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Coolsingel 27/08/2014 11h56

A 1966 Ford Mustang Convertible of the first generation parked in front of the Rotterdam townhall. Probably in use as a wedding vehicle. This Mustang was imported in the year 2007.

 

Ford Mustang

The Ford Mustang is an American automobile manufactured by the Ford Motor Company. It was initially based on the platform of the second generation North American Ford Falcon, a compact car. A milestone of the Ford Mustang that is rarely discussed is the development of the 1963 Mustang II. This body style was used by Ford as a pretest to how the public would take interest in the first production Mustang which was released as the 1964 1/2. With a slight variation on the frontend and a top that was 2.7 inches shorter the 1963 Mustang II would lay the foundation for the next generation which followed in only six short months. Introduced early on April 17, 1964, and thus dubbed as a "1964½" model by Mustang fans, the 1965 Mustang was the automaker's most successful launch since the Model A. The Mustang has undergone several transformations to its current sixth generation.

The Mustang created the "pony car" class of American automobiles—sports-car like coupes with long hoods and short rear decks—and gave rise to competitors such as the Chevrolet Camaro, and Pontiac Firebird, AMC Javelin, as well as Chrysler's revamped Plymouth Barracuda and the first generation Dodge Challenger. The Mustang is also credited for inspiring the designs of coupés such as the Toyota Celica and Ford Capri, which were imported to the United States.

[ Source & more Info: Wikipedia - Ford Mustang ]

Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, recintato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governato vuol dire essere, ad ogni azione, ad ogni transazione, ad ogni movimento, annotato, registrato, censito, tariffato, timbrato, squadrato, postillato, ammonito, quotato, collettato, patentato, licenziato, autorizzato, impedito, riformato, raddrizzato, corretto. Vuol dire essere tassato, addestrato, taglieggiato, sfruttato, monopolizzato, concusso, spremuto, mistificato, derubato, e, alla minima resistenza, alla prima parola di lamento, represso, emendato, vilipeso, vessato, braccato, tartassato, accoppato, disarmato, ammanettato, imprigionato, fucilato, mitragliato, giudicato, condannato, deportato, sacrificato, venduto, tradito, e per giunta schernito, dileggiato, ingiuriato, disonorato, tutto con il pretesto della pubblica utilità e in nome dell'interesse generale

La foto è solo un pretesto per ricordare e raccontare. Ricordare chi ha patito le pene dell'inferno su questa terra per la sua appartenenza ad una religione, ad un credo politico, ad una "diversità" (Rom, Gitani, Gay) o semplicemente perchè contrari alla più nefanda delle ideologie.

Raccontare, perchè, io che ho saputo, non posso tacere.

Se ingrandite al massimo la foto, noterete che l'ultimo nome dell'elenco è Vercelli Luigi. Fu impiccato a Mauthausen, dopo essere stato catturato durante un rastrellamento in Francia. Luigi, nel 1943 aveva scelto le formazioni partigiane, piuttosto che servire nell'esercito di Salò. Quando la sua "banda" fu annientata dai tedeschi sulle pendici del Malinvern, si rifugiò in Francia e agì nelle squadre dei "Maquis". Aveva anche un fratello, caduto anche lui in guerra. La mamma, una donna che ricordo sempre vestita di nero, è stata per tanti anni bidella alle scuole medie di Carmagnola, ed è stata anche la "mia" bidella. La via dove son nato e dove ho abitato per tanti anni porta il loro nome: Via Fratelli Vercelli.

La seconda storia, è quella di una persona scampata a Treblinka. Ho conosciuto personalmente questo grande uomo, originario di un paesino del cuneese a poca distanza da Carmagnola.

Nel 1941, Domenico G., partì per la campagna di Russia con la Divisione Cuneense, che fu poi annientata durante la disastrosa ritirata del Don. Pur essendo solo un caporalmaggiore, non tardò a capire che i rifornimenti non sarebbero arrivati con regolarità, data la distanza tra le basi logistiche e le punte avanzate. Così, durante la primavera del 1942, decise una sua personale ritirata. Con vari escamotages, riuscì persino a farsi dare un passaggio da un colonnello delle Waffen-SS, riuscì ad arrivare sano e salvo fino a Caramagna, portando con sè due pagnotte di pane. Pensava infatti che se ai soldati al fronte, mancavano i viveri, in patria si doveva morir di fame. E qui, come diceva lui, morì una prima volta. Trovò la tavola apparecchiata con pane bianco e una bella gallina lessa, e trovò anche i rimproveri del figlio più vecchio (fascistissimo, che poi fece una brutta fine..) che gli rinfaccio di "sabotare la vittoria". Stette per un po' alla macchia, ma non esistevano ancora bande di partigiani, e un brutto giorno fu arrestato, condotto prima a Fossoli, fu poi caricato su un carro bestiame con destinazione Treblinka.

Ma Domenico, non era tipo da non tentare nulla. Durante una fermata notturna nei pressi di Bautzen, riuscì a scardinare due assi del vagone e si diede alla fuga con altri 25 compagni.

Tornò a Caramagna, camminando solo di notte, nel settembre del 1944, ma non andò più a casa. Si recò dal parroco, che prese contatto con una banda di GL della zona, e così iniziò la sua attività di partigiano. Catturato dai repubblichini, stava per essere giustiziato (e questa è quella che lui chiamava la sua seconda morte) quando con un colpo di mano la sua banda, nella quale operava anche mio zio, riuscì a liberarlo.

Morì nel 1961, senza che nessuno pronunciasse due parole di commemorazione. Mia mamma quel giorno usci dal banco della chiesa, si appressò alla bara, e, rivolta alla gente,disse: "La gent a l'a pressa de desmentijé, ma a venta nen desmentijé. Venta nen desmentijé, perché i salop a sun sempre lì. Venta nen desmentijé perchè le ciurumie 'd Meco a l'abio n' sens; venta nen desmentijé perché me frel a l'abia nen tirà i patin per niente!"

[La gente ha fretta di dimenticare, ma non bisogna dimenticare. Non bisogna dimenticare perchè gli sporcaccioni (i "salop" erano i repubblichini; della repubblica di Salò) sono sempre lì. Non bisogna dimenticare perche le tribolazioni di Domenico abbiano un senso; non bisogna dimenticare perche mio fratello non sia morto invano"].

Non ci furono applausi, né niente di niente: Ci fu solo una nipote di Domenico che, prima che la bara si avviasse al cimitero, si avvicino a mia mamma e le disse: "Grassie, Madama. Meco a la giuterà" (Grazie, Signora. Domenico l'aiuterà)

Un amico di mio papà trascrisse le parole di mia mamma, che conservo gelosamente.

Perchè non bisogna dimenticare!!!

Il mio amore è per tutto ciò che i miei occhi sanno regalarmi.

E San Valentino è solo uno sciocco pretesto...

Io amo in ogni singolo giorno della mia vita e amo mangiare cioccolatini quando mi pare.

E sono un tantino allergica al polline, ma adoro i fiori e preferisco riceverli quando meno me lo aspetto.

Amo l'improvvisazione.

Somos Dos...

Dos Locos Enamoradoooss...

Viviendo Un Amor Prohibido...

Ella Y Yo

No La Pasamos Siempre Juntos Uoh Uoh Uoh

Pero Escondidos...

Y Ya No, Y Ya No, Y Ya No

Y Ya No Puedo Mas

Y Ya No Quiero Mas Vivir En Esta Situacion U Nou

Y Dile A Tu Mama

Y Dile A Tu Papa Lo Mucho Que Yo Te Amoo¡¡

Y Ya No Quiero Mas

Y Ya No Puedo Mas (Vivir En Esta Situacion U Nou)

Y Dile A Tu Mama

Y Dile A Tu Papa Lo Mucho Que Yo Te Amoo¡¡

 

(Nova)

Somos Dos Loco Enamorados Sin Saber Que Hacer

Con El Transcurso De La Vida Se Supieron Querer

Pero La Realidad Es Vota

Aunque A Veces Choca

Que Siempre A La Escondidas Nos Tenemos Que Ver

No Sabes Cuantas Ganas Tengo De Gritarle Al Mundo Lo Que Siento Ir Donde Tus Padres Sin Pretesto...

Decirles Que Te Amo Pero Se Que No Lo Entenderian

Por La Forma En Que Visto Y Lo Que Vivo Dia A Dia

 

la foto no me convense musho .. asi k mñn o pasao subo otra xd..

se me olvido poner algo xd....

 

Facebook : www.facebook.com/piitufohx

 

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Parigi a’ 19 Novembre 1832

24 Rue Louis le Grand

 

Carissimo Leopardi

Ho avuto di corto da Giuseppe Ricciardi mio concittadino ed amico nuove di Ranieri e tue. Del primo so, che si è consigliato (atteso le molte difficoltà della sua vita fuori Napoli) di ripatriare, e ridursi fra ’suoi. Di te so, che hai racquistato se non pienissima e florida salute almeno tanto vigor di corpo, quanto ti basta ad attendere a’ tuoi studj, che sono tuo conforto, e cara speranza d’Italia, e desiderio o più veramente sospiro di quelli che t’amano con quell’affetto, che io ti porto. Seppi da Ranieri, che i manifesti del giornale che mio padre ha in animo di fondare ti furono già più mesi addietro ricapitati. Perché serbi dunque un silenzio, che non puoi colorare d’infermità o d’altro pretesto? A meno che l’amicizia tua verso me non sia scemata di molti gradi…….. ma non voglio supporre ciò che non posso […]

   

Jacques-Louis David

Jacques-Louis David (Parigi, 30 agosto 1748 – Bruxelles, 29 dicembre 1825) è stato un pittore e politico francese.

 

Dopo una formazione ricevuta in un ambito culturale tradizionale, ancora seguendo il gusto rococò, Jacques-Louis David ottenne l'ambitissimo Prix de Rome che, nel 1775, gli permise di raggiungere l'Italia. Il quinquennale soggiorno romano fu per lui un periodo tormentato e difficile, poco soddisfacente dal punto di vista creativo eppure ricco di esperienze fondamentali, come lo studio diretto dell'arte classica, la scoperta dell'arte rinascimentale (come Michelangelo, Raffaello e soprattutto Caravaggio) e, verosimilmente, la conoscenza degli scritti di Winckelmann, Mengs e altri teorici del Neoclassicismo.

 

Biografia

La formazione: 1757-1775

Jacques-Louis David nasce a Parigi il 30 agosto 1748, in una casa del "quai de la Mégisserie", da una famiglia piccolo-borghese: il padre, Louis-Maurice David, è un commerciante di ferro che, per elevarsi socialmente, aveva acquistato - come allora era possibile - una carica di «commis aux aydes», divenendo così fornitore dello Stato e appaltatore a Beaumont-en-Auge, nel Calvados. La madre, Marie-Geneviève Buron, lontana parente del famoso pittore François Boucher appartiene a una famiglia di muratori, nella quale il fratello François Buron è architetto delle acque e foreste e, dei suoi due cognati, uno è architetto e l'altro carpentiere. Jacques-Louis viene battezzato nella chiesa di Saint-Germain l'Auxerrois il giorno stesso della nascita e suoi padrini sono Jacques Prévost e Jeanne-Marguerite Lemesle.

 

Quando il padre muore, a soli trentacinque anni (1757) - sembra per le conseguenze di una ferita riportata in un duello alla spada - Jacques-Louis ha nove anni e viene messo a pensione nel convento del Picpus. Dopo che la madre si è ritirata in campagna a Évreux, della sua istruzione si occupa lo zio materno François Buron, il quale prima lo fa seguire da un precettore privato, quindi lo iscrive nella classe di retorica del Collège des Quatre-Nations. Notata però la sua disposizione per il disegno, lo zio decide di fargli intraprendere la carriera di architetto, ma nel 1764, dopo aver frequentato il corso di disegno dell'Académie Saint-Luc,

David manifesta la sua intenzione di dedicarsi alla pittura. La famiglia allora lo raccomanda a François Boucher, primo pittore del re. Questi però, ormai anziano e malato, consiglia di affidarlo al pittore Joseph-Marie Vien.

 

Allievo di Joseph-Marie Vien

Joseph-Marie Vien non ha il prestigio e il talento dell'anziano maestro François Boucher, ma è un pittore di successo: l'anno precedente ha presentato al Salon parigino la Venditrice di amorini, che è diventato il manifesto della nuova pittura che ora si chiama di goût antique o anche à la grecque e un giorno sarà chiamata neoclassica. Quello del Vien è un neoclassicismo ancora timido, legato alla tradizione barocca, una pittura di transizione, dunque, ma è la pittura più moderna. Quella di Boucher - pittore glorioso ma esponente della corrente rococò ormai avviata al tramonto - si rivela pertanto una scelta di generosa intelligenza e sarà gravida di conseguenze per David e per tutta la pittura francese.

Dal 1766, oltre a fargli frequentare il proprio atelier, il Vien lo fa studiare nell'Académie royale dove, sotto la direzione di Jean Bardin, David apprende composizione, anatomia e prospettiva, e ha per compagni di studi, fra gli altri, Jean-Baptiste Regnault, Jean-Antoine-Théodore Giroust, François-André Vincent e François-Guillaume Ménageot. Michel-Jean Sedaine, amico di famiglia, segretario dell'Académie d'architecture e autore teatrale, diviene il suo protettore e si preoccupa di dargli una più compiuta formazione intellettuale, mettendolo in contatto con personalità della cultura dell'epoca. È forse in questo periodo che una ferita alla guancia, procuratasi in un duello alla spada contro un compagno di bottega

gli lascia una cicatrice che egli si preoccuperà di nascondere nei suoi autoritratti.

 

Il terzo premio ottenuto nel 1769 al «Prix de quartier» gli permette di partecipare al Prix de Rome: vincere questo premio gli consentirebbe di ottenere una borsa di studio triennale per conoscere e studiare a Roma la pittura italiana e le memorie dell'antichità. Egli però, nel concorso del 1771 vinto da Joseph-Benoît Suvée, ottiene solo il secondo posto con il Combattimento di Marte e Minerva, un'opera rococò con una impostazione compositiva che la giuria giudica strutturalmente debole.

 

L'anno dopo David fallisce ancora il primo premio con Diana e Apollo saettano i figli di Niobe e, ritenendo di essere stato vittima di un'ingiustizia, per un momento arriva al punto di pensare al suicidio.

Anche il tentativo fatto nel 1773 con La morte di Seneca si rivela un insuccesso: vince Pierre Peyron, il quale, benché rétro nello stile, viene premiato per la novità della composizione, mentre il dipinto di David è giustamente giudicato troppo teatrale; egli riceve tuttavia un premio di consolazione per un suo pastello, Il dolore.

 

Tutti questi insuccessi pongono David in urto con l'istituzione accademica e si è poi sostenuto che egli in questi anni abbia maturato quel rancore che nel 1793 lo porterà a far adottare dalla Convenzione il decreto di soppressione delle Accademie. In verità, le sue critiche si rivolgeranno soprattutto alla cattiva organizzazione dell'insegnamento accademico, che prevedeva la rotazione mensile dei professori, con evidenti danni per il profitto degli studenti.

 

Alla fine del 1773, Marie-Madeleine Guimard, prima ballerina dell'Opéra, lo incarica della decorazione del suo palazzo privato, trasformato in teatro, che Fragonard aveva lasciata incompiuta.

 

Finalmente, nel 1774, David vince il Prix de Rome: l'opera presentata, Antioco e Stratonice, per quanto non manchi di teatralità, ha una composizione semplificata e più rigorosa, e pertanto conforme ai nuovi canoni dell'espressione drammatica.

 

In Italia: 1775-1780

 

Il 2 ottobre 1775 David parte per Roma con il suo maestro Vien, che è stato appena nominato direttore dell'Accademia di Francia - che allora aveva sede in Palazzo Mancini - e con gli altri due giovani premiati, gli scultori Pierre Labussière e Jean Bonvoisin. Durante il viaggio, che dura un mese e fa tappa a Lione, a Torino, a Parma e a Bologna, può ammirare le opere del Correggio, di Guido Reni e dei Carracci.

 

Durante il primo anno di permanenza a Roma, David segue il consiglio del suo maestro di dedicarsi essenzialmente alla pratica del disegno e di studiare attentamente le opere dell'antichità, facendo centinaia di schizzi di monumenti, di statue e di bassorilievi: il complesso di questi studi finisce per costituire cinque voluminose raccolte in-folio.

 

Ma i suoi progressi sono lenti e difficili: la novità dell'ambiente romano - con la viva presenza delle antichità classiche che si contrappongono a quel gusto dell'antico che prima David aveva coltivato soltanto attraverso suggestioni puramente letterarie - ha inizialmente un effetto straniante, quasi paralizzante, sul giovane pittore, tanto da portarlo a dubitare di poter mai migliorare le sue capacità. Tuttavia il tratto del suo disegno si trasforma, si fa più incisivo, scabro e si depura della vaporosità del rococò. Le copie delle tele del Cinquecento e del Seicento romano gli sono utili soprattutto per impadronirsi del metodo compositivo dei grandi maestri del passato.

 

Nel 1776 realizza un disegno di grandi dimensioni, I duelli di Diomede, una delle sue prime prove del genere storico, che si concreterà due anni dopo nella tela I funerali di Patroclo, ampio studio ad olio destinato alla commissione dell'Académie des Beaux-Arts di Parigi, incaricata di valutare i progressi dei pensionnaires del Prix de Rome. Il giudizio dei commissari è sostanzialmente positivo: la tela « annuncia un genio fecondo. Pensiamo che egli avrebbe bisogno di moderarlo e di controllarlo in modo da conferirgli più energia ».

 

Se questa prova incoraggia il talento di David, essa ne sottolinea però anche le carenze: la resa dello spazio, l'oscurità della scena e l'incertezza del trattamento prospettico.[19] Egli si impegna anche in molte opere i cui caratteri stilistici sono palesemente derivati da quelle del Caravaggio: due studi virili, Ettore (1778) e Patroclo (1780), ispirati dalla statua del Galata morente, un San Gerolamo, una copia della Ultima cena del Valentin e una Testa di filosofo destinata alle collezioni reali di Versailles.

 

Nel luglio del 1779, David comincia a manifestare i primi segni di una crisi depressiva che si prolungherà per alcuni mesi: per svagarsi, viaggia a Napoli in compagnia dello scultore François Marie Suzanne. Insieme visitano le rovine di Ercolano e di Pompei.

 

In questa occasione David dichiara apertamente la sua conversione al nuovo stile ispirato all'antico: dirà che questa decisione era come « aver fatto un'operazione di cataratta: compresi che non potevo migliorare la mia maniera, il cui principio era falso, e che dovevo separarmi da tutto ciò che in precedenza avevo creduto essere il bello e il vero ». È però anche possibile che l'influenza dell'antiquario Quatremère de Quincy - seguace di Winckelmann e di Lessing - sia stata importante per la risoluzione di David, anche se nessuna fonte dell'epoca attesta che vi sia mai stata una conoscenza fra i due uomini.

 

È difficile stabilire la causa della sua depressione, che David superò comunque prima della fine dell'anno: secondo la corrispondenza del pittore, potrebbe essere stata legata sia ad una relazione con la cameriera di madame Vien, sia ai suoi dubbi sulla nuova strada artistica da percorrere.

 

Per aiutarlo a superare la crisi, Vien aveva cercato di stimolarlo nel lavoro, ottenendogli la commissione di un quadro a soggetto religioso, che commemorasse le vittime dell'epidemia di peste propagatasi a Marsiglia nel 1720: il San Rocco intercede presso la Vergine per gli appestati, destinato al lazzaretto di Marsiglia. L'opera ha tracce di caravaggismo, ma si ispira più direttamente all'Apparizione della Vergine a san Giacomo di Poussin. Terminato nel 1780 e presentato a palazzo Mancini, il quadro produce una forte impressione; Diderot, che lo vide l'anno dopo, quando fu esposto a Parigi, fu in particolare colpito dall'espressione dell'appestato ai piedi di san Rocco, una figura che tornerà dieci anni dopo in una tela di David, a rappresentare l'espressione del console Bruto durante i funerali del figlio.

 

Nella Francia dell'Ancien régime: 1780-1789

A David, giudicato pittore molto promettente, fu concesso dall'Accademia di prolungare il soggiorno a Roma per un altro anno, allo scadere del quale Pompeo Batoni, influente pittore italiano e precursore del Neoclassicismo, tentò invano di convincere David a rimanere a Roma. Il 17 luglio 1780, con il San Rocco e due tele ancora incompiute (Belisario chiede l'elemosina e il Ritratto del conte Stanislas Potocki - gentiluomo polacco appassionato d'arte e traduttore di Winckelmann), David riparte per Parigi dove giunge alla fine dell'anno.

 

Termina il Belisario, con l'intenzione di presentarlo per l'approvazione all'Accademia di pittura al fine di ottenere il permesso di esporre al Salon, secondo la norma istituita dal conte d’Angiviller.

Ispirata a un popolare romanzo di Marmontel, l'opera testimonia il nuovo orientamento davidiano, indirizzato al neoclassicismo. Il dipinto viene accolto con favore dall'Accademia e, presentato al Salon, riceve anche gli elogi di Diderot: « Tutti i giorni lo vedo e credo sempre di vederlo per la prima volta ». Il generale bizantino è rappresentato ormai vecchio e cieco, in compagnia di un bambino, mentre protende l'antico elmo per ricevere l'elemosina da una passante: il soggetto aneddotico, reso da David con «il gusto del dramma a tinte forti» di moda in quegli anni, è il pretesto per un insegnamento morale sulla caducità della gloria umana e sulla desolazione della vecchiaia. Il dipinto è costruito con semplicità e chiarezza e, all'astrazione classicista di Poussin, unisce un realismo espressivo che dà saldezza e incisività alle forme.

 

Nel 1782 David sposa Marguerite Charlotte Pécoul, più giovane di lui di 17 anni; il suocero, Charles-Pierre Pécoul, è un appaltatore dello Stato e dota la figlia della somma di 50.000 lire, fornendo così a David i mezzi per allestirsi un atelier al Louvre, dove egli dispone anche di un alloggio. La coppia avrà quattro figli: il primo, Charles-Louis Jules, nasce l'anno seguente.

 

Nel nuovo atelier David accoglie i primi allievi, Fabre, Wicar, Girodet, Drouais, Debret.

 

Allo scopo di essere accettato come membro dell'Accademia, nel 1783 presenta Il compianto di Andromaca sul corpo di Ettore: il dipinto è accolto con favore il 23 agosto 1783 e il 6 settembre successivo David presta giuramento nelle mani di Jean-Baptiste Marie Pierre, rettore dell'Académie.

 

Per corrispondere ai desideri dei Bâtiments du Roi, sin dal 1781 David pensava di realizzare una grande pittura storica, ispirata al duello degli Orazi e dei Curiazi e quindi anche ad Horace, la tragedia di Corneille, molto popolare in Francia. Solo tre anni dopo egli porta a conclusione il progetto, scegliendo però un episodio assente nella pièce corneilliana: Il giuramento degli Orazi, ripreso forse dalla Histoire romaine di Charles Rollin, o ispirato dalla tela Il giuramento di Bruto del pittore britannico Gavin Hamilton. Grazie all'aiuto finanziario del suocero, David parte per Roma nell'ottobre del 1784, accompagnato dalla moglie e dal recente vincitore del Prix de Rome, suo allievo e assistente Jean-Germain Drouais. Alloggiato a Palazzo Costanzi, continua a dipingere la tela, già iniziata a Parigi.

 

Il quadro non doveva superare i tre metri per tre, secondo la commissione reale, ma David finisce per ingrandirlo - le sue dimensioni sono di 3,30 x 4,25 metri - e questa sua noncuranza delle istruzioni ufficiali gli varrà la nomea di artista indipendente, se non ribelle.[32] Oltre tutto egli prende l'iniziativa di esporre l'opera già nel suo studio romano, prima della presentazione ufficiale al Salon, dove essa produce una profonda impressione negli ambienti artistici.

