View allAll Photos Tagged diviser

Anteiglesia denominada Líbano de Arrieta, perteneciente a la merindad de Busturia, ocupaba el octavo asiento en las Juntas Generales de Gernika.

 

Dado su emplazamiento singular (en las cumbres y estribaciones del monte Sollube) pudo haber marcado su existencia como defensor de la merindad por el lado occidental. En el siglo XII los feligreses diviseros levantaron la iglesia parroquial de San Martín Obispo sobre el plano de una colina, siendo reedificada y ampliada posteriormente.

Vi prego di aiutarmi nella campagna Luoghi del cuore votando questo posto bellissimo:

 

iluoghidelcuore.it/luoghi/siena/montepulciano/torrione-de...

 

Se possibile condividete su FACEBOOK, TWITTER e sugli altri social network

  

Grazie

Paolo

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

La Via Fila è la parte di territorio più caratteristico della grande fattoria Ciuffi ad Abbadia di Montepulciano. Nel 1806 nacque da una preesistente tenuta agricola, la fattoria Granducale di Abbadia, una delle tredici tenute costruite in Valdichiana per volere prima dei Medici e poi dei Lorena durante la plurisecolare opera di bonifica della vasta palude chianina. Nel 1863, lo Stato decise di vendere ai privati le tredici fattorie ex granducali (Bastardo, Tegoleto, Font’a Ronco, Pozzo, Foiano, Frassineto, Montecchio, Creti, Chianacce, Bettolle, Abbadia, Acquaviva, Dolciano) e il banchiere livornese Pietro Bastogi, grazie alla sua posizione privilegiata di Ministro delle Finanze del primo governo Cavour dell’Italia Unita (1861), riuscì ad acquistare le fattorie di Abbadia e di Acquaviva. Dopo la morte del conte Pietro Bastogi, i possedimenti passarono per successione ai due figli che nel 1910 divisero le due proprietà. A Giovacchino andò la fattoria di Abbadia e a Giovannangelo quella di Acquaviva. Alla fine degli anni ’20 del secolo scorso, la fattoria di Abbadia fu acquistata dai fratelli Italo (già amministratore dei Bastogi) e Varo Ciuffi. Famiglia che tutt’oggi ne è proprietaria. Entrambe le famiglie hanno avuto un ruolo determinante nello sviluppo economico e nella politica, nei due secoli scorsi, di tutta l’area.

 

La storia della Valdichiana è un susseguirsi di impaludamenti e bonifiche. I primi lavori di regimentazione delle acque furono ad opera degli Etruschi e poi dei Romani. Con le invasioni barbariche, la valle fu abbandonata a sé stessa e la palude dal IX secolo prese possesso di un vasto territorio che da Arezzo arrivava fino alle porte di Orvieto. Già dal 1500, i Medici tentarono di porre rimedio iniziando i lavori di bonifica della valle tra mille difficoltà. È con la dinastia regnante dei Lorena che fu data una svolta alla grande opera di risanamento del territorio. Furono create grandi opere idrauliche ancora oggi visibili come il Callone di Valiano, che svolgeva contemporaneamente la funzione di diga, chiusa per la navigazione e dogana per la riscossione delle gabella.

Intorno al grande lago che si era creato con l’impaludamento e che costituiva anche la zona di confine tra la Toscana e lo Stato Pontificio, fiorivano le attività come pesca e commercio ma la zona rimaneva fortemente insalubre. Lo stato della valle è ben documentato dalla preziosa pianta cosiddetta “a volo d’uccello” disegnata da Leonardo da Vinci nel XVI secolo e conservata oggi nella Biblioteca di Windsor.

Come si è detto, per risolvere in via definitiva il problema della valle furono necessari la grande volontà e la lungimiranza dei granduchi Lorenesi Pietro Leopoldo, Ferdinando III e Leopoldo II e al genio dell’ingegnere aretino idraulico Vittorio Fossombroni. Quest’ultimo ebbe la geniale intuizione di invertire il corso del fiume Chiana, che in origine scorreva da nord verso sud per affluire nel Paglia e quindi nel Tevere.

L’ardito progetto, sfruttando abilmente minime pendenze, porta tutt’oggi l’acqua dei due versanti verso nord per finire in Arno.

La bonifica lorenese, iniziata nella seconda metà del XVIII secolo da Pietro Leopoldo, è durata quasi due secoli, ed ha portato alla creazione del Canale Maestro della Chiana, alla regimentazione della maggior parte dei corsi d’acqua e alla creazioni di un gran numero di opere idrauliche, tutt’oggi esistenti che hanno un grandissimo valore sia storico che estetico architettonico.

Un patrimonio pressoché intatto ad esclusione dei ponti che hanno subito una totale distruzione nel 1944, da parte dei tedeschi in ritirata.

Attualmente è quasi ultimata un’opera di recupero e ristrutturazione, finalizzata anche alla fruibilità ed alla valorizzazione turistica del corso del Canale Maestro, che ha portato alla realizzazione di un sentiero ciclabile di oltre 60 chilometri tra Chiusi e lo sbocco del canale in Arno nei pressi di Arezzo. Tale sentiero costituisce una viabilità alternativa e eco- compatibile tra le più belle località che si affacciano nella valle: Chiusi, Chianciano, Montepulciano, Castiglione del Lago, Cortona, Castiglion Fiorentino, Monte San Savino e Arezzo.

 

Villa Muti

Villa Muti è una delle 12 Ville Tuscolane realizzate dalla nobiltà papale nel XVI secolo in agro di Frascati, attualmente si trova nel territorio comunale di Grottaferrata.

Storia e descrizione

L'origine della villa risale al 1579 e venne fondata da monsignor Cerasoli, canonico di Santa Maria Maggiore in Roma. Nel 1595 subentrò come proprietario monsignor Pompeo Arrigoni, uditore della Sacra Rota, che un anno dopo divenne cardinale. Alla morte dell'Arrigoni la villa venne divisa tra monsignor Diomede Varesi e monsignor Ciriaco Rocci, i quali si divisero materialmente la villa con la tenuta nel 1629. La parte del Varesi andò alla famiglia Amedei, mentre quella del Rocci alla famiglia Muti. Nel 1802 monsignor Angelo Cesarini, proprietario di una porzione della villa, vi ricevette papa Pio VII, il re di Sardegna Carlo Emanuele IV ed Enrico Benedetto Stuart, cardinale vescovo di Frascati e Duca di York.

 

In seguito l'intera tenuta tornò unita sotto la proprietà del marchese Achille Muti-Bussi. Dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, gli sfollati del centro di Frascati occuparono la Villa; negli anni settanta, gli ultimi discendenti della famiglia Muti Bussi, date le gravissime condizioni di degrado e di abbandono nelle quali la Villa era stata lasciati dagli ultimi occupanti e l'inesistente sostegno delle Sovrintendenze preposte, si videro costretti a vendere il prestigioso immobile.

 

Nella villa sono da ammirare alcuni affreschi del Seicento, oltre al grande e curato parco.

