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Agusta A109K2 del Cuerpo de Bomberos del Distrito Metropolitano de Quito. Aeropuerto Mariscal Sucre (SEQU/UIO) / Parque Bicentenario, Quito. Enero 2018.
Quito Metropolitan District Fire Department Agusta A109K2. Mariscal Sucre International Airport (SEQU/UIO) / Bicentenario Park, Quito. January 2018.
In the tiny village of Stoke Orchard a few miles north of Cheltenham, there exists a large complex of mothballed / disused buildings, tucked away behind a small business park, which constitutes the CRE, or Coal Research Establishment, at SO918284, shown as 'Works' on the OS map. The whole place is surrounded by a secure fence and, as I say, "if I can't get in, I won't get in!", so this is a shot from the field to the north to the water tower and one of the buildings. I know little about the site, other than it's been shut for over 15 years (?).
Cristina D'Avena & Gem Boy
Carroponte - Sesto San Giovanni - Milano
11 Luglio 2013
© Mairo Cinquetti
© All rights reserved. Do not use my photos without my written permission. If you would like to buy or use this photo PLEASE message me or email me at mairo.cinquetti@gmail.com
Cristina D'Avena nasce a Bologna lunedì 6 luglio 1964 da Alfredo, medico, e da Ornella, casalinga. All'età di 3 anni e mezzo esordisce cantando "Il valzer del moscerino" alla decima edizione della rassegna canora per bambini Zecchino d'Oro; il brano si aggiudica il 3º posto. Dopo l'esperienza allo Zecchino d'Oro, rimane all'Antoniano come componente del Piccolo Coro fino al 1976, ma continuerà a frequentarlo per altri 5 anni accompagnando la sorella Clarissa, nata 10 anni dopo di lei e anche lei diventata nel frattempo componente del coro.
Nel 1981 Cristina è una diciassettenne studentessa di Liceo Classico che vede il canto solo come un hobby. In quel periodo, Alessandra Valeri Manera, l'allora responsabile della tv dei ragazzi della neonata Canale 5, era alla ricerca di una voce femminile che potesse interpretare la sigla della serie animata giapponese "Pinocchio": per questo motivo interpellò Augusto Martelli, direttore artistico-musicale della rete nonché figlio del maestro Giordano Bruno Martelli. Fu proprio Martelli padre, tramite il figlio, a segnalare a Valeri Manera il nome di Cristina D'Avena, avendo egli avuto modo di frequentarla fino a poco tempo prima presso il Piccolo Coro dell'Antoniano. Dopo essere stata sottoposta ad un provino discografico, Cristina, ancora minorenne, firma un contratto di esclusiva (a cui è legata ancora oggi) con l'etichetta discografica di Canale 5, la Five Record (in seguito ridenominata RTI Music, oggi inglobata in RTI s.p.a.), e diviene così l'interprete della canzone "Bambino Pinocchio" composta da Martelli figlio che di lei all'epoca disse: « Diventerà una grande cantante ». Il successo commerciale del relativo 45 giri diede effettivamente inizio alla carriera di Cristina: da allora non ha mai smesso di incidere e, grazie alla quantità di sigle da lei registrate, è l'unico personaggio dello spettacolo la cui voce è presente sulla tv italiana ininterrottamente dai primi anni '80 almeno una volta al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l'anno.
Sempre da questo periodo inizia a pubblicare numerosi singoli ed album, che complessivamente venderanno un totale di circa 6 milioni di copie: nel 1983, infatti, Five Record dà vita a "Fivelandia", il primo volume di quella che diventerà una longeva collana destinata a contenere le sigle dei cartoni animati in onda sulle reti del biscione; un appuntamento fisso dell'autunno a cadenza annuale, a cui si aggiungerà, a partire dal febbraio 1987, la sua versione primaverile anch'essa a cadenza annuale dal titolo "Cristina D'Avena con i tuoi amici in tv". Tra le canzoni di maggior successo dei primi anni, particolare menzione per "Canzone dei Puffi" del 1982 (grazie alla quale verrà premiata con il suo primo Disco d'Oro per le oltre 500.000 copie vendute) e "Kiss me Licia" del 1985 (Disco di Platino per le oltre 100.000 copie vendute del relativo album): quest'ultima è la sigla a cui la cantante dichiarerà più volte di essere maggiormente legata.
A partire dal settembre 1986 raggiunge, tuttavia, una popolarità ulteriore a quella già acquisita in 5 anni con la sola interpretazione delle sigle, nonché una notevole visibilità, quando interpreta il ruolo di Licia nella prima di 4 serie di telefilm per ragazzi intitolata "Love me Licia": la serie è basata sulla protagonista e sui personaggi del cartone animato giapponese "Kiss me Licia" (che aveva fatto il suo debutto 12 mesi prima), del quale questa produzione italiana con attori in carne e ossa prosegue idealmente le vicende. È così che quella che fino a questo momento era quasi soltanto una voce (quel timbro così particolare che milioni di bambini italiani avevano già imparato a riconoscere) diventa di fatto un volto, il volto di una ragazza dall'aspetto più giovane dei suoi 22 anni che l'intero pubblico, anche quello più adulto, ora conosce e apprezza già. A "Love me Licia" seguiranno "Licia dolce Licia" nella primavera 1987, "Teneramente Licia" nell'autunno 1987 e "Balliamo e cantiamo con Licia" nella primavera 1988; le serie vengono trasmesse il lunedì, il mercoledì e il venerdì alle ore 20:00 su Italia Uno in diretta concorrenza coi telegiornali Rai e raggiungono insperati ascolti record.
Nel 1987, mentre i brani da lei incisi ammontano già ad un centinaio, Cristina registra un brano in lingua francese: si tratta della versione francofona della sigla italiana "Lovely Sara" (da lei già interpretata pochi mesi prima), destinata ad accompagnare la messa in onda di "Princesse Sarah" che sarà il primo cartone animato ad essere trasmesso su La Cinq, rete televisiva francese di proprietà di Silvio Berlusconi costruita sul modello di Canale 5. Grazie a questa sua incisione la cantante, che per la prima volta vide apparire il proprio nome sulla copertina di un disco pubblicato e distribuito esclusivamente all'estero, è conosciuta e ricordata ancora oggi dai bambini francesi degli anni '80.
Conclusasi la saga di Licia nella primavera 1988, dall'autunno Italia Uno decide di mettere in scena proprio Cristina e la sua realtà quotidiana, costantemente impegnata tra gli studi universitari alla Facoltà di Medicina e il lavoro di cantante. Non a caso, durante l'ultima puntata dei telefilm di Licia, Cristina D'Avena compare nel ruolo di se stessa annunciando la sua intenzione di metter su una band musicale. Pochi mesi dopo viene infatti trasmessa su Italia Uno "Arriva Cristina", a cui seguiranno "Cristina" nell'autunno 1989, "Cri Cri" nell'autunno 1990 e "Cristina, l'Europa siamo noi" nell'autunno 1991. "Cri Cri" si compone di due serie da 36 episodi l'una, mentre "Cristina, l'Europa siamo noi" viene trasmessa da Retequattro anziché da Italia Uno e alle ore 19:00 anziché al consueto orario delle 20:00. Come già avvenuto per le 4 serie di Licia, per ognuno di questi telefilm Five Record pubblica un disco contenente la sigla e tutti i brani cantati all'interno degli episodi: i primi tre album diventano Dischi di Platino.
Tra i suoi concerti più riusciti quelli realizzati nel novembre 1989 e 1990 al PalaTrussardi di Milano, a cui assistettero un totale di circa 20.000 spettatori, e quello del 1992 al FilaForum di Assago (13.000 persone in sala e 3.000 all'esterno) i cui incassi sono stati interamente devoluti alla Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.
Con alle spalle la stessa autrice-produttrice degli esordi ed una casa discografica che, grazie solamente alle sue canzoni, nel 1991 ottiene un fatturato di oltre 9 miliardi di lire, negli anni '90 la cantante prosegue, regolarmente e senza interruzioni, ad incidere nuove sigle e a pubblicare CD; numeri, i suoi, che tanti artisti blasonati, ancora oggi, le invidiano. Persino la cantante Mina, nel 1994, inciderà ed inserirà in uno dei suoi album una cover di una canzone di Cristina del 1988 dal titolo "Sempre attento al regolamento"; per l'occasione, testo e titolo furono modificati e la canzone divenne "Tu dimmi che città".
All'attività musicale e discografica si aggiunge l'attività di conduttrice e co-conduttrice televisiva (nonché radiofonica) iniziata già nel 1989 col varietà del sabato sera di Canale 5 "Sabato al circo", esperienza grazie alla quale Cristina, insieme a tutto il cast del programma, si aggiudicherà il Telegatto nella categoria "Programmi per ragazzi". Il programma andrà avanti per quattro anni, fino al 1992, quando cambia titolo, rete e giorno di programmazione e diventa "Il Grande Circo di Retequattro", in onda per 16 settimane da mercoledì 7 ottobre. Assieme a Gerry Scotti presenta per due anni lo speciale di Capodanno di Canale 5, in onda il 31 dicembre 1989 con il titolo "L'allegria fa 90" e il 31 dicembre 1990 con il titolo "Evviva l'allegria". Dall'8 novembre 1992 conduce su Italia Uno "Cantiamo con Cristina", la versione per bambini del "Karaoke" di Fiorello che va in onda alle ore 20:00 della domenica: in ogni puntata si affrontano due squadre che si sfidano sulle note delle sigle di Cristina. Nella stagione 1993/94 farà parte del cast della sesta edizione di "Buona Domenica", al fianco di Gerry Scotti e Gabriella Carlucci: qui, tra le altre cose, conduce la rubrica "Radio Cristina" dove commenta lettere e fax inviati dai più piccini e si esibisce in alcuni numeri musicali e di danza (in questi spazi avrà anche modo di eseguire le canzoni dell'album "Cristina canta Disney" fresco di pubblicazione). Avrà poi il ruolo di inviata speciale in giro per l'Italia nella quinta edizione di "La sai l'ultima?", in onda su Canale 5 nella stagione televisiva 1995/96 e condotta da Gerry Scotti assieme a Paola Barale. A partire dal 15 settembre 1996, invece, conduce per due anni di seguito, alternandosi settimanalmente col doppiatore ed amico Pietro Ubaldi, il contenitore di cartoni animati e giochi telefonici "Game Boat", in onda tutti i giorni nel preserale di Retequattro; in questo periodo, tra l'altro, viene pubblicato il quattordicesimo capitolo di "Fivelandia", premiato con il Disco di Platino per le oltre 100.000 copie vendute. Nel 1998, nel 1999 e nel 2000 ritorna allo Zecchino d'Oro in qualità di co-conduttrice al fianco di Cino Tortorella e Milly Carlucci. Nell'autunno 1998 è chiamata da Fabio Fazio per condurre con Andrea Pezzi il varietà del venerdì sera di Rai Due "Serenate", ideato dallo stesso Fazio che inizialmente doveva esserne il conduttore. Su Rai Uno, invece, condurrà il tradizionale "Concerto di Primavera", sia ad aprile 1999 che ad aprile 2000, oltre che lo special natalizio "Buon Natale a tutto il mondo" di cui sarà la presentatrice sia nell'edizione del 1999 che in quella del 2000.
Nel 1998 debutta anche al cinema, seppur con un cameo: interpreta infatti se stessa in una scena del film "Cucciolo" di Neri Parenti accanto a Massimo Boldi, con il quale aveva già lavorato ai tempi di "Sabato al circo".
Nel dicembre 2002 Cristina festeggia ufficialmente 20 anni di carriera (sebbene l'incisione di "Bambino Pinocchio", la sua prima sigla per un cartone animato, risalga al secondo semestre del 1981) con la pubblicazione di un doppio CD dal titolo "Cristina D'Avena: Greatest Hits" (ma il titolo inizialmente previsto è "Cristina D'Avena: Vent'anni"), che raccoglie i più grandi successi della cantante (il CD 1 è relativo agli anni 1981-1990, il CD 2 agli anni 1991-2002) e include una nuova versione, riarrangiata e reinterpretata per l'occasione, della sua prima sigla. Proprio nel giorno d'uscita del disco, il 6 dicembre, dall'auditorium di Cologno Monzese la rete televisiva satellitare Video Italia le dedica, in prima serata e in diretta contemporanea su Radio Italia, una puntata di oltre 2 ore della sua trasmissione "Serata con...", durante la quale la cantante esegue dal vivo gran parte dei brani dell'album, in quella che si rivela essere una vera e propria festa-concerto a cui prendono parte fan storici, amici e collaboratori di vecchia data.
Il suo nome per oltre 20 anni è stato professionalmente associato in modo indissolubile a quello di Alessandra Valeri Manera: responsabile dei programmi per ragazzi delle tv del biscione dal 1980 al 2001 e a conti fatti talent scout e creatrice del personaggio "Cristina D'Avena", Valeri Manera è stata anche ideatrice, autrice, direttrice artistica e produttrice di tutti i lavori della cantante alla quale è legata da una sincera amicizia, sebbene dal 2001 la sua attività si sia ridotta ad una composizione saltuaria dei testi di sigle. In coppia con Valeri Manera, nel 2002 Cristina firma per la prima volta come autrice una sua canzone dal titolo "I colori del cuore". Nel 2007 firma da sola il testo di una sua sigla per un cartone animato (il titolo del brano, e della serie, è "Dolce piccola Remì") e da allora, di tanto in tanto, alcune delle sigle da lei interpretate portano il suo nome come unica autrice delle parole.
Il 14 aprile 2007, al Roxy Bar di Bologna, Cristina celebra 25 anni di successi con un grande concerto, accompagnata dall'irriverente gruppo dei Gem Boy con il quale inaugura una collaborazione che dura ancora oggi. In questa occasione riceve da Red Ronnie il prestigioso riconoscimento "Gandhi 9.11", un totem luminoso creato dall'artista Marco Lodola e destinato a quei personaggi che si sono maggiormente distinti come portatori di pace. Nello stesso anno, poi, si verifica un vero e proprio record per la cantante: alla cifra di 1.210 euro si chiude l'asta online del CD del 1989 "Cristina D'Avena e... i tuoi amici in TV 3", venduto sul portale eBay il 10 settembre. La vendita viene resa nota e definita dalla divisione italiana del sito come « il primato mai raggiunto online da un CD in Italia »; non a caso, la versione CD dell'album è considerata uno tra i pezzi più rari nella produzione discografica della cantante, non tanto per le 14 sigle in esso contenute (reperibili comunque su altre pubblicazioni successive) ma poiché, nella sua versione digitale, venne stampato in un numero limitatissimo di copie rispetto ai classici formati utilizzati all'epoca (sebbene per ancora pochi anni), vale a dire l'LP e l'MC. Il record è stato addirittura superato il 10 novembre del 2011, quattro anni dopo, quando un'altra copia messa all'asta è stata venduta alla cifra di 3.010,00 euro.
In questa fase della sua carriera, nonostante da tempo non abbia più un programma tutto suo, la cantante continua a farsi vedere dal pubblico televisivo accettando l'invito di numerose trasmissioni Rai o Mediaset che la chiamano per intervistarla o per vederla esibirsi; nella puntata del 16 febbraio 2008 del programma di prima serata di Rai Uno "I Migliori Anni" si registrerà un picco di ascolti pari a 7.618.000 telespettatori proprio nel momento della sua partecipazione al programma in cui dal vivo canta la sigla di "Kiss me Licia". Nello stesso anno pubblica due libri per bambini, di cui la cantante è autrice e narratrice, dal titolo "Le fiabe di Fata Cri: Fata Cri e i draghetti pasticcioni" e "Le fiabe di Fata Cri: Fata Cri e il ballo degli scoiattoli": quest'ultimo venderà 37.500 copie.
Dopo aver scritto e interpretato la sigla della serie animata "Twin Princess - Principesse Gemelle" che diverrà il suo primo singolo ad essere commercializzato come download digitale, nel 2009 realizza un disco che si distacca dalle sigle tv per le quali è da sempre conosciuta: per la prima volta infatti si rivolge al grande pubblico, non solo a quello dell'infanzia, e lo fa con un album dal titolo "Magia di Natale", in cui reinterpreta 12 brani della tradizione natalizia, classici e moderni, tutti arrangiati dal maestro Valeriano Chiaravalle. Il disco è anche l'occasione, per la cantante, di incidere per la prima volta in lingua inglese. Nell'album figura anche una cover di "Childhood", brano di Michael Jackson con il quale l'artista ha voluto rendere omaggio al Re del Pop.
Da giovedì 21 gennaio 2010 torna a lavorare in tv: è nel cast della seconda edizione del programma di prima serata di Italia Uno "Matricole & Meteore". Nello show, composto da 8 puntate e condotto da Nicola Savino e Juliana Moreira, ha il doppio ruolo di ospite fisso e inviata speciale nei panni di una principessa alla ricerca del Principe Azzurro; nelle varie puntate si esibisce anche in alcuni medley di sigle fra le tante incise nel corso della sua carriera. Dal 28 febbraio dello stesso anno è testimonial di Intervita ONLUS, organizzazione umanitaria internazionale impegnata in progetti di sviluppo nel Terzo Mondo attraverso il sostegno a distanza, per la quale registrerà 15 messaggi promozionali trasmessi da Canale 5. A partire dal periodo autunnale, le serie di telefilm che la videro protagonista tra l'86 e il '91 riacquistano visibilità nonché rinnovata fortuna grazie alla loro riproposizione da parte del canale Hiro di Mediaset Premium e, poco tempo dopo, anche per mano di La5 che le trasmette, tutte le sere, allo stesso orario della prima messa in onda, vale a dire alle 20. Visto il grande successo riscosso (la fascia oraria in cui vengono trasmessi risulta essere la più seguita per la rete), la casa discografica della cantante decide di ristampare, per la prima volta su CD e dopo oltre due decadi di assenza dal mercato discografico, le colonne sonore di ciascuna delle 8 serie, raccogliendole in due box multidisco intitolati "Licia e i Bee Hive Story" e "Arriva Cristina Story", che appassionati vecchi e nuovi accoglieranno con straordinario entusiasmo.
Anche nel nuovo millennio la cantante ha continuato e continua a tenere concerti in tutta Italia, sia da sola che accompagnata dal gruppo dei Gem Boy; uno dei suoi ultimi concerti più fortunati è sicuramente quello tenuto ad Avellino nel maggio del 2010 dove, tra bambini e adulti, ha raccolto oltre 15.000 spettatori.
Nel gennaio 2011 incide una sigla per la prima volta in duetto con una voce femminile: quella di Alessia Volpicelli, piccola paziente del C.R.O. (Centro di Riferimento Oncologico) di Aviano; il brano, di cui la D'Avena è anche autrice, si intitola "Emily della Luna Nuova". Nello stesso periodo firma anche il testo di una canzone per uno dei concorrenti del programma televisivo "Io Canto": si tratta del brano "Tutto quello che ho" incluso nell'album d'esordio di Simone Frulio dal titolo "Tredici".
