infilarle quel freddo speculum. Non penso proprio. Sembra un'esecuzione vaginale.
Perchè non trovano uno splendido velluto rosso e nn me lo avvolgono intorno, perchè non si infilano attraenti guanti rosa o azzurri, e appoggiano i miei piedi su staffe ricoperte di pelliccia? E perche' non riscaldano lo speculum? Lavorano con la mia vagina.
La vagina è fatto per stare libera e aperta, non per essere imprigionata. E' per questo motivo che le mutande sono una pessima idea.Abbiamo bisogno di muoverci, di parlare.
Le vagine hanno bisogno di comodità. Fate qualcosa per dar loro comodità.No, naturalmente non lo fanno. Fate qualcosa per dar loro piacere, soprattutto piacere sessuale. Quello che intendo è un grazioso paio di mutande di morbido cotone con vibratore incorporato. Le donne verrebbero tutto il giorno: verrebbero nei supermercati, in metropolitana, felici vagine orgasmiche.
Loro non lo sopporterebbero.
Non tollererebbero di vedere tutte quelle calde vagine felici, energizzate, che non subiscono umiliazioni.
La mia vagina ha aiutato a mettere al mondo un bambino enorme, Pensava che avrebbe fatto qualcosa di piu' ma non è stato così. Ora vuole viaggiare, non desidera molta compagnia. Vuole leggere e conoscere cose nuove, e uscire più spesso. Vuole sesso, le piace il sesso. Vuole andare in profondità, è affamata di profondità. Desidera gentilezza, vuole un cambiamento.
Vuole silenzio, libertà, baci gentili, liquidi caldi e contatto profondo.
Vuole cioccolato fiducia ebellezza. Vuole urlare.
Non vuole essere arrabbiata.
Vuole venire. Vuole volere. Vuole.
La mia vagina, la mia vagina. Bè.....vuole tutto.
da i MONOLOGHI DELLA VAGINA di Eve Ensler
Auguro a tutte le donne, e a mia figlia in particolare che proprio oggi (8/3/2010) compie gli anni, vagine libere di essere e mai arrabbiate.
Anna
“Immaginate un Motel abitato da psicopatici. Finestre aperte sulla Memoria dove il riaffiorare di un trauma prevede la messa in scena paradossale di attori senza teatro, cittadini senza città, orfani, schiavi, reietti, rifiutati, malati, assassini, criminali, ladri, prostitute: Poeti."
Con queste parole Francesco Viscuso, fotografo catanese trapiantato a Roma, presenta il suo Carnival Motel, ovvero una galleria di ritratti e storie dalle suggestioni orrorifiche e dal forte impatto estetico, in mostra a Catania per Uber Addicted a fine novembre 2012.
Le vite improbabili, concentrate in un luogo di cui non vedremo mai le stanze, sono il pretesto per ritratti in maschera o sotto un pesante trucco, ricordi di un macabro carnevale: immagini di folli, fantasmi dal volto celato in un bianco e nero sontuosamente cupo e ironicamente gotico. Stampe ritoccate, strappate, rincollate, artificialmente invecchiate, come resti di un presente già antico: ritratti negati e tracce di un unico, persistente memento mori, a richiamare i giochi macabri di Witkin, con qualche eco della Sigismondi e i lontani teatri in interni di un Ballen, ma più schietti e come ritratti, nel senso di distanti, da qualunque pretestuosità concettuale, inscindibili da uno stile forse compiaciuto ma innegabilmente coraggioso. Scene estetizzate senza troppo ritegno, lontane dai presunti documenti della realtà e dalla luce fredda cui il digitale ci ha abituali e la fotografia contemporanea ci ha condannati. Un immaginario che da King porta a Edgar Lee Masters, che dall’orrore quasi cinematografico cede all’inquietudine metafisica, sviluppato in brevi racconti in accompagnamento alle immagini: biografie visionarie, freddamente dettagliate, che rimandano nel tono al Greenaway, vagamente burroghsiano, di The Falls.
E ancora, queste storie escono dalla attenzione disturbata di un foro stenopeico, di un buco della serratura, erompono dalle immagini e prendono forma in uno spettacolo dallo stesso titolo, con Lili Refrain che, dà loro corpo e voce, con una recitazione tra lo straniante e il naturalistico, sospesa tra echi classici e rarefatta prosodia, pronta a guidare con musica ora evanescente, ora materica, come una singolare via di mezzo tra Niobe e la Galas, i deliri in prima persona dei caratteri di cui conosciamo la maschera ma non il volto, in cui l’uso del delay ripropone fantasmi di suono che ritornano incessantemente, proprio come gli spettri evocati sulla scena.