 

All'interno affreschi dei maggiori artisti del Barocco: Giovanni Lanfranco, Pietro da Cortona, Ludovico Cigoli e di Domenico Passignano.

 

La villa ha un elegante giardino all'inglese con effetti scenografici caratterizzati da sculture fantastiche tipiche del Manierismo romano; il giardino è strutturato su vari livelli di stratificazione storica risalente al 1850.

 

Al momento la villa non è aperta al pubblico.

 

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

disegno Blaeu;

incisione Hoefnage;

Raccolta Foto de Alvariis;

Taxila Pakistan. Budda ellenistico della civiltà di Gandahar

Dopo la morte di Alessandro Magno i suoi generali si divisero i territori dando origine ai regni ellenistici. Sui territori che erano appartenuti all’impero Persiano prevalse la dinastia Seleucide all’autorità della quale si sottrasse la Bactriana (attuale Usbekistan e Afganistan settentrionale). Alla fine del III° sec. A.C. il re battriano Eutidemo I e suo figlio Demetrio attraversarono l'Hindu Kush ed iniziarono la conquista della valle dell'Indo. Quando incominciò l’invasione Kushan (130 A:C.) i sovrani si ritirarono in India, ma non durarono a lungo. All’inizio della nostra era non se ne trova più traccia. In questo periodo però era nato uno stile, in architettura e in scultura che va sotto il nome di civiltà del Gandhara che unisce caratteri cultura locale e della cultura greca. In genere i contenuti buddisti sono espressi in stile ellenistico. Questa cultura sopravvisse secoli al dominio politico. I reperti archeologici si trovano nei musei del Pakistan e dell’Afganistan

Anteiglesia denominada Líbano de Arrieta, perteneciente a la merindad de Busturia, ocupaba el octavo asiento en las Juntas Generales de Gernika.

 

Dado su emplazamiento singular (en las cumbres y estribaciones del monte Sollube) pudo haber marcado su existencia como defensor de la merindad por el lado occidental. En el siglo XII los feligreses diviseros levantaron la iglesia parroquial de San Martín Obispo sobre el plano de una colina, siendo reedificada y ampliada posteriormente.

ALTARE IN MARMO DEL SANTISSIMO ROSARIO

 

Quest’altare, che in origine ospitava una tavola dipinta della Maddalena, stando a quanto si ricava dagli atti di una Visita Pastorale del 1586, era sotto il Patronato della famiglia Desiderio.

Questa famiglia ha il suo capostipite noto in Mizio (o Domizio) Desiderio, Sindaco Particolare dell’Università nel periodo 1544-45 e “deputato pro fabrica” della chiesa di Santa Maria Maddalena.

Nel tempo, i discendenti di Mizio si divisero in due rami: il ramo che faceva capo a Francesco Antonio, si dedicò all’artigianato, mentre quello che faceva capo a Gaspare diede vita a due tradizioni professionali, quella medica e quella giurisprudenziale, tramandate per almeno duecento anni.

 

La definizione di “Altare del Santissimo Rosario” la si ritrova, per la prima volta, negli atti di una Visita Pastorale del 1599, senza, però, che ne sia specificata la motivazione.

Nel corso del 1600, anche in conseguenza del matrimonio tra Gio.Francesco Ferrajoli e Caterina Desiderio, nipote di Mizio, il palazzo, che ancora oggi si trova sul lato orientale della piazza accanto all’Abbazia, e l’altare “del Santissimo Rosario” passarono nella disponibilità della famiglia dei Ferrajoli della Fontana.

 

IL QUADRO DELLA VERGINE DEL ROSARIO

(attribuito a Luca Giordano)

 

Il quadro, che adorna l’altare, fu realizzato, probabilmente, nella prima metà del 1600.

Dallo Stato Descrittivo della Chiesa, redatto nel marzo del 1721 dal Rettore don Leonardo Ferrajoli, a proposito di questa tela, si apprende che il volto della Vergine fu “ritoccato dal celeberrimo Luca Giordano”, (pittore creativo e prolifico, attivo nella seconda metà del Seicento non solo nel napoletano, ma anche in Spagna, dove fu chiamato, per il suo estro, da Carlo II.

La particolarità del ritocco al volto della Vergine, testimoniata anche dalla qualità dell’esecuzione, rientra nel modus operandi, storicamente accertato, dell’artista, che - a causa delle troppe commissioni - era costretto ad avvalersi di una nutrita bottega.

E’ noto, infatti, che numerosi collaboratori sviluppavano i suoi disegni e, in molti casi, completavano opere anche solo iniziate dal maestro.

Ad avvalorare l’ipotesi, che anche per questo quadro sia accaduto qualcosa di simile, vi è la circostanza che in questa stessa chiesa vi è una tela di Nicola Malinconico, allievo del Giordano, che avrebbe anche potuto completare l’opera iniziata dal Maestro.

 

Il quadro è strutturato secondo lo schema piramidale classico, con la Madonna (1), che sovrasta la scena nell’atto di consegnare con la mano sinistra la corona del Rosario a Santa Caterina (2), mentre con l’altra mano regge il Bambino che, sua volta, dona la corona a San Domenico (3).

Lo sfondo, invece, è dominato da un coro di Angeli vorticanti.

 

Stringente è infine la somiglianza di questa tela con la sua omonima, sempre opera di Luca Giordano, conservata a Napoli nel Museo di Capodimonte.

Chiamata, in origine, Castel delle Ripe, fu libero Comune di parte guelfa, ragion per cui, nel 1277, fu distrutta dai ghibellini della vicina Urbino. La popolazione superstite trovò rifugio più a valle, tra le mura della potente abbazia benedettina di San Cristoforo attorno alla quale, intorno al 1284, fu fatta ricostruire la nuova città dal prelato provenzale Guillaume Durand, governatore della Romagna e della Marca di Ancona. In suo onore la città prese il nome di Casteldurante. Successivamente cadde sotto la signoria di Brancaleone, cui successero, congiuntamente, i figli Nicola Filippo, Pierfancesco e Gentile. A Pierfrancesco, rimasto unico "signore" dopo la morte dei fratelli, successero i nipoti Galeotto e Alberico (figli di Nicola Filippo) e Bartolomeo (figlio di Gentile), essendogli premorto l'unico figlio Lamberto. I tre cugini non vollero governare insieme e divisero pacificamente la signoria: ai fratelli Galeotto e Alberico, che rimasero insieme, andò la parte maggiore, compresa la città di Urbania, mentre Bartolomeo ottenne Mercatello sul Metauro e la Massa Trabaria. La signoria dei fratelli, divenuti tiranni, fu breve, perché furono massacrati dalla popolazione, che, tuttavia, non pensò a ripristinare l'antica libertà comunale, ma si offrì al duca di Urbino. Il ramo di Mercatello sul Metauro, invece, si estinse con Gentile, prima moglie di Federico da Montefeltro, duca di Urbino, cui portò in dote le terre della sua famiglia, che rimasero ai Montefeltro anche se da questo matrimonio non nacquero figli. Sotto i Della Rovere, successori dei Montefeltro nel ducato di Urbino, l'antico signorile "palazzo dei Brancaleoni" fu restaurato e ristrutturato da un gruppo di architetti, comprendente Francesco di Giorgio Martini, Annibale della Genga e Paolo Scirri, quest'ultimo congiunto di Scirro Scirri, che era stato il primo maestro di architettura del Bramante. I duchi di Urbino usarono il palazzo come soggiorno estivo, tranne l'ultimo, Francesco Maria II, che qui visse in permanenza, vi morì e vi è sepolto. Alla sua morte, nel 1631, l'intero ducato di Urbino tornò sotto il dominio diretto dello Stato Pontificio. Nel 1636, il papa Urbano VIII elevò Casteldurante al rango di città e di diocesi, cambiando, per la terza volta, il suo nome, che divenne Urbania, era il 1638.