L'anno successivo la cantante torna in tv e approda su Super!: per tutta l'estate è infatti la conduttrice di "Karaoke Super Show!", la prima produzione del canale televisivo per ragazzi edito da De Agostini. In onda nel week-end dalle più belle piazze della riviera romagnola, il programma prevede la partecipazione di due squadre composte da bambini, genitori e nonni che si sfidano interpretando i grandi tormentoni estivi, le canzoni dello Zecchino d'Oro più amate e naturalmente le più famose sigle dei cartoni animati di Cristina. Ma il 2012 è anche l'anno del 30º anniversario del debutto artistico di Cristina D'Avena: per festeggiare questa ricorrenza viene messa in atto una serie di celebrazioni a partire già dal dicembre 2011, quando apre il fanclub ufficiale della cantante che gli ammiratori chiedevano insistentemente da tempo. Ad aprile del 2012 i festeggiamenti proseguono con l'inaugurazione del suo negozio online, all'interno del quale è possibile trovare gran parte della sua sempre più abbondante produzione discografica oltre a tanti prodotti e gadget esclusivi, scelti e ideati direttamente da Cristina in persona. Le celebrazioni di questo importante traguardo si materializzano anche a livello discografico con la nascita di un grande progetto in due parti dal titolo "30 e poi...", che debutta nei negozi di dischi il 27 novembre 2012 con l'uscita del triplo CD "30 e poi... Parte Prima". L'album è composto da 3 CD che racchiudono un totale di ben 70 sigle originali dei cartoni animati più famosi degli anni '80, '90 e 2000; la scaletta è impreziosita dalla presenza di tre sigle inedite (una risalente al '95, una al '99 e un'altra ancora al 2009) qui pubblicate per la prima volta in assoluto e di una ora disponibile per la prima volta su CD, da una reinterpretazione di Cristina del classico natalizio "O Holy Night", da un megamix dei suoi storici successi anni '80 e infine da una cover del brano "L'anno che verrà" di Lucio Dalla, con la quale l'artista vuole rendere omaggio al cantautore suo concittadino. Il progetto "30 e poi..." prosegue quindi nel 2013 con una serie di iniziative a tema e si concluderà nell'autunno dello stesso anno con l'uscita di "30 e poi... Parte Seconda".
Huile sur toile, 114 x 162 cm, 1935, centre Pompidou, Paris.
Une suite de parallélépipèdes se superposent librement, créant à leurs intersections de nouvelles couleurs. Conçue en Allemagne, mais réalisée au début de l'installation de Vassily Kandinsky en France, cette peinture a été préparée par une aquarelle portant le titre plus explicite de Surfaces réunies (voir ci-dessous). Encore tributaire de la période du Bauhaus, l'œuvre est cependant marquée par l'influence diffuse du surréalisme parisien. En témoignent l'incorporation de sable à la matière picturale et le recours à des formes biomorphiques inspirées de l'imagerie scientifique, qui interagissent avec les structures géométriques (cf. centre Pompidou).
Pour voir Surfaces réunies :
twitter.com/Memoire2cite #recherche #archives #Banlieue #socialhousing #logement #Collectif #Copropriété #Habitation #Habitat #HLM #Quartier #Béton #immeuble #Cité #Moderne #Europe #World #Mémoire2Cité #Mémoire2Ville @ Les 30 Glorieuses . com l' #Urbanisme d'Antan, et ses belles cartes postales @ mais aussi les clichés d'Archilaid, comme les "prix citron" de la France moche.. ou encore la laideur architecturale en Françe et Ailleurs. Dans le triste sillage des cités de banlieue construites ds les années 50, 60, 70... @ l'apres guerre.. dans l'urbanisation massive des territoires via l'industrialisation du logement @ le Logement Collectif* 50,60,70's dans tous ses états..Histoire & Mémoire de l'Habitat / Rétro-Villes / HLM / Banlieue / Renouvellement Urbain / Urbanisme @ De grandes barres d’immeubles, appelées les grands ensembles, sont le symbole de nos banlieues. Entrée Libre revient sur le phénomène de destruction de ces bâtiments banlieue89 ANRU1 ANRU2 bientot ANRU3 @ le Renouvellement urbain, la rénovation urbaine, des "Ensembles Tout Béton" qui reflètent aujourd’hui la misere www.youtube.com/watch?v=mCqHBP5SBiM L'urbanisation à marche forcée des années 60 est devenue synonyme de bétonnage et d'enlaidissement. Dans L'Express du 23 août 1971 @ "La loi du 7 juillet dernier relative à la liberté de la création, à l'architecture et au patrimoine a ainsi créé un label spécifique permettant de veiller sur cet héritage architectural récent, que le Comité du patrimoine mondial de l'Unesco vient lui aussi de mettre en lumière", ajoute la ministre de la Culture.
Pas un village, dans la plus reculée des provinces, qui ne soit atteint. C'est comme une lèpre qui, peu à peu, prolifère sur l'épiderme du paysage urbain français. Un des plus beaux du monde, disait-on. Agressive médiocrité des bâtiments publics, des écoles, des postes, des administrations, monotonie concentrationnaire des grands ensembles, prétention et passéisme débile des maisons individuelles : le bilan architectural des dix dernières années est, en France, catastrophique. Jamais on n'a autant construit. Jamais si mal, si pauvre, si triste. A de rares exceptions. Cela devient si flagrant à la lumière de l'été, que même l'O.r.t.f. s'en est ému. Après Vivre aujourd'hui, l'émission de Jacques Frémontier (dimanche, consacrée à "la rue"), La France défigurée, de Michel Péricart et Louis Bériot, a donné l'alerte : par milliers, des témoignages ont afflué. Les Français prennent conscience du mal et s'interrogent : "Comment, pourquoi, en est-on arrivé là ?" Spéculation Que "cet avachissement, cet avilissement de la qualité architecturale", comme le définit M. Michel Denieul, directeur de l'Architecture au ministère des Affaires culturelles, ne soit pas l'exclusivité de la France, personne ne le conteste. Le monde entier connaît un malaise architectural. Après avoir, des siècles durant, bâti pour le seigneur, le prince, le mécène, l'architecture ne sait pas encore bâtir pour la masse, le peuple, "l'innombrable", comme le dit l'architecte Emile Aillaud. En Grande-Bretagne, en Allemagne, en Italie, aux Etats-Unis, aussi, elle tâtonne. Ce n'est pas une consolation. Ni une raison suffisante pour admettre comme une fatalité la piètre architecture française. Ni pour excuser ceux qui l'ont laissée pousser comme les mauvaises graines, à tous les vents. Le premier des responsables, avant les architectes dépassés (voir page suivante l'opinion de Pierre Schneider) et les promoteurs avides, c'est l'Etat. Qui, par le jeu des servitudes, des permis de construire, etc., contrôle et, le plus souvent, paralyse la totalité de ce qui se bâtit en France. Qui est lui-même le premier client des architectes, le premier maître d'ouvrage des nouveaux édifices (hôpitaux, écoles, logements sociaux). Qui, à ce titre, aurait pu, et ne l'a pas fait, promouvoir une politique de l'habitation qui soit une politique d'embellissement. "Construire beaucoup, c'est une occasion d'embellir", dit Bertrand de Jouvenel.Au lieu de cela, que voit-on, en dépit de la réaction amorcée depuis quelques années par le ministère des Affaires culturelles ? La médiocrité primée, la création handicapée, la spéculation triomphante. Les grands ensembles sont une erreur, mais nous ne savons pas pourquoi. Colin Davidson, professeur à l'Ecole d'architecture de l'université de Montréal.Dans un vieux pays comme la France, pour lutter contre la laideur, il y a deux méthodes : une stratégie de choc qui favorise la qualité architecturale ; une stratégie défensive qui prévient la détérioration du patrimoine ancien. La première n'a jamais été définie. Comment s'étonner des résultats ? On ne s'est même jamais soucié d'en jeter les bases en pratiquant une politique d'urbanisme conséquente. "Une ville comme Paris, dit M. Denieul, se caractérise par une propension à accorder les permis de construire, quand ils sont demandés, au coup par coup. Et cela, faute de documents d'urbanisme suffisamment précis, souples et contraignants en même temps."Appréciation Contre ce système du n'importe quoi, n'importe où, n'importe comment, M. André Malraux avait voulu réagir. Il avait demandé à l'architecte urbaniste Gaston Leclaire d'étudier l'aménagement du quartier de la rotonde de La Villette, et spécialement des abords du bassin, appelé à devenir le pôle d'attraction d'un site urbain peu connu et insolite. L'étude a été menée à terme, mais ses conclusions sont restées lettre morte. De telles études, faites systématiquement, auraient pu freiner bien des désastres, non seulement à Paris, mais sur la Côte d'Azur, autre victime notoire d'une urbanisation désordonnée. Et servir de tremplin à une architecture raisonnée, sinon réussie, alors que celle dont nous souffrons n'est ni l'un ni l'autre. C'est aussi M. André Malraux qui, par la loi du 4 août 1962, dite des secteurs sauvegardés, tenta de consolider la stratégie défensive. De fait, à l'intérieur des quartiers préservés, au voisinage des monuments historiques on ne peut construire ni détruire n'importe quoi. Un immeuble tout en verre où se reflète la cathédrale d'Amiens ? Soit : le mélange des siècles n'est pas prohibé, au contraire, c'est la vie même des villes. A condition que les deux architectures soient, comme c'est le cas, bien intégrées l'une à l'autre. La R.a.t.p., en revanche, n'a pas reçu le droit de construire sur les quais de la Seine, déjà si meurtris, une tour de bureaux qui viendrait s'inscrire entre celles de Notre-Dame. Il y aurait donc sauvegarde sans le drame des dérogations laissées à l'appréciation des administrations. A cause d'une de ces dérogations, va s'élever, rue de l'Université, l'immeuble de bureaux réservé aux membres de l'Assemblée nationale. On le verra, de la place de la Concorde, se profiler derrière les deux étages de l'hôtel de Lassay, résidence du président de l'Assemblée. Dérogation aussi pour la barre massive des immeubles de Maine-Montparnasse et la tour de 200 m qui les couronnera : quand la maquette fut présentée devant la Commission des sites, un ministre et cinq préfets étaient présents pour l'appuyer de leur autorité politique. Il n'y eut pour ainsi dire pas de discussion. Quant à la tour de la Halle aux vins, autre pont aux ânes architectural, c'est l'enfant bâtard d'un grand projet : une flèche hélicoïdale, construite par l'architecte Edouard Albert, et couverte de mosaïque par Georges Braque. Hélas ! Albert et Braque sont morts, et les Parisiens n'ont sous les yeux que la tour sans génie d'Henri Coulomb. Bénédiction A Strasbourg, c'est le maire lui-même, M. Pierre Pflimlin, qui s'est obstiné à permettre la construction, à deux pas de la cathédrale, d'un complexe immobilier de 60 m de haut et de plus de 60 millions de Francs. La Commission départementale des sites, les Monuments historiques, la direction départementale de l'Equipement ont émis un avis défavorable. Les P.t.t. aussi, car cette tour fera écran aux liaisons hertziennes entre Strasbourg et Paris. Rien n'y a fait. M. Pflimlin a gagné. Les P.t.t. devront déplacer le relais de leurs ondes hertziennes, situé à Saverne, et la flèche rose de la cathédrale, point de ralliement de toute l'Alsace, se verra fâcheusement disputer le ciel. La Côte d'Azur regorge, hélas ! d'exemples tout aussi significatifs. Le dernier en date n'est pas le moins accablant. A Mandelieu-La Napoule, sur un terre-plein de 10 ha gagné sur la mer, vient d'être construit un "complexe" d'une quinzaine d'immeubles, hauts de sept étages, et d'une médiocrité affligeante, qui dépare un des plus beaux panoramas de la Côte, entre le massif de l'Esterel et les îles de Lérins. Avant de voir le jour, ce projet a reçu toutes les bénédictions officielles. Quinze organismes différents ont été consultés par le Conseil municipal, et, parmi eux, la Commission des sites. Pas un souffle de protestation ne s'est élevé. L'affaire est remontée à Paris. Finalement, le ministre de l'Equipement lui-même a signé le permis de construire et la concession d'endigage du port. Aujourd'hui, l'Association pour la défense des sites de Cannes et des environs distribue la photo du chantier à des milliers d'exemplaires. "Ce que nous voulons empêcher désormais." Et Mme Louise Moreau, élue maire de La Napoule aux dernières élections, est formelle : "Si, alors, j'avais été maire, je n'aurais jamais permis cela."
Répétition D'une part, l'Etat protège peu ou mal, d'autre part, loin de promouvoir la recherche et la qualité, il impose les normes d'une architecture concentrationnaire. Ainsi par le système des Cos (Coefficients d'occupation des sols), dans Paris et dans les grandes villes, où la pression de la rentabilité est énorme, on construit au maximum, même si c'est dépourvu de toute plausibilité, même si, du point de vue architectural. c'est une hérésie. "Il faudrait, dit M. Denieul, créer des zones de discontinuité : des Cos de 3 à un endroit, et, à d'autres, des Cos de 0 à 5, ce qui donnerait au faciès urbain un modelé, un relief. Au lieu de cela, le mot d'ordre est de 'bourrer' partout. Et le XVIe arrondissement de Paris, entre autres victimes, devient un immense chantier où se multiplient les surélévations intempestives." A quoi M. Jean Chapon, directeur du cabinet de M. Albin Chalandon, rétorque : "Il faut bâtir au maximum, sinon, où logera-t-on les milliers de gens qui affluent dans les villes ?" On touche, ici, au coeur du problème. Parce que les besoins étaient immenses et impérieux, on a construit beaucoup. Très vite. Sans se préoccuper du plaisir de vivre des futurs habitants. Comme si un environnement harmonieux était un luxe, cet environnement que les arbres et les champs fournissaient naturellement aux gens d'autrefois. Comme si l'on ne savait pas que la laideur monotone sécrète l'ennui, la morosité, le désespoir. Était-il impossible, au même prix, de construire bien ? Les réussites d'Emile Aillaud, par exemple, à Grigny-la-Grande-Borne, ou de Michel Andrault et de Pierre Parat à Sainte-Geneviève-des-Bois prouvent le contraire. Même avec les crédits limités des H.l.m., même en respectant les normes étouffantes de l'urbanisme réglementaire, on peut créer des habitations à l'échelle de l'homme, du paysage, des architectures favorables à la détente et au bien-être. Ce n'est pas une question de crédits, ni de servitudes ni de préfabrication. C'est une question d'audace, d'invention. Malheureusement, les inventeurs, en cette époque de conformisme, sont rares, et on les encourage peu. Sauf dans les cas où l'obstination d'un créateur a réussi à vaincre les résistances pour modeler un univers vraiment neuf, on s'est contenté d'additionner, de juxtaposer les machines à vivre, les cités dortoirs, de confondre industrialisation et répétition, fonctionnalisme et monotonie. Multiplication "Quand je me promène autour de Paris, disait, peu de temps avant sa mort, le grand architecte américain Richard Neutra, j'ai l'impression que ceux qui bâtissent n'ont jamais été à l'école maternelle. Ils ne savent pas où le soleil se lève, ni où il se couche. Ils ont oublié que l'homme a besoin de chlorophylle comme les arbres et d'espace comme les oiseaux. Ils ne savent faire que des prisons." Le ministère de l'Equipement, pour sa part, est fier d'avoir mis au point un catalogue de grands ensembles --boîtes géantes et tours de tous calibres -- qui permet aux maires et aux offices d'H.l.m. de choisir sur photos et sur plans des immeubles types, spécialement étudiés par des architectes (certains sont renommés) qui en garantissent la qualité de la fabrication et le prix. Au ministère de l'Education nationale qui, à lui seul, dépense 3 milliards par an pour construire 4 millions de m2 (un C.e.s. par jour), on prône la préfabrication (sauf dans les établissements de l'enseignement supérieur). Chaque année, parmi les propositions des trente-cinq entreprises agréées, qui se sont engagées à ne pas dépasser le prix plafond de 520 Francs le m2, on choisit trois ou quatre types nouveaux de C.e.s. On les expérimente en petite série l'année suivante. Puis, on se lance dans la fabrication industrielle. En soi, le système pourrait être bon. S'il n'aboutissait pas à la multiplication de bâtiments déprimants. Même à Cajarc (Lot), cher à M. Georges Pompidou, le C.e.s. offense la vue. L'Education nationale, à qui incombe, entre autres tâches, le soin de former l'oeil et le goût des enfants, ne s'en émeut pas. "Elle n'accepte, dit un haut fonctionnaire, aucun conseil, et se drape dans sa dignité de gros consommateur d'architecture." Subvention Le ministère de l'Agriculture n'agit pas avec plus de discernement. Il n'impose pas de modèles. Mais les prix plafonds des bâtiments agricoles ont été calculés si bas (en partant de la tôle ondulée et du parpaing non enduit) que l'agriculteur qui souhaiterait construire convenablement ne peut le faire, sans risquer de perdre le bénéfice de la subvention. Ainsi, la campagne française s'est couverte peu à peu de bergeries et d'étables qu'on dirait échappées de bidonvilles. Aucun site n'est épargné. Ni la Bretagne ni la Lozère. Si le classement de Colombey-les-Deux-Eglises n'était pas intervenu à temps, un hangar de tôle ondulée serait venu boucher la perspective historique qui s'étend devant la Boisserie... Une grande part de ces diverses calamités est due à l'incompétence des maîtres d'ouvrage - fonctionnaires et élus - desquels dépend la commande publique. "Le sens de l'architecture est aussi rare chez eux que le bon sens", disait quelqu'un qui les pratique. Et Raymonde Moulin, dans sa récente étude sur l'Etat et les architectes, l'a noté : "L'intérêt pour la qualité architecturale appartient sinon à l'ordre du rêve, du moins de ce qui peut être considéré comme un hasard heureux." Les promoteurs privés ne sont pas plus royalistes que le roi. Pas plus que l'Etat, ils ne se soucient d'apporter aux Français le plaisir que procure un heureux agencement de l'espace. Pour la plupart, ils se contentent d'appâter avec du clinquant - baies vitrées, travertin dans le hall, céramique dans la salle de bains - et offrent des immeubles de (faux) prestige, mal insonorisés, mal compris, étriqués, qui n'ont que de lointains rapports avec l'architecture, même s'ils portent des signatures connues.
Impulsion Peut-on enrayer l'épidémie de laideur ? Alertés par les avertissements de la Commission du VIe Plan, les Pouvoirs publics semblent vouloir secouer leur torpeur. Pas question de définir une politique. "On ne peut imposer une architecture officielle, comme en U.R.S.S., se défend M. Chapon. Nous sommes en pays de liberté." Mais on éprouve la nécessité d'agir. Premier essai de stratégie dynamique : le plan-construction, lancé, en mai, conjointement par MM. Chalandon, Jacques Duhamel et François-Xavier Ortoli. Son objectif avoué : rechercher un habitat qui réponde mieux au besoin de l'homme d'aujourd'hui. En fait, il s'agit de trouver des remèdes à l'échec des grands ensembles.