 

Anche se fu definito dal direttore dell'Accademia « un attacco al buon gusto », il Giuramento fu acclamato dai più come « il più bel quadro del secolo ». Esso rappresenta il momento in cui i tre fratelli Orazi giurano di sacrificare la propria vita per la patria. La scena si svolge davanti a un semplice portico con archi a tutto sesto, ognuno dei quali racchiude uno dei gruppi di personaggi, allineati su uno stesso piano-scena: i tre fratelli, il padre che tiene le tre spade e le donne, madre, sorella e sposa, piangenti, in funzione di contrappeso emozionale ai due precedenti. Nella sua semplicità e gravità, la tela può essere accostata sia ai bassorilievi antichi, che alle opere del primo Rinascimento, allora al centro di una nuova riscoperta, e assunse grande importanza anche perché riuscì a rappresentare lo stato d'animo di molti francesi di quel delicato periodo. Vi si lesse l'esaltazione dei valori di rigore morale e spartana semplicità dell'antica Repubblica romana, secondo il dettato di una lunga e fortunata tradizione retorica, ma non sembra che vi si potessero percepire messaggi rivoluzionari. Del resto, lo stesso David, in una lettera del 1789, descrivendo il dipinto non accenna a significati rivoluzionari, ma la Rivoluzione si "impossessò" dell'opera, traendovi l'esaltazione della fede repubblicana.

 

Secondo gli storici dell'arte Jacques Brengues, Luc de Nanteuil e Philippe Bordes, David sarebbe stato massone e avrebbe trasmesso nel Giuramento rituali tipici delle associazioni massoniche.

Nel 1989 Albert Boime ha effettivamente dimostrato attraverso un documento del 1787 l'appartenenza dell'artista alla loggia massonica della Modération.

 

Il giuramento degli Orazi consacra dunque David come capofila della moderna scuola di pittura, che prende il nome di "Vrai style" (vero stile): il termine Neoclassicismo non è ancora in uso, e apparirà solo alla metà dell'Ottocento, quando la scuola neoclassica sarà ormai al tramonto. A causa di tali riconoscimenti David diviene però anche oggetto della gelosia di molti colleghi d'Accademia, tanto che il Prix de Rome del 1786 è annullato, perché i candidati sono tutti suoi allievi e la sua candidatura alla direzione dell'Accademia è respinta.

 

Nel 1787, per Charles Michel Trudaine de la Sablière, un aristocratico liberale consigliere del parlamento di Parigi, David dipinge La morte di Socrate. Si dice che il gesto della mano diretto alla coppa del veleno gli fu suggerito dal poeta André Chénier, per esprimere più pienamente la stoica accettazione dell'ingiusta pena. Esposta al Salon del 1787, l'opera si pose in concorrenza con la tela, di pari soggetto, del Peyron, commissionata dai Bâtiments du Roi, e il confronto si risolse a tutto vantaggio di David.

 

Nel 1788 è la volta de Gli amori di Paride ed Elena, dipinto per il conte d'Artois, futuro Carlo X, e iniziato due anni prima. È l'unica commissione che gli perviene da un membro della famiglia reale; difatti, quella di un ritratto di Luigi XVI, (offertagli nel 1792 e che doveva rappresentare il re mentre mostra la costituzione di Francia al delfino) non sarà mai realizzata. Il 1788 è anche l'anno della morte precoce, per vaiolo di Jean-Germain Drouais, suo allievo favorito.

 

La Rivoluzione: 1789-1799

 

Nel 1788 David esegue il Ritratto di Lavoisier e della moglie. Ma Antoine Lavoisier è anche fermier général - esattore delle imposte - ed è anche responsabile dell'amministrazione delle Poudres et salpêtres, le munizioni e gli esplosivi dell'esercito. Nell'agosto del 1789 Lavoisier fa depositare nell'Arsenale di Parigi una gran quantità di munizionamenti per cannoni, iniziativa che viene sospettata di intenti contro-rivoluzionari: per questo motivo, l'Académie Royale ritiene prudente non esporre la tela al Salon.

 

Anche il dipinto I littori riportano a Bruto i corpi dei suoi figli provoca timori nelle autorità, poiché si teme un paragone tra l'intransigenza del console Lucio Giunio Bruto, che non esitò a sacrificare i figli che cospiravano contro la Repubblica, e la debolezza di Luigi XVI rispetto al fratello conte d'Artois, favorevole alla repressione dei rappresentanti del Terzo Stato. Così il dipinto non venne esposto al Salon, benché esso sia stato commissionato dai Bâtiments du Roi. I giornali non mancarono di sottolineare la censura esercitata dal governo,

costringendo l'Académie a esporre il dipinto, che David dovette però modificare, eliminando le immagini delle teste decapitate dei figli di Bruto issate sulle picche, che figuravano nella versione originaria della tela.

 

Il grande successo del Bruto si ripercosse sulla moda: si adottarono le pettinature "alla Bruto", le donne abbandonarono le parrucche incipriate e l'ebanista Georges Jacob realizzò mobili in stile presunto "romano" disegnati da David.

 

Dal 1786 David aveva frequentato gli ambienti dell'aristocrazia progressista conoscendo, tra gli altri - oltre Chénier - Charles de Bailly e Condorcet e, nel salotto di Madame de Genlis, Bertrand Barère, Barnave e Alexandre de Lameth, prossimi protagonisti della Rivoluzione.

 

Due vecchi condiscepoli di Nantes, incontrati durante il periodo romano, l'architetto Mathurin Crucy e lo scultore Jacques Lamarie, gli proposero un'allegoria che celebrasse gli avvenimenti pre-rivoluzionari che si erano verificati a Nantes alla fine del 1788 e, sebbene il progetto non sia mai andato in porto, l'episodio conferma la simpatia di David per la causa rivoluzionaria.

Nel settembre del 1789, con Jean-Bernard Restout, David è alla testa degli Accademici dissidenti, gruppo fondato per riformare l'istituzione delle Belle Arti. Essi chiedono la fine dei privilegi accordati all'Académie royale, in particolare quello di negare il diritto agli artisti non accademici di esporre le loro opere al Salon.

Nel 1790 comincia a dipingere il Giuramento del Jeu de paume - iniziativa suggeritagli da Dubois-Crancé e da Barère - la più ambiziosa delle realizzazioni del pittore fino a quel momento, considerato che, una volta terminata, avrebbe misurato 10 metri x 7, rappresentando i 630 deputati dell'Assemblea costituente che ascoltavano il giuramento del loro presidente, l'astronomo Jean Sylvain Bailly, al centro della scena. Il progetto ha l'appoggio della Société des amis de la constitution, il primo nome assunto dal Club dei Giacobini, alla quale David ha appena aderito.

Malgrado il lancio di una sottoscrizione, i fondi necessari non vengono però raccolti: una successiva proposta di Barère all'Assemblea costituente di finanziare il dipinto non è accolta e David abbandona definitivamente il progetto, per il quale aveva presentato il disegno preparatorio.

 

Nel 1790 David prosegue il suo impegno politico, mettendosi alla testa della Commune des arts, emanazione degli Académiciens dissidents, ottenendo la fine del controllo del Salon da parte dell'Académie e partecipando in qualità di commissario aggiunto al primo Salon de la liberté, inaugurato il 21 agosto 1791.

 

Nel settembre 1790 aveva già presentato all'Assemblea la proposta di soppressione di tutte le Accademie, che verrà accolta formalmente l'8 agosto 1793.

 

Nel frattempo aveva fatto abrogare il posto di direttore dell'Académie de France a Roma

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Raccolta Foto de Alvariis;

La Guinea – Pier Paolo Pasolini

 

Alle volte è dentro di noi qualcosa

(che tu sai bene, perché è la poesia)

qualcosa di buio in cui si fa luminosa

 

la vita: un pianto interno, una nostalgia

gonfia di asciutte, pure lacrime.

Camminando per questa poverissima via

 

di Casarola, destinata al buio, agli acri

crepuscoli dei cristiani inverni,

ecco farsi, in quel pianto, sacri

 

i più comuni, i più inutili, i più inermi

aspetti della vita: quattro case

di pietra di montagna, con gli interni

 

neri di sterile miseria – una frase

sola sospesa nella triste aria,

secco odore di stalla, sulla base

 

del gelo mai estinto – e, onoraria,

timida, l’estate: l’estate, con i corpi

sublimi dei castagni, qui fitti, là rari,

 

disposti sulle chine – come storpi

o giganti – dalla sola Bellezza.

Ah bosco, deterso dentro, sotto i forti

 

profili del fogliame, che si spezzano,

riprendono il motivo d’una pittura rustica

ma raffinata – il Garutti? il Collezza?

 

Non Correggio, forse: ma di certo il gusto

del dolce e grande manierismo

che tocca col suo capriccio dolcemente robusto

 

le radici della vita vivente: ed è realismo…

Sotto i caldi castagni, poi, nel vuoto

che vi si scava in mezzo, come un crisma,

 

odora una pioggia cotta al sole, poco:

un ricordo della disorientata infanzia.

E, lì in fondo, il muricciolo remoto

 

del cimitero. So che per te speranza

è non volerne, speranza: avere solo

questa cuccia per le mille sere che avanzano

 

allontanando quella sera, che a loro,

per fortuna, così dolcemente somiglia.

Una cuccia nel tuo Appennino d’oro.

 

La Guinea… polvere pugliese o poltiglia

padana, riconoscibile a una fantasia

così attaccata alla terra, alla famiglia,

 

com’è la tua, e com’è anche la mia:

li ho visti, nel Kenia, quei colori

senza mezza tinta, senza ironia,

 

viola, verdi, verdazzurri, azzurri, ori,

ma non profusi, anzi, scarsi, avari,

accesi qua e là, tra vuoti e odori

 

inesplicabili, sopra polveri d’alveari

roventi… Il viola è una piccola sottana,

il verde è una striscia sui dorsali

 

neri d’una vecchia, il verdazzurro una strana

forma di frutto, sopra una cassetta,

l’azzurro, qualche foglia di savana

 

intrecciata, l’oro una maglietta

di un ragazzo nero dal grembo potente.

Altro colpo di pollice ha la Bellezza:

 

modella altri zigomi, si risente

in altre fronti, disegna altre nuche.

Ma la Bellezza è Bellezza, e non mente:

 

qui è rinata tra anime ricciute

e camuse, tra pelli dolci come seta,

e membra stupendamente cresciute.

 

Il mare è fermo e colorato come creta:

con case bianche, e palme: «tinte forti

da tavolozza cubista», come dice un poeta

 

africano. E la notte! Sensi distorti

da ogni nostro dolce costume,

occorrono, per cogliere i folli decorsi

 

che accadono, come pestilenze, a queste lune.

Perduti dietro metropoli di capanne

in uno spiazzo tra palme nere come piume,

 

alberi di garofano, di cannella – e canne

uguali alle nostrane, quelle sparse intorno

a ogni umano abitato – come tre zanne,

 

tre strumenti suonati quasi dal fuoco di un forno

inestinguibile, da gote nere sotto le falde

dei cappelli flosci presenti a ogni sbornia –

 

urlavano sempre le stesse note di leopardi

feriti, una melodia che non so dire:

araba? o americana? o arcaici e bastardi

 

resti di una musica, il cui lento morire

è il veloce morire dell’Africa?

Questo terzetto era al centro, scurrile

 

e religioso: neri-fetenti come capri

i tre suonatori, schiena contro schiena,

stretti, perché, intorno, in due sacri

 

cerchi di pochi metri, rigirava una piena

di migliaia di corpi. Nel cerchio interno

erano donne, a girare, addossate, appena

 

sussultanti nella loro danza. All’esterno

i maschi, tutti giovani, coi calzoni

di tela leggera, che, intorno a quel perno

 

di trombe, stranamente calmi, buoni,

giravano scuotendo appena spalle e anche:

ma ogni tanto, con fame di leoni,

 

le gambe larghe, il grembo in avanti,

si agitavano come in un atto di coito

con gli occhi al cielo. Al fianco

 

le donne, vesti celesti sopra i neri cuoi

delle pelli sudate, gli occhi bassi,

giravano covando millenaria gioia…

 

Ah, non potrò più resistere ai ricatti

dell’operazione che non ha uguale,

credo, a fare dei miei pensieri, dei miei atti,

 

altro da ciò che sono: a trasformare

alle radici la mia povera persona:

è, caro Attilio, il patto industriale.

 

Nulla gli può resistere: non vedi come suona

debole la difesa degli amici laici

o comunisti contro la più vile cronaca?

 

L’intelligenza non avrà mai peso, mai,

nel giudizio di questa pubblica opinione.

Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

 

da una dei milioni d’anime della nostra nazione,

un giudizio netto, interamente indignato:

irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

 

di questo popolo ormai dissociato

da secoli, la cui soave saggezza

gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.

 

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –

alzare la mia sola, puerile voce –

non ha più senso: la viltà avvezza

 

a vedere morire nel modo più atroce

gli altri, con la più strana indifferenza.

Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

 

Nulla è insignificante alla potenza

industriale! La debolezza dell’agnello

viene calcolata ormai più senza

 

fatica nei suoi pretesti da un cervello

che distrugge ciò che deve distruggere:

nulla da fare, mio incerto fratello…

 

Mi si richiede un coraggio che sfugge

del tutto al reale, appartiene ad altra storia;

mi si vuole spelacchiato leone che rugge

 

contro i servi o contro le astrazioni

della potenza sfruttatrice:

ah, ma non sono sport le mie passioni,

 

la mia ingenua rabbia non è competitrice.

Non c’è proporzione tra una nuova massa

predestinata e un vecchio io che dice

 

le sue ragioni a rischio della sua carcassa.

Non è il dovere che mi trattiene a cercare

un mondo che fu nostro nella classica

 

forza dell’elegia! nell’allusione a un fatale

essere uomini in proporzioni umane!

La Grecia, Roma, i piccoli centri immortali…

 

Un’ansia romantica che pareva esanime

sopravvivenza, mostruosamente s’ingrandisce,

occupa continenti, isole immani…

 

annette Dei di milioni di guadi, percepisce

l’odore dell’umidità dei quaranta gradi

sopra zero immobili nelle coste, Mogadiscio

 

e le buganvillee di Nairobi, gli odori bradi

delle bestiacce scomposte in un selvatico

galoppo, per gli sventrati, i radi

 

orizzonti pervasi d’un funebre stallatico;

la quantità, l’immensità che pesa

inutilmente nel mondo, i cui prati bruciati

 

o marci d’acqua, sono una distesa

priva di possibile poesia, rozza cosa

restata lì, ai primordi, senza attesa,

 

sotto un sole meccanico che, annosa

e appena nata, essa subisce come infinità.

Ne nasce un bestiale colore rosa

 

dove il sesso paesano che ognuno ha

disegnato in calzoni di allegro cotone,

in gonne comprate negli stores indiani,

 

con soli occhiuti e cerchi di pavone,

come un’isola galleggia in un oceano

ronzante ancora per un’esplosione

 

recente e sprofondata dentro le maree…

Fiori tutti d’un colore, di cotone,

occhiuti e cerchiati popolano le Guinee

 

galleggiando nel tanfo d’un’uccisione,

nella carne delle estati sempre feroce

a divorare cibi cui la notte impone

 

le tinte equatoriali della morte precoce,

il blu e il viola e la polvere orrenda,

la libertà, che partorisce il popolo con voce

 

famigliare, e, in realtà, tremenda,

il nero dei villaggi, il nero dei porti coloniali,

il nero degli hotels, il nero delle tende…

 

E… alba pratalia, alba pratalia,

alba pratalia… I prati bianchi!

Così mi risveglio, il mattino, in Italia,

 

con questa idea dei millenni stanchi

bollata nel cervello: i bianchi prati

del Comune… della Diocesi… dei Banchi

 

toscani o cisalpini… quelli rievocati

nel latino del duro, dolce Salimbene…

Il mondo che sta in un testo, gli Stati

 

racchiusi in un muro di cinta – le vene

dei fiumi che sono poco più che rogge,

specchianti tra gaggìe supreme

 

– i ruderi, consumati da rustiche piogge

e liturgici soli, alla cui luce

l’Europa è così piccola, non poggia

 

che sulla ragione dell’uomo, e conduce

una vita fatta per sé, per l’abitudine,

per le sue classicità sparute.

 

Non si sfugge, lo so. La Negritudine

è in questi prati bianchi, tra i covoni

dei mezzadri, nella solitudine

 

delle piazzette, nel patrimonio

dei grandi stili – della nostra storia.

La Negritudine, dico, che sarà ragione.

 

Ma qui a Casarola splende un sole

che morendo ritira la sua luce,

certa allusione ad un finito amore.

Càpita... di essere invitati ad una festa di compleanno, e si decida di andare.

Il posto non è lontano da casa, più o meno so come arrivarci.

Mi infilo un bel vestitino, scarpe che mi alzano di ben 12 cm e raggiungo il quartiere dell'Ortica in bicicletta nel giro di 5 minuti di pedalata.

Arrivo nella piazza... mi avvicino ad un vecchietto chiedendogli se sapesse dov'era situata la Bocciofila e mi risponde che non sa.. ma che è lì perché stasera inaugurano la nuova stagione in un posto dove tanti tanti anni fa andava a ballare. Mi indica l'edificio, lo ringrazio con un sorriso smagliante e mi avvicino all'ingresso.

E' il posto giusto! Il dopo lavoro ferroviario dell'Ortica... in effetti, proprio a ridosso dei binari, sotto il cavalcavia Buccari (che fra l'altro ho fotografato poco tempo fa...). Lego la bici ed entro.

Non immaginavo di vedere tutta questa gente... Sono con due amici di flickr con cui scambio quattro chiacchiere, ci guardiamo attorno. Ci sono il mercatino dell'usato, i banchetti con il cibo gratis (ti devi mettere in coda..) e noi ci fiondiamo subito al tavolo del beveraggio, riempiendoci i bicchieri con un ottimo vino bianco ghiacciato dell'Oltrepò.

Arriva anche il feggiato che ci spiega dove andare a sederci...Anziani.. bambini... fighetti hipsters... alternativi... famiglie... gente stratatuata, gente assolutamente easy.

Sono tutti là per quest'inaugurazione, la quantità di gente è impressionante. Nessuno paga, tutto è offerto dall'organizzazione.

Mentre facciamo una spedizione per portare qualche bicchiere di vino al tavolo degli amici sento parlare in inglese due ragazzi; sfacciatamente comincio a fargli delle domande.

Per me è un'occasione per scambiare quattro chiacchiere in una lingua che adoro!

Da là mi dimentico completamente della nostra festa di compleanno e trascorro un'ora almeno con questi due giovani (per l'esattezza due megafighi che vengono dal sud africa), che stan qui temporaneamente per lavoro. Loro sono divertentissimi, spariamo cazzate a tutto spiano e ci guardiamo pure il grande show con dei ballerini che si esibiscono in volteggi ultra professionali nella pista da ballo.

Sembra di stare in un posto dall'altra parte del mondo.

Noi tre abbiamo una scioltezza nel parlare che pare ci si conosca da un botto di tempo, ridiamo, scherziamo, parliamo di musica, di locali, di fotografie... mi scattano un sacco di foto con loro, li invito al birrificio di lambrate prossimamente.

Torno ai tavoli della festa dove ho modo di passare una splendida parte di serata con delle persone stupende...

Qui è tutto bellissimo, tutto naturale.

Mi commuove il fatto che esistano posti come questo... a due passi da casa mia, ai confini della città.. dove pare di stare in un'altra epoca, in un altro luogo.

Avevo la macchina fotografica appresso... ma non riuscivo a scattare nulla... perché era tutto troppo.

Ho fatto solo un paio di scatti... uno di essi è questo.. il verde, le lucine e le bandierine svolazzanti. Quello che mi ha dato di più il senso dell'atmosfera che c'era.

Se avessi cominciato a scattare... mi sarei estraniata completamente dal contesto... e avrei riempito una scheda intera di facce, di gente, di particolari.. ma era tutto troppo, davvero.

Ho fatto anche una bellissima foto al festeggiato. Insomma quattro scatti in tutto... ma sono quelli che bastano per ricordare una splendida serata.

  

dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto

per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto;

vola, vola tu, dov' io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare

e dove è ancora tutto, o quasi tutto...

vola, vola tu, dov' io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare

e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare...

www.flickr.com/groups/napolinobilissima/discuss/721576576...

 

Promossa dalla Fondazione Napoli Novantanove e da Mirella Stampa Barracco, si è tenuta nel Centro Congressi di Via Partenope dell'Università di Napoli un'interessantissima relazione del prof. Francesco Caglioti sull' "Arco di Trionfo di Alfonso d'Aragona", nella prospettiva di un annunciato restauro, che comporterebbe l'occultamento della più vasta opera scultorea in marmo del Rinascimento europeo per almeno quattro anni.

Di qui l'accenno allo sfruttamento per fini commerciali delle superfici di copertura dei restauri oltre ogni limite temporale e in barba alla normativa, molto selettiva quando si tratta di monumenti. È il caso della facciata della chiesa di San Ferdinando, della "Colonna spezzata" e del monumento a Diaz sul Lungomare, del Ponte di Chiaia, ecc.

Grazie a foto scattate dai ponteggi in occasione dell'ultimo restauro del 1988, il prof. Caglioti ha analizzato puntualmente l'Arco di Trionfo, che vede impegnati uno stuolo di artisti, di varia provenienza e formazione (Pietro di Martino, Francesco Laurana, Paolo Romano, Isaia da Pisa, Andrea dell'Aquila, Domenico Gagini e gli sconosciutissimi Pere Joan e Antonio da Pisa).

È apparsa subito evidente l'eccezionalità dell'opera, che Alfonso d'Aragona, imbevuto di studi classici, volle ispirata agli antichi archi romani, come quelli di Tito a Roma o di Pola, e per la quale Donatello stava realizzando una statua equestre in bronzo, di cui viene forgiata solo la testa del cavallo, recentemente esposta al Museo Archeologico di Napoli.

Notevole l'accenno ai vari accidenti e restauri dell'arco, che si può dire sia in piedi per miracolo: il crollo nel 1874 della torre di sinistra ne minò gravemente la statica, mentre il sapientissimo e avveniristico restauro del 1903-1904 di Adolfo Avena ha impedito il distacco e il crollo di vaste zone scultoree. Un maldestro restauro dei primi anni Sessanta, che ha reso i marmi permeabili alle impurità e all'acqua, è stato riparato da quello del 1988.

C'è solo da augurarsi che il prossimo restauro - reso necessario dalla totale mancanza di manutenzione ordinaria nell'ultimo trentennio - non sia pretesto per inconfessabili speculazioni di propaganda commerciale e si risolva a solo vantaggio dell'insigne monumento.

www.youtube.com/watch?v=PH3ManNClM0

Autunno dolciastro

Lentamente tra una pagina e l'altra di un libro qualunque

ingannavo l'attesa già settembre poche voci distanti e

un autunno distratto al di là dei vetri

quasi speravo che non arrivassi più

quasi credevo che non mi mancassi eppure stavo aspettando

Distrarsi sembrava piuttosto facile

credevo di sopportare la tua indifferenza

cercando pretesti e rimedi inutili

eri tu quel tasto dolente eri tu autunno dolciastro eri tu

Freddamente valutavo i miei limiti

i gesti avventati le frequenti rinunce

era tardi mi bruciavano gli occhi fissavo il soffitto

il mio letto disfatto

quasi speravo che non arrivassi più

quasi credevo che non mi mancassi eppure stavo aspettando

Distrarsi sembrava piuttosto facile

credevo di sopportare la tua indifferenza

cercando pretesti e rimedi inutili

eri tu quel tasto dolente eri tu autunno dolciastro eri tu

eri tu quel tasto dolente eri tu autunno dolciastro eri tu

Autunno dolciastro autunno ... (Carmen Consoli)

  

The Ford Mustang is an American car manufactured by Ford. It was originally based on the platform of the second generation North American Ford Falcon, a compact car. The original 1962 Ford Mustang I two-seater concept car had evolved into the 1963 Mustang II four-seater concept car which Ford used to pretest how the public would take interest in the first production Mustang. The 1963 Mustang II concept car was designed with a variation of the production model's front and rear ends with a roof that was 2.7 inches shorter. Introduced early on April 17, 1964 (16 days after the Plymouth Barracuda), and thus dubbed as a "1964½" by Mustang fans, the 1965 Mustang was the automaker's most successful launch since the Model A. The Mustang has undergone several transformations to its current sixth generation.