E gli dei tirarono a sorte.

Si divisero il mondo:

Zeus la terra,

Ade gli Inferi,

Poseidon il continente sommerso.

Apparve Atlantide.

Immenso, isole e montagne,

canali simili ad orbite celesti.

 

Il suo re Atlante

conosceva la dottrina della sfera,

gli astri, la geometria,

la cabala e l'alchimia.

In alto il tempio.

Sei cavalli alati,

le statue d'oro, d'avorio e oricalco.

Per generazioni la legge dimorò

nei principi divini,

i re mai ebbri delle immense ricchezze

e il carattere umano s'insinuò

e non sopportarono la felicità,

neppure la felicità,

neppure la felicità.

 

In un giorno e una notte

la distruzione avvenne.

Tornò nell'acqua.

Sparì Atlantide.

 

Carlotta Wieck.

Questo è il mitico villino dei miei nonni. Era molto più bello prima di

essere venduto nel '93 perché il nuovo proprietario ci ha messo delle

stupide decorazioni che non aggiungono nulla. I nonni ci andarono ad

abitare nel '22. Lo comprarono grazie ad un mutuo cinquantennale a tasso

bassissimo che lo Stato concedeva ai propri civil servants (servitore non

mi piace). Dopo vent'anni con la svalutazione il debito si polverizzò e

riscattarono il villino con poche miglia di lire. Io ci ho abitato dal 45

al 48, dal 51 al 54 e tutti gli anni dell'Università. Aveva delle aiuole

formali davanti dove a maggio sulle rose venivano dei bellissimi moscon

d'oro; si potevano legare con un filo sottilissimo e si andava in giro con

un moscon d'oro che volava al guinzaglio. Dietro vi era un vasto orto dove

mio nonno coltivava le viti. C'era pure un contadino-giadiniere-ortolano,

di nome Alfredo, che piantava di tutto, dalle fave all'insalata, ai

carciofi, ai pomodori, alle fragole di bosco. Molti gli alberi da frutto;

ecco quelli che ricordo: un cachi, un susino, un melograno, un giuggiolo,

un mandorlo i cui fiori si vedevano a febbraio dalla camera da pranzo, un

arancio, un limone e un albicocco generosissimo Non c'era il nespolo ma ne

aveva uno bellissimo il mio amico Enzo ed era quasi come se fosse mio. Poi

c'era una magnolia altissima dalle foglie dure, adattissime per spararci

col fucile a piombini, e un bellissimo glicine che incorniciava la porta

d'ingresso. Ogni villino aveva un pollaio; il nostro dopo la guerra

ospitava cinque o sei galline. La notte venivano messe in una stia in

cucina per paura che se le fregassero. Nonna a volte gli infilava un dito

nel sedere per accertarsi se il giorno dopo avrebbe fatto l'uovo; la

gallina durante l'esame starnazzava un po', ma non molto. Quando le galline

si abbioccavano venivano messe in cantina dove io le disturbavo quando

potevo anche se sapevo che non bisognava farlo. Enzo invece aveva una sola

gallina il che mi dava un piacevole senso di superiorità. Da marzo a

ottobre si viveva sempre in giardino; quando andavo a trovare i cugini che

vivevano in un appartamento dalle parti di Piazzale delle Provincie mi

facevano una gran pena così costretti fra quattro mura e un balcone che io

chiamavo la bagnarola. Nella preistoria, cioè prima dell'ingrandimento del

'53, il villino era così composto. Al piano terra c'era una stanzetta

piccolissima che non ricordo, poi un salottino "buono" dove non si andava

mai e dove il prete prendeva il caffé quando a Pasqua veniva a benedire la

casa. Poi c'era il salotto di tutti i giorni con una grande radio dove mio

nonno sentiva in piedi le quotazioni di borsa. Ancora ricordo i vecchi

titoli: Fiat, Fiat privilegiate (chissà perché privilegiate) Bastogi,

Romana Zuccheri, Acqua Marcia, Stet... Poi c'era la sala da pranzo con un

lampadario tondo in ferro battuto opera della bottega del mio bisnonno.

C'erano anche due modellini bianchi di aeroplani da caccia di mio zio

ingegnere aeronautico; stavano in cima alla vetrina con i bicchieri "buoni"

e avevano dei bellissimi sedili rosso fuoco. Poi c'era un bagnetto e la

cucina che aveva la porta sul giardino. Al piano di sopra c'era una camera

con balcone dei miei genitori. Quando a cinque anni ebbi la nefrite ero a

letto in questa stanza; quando mamma tornava con le analisi chiedevo se

c'era l'albumina e un giorno mi disse che l'albumina non c'era più. Poi vi

era una cameretta tutta bianca che era la mia e i cui mobili ho salvato dal

naufragio, la camera dei nonni con un balconcino e una camera che veniva

usata come sgombero dove c'erano due biciclette appoggiate sul manubrio e

il sellino. Al piano di sopra c'era la stanza della donna di servizio, si

chiamava Eugenia; una volta si operò di appendicite e mi fece vedere la

ferita e mi emozionai molto perché la immaginavo molto più in alto. Più

sopra c'era un gran terrazzo dove non si andava mai tranne che per battere

i tappeti a Pasqua e ancora più sopra una torretta quadrata da dove si

vedevano i santi sulla facciata di san Giovanni e che era un po' più alta

della torretta di Enzo. Sotto c'era una bellissima cantina piena di tesori:

la carrozzina alta di mio padre e mio zio, libri, bottiglie vecchie, arnesi

di mio nonno, quaderni dei miei genitori, una maschera antigas, due violini

etc etc. Poi c'era un altro vano con la caldaia del termosifone, una grande

vasca per lavare i panni e una vasca tonda con un focolaio sotto per fare

il bucato. Poi c'era la carbonaia e un sottoscala dove feci la mia prima

camera oscura, ma questo dopo l'ingrandimento. Si perché mio nonno ad un

certo punto aggiunse quattro camere, due sopra e due sotto in modo da fare

due appartamenti indipendenti per i due figli i quali naturalmente non ci

andarono mai ad abitare. Anzi dopo la morte di nonno nel '54 e di nonna nel

'68 non divisero il villino; come tutte le proprietà indivise cominciò a

decadere perché nessuno ci voleva spendere e alla morte di mio zio, nel '93

fu venduto a un imprenditore un po' opaco che per convincerci

a vendere forse ci mandò un paio di volte i ladri in casa...