Au ministère des Affaires culturelles, dans la même foulée réformatrice on prépare deux projets de loi : l'un sur la profession d'architecte, l'autre sur les conditions de la commande publique. Toujours sous l'impulsion de M. Duhamel, la Fondation de France finance un concours d'architecture agricole qui sera lancé à l'automne en Franche-Comté, en Bourgogne et en Bretagne. Enfin, une étude a été menée pour voir de quelle façon on pourrait, dès l'école maternelle, sensibiliser les enfants aux problèmes de volumes et d'espaces. Il reste à convaincre l'Education nationale d'inscrire cet enseignement nouveau à ses programmes.A la direction de l'Architecture, malgré les faibles moyens financiers dont il dispose, M. Denieul souhaite influer plus directement sur la qualité de la construction, en développant les services de la création architecturale. Dans les trente prochaines années, la France va construire autant de logements qu'il en existe actuellement. Il est temps de se souvenir que le degré de civilisation d'un peuple se juge à la qualité des édifices qu'il laisse à la postérité. "La France n'est ni belle ni laide", Vasarely "La France n'est ni belle ni laide. C'est le point de vue où nous nous plaçons qui décide. Celui qui se promène à New York ne voit qu'une ville chaotique et sale. Mais si, le soir, on arrive de l'aéroport, on découvre les gratte-ciel illuminés qui émergent au-dessus du fog. C'est un spectacle inoubliable. La Courneuve ou Sarcelles, vues d'avion, présentent des aspects intéressants.""Remédier à la laideur est une tâche extrêmement complexe qui se place sur d'innombrables plans, sociologiques, psychologiques, esthétiques. Le gouvernement actuel est favorable à l'esthétique, mais peut-on imposer la beauté comme on a imposé la vaccination obligatoire ? Actuellement on construit partout des habitations du genre clapier. Ce phénomène est universel. Sarcelles et Saint-Denis ressemblent à Sydney ou à Tokyo." Le droit à la beauté, par Pierre Schneider Le mot "esthétique" a mauvaise presse. Mais l'esthétique, dans la bouche des architectes, c'est ce que font les autres... En réalité, jamais l'architecture n'a été plus préoccupée de beauté. Elle peut prendre les formes les plus diverses. Ici, elle est dans l'intense présence d'un édifice ; là, dans un agencement heureux de l'espace obtenu par des moyens insignifiants. Tantôt harmonieuse, tantôt agressive. L'élégance du chemin le plus court, mais aussi l'extravagance du chemin des écoliers : Ludwig Mies Van der Rohe ne nie pas Antonio Gaudi. L'essentiel est de ne pas se soumettre passivement aux idées reçues, d'exprimer son temps - fût-ce en s'efforçant de le réorienter. "Lorsqu'une oeuvre est à son maximum d'intensité, de proportions, de qualité d'exécution, de perfection, il se produit un phénomène d'espace indicible, les lieux se mettent à rayonner, physiquement. C'est du domaine de l'ineffable." Cette définition du beau est due au père du fonctionnalisme : Edouard Le Corbusier. L'absence de volonté créatrice se traduit par des formes inertes. Et l'inertie démoralise. Le jour n'est pas loin où le plus fanatique des technocrates sera contraint d'inclure le droit à la beauté dans ses frais généraux. A quelques exceptions près, l'histoire de l'architecture moderne - celle du dernier quart de siècle, surtout - ne s'est pas écrite en France. Pourquoi ? La raison la plus évidente est qu'elle n'a pas voulu ou su produire des architectes. La faute en incombe, en premier lieu, à l'Ecole des beaux-arts. La formation, ou plutôt la déformation qu'elle dispensait à ses élèves, était, depuis cent cinquante ans, résolument passéiste : on se référait à Versailles ou au Parthénon, oubliant que leur pouvoir de fascination venait de ce qu'ils avaient été, en leur temps, des bâtiments modernes. Le premier travail des élèves utilisant l'acier, le verre, fut présenté à l'Ecole en 1950.Vers 1956, un groupe d'élèves qui proposaient à Nicolas Untersteller, directeur de l'Ecole, d'organiser une exposition Mies Van der Rohe, s'entendirent répondre : "Je ne connais pas cette demoiselle." Un promoteur définit assez brutalement le produit de cet enseignement figé : "Les architectes ? Ils se croient des artistes. Ils ignorent la vie." Effectivement, l'Ecole n'a pas su assimiler la révolution industrielle. Vers 1840, un divorce s'opère entre architecte et ingénieur. Le premier n'a que mépris pour le second. Lorsque, au début du siècle, Fulgence Bienvenüe, ingénieur en chef du métropolitain, veut enseigner aux élèves de l'Ecole la technique du béton armé, ceux-ci le chahutent au cri de : "Tu nous prends pour des entrepreneurs ?" Bibliothèque nationale, Halles de Baltard, viaduc de Garabit - les chefs-d'oeuvre de la construction industrielle du XIXe siècle sont si peu considérés comme de l'architecture, que le premier d'entre eux à avoir été classé monument historique fut la tour Eiffel. Depuis quelques générations, les architectes apprenaient les techniques modernes, mais comme un mal nécessaire. "Un tuyau, ça se cache", dit l'un d'eux. Ils acceptaient de construire une usine ou une H.l.m. - il faut bien vivre - mais leur rêve restait de bâtir pour un prince. Aucune place n'était faite, dans l'enseignement, à l'économie, à la sociologie - en un mot à la donnée humaine qui est à la fois le grand problème de l'époque et sa chance de renouvellement : les nombres. Que pèsent ces rêveurs anachroniques en face de gens qui ont le sens des réalités - ceux-là mêmes qui les font travailler : les promoteurs ? Rien. Dans les pays anglo-saxons, l'architecte est respecté ; chez nous, c'est le pauvre type qui oublie un escalier. Un promoteur explique : "Comment je choisis un architecte ? C'est simple : je prends celui qui fait ce que je veux." Et ce qu'il veut, c'est ce qui se vend, c'est-à-dire le "standing". Il n'y a pas de grand architecte sans grand client, note l'architecte Michel Bezançon. Or, à l'encontre des Etats-Unis ou de l'Italie, en France, l'architecture ne se vend pas comme image de marque." M. Claude Alphandéry, P.d.g. de la Banque de la construction et des travaux publics, confirme : "Les gens d'affaires français ne considèrent pas encore l'architecture comme le bon signe extérieur de la réussite." Créer, dans ces conditions, tient du miracle. L'architecture abdique ou se condamne à périr de faim. Dans le secteur public, l'accueil à l'architecture vivante n'est pas meilleur que dans le privé. L'architecte, pour faire aboutir un projet, doit avoir l'obstination des personnages de Kafka. Un disciple connu de Le Corbusier se voit refuser une commande parce que, selon les mots du financier désolé, "il n'a personne dans sa manche". Savoir se débrouiller est plus important que savoir créer. "Le secteur public est démembré en parties qui doivent négocier entre elles", explique M. Alphandéry. D'excellentes réalisations, toutes dues à la volonté d'individus, soulignent d'autant plus cruellement la formidable indifférence des hommes politiques (qu'ils soient de droite ou de gauche) et des technocrates à "la dimension poétique". Les ministres se préoccupent de pouvoir proclamer à la fin de l'année qu'on a construit tant de logis, mais II ne vient à l'idée de personne de supposer que ces logis devraient, en toute justice, tomber sous le coup de la loi qui interdit de déposer des ordures sur la voie publique. Pourtant, il est des raisons d'espérer. La principale est l'apparition d'une génération d'architectes pour qui l'industrie n'est plus l'ennemi - pas plus que la panacée - mais un instrument. Un instrument qui, bien utilisé, peut libérer l'architecture de ses servitudes. Ici et là, surgissent des bâtiments, des ensembles dont la réussite démontre qu'aujourd'hui les contraintes techniques et budgétaires ne sont plus que l'alibi facile des médiocres. L'imagination est humainement nécessaire. Elle est techniquement possible. A nous de savoir l'exiger. www.lexpress.fr/culture/1971-architecture-et-urbanisme-la... Métamorphoses des villes : d'hier à aujourd'hui L'oeuvre de Le Corbusier classée au patrimoine mondial de l'Unesco Marseille, d'hier à aujourd'hui Lille d'hier à aujourd'hui... www.lexpress.fr/culture/en-images-l-oeuvre-de-le-corbusie... Dix-sept réalisations de l'architecte franco-suisse, dont dix situées en France, sont désormais inscrites au patrimoine mondial de l'organisation. Une proposition adoptée par consensus et sans changement par le comité en charge du classement. La troisième aura été la bonne. Après deux tentatives infructueuses, l'oeuvre architecturale de Le Corbusier a été inscrite au Patrimoine mondial, a annoncé dimanche l'Unesco. La décision a été prise lors de la 40e session du Comité du patrimoine mondial de l'Unesco à Istanbul. Cette réunion a été suspendue samedi en raison de la tentative de putsch militaire, avant de reprendre dimanche matin. Le classement porte sur dix-sept réalisations de l'architecte franco-suisse dans sept pays. Dix d'entre elles sont situées en France. Parmi elles figure la Maison de la Culture de Firminy A ces réalisations s'ajoutent les Maisons La Roche et Jeanneret à Paris, la Villa Savoye et loge du jardinier à Poissy, l'Immeuble locatif à la Porte Molitor à Boulogne-Billancourt, la Manufacture à Saint-Dié-des-Vosges, le couvent Sainte-Marie-de-la-Tourette à Eveux. Le Corbusier : hommage au virtuose de la modernité www.cotemaison.fr/chaine-d/deco-design/le-corbusier-un-ar... frontières françaises, d'autres créations de Le Corbusier ont également été classées. L'immeuble Clarté à Genève, la petite villa au bord du lac Léman à Corseaux (Suisse), la maison Guiette à Anvers (Belgique), les maisons de la Weissenhof-Siedlung à Stuttgart (Allemagne), la Maison du Docteur Curutchet à La Plata (Argentine), le musée national des beaux-Arts de l'Occident à Taito-Ku à Tokyo (Japon) et le complexe du capitole à Chandighar (Inde)."Cette bonne nouvelle survient après plus de dix ans de travail, de concertation et deux échecs", s'est félicité dans un communiqué Benoît Cornu, premier adjoint à Ronchamp (Haute-Saône), qui préside depuis 2016 l'Association des Sites Le Corbusier créée en 2010. Le Corbusier: hommage au virtuose de la modernité Interrogé par Le Monde, le même interlocuteur considère que Icomos, le Conseil international des monuments et des sites, avait par le passé jugé la série proposé "trop pléthorique et éclectique, et surtout, déploré l'absence du site de Chandigarh en Inde, qui révélait la dimension urbanistique de l'oeuvre". En intégrant ce site qui comprend un quartier, sa maison de la culture, son stade, sa piscine et son église -le plus grand conçu par l'architecte- les promoteurs du dossier de candidature ont tiré parti des expériences passées. La ministre de la Culture et de la Communication, Audrey Azoulay, s'est réjouie de la décision de l'Unesco, en relevant qu'elle soulignait "l'importance de la préservation et de la valorisation du patrimoine récent, de moins de cent ans". l'architecture moderne au rang d'art majeur. L'occasion de revisiter son oeuvre architecturale avec notamment la Cité radieuse à Marseille, sans oublier son parcours de peintre et de designer. L'Express Styles est aussi parti à la rencontre d'artistes comme India Mahdavi ou Ora-ïto qui s'en sont inspirés... Découverte ! L'architecte de tous les possibles est aussi celui de tous les paradoxes. Mort en eaux troubles - on a retrouvé son corps noyé sur la plage de Roquebrune-Cap-Martin le 27 août 1965 -, Le Corbusier est, aussi, l'homme solaire qui a accouché de la Cité radieuse et un "visionnaire persuadé de pouvoir apporter la joie de vivre", affirme Sylvie Andreu, directrice de collection du livre Cher Corbu... (1). Cinq décennies après sa disparition, son aura continue de briller et son héritage est intact, de la villa Savoye, à Poissy (Yvelines), à l'unité d'habitation de Firminy (Loire), en passant par la chapelle de Ronchamp en Franche- Comté ou la ville nouvelle de Chandigarh en Inde. Et pourtant, l'homme n'a pas que des admirateurs... La Cité radieuse à Marseille.La Cité radieuse à Marseille.SDP La ville nouvelle de Chandigarh, en Inde, construite en 1947.La ville nouvelle de Chandigarh, en Inde, construite en 1947.Narinder Nanu/AFP
Critiquant ses excès et sa mégalomanie, ses détracteurs lui reprochent également, encore aujourd'hui, son approche fonctionnaliste trop radicale et d'être à l'origine de l'urbanisme des banlieues. Autant dire que le mystère autour de Charles-Edouard Jeanneret- Gris, dit Le Corbusier - né en Suisse en 1887 -, reste entier. Qui était vraiment cet autodidacte insatiable et obstiné dont l'oeuvre attend toujours son classement à l'Unesco, au titre de sa "contribution exceptionnelle au mouvement moderne"? Un virtuose de l'architecture bien qu'il n'ait pas le diplôme (il a quitté l'école à 13 ans) ? Un grand designer ? Un peintre compulsif ("Le dessin est fait avant que je ne l'aie pensé") ? Un sculpteur majeur ?
De toute évidence, un artiste surdoué et protéiforme "qui a profon dément marqué le XXe siècle et bouleversé notre façon d'habiter, explique Sylvie Andreu. Il sera guidé toute sa vie par l'esprit nouveau de son époque et n'au ra de cesse de combattre les conservatismes". A partir du 29 avril 2015, l'exposition du Centre Pompidou propose une relecture de ses créations - plus de 300 dessins, tableaux, sculptures, photos, meubles, dont certaines pièces réalisées dès 1923 avec Pierre Jeanneret... - qui seront présentées via le prisme de la mesure du corps humain. La villa Savoye (1928-1931), à PoissyLa villa Savoye (1928-1931), à PoissyArcaid/Corbis
Empreinte du modulor dans le béton, visible a Rezé (Loire-Atlantique)Empreinte du modulor dans le béton, visible a Rezé (Loire-Atlantique)SDP "L'homme a toujours été au centre de ses préoccupations, explique Jacques Sbriglio, architecte urbaniste et commissaire de l'exposition organisée à Marseille, en 2013, Le Corbusier et la question du brutalisme. Il a inventé un langage et fait basculer l'architecture dans le XXe siècle. Chacune de ses réalisations inter - rogeait le rapport de l'homme aux usages quotidiens. Quand il dessinait les plans d'une ville, il indiquait l'échelle, mais aussi le temps de déplacement d'un point à un autre." Et Olivier Cinqualbre, commissaire de l'exposition du Centre Pompidou, d'ajouter : "La cellule d'habitation pensée par Le Corbusier est petite mais pratique, à taille humaine. Pour épouser les mouvements du corps, le mobilier devient réglable (dès 1929), modulable ou encastrable." La chapelle Notre-Dame-du-Haut (1950-1955), à RonchampLa chapelle Notre-Dame-du-Haut (1950-1955), à RonchampCalle Montes/Photononstop
Avant-gardiste, ce bâtisseur souhaite libérer l'individu des contraintes, du mal-logement, de l'inconfort. Car, ne l'oublions pas, au lendemain de la guerre, chaque mètre carré compte! Pour modifier la perception des volumes, il use en plus de couleurs franches. Là aussi, il connaît sa palette... Depuis qu'il s'est installé à Paris en 1917, il peint tous les jours et manie le nuancier avec finesse. Voilà qui explique sans doute qu'il ait autant d'influence auprès des créateurs tous azimuts : designers et stylistes de mode! La preuve, ci-contre, en cinq témoignages... . Le Corbusier. Mesures de l'homme, du 29 avril au 3 août 2015, Centre Pompidou, Paris (IVe), www.centre pompidou.fr
Chandigarh, 50 ans après Le Corbusier, du 11 novembre 2015 au 14 mars 2016 à la Cité de l'architecture et du patrimoine, Paris (XVIe). www.citechaillot.fr
"Cher Corbu" Recueil de témoignages de 12 architectes contemporains sur le grand homme, dans lequel chacun lui écrit une lettre."Cher Corbu" Recueil de témoignages de 12 architectes contemporains sur le grand homme, dans lequel chacun lui écrit une lettre.SDP
(1) Cher Corbu..., un ouvrage collectif qui recueille le témoignage de 12 architectes contemporains sur le grand homme : de Paul Chemetov à Odile Decq en passant par Elisabeth de Portzamparc ou Claude Parent, qui lui ont chacun écrit une lettre. Bernard Chauveau éd., 48 p., 22,50 ?
Ils se sont inspirés du Corbusier...India Mahdavi, amoureuse d'innovation
India Mahdavi, architecte d'intérieur et designer. Vient de terminer le restaurant I Love Paris pour Guy Martin.India Mahdavi, architecte d'intérieur et designer. Vient de terminer le restaurant I Love Paris pour Guy Martin.SDP
L'Express Styles : Que représente pour vous le Corbusier ?
India Mahdavi : C'est un révolutionnaire et un provocateur, qui a fait renaître l'architecture moderne en mettant l'homme au centre de la vie et de la ville. Il a eu l'intelligence de s'interroger sur les modes de vie des gens bien avant tout le monde. Son rapport aux proportions m'a imprégnée. Sur mes chantiers, j'utilise aussi le Modulor. Ses références sont devenues les miennes. Il a cassé les normes bourgeoises de l'habitat. L'Express Styles : En quoi a-t-il inspiré vos créations ? India Mahdavi : J'aime beaucoup sa façon d'appliquer la couleur en aplats pour redessiner les volumes, rythmer les espaces, marquer les perspectives. C'était un formidable coloriste. L'ouvrage Le Corbusier. Polychromies architecturalesest d'ailleurs une de mes bibles. Il référence toutes les nuances et permet, grâce à une réglette, de les associer harmonieusement. C'est un outil dont je me sers sur tous mes chantiers.
L'Express Styles : Quelle est pour vous la pièce ou le bâtiment culte ? India Mahdavi : Le tabouret à poignées, en chêne, qu'il a conçu pour son cabanon, d'après une caisse à whiskys. On peut évidemment s'asseoir dessus, mais on peut surtout l'empiler pour séparer une pièce, le transformer en chevet ou en table basse. Il n'y a pas de meuble qui résume mieux son oeuvre. Le Corbusier : hommage au virtuose de la modernitéSDP Ora-ïto et sa fascination pour la minutie
Ora-ïto, architecte designer. Propriétaire du toit terrasse de la Cité radieuse à Marseille.Ora-ïto, architecte designer. Propriétaire du toit terrasse de la Cité radieuse à Marseille.SDP L'Express Styles : Que représente pour vous Le Corbusier ? Ora-ïto : Il est l'inventeur de la modernité. Pour chacune de ses réalisations, il a établi un vrai scénario de vie. La Cité radieuse en est le plus bel exemple. Tout y est pensé au millimètre près et à bonne hauteur grâce au Modulor-une grille de mesures qu'il a inventée et représentée par la silhouette d'un homme debout, le bras levé. C'était aussi un obsessionnel. D'ailleurs, quand il érige cette unité d'habitation, on le surnomme le "Fada". Mais il reste un grand monsieur qui m'a beaucoup influencé.
L'Express Styles : En quoi a-t-il inspiré vos créations ?
Ora-ïto : Je ne suis pas habité par Corbu, mais imprégné de ses concepts. Sa rigueur, sa façon d'organiser les espaces en lien avec les modes de vie et sa simplicité restent des valeurs essentielles. C'est le Steve Job de l'architecture !
L'Express Styles : Quelle est pour vous la pièce ou le bâtiment culte ? Ora-ïto : La villa Savoye à Poissy. Art déco, cette première maison de week-end est spectaculaire : une "boîte en l'air" montée sur pilotis, qui a tout pour elle. Elle est lumineuse, élégante et intemporelle.