“Nessuno è mai riuscito a convincere Kate del fatto che lei non fosse realmente un gatto. Morta investita da un'auto in pieno giorno. L'uomo che guidava l'automobile, che l'ha uccisa adesso è un noto esponente dell'Associazione per la tutela degli Animali Abbandonati, è sposato, ha 1 moglie, 1 amante, 3 figlie, 66 gatti, 5 cani e una dozzina di struzzi nani originari della Patagonia.”
Per finire, dal momento che Lili Refrain è una performer completa e dalle molte sfaccettature, ma soprattutto una musicista, la serata ne ospiterà anche il concerto. La sua è una musica da one-woman-band contemporanea: elettronica senza computer, voce, chitarra, loop istantanei, psichedelia, distorsioni, dal metal alla musica da camera, con attitudine sciamanica e non senza il pregio dell’autoironia. Si tratta di melodie stratificate, capaci di alternare liberatorie dissonanze ad arpeggi melodici e di comporre il tutto in ipnotici e personalissimi esempi di musica sperimentale e senza spocchia avanguardista, calda, originale e adatta allo spirito di questo primo appuntamento di Uber Addicted.
Francesco Viscuso, nato a Catania nel Novembre del 1980, vive e lavora a Roma. Diplomatosi all’Istituto Statale d’Arte di Catania e laureatosi in Critica d’Arte all’Università di Roma “La Sapienza”, porta avanti da anni la sua ricerca artistica che, iniziata dalla pittura, spazia dal campo del ready made a quello dell’installazione, anche sonora e del video. Tuttavia, resta la fotografia il suo principale mezzo espressivo.
Lili Refrain è una chitarrista, compositrice e performer romana che dal 2007 ha un progetto solista in cui indaga le proprietà contrappuntistiche ed emotive della sovrapposizione strumentale e vocale. Ha realizzato due album che vantano eccellenti critiche da parte di riviste del settore e webzine nazionali ed internazionali: "Lili Refrain" autoproduzione del 2007 e "9" uscito nel 2010 con Trips Und Träume/Three Legged Cat.
L’associazione Uber opera a Catania dal 2005, con l’obiettivo di fare incontrare l’intervento psico-socio-culturale con il mondo delle arti e della formazione. In quest’ottica si occupa di progettazione, dello sviluppo e del coordinamento di programmi, servizi specifici, corsi, eventi.
SECRET CONTEST: Posti limitati. Scrivere o chiamare per la prenotazione.
E-mail: uberaddicted@gmail.com - Tel: 3479166188
Dedicato a Londra:
Ho un affetto più grande di qualsiasi amore
su cui esporre inutilizzabili deduzioni
Tutte le esperienze dell'amore
sono infatti rese misteriose da quell'affetto
in cui si ripetono identiche.
Sono legato ad esso
perché me ne impedisce altri.
Ma sono libero perché sono un po' più libero da me stesso.
La vita perde intresse perché si è ridotta a un teatro
in cui le fasi di questo affetto si svolgono:
e così ho perso l'ebbrezza di avere strade sconosciute
da prendere ogni sera
(al vecchio vento che annuncia cambiamenti di ore e stagioni).
Ma che ebbrezza nel poter dire: "Io non viaggio più".
Tutto è monotono perché in tutto non c'è altro
che un certo luccichio di occhi,
un certo modo di correre un po' buffo,
un certo modo di dire "Paolo", e un certo modo
di straziare a causa della rassegnazione.
Ma tutto è messo in forse dal terrore che qualcosa cambi.
In ogni amore c'è la fusione tra la persona che si ama
e qualcun altro: ma ciò è naturale. Nell'affetto
ciò sembra invece così: innaturale:
la fusione avviene a tali profondità
che non è possibile darne spiegazioni, trarne motivi
per congratularsi, comunque essa sia, della propria sorte.
La tenerezza che tale affetto impone
al profondo, non conduce né a fecondare
né a essere fecondati, anche se per gioco;
eppure si soccombe ad esso
con lo stesso senso di precipitare nel vuoto
che si prova gettando il seme, quando si muore
e si diventa padri. Infine (ma quante altre
cose si potrebbero ancora dire..!),
benché sembri assurdo, per un simile affetto,
si potrebbe anche dare la vita. Anzi, io credo
che questo affetto altro non sia che un pretesto
per sapere di avere una possibilità - l'unica -
di disfarsi senza dolore di se stessi.