Un lampadaire dans la ville

 

En 1888, le Conseil Municipal de Paris, avec la perspective de l’Exposition Universelle de 1889 et sous la pression de l’opinion publique, décide la création d’un réseau de distribution d’électricité.

 

L’organisation retenue consiste à diviser Paris en parties désignées sous le nom de secteurs. Les « secteurs électriques parisiens » prennent naissance, et c’est à cette époque que remontent les concessions successivement accordées par la Ville à six sociétés qui ont assuré l’exploitation de l’électricité jusqu’en 1908, date à laquelle la concession est confiée à l’Union des Secteurs (la ville exploitant de son côté un réseau dans le quartier des Halles).

_______________________________

In 1888, the City Council of Paris, with the perspective of the World Fair of 1889 and under the pressure of the public opinion, decides on the creation of a distribution network of electricity.

 

The reserved organization consists in dividing Paris into parts indicated under the name of sectors. The " Parisian electric sectors " originate, and it is in this period that go raise the concessions successively granted by the City to six companies which assured the exploitation of the electricity until 1908, date in which the concession is entrusted to the Union of 6 Sectors (the city exploiting from his part a network in the Les Halles quarter).

 

CaméraSony DSLR-A850

Exposition0,01 sec (1/100)

Ouverturef/13.0

Longueur focale35 mm

Vitesse ISO200

Détection du degré d'exposition+0.7 EV

Chiamata, in origine, Castel delle Ripe, fu libero Comune di parte guelfa, ragion per cui, nel 1277, fu distrutta dai ghibellini della vicina Urbino. La popolazione superstite trovò rifugio più a valle, tra le mura della potente abbazia benedettina di San Cristoforo attorno alla quale, intorno al 1284, fu fatta ricostruire la nuova città dal prelato provenzale Guillaume Durand, governatore della Romagna e della Marca di Ancona. In suo onore la città prese il nome di Casteldurante. Successivamente cadde sotto la signoria di Brancaleone, cui successero, congiuntamente, i figli Nicola Filippo, Pierfancesco e Gentile. A Pierfrancesco, rimasto unico "signore" dopo la morte dei fratelli, successero i nipoti Galeotto e Alberico (figli di Nicola Filippo) e Bartolomeo (figlio di Gentile), essendogli premorto l'unico figlio Lamberto. I tre cugini non vollero governare insieme e divisero pacificamente la signoria: ai fratelli Galeotto e Alberico, che rimasero insieme, andò la parte maggiore, compresa la città di Urbania, mentre Bartolomeo ottenne Mercatello sul Metauro e la Massa Trabaria. La signoria dei fratelli, divenuti tiranni, fu breve, perché furono massacrati dalla popolazione, che, tuttavia, non pensò a ripristinare l'antica libertà comunale, ma si offrì al duca di Urbino. Il ramo di Mercatello sul Metauro, invece, si estinse con Gentile, prima moglie di Federico da Montefeltro, duca di Urbino, cui portò in dote le terre della sua famiglia, che rimasero ai Montefeltro anche se da questo matrimonio non nacquero figli. Sotto i Della Rovere, successori dei Montefeltro nel ducato di Urbino, l'antico signorile "palazzo dei Brancaleoni" fu restaurato e ristrutturato da un gruppo di architetti, comprendente Francesco di Giorgio Martini, Annibale della Genga e Paolo Scirri, quest'ultimo congiunto di Scirro Scirri, che era stato il primo maestro di architettura del Bramante. I duchi di Urbino usarono il palazzo come soggiorno estivo, tranne l'ultimo, Francesco Maria II, che qui visse in permanenza, vi morì e vi è sepolto. Alla sua morte, nel 1631, l'intero ducato di Urbino tornò sotto il dominio diretto dello Stato Pontificio. Nel 1636, il papa Urbano VIII elevò Casteldurante al rango di città e di diocesi, cambiando, per la terza volta, il suo nome, che divenne Urbania, era il 1638.

Anteiglesia denominada Líbano de Arrieta, perteneciente a la merindad de Busturia, ocupaba el octavo asiento en las Juntas Generales de Gernika.

 

Dado su emplazamiento singular (en las cumbres y estribaciones del monte Sollube) pudo haber marcado su existencia como defensor de la merindad por el lado occidental. En el siglo XII los feligreses diviseros levantaron la iglesia parroquial de San Martín Obispo sobre el plano de una colina, siendo reedificada y ampliada posteriormente.

Posto sulla sommità di una collina che con i suoi 350 m. di altitudine domina la confluenza tra Arno e Sieve, il castello di Nipozzano è stato uno dei più potenti fortilizi del contado fiorentino, oggi sicuramente quello dela zona di Pelago che conserva le maggiori strutture medievali. Un tempo era dominato dalla possente mole quadrilatera del cassero, ricordata fino dal 1371, e circondato da due giri di mura che racchiudevano anche l'abitato. Purtroppo la struttura è stata per gran parte distrutta dalle mine tedesche nel 1944. Ricostruita è la chiesa di S. Niccolò, sulla quale crollò il cassero dopo l'esplosione. Il castello è al centro di un piccolo borgo murato.

 

L’insediamento è tipico del periodo medievale: il cassero in posizione dominante rispetto al cortile d'armi e agli altri edifici che si sviluppano lungo la strada di accesso.

 

L’aspetto attuale del complesso, oggi trasformato in villa fattoria, è il risultato di una importante opera di restauro eseguita nel dopoguerra. Il piano terreno è costituito da alcuni locali seminterrati e da un grande cortile circondato da un camminamento ad U e terminante su un lato con una torre vedetta.

Prima della II guerra mondiale.

  

Antico feudo dei conti Guidi, la cui signoria sopra Nipozzano fu confermata dai diplomi imperiali del 1164, 1191 e 1220 e terminò quasi certamente prima del 1225 dal momento che non si fa menzione di questo castello nell’atto con il quale i cinque figli di Guido Guerra si divisero i beni aviti in questa parte del contado.

 

A Nipozzano i Guidi ebbero possessi fondiari dal 1062, come risulta da un contratto col quale un conte Guido acquistò la 'quarta parte di due porzioni del Poggio già castello posto a Nipozzano e circondato da fossati'.

L'ingresso al cortile interno.

Dall'esame di tale documento si può anche supporre ricavare che il castello, o meglio il sito fortificato, ebbe origine verso la prima metà del secolo XI, sebbene la struttura originaria fosse stata distrutta e solo in seguito ricostruita.

 

Lapo da Castiglionchio afferma che il castello passò sotto il controllo dei da Quona i quali lo avrebbero poi ceduto insieme al suo distretto all’Abbazia di San Fedele a Strumi (Poppi).

Il campanile della Chiesa di S.Niccolò.

Questa notizia del possesso da parte dei da Quona non trova riscontro nei documenti, mentre è certo che nel 1218 l’abate di San Fedele, per pagare un debito contratto con la famiglia Adimari, fu costretto a concedere in affitto per il periodo di cinque anni, tutte le terre, case e vigne che l’abbazia possedeva a Nipozzano (concessione ripetuta anche nel 1275).