"La piazza prospiciente il teatro San Carlo, nei pressi del Palazzo Reale, dello storico Caffè Gambrinus, dello sbocco verso sud della via Toledo, aveva un nome diverso nei tempi che furono: Piazza San Ferdinando, in onore del penultimo Re di Napoli.

Non parliamo di tempi tanto remoti.

Tempi in cui un Regno, che certo non brillava di luce propria, ma che almeno non era diventato la periferia di un paese che adesso ritiene tutto questo mondo soltanto un peso morto e decomposto.

Eppure quel passato Regno, invaso, deriso e imbrogliato, oltre che beffato ha dovuto subire persino la rimozione dei toponomi, come è avvenuto con questa piazza.

 

Scusate il pretesto per ricordare ancora una volta la storia dalla parte degli sconfitti, cosa che spesso non viene fatta, soprattutto in questo periodo..."

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Diego

Belgrade, 9 May 1999 - A woman feeds her baby in a bomb shelter with no electricity in central Belgrade after air raid sirens went of May 8. Thousands of people spend their nights in shelters since NATO air raids started over Yugoslavia 45 days ago. (YUGOSLAVIA OUT) im/Photo by Aleksa Stankovic REUTERS

 

La minaccia USA sul mondo - un articolo di Noam Chomsky pubblicato nel 1999 sulla rivista Koiné

   

Due questioni fondamentali: quali sono le "regole dell'ordine mondiale" accettate e applicabili? Come queste e altre considerazioni si applicano al caso del Kosovo? Esiste un sistema di diritto internazionale, che vincola tutti gli Stati, basato sulla Carta delle Nazioni Unite e relative sentenze della Corte internazionale. In poche parole, la minaccia o l'uso della forza sono vietati, a meno che non sia esplicitamente autorizzato dal Consiglio di Sicurezza, dopo che si è giunti alla conclusione che i mezzi pacifici hanno fallito, oppure per auto-difesa contro "attacchi armati" fino a quando il Consiglio di Sicurezza non agisce. Tuttavia, c'è come minimo un contrasto, se non una vera e propria contraddizione, tra le regole dell'ordine mondiale contenute nella Carta Onu ed i diritti articolati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, un secondo pilastro dell'ordine mondiale istituito su iniziativa degli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale. La Carta vieta di violare con la forza la sovranità di uno Stato; la Dichiarazione Universale garantisce i diritti degli individui contro gli Stati oppressivi. La questione dell'"intervento umanitario" nasce da questo contrasto. Gli Usa-Nato si appellano al diritto di "intervento umanitario" per quanto riguarda il Kosovo, con il sotegno generale dei giornali e dei telegiornali (in quest'ultimo caso, anche attraverso un'attenta scelta della terminologia).

Il problema viene affrontato in un aticolo del New York Times (27 Marzo 1999) dal titolo: "Gli studiosi di diritto appoggiano l'uso della forza in Kosovo". Viene fatto un esempio: Allen Gerson, ex console presso la delegazione degli Stati Uniti alle Nazioni Unite. Viene citato Jack Goldsmith, ricercatore e specialista di diritto internazionale presso la Facoltà di Legge di Chicago. Questi sostiene che le critiche ai bombardamenti della Nato "hanno un buon fondamento giuridico", ma "molti pensano che esista un'eccezione per l'intervento umanitario, in termini di consuetudine e prassi". L'osservazione di Goldsmith è ragionevole, se consuetudine è prassi". L'osservazione di Goldsmith è ragionevole, se concordiamo sul fatto che i fatti siano rilevanti nella determinazione di "consuetudine e prassi". L'osservazione di Goldsmith è ragionevole, se concordiamo sul fatto che i fatti siano rilevanti nella determinazione di "consuetudine e prassi". Dovremmo anche tenere a mente un altro elemento; il diritto all'intervento umanitario, se esiste, si fonda sulla "buona fede" di coloro che intervengono, basata non sulla retorica, ma sul loro passato, in particolare sul loro rispetto dei principi di diritto internazionale, delle sentenze della Corte internazionale, e così via. Tutto cio è lapalissiano, per lo meno per quanto riguarda gli altri. Pensate, per esempio, se gli iraniani si fossero offerti di intervenire in Bosnia a farlo. La richiesta sarebbe stata liquidata come ridicola (e di fatto ignorata), sulla base del fatto che non si poteva sostenere la "buona fede" degli iraniani. Una persona razionale a questo punto farebbe delle domande ovvie: il passato di intervento e terrore dell'Iran è peggiore di quello degli Stati Uniti? Ed ancora: come si può sostenere la"buona fede" dell'unico paese che ha posto il vero sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza che richiedeva che tutti gli Stati obbedissero al diritto internazionale? E cosa dire del passato?

In Kosovo si è verificata una catastrofe umanitaria durante tutto l'anno passato, attribuibile senz'altro alle forze militari jugoslave. Le vittime principali sono stati i kosovari di etnia albanese (quasi il 90 per cento della popolazione). In casi simili, le forze esterne hanno tre scelte: 1) tentare di esarcerbare la catastrofe; 2) non fare nulla; 3) tentare di mitigare la catastrofe. Per ognuna si possono fare degli esempi.

In Colombia, secondo stime del Dipartimento di Stato statunitense, gli omicidi politici commessi ogni anno dal governo e dai paramilitari che lo appoggiano sono circa allo stesso livello del Kosovo, ed il flusso di rifugiati determinato dalle loro atrocità supera abbondantemente il milione. Da quando, negli anni Novanta, la violenza è aumentata, la Colombia è diventata il maggior destinatario di armi e addestramento statunitensi nell'emisfero occidentale, e questa assistenza sta ora aumentando, con il pretesto di una "guerra alla droga", rifiutato da quasi tutti i più seri osservatori. L'amministrazione Clinton è stata particolarmente entusiasta nel suo appoggio al Presidente Gaviria, responsabile, secondo le organizzazioni di difesa dei diritti umani, dello "spaventoso livello di violenza", sorpassando persino i suoi predecessori. In questo caso, la risposta degli Usa è stata: esacerbare la catastrofe. Altrettanto è accaduto in Turchia. In base ad una stima decisamente prudente, la repressione turca nei confronti dei kurdi negli anni Novanta rientra pienamente nella categoria del Kosovo. Essa ha raggiunto il suo apice nei primi anni Novanta: un indicatore è la fuga di oltre un milione di kurdi dalla campagna devastata dall'esercito turco verso la capitale non ufficiale del Kurdistan, Diyarbakir, tra il 1990 ed il 1994. Il 1994 ha conosciuto due record: è stato l'anno della peggiore repressione nelle province kurde, e quello in cui la Turchia è divenuta il principale importatore di armi statunitensi e il più grande acquirente di armi del mondo. Come in Colombia, anche in Turchia gli Stati Uniti appoggiano le atrocità di governi che di difendersi dalla minaccia di guerriglie terroriste. Esattamente come il governo della Jugoslavia.

L'intero territorio del Laos fu disseminato di mine anti-uomo durante la guerra "segreta" della fine degli anni Sessanta. Queste mine provocano oggi dalle centinaia alle decine di migliaia di incidenti, di cui oltre la metà mortali. Gli Stati Uniti si rifiutano di dare qualsiasi appoggio ad un gruppo inglese di associazioni che si occupa della loro rimozione. Stesso atteggiamento fu adottato in Cambogia. In entrambi i casi, la reazione degli USA è stata: non fare nulla, con il silenzio complice dei media.

Queste ed altre atrocità recenti, come l'uccisione di mezzo milione di bambini iracheni tra il 1991 ed il 1996 a causa dell'embargo sui medicinali, valutata come un "prezzo che vale la pena di sopportare" da Madeleine Albright, dovrebbero essere tenute a mente quando leggiamo l'ampia retorica sul buon funzionamento della "bussola morale" dell'amministrazione Clinton, come dimostra l'esempio del Kosovo. Ma cosa dimostra questo esempio? La minaccia di bombardamenti da parte della Nato ha portato, prevedibilmente, ad un forte aumento delle atrocità da parte dell'esercito e di paramilitari serbi, ed alla partenza degli osservatori internazionali che, naturalmente, hanno avuto lo stesso effetto. Tutto questo rappresenta una conseguenza "totalmente prevedibile" della minaccia e poi dell'uso della forza, come ha dichiarato il comandante delle forze Nato, il generale Wesley Clark.

Il Kosovo è dunque un esempio del primo caso, tentare di esacerbare la violenza.

Esempi di questo tipo di reazione sono facilmente rintracciabili nella storia, almeno se ci attiene alla retorica ufficiale. L'attacco giapponese in Manciuria, l'invasione fascista dell"Etiopia, l'occupazione della Cecoslovacchia da parte della Germania nazista, furono tutte giustificate come "interventi umanitari". Un esempio più recente è l'invasione della Cambogia da parte del Vietnam, fondata sulla necessità di arrestare le atrocità commesse dai kmer rossi. In quel caso la stampa e gli Stati Uniti condannarono i "prussiani" assiatici per la loro oltraggiosa violazione del diritto internazionale, sostennero l'invasione cinese del Vietnam, imposero un durissimo regime di sanzioni, supportarono la guerriglia Khmer, riconoscendola come governo ufficiale della Cambogia. Un esempio che spiega bene la pratica che soggiace "il diritto emergente di interventi umanitari". A dispetto dei disperati sforzi degli ideologi di dimostrare che i cerchi sono quadrati, non c'è alcun serio dubbio che i bombardamenti della Nato destabilizzano ulteriormente ciò che rimane della fragile struttura del diritto internazionale. Gli Usa lo hanno pienamente chiarito nella discussione che ha portato alla decisione della Nato. A parte la Gran Bretagna (allo stato, un attore indipendente quanto lo fu l'Ucraina nell'epoca pre-Gorbaciov), i paesi Nato erano scettici sulla politica Usa. Oggi, più uno si accosta alla regione del conflitto, più è contrario alla insistenza di Washington sulla forza, anche all'interno della Nato (la Grecia e l'Italia). La Francia ha chiesto una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che autorizzasse il dispiegamento di forze di pace Nato. Gli Usa hanno rifiutato decisamente, insistendo sulla propria posizione: che la Nato deve essere in grado di agire indipendentemente dalle Nazioni Unite, come ha spiegato ufficialmente il Dipartimento di Stato. Gli Usa hanno rifiutato di permettere che la parola nevralgica "autorizzato" apparisse in calce alla decisione Nato, non desiderando concedere alcuna autorità alla Carta dell'Onu e al diritto internazionale; solo la parola "conferma" era consentita. Analogamente il bombardamento sull'Iraq è stato una sfrontata espressione di disprezzo verso l'Onu, e così è stato compreso. E lo stesso si può dire della distruzione di meta della produzione farmaceutica di un piccolo stato africano alcuni mesi prima.

Si potrebbe sostenere, in modo piuttosto plausibile, che l'ulteriore demolizione delle regole dell'ordine mondiale è irrilevante, dal momento che esse hanno preso il loro significato dalla fine degli anni Trenta. La violazione della cornice giuridica dell'ordine mondiale da parte della prima potenza del mondo è diventata così estrema che non c'è più nulla da discutere. Una rassegna dei documenti interni mostra che la questione risale ai primissimi giorni della costituzione delle Nazioni Unite nel 1947. Durante gli anni di Kennedy, questa posizione ha cominciato ad essere espressa apertamente. La principale novita degli anni Reagan-Clinton è che la violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite è divenuta totalmente palese. È stata anche supportata da interessanti spiegazioni: le più alte autorità hanno spiegato con brutale chiarezza che la Corte Internazionale di Giustizia, le Nazioni Unite ed altre agenzie sono divenute irrilevanti, dal momento che non eseguono più gli ordini degli Stati Uniti, come avevano fatto nei primi anni del secondo dopoguerra.

Se l'amministrazione Reagan ha esplorato nuovi campi, con quella di Clinton la violazione dell'ordine mondiale è divenuta così totale da preoccupare persino gli analisti politici più reazionari. In un recente numero del principale periodico dell'establishmente, Foreign Affairs, Samuel Huntington avverte che Washington sta percorrendo una strada pericolosa. Agli occhi di gran parte del mondo - probabilmente, della maggior parte di esso, suggerisce - gli Stati Uniti stanno "diventando la super-potenza furfante", considerata come "la più grande minaccia esterna alla società". La "teoria realista delle relazioni internazionali" - spiega l'analista - prevede che possano nascere delle coalizioni per controbilanciare la super-potenza furfante. La posizione andrebbe dunque rivista, per motivi pragmatici. Quegli americani che vogliono un'immagine diversa della loro società potrebbero chiedere una riconsiderazione di questa posizione su basi diverse.

Ma che influenza hanno queste considerazioni sul "che fare" in Kosovo? La questione resta irrisolta. Gli Stati Uniti hanno scelto una strada che, come riconoscono esplicitamente, determina un'escalation delle atrocità e della violenza, "prevedibilemente"; una strada che infligge un altro colpo al sistema giuridico internazionale, che pure potrebbe offrire ai deboli perlomeno una limitata protezione rispetto agli stati predatori. Le conseguenze sono del tutto imprevedibili nel lungo periodo. Un'osservazione plausibile è che "ogni bomba sganciata sulla Serbia ed ogni omicidio etnico in Kosovo rende estremamente difficile che i serbi e gli albanesi possano vivere insieme in un qualche modo pacifico" (Financial Times, 27 marzo 1999).

Il diritto di "intervento umanitario" sarà sempre più invocato nei prossimi anni - a volte in modo giustificato, a volte no - ora che i pretesti legati alla guerra fredda hanno perso efficacia. In un'epoca simile, potrebbe valere la pena prestare attenzione all'opinione di commentatori molto rispettati, per non parlare della Corte Internazionale di Giustizia che ha emesso una sentenza specifica su questa specifica questione, sentenza rifiutata dagli Stati Uniti senza che ci fosse alcuna notizia dei media. Hedley Bull, uno studioso di affari e diritto internazionali, avvertiva già 15 anni fa che "Stati particolari o gruppi di Stati che si pongono come giudici autorevoli del bene comune mondiale, ignorando le opinioni degli altri, costituiscono di fatto una minaccia per l'ordine internazionale e, quindi, per ogni azione effettiva in questo senso". Un altro studioso, Louis Henkin, in un testo di base sull'ordine mondiale, scrive che "le pressioni per l'erosione del divieto dell'uso della forza sono deplorevoli, e gli argomenti per legittimare l'uso della forza in determinate circostanze sono poco persuasivi e molto pericolosi. Le violazioni dei diritti umani sono fin troppo numerose e se fosse permesso di porvi remedio attraverso l'uso di forze esterne, non ci sarebbe alcuna legge in grado di evitare l'uso della forza di quasi ogni stato contro quasi ogni altro. Credo che i diritti umani dovrebbero esere ristabiliti con altri, pacifici mezzi e non aprendo la porta all'aggressione e distruggendo il principio del diritto internazionale che mette fuori legge la guerra e proibisce l'uso della forza".

Principi riconosciuti di diritto internazionale e dell'ordine mondiale, solenni obblighi dei trattati, decisioni della Corte Internazionale, opinioni dei più rispettati commentatori, non risolvono automaticamente problemi particolari. Ogni questione va considerata nel merito. Coloro che non si riconoscono negli standard di Saddam Hussein, hanno il pesante onere di dimostrare che non utilizzano la minaccia o usano la forza in violazione dei principi dell'ordine internazionale. Forse la prova può essere fornita, ma allora deve essere mostrata, non meramente proclamata con appassionata retorica. Le conseguenze di questo tipo di violazioni devono essere attentamente valutate - in particolare, quelle che riteniamo "prevedibili". E nel caso in cui tali conseguenze siano minimamente serie, devono essere valutate anche le ragioni per agire.

Desidero chiedere perdono a molte persone.

 

Ad alcuni amici che, grazie alla loro arguzia e alla loro indiscussa bontà d'animo, si accorsero delle mie folli bugie su cose inerenti la mia vita: scusate amici, non mi resi conto della vostra sanità mentale e, parimenti, neanche realizzai di essere bi-ippo-lare (a tratti anche tripolare) ma voi - grazie all'esperienza pregressa - mi forniste una diagnosi efficace, reale e soprattutto gratuita; quindi grazie due volte, anche per il risparmio offertomi.

Ad averne di amici come voi... vi amo.

 

Devo domandare perdono alle case farmaceutiche tutte: a causa della mia patologia mentale divenni un gomblottista (mi fu diagnosticata una sindrome da gomblotto avanzata, allo stadio 3, quasi mortale nella maggior parte dei casi) e, erroneamente, ebbi il sospetto che voi tutte non foste davvero interessate alla mia sanità psico-fisica, ma che fosse solo un pretesto per vendere più farmaci, più vaccini, per tenermi in salute ma non del tutto sano, in modo da obbligarmi ad acquistare periodicamente un qualche farmaco.

Scusate, davvero, con il cuore: ora sono consapevole che la vostra priorità è la mia salute, non il vostro fatturato.

Quanto fui stupido...

 

Desidero domandare perdono anche a tutti i professoroni da tv, che insistettero sull'obbligatorietà vaccinale e profferirono disdicevoli (almeno a un primo ascolto) giudizi razzisti e discriminatori verso le persone che non intendevano vaccinarsi.

 

Scusa Roberto Burioni, avevi ragione, necessitavo bisogno di restare "agli arresti domiciliari" e di "fare una vita da sorcio", per rendermi conto di essere un "pagliaccio".

Ti voglio bene Roby.

Salutami i ragazzi, non vedo l'ora di guardare di nuovo Netflix con loro!

 

Scusa Andrea Scanzi, se non sono ancora morto come una mosca e non ti ho divertito mentre mangiavi pop corn, ma ora comprendo perché ti saresti divertito tanto a vedermi morire in questo modo; avevi senz'altro ragione.

La mia stessa vita è un insulto alla tua intelligenza e, anche di questo, mi scuso Andre.

 

Perdonami Alessandro Gassman se, in un momento di dignità intellettuale (probabilmente ero ubriaco...), pensai di aver diritto ad accedere liberamente in negozi o ristoranti; ovviamente non era così, anche in questo caso io avevo torto, tu avevi ragione. Domando scusa anche se pensai che l'importanza professionale di tuo padre abbia contribuito alla tua realizzazione economica e lavorativa: ora so che sei un grandissimo attore, che Vittorio - con tutto il rispetto - levate proprio; d'altronde si sa, "tale padre tale figlio".

Bravo Ale, sei il mio orgoglio.

 

Scusami, dal più profondo del cuore, Matteo Bassetti: non mi resi conto di far parte di "un'organizzazione criminale" e di essere un "terrorista"; avevi ragione, avrei dovuto essere punito severamente.

Confido nella tua benevolenza e nel tuo perdono, umilmente mi scuso a capo chino e, non appena potrai, sarò lieto di trascorrere una delle nostre esaltanti serate anticonvenzionali.

 

Scusa Selvaggia Lucarelli, effettivamente sì, avrei dovuto "ridurmi a poltiglia verde" ma, nonostante la mia ben nota passione per l'esplorazione speleologica delle narici, non è accaduto e, anche di questo, ti chiedo perdono.

Ti assicuro, o suprema dea, che se solo sapessi come ridurmi in codesto stato, sarebbe mia premura farlo il prima possibile, con l'intenzione e la gioia di soddisfarti.

Ho ancora il tuo poster appiccicato sul soffitto della mia cameretta e, ogni sera, ti rivolgo la preghierina della buna notte, con una mano sul Rosario e una nelle mutande.

 

Perdono David Parenzo, sono stato ben felice di mangiare cibo pieno di condimento alla saliva dei rider che, una volta saputo del mio non esser vaccinato, mi offrirono gratuitamente: adoro una dose extra di enzimi sul cibo... è, e sempre sarà, la mia passione più segreta.

 

Domando scusa anche ai Maneskin tutti: avevate ragione, ero un Terrapiattista senza saperlo ma ora, che sono vaccinato, mi sono reso conto di quanto folli, assurde e prive di un qualsiasi rilievo fossero le mie piatte convinzioni.

Grazie anche a voi, così giovani e così saggi ma - soprattutto - così geniali e fenomenali musicalmente (che tutta la storia del rock levate proprio).

Vi amo, siete forse la mia unica ragione di vita dopo la vostra musica.

 

Scusa Angelo Giovannini, se l'avere un cartello al collo con su scritto che non sono vaccinato, mi ricordò qualcosa a forma di stella della recente storia passata.

Domando perdono in ginocchio sulle siringhe usate, per la mia ignoranza storica: non compresi che la tua delicata e sottile affermazione non avesse assolutamente nulla a che fare con le discriminazioni del passato e con le leggi razziali.

Come ormai già sai io, a differenza tua, non sono in possesso di una laurea in storia e di una in filosofia, quindi certe finezze intellettuali non sono davvero in grado di comprenderle e non dovrei parlare di cose che non conosco e non afferro.

 

Scusa Greta Thunberg, mi sembrò eccessivo vaccinare i bambini appena nati in sala parto ma, ovviamente, anche in questo caso tu avevi ragione e io avevo torto.

D'altronde chi sono io per contestare la bella persona che è riuscita a invertire la tendenza al riscaldamento globale del pianeta?

Figuriamoci...

Io capisco che sta piovendo solo se sono sotto la doccia, davvero non posso competere; hai, e sempre avrai - nei secoli dei secoli - il mio più profondo rispetto.

Grande Greta, ti sono grato. Amen.

 

Chiedo umilmente perdono a te Ilaria Capua, espertissima e riconosciuta a livello mondiale, per non aver pagato 2000 euro al giorno per il mio ricovero ospedaliero perché non vaccinato; nella mia imbarazzante ignoranza credetti che le tasse, pagate per tutti e per tutta la vita, fossero sufficienti per garantirmi il diritto alla cura e alla sanità (credevo che, quest'ultima, fosse pubblica in Italia).

Ma, anche in questo caso, avevo torto; sarò lieto di versare il dovuto direttamente sul tuo iban, ti prego di accettare il mio bonifico in segno di scuse.

Ti ho anche mandato un mazzo di rose rosse, un panino e un sigaro via posta.

Mi manchi.

Salutami tuo marito.

Mi manca anche lui.

 

Scusa Don Pasquale Giordano, perdono se venni in chiesa da non vaccinato: avevi ragione tu, non ero degno di ricevere la parola di Dio senza vaccino.

Mi affido alla Madonna e a tutti gli angeli in colonna per ottenere il perdono.

Sono atterrito e imbarazzato dall'ignoranza che dimostrai all'epoca, la prego di perdonarmi padre, perché non sapevo ciò che facevo.

 

Hai ragione Giovanni Toti, mancai di rispetto a chi perse la vita non vaccinandomi immediatamente.

Onore e gloria alla tua ligure saggezza (domando scusa anche per il mio passato militante nella sinistra, ora che sono vaccinato mi sembra ormai evidente che la destra sia per la libertà, la tolleranza, la democrazia e qualsiasi cosa bella esista su questo pianeta).

Grande Vanni, continua così, ti amo - ma proprio fisicamente, sei anche un bell'uomo.

 

Ho volutamente lasciato per ultimo l'amico fraterno Mario Draghi, non perché meno importante (anzi...), piuttosto perché a te devo domandare più volte perdono.

 

1 - Perdono se pensai che fossi un "vile banchiere" - come disse Cossiga - senz'anima, interessato solo a difendere le multinazionali, i potenti e, ovviamente, gli interessi degli istituti bancari; ovviamente non era così, ora me ne rendo conto, adesso so che hai a cuore il mio benessere economico e la mia realizzazione personale, sia pubblica che privata.