(P.P. Pasolini)
di NICOLA GHEZZANI
Psicoterapeuta – Roma
sito: www.psyche.altervista.org
Intervista tratta dal libro
“QUANDO L’AMORE E’ UNA SCHIAVITU’” ed. Franco Angeli, 2006
Da quando è stata isolata e descritta nella sua autonomia strutturale, la sindrome delle «donne che amano troppo», della dipendenza affettiva, o love addiction – come viene definita nei paesi anglosassoni –, è balzata agli onori della cronaca. Da allora gli interventi sui media si sono moltiplicati a ritmo vertiginoso. Vorrei riportare in questa pagina il testo di una delle prime interviste che ho dato sull’argomento, per l’immediatezza e la spontaneità con le quali i concetti si sono organicamente disposti nel corso del piacevole dialogo.
Domanda: Gentile dott. Ghezzani, confrontandomi con alcune donne (mi pare siano loro ad essere le più colpite dalla patologia della «dipendenza affettiva»), mi è capitato di riscontrare da parte di molte di esse un’identificazione con i comportamenti descritti da lei nei suoi libri Volersi male e Quando l’amore e una schiavitù, entrambi editi da Franco Angeli, e di cui ho ritrovato traccia anche nel famoso libro Donne che amano troppo di Robin Norwood. Lei parla di psicopatologia, e anche la Norwood presenta casi molto estremi di disturbi, con alle spalle precedenti di famiglie lacerate o in generale gravi traumi. Ma l’ampia diffusione del problema non sta forse a indicare che, al di là dei casi più estremi e propriamente patologici, esista una generale tendenza di molte donne ad affrontare in questo modo deviante il rapporto amoroso? Non si può parlare, a fianco della vera e propria patologia, di una fenomenologia di minore gravità, ma molto estesa, legata a fattori sociali? Un senso di insicurezza generale che spinge molte donne ad adottare almeno in parte i comportamenti ossessivi tipici della love addiction.
Risposta: In effetti, la sindrome della dipendenza affettiva sembra avere ormai una diffusione da pandemia, sembra cioè una «malattia» in via di diffusione ovunque esistano rapporti fra uomini e donne. Da ciò possiamo dedurre che, per quanto la storia la documenti anche in altre epoche, la sua diffusione odierna testimonia di un malessere specifico dell’epoca attuale. La mia disciplina, la Psicoterapia dialettica, è una psicoanalisi di tipo socio-storico, e va appunto alla ricerca dei fattori ambientali (storici e sociali) che stanno alla base di tutte le psicopatologie, maggiori o minori.
Nel caso delle «donne che amano troppo» io vedo innanzitutto quei fattori storici e sociali che insegnano e impongono da millenni alle donne la devozione amorosa come la virtù massima che una donna debba possedere per sentirsi realmente donna. La devozione amorosa non riguarda solo il marito (o il «partner», nella versione moderna), ma anche un proprio genitore, i propri figli, spesso intere reti di parentela. Per la donna queste sono persone da amare in modo assoluto, in virtù di un vero e proprio annullamento di sé che rappresenta, in un certo senso, un vero e proprio «test di femminilità». Senza questa «abilità» a devolversi nel bene altrui e a farsi riconoscere «amabile», una donna semplicemente non si sente donna. Per cui, se un uomo la rifiuta, la donna rifiutata non solo si sente brutta o odiosa, ma non si sente più donna: la sua identità di genere è distrutta.
D: Quali sono i principali sintomi che una persona può cercare di riscontrare da sé?
R: Ansia più o meno marcata ad ogni distacco, sentimenti di vuoto e di smarrimento quando si è soli, gelosie immotivate e ossessive, controllo telefonico o anche fisico del partner, a gradi estremi odio mortale cui segue il bisogno di essere puniti, talvolta un dolore lacerante, lancinante al petto, apparentemente senza motivo, che rappresenta la sensazione di poter morire a causa dell’assenza della persona amata.
D: Ha avuto esperienze di questo genere tra le sue pazienti o ha conoscenza diretta di casi simili? Ce ne può raccontare uno che ritiene più emblematico?