 

Nel 1283 i monaci rinunciarono definitivamente al loro patrimonio di Nipozzano cedendolo a Bindo de’ Cerchi in cambio di terre più vicine alla città. Nipozzano fu in mano Fiorentina fin dagli inizi del trecento, sembra che la Repubblica vi tenesse un suo castellano come risulta da atti del 1313 quando ricevette l'incarico di sorvegliare il passaggio dell'esercito di Arrigo VII.

 

Verso la fine del Trecento il castello conobbe il periodo di massimo splendore quando, passato alla famiglia fiorentina degli gli Albizi, fu trasformato in una splendida dimora di campagna, ritrovo di artisti e letterati. Abbellito ulteriormente nel corso dei secoli fino all’inizio del Seicento, in tempi recenti è passato ai Frescobaldi (1925). Della dimora voluta dagli Albizi rimangono ancora vari elementi architettonici riferibili al Quattrocento

 

Os cellularisé. Fragment de tissu osseux contenant d’assez nombreux ostéocytes (flèches rouges). On remarquera qu’ils sont entourés de canalicules (fines lignes bleues) abritant de fins prolongements cytoplasmiques qui les relient entre eux. La matrice minéralisée est colorée en rose rouge. Contrairement aux cellules du cartilage, les ostéocytes sont incapables de se diviser.

 

- Pour plus de détails ou précisions, voir « Atlas of Fish Histology » CRC Press, ou « Histologie illustrée du poisson » (QUAE) ou s'adresser à Franck Genten (fgenten@gmail.com)

----------------------------------------------------------------------------------

Cellular bone. This micrograph shows a piece of cellular bone containing a relatively a great number of osteocytes (red arrows). Note also numerous minute interconnecting canaliculi (thin blue lines) which contain fine cytoplasmic extensions of the osteocytes. The mineralized matrix is stained pink red. Unlike the cartilaginous cells, osteocytes do not divide.

 

- For more information or details, see « Atlas of Fish Histology » CRC Press, or « Histologie illustrée du poisson » (QUAE) or contact Franck Genten (fgenten@gmail.com)

 

Il paese dei gatti.

 

Il giovane viaggiava da solo, libero e senza meta, portando con sé solo una borsa.

Si spostava in treno, e quando un luogo attirava il suo interesse, scendeva. Trovava

alloggio, visitava il posto e si tratteneva lì finché ne aveva voglia. Quando si era

stancato, riprendeva il treno. Era quello il suo modo di trascorrere le vacanze.

Un giorno, dal finestrino del treno vide un bel fiume. Lungo il suo corso sinuoso,

si susseguivano verdi colline graziose, ai cui piedi sorgeva una cittadina piccola e

raccolta che emanava una gran pace. Si intravedeva anche un ponte di pietra. Quel

paesaggio lo allettò. «Qui potrò mangiare delle ottime trote», pensò. Quando il treno

si fermò alla stazione, il giovane prese la sua borsa e scese. Nessun altro passeggero

fece altrettanto. Appena mise i piedi a terra, il treno ripartì.

Non vide nessun impiegato delle ferrovie. Doveva essere una stazione poco

frequentata. Il giovane attraversò il ponte e camminò fino alla città. Vi regnava un

silenzio assoluto, e non si scorgeva l'ombra di un abitante. Tutti i negozi avevano le

saracinesche abbassate e negli uffici non c'era nessuno. Anche nell'unico albergo, la

portineria era vuota. Il giovane suonò il campanello, ma non ricevette risposta. La

cittadina sembrava completamente deserta. A meno che non stessero facendo tutti un

sonnellino. Ma erano appena le dieci e mezza di mattina. Troppo presto per una

siesta. Oppure, poteva darsi che gli abitanti avessero abbandonato la città per

qualche ragione. In ogni caso, non c'erano treni fino al giorno seguente, quindi era

costretto a passare la notte lì. Allora decise di ammazzare il tempo passeggiando

senza una meta precisa.

In realtà quello era un paese di gatti. Non appena cominciò a tramontare il sole,

moltissimi gatti attraversarono il ponte di pietra e arrivarono in città. Gatti di ogni

forma e razza. Più grossi rispetto ai gatti normali, ma comunque gatti. Il giovane

rabbrividì di fronte a quella scena, e salì in fretta su una torre campanaria che si

trovava al centro del paese. Lì si nascose. I gatti, con movimenti che sembravano

quotidiani, alzarono le saracinesche dei negozi, sedettero alle scrivanie degli uffici e

cominciarono ognuno il proprio lavoro. Dopo un po', nello stesso modo, molti altri

gatti attraversarono il ponte e giunsero in città. Entravano nei negozi e facevano

acquisti, andavano negli uffici per sbrigare pratiche amministrative, oppure

mangiavano al ristorante dell'albergo. Bevevano birra nelle osterie e cantavano

allegre canzoni gattesche. Ce n'era uno che suonava la concertina, e un altro che

ballava su quelle note. Poiché i gatti possono vedere al buio, non avevano bisogno di

luci. Ma quella notte lo splendore della luna piena inondava il paese, facendo sì che

il giovane, dall'alto della torre campanaria, potesse vedere tutto in ogni minimo

particolare. Quando cominciò ad albeggiare, i gatti chiusero i negozi, ognuno

abbandonò il proprio lavoro e in fila, uno dietro l'altro, attraversarono il ponte

tornando da dove erano venuti.

Con la luce del sole, i gatti scomparvero e la città tornò deserta. Il giovane scese

dalla torre, si infilò senza troppi complimenti sotto le coperte di un letto dell'albergo

e si addormentò. Quando gli venne fame, mangiò il pane e il pesce cucinato che era

rimasto in cucina. Poi, appena cominciò a farsi scuro, si nascose di nuovo sulla torre,

e da lì spiò le attività dei gatti fino all'alba. Due treni, uno in tarda mattinata e l'altro

nel pomeriggio, si fermarono alla stazione. Con il primo avrebbe potuto proseguire il

suo viaggio; il secondo lo avrebbe riportato al luogo di partenza. In quella stazione

mai nessun passeggero saliva o scendeva, ma ciò nonostante i treni si fermavano

regolarmente, e dopo circa un minuto ripartivano. Quindi, se avesse voluto, avrebbe

potuto abbandonare quel sinistro paese. Ma non lo fece. Era giovane, pieno di

curiosità, ricco di ambizioni e di spirito d'avventura. Voleva osservare più a lungo

quell'incredibile cittadina. E, se possibile, scoprire quando e come fosse nata, che

tipo di organizzazione avesse, e cosa ci facessero i gatti. Probabilmente nessuno,

prima di lui, aveva mai assistito a quello spettacolo straordinario.

La sera del terzo giorno, nella piazza ai piedi della torre si levò un certo trambusto.

«Non vi sembra di sentire odore di uomo?» disse un gatto. «Ora che ci penso, è da

qualche giorno che sento un odore strano», gli fece eco un altro, annusando l'aria.