Le Corbusier : hommage au virtuose de la modernitéSDP
Pierre Charpin, sensibilité des couleurs Pierre Charpin, designer. Prépare une exposition pour la galerie Kréo à Londres.Pierre Charpin, designer. Prépare une exposition pour la galerie Kréo à Londres.SDPL'Express Styles : Que représente pour vous Le Corbusier ?Pierre Charpin : Ce n'est pas un maître à penser, mais un grand architecte et aussi un étonnant plasticien doué d'une sensibilité aux formes hors pair. La chapelle de Ronchamp - tout en courbes et en harmonie avec le paysage - en est un des plus beaux exemples, le contraire d'un bâtiment standardisé. L'Express Styles : En quoi a-t-il inspiré vos créations ? Pierre Charpin : Je ne sais pas s'il m'a influencé, mais son travail sur les couleurs m'a beaucoup intéressé. Il utilise une gamme de coloris plus subtile et sophistiquée que celle des primaires. Comme lui, je n'aime pas les fausses couleurs et les demi-teintes, ni les objets trop lisses. J'apprécie sa façon d'appréhender le béton, notamment à la Cité radieuse. Il en a fait une surface vivante et pas si brutale que ça ! Pour y avoir séjourné, je suis frappé par la sophistication et la simplicité de ce grand vaisseau. Corbu fait partie, avec Sottsass, des gens qui comptent pour moi. C'est à la fois un théoricien et un être très sensible. L'Express Styles : Quelle est pour vous la pièce ou le bâtiment culte ? Pierre Charpin : Son cabanon de Roquebrune-Cap-Martin, de 3,66 mètres sur 3,66, est un modèle d'intelligence : il a optimisé chaque centimètre carré. Cette réalisation démontre à quel point il était libre. Eux aussi l'apprécient... Jérome Dreyfuss, créateur de sacs"Mes grands-parents étant les voisins de Jean Prouvé, à Nancy ; j'ai été sensible, très jeune, à l'architecture et à Corbu, qui a toujours eu une longueur d'avance. A chaque problème il trouvait une solution. Il avait cette capacité d'inventer des concepts et des principes de construction. Il était à la fois rationnel et créatif. Quand j'ai aménagé mon cabanon à Fontainebleau, j'ai optimisé chaque mètre carré. Chaque objet a sa fonction et sa raison d'être." www.jerome-dreyfuss.com Frédérique Dessemond, créatrice de la marque de bijoux Ginette NY "Je vis aujourd'hui à New York mais j'ai grandi - juqu'à 28 ans - à la Cité radieuse, dont je garde un souvenir ému. On vivait en autarcie, entre copains, c'était mieux que le Club Med ! Les appartements étaient très lumineux, remarquablement bien étudiés. J'ai conçu ma future boutique [66, rue des Saints-Pères, Paris VIe] à partir du Modulor. Et mes bijoux sont simples, faciles à vivre et sans ostentation, comme l'étaient ses réalisations." www.ginette-ny.com - www.ladepeche.fr/article/2010/11/02/940025-140-ans-en-arc... dreux-par-pierlouim.over-blog.com/article-chamards-1962-9... missionphoto.datar.gouv.fr/fr/photographe/7639/serie/7695...
Official Trailer - the Pruitt-Igoe Myth: an Urban History
www.youtube.com/watch?v=g7RwwkNzF68 - la dérive des continents youtu.be/kEeo8muZYJU Et la disparition des Mammouths - RILLIEUX LA PAPE & Dynacité - Le 23 février 2017, à 11h30, les tours Lyautey étaient foudroyées. www.youtube.com/watch?v=W---rnYoiQc …
Ginger CEBTP Démolition, filiale déconstruction du Groupe Ginger, a réalisé la maîtrise d'oeuvre de l'opération et produit les études d'exécution. L'emblématique ZUP Pruitt Igoe. vaste quartier HLM (33 barres de 11 étages) de Saint-Louis (Missouri) USA. démoli en 1972 www.youtube.com/watch?v=nq_SpRBXRmE … "Life is complicated, i killed people, smuggled people, sold people, but perhaps in here.. things will be different." ~ Niko Bellic - cité Balzac, à Vitry-sur-Seine (23 juin 2010).13H & Boom, quelques secondes plus tard, la barre «GHJ», 14 étages et 168 lgts, s’effondrait comme un château de cartes sous les applaudissements et les sifflets, bientôt enveloppés dans un nuage de poussière. www.youtube.com/watch?v=d9nBMHS7mzY … - "La Chapelle" Réhabilitation thermique de 667 logements à Andrézieux-Bou... youtu.be/0tswIPdoVCE - 11 octobre 1984 www.youtube.com/watch?v=Xk-Je1eQ5po …
DESTRUCTION par explosifs de 10 tours du QUARTIER DES MINGUETTES, à LYON. les tours des Minguettes ; VG des tours explosant et s'affaissant sur le côté dans un nuage de fumée blanche ; à 13H15, nous assistons à l'explosion de 4 autres tours - St-Etienne Métropole & Montchovet - la célèbre Muraille de Chine ( 540 lgts 270m de long 15 allees) qui était à l'époque en 1964 la plus grande barre HLM jamais construit en Europe. Après des phases de rénovation, cet immeuble a été dynamité en mai 2000 www.youtube.com/watch?v=YB3z_Z6DTdc … - PRESQU'ILE DE GENNEVILLIERS...AUJOURD'HUI...DEMAIN... (LA video içi parcours.cinearchives.org/Les-films-PRESQU-ILE-DE-GENNEVI... … ) Ce film de la municipalité de Gennevilliers explique la démarche et les objectifs de l’exposition communale consacrée à la presqu’île, exposition qui se tint en déc 1972 et janvier 1973 - le mythe de Pruitt-Igoe en video içi nextcity.org/daily/entry/watch-the-trailer-for-the-pruitt... … - 1964, quand les loisirs n’avaient (deja) pas le droit de cité poke @Memoire2cite youtu.be/Oj64jFKIcAE - Devenir de la ZUP de La Paillade youtu.be/1qxAhsqsV8M v - Regard sur les barres Zum' youtu.be/Eow6sODGct8 v - MONTCHOVET EN CONSTRUCTION Saint Etienne, ses travaux - Vidéo Ina.fr www.ina.fr/video/LXF99004401 … via - La construction de la Grande Borne à Grigny en 1969 Archive INA www.youtube.com/watch?time_continue=12&v=t843Ny2p7Ww (discours excellent en seconde partie) -David Liaudet : l'image absolue, c'est la carte postale" phothistory.wordpress.com/2016/04/27/david-liaudet-limage... … l'architecture sanatoriale Histoire des sanatoriums en France (1915-1945). Une architecture en quête de rendement thérapeutique..
passy-culture.com/wp-content/uploads/2009/10/Les-15-Glori... … … & hal.archives-ouvertes.fr/tel-01935993/document … explosion des tours Gauguin Destruction par implosion des Tours Gauguin (quartier de La Bastide) de Limoges le dimanche 28 novembre 2010 à 11 heures. Limoges 28/11/2010 youtu.be/cd0ln4Nqqbs … 42 Roanne - c'etait le 11 novembre 2013 - Souvenirs des HLM quartier du Parc... Après presque 45 minutes de retard, les trois dernières tours Chanteclair sont tombées. Le tir prévu etait à 11h14 La vidéo içi www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-les-3-dernieres-... … … www.leprogres.fr/loire/2013/11/01/roanne-une-vingtaine-de... …Besançon (25) - la Nouvelle cité d'HLM La Planoise en 1960 avec la video des premiers habitants de Planoise en juin 1968 www.youtube.com/watch?v=LVKAkJSsCGk … … … archive INA … BEGIN Japanology - les utopies de l'extreme et Kenzo Tange l'architecte japonnais - la video içi www.youtube.com/watch?v=ZlAOtYFE4GM … 71 les Prés Saint-Jean a Chalon-sur-Saône - L'Implosion des 3 tours HLM de 15 etages le 5 décembre 2009 par FERRARI DEMOLITION içi www.youtube.com/watch?v=oDsqOjQJS8E … … … & là www.youtube.com/watch?v=ARQYQLORBBE … 21 DIJON Cité des Grésilles - c'etait l'implosion de la residençe HLM Paul Bur le 19 02 2010 www.youtube.com/watch?v=fAEuaq5mivM … … & la www.youtube.com/watch?v=mTUm-mky-sw … 59 - la technique dite du basculement - Destruction de l'immeuble Rhone a Lille avec pleins de ralentit içi video-streaming.orange.fr/actu-politique/destruction-de-l... … 21 Chenôve (le GRAND DIJON) - Implosion de la barre François RUDE le 3 nov 2010 (top video !!) www.youtube.com/watch?v=ClmeXzo3r5A … …Quand l histoire çe repete et çe repetera autant de fois que nesçessaire quand on voie la quantitée de barres 60 70's...dans le collimateur de l'ANRU2.. 77 MEAUX 3 grandes tours..& puis s'en vont.. Démolition Pierre Collinet Batiment Genêt, Hortensia et Iris - Reportage Journal le 26 juin 2011 youtu.be/fpPcaC2wRIc 71 CHALON SUR SAONE C'etait les Prés Saint Jean le 05 décembre 2009 , pour une implosion hlm hors du commun !!! Caméra mise à même le sol , à une vingtaine de mètres de la première tour .... www.youtube.com/watch?v=kVlC9rYU-gs … 78 les MUREAUX le 3 octobre 2010 ,Les dernières minutes de la Tour Molière aux Mureaux (Yvelines) et sa démolition par semi-foudroyage, filmés du quartier de la Vigne Blanche. www.youtube.com/watch?v=u2FDMxrLHcw …71 MACON LES GRANDES PERRIERES C'etait un 30 juin 2013, avec l'implosion de la barre HLM des Perrières par GINGER www.youtube.com/watch?v=EzYwTcCGUGA … … une video exceptionnelle ! c'etait Le Norfolk Court un ensemble résidentiel, le Norfolk Court, construit dans les années 1970, a été démoli à Glasgow en Ecosse le 9 mai 2016 . Il rate la démolition d'un immeuble au tout dernier moment LES PASSAGERS DU BUS EN PROFITE A SA PLAçE lol www.20minutes.fr/tv/t-as-vu/237077-il-rate-la-demolition-... … 69 LYON Quand La Duchère disait adieu à sa barre 230 le jeudi 2 juillet 2015 www.youtube.com/watch?v=BSwidwLw0NA … www.youtube.com/watch?v=BdLjUAK1oUk … www.youtube.com/watch?v=-DZ5RSLpYrM …Avenir Deconstruction : Foudroyage de 3 barres HLM - VAULX-EN-VELIN (69) www.youtube.com/watch?v=-E02NUMqDno Démolition du quartier Bachelard à Vaulx-en-Velin www.youtube.com/watch?v=DSAEBIYYpXY Démolition des tours du Pré de l'Herpe (Vaulx-en-Velin)
www.youtube.com/watch?v=fG5sD1G-QgU REPORTAGE - En sept secondes, un ensemble de 407 appartements à Vaulx-en-Velin a été détruit à l'explosif dans le cadre du renouvellement urbain... www.youtube.com/watch?v=Js6w9bnUuRM www.youtube.com/watch?v=MCj5D1NhxhI - St-QUENTIN LA ZUP (scic)- NOUMEA - NOUVELLE CALEDONIE historique de la cité Saint-Quentin içi www.agence-concept.com/savoir-faire/sic/
www.youtube.com/watch?v=_Gt6STiH_pM …[VIDEOS] Trois tours de la cité des Indes de Sartrouville ont été démolies dans le cadre du plan de rénovation urbaine du quartier Mille quatre cent soixante-deux détonateurs, 312 kilos le 06/06/2010 à 11 heures. la belle video içi www.youtube.com/watch?v=fY1B07GWyDE VIGNEUX-SUR-SEINE, VOTRE HISTOIRE, VOS SOUVENIRS. içi www.youtube.com/watch?v=8o_Ke26mB48 … , Film des Tours et du quartier de la Croix Blanche, de 1966 à 1968. Les Tours en train de finir de se construire, ainsi que le centre commerciale. Destruction de la Tour 21, pour construire de nouveaux HLM... l'UNION SOCIALE POUR L HABITAT fete ses 90 ans "TOUT savoir tout voir, tout connaitre, sur le LOGEMENT SOCIAL des HLM aux HBM avec le Musée HLM" en ligne sur le WEB içi musee-hlm.fr/ www.banquedesterritoires.fr/lunion-sociale-pour-lhabitat-... … içi www.banquedesterritoires.fr/lunion-sociale-pour-lhabitat-... … De grandes barres d’immeubles, appelées les grands ensembles, sont le symbole de nos banlieues. Entrée Libre revient sur le phénomène de destruction de ces bâtiments qui reflètent aujourd’hui la misere www.youtube.com/watch?v=mCqHBP5SBiM twitter.com/Memoire2cite/status/1121877386491043840/photo... Avril 1993, 6 ans après l'implosion de la tour DEBUSSY des 4000, 30% seulement des travaux de rénovation ont été réalisés et le chômage frappe toujours 1/3 des hbts. C'est un échec. A Mantes la Jolie, 6 mois après la destruction des 4 tours du Val Fourré, www.youtube.com/watch?v=ta4kj05KJOM … Banlieue 89, Bacalan à Bordeaux 1986 - Un exemple de rénovation urbaine et réhabilitation de l'habitat dans un des quartiers de Bordeaux La Cité Claveau à BACALAN. A l'initiative du mouvementla video içi www.youtube.com/watch?v=IN0JtGBaA1o … L'assoçiation de ROLLAND CASTRO @ Le Plan Banlieue 89 - mode d'emploi - Archive INA - La video içi. TRANSFORMER LES PAYSAGES URBAINS AVEC UNE APPROCHE CULTURELLE www.youtube.com/watch?v=Aw-_f-bT2TQ … SNCF les EDITIONS DU CABRI PRESENTE PARIS LA BANLIEUE 1960-1980 -La video Içi. www.youtube.com/watch?v=lDEQOsdGjsg … Içi la DATAR en 1000 clichés missionphotodatar.cget.gouv.fr/accueil - Notre Paris, 1961, Réalisation : André Fontaine, Henri Gruel Les archives filmées de la cinémathèque du ministère de 1945 à nos jours içi www.dailymotion.com/video/xgis6v?playlist=x34ije
31 TOULOUSE - le Mirail 1962 réalisation : Mario Marret construction de la ville nouvelle Toulouse le Mirail, commentée par l'architecte urbaniste Georges Candilis le film www.dailymotion.com/video/xn4t4q?playlist=x34ije Il existe de nos jours, de nombreux photographes qui privilégient la qualité artistique de leurs travaux cartophiles. A vous de découvrir ces artistes inconnus aujourd’hui, mais qui seront peut-être les grands noms de demain.Les films du MRU - Le temps de l'urbanisme, 1962, Réalisation : Philippe Brunet www.dailymotion.com/video/xgj2zz?playlist=x34ije … … … … -Les grands ensembles en images Les ministères en charge du logement et leur production audiovisuelle (1944-1966) MASSY - Les films du MRU - La Cité des hommes, 1966, Réalisation : Fréderic Rossif, Albert Knobler www.dailymotion.com/video/xgiqzr?playlist=x34i - Les films du MRU @ les AUTOROUTES - Les liaisons moins dangereuses 1972 la construction des autoroutes en France - Le réseau autoroutier 1960 Histoire de France Transports et Communications - www.dailymotion.com/video/xxi0ae?playlist=x34ije … - A quoi servaient les films produits par le MRU ministère de la Reconstruction et de l'Urbanisme ? la réponse de Danielle Voldman historienne spécialiste de la reconstruction www.dailymotion.com/video/x148qu4?playlist=x34ije … -les films du MRU - Bâtir mieux plus vite et moins cher 1975 l'industrialisation du bâtiment et ses innovations : la préfabrication en usine, le coffrage glissant... www.dailymotion.com/video/xyjudq?playlist=x34ije … - TOUT SUR LA CONSTRUCTION DE NOTRE DAME LA CATHEDRALE DE PARIS Içi www.notredamedeparis.fr/la-cathedrale/histoire/historique... -MRU Les films - Le Bonheur est dans le béton - 2015 Documentaire réalisé par Lorenz Findeisen produit par Les Films du Tambour de Soie içi www.dailymotion.com/video/x413amo?playlist=x34ije …
archipostcard.blogspot.com/search?updated-max=2009-02-13T... -Créteil.un couple à la niaiserie béate exalte les multiples bonheurs de la vie dans les new G.E. www.youtube.com/watch?v=FT1_abIteFE … La Ville bidon était un téléfilm d'1 heure intitulé La Décharge.Mais la censure de ces temps de présidence Pompidou en a interdit la diffusion télévisuelle - museedelacartepostale.fr/periode-semi-moderne/ - archipostalecarte.blogspot.com/ - Hansjörg Schneider BAUNETZWOCHE 87 über Papiermoderne www.baunetz.de/meldungen/Meldungen_BAUNETZWOCHE_87_ueber_... … - ARCHITECTURE le blog de Claude LOTHIER içi leblogdeclaudelothier.blogspot.com/2006/ - - Le balnéaire en cartes postales autour de la collection de David Liaudet, et ses excellents commentaires.. www.dailymotion.com/video/x57d3b8 -Restaurants Jacques BOREL, Autoroute A 6, 1972 Canton d'AUXERRE youtu.be/LRNhNzgkUcY munchies.vice.com/fr/article/43a4kp/jacques-borel-lhomme-... … Celui qu'on appellera le « Napoléon du prêt-à-manger » se détourne d'ailleurs peu à peu des Wimpy, s'engueule avec la maison mère et fait péricliter la franchise ...que dire de RICARDO BOFFIL Les meilleures balades que j’ai fait autour de Paris je les ai faites dans l’application Plans. Je ne minore pas le rôle de Google Maps, révolution cartographique sans précédent et sans égale, qui aura réalisé nos fantasmes d’Aleph borgesien — l’idée d’un point d’où le monde serait visible en totalité — parachevé Mercator et permis d’explorer des parties du globe inconnues de Cook, Bougainville et Amundsen. Je n’oublie pas non plus cet exercice de cartographie au collège, qui nous avait démontré que nous étions à 3 cartes IGN de la capitale, et que le tissu urbain était de plus en plus serré à mesure que nous avancions vers le nord. Mais Plan possédait une fonctionnalité inédite, le Flyover, technologie à l’origine destinée aux pilotes de chasse, et qui fournissait des rendus 3D spectaculaire des bâtiments survolés — ainsi que des arbres et des déclivités du sol On quittait enfin les champs asphyxiants de la photographie aérienne pour des vues à l’oblique des villes visitées : après un siècle d’écrasement — la photographie aérienne est étroitement contemporaine du bombardement aérien — les villes reprenaient enfin de la vigueur et remontaient vers le ciel. J’avais d’ailleurs effectué moi-même une manœuvre de redressement similaire le jour où j’étais parti, à pied depuis Paris, visiter à Nanterre une exposition sur la photographie aérienne. J’étais à la quête des premières vues de Paris qu’avait prises Nadar depuis un ballon captif. À défaut de ces images, définitivement manquantes, j’avais parcouru, après la Grande Arche, les derniers kilomètres de la Voie Royale, cette prodigieuse perspective historique partie du Louvre — rare exemple de frise chronologique implémentée dans une structure urbanistique.J’avais en réalité un peu dévié de la ligne droite pour aller voir les tours Nuages d’Emile Aillaud, le Facteur Cheval du modernisme, dont je connaissais déjà les autres chefs d’œuvres d'architecture naïve, les nouilles chinoises de Grigny et le spaghetti de Pantin.C’était précisément l’usage que j’avais fait de l’application Plans : j’étais parti à la recherche de tous les groupements de tour qu’elle m’avait permis d’identifier, sur mon iPad. Je les faisais tourner avec deux doigts, comme un éclaireur qui marcherait autour d’un donjon, avant de les immortaliser, sous leur plus bel angle, par une capture d’écran.Un éclaireur autour d’un donjon : c’était exactement cela, qui m’avait fasciné. Les guerres territoriales entre Les Tarterêts de Corbeil et les Pyramides d’Evry avaient marqué mon enfance. La notion de cité, telle qu’elle avait été définie, à partir des années 80, dans le second âge des grands ensembles, l’âge du déclin, avait conservé un cachet médiéval. Ici, vivaient guetteurs et trafiquants, condottieres à la tête d’une écurie de go-fast et entretenant des chenils remplis de mâtins rares et dangereux. Ici, l’État central ne remplissait plus ses tâches régaliennes, ici la modernité laïque était entrée en crise. Mais ce que j’avais découvert, en collectionnant ces captures d’écran, c’était à quel point l’urbanisme de la banlieue parisienne était, strictement, d’obédience médiévale. On était passé, d’un seul mouvement et sans même s’en rendre compte de Château-Gaillard à la Cité 4000, du Donjon de Vincennes aux tours de Sarcelles, du château de Gisors aux choux fleurs de Créteil.J’ai même retrouvé la colonne détruite du désert de Retz dans le babylonien château d’eau de Noisiel.Des hauteurs de Rosny à celle de Chanteloup, du plateau de Clichy à la dalle d’Argenteuil, on avait bizarrement livré des pastiches inconscients de la grande architecture militaire médiévales : les environs de Paris s’étaient retrouvés à nouveau fortifiés, la vieille tour de Montlhéry n’était plus solitaire, et même les immeubles de briques rouges qui avaient succédé à l’enceinte de Thiers évoquaient des murailles.Et ce que j’avais initialement pris pour des anomalies, des accidents malheureux du post-modernisme, les grand ensembles voûtés et cannelés de Ricardo Boffil, étaient peut-être ce qui exprimait le mieux tout cela — ou du moins qui clôturaient avec le génie le plus clair cet âge des grands ensembles.Car c’était cela, ces Carcassonnes, ces Acropoles, ces Atlandides qui surnageaient avec le plus de conviction au milieu des captures d’écrans de ruines médiévales qui s’accumulaient sur mon bureau.Si décriées, dès leur construction, pour leur kitch intolérable ces mégastructures me sont soudain apparues comme absolument nécessaires.Si les Villes Nouvelles n’ont jamais existé, et persisteront dans la mémoire des hommes, elles le doivent à ces rêveries bizarres et grandioses, à ces hybridations impossibles entre les cités idéales de Ledoux et les utopies corbuséennes.L’Aqueduc de Saint-Quentin-en-Yvelines, les Espaces d’Abraxas à Marne-la-Vallée, les Colonnes de Saint-Christophe à Cergy-Pontoise sont les plus belles ruines du Grand Paris. www.franceculture.fr/emissions/la-conclusion/ricardo-bofill immerssion dans le monde du logement social, l'univers des logements sociaux, des H.B.M au H.L.M - Retour sur l'histoire du logement collectif d'apres guerre - En Françe, sur l’ensemble du territoire avant, 4 millions d’immeubles étaient vétustes, dont 500.000 à démolir; au total 10% des logements étaient considérés comme insalubres et 40% réputés d’une qualité médiocre, et surpeuplés. C’est pour ces raisons que, à partir de 1954, le Ministre à la Reconstruction et au Logement évalue le besoin en logements à 2.000.660, devenant ainsi une priorité nationale. Quelques années plus tard à l’appel de l’Abbé Pierre, le journaliste Gilbert Mathieu, en avril 1957 publiait dans le quotidien Le Monde une série d’articles sur la situation dramatique du logement : Logement, notre honte et dénonçant le nombre réduit de logements et leur impitoyable état. Robert Doisneau, Banlieue après-guerre, 1943-1949 /Le mandat se veut triple : reconstruire le parc immobilier détruit durant les bombardements essentiellement du printemps/été 1944, faire face à l’essor démographique et enfin résorber l’habitat insalubre notamment les bidonvilles et les cités de transit. Une ambition qui paraît, dès le début, très élevée, associée à l’industrialisation progressive de la nation entre autre celle du secteur de la construction (voir le vidéo de l’INA du 17 juillet 1957 intitulée La crise du logement, un problème national. Cela dit, l’effort pour l’État français était d’une ampleur jamais vue ailleurs. La double nécessité de construire davantage et vite, est en partie la cause de la forme architecturale excentrique qui constituera les Grands Ensembles dans les banlieues françaises. Cinq caractéristiques permettent de mieux comprendre ce terme : la rupture avec le tissu urbain ancien, un minimum de mille logements, une forme collective (tours, barres) de quatre jusqu’à vingt niveaux, la conception d’appartements aménagés et équipés et enfin une gestion destinée pour la plupart à des bailleurs de logement social.Pour la banlieue parisienne leur localisation s’est opérée majoritairement dans la périphérie, tandis que dans les autres cas, plus de la moitié a été construite dans le centre ville, le plus souvent à la limite des anciens faubourgs. Architecture d’Aujourd’hui n° 46, 1953 p. 58-55 C’est le triomphe de l’urbanisme fonctionnel et rationaliste cher à Le Corbusier. Entre 1958 et 1973, cent quatre-vingt-quinze Zones à Urbaniser en Priorité (ZUP)
Sucre, cuyo nombre oficial es La Ilustre y Heróica Sucre, es la capital[1] constitucional e histórica de Bolivia. Anteriormente fue conocida como Charcas, La Plata y Chuquisaca (término equivoco ya que así es llamado el Departamento). En la actualidad, es sede de la Corte Suprema de Justicia, del Tribunal Constitucional, del Consejo de la Judicatura y de la Fiscalía General de la República.[2] Es también asiento del Tribunal Agrario Nacional y de la Asamblea Constituyente, además de ser capital del departamento de Chuquisaca. La ciudad tiene una población aproximada de 230.000 habitantes y se encuentra localizada en la parte central sur del país, a una altitud de 2800 metros. Fue también llamada La Ciudad Blanca.