R: Ci sono persone che sembrano del tutto perse nel loro malessere, incapaci di capirlo in alcuno dei suoi aspetti, ma che invece mancano solo di pochi nessi logici, di poche rigorose deduzioni, per comprenderlo a fondo e risolverlo. Cristina è una di queste. La conobbi attraverso Internet, dopo aver pubblicato sul mio sito Psicoterapia dialettica, (indirizzo www.psyche.altervista.org), un articolo sulla dipendenza affettiva. Dalle sue parole vorrei estrapolare i concetti più interessanti, punteggiandoli con delle interpretazioni.
Dice Cristina:
«E’ da quando ho diciassette anni che sono consapevole di essere una donna che ama troppo (ora ho venticinque anni). Ho avuto un’infanzia molto tormentata con genitori che chiunque ha sempre definito pazzi, infatti uno dei due si è tolto la vita qualche anno fa. A diciotto anni ho conosciuto un uomo che ha fatto cambiare in negativo il corso della mia vita… In quei durissimi tre anni ho affrontato per la prima volta la mia «malattia»… Non riuscivo a darmi una spiegazione dell’ansia, degli struggimenti, del mio farmi calpestare in tutti i modi…»
Cristina pone alla base del suo malessere la crisi di coppia dei genitori e il suicidio di uno dei due: intuisce che la loro autodistruzione esistenziale ha prodotto in lei un’analoga tendenza masochistica. Di conseguenza, si rende anche conto che, alla base della sua dipendenza affettiva c’è una vocazione non solo ad amare, ma soprattutto a «farsi calpestare in tutti i modi», intuisce, dunque, la relazione esistente fra masochismo e ricerca dell’umiliazione amorosa.
Prosegue:
«In conseguenza di questa prima storia, ho avuto un esaurimento nervoso, ho dovuto abbandonare il lavoro per curarmi…, ma alla fine sono riuscita a lasciare quell’uomo, e sono diventata dai vent’anni in poi di un cinismo incredibile, dovevo apparire sempre a me stessa e agli altri forte, magnetica, indistruttibile. Il mio amor proprio aveva preso in passato troppi duri colpi. Ora, volevo essere io a fare la parte della stronza con i ragazzi, purtroppo anche con chi amavo e quindi con le storie importanti che sono seguite».
Cristina è consapevole anche di questo secondo passaggio. Dopo la ricerca dell’umiliazione masochistica, il soggetto malato di dipendenza affettiva vuole «vendicarsi».
Ecco cosa dice:
«Sono consapevole di aver trattato il mio nuovo ragazzo veramente male. Mi ha dimostrato una dolcezza, una comprensione e una devozione incredibili anche quando soffriva a causa mia. E’ una via di mezzo tra il ragazzo che a noi «donne che ci vogliamo male» può piacere – per le sue negatività – e un bravo ragazzo. A noi la negatività maschile ci eccita particolarmente…»
Questo è un passaggio importante per capire lo strutturarsi della patologia da dipendenza. Chi è affetto da dipendenza affettiva patologica ha: 1) una tendenza masochistica di base, dovuta a una bassa autostima. 2) L’asservimento affettivo è il primo tentativo che egli fa per ottenere dal partner segni di gratitudine e stima e riscattare questa penosa autopercezione. Tuttavia, se pure questi segni arrivano, il soggetto dipendente finisce per sentirsi umiliato della sua condizione servile, pensa di essere ingannato e sfruttato, sicché avvia una nuova fase. 3) Tenta a questo punto di riscattare la percezione negativa di sé mediante una «ribellione»: il soggetto diviene insensibile, aggressivo, sfidante, fino a livelli di esaltazione maniacale, per ribaltare il rapporto di potere. 4) Ma così facendo aggrava il senso di colpa originario e l’autostima peggiora. Infine, 5) il soggetto ha bisogno di farsi punire a causa della sua ripetuta negatività, e lo fa attraverso vecchi o nuovi partner.
Dice ancora Cristina:
«Ovviamente mi sono sempre scelta persone che non facevano per me, persone nevrotiche o psicopatiche: i classici stronzi. All’inizio era splendido ripagare persone che sapevo mi avrebbero già dall’inizio fatta soffrire usando le loro stesse tattiche e strategie. Mi sentivo forte, potente. Ai miei compagni ne ho fatte passare di tutti i colori, mi piaceva vederli soffrire. Sono consapevole di essermi comportata da pazza, ma volevo farmi vedere pericolosa per tutelarmi, per dimostrare che nessuno poteva più umiliarmi e farmi del male. Ho recitato questa parte per anni… Infine ho capito che ero io a trovare loro dei pretesti per farmi trattare male, e che usavo poi quegli stessi pretesti contro di me, per potermi dire che se loro mi facevano del male era tutta colpa mia…».