 

2 - Scusa anche se, ieri sera a cena a casa tua, risposi male a tua moglie asserendo che la pastina era scotta e troppo salata; scusa Mario, fui maleducato e impertinente: tua moglie è, in realtà, una bravissima cuoca oltre che una splendida donna (mi fa rimpiangere di non avere trent'anni in più...).

 

3 - Scusa Mario se, con i miei passati dubbi sul vaccino, ho causato la morte di alcune persone; è un peso assai gravoso da portare con me, ma è ciò che merito.

 

4 - Scusa Mario se, quella volta all'oratorio di Don San Paolo, me la presi quando mi rubasti le caramelle e non accettai il giuramento massonico; ero giovane e inesperto delle cose davvero importanti nella vita.

 

Amici tutti, figliuoli e fedeli, prendete esempio da me: non c'è motivo di credere che questa pesante campagna vaccinale sia mirata al profitto economico, nemmeno che il green pass sia uno strumento discrimiantorio (anzi, è una "Patente di libertà" - Cit.); ancor meno non dovreste credere alle baggianate che diffondono i gomblottisti sui possibili - e improbabili ovviamente - effetti avversi.

Io, per esempio, sono rimasto lo stesso di prima, nulla è cambiato, tranne che ogni tanto mi piace indossare autoreggenti nere, truccarmi con stile, vestirmi di seta e andare a vendere il mio corpo sano per strada, prendere i soldi e poi rimborsare i miei clienti, perché non lo faccio mica per i soldi.

Io sono una persona seria, ho i miei prìncipi ma anche i miei princìpi.

 

Per il resto tutto normale.

Sono un cittadino onesto che ha a cuore la sua salute e quella di tutti i suoi compaesani, vado a votare e amo mia moglie e i suoi figli (anche se non ho ancora capito con chi li abbia fatti).

in questo caso, la foto sopra è solo un pretesto per quello che c'è nel commento sottostante:

Fotos del ensayo previo al concierto de Navidad, el día 16 Diciembre 2016, en la preciosa Iglesia del Espíritu Santo (Clerecía) en Salamanca. Un concierto de 16 villancicos populares que dejaron con ganas a nuestros espectadores que llenaban por completo la Iglesia.

 

Photos prétest le concert de Noël le 16 Décembre, 2016, dans la belle église du Saint-Esprit (clergé) à Salamanque. Un concert de 16 carols, qui ont laissé vouloir nos spectateurs qui ont rempli l'église complètement.

 

Photos of the rehearsal before the Christmas concert, on 16 December 2016, in the beautiful Church of the Holy Spirit (Clerecía) in Salamanca. A concert of 16 popular carols, which left our spectators eager to fill the Church completely.

Un’intera linea per pensare al profumo dei nostri abiti da quando li laviamo a quando li riponiamo nei nostri armadi. Gesti che ci fanno ripensare ai lavori di casa come ad un momento di cura e piacere e non ad un semplice dovere.

 

Tre momenti: un profumo per la lavatrice, concentrato ma delicato su ogni tipo di tessuto, si aggiunge nella vaschetta al posto dell’ammorbidente.

 

Momento due: lo spray da vaporizzare dopo aver stirato i capi, il tocco di profumo che li fa tornare nostri.

 

Momento tre: le card profumate da mettere nei cassetti e negli armadi per rendere costante il nostro segno olfattivo e che ci fa sorridere al mattino quando scegliamo cosa metterci.

 

La linea si chiama Cuore di Casa ed è stata ideata dall’azienda HP, per la sua sezione Nasoterapia (vi ricordate la lampada ad ultrasuoni Sakura? Proprio loro). Da Melissa abbiamo la linea completa di tutte e quattro le profumazioni: soffio “gelsomino e cashmere (la preferita di Valeria), Nuvola “talco e rosa”

 

Gli spray hanno il loro sacchetto in tessuto utile anche in valigia per riporre biancheria profumata. Abbiamo pensato che questa linea potesse rappresentare un’ottima idea regalo per chi ha una casa nuova, per chi ha bisogno di un pretesto per “prendersi cura”, per chi ama in generale quello che abita che sia una stanza o un vestito. vi aspettiamo da Melissa per scegliere il vostro Spray 13,90€, Concentrato profumato 10,90€, card profumate singole 3,50€

 

SOFFIO: Gelsomino e Cashmere

NUVOLA: Talco e Rosa

BREZZA: tè verde e fiori d’arancio

Un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte.

Il Muro Occidentale (ebraico: הכותל המערבי HaKotel HaMa'aravi), è un muro di cinta risalente all'epoca del primo Tempio di Gerusalemme. È anche indicato come il Muro del Pianto o come il Muro al-Buraq. Il Tempio era l'edificio più sacro all'Ebraismo. Erode il Grande costruì imponenti mura di contenimento intorno al Monte Moriah, allargando la piccola piana spianata sulla quale furono eretti il Primo e Secondo Tempio posto in cima alla odierna Montagna del Tempio. Il Tempio di Salomone o Primo Tempio fu costruito, secondo la Bibbia, dal Re Salomone nel X secolo a.C. Fu completamente distrutto da Nabucodonosor II nel 586 a.C. Il Secondo Tempio fu costruito al ritorno dall'esilio babilonese a partire dal 536 a.C. Fu terminato il 12 marzo del 515 a.C. Venne restaurato il 21 novembre del 164 a.C. da Giuda Maccabeo. Il Tempio di Erode fu un ampliamento importante del Secondo Tempio, ivi compreso una risistemazione del Monte del Tempio. Fu iniziato da Erode il Grande verso il 19 a.C. e terminato in tutte le sue parti solo nel 64 d.C. Come raccontato dal Talmud nel trattato di Ghittin, il Secondo Tempio fu distrutto dall'imperatore Tito nel 70 d.C. Oggi ne resta solamente il muro occidentale di contenimento, detto comunemente Muro del Pianto. Secondo la leggenda, quando le legioni di Tito distrussero il Tempio, il muro di cinta occidentale del cortile esterno rimase in piedi, parzialmente visibile e protetto dalle macerie per la maggior parte della propria estensione verticale. La leggenda vuole che Tito lo abbia lasciato come triste ricordo per gli ebrei da parte di Roma che aveva sconfitto la Giudea. Gli ebrei, comunque, attribuirono la cosa ad una promessa fatta da Dio, che avrebbe lasciato in piedi alcune parti del sacro tempio, come segno del suo immutato legame con il popolo ebraico, nonostante la catastrofe che lo aveva colpito. Gli Ebrei pregano là da duemila anni, ritenendo che quel punto sia il più sacro disponibile sulla faccia della Terra e che Dio sia lì vicino a sentire le loro preghiere. Anche la tradizione di infilare piccoli fogli di carta recanti preghiere nelle fessure del muro è antica di centinaia di anni. Nelle preghiere ripetute per tre volte ogni giorno sono incluse le ferventi richieste a Dio per il ritorno di tutti gli ebrei esiliati nella terra di Israele e la ricostruzione del Tempio (il terzo) per arrivare all'era messianica con l'arrivo del messia degli ebrei.

Il sito è importante anche per i musulmani che ritengono Salomone un loro profeta. I musulmani credono che Maometto abbia fatto un viaggio spirituale a Gerusalemme cavalcando un cavallo alato, al-Buraq, nel 620 d.C. Una volta arrivato, Maometto avrebbe legato il cavallo vicino ad un muro che alcuni musulmani ritengono essere proprio il muro occidentale. Difatti il nome arabo del sito è muro di al-Buraq. Alcuni vedono questa come una ragione della riverenza dei musulmani nei confronti del muro, mentre altri la considerano un'azione di propaganda contro le rivendicazioni ebraiche sul muro. A causa della sacralità del luogo all'interno dell'Islam nel 687 vennero costruite la Cupola della Roccia, e la moschea al-Aqsa sul monte del Tempio che sono circondate dal muro. L'accesso è sempre stato controverso, anche quando la Turchia (o meglio, l'Impero Ottomano) governò sull'area per circa 400 anni (1515-1917), seguito dal Mandato Britannico (1917-1948). Nel 1929 vennero istigate sollevazioni Arabe con pretesti vari, come la supposta costruzione di una sinagoga o la conquista dell'area. Nel 1931 il governo Britannico assegnò la proprietà ai Musulmani, ponendo restrizioni alle preghiere ebraiche.

Secondo molti rabbini, agli Ebrei è vietato accedere a certe parti del Tempio. La definizione di queste parti differisce a seconda dell'autorità rabbinica, ma tutti concordano sul divieto di accesso alla zona della Moschea di Omar. Quest'area, infatti, era quella del Tempio, che era un Luogo Santo. La roccia sotto la Moschea, secondo alcuni midrashim, è la base da cui Dio creò l'universo. Secondo alcuni studi rabbinici, è la roccia cui Abramo legò Isacco in occasione del sacrificio. Questa è anche l'area in cui, si dice, dormì Giacobbe, sognando la scala che saliva al cielo (Genesi). Questo punto è identificato come il Sancta sanctorum.

Anticamente, solo certe persone erano ammesse al Tempio. Il complesso del Tempio era formato da varie sezioni, ciascuna con il proprio valore di santità. Nell'area più santa, appunto il Sancta Sanctorum (Kodesh Hakodashim), che costituiva la parte centrale del Tempio, aveva accesso durante lo Yom Kippur solo il Sommo Sacerdote (Cohen Gadol). Altre aree erano accessibili solo alla casta sacerdotale, i Cohanim. Altre ancora, più distanti dal Sancta Sanctorum, erano accessibili ai Leviti (anche i Cohanim erano parte della Tribù di Levi). Oltre queste, l'accesso era libero a tutti gli Ebrei.

Dal 1517 l'Impero Ottomano islamico sotto Selim I prese la terra che anticamente apparteneva all'antico Israele e Giudea dai Mamelucchi egiziani (1250-1517). La Turchia ebbe un atteggiamento benevolo nei confronti degli Ebrei, accogliendo migliaia di profughi ebrei che erano stati recentemente espulsi dalla Spagna da Ferdinando II di Aragona e Isabella di Castiglia nel 1492. Il sultano Turco, Solimano il Magnifico, era così interessato e colpito da Gerusalemme e dalle sue sventure che ordinò che un magnifico muro-fortezza venisse costruito intorno all'intera città (che non era molto estesa a quei tempi.). Durante quel periodo la parte occidentale del muro fu sempre un luogo venerato dagli ebrei; molti di loro attraversarono letteralmente il mondo per trascorrere gli ultimi anni della loro vita vicino al muro di Gerusalemme, per poter pregare di fronte al muro occidentale. Le persone non ebree osservano gli ebrei piangere vicino al muro (piangendo la distruzione del Tempio di Gerusalemme) dando al luogo il nome famoso, ma errato, di Muro del pianto. C'è anche un'altra ipotesi sull'origine del nome, è legata al modo di pregare degli ebrei. Gli ebrei si recano al muro per pregare e non piangono, la loro preghiera presuppone continui movimenti della parte superiore del corpo. Ad un osservatore posto ad una certa distanza dal muro può sembrare che la persona muovendosi in questo modo si stia lamentando, stia piangendo.

Quando il Regno Unito assunse il controllo dell'area nel 1917 con il Generale Edmund Allenby, gli Ebrei erano ancora autorizzati a recarsi al Muro per pregare. Nel corso della prima guerra Arabo-Israeliana l'area attorno al Muro fu conquistata dalla Legione Araba dell'esercito Giordano. Agli Ebrei venne negato l'accesso al Muro, in violazione degli accordi armistiziali, e furono costruiti edifici a pochi metri dal Muro. Nel corso della Guerra dei sei giorni, Israele, dopo 2000 anni, riportò il Muro in possesso Israeliano. Gli Israeliani demolirono il medievale Quartiere Marocchino e costruirono una grande piazza nello spazio di fronte al muro, utilizzato da migliaia di ebrei durante le ricorrenze ebraiche; il Muro è l'attrazione preferita dai turisti che viaggiano per il mondo e molti capi di stato stranieri, in visita in Israele, visitano il Muro come forma di rispetto per il significato che esso ha per Israele e per tutto il mondo ebraico. il Muro Occidentale continua ad esercitare un grande potere sugli ebrei di tutto il mondo. Da decenni, milioni di persone, in veste di turisti o pellegrini, si recano al muro per poterlo toccare con le loro mani. (wikipedia)

 

Fotos del ensayo previo al concierto de Navidad, el día 16 Diciembre 2016, en la preciosa Iglesia del Espíritu Santo (Clerecía) en Salamanca. Un concierto de 16 villancicos populares que dejaron con ganas a nuestros espectadores que llenaban por completo la Iglesia.

 

Photos prétest le concert de Noël le 16 Décembre, 2016, dans la belle église du Saint-Esprit (clergé) à Salamanque. Un concert de 16 carols, qui ont laissé vouloir nos spectateurs qui ont rempli l'église complètement.

 

Photos of the rehearsal before the Christmas concert, on 16 December 2016, in the beautiful Church of the Holy Spirit (Clerecía) in Salamanca. A concert of 16 popular carols, which left our spectators eager to fill the Church completely.

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Autunno dolciastro

 

lentamente

tra una pagina e l'altra

 

di un libro qualunque

ingannavo l'attesa gia' a settembre

 

poche voci distanti e un autunno distratto al di la dei vetri

 

quasi speravo che non arrivassi piu'

 

quasi credevo che non mi mancassi eppure

stavo aspettando

 

distrarsi sembrava piuttosto facile

 

credevo di sopportare la tua indifferenza

 

cercando pretesti e rimedi inutili

 

eri tu

quel tasto dolente eri tu

autunno dolciastro eri tu

 

freddamente valutavo i miei

limiti i gesti avventati le frequenti rinunce

 

era tardi e bruciavano gli occhi

fissavo il soffitto il mio letto disfatto

 

quasi speravo che non arrivassi piu'

 

quasi credevo che non mi mancassi eppure

stavo aspettando

 

distrarsi sembrava piuttosto facile

 

credevo di sopportare la tua indifferenza

 

cercando pretesti e rimedi inutili

 

credevo di soffocare la mia insofferenza

 

eri tu

quel tasto dolente eri tu

 

autunno dolciastro eri tu

quel tasto dolente eri tu

 

autunno dolciastro autunno dolciastro

autunno dolciastro autunno dolciastro

autunno dolciastro autunno

 

autunno dolciastro

FotoArte, la fotografia in Puglia

Sarà Franco Fontana l’ospite d’onore dell’undicesima edizione di FotoArte. La manifestazione, ideata dal circolo fotografico “Il Castello” di Taranto, dall’anno scorso ha abbandonato i confini ormai angusti della sola provincia ionica per allargarsi ad altre città della Puglia. L’obiettivo è quello di creare una rete di associazioni fotografiche che offrano eventi e iniziative di qualità per attrarre fotografi e fotoamatori da ogni parte d’Italia, formando quel polo fotografico mancante nel Sud della nostra Penisola.Oltre al circolo “Il Castello”, condividono l’edizione del 2014 altre 6 associazioni pugliesi: “Controluce” di Statte, “Photosintesi” di Casarano, “Fotofucina” di Salice Salentino, “Inphoto” di Brindisi, “L’occhio” di Galatone e “Obiettivi” di Lecce. La manifestazione è realizzata con il patrocinio della FIAF – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche – e in gemellaggio con il NettutoPhotoFestival 2014, le cui opere saranno esposte a Taranto, nell’ambito di FotoArte 2015.Dal 24 maggio fino al 26 ottobre, dunque, un calendario molto ricco di appuntamenti culturali accompagnerà l’estate e l’inizio dell’autunno pugliesi. Molti gli eventi che si svolgeranno con fotografi e critici prestigiosi: Michele Buonanni, Giovanni Santilio, Ciro Quaranta, Giorgio Ciardo, Settimio Benedusi, Alessandro Cirillo, Federica Cerami, Albano Sgarbi, Giovanni Marozzini, Marcello Carrozzo, Cosmo Laera, Claudio Palmisano, Mario Spada, Ugo Ferrero e Carlo Garzia, che terranno seminari, workshop e discussioni fotografiche.

Il gran finale della manifestazione avrà luogo nel mese di ottobre a Casarano con “Casarano per la Fotografia 2014″, in occasione della quale si terrà la manifestazione di chiusura di FotoArte 2014 nonché la Giornata Nazionale del Fotoamatore patrocinata dalla UIF (Unione Italiana Fotoamatori).

In quella occasione verranno esposte tutte le mostre fotografiche collettive del circoli partecipanti a FotoArte, sul tema “Segni del tempo”.

L’evento trainante, come dicevamo, sarà la mostra antologica di Franco Fontana, dal titolo “F.F.F. – Franco Fontana Fotografie”, che raccoglierà le immagini più note del grande “maestro del colore”. L’esposizione sarà visitabile al MuDi – Museo Diocesano di Taranto – dal 24 maggio all’8 giugno, dal martedì al venerdì dalle 18 alle 20, sabato e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 21. L’autore sarà presente il giorno dell’inaugurazione e per l’occasione terrà un seminario. L’ingresso alla mostra sarà a pagamento.

Oltre alle immagini di Franco Fontana, sempre al MuDi e nelle stesse date, sarà possibile visitare un’esposizione delle fotografie più belle realizzate dai suoi allievi dei workshop tenuti in tutta Italia, dal titolo “Quelli di Franco Fontana”. Perché, come dice il “maestro”, «i workshop non sono solamente una vacanza o un passatempo, ma il pretesto per un incontro ed una avventura fotografica ». Questi fotografi in mostra «sono il fenomeno nuovo che si sta muovendo». La mostra sarà presentata da Lisa Bernardini, Art Director del NettunoPhotoFestival.

Nato a Modena nel 1933, Franco Fontana è uno dei fotografi italiani più stimati a livello internazionale e, nel corso della sua carriera, si è dimostrato estremamente versatile: è passato dalla fotografia di paesaggio al nudo, al reportage, alla pubblicità e alla moda. Ha pubblicato oltre 40 libri fotografici, ha collaborato con le maggiori testate giornalistiche mondiali e ha tenuto centinaia di mostre in Italia e all’estero, arrivando ai prestigiosi Museum of Modern Art di New York, Musée d’Art Moderne di Parigi e Australian National Gallery di Melbourne.

Un’occasione imperdibile, dunque, per i numerosi fotografi e fotoamatori del Sud Italia che, dopo Francesco Zizola, Ferdinando Scianna, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin e Uliano Lucas, solo per citare alcuni dei grandi artisti ospitati nelle scorse edizioni di FotoArte, avranno la possibilità di ascoltare dal vivo un altro dei grandi maestri che hanno fatto la storia della fotografia nella nostra Penisola e all’estero.

(fonte FotoArte)

 

Per maggiori info:

www.fotofucina.it

www.fotoartepuglia.it

Venezia, di ritorno da Budapest, settembre 2010

*

Dietro la porta di casa di Chiara ritrovo un piccolo vetusto poster che avevo appeso a casa mia a Venezia, anni prima, e che lei aveva conservato come mia eredità.

 

Così ripenso ai ponti, ai ritrovamenti e a quanto perde "chi non sa cos'è l'amore".

 

*ora sai come si scrive "ponte" in lingua gujarati, che è un dialetto parlato in alcune zone dell'India.

*

 

Cara Marialuisa,

questa foto scattata all'alba dal porto di Messina è per te.

In fondo a sinistra si vedono due tralicci: è lì che dovrà nascere il ponte.

Vorrei che fosse un ponte sicuro, funzionale, architettonicamente maestoso ed al tempo stesso armoniosamente integrato nell'ambiente, che facesse da volano all'economia del paese e che non fosse un pretesto per ingrassare la 'ndrangheta.

...chiedo molto?...:)

Un caro saluto

www.youtube.com/watch?v=KAxvtMdMWjA

 

Non ho bisogno di tempo

per sapere come sei:

conoscersi è luce improvvisa.

Chi ti potrà conoscere là dove taci

o nelle ore in cui tu taci?

Chi ti cerchi nella vita

che stai vivendo, non sa

di te che allusioni,

pretesti in cui ti nascondi...

Io no.

Ti ho conosciuto nella tempesta.

Ti ho conosciuto, improvvisa,

in quello squarcio brutale

di tenebra e luce,

dove si rivela il fondo

che sfugge al giorno e alla notte.

Ti ho visto, mi hai visto ed ora...

sei così anticamente mia

da tanto tempo ti conosco

che nel tuo amore chiudo gli occhi

e procedo senza errare,

alla cieca, senza chiedere nulla

a quella luce lenta e sicura...

 

Pedro Salinas, da "La voce a te dovuta"

  

di Wang Cheng, provincia dello Hebei

 

Nel periodo in cui sono stato un seguace del Signore Gesù Cristo sono stato perseguitato dal governo del Partito Comunista Cinese, che si è servito del “crimine” della mia fede nel Signore Gesù come pretesto per rendermi la vita difficile e opprimermi, al punto da ordinare ai quadri del villaggio di fare frequenti visite a casa mia per interrogarmi sulle mie pratiche religiose. Nel 1998 ho accettato l’opera di Dio Onnipotente negli ultimi giorni. Quando ho udito pronunciare di persona le parole del Creatore, ho provato un entusiasmo e una commozione che non saprei neppure descrivere. Incoraggiato dall’amore di Dio, ho preso una decisione: avrei seguito Dio Onnipotente fino alla fine, a qualunque costo. In quel periodo mi sono dedicato con fervore a partecipare agli incontri e alla diffusione del Vangelo, e questo ha nuovamente attirato l’attenzione del governo del PCC. Questa volta la loro persecuzione ai miei danni è stata peggiore che mai, al punto che, non potendo più professare normalmente la mia fede nella mia casa, per poter svolgere i miei doveri sono stato costretto ad andarmene.

 

Nel 2006 ero responsabile della stampa dei libri che contenevano la parola di Dio. Purtroppo una volta, mentre trasportavano dei libri, alcuni fratelli e sorelle e l’autista della tipografia sono stati catturati dalla polizia del PCC. Tutte le diecimila copie di “La Parola appare nella carne” che erano nel camion sono state confiscate. In seguito, l’autista ha spifferato il nome di oltre dieci altri fratelli e sorelle, i quali sono stati presi in custodia uno dopo l’altro. Questo avvenimento ha creato grande agitazione in due province e il caso è stato personalmente seguito dall’autorità centrale. Quando il governo del PCC ha scoperto che il capo ero io ha dispiegato forze di polizia armate senza badare a spese per indagare in tutti gli ambiti di svolgimento del mio lavoro. Hanno confiscato due automobili e un furgone appartenenti alla tipografia con cui lavoravamo, appropriandosi anche indebitamente di 65.500 yuan di sua appartenenza, oltre a più di 3.000 yuan che hanno sottratto ai fratelli e alle sorelle che si trovavano quel giorno nel furgone. Per di più, la polizia è venuta due volte a perquisire casa mia. Entrambe le volte hanno buttato giù la porta d’ingresso, fracassato e distrutto le mie cose e messo sottosopra l’intera abitazione, comportandosi peggio di una banda di banditi itineranti! Successivamente, dal momento che il governo del PCC non è riuscito a trovarmi, hanno rastrellato tutti i miei vicini di casa, amici e parenti e li hanno interrogati per sapere dov’ero.