«In effetti l'ho sentito anch'io», s'intromise un terzo. «È assurdo. Non dovrebbero

esserci esseri umani qui», disse un altro gatto ancora. «Sì, è vero. È impossibile che

degli uomini entrino nella nostra città». «Eppure questo è odore di uomo, non c'è

dubbio».

I gatti si divisero in gruppi e, alla maniera di pattuglie di vigilanza, perlustrarono

la cittadina palmo palmo. Se vogliono, i gatti hanno fiuto. Non impiegarono molto

tempo per localizzare nel campanile la provenienza di quell'odore. Il suono delle loro

zampe morbide che a passi felpati salivano la scala della torre giunse all'orecchio del

giovane. «Non ho scampo», pensò. Sembrava che il suo odore li avesse fatti

infuriare. Avevano unghie grandi e appuntite, e denti bianchi e affilati. E gli esseri

umani non potevano mettere piede in quella città. Il ragazzo non aveva idea, se lo

avessero scoperto, di cosa gli sarebbe successo, ma difficilmente i gatti gli avrebbero

permesso di andarsene portandosi dietro il loro segreto.

Tre gatti salirono sulla torre e, sniff sniff, annusarono bene. «Strano, - disse uno,

facendo vibrare i lunghi baffi. - Si sente l'odore, ma non c'è nessun uomo». «Sì, è

davvero strano, - sentenziò un altro. - Ad ogni modo, qui non c'è nessuno. Andiamo a

cercare da un'altra parte». «Certo, è incomprensibile». Poi tutti e tre, sebbene

perplessi, se ne andarono. Il suono dei loro passi si fece più fievole mentre

scendevano le scale, e infine si disperse nel buio della notte. Il giovane tirò un

respiro di sollievo, ma anche a lui sembrava strano e incomprensibile quanto era

accaduto. Si era trovato davanti ai gatti in un luogo talmente stretto da sbatterci

letteralmente il naso contro, e per di più senza alcuna via di fuga. Eppure, per

qualche ragione i gatti non lo avevano visto. Si portò la mano davanti agli occhi.

Riusciva a vederla normalmente. L'ipotesi di essere diventato trasparente era dunque

da scartare. Mistero. Comunque, all'alba del giorno successivo sarebbe andato alla

stazione e con il treno della mattina avrebbe lasciato il paese. Era troppo pericoloso

restare. Non era detto che la fortuna lo avrebbe baciato di nuovo.

Ma il giorno dopo, il treno della mattina non si fermò. Gli passò davanti senza

rallentare, e si allontanò. E la stessa cosa si ripetè col treno del pomeriggio. Riuscì a

vedere il macchinista, seduto al suo posto di guida. Attraverso i finestrini scorse

anche le facce dei passeggeri. Ma il treno non accennò minimamente ad arrestarsi.

Sembrava che nemmeno le persone a bordo avessero visto la figura di quel giovane

in attesa del treno. O meglio, sembrava che non avessero addirittura visto la stazione.

Quando anche il treno del pomeriggio scomparve in lontananza, tutt'intorno scese un

silenzio mai udito prima. Poi il sole cominciò a tramontare. Si avvicinava l'ora in cui

sarebbero arrivati i gatti. Il giovane capì di essere ormai perduto. «Questo non è il

paese dei gatti», realizzò tutt'a un tratto. Quello era il luogo in cui era destinato a

perdersi. Un luogo non di questo mondo, creato apposta per lui. In quella stazione

mai più nessun treno si sarebbe fermato per riportarlo da dove era venuto.

Un lampadaire dans la ville

 

En 1888, le Conseil Municipal de Paris, avec la perspective de l’Exposition Universelle de 1889 et sous la pression de l’opinion publique, décide la création d’un réseau de distribution d’électricité.

 

L’organisation retenue consiste à diviser Paris en parties désignées sous le nom de secteurs. Les « secteurs électriques parisiens » prennent naissance, et c’est à cette époque que remontent les concessions successivement accordées par la Ville à six sociétés qui ont assuré l’exploitation de l’électricité jusqu’en 1908, date à laquelle la concession est confiée à l’Union des Secteurs (la ville exploitant de son côté un réseau dans le quartier des Halles).

_______________________________

In 1888, the City Council of Paris, with the perspective of the World Fair of 1889 and under the pressure of the public opinion, decides on the creation of a distribution network of electricity.

 

The reserved organization consists in dividing Paris into parts indicated under the name of sectors. The " Parisian electric sectors " originate, and it is in this period that go raise the concessions successively granted by the City to six companies which assured the exploitation of the electricity until 1908, date in which the concession is entrusted to the Union of 6 Sectors (the city exploiting from his part a network in the Les Halles quarter).

 

CaméraSony DSLR-A850

Exposition0,004 sec (1/250)

Ouverturef/13.0

Longueur focale20 mm

Vitesse ISO1600

Détection du degré d'exposition+0.3 EV

Maori

Il mito della creazione Maori racconta che in origine il cielo e la terra erano uniti, quando Ranginui, il Padre Cielo, e Papatuanuku, la Madre Terra, giacevano insieme stretti in un abbraccio. Essi ebbero molti figli, che vivevano nell'oscurità che vi era tra loro due. Ma i figli desideravano vivere alla luce, e così divisero i genitori contro la loro volontà. Il dolore per la separazione da allora affligge Ranginui e Papatuanuku. Le lacrime di Ranginui cadono sotto forma di pioggia verso Papatuanaku per mostrare quanto egli la ama. Le foschie che si levano dalle foreste sono i sospiri di Papatuanuku quando il calore del suo corpo brama il compagno e continua a nutrire l'umanità.

  

castello di Monteleone, provincia di Cesena.

Monteleone è un piccolo borgo medioevale raccolto a mezza luna attorno al vecchio castello posto su un colle in posizione dominante.

Le sue antiche origini non sono documentate. Attorno al Mille fu un possedimento della chiesa ravennate.

Nel 1233 Monteleone giurò sottomissione e fedeltà al comune di Rimini e gli si alleò contro gli Urbinati.

Nel 1279 ebbe inizio un periodo di forte discordia fra il vescovo ed il Comune di Rimini per il dominio sulle ville ed i castelli del territorio di Monteleone.

Divenne possedimento dei Malatesta: dapprima Ramberto e poi Ferrantino che tenne Monteleone fino al 1335, quando se ne appropriò Francesco Ordelaffi, costretto tre anni dopo a cederlo a Nolfo da Montefeltro.

Nel 1358 fu sotto il diretto diminio della Santa Sede. Nel 1433 i fratelli Sigismondo Pandolfo e Domenico, si divisero il feudo e Pandolfo donò a Ramberto conte di Giaggioli il castello di Monteleone con obbligo di una riconoscenza annua.

Nel 1485 ritornò all'arcivescovo di Ravenna, al tempo Fillasio Roverella di Cesena che lo diede in feudo alla sua famiglia alla quale restò fino al 1745. I potenti Roverella tenevano a Cesena una fiorente facoltà di giurisprudenza ed avevano il privilegio di nominare notai e dottori.