Contenido [ocultar]
1 Historia
1.1 La tierra media en la geografía boliviana
1.2 La primera ciudad de Bolivia
1.3 La Cruz de San Andrés
1.4 La tradición Republicana
1.5 La Capital
1.6 La guerra civil de 1898-1899
1.7 La planificación Urbana
1.8 El Plan Bohan
1.9 La Revolución de 1952
1.10 La cordura chuquisaqueña
1.11 La estrategia boliviana de desarrollo
1.12 La periferia de la periferia
1.13 Patrimonio y desarrollo
1.14 Una identidad en construcción
2 Arquitectura
3 Turismo
4 Tierra de Dinosaurios
5 Ciudades Hermanas
6 Referencias
7 Enlaces externos
Historia
El 29 de septiembre de 1538, Sucre fue fundada bajo el nombre de Ciudad de la Plata de la Nueva Toledo por Pedro de Anzures, Marqués de Campo Redondo, por órdenes de Pizarro. En ese lugar habitaban indígenas denominados "Charcas", los cuales no opusieron resistencia a los colonizadores españoles. Posteriormente esta ciudad adquirió gran importancia por la proximidad a las minas de Porco y Potosí. En 1559 el Rey Felipe II estableció la Real Audiencia de Charcas en "La Plata", con autoridad sobre el área que hoy es el actual país de Paraguay, el sudeste peruano, el norte de Chile y la Argentina y gran parte de lo que hoy es Bolivia. En 1609, un arzobispado fue fundado en la ciudad. En 1624 se fundó la Universidad Mayor Real y Pontificia de San Francisco de Xavier de Chuquisaca.
En el siglo XVIII se unió al Virreinato del Río de La Plata. Hasta el siglo XVIII, La Plata fue el centro judicial, cultural y religioso de la región.
El 25 de mayo de 1809 los estudiantes de la Universidad San Francisco Xavier se rebelaron, seguidos por el pueblo, pidiendo la liberación de Jaime de Zudáñez— acusado y tomado prisionero por "conspiración" el mismo día— y la renuncia del presidente de la Audiencia de Charcas, Pizarro. Éste dijo Con un Pizarro empezó la Colonia y con otro termina la misma[cita requerida]. Ese mismo dia Jaime de Zudáñez fue liberado. La Revolución de Chuquisaca, es conocida como el Primer Grito Libertario de América y la chispa que encendió la lucha libertaria de América.[3]
En 1825 fue testigo de la firma del acta de fundación de la República de Bolivia en la histórica Casa de la Libertad. En 1839, después de que la ciudad se convirtió en la capital de Bolivia, fue rebautizada en honor del héroe revolucionario Gran Mariscal de Ayacucho Antonio José de Sucre. Tras el declive económico de Potosí, Sucre apareció demasiado lejos de la ruta de la riqueza económica, lo que motivó que el Gobierno Boliviano se trasladase a La Paz en 1899 después de una guerra civil entablada entre los poderes económicos de la plata y el estaño. En 1991, Sucre fue declarada Patrimonio de la Humanidad por la Unesco.
La tierra media en la geografía boliviana
Sucre en la geografía bolivianaLa ciudad de Sucre, capital histórica de Bolivia, se sitúa en la Provincia Oropeza del Departamento de Chuquisaca, al pie de los cerros Sica Sica y Churuquella, cordillera oriental de los Andes donde las cadenas montañosas pierden altura y propician un clima cálido y seco de cabecera de valle. Su localización coincide con la divisoria hidrográfica de los sistemas Amazonas y Cuenca del Plata, desembocando en 4 ríos importantes: los ríos Chico y Grande para el Amazonas, y los ríos Cachimayu y Pilcomayu para la Cuenca del Plata.
La primera ciudad de Bolivia
Históricamente, se funda en 1538 con el nombre de "Villa de La Plata" por una expedición española proveniente del Cuzco (Perú), sobre un asentamiento preexistente de indios Charcas, como plaza fuerte, punto de partida de nuevas exploraciones al interior del continente. Durante la Colonia, su estratégica situación geográfica (cabecera de valle situada a 2.750 m.s.n.m.), clima cálido y seco, y la proximidad de las minas de plata descubiertas en 1545 en Potosí (4.060 m.s.n.m.), juegan un papel decisivo en su desarrollo como ciudad administrativa. Tres grandes instituciones la caracterizan:
La Iglesia, con la creación de la sede Episcopal en 1552 y su posterior transformación en Arzobispado de la Plata en 1609; el tribunal administrativo, con la creación de la Real Audiencia de Charcas en 1559, asociada al virreinato del Perú con sede en Lima y la Universidad San Francisco Xavier de Chuquisaca, creada en 1623 (séptima universidad de América), seguida de la Real Academia Carolina en 1776.
La Cruz de San Andrés
En 1555, la Villa de La Plata es ascendida al rango de ciudad por decreto real de Carlos V y se le otorga la "Cruz de San Andrés" como estandarte, consistente en una cruz escarlata sobre fondo blanco. En 1639, periodo de máximo esplendor colonial, la ciudad cuenta con 14.000 habitantes sobre una superficie de 90 hectáreas. En 1776, su importancia se ve disminuida cuando la Audiencia de Charcas es absorbida por el virreinato de La Plata, con sede en Buenos Aires. Este hecho es acompañado por la decadencia de la explotación de plata en Potosí a principios del siglo XIX.
La tradición Republicana
Entre 1808 y 1814, Napoleón Bonaparte ocupa y anexa el reino de España a Francia. La corona española prefiere abdicar antes que trasladarse al nuevo mundo como sucede con la corona portuguesa y desata una pugna política sobre quién debe beneficiarse de los cuantiosos tributos coloniales.
En Sucre, el movimiento estudiantil chuquisaqueño, fuertemente impregnado de los ideales de la Revolución de 1789 (Libertad, Igualdad y Fraternidad) llega a la conclusión de que ni el imperio es tan fuerte como se creía, ni las colonias tan dependientes como se pretendía y se decide tomar el camino de la emancipación. Los hermanos Zudañez son los encargados de iniciar la Revolución con la estrategia de desconocer abiertamente toda otra autoridad más que la del rey depuesto: es el denominado "primer grito libertario", un 25 de mayo de 1809.
La Capital
El 6 de agosto de 1825, Bolivia se declara Estado Independiente y un año más tarde, Sucre es oficialmente designada como Capital. La ciudad cuenta entonces con 12.000 habitantes y una superficie de 170 hectáreas. A fines del siglo XIX, se impone la explotación del estaño, centrada en Oruro (1606, 3.708 m.s.n.m.). En 1892, se moderniza la explotación minera con la introducción del primer ferrocarril entre Oruro y el puerto de Antofagasta (Chile). En Sucre se establecen las casas matrices de las empresas mineras de Potosí y las principales entidades bancarias nacionales. En 1909 se crea la Escuela Normal de Maestros (actual Universidad Pedagógica).
La guerra civil de 1898-1899
La Paz (1548, 3.632 m.s.n.m.), favorecida por su proximidad a Oruro desata una pugna administrativa con Sucre que termina en la guerra civil de 1898–1899, convirtiéndose en sede de facto de Gobierno (poderes Ejecutivo y Legislativo), Sucre conserva el poder Judicial. La vinculación férrea que une La Paz-Oruro-Potosí con las costas del pacífico consolida la hegemonía paceña en la primera mitad del siglo XX. Cochabamba (2.553 m.s.n.m.) se convierte en el principal centro de abastecimiento del país, desplazando a Santa Cruz (1561, 437 m.s.n.m.) que hasta entonces había cumplido un rol similar con Sucre. La llegada del ferrocarril a Sucre no se hace efectiva hasta 1936, acompañada de la construcción del barrio ferroviario, primer asentamiento urbano fuera del casco antiguo. En el censo de 1900, Sucre tiene 20.907 habitantes y una superficie de 215, 12 hectáreas.
La planificación Urbana
El 27 de marzo de 1948, un violento temblor sacude la ciudad de Sucre a raíz del cual se forma el “Comité de Reconstrucción y Auxilio” que formula el “Plan Regulador” de 1950, sobre dos lineamientos: la reconstrucción de la ciudad, introduciendo criterios del urbanismo "moderno" como la interrelación entre el casco antiguo y zona de expansión; la necesidad de dotar a Sucre de otras funciones que las administrativas, potenciando la industria y el agro. Si bien este plan no se lleva a la práctica, constituye el primer intento de planificación urbana y propicia la creación de 2 grandes industrias regionales: la Refinería de Petróleo Carlos Montenegro y la Fabrica Nacional de Cemento (1959).
El Plan Bohan
Santa Cruz de la Sierra (1561, 437 m.s.n.m.), bajo el lema de “ferrocarril o nada” consigue en 1952 la vinculación carretera con Cochabamba, es el comienzo de la denominada “marcha al oriente” sugerida por el Plan Bohan de 1940, proponiendo para Santa Cruz: la construcción de infraestructura básica de transporte; la asistencia técnica y financiera para el agro; y programas de migración planificada y espontánea hacia el oriente. Esta política nacional de “diversificación económica y de creación de un nuevo polo de desarrollo” propicia la conformación de un nuevo eje económico denominado “eje central” La Paz-Cochabamba-Santa Cruz y marca el comienzo de la decadencia del eje minero La Paz-Oruro-Potosí-Sucre. Los créditos agrícolas otorgados a Chuquisaca entre 1955 y 1964 alcanzan al 5,7% frente al 42,6% para Santa Cruz; entre 1964 y 1970, estos mismos créditos descienden al 3,9% para Chuquisaca mientras Santa Cruz recibe 43,1% y entre 1970 y 1975, Chuquisaca solo recibe un 1,2% mientras Santa Cruz alcanza el 69,9%.
La Revolución de 1952
Como consecuencia de la Revolución nacional de 1952, se producen en Bolivia cuatro reformas estructurales que marcan el paso de un Estado oligárquico a un Estado liberal y consolidan el centralismo de La Paz:
El voto universal de 1952, ampliando el derecho de voto a la mujer, analfabetos y campesinos; la nacionalización de las minas de 1952, recuperando el 80% de los ingresos de las exportaciones de estaño a poder del Estado; la reforma agraria de 1953, otorgando la tierra a los campesinos y eliminando las servidumbres y la reforma educativa de 1955, transformando la educación excluyente en universal y obligatoria.
Estas reformas estatales son producto de grandes convulsiones sociales que estremecen al país en su conjunto y a la sociedad chuquisaqueña en particular, conocida como conservadora y fuertemente arraigada a las propiedades rurales. La reforma agraria provoca el repliegue de los estratos sociales altos a la ciudad y la caída de la producción agrícola. Los campesinos, sin asesoramiento técnico, ni recursos económicos no tienen posibilidad alguna de dar continuidad a la producción agrícola encontrándose rápidamente en una economía de subsistencia. Sucre cuenta entonces con 40.128 habitantes y una superficie de 253.56 hectáreas.
La cordura chuquisaqueña
La llegada de nuevos cuadros técnicos chuquisaqueños, formados en universidades del interior de la República como la Politécnica de Oruro, donde imparten cátedra Profesores judío-alemanes emigrados durante la segunda guerra mundial dan el soporte técnico necesario para poner en funcionamiento la refinería de petróleo y la fabrica de cemento (FANCESA), empresas que no tardan en convertirse en el motor de desarrollo regional. En la década de los 80, FANCESA se convierte en la primera cementera nacional, desplazando a SOBOCE de La Paz y COBOCE de Cochabamba. La Universidad, antiguamente especializada en ciencias políticas y medicina diversifica sus programas académicos con ramas técnicas. Sucre comienza a destacar nuevamente como centro de excelencia académica.
En 1974 se formula el “Plan Regulador de Sucre”, primer intento de coordinación interinstitucional local para cubrir el vacío existente en planificación urbana, respondiendo a las necesidades de integración de los nuevos barrios periféricos al núcleo central. En 1976, Sucre cuenta con 63.259 habitantes, sobre una superficie de 605.20 hectáreas.
La estrategia boliviana de desarrollo
En la década de los 70 se suceden en Bolivia los golpes militares (1969 – 1980), en este periodo se desarrolla la denominada “Estrategia Boliviana de Desarrollo” con lineamientos no muy distantes del Plan Bohan de 1940, dividiendo al país en 3 tipos de regiones (homogéneas, polarizadas, plan) y creando las denominadas Corporaciones Regionales de Desarrollo, organismos técnicos encargados de elaborar proyectos de impacto. En Chuquisaca se crea la Corporación Regional de Desarrollo de Chuquisaca (CORDECH), dirigida por militares, la cual elabora cantidad de proyectos, la mayoría de los cuales no se ejecutan por falta de presupuesto. Tres grandes proyectos se concretan en Sucre: el aeropuerto, la terminal de buses y el mercado central.
A fines de los 70 y principios de los 80, la población rural, fuertemente empobrecida, comienza a emigrar a la ciudad y al oriente boliviano (Santa Cruz, cosechas agrícolas estacionales), los estratos altos de la ciudad también emigran al eje central, en su mayoría, de manera definitiva. Entre 1971 y 1976 Chuquisaca soporta una tasa de migración de -4,7% mientras que Santa Cruz gana un 18,9%; entre 1987 y 1992 Chuquisaca sigue perdiendo un -3,8% mientras que que Santa Cruz gana un 7,4% y entre 1996 y 2001 Chuquisaca literalmente se "vacía" con una tasa negativa de -6,4% mientras que Santa Cruz gana un 10,6%.
La periferia de la periferia
En la década de los 80 se produce la crisis del estaño, ocasionando a Bolivia una inflación sin precedente que en 1985 alcanza el 8'767%. El Gobierno, con la dramática frase “Bolivia se nos muere”, aplica el famoso decreto 21060, cerrando la mayoría de las minas y poniendo en la calle a más de 23.000 mineros. Es la decadencia del eje minero La Paz–Oruro–Potosí-Sucre y la consolidación del eje central La Paz–Cochabamba–Santa Cruz. Sucre y su Departamento son completamente periféricos en la economía nacional aportando actualmente menos del 5% del PIB nacional mientras que Santa Cruz supera el 30%. En el censo de 1992, la ciudad cuenta con 131.769 habitantes y una superficie de 3.173 hectáreas. En 2001, Chuquisaca es la región más pobre de Bolivia con 79,8% de su población por debajo del umbral de la pobreza, de la cual 57,2% se encuentra en condiciones de indigencia y marginalidad total.