Questa complessa dinamica può infine facilmente cronicizzare nella depressione.
Sono dunque queste in sintesi le fasi di instaurazione della dipendenza affettiva:
1) Soggezione morale e fisica (tendenza masochista di base): il soggetto (uomo o donna che sia) si sente di scarso valore o di valore negativo, quindi ha bisogno di «servire» qualcuno per ottenere da lui un giudizio positivo. All’idea di averlo ottenuto, sperimenta un esaltante sentimento di sollievo e di gratitudine.
2) Ciclicità depressivo-maniacale: il soggetto prende coscienza della propria immagine interna negativa (di persona debole o cattiva o pervertita), si addolora di ciò e se dapprima si sacrifica per il bene del partner poi, sentendosi umiliato, odia il proprio servilismo e/o il dominio da parte del partner, quindi si vuole vendicare.
3) Vendetta: egli/ella si vendica divenendo freddo e sfidante nei confronti del partner.
4) Senso di colpa: di conseguenza, prova sensi di colpa e bisogno di essere punito.
5) Ciclicità sadomasochista (bisogno di punizione e rilancio della sfida): alla fine, il soggetto scivola in una nuova e più grave depressione. La depressione può implicare giudizi negativi su di sè o sul mondo, quindi di bisogno di mortificarsi o di farsi punire o può sfociare in un drammatico senso di vuoto. Oppure può virare – per ribellione – verso una nuova sfida.
Dice Cristina:
«A parte certe tragedie famigliari, non mi manca veramente niente… ho buoni amici, quest’anno ho ottenuto il lavoro che sognavo, leggo, scrivo, coltivo anche un interesse artistico in una compagnia teatrale. Ma anche se mi sento appagata, avverto puntuale una sorta di vuoto, di depressione latente, un senso di noia e di inutilità. Sicché mi rimetto alla ricerca di una relazione totalizzante per colmare quel terribile sentimento. La mia è stata una continua fuga più che da me stessa, da questa atroce sensazione di non essere viva, da questa impalpabile percezione che va oltre qualsiasi razionalità. Ciò che faccio ogni giorno lo faccio per dimenticare questa sensazione. Da qui anche le relazioni: quando ci si attacca a «quel tipo» di persone non è per vero amore. Io, quando trovo un uomo di «quel genere», ho una sensazione di innamoramento non perché lo amo davvero, ma perché amo quel senso di totalità che mi dà l’illusione di sentirmi viva, annullando la sensazione del vuoto. Arrivando al bandolo della matassa, della mia matassa, il punto da cui iniziano certi orrori nasce proprio da questo grande vuoto iniziale, o esistenziale».
Per capire appieno il significato di questo angoscioso senso di vuoto occorre prendere la parola «vuoto» non come una metafora ma alla lettera. In effetti, la donna che ha annullato se stessa in funzione delle esigenze maschili, e che ha fatto il deserto intorno a sé (deserto di persone, di interessi, di vocazioni personali e di futuro…) ha realmente fatto il vuoto intorno e dentro di sé. Ogni cosa che non sia il suo uomo è allontanata dall’angoscia di perderlo e dal senso di colpa di «tradirlo»: il vuoto che infine la donna sperimenta è dunque la sua oggettiva realtà, è l’angoscia morale per ciò che ha fatto a se stessa.
Dal mio punto di vista, dunque, questo sentimento di nullità è l’inizio e la fine del percorso. Si comincia con la bassa stima di sé (legata all’educazione tradizionale, cioè dal vuoto imposto dalla cultura familiare e sociale), e si finisce con una stima ancora più bassa, dovuta alla percezione di una negatività personale irrimediabile.
D: Dottor Ghezzani, per finire, qual è in questi casi, in genere, il ruolo giocato dai partner?
R: Spesso il partner tipico che si lega a persone affette da love addiction ha una patologia affine. Di solito è una persona fortemente insicura e allo stesso tempo narcisista, che ottiene un lenimento delle sue angosce e una certa soddisfazione dell’autostima proprio grazie all’adorazione e al masochismo del suo partner dipendente affettivo. Ormai si parla infatti di co-dipendenza. Questo termine tecnico vuol dire che entrambi i contraenti di questo tipo di rapporto sono dipendenti l’uno dall’altro, ma in modi diversi. Nei miei libri, io chiamo questa forma complessa di rapporto a due patologie «collusione sado-masochista».