Durante questo periodo i Roverella ampliarono e trasformarono il castello in palazzo di campagna. Nel 1745 il nuovo arcivescovo di Ravenna, Ferdinando Romualdo Guiccioli, la diede al fratello Ignazio. Dall'abolizione dei feudi nel 1797 al 1960 le terre ed il castello rimasero di proprietà della famiglia Guiccioli. Il conte Alessandro, fu inviato presso il direttorio di Parigi, come delegato di Ferrara, guadagnandosi la stima di Napoleone che lo nominò membro dell'Amministrazione Centrale dell'Emilia.

Nel 1817 risiedeva a Forlì ed era gran maestro della Carboneria, alla quale avrebbe iscritto il poeta Lord Byron, amico della moglie Teresa Gamba. Il castello, residenza di campagna della famiglia, fu meta di frequenti visite da parte del poeta inglese e molto probabilmente frequentato luogo di riunioni carbonare.

L'ultimo discendente della famiglia Guiccioli, la contessa Margherita, ha venduto nel 1960 i terreni ed il castello (ora restaurato con cura) al conte Giovanni Volpe, figlio del celebre storico Gioacchino Volpe.

Intorno al 1520 la chiesa parrochiale di S. Cristoforo in località "Sighizzano" fu trasferita entro le mura castellane, nell'oratorio di S. Caterina. Si conservano una statua della Madonna con il Bambino, del XVIII secolo e due campane della fonderia Baldini di Roncofreddo

(dal sito del comune di Roncofreddo )http://www.comune.roncofreddo.fo.it

"Sono stato arrestato a Roma con la mia famiglia. La notte del 17 maggio del '44 ci misero in 64 in un vagone. Fu un viaggio allucinante, tutti piangevano, i lamenti dei bambini si sentivano da fuori, ma nelle stazioni nessuno poteva intervenire, sarebbe bastato uno sguardo di pietà. Le SS sorvegliavano il convoglio. Viaggiavamo nei nostri escrementi: Fossoli, Monaco di Baviera, Birkenau-Auschwitz I. arrivammo dentro il campo di concentramento, dalle fessure vedevamo le SS con i bastoni e i cani. Scendemmo, ci picchiarono, ci divisero. Formammo due file, andai alla ricerca dei miei fratellini, di mia madre, noi non capivamo, lei sì: mi benedì ala maniera ebraica, mi abbracciò e disse "andate". Non l'ho più rivista. Mio padre, intanto, andava verso la camera a gas con mio nonno. Si girava, mi guardava, salutava, alzava il braccio. Noi arrivammo alla "sauna", ci spogliarono, ci tagliarono anche i capelli. E ci diedero un numero di matricola. "Dove sono i miei genitori?", chiesi a un altro sventurato. E lui rispose: "Vedi quel fumo del camino? Sono già usciti da lì". PIERO TERRACINA

La fortezza fu distrutta nel 1510; ma il dipinto della Beata Vergine rimase intatto; e quando, l’8 Febbraio 1558, soldataglie spagnole incendiarono il Borgo sorto sui ruderi del Castello, le fiamme, giunte all’altezza dell’Immagine mariana, si divisero senza arrecarle alcun danno. Iniziò così la grande devozione dei fioranesi per la "loro" Madonna: devozione rafforzata in seguito alla liberazione della Città dalla pestilenza del 1630, quando in ringraziamento essi vollero costruire il bellissimo Santuario alla Vergine.

  

Anteiglesia denominada Líbano de Arrieta, perteneciente a la merindad de Busturia, ocupaba el octavo asiento en las Juntas Generales de Gernika.

 

Dado su emplazamiento singular (en las cumbres y estribaciones del monte Sollube) pudo haber marcado su existencia como defensor de la merindad por el lado occidental. En el siglo XII los feligreses diviseros levantaron la iglesia parroquial de San Martín Obispo sobre el plano de una colina, siendo reedificada y ampliada posteriormente.

Books printed by the Officina Plantiniana

Simon Stevin (1548-1620) was a Flemish scientist who moved to the Northern Netherlands around 1577 and even became the adviser of Prince Maurits. He brought about evolutionary innovations in the fields of navigation, architecture, urban planning, surveying, hydraulic engineering and military science. He also played an important role in mechanics, mathematics and physics. Stevin was the first to systematically develop Archimedes' ideas on the balance of solids and liquids. He was also involved in hydrostatics, the doctrine that describes liquids in an equilibrium state. Stevin formulated the so-called 'hydrostatic paradox', which is sometimes - wrongly - attributed to Blaise Pascal. He was also the one who described a scientifically founded link between the tides and the position of the moon. In addition, he provided new insights into shipbuilding, drainage techniques and lock operation. In short, the importance of this scientist cannot be overestimated!

In this book - perhaps Simon Stevin's most influential work - he explains how to use decimal fractions for addition, subtraction, multiplication, division and root extraction. His work illustrates applications to coins, area and volume measurements. His ideas will only find application after the French Revolution. When the American dollar was introduced in 1792, Thomas Jefferson wanted to divide the currency according to the decimal system, which he succeeded in doing. In his defence of the idea, he refers to "De thiende" by Simon Stevin. The Officina Plantiniana is printer and publisher for about 90% of the works of Simon Stevin, and thus ensures the international propagation of his ideas.

Museum Plantin – Moretus: www.museumplantinmoretus.be/en

 

The story of the Officina Plantiniana starts here: www.flickr.com/photos/38700906@N02/51261261033/in/datepos...

 

Boeken gedrukt door de Officina Plantiniana

Simon Stevin ( 1548-1620 ) is een Vlaams wetenschapper die omstreeks 1577 naar de Noordelijke Nederlanden verhuist en het zelfs tot raadsman van prins Maurits brengt. Hij zorgde voor evolutionaire vernieuwingen op het vlak van navigatie, architectuur, stedenbouw, landmeetkunde, waterbouwkunde en krijgswetenschappen. Hij speelde ook een belangrijke rol in de mechanica, wiskunde en fysica. Stevin was de eerste die de ideeën van Archimedes over het evenwicht van vaste lichamen en vloeistoffen op een stelselmatige manier heeft ontwikkeld. Verder hield hij zich bezig met hydrostatica, de leer die vloeistoffen in evenwichtstoestand beschrijft. Stevin formuleerde de zogenoemde ‘hydrostatische paradox’, die wel eens – onterecht – aan Blaise Pascal is toegeschreven. Hij was het ook die een wetenschappelijk onderbouwd verband beschreef tussen de getijden en de stand van de maan. Daarnaast zorgde hij voor nieuwe inzichten in de scheepsbouw, de drainagetechnieken en sluizenwerking. Kortom, het belang van deze wetenschapper kan niet overschat worden!