Patrimonio y desarrollo
Ciudad Histórica de Sucre.1
Patrimonio de la Humanidad — UNESCO
Vista de la Basílica de San Francisco
Coordenadas 19°2′35″S 65°15′33″O / -19.04306, -65.25917
País Bolivia
Tipo Cultural
Criterios iv
N.° identificación 566
Región2 Latinoamérica y Caribe
Año de inscripción 1991 (XV sesión)
1 Nombre oficial según Unesco
2 Clasificación según Unesco
El urbanismo colonial y la arquitectura Republicana que caracterizan Sucre le valen el título de “| Patrimonio Cultural de la Humanidad”, otorgado en 1991 por la UNESCO. Es la segunda ciudad en Bolivia que recibe esta distincción después de Potosí (1987). Este hecho propicia la creación del Plan de Rehabilitación de las Áreas Históricas de Sucre (PRAHS, 1995), institución local encargada de la gestión del centro histórico, en colaboración con la Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo (AECID). Se potencia el secmento productivo del turismo cultural y se perfila la idea de un nuevo eje turístico entre Sucre y Potosí como iniciativa mancomunada de desarrollo regional.
Una identidad en construcción
Sucre resume la historia misma de Bolivia desde su fundación hasta la primera mitad del siglo XX (fundación, auge y decadencia). Sucre se plantea el desafío de escribir las nuevas páginas del siglo XXI reveindicando la capitalía plena en el actual debate autonómico y constitucional.
Arquitectura
Sucre sigue el plano de damero, común en las ciudades coloniales, con una red de plazoletas, jardines y parques que otorgan gran armonía al conjunto urbano. Es una de las ciudades de arquitectura hispánica mejor conservada en América, con calles empedradas, fuentes labradas en granito, iglesias antiguas, casa techadas con tejas de barro cocido espolvoreadas con cal y con paredes blancas, características del diseño colonial.
Es abundante la arquitectura religiosa, destacándose la iglesia de San Lázaro, la más antigua, construida en 1544; la iglesia la Merced, que cuenta con una hermosa capilla; el convento de San Francisco Javier, y la Catedral, cuya construcción comenzó en 1571 y finalizó un siglo más tarde, donde resalta su bella fachada barroca.
En la arquitectura civil se destacan el hospital (1554), el Arzobispado de La Plata (hoy de Chuquisaca), la Universidad de San Francisco Javier de Chuquisaca (1624), la Corte Suprema de Justicia. Además, durante la colonia, Sucre fue sede de la Audiencia de Charcas, la Casa de Gobierno (hasta fines del siglo XIX) y la Casa de la Libertad (donde se reunió el primer Congreso Constituyente de la Nación y se firmó el Acta de la Independencia). También se puede visitar la Biblioteca Nacional, que conserva más de 100.000 piezas impresas desde 1493, así como muchos otros edificios.
A fines del siglo XVIII y a principios del siglo XIX la ciudad de Sucre sufre una transformación en su arquitectura debido al auge de la minería. Estos elementos se mantienen hasta la fecha y representan la imagen característica de la ciudad.
Turismo
La ciudad atrae miles de turistas cada año gracias a los edificios de su casco antiguo, los cuales se encuentran bien conservados. Otras atracciones son las huellas paleontológicas del periodo cretáceo halladas a las afueras de la ciudad y los diversos archivos, iglesias y documentos históricos, como la primera bandera argentina, que se encuentra en la Casa de la Libertad, palacete adyacente a la Prefectura. El Convento de La Recoleta es otro de los edificios más notables de la ciudad. Sucre fue designada sede de los juegos deportivos bolivarianos del año 2009.
Tierra de Dinosaurios
Cal Orko en Sucre.Cal Orko es el yacimiento de huellas fosilizadas más grande del mundo, fascina a los paleontólogos y los admiradores de dinosaurios. A tan sólo pocos kilómetros de la ciudad de Sucre, a 3000 metros de altura en los Andes centrales, está situada en la cantera de la fábrica de cemento más grande de Bolivia.
Hoy en día es un empinado farallón de 70 grados, con una altura hasta de 80 metros y más de un kilómetro de largo testifica sobre este pasado la historia de la tierra. No solo la dimensión, también la calidad fascina a los geólogos. Aquí se tiene toda la diversidad de dinosaurios poco antes que desaparecieran de la faz de la tierra. Esto demuestra que la variedad de criaturas era mucho más grande de lo que se suponía hasta ahora. Uno de los descubrimientos más importantes es que los anquilosaurios-cuadrúpedos herbívoros con un caparazón óseo se extendieron hasta Sudamérica. Anteriormente se desconocía su legado fosilizado en el subcontinente.
Las huellas de los titanosaurios son los más importantes para el investigador Meyer. Con un tamaño de hasta 25 metros eran verdaderos gigantes entre los inmensos saurios. Caminaban relativamente lento a 3 Km. por hora, otras especies alcanzaban en cambio una velocidad de 30 Km. por hora. En el caso de un saurio depredador, los investigadores pudieron incluso determinar que cojeaba. Cal´Orko es un lugar de superlativos paleontológicos. Aquí se encuentra la huella de una "caminata de paseo" de un saurio depredador de más de 350 metros de largo, las larga de todo el mundo hasta ahora conocida. La cantidad es también abrumadora, alrededor de 5000 huellas de pisadas, la mayoría bien conservadas, tantas como en ningún lugar del planeta.
Ciudades Hermanas
La Plata, Argentina.
Quito, Ecuador (2007)
Retablo de los Reyes
Retablo de los Reyes o Altar de los Reyes, es un retablo de gran valor artístico y estético, que se ubica en la Catedral Metropolitana de la Ciudad de México. Indistintamente se le identifica como altar o retablo debido a que, como el resto de los demás existentes en el majestuoso templo, estaba destinado a servir para el culto oficiándose misas en él.
Su autor fue Jerónimo de Balbás y su construcción transcurrió de 1718 a 1725. Se ubica en el ábside, al fondo de la catedral, espacio denominado como Capilla de los Reyes, aunque no posee reja alguna que delimite y cierre dicho espacio a la manera de una capilla como todo el resto.
Tal es la calidad, riqueza y grandeza de esta obra, que se considera una de las más bellas obras de arte creadas bajo el estilo barroco churrigueresco en todo el continente Americano
Se puede considerar un monumento dentro de otro monumento que es la misma Catedral Metropolitana, debido a que es la obra cumbre del estilo artístico en el que fue concebido, el barroco churrigueresco o barroco estípite, también denominado "barroco mexicano", estilo arquitectónico originado y desarrollado plenamente en la Nueva España, donde alcanzó su máximo auge en su empleo en la decoración y ornamentación de edificios civiles y religiosos.
Durante el virreinato, se tenía la costumbre de dedicar la capilla mayor de cualquier catedral española al rey gobernante, adjudicándosele la mayor importancia y riqueza artística. La catedral de la capital novohispana no fue la excepción, y por esa razón se encargó y llevó a cabo su construcción, a cargo de uno de los más reconocidos artistas de la época.
Es obra maestra del escultor español Jerónimo de Balbás, autor también del Altar del Perdón de esta misma catedral, y del Altar Mayor de la parroquia del Sagrario en la Catedral de Sevilla, España. Está hecho de madera de cedro blanco tallada, y revestido de lámina u hoja de oro, lo cual le otorga mayor majestuosidad. Su construcción transcurrió de 1718 a 1725, pero fue dorado hasta el año de 1735 y estrenado en 1737.
Como dato curioso con respecto a este retablo, desde el año 1824 hasta 1925, fue allí donde reposaron los restos de algunos próceres de la Independencia de México tales como Don Miguel Hidalgo y Costilla, Ignacio Allende, Juan Aldama, entre otros; hasta el año en que fueron trasladados a la Columna de la Independencia.
La Catedral Metropolitana de la Ciudad de México es el gran templo católico ubicado en la Plaza de la Constitución, en el centro histórico de la Ciudad de México. Las medidas aproximadas de este templo son 59 metros de ancho por 110 de largo y una altura de 60 metros hasta la cúpula. Es también una de las principales obras del arte mexicano, y se considera entre las más sobresalientes de todo el arte hispanoamericano. Construida con cantera gris, cuenta con cinco naves y 16 capillas laterales. Está dedicada a la Asunción de la Virgen María y es la iglesia principal de la Arquidiócesis Primada de México.
Historia de una construcción
En el tiempo de la ciudad de Tenochtitlán el área en donde se encuentra la actual catedral estuvo ocupada por un pequeño templo dedicado a Xipe[1] o quizá por el templo de Quetzalcóatl, un templo dedicado al sol y otras edificaciones menores.[2]
Tres años después de concluida la conquista, Hernán Cortés mandó construir una iglesia en el lugar aprovechando material de los templos aztecas. Esta iglesia fue convertida en catedral por Carlos V y el papa Clemente VII según la bula del 9 de septiembre de 1530 y nombrada metropolitana por Paulo III en 1547.[3] Pronto quedó clara su insuficiencia y por mandato de Felipe II se derribó en 1552. Los trabajos de construcción de la nueva no comenzaron sino hasta 1571 cuando el virrey Martín Enríquez de Almansa y el arzobispo Pedro Moya de Contreras colocaron la primera piedra de su sucesora, la actual catedral...
La suma del costo de la obra hasta la dedicación de 1657 fue de 1.759.000 pesos. Dicho costo fue cubierto en buena parte por los reyes Felipe II, Felipe III, Felipe IV y Carlos II.[3]
Luego, hubo un concurso para designar al arquitecto que terminaría la fachada. El proyecto ganador de dicho concurso fue el neoclásico presentado por el veracruzano José Damián Ortiz de Castro, que se antepuso a los de José Joaquín de Torres (barroco) e Isidro Vicente de Balbás. Ortiz de Castro procedería a terminar las torres, parte de la cúpula y obras al interior. La muerte de Ortiz de Castro dejaría las obras en suspenso un breve tiempo. En 1793 el arquitecto valenciano Manuel Tolsá recibe el encargo de finalizar las obras de construcción de la Catedral, que no concluyen sino hasta 1813.
Sucesos de la Catedral
A lo largo del tiempo la catedral ha perdido parte de su acervo artístico. Se tiene constancia de algunas de las obras perdidas: lámparas de plata de gran tamaño, candelabros, blandones y figuras del mismo metal, la custodia de Borda (88 marcos de peso en oro; con 10 perlas, cubierta al frente por 5872 diamantes y al dorso por 2653 esmeraldas, 544 rubíes y 28 zafiros), un pectoral de oro con reliquias, otro con topacios y brillantes y con anillos de accesorio, alfombras, cojines, colgaduras y muchos tesoros más de características similares.[5]
Fe, Esperanza y Caridad. Esculturas de Tolsá
La fachada se observan tres relieves en mármol blanco. El central representa la Asunción de la Virgen María. El que se tiene del lado izquierdo muestra la entrega de las llaves del Cielo a San Pedro; el que se tiene a mano derecha, la Barca de la Iglesia. Sobre el reloj se encuentran tres figuras representativas de las virtudes teologales: la Fe, la Esperanza y la Caridad. La Fe sostiene una cruz, la Esperanza un ancla y la Caridad sujeta a dos niños. El reloj y las esculturas se deben a Tolsá, así como las balaustradas y florones que coronan todo el conjunto.
El altar del Perdón
El retablo es obra de Jerónimo de Balbás (1735). A principios de 1967 hubo un incendio en la catedral que dañó el altar. Gracias a la restauración practicada se puede admirar el día de hoy una gran obra de arte colonial. Se llama así porque ahí piden perdón los fieles.Esta es una de las obras más grandes del autor tiene un estilo churrigueresco el cual es muy detallado, todo el acabado de esta obra esta cubierto con hoja de oro.
El coro
La sillería del coro está fabricada en una excelente talla de tapincerán. Tiene dos niveles de sitiales: el alto para canónigos y el bajo para seíses y sochantres. En la parte superior, tiene figuras talladas en medio relieve, de obispos y santos.
La sillería del coro es fruto del arte de Juan de Rojas (1695). También fue dañada en el incendio de 1967.
Al centro del coro, entre la la reja y la sillería, está un fascistol de caoba, adornado con figuras de marfil, una de las cuales, es un crucifijo que corona toda la obra. Se usa para sostener los libros de canto, y está conformado por tres cuerpos.
La portada del coro y la crujía (el corredor cerrado que va desde es coro hasta presbiterio) fueron hechas con el diseño del pintor Nicolás Rodríguez Juárez bajo la supervisión del sangley Quiauló. La bella reja del coro es de tumbaga y calain, y fueron estrenadas en 1730. Se fabricó en la ciudad de Macao, China,y sustituyó a una anterior esculpida en maderas.
Cúpula
Se terminó con adaptaciones al proyecto de Ortiz de Castro. En el interior también se representó la Asunción de la Virgen (Rafael Ximeno y Planes, 1810). La cúpula que existe hoy en día, es obra de Manuel Tolsá, y de tambor octogonal, levantada al centro del crucero, sobre cuatro columnas y rematada por una linternilla. Las actuales ventanas son de Matias Goeritz. En el incendio de 1967, ocasionado por un corto circuito en el Altar del Perdón la pintura de la Asunción se consumió.
Nave central de la Catedral Metropolitana, con vista del Altar de los Reyes al fondo.
Altar de los Reyes
El Altar de los Reyes, se encuentra en el ábside del templo, detrás del Altar Mayor. Es obra del insigne Jerónimo de Balbás, autor del Altar del Perdón de esta misma catedral, y del Altar Mayor de la Catedral de Sevilla, entre otras.
Este bello altar, que se puede considerar un monumento dentro de otro monumento, es la obra cumbre del estilo churrigueresco mexicano o barroco estípite, y se considera la obra maestra de su destacado autor. Mide 25 metros de altura, 13 de ancho, y 7 metros de fondo; se eleva al fondo de Catedral ocupando el ábside.
Es una talla formada por tres calles verticales, dos laterales y una al centro, adornada con los cuadros La Asunción de la Vírgen, y La Adoración de los Reyes, del pintor Juan Rodríguez Juárez. Éste último, es el que da nombre al altar, además de una serie de esculturas de bulto de reyes y reinas canonizados (santificados), que posan a lo largo y ancho del altar.
Fue realizado en maderas preciosas policromados, en una exuberante composición de pilastras y columnas, follaje, guirnaldas y querubines. El conjunto está estofado, revestido con hoja o lámina de oro, lo cual le confiere majestuosidad a la obra. Está cerrado por una doble bóveda, y en lo más alto del conjunto, se haya una representación de Dios Padre, presidiendo el magno conjunto.
Las capillas laterales
Capilla de Nuestra Señora de las Angustias de Granada
Capilla de San Isidro
Capilla de la Inmaculada Concepción
Capilla de Nuestra Señora de Guadalupe
Capilla de Nuestra Señora La Antigua
Está consagrada a la advocación mariana del mismo nombre, y en el retablo principal, neoclásico, obra de Juan de Rojas (1718), hay una copia de la imagen de la Virgen de la Antigua cuyo original se encuentra en la Catedral de Sevilla. Esta imagen de influencia bizantina era muy venerada por la población española de la ciudad de México durante el período colonial.
Bajo la imagen de la virgen hay una magnífica escultura sevillana del Niño Jesús, original de la primera mitad del siglo XVII y atribuida a Juan Martínez Montañés. Es conocida popularmente como El niño cautivo, debido a que permaneció en Argel junto a Francisco Sandoval de Zapata, racionero de la catedral, quien fue hecho prisionero por piratas del norte de África en 1622, cuando llevaba la escultura hacia México.
Capilla de San Pedro
La capilla de San Pedro custodia otros dos retablos. El primero y principal está dedicado a honrar la vida del santo apóstol y fue edificado hacia 1670. En él se observan ya los lineamientos del barroco temprano en los que aún se observan elementos manieristas como los relieves de lacería, las ménsulas y los pinjantes. El retablo está formado por tres cuerpos, el último de los cuales se integra al espacio arquitectónico dejando al centro el vano de la ventana. El retablo se merece una mención especial por su decoración general en la que sobresalen los variados motivos vegetales e inanimados propios del barroco. En cuanto a las pinturas de este retablo, no se ha podido saber a ciencia cierta quiénes fueron los autores, se trata de obras cuto tema es la vida de San Pedro, y en un pasaje se recuerda el martirio del apóstol que pidió ser crucificado de cabeza “por no ser digno de morir como su maestro”.
Capilla del Santo Cristo y de las Reliquias
Se contruyó entre 1610 y 1615 dedicada al Santo Cristo de los Conquistadores. También recibe el nombre de Capilla de reliquias por las reliquias insignes guardadas en los retablos barrocos. Según algunos historiadores la imagen de Cristo crucificado conocida como el "Santo Cristo de los Conquistadores" (S. XVI O XVII) fue un regalo de Carlos V, otros sostienen que se trata de una obra realizada en estas tierras, lo cierto es que ya en la primera catedral recibía gran veneración.
Las pinturas y esculturas escenifican momentos de la pasión de Cristo uniendo a este tema la pasión o tormento de los santos y santas màrtires. La escultura del "Santo Entierro" es utilizado todos los años en la procesión del Viernes Santo. El retablo de la derecha tiene al centro una Virgen de Guadalupe, de José de Ibarra, ante la que se juró a Santa María de Guadalupe como la Patrona General y Universal de todos los reinos de la Nueva España el 4 de diciembre de 1746, y que conserva una reliquia del ayate de Juan Diego Cuauhtlatoatzin. Las reliquias de esta capilla se exponen anualmente el día de todos los santos y el día de los fieles difuntos (1 y 2 de noviembre). De acuerdo a la tradición, en esta capilla se custodian reliquias de, entre otros, San Vicente de Zaragoza, San Gelasio, San Vital de Milán y un pedazo de la Vera Cruz.
Capilla de San Felipe de Jesús
Aquí se encuentran los restos de Agustín de Iturbide. Asimismo, aquí se conserva el corazón de Anastasio Bustamante.
Capilla de Nuestra Señora de la Soledad
La capilla dedicada a la Virgen de la Soledad fue abierta al culto en la segunda mitad del siglo XVII. Ella protege a los albañiles y obreros que participaron en la construcción de la catedral. El retablo principal está formado por dos cuerpos y un remate, en él se aprecian las columnas salomónicas de capitel corintio que separan las entrecalles. Es una virgen de la Soledad copia de una imagen española. El retablo puede ser ubicado en la década de 1670-1680 gracias a las pinturas con el tema de la Pasión de Cristo hechas por el pintor Pedro Ramírez.
Capilla de San José
Su retablo principal es barroco, procedente de la antigua Iglesia de Nuestra Señora de Montserrat y tiene en el centro la imagen de San José con el Niño, rodeado de santos, entre los que destaca Santa Brígida de Suecia. El retablo lateral es una composición de pinturas barrocas, que consiste en El triunfo de la Fe, La transfiguración, La circuncisión y La asunción.
Hay un antiguo Ecce homo sedente, llamado popularmente el Señor del cacao. Es una escultura mexicana de caña de maíz procedente de la primera catedral, y muy venerada por los indígenas durante la colonia, quienes a falta de monedas depositaban como ofrenda semillas de cacao, que en época prehispánica se consideraban valiosas piezas de cambio. En la actualidad es común que los niños depositen ofrendas en forma de caramelos.