 

Sono stato costretto a rifugiarmi a casa di un parente lontano per evitare di essere arrestato e perseguitato dal governo del PCC. Mai avrei neppure lontanamente immaginato che la polizia del PCC avrebbe continuato a seguire le mie tracce fin laggiù per arrestarmi. Eppure, tre giorni dopo che ero arrivato a casa del mio parente, una notte una squadra di circa cento agenti costituita da un’unità di polizia proveniente dalla mia città in collaborazione con la polizia criminale e la polizia armata locale, ha circondato la casa procedendo alla cattura e all’arresto di tutti i miei parenti. Io sono stato circondato da più di dieci agenti di polizia armati, che mi hanno puntato tutti la pistola puntata alla testa gridando: “Una mossa e sei morto!” Poi, alcuni di loro mi sono saltati addosso e hanno provato ad ammanettarmi le braccia dietro la schiena: mi hanno spinto la mano destra sopra la spalla per poi ruotare il braccio sinistro dietro la schiena e strattonarmi in malo modo la mano verso l’alto. Vedendo che non riuscivano ad accostare le mani per ammanettarmi mi sono saliti sulla schiena con i piedi tirando ancor più forte e riuscendo finalmente a unire le mani. Il dolore atroce e lancinante andava oltre la mia capacità di sopportazione, ma per quanto gridassi “Fa troppo male!” gli agenti non se ne sono curati affatto e non mi è restato che pregare Dio di darmi forza. Mi hanno preso 650 yuan e poi mi hanno torchiato per sapere dove la Chiesa tenesse i soldi, pretendendo che consegnassi loro tutti i fondi. Ero infuriato, e ho pensato con sprezzo: “Si definiscono ‘la Polizia del Popolo’ e ‘i protettori della vita e della proprietà del popolo’, quando invece l’obiettivo di un così smisurato dispiegamento di forze per una caccia all’uomo a una simile distanza allo scopo di arrestarmi non è soltanto ostacolare l’opera di Dio, ma anche saccheggiare e intascarsi i risparmi della Chiesa! Questi poliziotti malvagi hanno un’avidità insaziabile di denaro. Si spremono le meningi e non si fermano davanti a nulla pur di riempirsi le tasche. Chissà quante azioni indicibili hanno commesso nella loro corsa alla ricchezza e quante vite innocenti hanno rovinato per poter arricchirsi?” Più ci pensavo, più la mia rabbia cresceva, e ho fatto voto a me stesso che sarei morto prima di tradire Dio, giurando a me stesso di combattere quei demoni fino allo stremo. Notando che li stavo fissando in un silenzio colmo di rabbia, uno degli agenti si è fatto avanti e mi ha assestato due schiaffi in faccia, facendomi gonfiare e sanguinare copiosamente le labbra. Non contenti, quei malvagi poliziotti mi hanno poi preso a calci sulle gambe con violenza, insultandomi, fino a farmi cadere a terra. Hanno continuato a prendermi a calci come un pallone mentre giacevo al suolo finché, dopo un incerto lasso di tempo, sono svenuto. Quando mi sono svegliato, mi trovavo già a bordo di un’auto diretta verso la mia città. Mi avevano legato con un’enorme catena d’acciaio che andava dal collo alle caviglie impossibilitandomi a star seduto e costringendomi a faccia in giù, raggomitolato in posizione fetale e sostenuto a fatica dalla testa e dal torace. Vedendo che soffrivo si sono limitati a ridacchiare commentando in tono sarcastico: “Vediamo se adesso il tuo Dio può salvarti!” e facendo varie altre battute mortificanti. Sapevo bene che il motivo per cui mi stavano trattando in quel modo era la mia fede in Dio Onnipotente. Era proprio come Dio aveva detto nell’Età della Grazia: “Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato Me” (Giovanni 15:18). Più mi umiliavano, più chiaramente distinguevo la loro essenza demoniaca di nemici di Dio e la loro malefica natura caratterizzata dall’odio verso Dio, disprezzandoli ancora di più per questo. Allo stesso tempo non facevo che invocare Dio, pregando: “Amato Dio Onnipotente! Di certo sono le Tue buone intenzioni ad avere permesso che venissi catturato dalla polizia, e sono disposto a sottomettermi a Te. Oggi, sebbene il mio corpo mortale soffra, ho intenzione di restare saldo nel renderTi testimonianza e umiliare il vecchio demonio. Non cederò a lui per nessuna ragione al mondo. Ti prego di donarmi la fede e il discernimento”. Finito di pregare, ho pensato a questo passo delle parole di Dio: “Sii quieto in Me, poiché Io sono il tuo Dio, il vostro unico Redentore. Dovete placare sempre i vostri cuori, vivere in Me; sono la tua roccia, Colui che vi sostiene” (Capitolo 26 di “Discorsi di Cristo al principio” in “La Parola appare nella carne”). Le parole di Dio mi hanno dato ancor più forza e determinazione. Dio regna sovrano su tutte le cose e la vita e la morte degli uomini sono nelle Sue mani. Con Dio Onnipotente a fornirmi un saldo sostegno non avevo nulla da temere! Da quel momento ho posseduto una fede rinnovata e una via per metterla in pratica, oltre a sentirmi pronto ad affrontare la crudele tortura che mi aspettava.

 

Durante le diciotto ore di viaggio fino alla mia città ho perso il conto di quante volte sono svenuto dal dolore, ma nessuno di quei poliziotti criminali mostrava di darsene pena. Quando siamo finalmente arrivati erano passate le due di mattina. Mi sentivo come se tutto il sangue che avevo in corpo si fosse coagulato, avevo le braccia e le gambe gonfie e intorpidite e non riuscivo a muovermi. Ho sentito uno dei poliziotti dire: “Credo sia morto”. Uno di loro ha afferrato la catena d’acciaio e l’ha strattonata con forza brutale, facendo penetrare i bordi seghettati nella carne. Sono ruzzolato fuori dall’auto e il dolore mi ha fatto perdere i sensi per l’ennesima volta. I poliziotti mi hanno preso a calci finché non mi sono svegliato e poi hanno gridato: “Dannazione! Cercavi di fingerti morto, eh? Dopo che ci saremo riposati te la faremo vedere!” Poi mi hanno trascinato di forza in una cella del braccio della morte, e mentre se andavano mi hanno detto: “Abbiamo preparato questa cella apposta per te”. Trascinandomi lì dentro avevano interrotto il sonno di diversi detenuti, che ora mi guardavano in cagnesco: ho avuto una paura tale che mi sono accovacciato in un angolo, non osando muovermi. Era come se fossi finito una specie di inferno in terra. All’alba i compagni di cella mi si sono fatti tutti intorno guardandomi come fossi un alieno e avventandosi su di me; per lo spavento, la mia reazione immediata è stata accucciarmi a terra. Il trambusto ha svegliato il capo dei prigionieri, che mi ha lanciato un’occhiata e poi ha detto con freddezza: “Fate di lui quello che volete, basta che non lo picchiate a morte”. I detenuti hanno accolto l’invito come un decreto imperiale e sono balzati in avanti, pronti a picchiarmi. Ho pensato tra me e me: “Ora sei nei guai. I poliziotti mi hanno messo nelle mani di questi condannati a morte perché facciano il loro sporco lavoro: mi stanno mandando a morire di proposito”. Sentendomi del tutto impotente e in preda al panico, non ho potuto fare altro che affidare la mia vita a Dio accettando le Sue orchestrazioni. Proprio mentre mi preparavo al pestaggio è accaduta una cosa incredibile: d’improvviso ho sentito qualcuno gridare: “Fermi!” Il capo dei prigionieri è corso da me e mi ha sollevato da terra, scrutandomi in volto per quelli che sono sembrati due lunghi minuti. Ero così spaventato che non osavo neppure restituire lo sguardo. “Che ci fa un bravo ragazzo come te in un posto come questo?”, ha chiesto. Quando ho capito che stava parlando con me, l’ho guardato bene e mi sono reso conto che era l’amico di un amico che avevo conosciuto di sfuggita tempo prima. Allora lui si è rivolto agli altri detenuti e ha detto: “Quest’uomo è amico mio. Se qualcuno lo tocca, dovrà risponderne a me!” Poi si è affrettato ad andarmi a comprare del cibo e mi ha dato una mano a procurarmi i vari prodotti da bagno e tutto quello di cui avrei avuto bisogno nella mia vita quotidiana da detenuto. Da quel momento nessun altro detenuto ha mai osato prendersela con me. Sapevo che era per effetto dell’amore di Dio e che era una Sua saggia disposizione. L’idea iniziale dei poliziotti era stata di servirsi degli altri detenuti per torturarmi spietatamente, ma non avrebbero mai immaginato che Dio avrebbe smosso il capo dei prigionieri perché mi aiutasse a scansare quel proiettile. Ero commosso fino alle lacrime e non ho potuto fare a meno di esclamare tra me e me una lode a Dio, dicendo: “Amato Dio! Siano rese grazie a Te poiché mi hai mostrato la Tua misericordia. Sei stato Tu a venire in mio soccorso per mezzo di questo amico quando ero più che mai spaventato, debole e impotente, permettendomi di testimoniare i Tuoi atti. Sei Tu che mobiliti tutte le cose affinchè rendano servizio a Te recando così beneficio a coloro che credono in Te”. In quel momento la mia fede in Dio è aumentata ancor di più, poiché avevo sperimentato personalmente il Suo amore. Nonostante fossi stato gettato nel ventre della bestia, Dio non mi ha abbandonato. Con Dio al mio fianco, cosa c’era da temere? Il mio amico mi ha rincuorato dicendomi: “Non essere triste. Non importa quello che hai fatto: non dir loro una parola, anche a costo della vita. Ma devi prepararti psicologicamente e tenere a mente che, dal momento che ti hanno messo qui dentro insieme a con dei condannati a morte, non ti lasceranno andare via facilmente”. Dalle parole del mio amico ho percepito ancora più chiaramente che Dio mi guidava in ogni istante e che mi aveva parlato attraverso il mio compagno di cella per mettermi in guardia su ciò che mi aspettava. Mi sono predisposto appieno psicologicamente e ho tra me e me una promessa: “Non importa in che modo quei demoni mi tortureranno, non tradirò mai Dio!”

 

Il secondo giorno sono venuti a prendermi più di dieci poliziotti armati che mi hanno scortato, come un condannato a morte, dal centro di detenzione fino a un luogo sperduto in mezzo alla campagna. La struttura in cui mi hanno portato era un complesso protetto da un’alta recinzione, dotato di un grande cortile sorvegliato da uno spiegamento di poliziotti armati. Una targa sulla porta principale diceva: “Sede Addestramento Unità Cinofile”. Ogni stanza era piena di strumenti di tortura di tutti i generi. A quanto pareva mi avevano condotto in una delle strutture segrete che il governo del PCC utilizzava per interrogatori e torture. Guardandomi intorno mi si sono sentito rizzare i capelli in testa e mi sono messo a tremare di paura. I malvagi poliziotti mi hanno piazzato immobile in mezzo al cortile e poi da una gabbia di acciaio hanno fatto uscire quattro cagnacci di dimensioni insolitamente grandi e dall’aspetto feroce, hanno puntato il dito nella mia direzione e ordinato a quei cani poliziotto ben addestrati: “Uccidetelo!” All’istante i cani sono partiti all’attacco come un branco di lupi. Ero così terrorizzato che ho serrato gli occhi. Hanno iniziato a fischiarmi le orecchie e mi si è svuotata la mente; il mio solo pensiero era: “O Dio! Ti prego, salvami!” Ho invocato l’aiuto di Dio senza mai smettere e, dopo circa dieci minuti, ho sentito che i cani si stavano limitando a mordermi i vestiti. Uno di loro, di stazza particolarmente grande, mi ha appoggiato le zampe sulle spalle annusandomi e si è messo a leccarmi in volto, senza darmi neppure un morso. Di colpo mi sono ricordato di una storia contenuta nella Bibbia: il profeta Daniele venne gettato in una fossa di leoni affamati perché adorava Dio, ma i leoni non gli fecero alcun male. Dio, che era al suo fianco, mandò un angelo a chiudere la bocca dei leoni. D’un tratto è sgorgato dentro di me un profondo senso di fede che ha dissipato tutta la paura che provavo dentro. Si è diffusa in me la convinzione che tutto è orchestrato da Dio e la vita e la morte dell’uomo sono nelle Sue mani. Inoltre, morire da martire sbranato da cani feroci a causa della mia fede in Dio sarebbe stato un grande onore e non avrei avuto nulla di cui lamentarmi. Non più attanagliato dalla paura della morte e disposto a dare la vita per rendere la testimonianza di Dio, ancora una volta sono stato testimone dell’onnipotenza di Dio e dei suoi atti miracolosi. Stavolta i poliziotti, letteralmente in preda all’isteria, si sono precipitati verso i cani gridando: “Ammazza! Ammazza!” Ma era come se tutt’a un tratto quei segugi altamente addestrati non capissero più gli ordini dei loro padroni. Si sono limitati a lacerarmi un po’ i vestiti, a leccarmi in volto e poi si sono allontanati. Alcuni dei malvagi poliziotti hanno provato a fermarli e aizzarmeli nuovamente contro, ma di colpo i cani si sono spaventati sparpagliandosi in tutte le direzioni. I poliziotti erano tutti sbigottiti di fronte all’accaduto e hanno detto: “Che strano! Nessuno dei cani voleva morderlo!” D’improvviso mi sono ricordato di queste parole di Dio: “Il cuore e lo spirito dell’uomo vengono tenuti nella mano di Dio, ogni cosa della sua vita viene vista dagli occhi di Dio. Che tu ci creda oppure no, tutte le cose, siano esse vive o morte, si muoveranno, muteranno, si rinnoveranno e scompariranno secondo i Suoi pensieri. Questo è il modo in cui Egli sovrintende a tutte le cose” (“Dio è la sorgente della vita dell’uomo” in “La Parola appare nella carne”). “Dio ha creato tutte le cose e dunque fa sì che tutto il creato sia sotto il Suo dominio e vi si sottometta; Egli comanderà tutte le cose affinché siano nelle Sue mani. Tutto il creato di Dio, compresi gli animali, le piante, gli uomini, le montagne, i fiumi e i laghi, ogni cosa deve essere sotto il Suo dominio. Tutte le cose nei cieli e sulla terra devono essere sotto il Suo dominio” (“Il successo o il fallimento dipendono dalla strada che l’uomo percorre” in “La Parola appare nella carne”). Avevo constatato attraverso l’esperienza personale che tutte le cose, animate e non, sono soggette alle orchestrazioni di Dio e si muovono e trasformano assecondando i Suoi pensieri. Sono potuto sopravvivere indenne all’attacco di quei cani poliziotto poiché Dio Onnipotente aveva serrato loro le fauci, facendo sì che non osassero morsicarmi. Ero profondamente consapevole che ciò era avvenuto per mezzo dello smisurato potere di Dio e che Dio aveva rivelato uno dei Suoi atti miracolosi. Che si trattasse dei poliziotti criminali o dei loro cani addestrati, tutto doveva sottostare all’autorità di Dio. Nessuno può sostituirsi alla sovranità di Dio. Se ero caduto nelle diaboliche mani del governo del PCC e avevo affrontato una prova simile a quella del profeta Daniele, era di certo accaduto perché Dio aveva fatto un’eccezione al fine di elevarmi e farmi dono della Sua grazia. Attraverso la testimonianza degli atti onnipotenti di Dio ho accresciuto ancor di più la mia fede in Lui e ho fatto voto di combattere il diavolo fino alla fine. Ho giurato di credere in Dio, di adorarLo per l’eternità e renderGli onore e gloria!

 

Non avendo ottenuto il risultato sperato facendomi aggredire dai cani, i poliziotti mi hanno condotto nella stanza degli interrogatori, dove mi hanno appeso al muro per le manette; ho subito provato ai polsi un dolore lancinante, come se le mie mani stessero per essere tagliate via del tutto. Grosse gocce di sudore mi colavano sul volto. Ma quei poliziotti criminali non avevano ancora finito: si sono messi a tempestarmi di calci e pugni. Mentre mi picchiavano inveivano rabbiosamente: “Vediamo se adesso il tuo Dio può salvarti!” Per picchiarmi si davano il cambio: quando uno si stancava, un altro prendeva il suo posto. Mi hanno pestato fino a ricoprirmi di tagli e lividi dalla testa ai piedi e a farmi sanguinare copiosamente. Quando è scesa la notte, ero ancora appeso al muro e non mi lasciavano chiudere gli occhi. Avevano incaricato due sottoposti armati di taser di sorvegliarmi: ogni volta che mi calavano le palpebre mi somministravano una scarica elettrica per impedirmi di addormentarmi. Mi hanno torturato in quel modo per tutta la notte. Mentre mi malmenava, uno dei due subordinati ha urlato fissandomi con due occhietti cattivi: “Quando ti avranno picchiato fino a farti svenire, io ti picchierò finché non riprenderai i sensi!” Grazie all’illuminazione di Dio ero del tutto consapevole di quanto stava accadendo: Satana stava cercando di indurmi a compromettermi attraverso torture di ogni genere. L’idea era di torturarmi fino a spezzarmi nello spirito e farmi perdere il controllo delle mie facoltà mentali, e a quel punto forse avrei rivelato le informazioni che cercavano. Così avrebbero potuto arrestare i prescelti di Dio, ostacolare l’opera di Dio negli ultimi giorni e razziare e appropriarsi di tutti i beni di proprietà della Chiesa di Dio Onnipotente per riempire i loro forzieri: erano quelle le sfrenate ambizioni della loro natura bestiale. Ho serrato i denti e sopportato il dolore, giurando a me stesso che non sarei sceso a compromessi con loro neppure se significava morire lì appeso. La mattina dopo, all’alba, ancora non davano segno di volermi tirare giù e io ero già stremato; sentivo che sarebbe stato meglio morire e non avevo più la forza di volontà di andare avanti. Riuscivo solo a invocare l’aiuto di Dio e pregare: “O Dio! So che merito di soffrire, ma il mio corpo è così debole e io davvero non riuscirò a resistere ancora per molto. Fintanto che respiro e sono ancora vigile, voglio chiederTi di scortare la mia anima via da questo mondo. Non voglio diventare un Giuda e tradirTi”. Proprio mentre ero sul punto di crollare, ancora una volta la parola di Dio mi ha illuminato e guidato: “‘IncarnarSi questa volta è come cadere nella tana della tigre’. Ciò sta a significare che, poiché questa tappa dell’opera di Dio prevede che Egli venga nella carne e nasca nel luogo in cui risiede il gran dragone rosso, la Sua venuta sulla terra, questa volta, è accompagnata da pericoli ancora più estremi. Ciò che Egli affronta sono coltelli e fucili e mazze; ciò che Egli affronta è la tentazione; ciò che Egli affronta sono folle dagli sguardi assassini. Egli rischia di venire ucciso in qualsiasi momento” (“Lavoro e ingresso (4)” in “La Parola appare nella carne”). Dio è il Sovrano supremo di tutta la creazione; discendere tra i più corrotti di tutti gli uomini per salvarci è stata già un’incredibile umiliazione, ma Egli ha anche dovuto sopportare ogni sorta di persecuzione per mano del governo del PCC. La sofferenza che Dio ha subito è davvero smisurata. Se Dio ha sopportato tutta questa sofferenza e questo dolore, perché io non potevo sacrificarmi per Lui? Se ero ancora vivo era solo grazie alla protezione e alla cura di Dio, senza le quali sarei stato torturato a morte da quella banda diabolica già da molto tempo. In quel covo di demoni, sebbene quei diavoli si siano serviti di ogni metodo a loro disposizione per infliggermi spietate torture, Dio era comunque al mio fianco, e resistendo ogni volta a un attacco di quelle torture sarei stato testimone dei miracoli di Dio, così come della Sua salvezza e della Sua protezione. Ho pensato tra me e me: “Dio ha fatto così tanto per me, cosa dovrei fare per recare conforto al Suo cuore? Poiché Dio oggi mi ha concesso questa opportunità, dovrei continuare a vivere per Lui!” In quel momento l’amore di Dio mi ha risvegliato la coscienza e ho sentito nel profondo dell’anima che dovevo soddisfare Dio a qualunque costo. Ho affermato di fronte a me stesso: “È un onore per me soffrire oggi al fianco di Cristo!” Vedendo che continuavo a tacere e non avevo implorato pietà, ma temendo che potessi morire lì senza aver rivelato alcuna informazione mettendoli nei guai coi loro superiori, i poliziotti malvagi hanno smesso di picchiarmi. Dopodiché mi hanno lasciato appeso al muro per le manette altri due giorni e due notti.

 

Ha fatto molto freddo in quei due giorni; ero fradicio, indossavo vestiti troppo leggeri, non mangiavo da diversi giorni ed ero affamato e infreddolito: davvero non ce la facevo più. Proprio nel momento in cui ero sul punto di cedere, quella banda di poliziotti criminali ha approfittato delle mie condizioni precarie per attuare un altro subdolo tranello: hanno convocato uno psicologo incaricandolo di farmi il lavaggio del cervello. Mi ha detto: “Sei ancora giovane e devi mantenere i tuoi genitori e i tuoi figli. In seguito al tuo arresto i tuoi compagni credenti e soprattutto i capi della tua Chiesa non hanno dato segno della minima preoccupazione per te e invece tu sei qui a patire per loro. Non lo ritieni un po’ insensato da parte tua? Questi poliziotti non hanno avuto altra scelta che torturarti…” Ascoltando quelle menzogne ho pensato: “Se i miei fratelli e le mie sorelle venissero qui a trovarmi, non sarebbe l’equivalente di costituirsi? Me lo stai dicendo solo per ingannarmi, per seminare zizzania tra me e i miei fratelli e le mie sorelle e per farmi fraintendere, incolpare e abbandonare Dio. Ma non ci cascherò!” Poi mi hanno portato cibo e bevande, nel tentativo di allettarmi con la loro apparente generosità. Di fronte all’improvvisa “gentilezza” di quei poliziotti criminali, il mio cuore si è stretto ancor più a Dio, poiché sapevo che in quel momento ero più che mai debole e Satana era pronto ad avventarsi non appena se ne fosse presentata l’opportunità. Le mie esperienze di quei giorni mi hanno permesso di vedere la vera essenza del governo del PCC. Per quanto si fingesse premuroso e sollecito, la sua sostanza malvagia, reazionaria e demoniaca restava invariata. La strategia del diavolo di portarmi alla “conversione per mezzo di un’amorevole compassione” aveva il solo effetto di mettere ancor di più in evidenza la sua profonda slealtà e ingannevolezza. Sia reso grazie a Dio per avermi guidato in modo che non cadessi preda del subdolo inganno di Satana. Alla fine lo psicologo, non riuscendo a fare progressi, e ha detto scuotendo la testa: “Non riesco a cavare nulla da lui. È testardo come un mulo, un caso senza speranza!”, e se n’è andato avvilito. Alla vista di Satana che batteva in ritirata, il mio cuore si è riempito di una gioia indescrivibile!