Capilla de San Cosme y San Damián
Entre los retablos que decoran el interior de la Catedral Metropolitana, el principal está dedicado a honrar a los santos tutelares de la capilla, consta de dos cuerpos, el remate y tres entrecalles. Es uno de los retablos catedralicios del siglo XVII en los que se puede afirmar que tiene un acento manierista y como prueba de ellos están las columnas clasicistas estriadas. El retablo fue concebido para albergar pinturas, las cuales exaltan la vida de los santos médicos Cosme y Damián y se deben al pintor Sebastián López Dávalos. Este pintor también fue uno de los artistas que corroboraron el
Capilla de los Ángeles
Sirve de basamento a lo torre occidental, y fue concluida entre 1653 y 1660. Esta primera capilla fue destruida por un incendio en 1711, por lo que fue inmediatamente sustituida por la actual, finalizada en 1713. Cuenta con unos fastuosos retablos barrocos con esculturas estofadas y policromadas, obras de Manuel de Nava, que representan a los siete arcángeles.
La sacristía
En el interior de la sacristía se puede admirar enormes cuadros de los pintores novohispanos Cristóbal de Villalpando y Juan Correa. Los títulos de los cuadros son: El Triunfo De La Iglesia, La aparición de San Miguel (Villalpando), El Tránsito De La Virgen y La Entrada De Cristo A Jerusalén (Correa). Asimismo, hay una pintura atribuida al pintor español Bartolomé Esteban Murillo.
Las criptas
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
Cripta de los Arzobispos, con el monumento a Fray Juan de Zumárraga en primer plano. En la parte inferior del altar se aprecia una piedra prehispánica.
La catedral cuenta con criptas para los fieles que deseen adquirir, aunque actualmente se encuentra todavía en proceso de reparación y por lo tanto para ingresar, es necesario ser poseedor o visitante de un nicho en específico.
Debajo del Altar de los Reyes se encuentra la cripta principal que alberga los restos de los arzobispos que han sido titulares de la Arquidiócesis, desde Fray Juan de Zumárraga hasta el Cardenal Ernesto Corripio y Ahumada, cuyos restos fueron depositados en abril de 2008. En el centro de la cripta de los Arzobispos hay un cenotafio con la figura de Zumárraga y todos los demás arzobispos están colocados en nichos en las paredes. Debajo del monumento de Zumárraga hay una escultura azteca que representa una calavera. Otra escultura prehispánica geométrica fue incorporada en la parte inferior del altar.
Los campanarios
Las torres de la Catedral tienen una altura entre 64 y 67 metros. Cada una está rematada en forma de campana (Ortiz de Castro, 1788). La campana puede ser tomada como un símbolo de la comunicación entre Dios y el hombre. Entre las dos cuentan con espacio suficiente para albergar 56 campanas, aunque al día de hoy son treinta las que han sido colocadas. La mayor de ellas tiene el nombre de Santa María de Guadalupe y pesa alrededor de trece toneladas. La más antigua, Santa María de la Asunción (también conocida como Doña María), es de 1578. La más nueva es del año 2002 y fue colocada con motivo de la canonización de Juan Diego. Fue bendecida por el papa Juan Pablo II. Dentro de la parte superior de cada torre hay escaleras de madera de forma elipsoidal, de las cuales hay muy pocos ejemplos en el mundo. Estas escaleras helicoidales u ovaladas son, como se decia líneas arriba poco utilizadas pues el deterioro ocasionado por el tiempo y es evidente, por lo cual solo son usadas por los campaneros, entre los que destacan Rafael Parra Castañeda Campanero Mayor, o algunos voluntarios como Alejandro Campos Lamas, Decano de la Pastoral de Campaneros o Angel Miguel Donaciano Guía oficial del sitio. Empero, el enorme desgaste de escaleras y zonas del campanario se ha agudizado por la extensiva vista de turistas a un sitio no hecho para ello, por lo cual se recomienda no realizar la visita que se considera de alto riesgo.
El sagrario
De estilo barroco de estípite en su fachada y neoclásico al interior.
Su materia es de cantera gris y tezontle. Tiene dos portadas, una al sur y otra al oriente. Es de planta de cruz latina, y es la parroquia de la Catedral Metropolitana, anexa a ésta.
Sus portadas son de estilo barroco churrigueresco, con pilastras estípite y de forma triangular, obra singular de la arquitectura colonial.
"The leaning tower of Zaragoza".
Este grabado fue publicado en el "Illustrated home book of the world's great nations. Being a geographical, historical and pictorial encyclopedia", en Chicago, 1893. Estaba incluido en el capítulo dedicado al "romantic land of Spain", un folclórico recorrido por todos los tópicos imaginables a este lado de los Pirineos, con el valor añadido de una distorsionada mirada desde el pujante norte del otro lado del Atlántico. Se trataba, además, de la única ilustración de Zaragoza incluida en esa obra cuando, casualmente, desde un año antes de su edición esta inmortal ciudad ya no contaba, por derribo promovido, con la Torre Nueva. El tardobarroco triple chapitel que la remataba, ya no estaba desde 1878.
El grabado, cuyo "eminente artista" autor no es nominado, sigue bebiendo del canónico dibujo de la Torre Nueva realizado por Edward Hanke Locker en 1813, con algunas modificaciones. Posiblemente, el tumulto que se desarrolla en la plaza de San Felipe estuviera relacionado con la resistencia a los pronunciamientos militares (así se llamaban a los golpes de estado durante el siglo XIX) de 1843, durante la regencia del general Espartero.
A la izquierda, la torre de la iglesia de San Felipe; al fondo, la galería de arquillos del palacio de los marqueses de Villaverde; en el centro de la acción, la "Torre inclinada de Zaragoza".
Proyecto GAZA ("Gran Archivo Zaragoza Antigua") es un compendio de imágenes de la antigua Zaragoza (España), acompañadas de textos creados por José María Ballestín Miguel
y la colaboración de Antonio Tausiet.
Payaso Pizarrín
Por Israel Serrano
Escrito el 16 de julio de 2012
Carlos Sandoval, más conocido como el payaso “Pizarrín”, posee una trayectoria artística de más de 30 años. Él marcó positivamente la infancia de muchos niños, jóvenes y adultos, tras su paso por el programa “Jardín Infantil”. Actualmente labora en la Secretaría de Cultura de la Presidencia (Secultura) como promotor cultural, cultivando la identidad salvadoreña en todos los rincones del país.
"Pizarrín" nació en un mundo rodeado de payados, su padre era propietario de un circo al estilo “Chinaca” (sin carpa o techo), pero asegura que él nunca quiso que se dedicara a ser payaso. Entonces, optó por trabajar en el sector público, específicamente, en el Instituto Salvadoreño del Seguro Social, en el área administrativa.
Un día de 1979, Sandoval decidió visitar a su papá y se dio cuenta que no tenía payasos y los necesitaba porque la función estaba por iniciar. Para sacarlo del apuro se vistió como uno de ellos, con el nombre improvisado de “Guacalito”, ese fue su primer nombre artístico, pero la verdad no le gustaba, dijo.
Después de la función se intereso tantó por el circo que se quedó trabajando y empezó a buscar un nombre para su personaje. Platicando con otros payasos, entre los que se encontraba su padre, y "Prontito" -personaje de Jardín Infantil-, estudiaron nombres como zapatín, chichita, zapatillo, tomatito, cebollita y de repente surgió “Pizarrín”.
Sus colegas le dijeron que no era un buen nombre debido a que, según ellos, los niños no lo recordarían con facilidad y lo confundirían con otros payasos.
Después, fue a la Biblioteca Nacional (la cual se ubicaba frente al Mercado exCuartel), donde buscó su significado y encontró que era “lápiz escribir en pizarra de piedra”, entonces decidió quedarse con el nombre y convertirse no solo en un personaje artístico, sino cultural y educativo.
Su vida en el circo
Su vida en el circo tenía altibajos: "ratos bien y ratos mal, pero era muy emocionante", dijo, y afirma que le gustaba mucho. Conoció casi todo el territorio nacional: "era una labor muy nómada, andaba por todos lados".
Trabajó en otros circos, grandes y pequeños, a veces tenían casa llena y otras no, comenta.
Pizarrín recuerda que una vez, en Cojutepeque, compartieron una temporada para los “choriceros”, pero aclara que "no los policías municipales" sino para la gente que hace chorizos en ese lugar. La población abarrotó el circo y fue un periodo exitoso.
Sobre los momentos difíciles recuerda cuando viajaron al cantón El Platanal, de Guaymango, en el departamento de Ahuachapán. Allí comenzaron cobrando un colón por la entrada y nadie llegó, bajaron los precios a 50 centavos y después a 25 centavos y la gente no llegaba. Después, solicitaban una libra de arroz por la entrada, llegaron a un punto de pedir un huevo por el ingreso al circo y "ni por un huevo la gente llegó", lamenta.
En ese lugar, nadie les quería brindar agua, energía eléctrica ni servicios sanitarios y pasaron 15 días así, hasta que se fueron a la Barra de Santiago, en Usulután, donde les fue muy bien, hasta aprendió a pescar y atrapar punches (especie de cangrejos) en los manglares de la zona: "ahí de hambre no nos moríamos".
Vida familiar
La esposa de "Pizarrín" también pertenecía al ambiente circense. Ella era contorsionista y tenía 10 años menos que él. Cuando la veía, él decía, “espérate que crezcas” y al hacerlo comenzaron los coqueteos hasta que se casaron.
Actualmente tienen casi 30 años de estar juntos y han procreado ocho hijos. Tres de ellos eran solos hijos de "Pizarrín" y ella acepto al artista con los dos niños y una niña. Ahora forman una gran familia de 10 miembros, aunque algunos ya se casaron y tienen sus propios hogares.
Al principio, solo él trabajaba mientras ella cuidaba a los niños. Afirma que han pasado momentos muy difíciles de pareja, pero han logrado superarlos gracias al perdón y el amor que ambos se tienen.
Ingreso a Jardín Infantil
"Pizarrín" afirma que en 1983 unos ejecutivos de Canal 2 lo invitaron a una fiesta de aniversario, pero no pudo asistir. Posteriormente lo invitaron nuevamente a una actividad similar, pero de canal 6... "Prontito" lo recomendó para que participara como extra grabando unos promocionales del programa y así pasó mucho tiempo. Luego, las autoridades del canal le pidieron que hiciera un casting para ver cómo se desempeñaba ante cámaras y les gusto, ahí comenzó su vida en la televisión.
El Tío Periquito se encargó de enseñarle muchas cosas de la televisión, él no sabía nada, y gracias al abuelito de Jardín Infantil asegura que ahora puede desempeñarse un poco mejor.
Lo de payaso ya lo traía como herencia de su padre. Reconoce que Jardín Infantil se convirtió en la casa de muchos payasos y los que pasaron por ahí se quedaron con grandes experiencias.
Relación con sus compañeros
"Dentro de la televisión éramos excelentes amigos, pero fuera de las cámaras pocos amigos", recuerda y explica que no compartían mucho, pero se colaboraban cuando le pasaba algo a alguno de ellos.
El Tío Periquito, Prontito y Chirajito llevaban una vida independiente, aunque Chirajito era un gran amigo de su papá y Prontito era como su hermano de crianza.
Según Pizarrín, una de las razones del porqué mantenía esa distancia era que cada uno cobraba 500 colones por su presentación y eran cuatro personajes y pocas empresas o entidades estaban dispuestas a pagar en aquella época 2,000 colones por el show que presentaban.
Pero cuando les llegaba el turno de trabajar juntos en fiestas patronales, carnavales, ferias nacionales e internacionales iban con mucho gusto, hasta que el 2002 el programa cerró y cada quien siguió su camino.
La televisora para la cual trabajaban les ofreció a los cuatro un contrato de exclusividad y pagarles un sueldo con la condición que no aceptaran propuestas de ningún otro canal de televisión. Sus compañeros aceptaron, pero él decidió seguir con su vida artística de forma independiente.
Promotor cultural
"Pizarrín" se fue a Estados Unidos donde laboraba como promotor cultural de El Salvador con los hermanos lejanos. Les recordaban palabras características como “chenga” para referirse a una tortilla, entre otros términos muy autóctonas y arraigadas de la tierra cuzcatleca.
No tenía un sueldo estable, sobrevivía con las colaboraciones del público y de algunas presentaciones infantiles que realizaba en esa nación.
En 2005, "Pizarrín" regresó a El Salvador y fue contratado por la entonces Consejo Nacional para la Cultura y Arte (Concultura), ahora Secretaría de Cultura de la Presidencia. Allí labora haciendo el mismo trabajo que realizaba en Estados Unidos, promoviendo la cultura, pero ahora en cada uno de los rincones del territorio nacional.
Ahora se encuentra destacado en la Casa de la Cultura de San Bartolomé Perulapía, departamento de Cuscatlán, desde donde ejecuta proyectos de promoción cultural a nivel local, departamental, regional e incluso internacional.
Afirma que también hace presentaciones independientes en los Estados Unidos como la que realizará desde el 31 de julio hasta el 15 de septiembre de 2012 en las ciudades de Nueva York, Boston y Washington, brindando identidad cultural a los salvadoreños desde las 9:00 am a 3:00 p.m., acompañado de su inseparable esposa Ana Leyda.
Finalmente, "Pizarrín" agradece a todos los niños de “la cosecha pasada” quienes andan por ahí trabajando en distintos ámbitos en la literatura, políticos, supermercados, vendiendo tomates, pan, entre otras profesiones u oficios.
Les da muchas gracias por creer en su personaje, su sonrisa y en su entretenimiento sano y siempre respetando al ser humano. Espera que todos sigan luchando por un futuro mejor.
Nota tomada de: Diario La Pagina
XIII FILCEN
Feria Internacional del Libro en Centroamerica El Salvador 2009
Del 29 de Agosto al 6 de Septiembre
Dirección: Avenida La Revolucion No. 222, Colonia San Benito San Salvador, El Salvador Centroamérica.
Teléfono: (503) 2501-0200
Fax: (503) 2243-3161, 2243-3185
e-mail : cifcosv@cifco.gob.sv
Presentación
A iniciativa del Centro Regional para el Fomento del Libro en América Latina y el Caribe (CERLALC), en el año 1996 se logra configurar en Guatemala el Grupo de Cámaras del Libro y Asociaciones del Libro en Centro América (GRUCAL).
Surge la propuesta de realizar actividades en torno al libro, que permitan proyectarlo como región a nivel internacional. Resultado de ese esfuerzo conjunto de los profesionales del libro, surge en 1997 la I Feria Internacional del Libro en Centroamérica, FILCEN, celebrada en San José de Costa Rica.
El proyecto FILCEN está diseñado como un circuito de ferias internacionales itinerantes que se desarrollan anualmente en cada nación centroamericana.
La IX edición de FILCEN se realizó por segunda vez en San Salvador, República de El Salvador, como un espacio ILIMITA, en el Año Iberoamericano de la Lectura.
La organización de esta feria es responsabilidad de la Cámara Salvadoreña del Libro (CSL), con el apoyo del Consejo Nacional para la Cultura y el Arte (CONCULTURA) y el respaldo de GRUCAL y de CERLALC.
La Cámara Salvadoreña del Libro es una asociación de empresarios, que promueve el libro y la cultura, desde su fundación en 1974. Aglutina a los sectores librero, distribuidor y editor. Su labor permanente ha sido la promoción del libro, la lectura, la educación, la cultura a nivel nacional y la literatura e industria editorial salvadoreña en eventos internacionales.
UNEP ED Inger Andersen and INC Delegation visit to Mr. Green AFRICA recycling plant
CREDIT: UNEP/ Ahmed Nayim Yussuf
Creo que los ojos no alcanzan a decir eso cuando ya la lágrima corre y corre y corre y no se sabe que hacer. Se vuelven rojos... de un rojo que solo Dios sabe que existe... y se oculta la pena... Una pena tan grande que el corazón es capaz de notar....
Porfavor... no sigas llorando te lo imploro, saldrás muy perjudicado. Es mi persona quien debe afrontar los problemas... No debo meterte en esto...
Necesito de tu ayuda
- Esto es aaaaarteee! x'ddddddddddd
Ciudad Cres, en la isla Cres, Croacia 17 de julio 2009
Cres city on Cres island, Croatia 17th of july 2009
Maroc, Marrakech, Le Jardin de Majorelle, حديقة ماجوريل,
Le jardin Majorelle est un jardin botanique touristique inspiré de jardin islamique d'environ 300 espèces sur près d'un hectare à Marrakech au Maroc et un musée de la culture berbère. Il porte le nom de son fondateur, l'artiste peintre français Jacques Majorelle (1886-1962), qui l'a créé en 1931. Acheté par Yves Saint Laurent et Pierre Bergé en 1980, il appartient à ce jour à la Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent et la maison est labellisée Maisons des Illustres depuis 2011.
Jacques Majorelle
En 1919 le peintre français Jacques Majorelle (1886-1962) (fils du célèbre ébéniste artiste décorateur art nouveau Louis Majorelle de Nancy) s'installe dans la médina de Marrakech (durant le protectorat français au Maroc) dont il tombe amoureux.
En 1922 il achète une palmeraie en bordure de celle de Marrakech, au nord-ouest de la médina, et en 1931, il fait construire par l'architecte Paul Sinoir sa villa style architecture mauresque / art déco d’une étonnante modernité, inspirée de l'architecte Le Corbusier. Il y aménage son habitation principale au premier étage et un vaste atelier d'artiste au rez-de-chaussée pour peindre ses immenses décors.
Amoureux de botanique, il crée son jardin botanique inspiré de jardin islamique avec la luxuriance d'un jardin tropical autour de sa villa, « un jardin impressionniste », « une cathédrale de formes et de couleurs », structuré autour d'un long bassin central, avec plusieurs ambiances variées, où se nichent des centaines d’oiseaux. Ce jardin est une œuvre d'art vivante en mouvement, composé de plantes exotiques et d'espèces rares qu'il rapporte de ses voyages dans le monde entier : cactus, yuccas, nénuphars, lotus, nymphéas, jasmins, bougainvillées, palmiers, cocotiers, bananiers, bambous, caroubiers, agaves, cyprès ... et orné de fontaines, bassins, jets d'eau, jarres en céramique, allées, pergolas ...
En 1937 l'artiste crée le bleu Majorelle, un bleu outremer / cobalt à la fois intense et clair dont il peint les murs de sa villa, puis tout le jardin pour en faire un tableau vivant qu'il ouvre au public en 1947.
Suite à un accident de voiture, Majorelle est rapatrié à Paris où il disparaît en 1962. Le jardin est alors laissé à l'abandon durant plusieurs années.
Yves Saint Laurent et Pierre Bergé découvrent le Jardin Majorelle en 1966, au cours de leur premier séjour à Marrakech : « nous fûmes séduits par cette oasis où les couleurs de Matisse se mêlent à celles de la nature ». Ils achètent le jardin Majorelle en 1980 pour le sauver d’un projet de complexe hôtelier qui prévoyait sa disparition. Les nouveaux propriétaires décident d’habiter la villa de l’artiste, rebaptisée Villa Oasis, et entreprennent d’importants travaux de restauration du jardin pour « faire du jardin Majorelle le plus beau jardin, celui que Jacques Majorelle avait pensé, envisagé ». L’atelier du peintre est transformé en un musée berbère ouvert au public et dans lequel la collection Yves Saint Laurent et Pierre Bergé est exposée.
Disparu le 1er juin 2008 à Paris, les cendres d'Yves Saint Laurent sont dispersées dans la roseraie de la villa Oasis et un mémorial, composé d’une colonne romaine ramenée de Tanger posée sur un socle où une plaque porte son nom. Le 27 novembre 2010, Son Altesse royale la Princesse Lalla Salma, épouse du roi du Maroc Mohammed VI, inaugure l’exposition Yves Saint Laurent et le Maroc en même temps que la création de la rue Yves Saint Laurent.
Le 3 décembre 2011, le musée berbère est inauguré au rez-de-chaussée de la villa en présence du ministre de la culture française Frédéric Mitterrand, et la maison ou vécu Yves Saint Laurent est labellisée Maisons des Illustres.
À ce jour, le jardin, entretenu par une vingtaine de jardiniers, est un des sites touristiques les plus visité de Marrakech et du Maroc avec plus de 600 000 visiteurs annuels.
Collections botaniques
Collection de cactus.
Collection de bananiers.
Plantes rares : allée d'aloès.
Collection de palmiers constitue une oasis de fraîcheur dans la partie sud du jardin.
Bambouseraie au sud et à l'ouest du jardin entre le mur de clôture et le chemin sinueux.
The Majorelle Garden (Arabic: حديقة ماجوريل) is a twelve-acre botanical garden and artist's landscape garden in Marrakech, Morocco. It was designed by the expatriate French artist Jacques Majorelle in the 1920s and 1930s, during the colonial period when Morocco was a protectorate of France.
Majorelle was the son of the Art Nouveau ébéniste of Nancy, Louis Majorelle. Though Majorelle's gentlemanly orientalist watercolors are largely forgotten today (many are preserved in the villa's collection), the gardens he created is his creative masterpiece. The special shade of bold cobalt blue which he used extensively in the garden and its buildings is named after him, bleu Majorelle—Majorelle Blue.
The garden hosts more than 15 bird species that are endemic to North Africa. It has many fountains, and a notable collection of cacti.
The garden has been open to the public since 1947. Since 1980 the garden has been owned by Yves Saint-Laurent and Pierre Bergé.
After Yves Saint Laurent died in 2008 his ashes were scattered in the Majorelle Garden.
Islamic Art Museum
The garden also houses the Islamic Art Museum of Marrakech, whose collection includes North African textiles from Saint-Laurent's personal collection as well as ceramics, jewelry, and paintings by Majorelle.
El Jardín Majorelle en francés : Jardin Majorelle, en árabe: حديقة ماجوريل, es un jardín botánico de Marrakech (Marruecos). Fue diseñado por el artista expatriado francés Jacques Majorelle en 1924, durante el periodo colonial en el cual Marruecos estuvo administrado por Francia.
Jardin Majorelle , Marrakech, Marruecos.
Teléfono: (00212) 024 3018 52
Historia
Jacques Majorelle
En 1919 el pintor francés Jacques Majorelle (1886-1962) (hijo del célebre artista ebanista y diseñador de Art nouveau Louis Majorelle de Nancy) se instala en la medina de Marrakech (en aquel tiempo protectorado francés) del que cae enamorado de las luces, de los colores, de los olores, de los ruidos, de la arquitectura, de los habitantes, del zoco, de la kasbah ...
En 1922 compra una finca de palmeras en el borde del palmeral de Marrakech donde en 1931, hace construir por el arquitecto Paul Sinoir, su chalet estilo Art déco de una asombrosa modernidad, inspirada en Le Corbusier y en el Palacio de la Bahía de Marrakech. Consta de su vivienda principal en el primer piso y el gran taller del artista en el bajo para pintar sus inmensos decorados.
Enamorado de botánica, crea su jardín botánico en torno a su chalet, estructurado alrededor de una larga cuenca central, con varios ambientes, establecida de una vegetación exuberante donde anidan cientos de pájaros. Este jardín es una obra de arte viva en movimiento, compuesto de plantas exóticas y especies raras de las que trajo de sus viajes por todo el mundo: cactus, yuccas, nenúfares, nympheas, jazmines, bougainvilleas, palmeras, cocoteros, bananeros, bambús... y adornado con fuentes, cuencas, chorros de agua, jarras en cerámica, alamedas, pérgolas...
En 1937 el artista crea un color azul, azul de ultramar a la vez intenso y claro: el azul Majorelle, con el que pinta las paredes de su chalet, luego todo el jardín para hacer un cuadro vivo que abre al público en 1947.
A raíz de un accidente de coche, Majorelle se repatría a París dónde desaparece en 1962. El jardín se deja entonces en abandono.
Yves Saint-Laurent
En 1980 Yves Saint-Laurent y su amigo Pierre Bergé fundan la «Association pour la Sauvegarde et le Rayonnement du Jardin Majorelle», readquieren el chalet taller y el jardín que hacen restaurar y desarrollar en el espíritu del autor del lugar incrementando el número de especies vegetales del jardín de 135 a más de 300. Conservan la parte de vivienda para su uso privado y transforman el taller en Museo de arte islámico de Marrakech abierto al turismo o exponen su colección personal de objetos de arte Islámico del Magreb, Oriente Medio, de África y Asia: Joyas, armas, textiles, alfombra, revestimientos de madera, Alfarería, cerámicas Arabescos, telas y dibujos del artista...
Actualmente, el jardín está cuidado por 20 jardineros y es una de las atracciones turísticas más importantes de Marrakech.
Colecciones
El jardín alberga especies vegetales de los cinco continentes destacando su colección de cactus y de Bougainvillea.
El jardín da cobijo a más de 15 especies de pájaros, que se pueden encontrar solamente en el área del Norte de África.
By Catedrales e Iglesias
© Álbum 2384
By Catedrales e Iglesias
Diócesis de Irapuato
El convento de nuestro Gran Padre y Doctor San Agustín, en Salamanca, Gto., fue en épocas arcaicas centro y emporio del saber y del adelanto y mentor de la religión, ya que irradiaba, por decirlo así, en toda la provincia con su poderoso influjo, produciendo pasmo y admiración entre propios y extraños.
Este magno convento fue fundado en 1609 y reedificado en 1771, por soldados de Cristo que, bajo la librea de Agustín, quisieron comunicar todo el esplendor de los conventos europeos, y eligieron este lugar que les rememoraba la Salamanca, española que, junto al Tormes, ofrece semejanza con esta ciudad en las orillas del río Lerma y bajo el patronato de San Juan de Sahagún, estatua que aún se encuentra en lo más alto del altar mayor, estableciéronse, produciendo frutos óptimos de ciencia y de virtud.
Con inmensos caudales de personas piadosas, que regalaban en esas épocas coloniales sus fortunas a la Iglesia, pronto se elevó el hermoso edificio; por fuera con un estilo de arquitectura franciscano primitivo, el frente es demasiado sobrio: un Cristo de cantera abre sus brazos, mientras el semblante se inclina hacia la tierra y, a su lado, dos hornacinas con santos de la Orden, en una absoluta sencillez, remata el templo con sus dos torres cúbicas coronadas por unos capiteles de azulejos y circundadas por estatuas de piedra que, con ojos sin pupilas, contemplan el paso de los siglos.
Las palomas, en millares, todas las tardes al ponerse el sol nacen sus nidos detrás de aquellos santos, que a veces están nimbados con la luz crepuscular roja e incendiaria y por las mañanas, al asomar la aurora, con reflejos de oro la custodia de Clara, la vara de azucenas de San José y la cruz de equis de Antarés; y los santos, todos de piedra que es y será a través de los siglos, en aquella frase absoluta y enérgica: "Tú eres piedra y sobre ti edificaré mi Iglesia".
Las palomas hacen cu-cú. Por las noches hay un graznido horrible de pájaros del misterio y de la sombra. Los búhos de corvo pico y de pupilas magnetizadoras y espantosas, acechan las víctimas. Yo he creído ver un símbolo en lo siguiente: Una mañana, al pie de Santa Cecilia estaba un pichón muerto, con las entrañas despedazadas por el alevoso ataque del pájaro nocturno. En las pupilas de la santa inmaterial había lágrimas. Alguien me habló del rocío matinal; pero yo creí que la suave y angelical predestinada meditaba en la lucha trágica del bien y el mal y acaso lloró la santa piedra viendo cómo el pichoncito languideció al acoso de la lechuza; pero los santos seguían entonando su himno triunfal, elevándose sobre la materia y sobre las cosas, cantando al fin el vencimiento de la eterna Jerusalem.
Y así se construyó el convento con sus magníficas dependencias, sus corredores amplísimos, sus dos patios inmensos como plazas, uno rodeado de arcos platerescos y el otro de reminiscencias románicas, suntuosos, esplendentes; sus innumerables habitaciones, sus escaleras monumentales propias para el portejo de príncipes de la Iglesia, donde aún parece que se escucha el suave roce de las capas pluviales recamadas de brocados y bajo el suave tintineo de las campanillas de oro; sus inmensos claustros y galerías, todo con una atingencia y con una sabiduría precisa y única.
Se llamó Cabeza de Provincia. Cada tres años había una reunión de todos los agustinos michoacanos, que debían congregarse en el convento y a esto se llamó Capítulo Intermedio, nombrándose nuevo Provincial y nuevos Definidores, éstos como Gobernadores de Provincia, Maestros de Novicios, Maestros de Ceremonias, Priores y Subpriores.
Cada seis años había el Capítulo General, tomando parte, además de Michoacán, los Estados de Jalisco, Durango, Zacatecas, Querétaro, México y Puebla. Entonces era un esplendor sin igual, que impulsaba poderosamente la vida pacífica del pueblo. ¡Cómo se congratulaba el vecindario, cuántos músicos empleados, cuántas costureras y bordadoras, cuánta cera y cuántas flores! Todo Salamanca producía y se hacía de dinero. Era un intercambio de riquezas. El problema económico estaba íntimamente unido con el problema religioso. No es de extrañar que su sombra diera un impulso de civilización y de adelanto. Tenían un axioma que regía todos sus actos, que lo hacían valer en todo ceremonial agustiniano, y era éste:
"Donde no hay orden, todo es confusión", y por él regían sus actos. Estaba imbuído en todos los empeños y en todas las empresas. Lógica para producir, filosofía para ordenar, sabiduría para escoger, método para definir, base para edificar.
A las 5 de la mañana la campana daba un único tañido llamando a las faenas del día. Además, el Maestro de Novicios tocaba las puertas del grito de "¡Ave María Purísima; levantáos!" Un cuarto de hora bastaba para ponerse en pie y alistarse, y novicios y frailes, con el Provincial a la cabeza, se dirigían a Coro a rezar el Oficio Divino: Maitines, Laudes, Prima y Tercia.
A las seis de la mañana decía la Misa de Prima, que la comunidad oía con profundo recogimiento, y a las 7 la campana llamaba al refectorio.
Había dos comedores: el del Provincial, al que casi siempre acompañaban el Prior, el Subprior y el Maestro de Ceremonias y el de los Novicios. El chocolate espumaba e jícaras esperando el sorpeo del bizcocho de huevo sabrosísimo y aromático. Bizcocho de provincia, que aún guarda la abuela entre el aroma de la cómoda, en donde también esconde las guayabas.
Después del refectorio tenían una hora de descanso. Los agustinianos no es una Orden de Penitencia; con los jesuitas, forman el cerebro de la Iglesia Católica; son las Ordenes que producen, que piensan, que indagan, atormentadas por la ciencia hija de Dios; seres que se inclinan pensativos sobre las mesas de trabajo mediantes, de tal manera que, a veces, la mirada está perdida en la vaguedad del pensamiento conductor de una idea. Seres que se desvelan ante el cálculo matemático y ante la lógica que llevará luz. Francisco de Asís se concretó a dorar; sin querer definir, amó y su amor lo tornó contemplativo. Agustín es amor por el cerebro; Francisco, amor, por el corazón; Agustín, es amor por la razón; Francisco es amor por el sentimiento; Agustín es hombre henchido de pasiones, divinizado; Francisco es la idealidad hecha hombre; Agustín es un hombre que se trasplanta al cielo; Francisco es un ángel que desciende a la tierra. El pasional puede ser un elegido; el místico es un predestinado.
Poco después volvían a coro a rezar el Oficio, y posteriormente se entregaban al estudio de latín, teología, moral, rúbricas.
A las 12 en punto se servía la comida. Casi siempre tomaban carne de pollo, huevos, leche. Debían, como un cuerpo que cuida de sus miembros, tener determinada alimentación. Tenían higiene con su cuerpo. Así la Iglesia podría exigir la producción brillante y eficiente.
A las tres de la tarde, estudios, hasta las ocho, en que servía la cena.
A las nueve de la noche sonaban las campanas la queda. Al mismo tiempo la campana del convento invitaba con su toque de silencio al recogimiento. Fundadería todo totalmente, hasta el día siguiente a las horas jubilosas de las Aves Marías.
Vestían su hábito negro de San Agustín instituyó el hábito blanco, pero no queriéndose confundir con los dominicos, escogieron por la encíclica de algún Papa vestido negro; su existencia se deslizaba tranquila, perturbaba cada añocon os exámenes de los colegiales. Todo el vecindario concurría y lo hacía con gusto. En sobres circulaban unas mascadas, gasnés impresas con el tema y el programa con de exámenes.
No se piense que la Orden Agustiniana sólo indirectamente ayudaba al vecindario. Innumerables familias vivían pensionadas los frailes de manera constante y segura. Y aún con ese esplendor fueron rquísimos, tanto, que saliendo de la Puerta del Campo del callejón, decían que hasta Morelia, "pisaban en terreno propio". El molinito y ranchos circunvecinos, todo era de la Provincia Agustiniana.
El templo de San Agustín, anexo al convento, es de una grandiosidad incomparable. Las amplias naves están cubiertas de adornos estilo churriguerismo y plateresco también, follaje arquitectónico, cúpulas, coronas, guirnaldas, estatuas, calados tan finamente trabajados que causan un positivo asombro; y todo rejumbrante por el oro que los cubre y que el tiempo no ha empeñado siquiera. Los Cruceros son admirables y hacen extasiarse al espíritu; hacia el lado derecho se encuentran, en el retablo, pasajes de la vida María en esculturas finamente policromadas; en lo más alto se encuentran los desposorios; acial el otro lado, Santa Ana enseña a la Virgen niña las primeras letras. Un poco más debajo de los Desposorios, María presenta el Eterno Padre el divino Niño; debajo de Santa Ana, María recibe la visita de Gabriel; y en el lugar de en medio una corona imperial sirve de remate a un gran cortinaje que se descorre, dejando ver a María de pie con el Niño Jesús en brazos. Adornan las hornacinas guías de follaje ornamental que desciende hasta la mesa del altar.
El crucero del frente es el altar dedicado a Señor San José; hacia arriba se ve la "jornada" sea María conducida sobre la mansa pollina hacia Belén, en compañía de José, y un poco hacia abajo, José es visitado por el ángel; en el lado opuesto, y por contraposición o haciendo pendant, otra corona real remata el cortinaje, dejando a ver la muerte de don José en los brazos de María y de Jesús el Maestro, y en el lugar principal San José tiene en sus brazos a Jesús niño. Los mismos detalles se reproducen, pero fijándose bien, la idea es igual, aunque todo es distinto. Aun las coronas, que creyéranse idénticas, no lo son; parece que el genio que labró la madera hasta transformarla en poesía no quiso reproducir nada, todo es distinto y todo está lleno de unidad.
A nice sight down a cul-de-sac that would have been built around about the same time the Escort was built. If only the Escort was a bit more original...
Sala de comissões do Senado durante audiência pública na Comissão de Relações Exteriores e Defesa Nacional (CRE).
CRE promove um colóquio internacional com representantes do governo, professores e pesquisadores de vários países sobre os Objetivos do Desenvolvimento Sustentável (ODSs).
Participam do evento, autoridades do Executivo e Judiciário, além de professores e pesquisadores nacionais e internacionais.
Em pronunciamento, indígena.
Foto: Pedro França/Agência Senado
www.2xtango.com/campeones-mundiales-2012-tango-escenario-...
Mientras la gente sigue despidiendose de nuestro querido Luna Park, quisiéramos compartir con ustedes nuestra impresión de esta final categoria Escenario Mundial de Tango 2012.
Cristhian Sosa y Maria Noel Sciuto fueron consagrados Campeones Mundiales de Tango Escenario 2012 en reñida votación de los jueces elegidos a tal efecto.
Parece como si Mario Morales (Couch de la pareja) hubiera escuchado los consejos de nuestra queridísima Maria Nieves quien en medio de un espectacular homenaje y desde la pantalla les recomendaba a los Campeones “No se la crean!, menos aire y mas piso, me entienden?”
Fue así que Cristhian y Maria Noel bailaron un tema de Goyeneche y Piazzolla llamado “El gordo triste” en homenaje a nuestro gordo que siempre esta volviendo Anibal Troilo, vimos una demostración de paso firme en Cristhian, estilizadas figuras de Maria Noel con acento en el romance y sin dependencia de efectos acrobáticos.
La novedad este año fue el tablero electrónico que mostro la puntuación de cada uno de los jueces, ellos fueron: Miguel Angel Zotto, Natalia Hills, Eduardo Arquimbau, Alejandra Mantinian, Nelida, Cecilia Figaredo y Juan Carlos Copes, el tema venia siendo un reclamo de la mayoria de la gente para darle mayor transparencia y seriedad al evento.
El segundo puesto fue para Eber Burguer y Yesica Elias, una hermosa pareja originarios de Lanus quienes hace años vienen demostrando una notable evolución en su baile, fruto del esfuerzo, profundo entendimiento de la pareja y sus posibilidades. La frutilla del postre fue un alucinante cambio de vestuario de Yesica en medio de la exhibición (pronto el video).
En tercer lugar fue para Cristian Corea y Sabrina Amuchastegui, Cristian viene de 2 años consecutivos subcampeon con Manuel Rossi y en esta oportunidad se lleva este tercer puesto para seguir buscandole la vuelta a su baile.
El cuarto puesto Nair Schinca y Nicolas Schell quienes venian primereando tanto en clasificatorias como en la semifinal con una encantadora version de Watashi (que excelente bailarina que es Nair, ya nos habia conquistado años anteriores bailando con Julian Sanchez), en esta oportunidad Nair y Nicolas arrancaron interminables aplausos del publico, ya se les va a dar chicos…
El quinto puesto fue para Hugo Mastrolorenzo y Agustina Vignau, quienes siempre nos sorprenden y nos cuentan historias con sus cuerpos con un excepcional manejo del espacio.
Para aquellos que podemos disfrutar de la combinación de la musica, el baile y la letra, lo de esta pareja es fuera de serie, ¿estaremos en condiciones de coronar propuestas como la de Hugo y Agustina? El tiempo lo dira, mientras tanto gracias totales por el riesgo.
Entre los Campeones y los quintos hubo tan solo 0,536 puntos de diferencia, una efímera diferencia de la que podemos rescatar el gran repunte de los bailarines argentino en las 2 categorias y el alto nivel de baile que se viene consolidando en Argentina y el mundo entero.
El homenaje a Maria Nieves se merece un parrafo aparte, mucho mas que eso, una nota aparte. Al ver en pantalla la imagenes en blanco y negro de Maria es como ver a los rollings, o a Edith Piaf, o a cualquier monstruo sagrado que se puedan imaginar y la tenemos con nosotros y podemos seguir viendola bailar y sumar nuestro aprecio y admiracion al de todo el pueblo. Bailo con todos los campeones del Mundo, siguió al pie de la letra la coreografia de Fernando Gracia y la remató bailando con Pancho Martinez Pey para hacer explotar al Luna park.
Una diosa nuestra Maria Nieves.
Salute Tango, nos vamos a dormir un poquito…
Campeones del Mundo 2012 Tango Escenario :
Cristian Sosa y Maria Noel Sciuto!
Cristian Sosa y Maria Noel Sciuto
Eber Alejandro Burger y Yesica Lorena Lozano Elias
Cristian David Correa y Sabrina Amuchastegui
Nicolas Schell y Nair Schinca
Hugo Mastrolorenzo y Agustina Vignau