 

Quando quei crudeli poliziotti si sono resi conto che le tattiche strategie morbide erano fallite, subito si sono mostrati per ciò che erano e mi hanno di nuovo appeso al muro per un giorno intero. Quella notte, mentre ero appeso lì tremante per il freddo e con le mani così doloranti che mi sembrava stessero per staccarsi, nel mio delirio ho pensato che forse non ce l’avrei fatta davvero. Proprio allora diversi agenti sono entrati nella stanza e di nuovo mi sono ritrovato a chiedermi che tipo di tortura avessero in serbo per me. In preda alla debolezza ho rivolto ancora una preghiera a Dio, dicendo: “O Dio, Tu sai che sono debole e non posso davvero più resistere. Ti prego, prendi la mia vita adesso. Preferisco morire che essere un Giuda e tradirTi. Non permetterò che la subdola manovra di questi demoni abbia successo!” I poliziotti hanno impugnato i loro randelli, lunghi poco meno di un metro, e hanno iniziato a colpirmi le articolazioni di gambe e piedi. Alcuni di loro ridevano come dei matti mentre mi picchiavano, altri cercavano di tentarmi dicendo: “Ti fa proprio gola essere punito. Non hai commesso crimini gravi, non hai ucciso nessuno né appiccato incendi. Dicci semplicemente ciò che sai e ti tireremo giù”. Vedendo che continuavo a tacere, sono andati su tutte le furie e hanno gridato: “Pensi che le decine di agenti che hai davanti in questo momento siano un branco di incompetenti? Abbiamo interrogato innumerevoli detenuti di questo braccio della morte ottenendo sempre da loro una confessione, anche quando non avevano fatto nulla. Quando diciamo loro di parlare, loro lo fanno. Cosa ti fa pensare di essere diverso?” Poi alcuni di loro si sono avvicinati e hanno cominciato a stringermi e pizzicarmi le gambe e i fianchi fino a coprirmi di lividi. In alcuni punti mi hanno dato pizzicotti così forti da farmi uscire il sangue. Dopo essere rimasto appeso al muro per così tanto tempo ero estremamente debole, e questo accentuava il dolore provocato dai loro sfrenati pestaggi, al punto da farmi anelare di morire. Ero stato piegato: non ce la facevo più e alla fine sono scoppiato a piangere. Mentre le lacrime scorrevano mi si è affacciata alla mente l’ipotesi di tradire: “Forse dovrei semplicemente dir loro qualcosa, basta che sia qualcosa che non mette nei guai nessuno dei miei fratelli e sorelle. E se anche mi condanneranno o giustizieranno, che accada pure!” Vedendomi piangere quei poliziotti malvagi mi hanno detto tutti compiaciuti e fra risate fragorose: “Se avessi parlato prima, non avremmo dovuto picchiarti in questo modo”. Mi hanno tirato giù dal muro e, coricatomi a terra, mi hanno dato dell’acqua e concesso un attimo di riposo. Poi hanno preso carta e penna, che erano sempre state lì pronte, pronti a mettere a verbale la mia deposizione. Proprio quando stavo cadendo preda della tentazione di Satana ed ero sul punto di tradire Dio, di nuovo Le parole di Dio mi sono apparse chiare nella mente: “Non avrò più alcuna pietà per coloro che non Mi hanno dato uno iota di lealtà al tempo della tribolazione, poiché la Mia pietà giunge solo fino a questo punto. Inoltre, non provo alcuna simpatia per chi un tempo Mi ha tradito, e meno ancora Mi piace associarMi a coloro che hanno tradito l’interesse dei loro amici. Questa è la Mia indole, indipendentemente da quale persona si tratti. Devo dirvi questo: chiunque Mi spezzi il cuore non riceverà da Me clemenza una seconda volta, e chiunque Mi sia stato fedele rimarrà per sempre nel Mio cuore” (“Prepara sufficienti buone azioni per la tua destinazione” in “La Parola appare nella carne”). Nelle parole di Dio ho visto la Sua indole, che non tollera offesa né le conseguenze del tradimento nei Suoi confronti. Ho anche acquisito consapevolezza della mia insubordinazione. La mia fede in Dio era troppo debole e io non avevo di Lui una vera comprensione, e ancor meno ero stato davvero obbediente verso di Lui. Stando così le cose, era sicuro che Lo avrei tradito. Ho pensato a come Giuda avesse venduto Gesù per trenta miseri denari d’argento e a come, in quell’istante, io fossi pronto a tradire Dio solo per avere in cambio un momento di conforto e sollievo. Se non fosse stato per la tempestiva illuminazione delle parole di Dio, sarei diventato uno dei traditori di Dio e sarei stato condannato per l’eternità! Dopo aver compreso la volontà di Dio, sono arrivato a capire che Dio aveva predisposto tutto nel migliore dei modi. Ho pensato tra me e me: “Se Dio permette che io soffra o muoia, sono disposto ad assoggettarmi e mettere la mia vita nelle Sue mani. Non ho voce in capitolo a questo riguardo. Anche se mi restasse un solo respiro, devo tentare di soddisfare Dio e rimaner saldo nel renderGli testimonianza”. In quel momento mi è venuto in mente un inno della Chiesa: “Potrò anche rompermi la testa e versare sangue, ma la tempra del popolo di Dio non può andare perduta. Il mio cuore ha accolto l’incarico di Dio; io decido di umiliare il diavolo Satana” (“Desidero vedere il giorno della gloria di Dio” in “Seguire l’Agnello e cantare dei canti nuovi”). Mentre canticchiavo mentalmente l’inno, la mia fede ha ripreso slancio e ho deciso che, se fossi morto, sarebbe stato per Dio. Per nessuna ragione al mondo potevo cedere a quel vecchio diavolo che era il governo del PCC. Vedendo che rimanevo lì steso a terra immobile, i malvagi poliziotti si sono messi a tentarmi dicendo: “Tutta questa sofferenza vale davvero la pena? Qui ti stiamo dando l’opportunità di compiere una buona azione. Dicci tutto quello che sai. Anche se non dici nulla, abbiamo tutte le testimonianze e le prove che ci servono per condannarti”. Alla vista di come quei demoni divoratori di uomini tentavano di indurmi a tradire Dio e fare la spia sui miei fratelli e sorelle per rovinare l’opera di Dio, non sono più riuscito a trattenere la rabbia che mi ribolliva dentro e ho urlato loro in risposta: “Se già sapete tutto, allora suppongo non ci sia motivo di interrogarmi. Anche se sapessi tutto non vi direi mai nulla!” Furenti, i poliziotti hanno risposto gridando: “Se non confessi, ti tortureremo a morte! Non credere che uscirai di qui vivo! Convinciamo a parlare tutti quei condannati a morte, pensi di essere più tosto di loro?” Ho risposto: “Ora che sono vostro prigioniero, non conto di uscirne vivo!” Senza dire altro, i poliziotti sono partiti alla carica prendendomi a calci in pieno stomaco. Faceva così male che mi sentivo come se mi avessero tagliato le viscere in due. Dopodiché gli altri agenti si sono avventati su di me e mi hanno picchiato finché ho di nuovo perso i sensi… Quando sono rinvenuto, mi sono ritrovato appeso al muro come prima, ma stavolta ancora più in alto. Avevo tutto il corpo gonfio e non riuscivo a parlare ma, grazie alla protezione di Dio, non provavo il minimo dolore. Quella notte la maggior parte degli agenti se n’è andata e i quattro incaricati di sorvegliarmi si sono addormentati quasi subito. D’un tratto le mie manette per miracolo si sono aperte e sono caduto a terra con leggerezza. In quel momento si è risvegliata in me la consapevolezza e ho ripensato in un lampo a come Pietro fosse stato salvato dall’angelo del Signore durante la sua prigionia. Le catene erano cadute dalle mani di Pietro e la grata di ferro della sua cella si era aperta da sé. È stato per via della grande elevazione e grazia di Dio che ho potuto fare esperienza dei Suoi atti miracolosi proprio come Pietro. Subito mi sono inginocchiato a terra rivolgendo a Dio una preghiera di ringraziamento: “Amato Dio! Ti ringrazio per la Tua misericordia e la Tua dolce premura. Ti ringrazio per avermi vegliato senza sosta. Quando ero in fin di vita e la morte era imminente, mi hai protetto in segreto. È stato il Tuo grande potere a proteggermi e a permettermi di testimoniare ancora una volta le Tue azioni prodigiose e la Tua onnipotente sovranità. Se non lo avessi sperimentato di persona, non l’avrei mai creduto vero!” Attraverso la sofferenza ero stato ancora una volta testimone della salvezza di Dio e mi sentivo profondamente commosso e colmo di infinito calore. Avrei voluto andarmene via, ma ero così malridotto che non riuscivo a muovermi; così mi sono semplicemente addormentato lì, sul pavimento, e ho dormito finché non mi sono bruscamente svegliato all’alba. Vedendomi sdraiato a terra, i malvagi poliziotti si sono messi a litigare tra loro, cercando di appurare chi mi avesse tirato giù. I quattro agenti che erano stati incaricati di sorvegliarmi durante la notte hanno dichiarato che nessuno di loro aveva le chiavi delle mie manette. In piedi attorno alle manette, le fissavano sbigottiti: le hanno controllate uno per uno senza tuttavia trovare la minima traccia di rottura. Mi hanno chiesto come si fossero aperte e io ho risposto: “Si sono aperte da sole!” Non mi hanno creduto, ma io sapevo in cuor mio che era stato grazie al grande potere di Dio e che si trattava di uno dei Suoi atti miracolosi.

 

In seguito, vedendomi così debole da che sarei potuto morire da un momento all’altro, i malvagi poliziotti non hanno più osato appendermi, e così sono passati a una diversa forma di tortura. Mi hanno trascinato in una stanza e mi hanno fatto sedere su una sedia elettrica. Una morsa di metallo mi teneva giù testa e collo, e braccia e gambe erano legate in modo che non potessi muovere neppure un muscolo. Ho rivolto a Dio una preghiera silenziosa: “O Dio! Tutto ricade sotto il Tuo controllo. Sono già sopravvissuto a molte prove che hanno messo a repentaglio la mia vita e ora la affido ancora una volta a Te. Ho la volontà di collaborare con Te per restare saldo nella mia testimonianza e umiliare Satana”. Conclusa la preghiera mi sono sentito calmo, composto e senza traccia di paura. A quel punto uno degli agenti ha acceso l’interruttore della corrente, e tutti i suoi sottoposti hanno assistito col fiato sospeso per vedere come avrei reagito alla scossa. Quando hanno visto che non reagivo in alcun modo sono andati a controllare il contatore. Vedendo che continuavo a non reagire, non hanno potuto trattenersi dal guardarsi l’un l’altro sbigottiti senza credere ai loro occhi. Alla fine uno dei sottoposti ha detto: “Forse la sedia elettrica ha un contatto difettoso”, si è avvicinato ed è bastato che mi toccasse con la mano per lanciare un grido: la scarica elettrica lo ha fatto balzare indietro di un metro ed è caduto a terra, urlando di dolore. Alla sua vista gli altri tirapiedi, una decina, si sono precipitati fuori dalla stanza mezzi morti di paura. Uno di loro era talmente spaventato che è scivolato, cadendo a terra. C’è voluto molto tempo prima che due dei sottoposti venissero a slegarmi, tremando per il terrore di prendere la scossa anche loro. Per tutti i trenta minuti in cui sono rimasto legato alla sedia elettrica non ho mai sentito neanche l’ombra di una scossa. Era come essere seduto su una normalissima sedia. Ancora una volta ero stato testimone del grande potere di Dio e avevo percepito fin nel profondo la Sua amorevolezza e gentilezza. Anche se avessi perso tutto ciò che avevo, compresa la mia stessa vita, fintanto che Dio era al mio fianco avevo tutto ciò che mi serviva.

 

Dopodiché, i poliziotti malvagi mi hanno riportato al centro di detenzione. Ero ricoperto dalla testa ai piedi di tagli, lividi e ferite; braccia e gambe erano terribilmente gonfie; ero profondamente debilitato e non riuscivo ad alzarmi, a sedermi e neppure a mangiare. Mi trovavo davvero sul punto di crollare. Quando in cella gli altri detenuti del braccio della morte sono venuti a sapere che non avevo fatto la spia su nessuno, hanno cominciato a vedermi in una nuova luce e mi hanno detto in tono di approvazione: “Sei tu il vero eroe, noi siamo dei falsi eroi!” Si sono persino messi a litigare su chi dovesse darmi cibo e vestiti… Vedendo il modo in cui Dio aveva operato in me, i malvagi poliziotti non si sono più azzardati a torturarmi e mi hanno persino tolto manette e catene. Da quel momento nessuno ha più osato interrogarmi. Ciò nonostante, la polizia non si era ancora arresa e così, per potermi estorcere le informazioni riguardanti la Chiesa, hanno provato ad aizzarmi contro gli altri detenuti per farmi cedere. Hanno cercato di istigarli dicendo: “Coloro che credono in Dio Onnipotente dovrebbero essere picchiati!” ma, con loro sorpresa, uno dei detenuti, un assassino, ha risposto: “Non farò mai come dite. Non solo non lo picchierò, ma nessuno in questa cella lo farà! Ci troviamo tutti qui dentro perché qualcun altro ci ha venduti. Se tutti fossero leali come quest’uomo, nessuno di noi sarebbe stato condannato a morte”. Un altro ha detto: “Tutti noi siamo stati arrestati per aver compiuto delle azioni davvero brutte e per questo meritiamo di soffrire. Mentre quest’uomo è un credente in Dio e non ha commesso alcun crimine, eppure voi l’avete torturato al punto da renderlo a malapena riconoscibile!” Uno per uno, tutti i detenuti hanno preso parola contro le ingiustizie che avevo subito. Alla vista di quanto accadeva, i poliziotti temendo che la situazione sfuggisse loro di mano non hanno aggiunto altro, e se ne sono andati via demoralizzati. In quel momento mi è venuto in mente un passo della Bibbia, che recita: “Il cuore del re, nella mano di Jahvè, è come un corso d’acqua; Egli lo volge dovunque gli piace” (Proverbi 21:1). Vedendo con i miei occhi come Dio aveva spinto gli altri detenuti a venire in mio soccorso, mi sono profondamente persuaso che tutto ciò era stato opera di Dio e la mia fede in Lui si è rafforzata ancora di più!

 

Quando una strategia non funzionava, quei poliziotti malvagi ne escogitavano un’altra. Stavolta mi hanno fatto assegnare dal direttore del centro di detenzione il lavoro più faticoso: dovevo fabbricare due interi rotoli di finta cartamoneta al giorno. La finta cartamoneta fa parte di una tradizione cinese che vuole che si bruci denaro in offerta agli antenati defunti. Per confezionare un rotolo di finta cartamoneta si sovrappongono 1.600 fogli di alluminio e 1.600 di carta infiammabile. Il mio carico di lavoro era il doppio di quello degli altri detenuti e in quel momento avevo un dolore talmente insopportabile alle braccia e alle gambe che riuscivo a malapena sollevare oggetti o reggerli in mano. Perciò, anche lavorando tutta la notte, non c’era modo che portassi a termine l’incarico. I poliziotti usavano il mancato completamento del lavoro come pretesto per infliggermi punizioni corporali di ogni sorta. Mi obbligavano a fare docce fredde quando la temperatura era di -20°C; mi facevano lavorare fino a tarda notte oppure rimanere di guardia, con il risultato che non riuscivo mai a dormire per più di tre ore a notte. Se non riuscivo a portare a termine il lavoro per più giorni di fila, radunavano tutti i detenuti della mia cella, ci portavano fuori, ci circondavano con le pistole spianate e ci facevano accovacciare al suolo con le mani dietro la testa. Se qualcuno non riusciva a restare in quella posizione, gli somministravano una scarica elettrica con un manganello elettrico. Quei crudeli poliziotti hanno usato ogni metodo a loro disposizione per portare gli altri detenuti a odiarmi e maltrattarmi. In quella situazione non mi è rimasto che presentarmi al cospetto di Dio in preghiera: “Amato Dio, so che questi malvagi agenti stanno istigando gli altri detenuti per indurli a odiarmi e torturarmi perché io Ti tradisca. È una guerra spirituale! O Dio! Comunque mi trattino gli altri detenuti, sono disposto a sottomettermi alle Tue orchestrazioni e disposizioni e Ti prego di concedermi la determinazione per sopportare questa sofferenza. Voglio restare saldo nel testimoniarTi!” Dopodiché sono stato ancora una volta testimone delle azioni di Dio. Non solo i detenuti del braccio della morte non mi hanno odiato, ma hanno persino indetto uno sciopero in mia difesa e richiesto agli agenti di dimezzare il mio carico di lavoro. Alla fine la polizia non ha avuto altra scelta che cedere alle loro richieste.

 

Benché costretti a dimezzarmi il carico di lavoro, i poliziotti avevano ancora qualche asso nella manica. Dopo qualche giorno è arrivato in cella un nuovo “detenuto”. Era molto gentile con me: mi comprava qualsiasi cosa mi servisse, mi procurava il cibo, mi ha chiesto della mia salute e anche perché fossi stato arrestato. All’inizio non ci ho badato e gli ho detto che ero un credente in Dio e che ero stato arrestato per aver stampato materiale religioso. Lui ha continuato a far domande su aspetti specifici della mia attività di tipografo e io, accortomi che le sue domande si facevano sempre più insistenti, mi sono sentito a disagio e ho rivolto a Dio una preghiera: “Amato Dio, tutte le persone, le cose e le situazioni che ci circondano sono permesse da Te. Se quest’uomo è un informatore per conto della polizia, Ti prego di rivelarmi la sua vera identità”. Finito di pregare, sono rimasto in silenzio davanti a Dio e mi è venuto in mente un passo delle Sue parole: “Restare calmi nella Mia presenza, e vivere secondo la Mia parola è la chiave per rimanere guardinghi ed esercitare discernimento nello spirito. Quando Satana arriverà, si sarà in grado di difendersi nonché se ne percepirà la venuta; ci si sentirà a disagio nel proprio spirito” (Capitolo 19 di “Discorsi di Cristo al principio” in “La Parola appare nella carne”). Ho riflettuto più e più volte sulle domande che il presunto “nuovo detenuto” mi aveva posto e mi sono reso conto che riguardavano esattamente ciò che la polizia voleva sapere da me. In quel momento è stato come svegliarmi da un sogno: non era che l’ennesimo tranello dei malvagi poliziotti, e quell’uomo era un informatore. Il “detenuto”, vedendo che di colpo ero ammutolito, mi ha chiesto se mi sentissi male. Ho risposto che stavo bene e poi, con severità e parlando con cognizione di causa, gli ho detto: “Lascia che ti risparmi la fatica dicendoti che stai sprecando il tuo tempo. Anche se sapessi tutto, non te lo direi!” Il mio modo di fare ha attirato gli elogi di tutti gli altri detenuti, che hanno detto: “Abbiamo da imparare da voi credenti. Voi sì che avete nerbo!” L’informatore non ha saputo cosa rispondere, e due giorni dopo è sparito.

 

Sono sopravvissuto un anno e otto mesi in quel centro di detenzione. Anche se quei poliziotti criminali hanno cercato in ogni modo di rendermi la vita difficile, Dio ha spinto i detenuti del braccio della morte a prendersi cura di me. In seguito il capo dei prigionieri è stato trasferito e i detenuti mi hanno eletto come nuovo capo. Ogni volta che uno di loro aveva un problema facevo del mio meglio per aiutarlo. Ho detto loro: “Io sono uno dei devoti a Dio. Dio ci richiede di vivere umanamente. Anche se siamo in carcere, finché siamo in vita dobbiamo vivere con una parvenza di umanità”. Dopo questa mia dichiarazione, i detenuti del braccio della morte hanno cessato le loro prepotenze ai danni dei nuovi arrivati. Se in passato sentir nominare la “cella numero 7” incuteva timore nel cuore dei detenuti, sotto la mia gestione quella cella è diventata un ambiente civile. Tutti i detenuti hanno detto: “I membri della Chiesa di Dio Onnipotente sono brava gente. Se mai usciremo di qui, di sicuro riporremo la nostra fede in Dio Onnipotente!” La mia esperienza al centro di detenzione mi ha rammentato la storia di Giuseppe. Durante il suo periodo di prigionia in Egitto, Dio fu al suo fianco, Dio gli concesse la grazia e tutto per Giuseppe si risolse nel migliore dei modi. Nel tempo trascorso lì dentro, io non avevo fatto altro che agire secondo le richieste di Dio e sottomettermi alle Sue orchestrazioni e disposizioni, e di conseguenza Dio è stato al mio fianco permettendomi di volta in volta di scongiurare la rovina. Ho reso grazie a Dio dal profondo del cuore per la grazia che mi aveva concesso!

 

Successivamente, senza uno straccio di prova, il governo del PCC ha imbastito delle false accuse e mi ha condannato a una pena detentiva di tre anni: soltanto nel 2009 sono stato finalmente rilasciato. Dopo che sono uscito di prigione, la polizia locale mi ha tenuto sotto stretta sorveglianza e mi ha ordinato di rimanere a sua completa disposizione. Ogni mio spostamento era sottoposto al controllo del governo del PCC e non avevo alcuna libertà personale. Sono stato costretto a fuggire dalla mia città natale andando a svolgere i miei doveri altrove. Per di più, dato che ero uno dei credenti in Dio, il governo del PCC si è rifiutato di iscrivere all’anagrafe la mia famiglia (a oggi, gli atti di iscrizione all’anagrafe dei miei due figli non sono ancora stati trascritti). Ciò mi ha reso ancora più chiaro che la vita sotto il controllo del governo del PCC è un inferno in terra. Mai e poi mai dimenticherò le crudeli torture inflittemi dal governo del PCC. Lo odio con tutto me stesso e preferirei morire che essere asservito in sua schiavitù. Lo rinnego totalmente!

 

Questa esperienza ha aumentato di molto la mia comprensione di Dio. Sono stato testimone della Sua onnipotenza e saggezza e dell’essenza della Sua bontà. Ho anche constatato che per quanto perseguiti i prescelti di Dio, il diabolico governo del PCC rimane soltanto un complemento, null’altro che un oggetto al servizio e a complemento dell’opera di Dio. Il governo del PCC è e resterà sempre l’avversario sconfitto di Dio. Così tante volte la protezione miracolosa di Dio mi ha salvato in momenti di disperazione, permettendomi di liberarmi dalla presa degli artigli di Satana e riguadagnare la vita quando ero in punto di morte; così tante volte le parole di Dio mi hanno rincuorato e ravvivato, e sono diventate il mio supporto e sostegno quando ero al massimo della debolezza e della disperazione, consentendomi di trascendere la carne e sottrarmi alle grinfie della morte; e così tante volte, quando mi trovavo al mio ultimo respiro, la forza vitale di Dio mi ha sostenuto e mi ha dato la forza di continuare a vivere. È proprio come dicono le parole di Dio: “La forza vitale di Dio può prevalere su ogni potenza; inoltre, è superiore a ogni potenza. La Sua vita è eterna, la Sua potenza è straordinaria, la Sua forza vitale non viene facilmente sopraffatta da alcun essere creato né da alcuna forza nemica. La forza vitale di Dio esiste e irradia il suo splendore luminoso, indipendentemente dal tempo e dal luogo. Cielo e terra possono subire grandi cambiamenti, ma la vita di Dio rimane per sempre la stessa. Tutte le cose passano, ma la vita di Dio rimane per sempre, poiché Egli è la fonte e la radice dell’esistenza di tutte le cose” (“Solo il Cristo degli ultimi giorni può offrire all’uomo la via della vita eterna” in “La Parola appare nella carne”). Sia resa ogni gloria all’onnipotente e vero Dio!

  

Fonte: La Chiesa di Dio Onnipoten

Incredibile come il dolore dell'anima non venga capito. Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare presto-barellieri-il-plasma, se ti rompi una gamba te la ingessano, se hai la gola infiammata ti danno le medicine. Se hai il cuore pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, invece, non se ne accorgono neanche. Eppure il dolore dell'anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle procurate da una pallottola o da una scheggia. Sono ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare.

 

(Oriana Fallaci)

Letizia

 

Lei faceva diversi lavori, ma quello più importante era di seguire, piangendo, i funerali. Raramente c’era un morto che non venisse accompagnato da Letizia e dalla sua schiera di donne addestrate al riguardo. Normalmente erano vecchie zitelle senza speranze, beghine o anche vedove, che avevano il compito di piangere ai funerali e, così facendo, passavano la loro modesta vita. Si riconoscevano dai loro fazzoletti neri sulle spalle e più ancora dai loro occhi gonfi dal tanto piangere.

Anche se Letizia significa “gioia”, non ha mai riso, durante tutta la sua vita, ma sempre solo pianto. Più piangeva e più contenta era perché guadagnava di più! Quando le domandavano come andavano gli affari, lei regolarmente rispondeva:

- Grazie a Dio, ho molto da piangere…

Durante il colera del 1911 Letizia dovette affrontare un duro scontro con le autorità che per questioni igieniche vollero vietare l’accompagnamento del morto. Letizia si ribellò a questa strana richiesta e tutto il paese era dalla sua parte. Già era un fatto doloroso morire di colera, ma ci si meritava almeno di essere compianti dal coro delle donne… Finalmente si giunse ad un accordo: Letizia e le vergini ottennero il permesso di accompagnare i morti, ma solo a una distanza di 50 metri.

Io la vidi per la penultima volta in un momento terribile, e cioè dopo il terremoto che aveva completamente distrutto il mio paese e tutti i paesi nei dintorni. Letizia stette pallida e come impazzita di disperazione in mezzo alle rovine.

- Guarda, guarda un po’ – mi disse e indicò le macerie – migliaia di morti ci stanno là sotto. Migliaia di morti e neanche un funerale!…

Negli ultimi anni credevo che fosse morta. Invece era la prima persona che incontrai quando ritornai al mio paese. Abbiamo scambiato alcune parole e ricordi. Naturalmente abbiamo anche parlato della crisi. Ma per Letizia la vera crisi era la crisi del pianto.

- Letizia, non ti sbagli? – le chiesi – non credi che le lacrime degli uomini che hanno amato il morto durante la sua vita, siano più efficaci del tuo pianto? Non credi che i singhiozzi della madre, della vedova o degli orfani siano più commoventi?...

- Non c’è pianto disinteressato – rispose Letizia con la sua logica inesorabile.

- Colui che piange ha sempre una ragione. Senza ragione solo i matti piangono o ridono. Per quanto ora concerne i familiari e gli eredi, puoi credere che il nostro pianto è più altruistico. È difficile che ci sia qualcosa di altrettanto interessato quanto il pianto dei parenti. Spesso il parente che singhiozza è la causa della morte, spesso impaziente aspetta il Falciatore per tradire il morto. Come fa Dio, che sa tutto, a credere a questo pianto? Era molto più nobile e più disinteressato il nostro pianto perché non avevamo un gran che da fare con il morto. Per Dio noi eravamo l’opinione pubblica…

- Letizia, non esagerare, hai pianto dietro a tutti i morti; come puoi pretendere che Dio prenda sul serio il tuo pianto? Dio ha ben capito il tuo fare…

Letizia mi guardò con commiserazione:

- Tu parli così perché non conosci Dio – rispose.

- In fondo Dio è un uomo buono. Non ha nessuna ragione per odiarci. Quando Dio ha un pretesto per fare del bene lo fa, non gli costa niente! Quando può chiudere un occhio, lo fa. Capito?

La logica di Letizia mi batté su tutti i fronti, non c’era senso di continuare a parlare.

Letizia mi chiese ancora:

- Là in Svizzera, dove ora vivi, come piangono le donne là?...

- Dipende. In alcune zone sono fiere e non vogliono far vedere le loro lacrime. Le mandano giù e di conseguenza devono singhiozzare…

Allora Letizia mi ha guardato una seconda volta con commiserazione:

- Ascolta – mi ha detto, dopo aver riflettuto un po’ – sono molto povera e non ti posso offrire niente. Ma promettimi una cosa: vieni a morire nel tuo paese. Sarebbe così bello piangere dietro alla tua salma…

Era la cosa più affettuosa che potesse dire.

 

Estratto da: Letizia, in Viaggio a Parigi (novelle inedite) di Ignazio Silone; Centro Studi Siloniani, Pescina 1993.

 

youtu.be/od78qemz-3Q

 

Con un pensiero che volava

 

Libero nell'aria

 

Guidando i mercenari

 

In via del tutto straordinaria

 

Presero l'Europa,

 

presero New York

 

Ed era già di moda

 

Una musica nei metrò

   

Con un pretesto inutile

 

Lo vennero a cercare

 

Lui che sapeva sempre

 

Cosa dire, cosa fare

 

Si vide circondato

 

Da chi gli fù fedele

 

Credendo di sognare

 

Disse: bene!

   

Sapete che la guerra

 

E' una vecchia commedia

 

Una farsa completa

 

La caccia a un nemico

 

Che alla fine tu non sai

 

Riconoscere

   

Gli occhi si parlano

 

E poi non sanno fingere

 

E anche voi maschere

 

Senza più nascondere

 

La colpa, mi dirai

 

E' un po' di tutti, ma

 

Solo qualcuno pagherà

 

E chi ha sbagliato ancora non si sa

   

Ma il caso volle che

 

Nessuno vinse la partita

 

Dopo la guerra non restò che

 

Fumo tra le dita

 

E un treno sta arrivando

 

Da dietro la collina

 

E tutto sembra quasi

 

Come prima

  

Così la gente del paese

 

Dice che è normale

 

Che non restava neanche

 

Molto tempo tempo per pensare

 

Qualcuno disse è falso

 

Qualcuno disse è vero

 

E il caso restò avvolto

 

Dal mistero

   

Ma la fine del racconto

 

Non ha una morale

 

Niente di speciale

 

O da farti sembrare

 

Tutta questa crudeltà

 

Un'abitudine

   

Possono rubare amore come se

 

Fosse loro quello

 

Che incontrano lungo il cammino

 

Dicono che vengono a proteggere

 

Ma la pace che tutti aspettavano

 

Ancora non c'è

   

Ma scendono lacrime

 

Contano le vittime

 

Mentre qui parlano

 

Facce bianche dai microfoni

 

Ma senza aver' pietà

 

La gente aspetterà

 

Che un'altra estate arriverà

 

E già si pensa al caldo che farà

   

Ma lassù vedo già

 

Una luce splendere

 

E dall'ovest fino all'est

 

Forse un giorno arriverà da te

 

Come per magia ancora l'allegria

 

Nei nostri cuori tornerà

 

E un nuovo giorno sta nascendo già

 

Nel segno di quel mondo che verrà.

 

Not the pretest horse in the heard. Just something about it that I like.The snow has returned to Caribou Mtn & so have I.

   

Alle elementari ho espresso il miglior rendimento della mia intera carriera scolastica.

Ricordo la maestra dei primi anni, una ex suora di nome Teresa Alboni. Donna assai materna e imponente, sobria e vestita di scuro che mi era molto affezionata essendo io, all'epoca, un ragazzino esile e fin troppo ben educato in condotta. Mai avrei ammazzato una mosca, non tanto in virtu' di idee pacifiste ma per semplice mancanza di forza d'urto!

Conservo tuttora in un cassetto i quaderni Fabriano sui quali scrivevo e disegnavo ed è curioso e commovente rileggerli.. Il voto su ogni paginetta era quasi sempre accompagnato dalla lode scritta con calligrafia elegante e ascendente, direbbero i calligrafi..

Dato che quei disegni semplici d'infanzia non erano, ovviamente, capolavori come tutto cio' che riempiva quegli spazi cartacei vuoti e ansiogeni, oggi posso supporre che la ex suora mi trattasse con un occhio di riguardo..

Ogni tanto poteva capitare che non fossi totalmente allineato con la retorica scolastica e, magari, in un componimento di poche righe sulle stagioni, potevo scrivere frasi del tipo "in autunno cadono le foglie, ma qualcuna resta sempre sull'albero"..

In presenza di un simile sussulto infantile di polemica provocatoria e destabilizzante era certo che la maestra mi avrebbe punito, simbolicamente, abbassando il punteggio di poco e togliendomi la lode .. Il bimbo deve avere cognizioni schematiche e deve sapere che d'autunno tutte le foglie cadono dall'albero, nessuna esclusa !

Sulle stagioni non si discuteva, come anche sulla bandiera italica, sulla religione, sulla morale, sull'etica della guerra santa di affrancamento dall'Austria-Ungheria, sul Risorgimento dei buoni contro i cattivi etc..

 

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Ho preso a pretesto questo appunto scolastico, per un cenno al concetto di perdita di senso della cultura umanistica oggigiorno.. E' una riflessione ispirata da un lungo e bell' articolo sul quotidiano "la Repubblica" di ieri sul quale si denuncia, senza troppo rammarico, la disaffezione degli scolari moderni nei confronti di qualsiasi insegnamento propinato in materia di storia, fiilosofia antica, arte antica, letteratura antica ..

 

E' vero che il giornalista tratta con tristezza del fenomeno ed esprime una malinconica nostalgia per il passato prossimo della cutura italica in via di archiviazione repentina.. ma credo che quell'articolo sia anche troppo fatalista verso la perdita dei valori intrinsecamente collegati alla "dimenticanza" della cultura classica e umanistica, quella dei grandi pensatori e intellettuali che hanno forgiato il modo di pensare di tante generazioni..

Se obiettivo della formazione scolastica dev'essere la creazione, spesso in esclusiva, date le carenze delle famiglie, della mentalità del futuro cittadino o intellettuale.. ecco che quell'ondata di nozionismo tecnologico a senso unico che va tanto di moda oggi puo' danneggiare fortemente la società del futuro. Perche' contribuisce molto a minare il senso critico dei giovani, incanalandoli verso il pensiero unico di un progresso "disumano"..

 

Insomma la scuola non deve forgiare solo bravi tecnici ossequienti al potere, utili ingranaggi del "sistema economico". La scuola puo' e deve fare molto di piu' ..

Per questo motivo io credo che anche le accademie e gli atenei debbano essere poco dipendenti dai finanziamenti privati. Gli sponsor privati tirano l'acqua al loro mulino, non si preoccupano della formazione del cittadino di domani e anche della ricerca scientifica pura svincolata da impieghi diretti, la sola che porta avanti il progresso.

 

Non credo che i giovani siano colpevoli di indirizzare la cultura scolastica verso le discipline tecnologiche, rendendo insegnanti e programmi tradizionali obsoleti e inutili. Credo piuttosto che sia tipica degli insegnanti la possibilità di creare interesse verso le discipline umanistiche, con creatività e nuove idee, nuovi stimoli da studiare ed estrinsecare.. E' il carisma dell'insegnante ad affascinare l'allievo su qualsiasi argomento.. E' il carisma dell'insegnante a gettare luce sulle antiche anfore romane oppure sul muro dei castelli medievali, oggetti altrimenti privi di interesse, giacenti immobili nel buio dell'oblio..

Erlkönig.

Wie eine geheime Designstudie stand mein Wagen heute vor meiner Tür.

 

Like a confidential design study my car stood infront of my door this morning .

Mar 12 2008

Sleeping On The Job

Ali (my teammate) and I were trying to study in the library during some downtime today and she had a great idea for my 365. Sleeping on my book!

 

Completely coincidentally THE SAME THING I WAS DOING EXACTLY ONE YEAR AGO!

 

How have I not failed yet?

365 Days

pretesti creativi

tutto e ok

Letizia

 

Lei faceva diversi lavori, ma quello più importante era di seguire, piangendo, i funerali. Raramente c’era un morto che non venisse accompagnato da Letizia e dalla sua schiera di donne addestrate al riguardo. Normalmente erano vecchie zitelle senza speranze, beghine o anche vedove, che avevano il compito di piangere ai funerali e, così facendo, passavano la loro modesta vita. Si riconoscevano dai loro fazzoletti neri sulle spalle e più ancora dai loro occhi gonfi dal tanto piangere.

Anche se Letizia significa “gioia”, non ha mai riso, durante tutta la sua vita, ma sempre solo pianto. Più piangeva e più contenta era perché guadagnava di più! Quando le domandavano come andavano gli affari, lei regolarmente rispondeva:

- Grazie a Dio, ho molto da piangere…

Durante il colera del 1911 Letizia dovette affrontare un duro scontro con le autorità che per questioni igieniche vollero vietare l’accompagnamento del morto. Letizia si ribellò a questa strana richiesta e tutto il paese era dalla sua parte. Già era un fatto doloroso morire di colera, ma ci si meritava almeno di essere compianti dal coro delle donne… Finalmente si giunse ad un accordo: Letizia e le vergini ottennero il permesso di accompagnare i morti, ma solo a una distanza di 50 metri.

Io la vidi per la penultima volta in un momento terribile, e cioè dopo il terremoto che aveva completamente distrutto il mio paese e tutti i paesi nei dintorni. Letizia stette pallida e come impazzita di disperazione in mezzo alle rovine.

- Guarda, guarda un po’ – mi disse e indicò le macerie – migliaia di morti ci stanno là sotto. Migliaia di morti e neanche un funerale!…

Negli ultimi anni credevo che fosse morta. Invece era la prima persona che incontrai quando ritornai al mio paese. Abbiamo scambiato alcune parole e ricordi. Naturalmente abbiamo anche parlato della crisi. Ma per Letizia la vera crisi era la crisi del pianto.

- Letizia, non ti sbagli? – le chiesi – non credi che le lacrime degli uomini che hanno amato il morto durante la sua vita, siano più efficaci del tuo pianto? Non credi che i singhiozzi della madre, della vedova o degli orfani siano più commoventi?...

- Non c’è pianto disinteressato – rispose Letizia con la sua logica inesorabile.

- Colui che piange ha sempre una ragione. Senza ragione solo i matti piangono o ridono. Per quanto ora concerne i familiari e gli eredi, puoi credere che il nostro pianto è più altruistico. È difficile che ci sia qualcosa di altrettanto interessato quanto il pianto dei parenti. Spesso il parente che singhiozza è la causa della morte, spesso impaziente aspetta il Falciatore per tradire il morto. Come fa Dio, che sa tutto, a credere a questo pianto? Era molto più nobile e più disinteressato il nostro pianto perché non avevamo un gran che da fare con il morto. Per Dio noi eravamo l’opinione pubblica…

- Letizia, non esagerare, hai pianto dietro a tutti i morti; come puoi pretendere che Dio prenda sul serio il tuo pianto? Dio ha ben capito il tuo fare…

Letizia mi guardò con commiserazione:

- Tu parli così perché non conosci Dio – rispose.

- In fondo Dio è un uomo buono. Non ha nessuna ragione per odiarci. Quando Dio ha un pretesto per fare del bene lo fa, non gli costa niente! Quando può chiudere un occhio, lo fa. Capito?

La logica di Letizia mi batté su tutti i fronti, non c’era senso di continuare a parlare.

Letizia mi chiese ancora:

- Là in Svizzera, dove ora vivi, come piangono le donne là?...

- Dipende. In alcune zone sono fiere e non vogliono far vedere le loro lacrime. Le mandano giù e di conseguenza devono singhiozzare…

Allora Letizia mi ha guardato una seconda volta con commiserazione:

- Ascolta – mi ha detto, dopo aver riflettuto un po’ – sono molto povera e non ti posso offrire niente. Ma promettimi una cosa: vieni a morire nel tuo paese. Sarebbe così bello piangere dietro alla tua salma…

Era la cosa più affettuosa che potesse dire.

 

Estratto da: Letizia, in Viaggio a Parigi (novelle inedite) di Ignazio Silone; Centro Studi Siloniani, Pescina 1993.

 

Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!

Ernesto Che Guevara

Gneo Marcio Coriolano

Gneo Marcio Coriolano, in latino Gnaeus Marcius Coriolanus (527 a.C.? – ...), generalmente conosciuto come Coriolano, membro dell'antica Gens Marcia, fu uomo politico e valoroso generale al tempo delle guerre contro i Volsci.

Biografia

Il giovane Gneo Marcio, non ancora Coriolano, partecipò come semplice soldato alla decisiva battaglia del lago Regillo, distinguendosi per il proprio valore, tanto da meritare la Corona civica per aver salvato da solo in battaglia un altro cittadino romano.

 

Secondo Tito Livio e Plutarco a Gneo Marcio fu attribuito il cognome a seguito della vittoria di Roma contro i Volsci di Corioli, ottenuta anche grazie al valore del giovane patrizio; secondo altri storici il cognome indica che la sua famiglia fosse originaria della città stessa

 

(LA)

«Q. Marcius, dux Romanus, qui Coriolos ceperat, Volscorum civitatem, ad ipsos Volscos contendit iratus et auxilia contra Romanos accepit. Romanos saepe vicit, usque ad quintum miliarium urbis accessit, oppugnaturus etiam patriam suam, legatis qui pacem petebant, repudiatis, nisi ad eum mater Veturia et uxor Volumnia ex urbe venissent, quarum fletu et deprecatione superatus removit exercitum. Atque hic secundus post Tarquinium fuit, qui dux contra patriam suam esset.»

 

(IT)

«Q. Marcio, comandante romano, che aveva conquistato Corioli, città dei Volsci, accecato dall'ira si recò presso i Volsci e ottenne aiuti contro i Romani. Sconfisse spesso i Romani, arrivando fino a cinque miglia da Roma, pronto a combattere anche contro la sua patria, respinti i legati inviati per chiedere la pace, vinto solamente dal pianto e dalle suppliche della madre Veturia e della moglie Volumnia, andate a lui da Roma, ritirò l'esercito. E questo fu il secondo capo, dopo Tarquinio, ad essersi opposto alla propria patria.»

 

L'Eroe della presa di Corioli

Nel 493 a.C., consoli Postumio Cominio Aurunco e Spurio Cassio Vecellino, a Roma, per quella che sarebbe stata ricordata come la prima secessione, la plebe si era ritirata sul Monte Sacro.

 

La situazione era poi resa oltremodo complicata dalla necessità di definire un nuovo trattato (Foedus) con i Latini, compito che fu affidato al console Spurio Cassio, trattato che da lui prese di nome (Foedus Cassianum), e dai preparativi bellici intrapresi dai Volsci, contro cui si decise di intraprendere l'ennesima azione militare, affidandola al console Postumio Cominio.

 

Postumio Cominio iniziò la campagna militare guidando l'esercito romano contro i Volsci di Antium, città che venne espugnata. Successivamente l'esercito romano marciò contro le città volsche di Longula, Polusca e Corioli, tutte e tre conquistate dai Romani, quest'ultima con l'apporto decisivo di Gneo Marcio, tanto che Tito Livio annota:

 

«....L'impresa di Marcio eclissò la gloria del console al punto che, se il trattato coi Latini, concluso dal solo Spurio Cassio in assenza del collega, non fosse rimasto inciso a perenne memoria su una colonna di bronzo, nessuno si ricorderebbe che Postumio Cominio combatté contro i Volsci»

 

Dai contrasti tra patrizi e plebei all'esilio

Intanto a Roma la prima secessio plebis e la conseguente mancata coltura dei campi aveva provocato un rincaro del grano e la necessità della sua importazione. Sotto il consolato di Marco Minucio Augurino e Aulo Sempronio Atratino, nel 491 a.C., Coriolano si oppose fortemente alla riduzione del prezzo del grano alla plebe, che lo prese in forte odio.

 

In effetti la contesa non riguardava tanto il prezzo del grano, ma il conflitto tra plebei e patrizi, con questi ultimi che ancora non si erano rassegnati all'istituzione dei tribuni della plebe, e cercavano in tutti i modi di contrastarne l'azione. In un contesto di feroci attacchi politici, Coriolano rappresentava l'ala più oltranzista dei patrizi, che propugnava il ritorno alla situazione antecedente alla concessione del tribunato ai plebei, e per questo motivo era attaccato violentemente da questi. Durante una di queste infuocate assemblee mancò poco che Coriolano fosse mandato a morte, gettato dalla rupe Tarpea.

 

«...A questo punto Sicinnio, il più impudente dei tribuni, dopo una breve consultazione con i colleghi, proclamò davanti a tutti che Marcio era stato condannato a morte dai tribuni della plebe, e ordinò agli edili di portarlo immediatamente sulla rocca Tarpea e di gettarlo giù nella voragine.»

 

Alla fine fu citato in giudizio dai tribuni della plebe, e a questo punto le versioni di Livio e Plutarco divergono. Secondo Livio, Gneo Marcio rifiutò di andare in giudizio, scegliendo l'esilio volontario presso i Volsci, e per questo motivo fu condannato in contumacia all'esilio a vita. Invece per Plutarco Gneo Marcio fu sottoposto al giudizio del popolo con l'accusa di essersi opposto al ribasso dei prezzi del grano, e per aver distribuito il tesoro di Anzio tra i commilitoni, invece di consegnarlo all'Erario. Anche per Plutarco, la condanna fu quella dell'esilio a vita.

 

La guerra contro Roma

Gneo Marcio scelse di recarsi in esilio nella città di Anzio, ospite di Attio Tullio, eminente personalità tra i Volsci. I due, animati da forti sentimenti di rivincita nei confronti di Roma, iniziarono a tramare affinché tra i Volsci, più volte battuti in scontri campali dall'esercito romano, si sviluppassero nuovamente motivi di risentimento contro i Romani, tali da far nascere in questi il desiderio di entrare in guerra contro il potente vicino.

 

«... Marcio e Tullo discutevano di nascosto in Anzio con i più potenti e li spingevano a scatenare la guerra mentre i Romani si combattevano tra loro. Ma mentre i Volsci erano trattenuti dal pudore perché le due parti avevano concordato una tregua e un armistizio di due anni, e furono i Romani a fornire loro stessi il pretesto, annunziando durante certi spettacoli e giochi, sulla base di qualche sospetto o falsa accusa, che i Volsci dovevano lasciare la città prima del tramonto. ...»

 

Alla fine i Volsci decisero per una nuova guerra contro Roma, ed affidarono a Coriolano e ad Attio Tullio il comando dell'esercito. Quindi i due comandanti si risolsero a dividersi le forze, rivolgendosi Attio ai territori dei Latini, per impedire che portassero soccorso a Roma, e Coriolano a saccheggiare la campagna romana, evitando però di attaccare le proprietà dei Patrizi, così da fomentare la discordia tra Plebei e Patrizi. L'espediente ebbe successo, tanto da permettere ai due eserciti Volsci, di tornare nel proprio territorio, carichi di bottino e senza aver subito alcun attacco dai Romani.

 

Successivamente, mentre Attio proteggeva con il proprio esercito la città, Coriolano volse il proprio esercito contro la colonia romana di Circei che fu presa, mentre Roma non reagiva per il montare della discordia tra i due ordini.

 

Alla fine a Roma si decise di arruolare un esercito, e si permise agli alleati Latini di prepararne uno per proprio conto, in quanto Roma non era in grado di difenderli dalle incursioni dei Volsci. Ai Volsci, che si preparavano alla guerra, si aggiunse poi la rivolta degli Equi. Coriolano, al comando del proprio esercito quindi prese Tolerium, Bola, Labicum, Corbione, Bovillae e pose l'assedio a Lavinium, senza che i Romani portassero aiuto a queste città.

 

Quindi Coriolano si accampò a sole cinque miglia dalle mura della città in località Cluvilie, dove fu raggiunto da un'ambasceria composta da cinque ambasciatori. Per tutti parlò Marco Minucio Augurino, senza però riuscire a far desistere Coriolano dal proprio intento; anzi i Volsci, sempre guidati dal condottiero romano, presero Longula, Satricum, Polusca, le città degli Albieti, Mugillae e vennero a patti con i Coriolan.

 

Leggermente diversa la versione di Tito Livio:

 

«Quindi conquistò Satrico, Longula, Polusca, Corioli, Mugilla, tutte città recentemente sottomesse dai Romani. Poi riprese Lavinio e di lì, raggiungendo la via Latina tramite delle scorciatoie, catturò una dopo l'altra Corbione, Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò su Roma e si accampò presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla città»

 

Qui, alle porte dell'Urbe al IV miglio della Via Latina, dove si trovava il confine dell'Ager Romanus Antiquus (nei pressi dell'attuale Via del Quadraro), mentre i consoli del 488 a.C., Spurio Nauzio e Sesto Furio, organizzavano le difese della città, venne fermato dalle implorazioni della madre Veturia e della moglie Volumnia, accorsa con i due figlioletti in braccio, che lo convinsero a desistere dal proprio proposito di distruggere Roma.

 

«....Coriolano saltò giù come una furia dal suo sedile e corse incontro alla madre per abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche alla collera, gli disse: «Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui ci troviamo da un nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo considerarmi una prigioniera o una madre.»

 

Morte

Tito Livio riporta come non ci fosse concordanza sulla morte di Coriolano; secondo parte della tradizione, fu ucciso dai Volsci, che lo considerarono un traditore per aver sciolto l'esercito sotto le mura di Roma; secondo Fabio morì di vecchiaia in esilio.

 

Plutarco e Dionigi di Alicarnasso raccontano come Coriolano fu ucciso da una congiura, capitanata da Attio Tullio, mentre si stava difendendo in un pubblico processo ad Anzio, dove era stato messo sotto accusa dai Volsci per essersi ritirato, senza aver combattuto, da Roma. Poi, però, fu dimostrato che l’azione non era affatto condivisa da tutti, sicché fu seppellito con grandi onori e il sepolcro di Coriolano, ornato con armi e spoglie, fu considerato dalla popolazione il sepolcro di un eroe e di un grande generale. I Romani, invece, non gli tributarono onori quando seppero della sua morte, né tuttavia gli serbarono rancore, tant'è vero che alle donne fu consentito portare il lutto fino a un massimo di 10 mesi.

 

Cicerone, nel Brutus, nel paragonare Coriolano a Temistocle ne accomuna la sorte: si sarebbero entrambi tolti la vita una volta allontanati dalla patria.

 

Critica storica

Secondo parte della moderna storiografia Coriolano rappresenta un personaggio leggendario, creato per giustificare le sconfitte dei Romani nelle guerre contro i Volsci nella prima epoca repubblicana, guerre che arrivarono a minacciare l'esistenza stessa di Roma. I Romani trovarono giustificazione delle loro ripetute sconfitte, nella credenza che solo un condottiero romano avrebbe potuto sconfiggere un esercito romano. La circostanza che Coriolano non appaia tra i Fasti consulares aumenta il dubbio che si sia trattato di un personaggio storico.

 

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Raccolta Foto De Alvariis

...bisogna cercare di capire, lavorando di fantasia,

e dimenticare quel che si sa in modo che l'immaginazione

possa vagabondare libera, correndo lontana dentro le cose fino a vedere come

l'anima non è sempre un diamante ma alle volte velo di seta,

immagina un velo di seta trasparente, qualunque cosa potrebbe stracciarlo,

anche uno sguardo..

  

Un biglietto dimenticato di qualche difficile Natale fa', scritto su un sms, la storia della farfalla notturna che deve diventare donna. Pazienza.. è una parola che usiamo spesso, ci vuole pazienza. Ma quello che ci caratterizza di più sono sempre gli opposti contraddittori: impazienza. Netta netta.

Ci hanno cresciute male, ce lo siamo dette ridendo, sempre a sperare che ci sia il lieto fine per tutto, a tessere legami difficili cercando di sbrogliare la matassa. Poi qualche volta il lieto fine arriva. Magari non simultaneamente. Ma noi ci speriamo sempre, per noi stesse e l'una per l'altra.

Così sei tu, delicata come un velo di seta, in bianco e nero alla ricerca costante di colore, riccioli capricci, picci, la fotografia, il sorriso, occhi coperti perchè dici di non vedere, ma è perchè non sei capace di vederti a occhi scoperti. Hai degli occhi bellissimi.

E il mare, sottofondo sfondo.

Eri così a cinque anni, a dieci, a venti. Adesso. Mentre ridevamo da morirne sotto le coperte nella mia stanza inventando parole inesistenti, o mentre imploravamo di poter restare insieme tutto il pomeriggio, mentre suggerivamo a scuola.

Una melodia che mi accompagna in silenzio o a tutto volume più o meno tutti i giorni. Come il sangue che ti senti scorrere. Non lo senti davvero sempre, a volte solo quando il cuore batte forte. Ma sai che c'è.

   

Com'è noto, Antonio Ranieri innalzò alla sorella Paolina (Napoli 1817-Napoli 1878) - la quale aveva accudito Giacomo Leopardi durante il soggiorno napoletano, dal 1833 al 1837 - un monumento nella chiesa di Santa Chiara a Napoli. Esso è andato distrutto a seguito del bombardamento anglo-americano dell'agosto 1943: sopravvive solo la testa, ormai informe, nel Museo dell'Opera di Santa Chiara.

Fortunatamente, presso la Biblioteca Nazionale di Napoli è custodito in una bacheca il modello in gesso, della stessa grandezza del sepolcro. Il progetto è di Michele Ruggiero, che si ispirò a Canova; l'esecuzione è dello scultore Tommaso Solari, notevole ritrattista.

 

Vale la pena rileggere il brano di Mario Picchi:

 

"Il Ranieri fece erigere un monumento alla sorella in camposanto, e fin qui nulla di strano: ma si spinse, lui inveterato mangiapreti, a supplicare e brigare per ottenere che nella chiesa di Santa Chiara, ove son le tombe dei re di Napoli, sorgesse un grande monumento davanti al quale egli spesso si recava non a pregare ma a piangere (secondo l'atto notorio presentato dagli eredi); fece porre un medaglione marmoreo nella chiesa di Piedigrotta col pretesto che la defunta nel 1860 aveva amorevolmente curato i garibaldini feriti nella battaglia del Volturno. L'inventario dell'eredità mostrava poi che fotografie di Paolina, del monumento di Santa Chiara, del medaglione di Piedigrotta pendevano da tutte le pareti della sua casa in via Nuova Capodimnte e della sua casina di Portici, trasformate ambedue in musei nei quali non si poteva toccar nulla per non mutare la disposizione data dalla defunta. E il senatore, gloria partenopea, andava sovente nella casa di via Nuova Capodimonte (quando abitava a Portici) "imaginando di riveder la sorella ed aspettandola ritto a piè della scala, ma, trascorsa l'ora stabilita, rientrava nella vettura e tornava a Portici".

(Mario Picchi, "Storie di Casa Leopardi", Rizzoli)

 

Al ricercatore di funghi che passa per Rasiglia o per Sellano, due dei paesi più duramente colpiti dal terremoto del 1997, sembra che in quelle zone il peggio sia passato. Ma non è così. Lungo la strada che conduce al valico del Soglio non s’incontrano camion. Da quando è aperta la galleria di Sant’Anatolia il traffico locale, diretto all’incrocio con la SS209 della Valnerina, è ridottissimo. In questi giorni è venuto giù il diluvio, ma è spuntato anche il sole, a regalarci l’estremo segno dell’estate. Mentre nella Valle Umbra le olive già cadono, lassù spuntano gli ultimi funghi: i lardai, le biette, le trombette di morto, i sanguinosi, tanto ambiti dagli spoletini. Nelle selve di Terne e di Pupaggi scricchiolano le foglie. Nei boschi si sentono chiamarsi e ridere i ragazzi. Parcheggiano la macchina a lato della strada asfaltata e salgono su con il pretesto di raccogliere Cantarelli e Porcini. A volte perdono l’orientamento, sbagliano percorso, per ritrovarsi nei tratti di macchia meno fitta. Certi rinvenimenti devono avere qualche delicatezza se una ragazza strilla o gioisce, ogni tanto. Uno strepito, uno scroscio di risate, un precipitarsi su uno strato di foglie secche festeggiano la scoperta di un ovulo tardivo, già attecchito dai vermi o la testa scura di un porcino sbucata dal terriccio. Non sono i funghi che vanno a cercare. Poi ci sono i fungaroli veri, che come i boscaioli, resistono. Prima di mettersi all’opera, sornioni, si incontrano per un caffè nei baretti di paese. Taciturni, asociali e sospettosi, quando albeggia sono già nel fitto. Conoscono palmo dopo palmo le selve dell’Appennino, riempiono i sacchi e talvolta li nascondono sotto le foglie. Sono dei delusi, dei frustrati. Incapaci di praticare il consorzio umano, trovano conforto a praticare i boschi. Siparietto. È un ometto con gli occhiali spessi e la giacca di fustagno quello che sbuca da una macchia. Quando arriva il freddo e i funghi non spuntano più, parte la mattina con una sega a motore per far legna nei boschi. Ne taglia quanto può e poi la vende. La metà la dà al proprietario. Dopo aver nascosto i funghi in macchina, sproloquia, sragiona del giusto e dell’ingiusto, dell’onesto e del disonesto, della legge di stabilità e delle piccole cose accadute in paese. Parla della promessa esenzione Irpef per redditi sotto i 12 mila euro e della rottamazione delle cartelle esattoriali, segno che i partiti si preparano alle prossime elezioni. Forse ci acchiappano più i fungaroli degli analisti politici che si accapigliano in televisione. La crisi economica non lo tocca, perché è nato povero e ci morirà, tanto “non si fanno mica le nozze con i funghi”. Se lo dice lui. Teme solo il freddo che sta per arrivare. Non è vero che i funghi non nascano più a novembre, sentenzia, ma quando nascono marciscono sotto le foglie, perché nessuno li va a cercare. Lo dice ironizzando, come se volesse sottintendere qualcos’altro, che nella sua mente abbia preso le sembianze di un dilemma, qualcosa che se risolto possa, alla lunga, mutare la società e il mondo intero. Tra pochi giorni sui valichi inizierà a nevicare, il vento farà stormire i fianchi della montagna, ma non dissiperà i rancori degli uomini, mentre gli animali si muoveranno nel sonno profondo del loro letargo. Il fungarolo la sa lunga, più di quanto vorrebbe far credere. Gioca con le metafore, parla di marmotte sedute in Parlamento, di vipere aggrovigliate nelle tane dei partiti, di lepri che più le rincorri e più scappano e di ghiri che aspettano solo la pensione. Tutte queste cose le ha imparate al bar, la sera, al tavolino della briscola e tre sette e le racconta a modo suo, prima di salire sulla Panda e sparire in direzione di Sellano, senza averci mostrato i funghi. I fungaroli possono rivelare i loro rancori, i contenuti dei cesti mai. Sbagliano i politici a credere che certi mondi siano lontani, che la gente semplice non lasci crescere dentro di sé le proprie convinzioni, come la terra, d’inverno, il grano. Mentre le città sono strette nella morsa dell’assuefazione, che fa accettare di buon grado l’inganno e il sopruso, tra i monti, c’è chi non dimentica le promesse tradite, i progetti abbandonati. Fungaroli sì, ma mica fessi. Beata umbritudine, umbra beatitudine.

Giovanni Picuti

giovanni.picuti@alice.it

dal Corriere dell'Umbria del 14.11.2013

   

Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti

e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti,

ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare

e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare...

........anche se non avrai le mie risse terrose di campi, cortile e di strade

e non saprai che sapore ha il sapore dell' uva rubato a un filare,

presto ti accorgerai com'è facile farsi un' inutile software di scienza

e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza...

cosa vuoi che ti dica? Solo che costa sempre fatica

.....e che il vivere è sempre quello, ma è storia antica,

dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto

per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto;

vola, vola tu, dov' io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare

e dove è ancora tutto, o quasi tutto...

vola, vola tu, dov' io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare

e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare... ...................F. Guccini www.youtube.com/watch?v=rKhXMAGNiO8 ♫♫

31 agosto 2010

 

I fuochi d'artificio di Cesa, paese della Val di Chiana, sono ormai un "must" per tutti quelli che abitano nei dintorni, famosi per la loro spettacolarità e durata (quasi mezz'ora!), in effetti era la prima volta che li vedevo e giuro che di così belli non ne avevo mai visti.

Guardandoli attraverso l'obiettivo della fotocamera, in tutta sincerità, non posso dire di essermeli goduti come le altre persone presenti, però riguardando le foto non potete immaginare la felicità che ho provato vedendo che almeno una era venuta bene, dato che fotografarli è stato veramente difficile per me: era un continuo cambiare tempi e diaframma, il fuoco non sapevo esattamente dove posizionarlo, senza contare che nel primo momento i fuochi sono molto luminosi, poi sbiadiscono lentamente. Insomma è stata davvero una faticaccia, che però mi ha reso entusiasta regalandomi questa bella fotografia.

 

I fuochi d'artificio sono stati inventati nell'antica Cina. La più recente documentazione risale addirittura al settimo secolo, dove venivano usati per spaventare e disperdere gli spiriti maligni con il loro potente suono, pregando così per la felicità e la prosperità future.

Presto l'arte e la scienza dei fuochi d'artificio si svilupparono diventando pian piano una professione a tutti gli effetti, i “maestri artificieri” erano molto rispettati per la loro sapienza e abilità in quest'arte che mescola suoni potenti con luci abbaglianti, così fino al quattordicesimo secolo vennero utilizzati solo ed esclusivamente per cerimonie regali ed eventi mondani di eccellenza; solo dopo l'era delle dinastie nasce il fuoco d'artificio inteso come celebrazione di feste, inizio di un nuovo anno o semplice pretesto per fare un po' di baccano, più alla portata di tutti.

E' grandioso pensare che abbiano così tanti anni, e che, ancora oggi, ci meraviglino sempre come la prima volta che li abbiamo visti, come se ad un tratto tornassimo bambini, in quegli anni che a tutti mancano, quando ogni cosa intorno a noi destava la nostra fantasia e ogni passo che facevamo era sempre una nuova scoperta.

 

Gianluca Rosadini

La foto è un pretesto. Per chiedere a voi, amici e contatti di flickr, un piccolo aiuto.

Alcuni colleghi stanno facendo una ricerca sui social network. Se avete tempo e voglia di aiutarli, questo è il link al questionario (in inglese):

 

www.surveymonkey.com/s/Academic_Research_2

 

Alcuni di voi avevano già partecipato, ma questa è la nuova versione del questionario.

E' veloce e indolore :-)

Grazie a tutti coloro che contribuiranno!

 

Umbria- Bacco Minore (da Wine Passion - febbraio 2009)

 

Fino a qualche anno fa l’Umbria aveva il sapore di un grappolo d’uva appena colto dalla pianta. I suoi vini svelavano il mistero delle profondità della terra e la presenza discreta della mano tradizionale dell’uomo. La vite cresceva alla rinfusa, abbracciata all’acero o alla bianchella, in promiscuità con il grano e con le altre coltivazioni foraggere. Ma erano piuttosto gli ulivi a caratterizzare il paesaggio agrario della regione. Ancora sul finire degli anni Settanta quella umbra poteva definirsi un’enologia arcaica, quasi ancestrale; tanto è vero che Mario Soldati, nel suo <> (1968 – 1975) la salta a piedi pari. Eppure già tra le due guerre, e fino all’inizio del boom economico, in Italia la parola “Orvieto” racchiudeva in sé la definizione inequivocabile di “vino bianco”. Poteva capitare in quegli anni, che l’oste chiedesse ai suoi clienti: <>. Sulle qualità organolettiche di quel vino di allora non saprei aggiungere altro, perché ne ho un vago ricordo che si perde nel tempo, fatto di calori appassionati, contrasti olfattivi, visioni adolescenziali, fiaschi impagliati e primi sorsi furtivi di libertà. So solo che al palato avvertivo le sue sfumature amarognole, alcune volte amabili e in certe bottiglie dei sentori dolci, ma sempre fini e delicati. Nemmeno sul suo colore si poteva scommettere: a volte giallo paglierino quasi intenso, altre più trasparente, ma mai torbido. Ci sarebbe da chiedersi perché quella denominazione, tra le più rappresentative del Paese, abbia perso la sua fama. Forse tutto è dipeso dal fatto che già negli anni Cinquanta nelle osterie italiane ne girava di più di quanto le ridenti colline dell’orvietano potessero produrne. La cosa dovrebbe farci riflettere. Ma il vino, si sa, non è soltanto quello che - talvolta con fastidiosa gestualità - volteggia all’interno del bicchiere. Il vino è soprattutto tante storie che vi ruotano intorno, è benessere e prosperità del distretto che lo produce, quadratura di bilanci locali, movimento di turisti e risorsa occupazionale.

Sfoglio alcuni libri ormai rarissimi: “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli (1961); “Il libro d’oro dei vini d’Italia” di Cyril Ray (1966); “Vini rossi” e “Vini bianchi e rosati” di Stefano e Alberto Zaccone (1971); “Saper bere - dal Barbera al Whisky”, di Luigi Marinatto e Francesco Zingales (1974); l’”Atlante dei vini d’Italia” (1978), di Burton Anderson. I testi sacri mi confermano che nella storia dei territori consacrati all’enologia, le tre DOC allora riconosciute (Orvieto, Torgiano e Colli del Trasimeno) non meritavano che una fugace menzione. Per assistere al decollo dell’enologia umbra, per lunghi anni connessa a una situazione di abbandono, bisognerà attendere gli anni Ottanta, contrassegnati nella prima metà dalla figura pionieristica di Giorgio Lungarotti e nella seconda dall’exploit del Sagrantino. E’ questa una regione che, per uno scherzo della sorte, si connota d’incomparabili armonie e sfuggenti identità, secondo i fenomeni che più o meno consapevolmente l’attraversano. Il Sagrantino è uno di questi fenomeni, che oggi rappresenta l’Umbria, e la definisce, più di quanto non faccia l’Orvieto. Non è facile stabilire se questo risveglio sia solo merito dei Caprai, o anche dei produttori che hanno seguito il suo esempio. La disputa è aperta. Sta di fatto che Arnaldo, imprenditore tessile prestato all’enologia, ha creduto e investito nella ricerca e nella promozione, dando la prima coraggiosa spallata al mercato, puntando sul figlio Marco, vero elemento trainante per tutta la denominazione e, lasciatemelo dire, per l’economia legata al territorio. In verità non fu solo Caprai a comprendere le potenzialità di questo vino. Per Montefalco fu quello un periodo di grande complicità imprenditoriale, che spinse Arnaldo Caprai a unirsi alle altre aziende storiche: Antonini Angeli Mongalli, Domenico Benincasa, Ruozzi Berretta, Consorzio Agrario di Foligno, Bruno Metelli, Rio Pardi, Antonelli, Adelio Tardioli, Domenico Adanti; tutti produttori che giocarono la scommessa di trasformare in “secco” quello che la tradizione voleva fosse trasformato in “passito”. La caparbietà di questi produttori superò le resistenze di chi non aveva compreso le potenzialità dell’imponete corredo polifenolico di quest’uva a bacca rossa. Fu così che Montefalco, con il suo vitigno autoctono, lanciò la sfida al Barolo, all’Amarone e al Brunello, guadagnandosi un posto di assoluto rilievo nella storia del comparto enologico nazionale. Il Sagrantino è passato dai 100 ettari coltivati nel 2000 ai 600 di oggi e conta su 45 produttori facenti capo ad un consorzio di tutela. Ma soprattutto è entrato con prepotenza nelle grazie di quei consumatori che ricercano nel vino gli elementi misterici capaci di evocare storie e suscitare suggestioni. Oggi, contendendosi gli ultimi fazzoletti di terreno rimasti all’interno dei Comuni di Montefalco, di Giano, di Gualdo Cattaneo e di Bevagna è giunto il Gotha dell’enologia italiana, rappresentato dalla Sai Agricola, dai Lunelli, dai Livon, dai Cecchi e dagli stessi Lungarotti.

Il cuore pulsante di questa straordinaria denominazione si concentra lungo la direttiva che sale da Bevagna a Montefalco. E’ quello di Arquata, Fonte Fulgeri, Campo Letame e Colle Allodole, lo scenario francescano affrescato nel 1451 da Benozzo Gozzoli nella predica agli uccelli, che si può ammirare nella chiesa museo di San Francesco a Montefalco. All’interno di questa conca incontaminata prosperano le vigne delle aziende Adanti, Milziade Antano e Ciro Trabalza. Sul versante che volge a est, si affaccia Collepiano, con il suo secolare querceto circondato dai vigneti di Caprai. Risalendo verso Montepennino, si distendono a tappeto i nuovi impianti di Tiburzi, Goretti e Lunelli, produttori che hanno abbracciato la filosofia di questo lembo di territorio, dove il prezzo della terra, fino a un paio di anni fa, aveva raggiunto cifre esagerate. Proprio all’inizio di questa strada, in agro bevanate, incontro Ciro Trabalza, collega in codici e pandette, custode infallibile delle tradizioni rurali e venatorie della sua terra. La sua azienda di Arquata (ereditata da quel Ciro Trabalza, etnologo di fama mondiale) confina con quella degli Adanti. I tratti vagamente gattopardeschi, uniti al puntiglioso studio delle tecniche agronomiche - non meno di quanto il Principe di Salina studiava il moto perenne degli astri – fanno di Ciro uno di quei vignaioli che sarebbero piaciuti a Mario Soldati. Dalla sua cantina, a conduzione familiare, escono poche bottiglie, da cui Ciro si distacca con dispiacere. Più in là trovo Alvaro Palini, cantiniere, enologo e sarto dai trascorsi parigini, la cui esistenza è legata a quella della famiglia Adanti. Fu Angelo Valentini, enologo dei Lungarotti, che agli inizi degli anni Ottanta presentò Burt Anderson ad Alvaro, con il pretesto di fargli assaggiare il miglior Grechetto della zona. Burton in quegli anni era un critico di vini così importante come oggi lo sono diventati Hugh Johnson e Robert Parker, la cui influenza fu tale da incidere sul mercato vinicolo mondiale. Altro che Grechetto! Anderson fu colpito dal Sagrantino e dal Rosso d'Arquata. Fu così che tra Alvaro e Burton nacque una grande amicizia, suggellata dalla continua presenza di Anderson a Bevagna, Montefalco e al tavolo loro riservato nel ristorante degli amici Sandra e Angelo Scolastra. Oggi Burton ha lasciato lo scettro ad altri colleghi e ad altra filosofia. Sta costruendo il suo “buen retiro” in Maremma e di tanto in tanto viene a trovare Alvaro per assaggiare i suoi vini. Credo di non allontanarmi dalla verità nell’affermare l’influenza che ha avuto Burton Anderson sulla fama acquisita dal Sagrantino, che ebbe modo di far conoscere al mondo, prima che cominciassero a muoversi i soloni del nostro giornalismo enologico. Il resto l’ha fatto Caprai in anni più recenti, mandando a tilt la sua carta Alitalia delle Millemiglia per far conoscere il Sagrantino dalla Germania agli Stati Uniti, dal Giappone alla Cina. Oggi le cose stanno cambiando. Liù Pambuffetti, figlia di Amilcare e futura reginetta di Scacciadiavoli, studia all’Università di Enologia di Bordeaux. Non so quanti illustri rampolli di famiglie legate storicamente al vino facciano altrettanto. Giampiero Bea si fa ritrarre insieme a J. Nossiter, enologo di New York e regista di “Mondovino”, proponendo la sua faccia ai milioni di persone che hanno visto e vedranno i contenuti extra del film che denuncia la globalizzazione dell’industria vinicola. Il messaggio di Bea è lampante e si avvicina alla filosofia neoliberista di Nossiter: il vino è il frutto di un sapere che si trasmette tra padri e figli e la sua cura non va affidata alle decisioni dei soliti consulenti. Ma sono molte le aziende tradizionali che si sforzano di uscire dall’isolamento. Come quella di Luciano Cesarini, ingegnere ed ex capatazze dell’Enel che produce il “Rosso Bastardo” o quella di Filippo Antonelli, erede della nota azienda di San Marco o dello stesso Sindaco di Montefalco, Valentini Valentino (Bocale), che presiede l’Associazione Nazionale delle “Città del Vino” a dimostrazione della notorietà raggiunta nel panorama enologico nazionale dal Comune che egli amministra. Ma le sorprese più incoraggianti vengono da Tabarrini (Colle Grimaldsco) e da Antano (Colle Allodole), piccoli ma preparati imprenditori del settore, in sintonia con il mercato, ma senza far torto alla tradizione. Li ho visti aggirarsi per i padiglioni di Vinataly con padronanza e sicurezza del loro ruolo, corteggiatissimi dalla stampa e dai wine expert a caccia di novità enologiche.

Ad Amelia la fa da padrone il Cigliegiolo. La cantina dei Colli Amerini, con i suoi 700 ettari di vigneti di proprietà dei soci, produce anche La Torretta (Malvasia), il Vignolo (Grechetto), L’Olmeto (Merlot) e vini di grande struttura e longevità come il Carbio (un riuscito uvaggio di Merlot, Sangiovese, Ciliegiolo e Montepulciano) e il Torraccio (un I.G.T. monovitigno di Sangiovese Prugnolo). Sulla strada di Castelluccio Amerino incontriamo il Castello delle Regine, dove si produce un Sangiovese in purezza (Podernovo, Umbria I.G.T.).

L’Umbria è il vostro bicchiere, il cui contenuto liquido va manovrato con cura e attenzione. Solo così i contrasti apparenti e le piccole spigolosità dei suoi vini potranno farsi nel vostro palato note armoniche e lievi. Ma perché riveli il suo sapore eterno bisogna dedicarle tempo e attenzioni. Solo così potrete riconoscere nei suoi vini il vero e proprio ricostituente dell’anima che andavate cercando.

Giovanni Picuti

abcabc@cline.it

 

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