In dit boek – wellicht het invloedrijkste werk van Simon Stevin – legt hij uit hoe je decimale breuken kan gebruiken bij optellen, aftrekken, vermenigvuldigen, delen en worteltrekken. Hij illustreert in zijn werk toepassingen op munten, oppervlakte- en inhoudsmaten. Zijn ideeën zullen pas na de Franse Revolutietoepassing vinden. Bij het invoeren van de Amerikaanse dollar in 1792, wil Thomas Jefferson de munt indelen volgens het decimale stelsel, wat hem ook lukt. In zijn verdediging van het idee, verwijst hij naar “De thiende” van Simon Stevin. De Officina Plantiniana is voor ongeveer 90% van de werken van Simon Stevin, drukker en uitgever en zorgt zo voor de internationale verspreiding van zijn gedachtengoed.

Museum Plantin – Moretus: www.museumplantinmoretus.be/nl

 

Het verhaal van de Officina Plantiniana begint hier: www.flickr.com/photos/38700906@N02/51261261033/in/datepos...

 

Livres imprimés par l'Officina Plantiniana

Simon Stevin (1548-1620) était un scientifique flamand qui, vers 1577, s'est installé dans les Pays-Bas du Nord et est même devenu conseiller du prince Maurice. Il a apporté des innovations évolutives dans le domaine de la navigation, de l'architecture, de l'urbanisme, de l'arpentage, du génie hydraulique et des sciences militaires. Il a également joué un rôle important dans la mécanique, les mathématiques et la physique. Stevin a été le premier à développer systématiquement les idées d'Archimède sur l'équilibre des solides et des liquides. Il s'est également intéressé à l'hydrostatique, la doctrine qui décrit les liquides dans un état d'équilibre. Stevin a formulé le "paradoxe hydrostatique", qui est parfois - à tort - attribué à Blaise Pascal. C'est également lui qui a décrit un lien scientifiquement fondé entre les marées et la position de la lune. En outre, il a apporté de nouvelles connaissances sur la construction navale, les techniques de drainage et le fonctionnement des écluses. En bref, l'importance de ce scientifique ne peut être surestimée !

Dans ce livre - peut-être l'ouvrage le plus influent de Simon Stevin - il explique comment les fractions décimales peuvent être utilisées pour l'addition, la soustraction, la multiplication, la division et l'extraction de racines. Dans son travail, il illustre les applications aux pièces de monnaie, aux mesures de surface et de volume. Ses idées ne trouveront leur application qu'après la Révolution française. Lorsque le dollar américain a été introduit en 1792, Thomas Jefferson a voulu diviser la monnaie selon le système décimal, ce qu'il a réussi à faire. Dans sa défense de l'idée, il fait référence à "De thiende" de Simon Stevin. L'Officina Plantiniana est imprimeur et éditeur pour environ 90% des œuvres de Simon Stevin et assure ainsi la propagande internationale de ses idées.

Musée Plantin – Moretus: www.museumplantinmoretus.be/fr

 

Simon Stevin, De thiende, 1585

 

L' histoire de l' Officina Plantiniana commençe ici: www.flickr.com/photos/38700906@N02/51261261033/in/datepos...

 

Il filmato intero senza interruzioni è visibile su:

mikecrissblog.blogspot.it

 

Il mito racconta che 200.000 anni fa una parte degli abitanti della Terra si traferirono al suo interno e si divisero su due grandi continenti illuminati da un sole artificiale posto al centro del nostro pianeta. Questo mito ha, da sempre, affascinato l’uomo, nutrito leggende e racconti in tutto il mondo e, qualcuno afferma, potrebbe avere ispirato anche Dante nella scrittura della sua Divina Commedia. Tra i tanti ne parlarono il nostro Casanova, Edmond Halley, Alexandre Dumas ed anche Adolf Hitler rimase affascinato da questa leggenda e cercò a lungo la via per accedere al mondo sotterraneo. Nonostante lo scetticismo che ha sempre ostacolato le ricerche su questo tema sembra che prove della sua esistenza siano state trovate in alcuni fenomeni terrestri anomali che riguarderebbero soprattutto il campo magnetico e, materialmente, al polo nord attraverso alcune spedizioni scientifiche, in una delle quali il noto Richard Evelyn Byrd affermò di avere trovato il vero passaggio al mitico mondo di Agarthi. Ecco cosa recita una parte del suo diario: “... Da questo punto in poi scrivo gli eventi che seguono richiamandoli dalla memoria. Ciò rasenta l’immaginazione e sembrerebbe una pazzia se non fosse accaduto davvero. Il tecnico ed io fummo prelevati dall’aereo ed accolti in modo cordiale. Fummo poi imbarcati su un piccolo mezzo di trasporto simile ad una piattaforma ma senza ruote! Ci condusse verso la città scintillante con grande celerità. Mentre ci avvicinavamo, la città sembrava fatta di cristallo. Giungemmo in poco tempo ad un grande edificio, di un genere che non avevo mai visto prima. Sembrava essere uscito dai disegni di Frank Lloyd Wright o forse più precisamente da una scena di Buck Rogers!... “

Fondata come colonia nel (25 a.C.) dall'imperatore Cesare Augusto con il nome di Caesaraugusta, costituita nei pressi di un insediamento degli Iberi (Salduie). Fu uno dei centri più importanti della Hispania Tarraconensis, una delle tre (poi quattro) Province in cui i Romani divisero la Spagna. Alla caduta dell'Impero romano d'Occidente fu occupata dai Visigoti. Fu tra le prime città spagnole a convertirsi al Cristianesimo e nel 713 venne conquistata dagli Arabi che la fecero capitale (Saraqusta) di un principato rivale di Cordova, Toledo e Merida. Fu riconquistata nel 1118 dai cristiani, ebbe un periodo di grande prosperità divenendo capitale del Regno d'Aragona. Durante la guerra napoleonica sostenne due assedi da parte delle truppe francesi nel 1808 e 1809.

È la quinta città spagnola per numero di abitanti e la quarta per sviluppo economico. È posta nella zona nord-orientale della Spagna, a circa 300 km da Madrid, Barcellona, Bilbao, Valencia e Tolosa, per cui si trova al centro di un importante nodo di comunicazioni. È affacciata sulla riva destra dell'Ebro ed al centro di una vasta depressione, un tempo desertica, ma ora abbastanza fertile grazie ad alcune canalizzazioni d'irrigazione che suppliscono alla scarsa piovosità della zona, una delle più basse della Spagna con una media di 323 mm di pioggia all'anno. È sede arcivescovile e universitaria.

Oh io non capisco perche' ,ma ogni periodo c'e'qualcuno che se viene fuori dicendo che io sono morto ha ha ha ha ,raga applausi!

RIT:Applausi per Fibra Fibra Fibra Fibra Fibra,applausi applausi applausi per Fibra…

Io mangiavo lucertole aperte da ragazzino tornavo a casa e vomitavo in mezzo al giardino

non ho mai smesso un giorno di fantasticare,non ho mai fatto grandi successi in generale,

guardando gli altri mi sembravano cosi' lontani,chiedendomi se a casa loro volassero i divani!

L'ultima volta che mio padre e' andato a letto con mia madre prese a calci una parete e in testa gli cadde una trave,

e mio fratello che mi chiese quanto fosse grave,fatto sta che litigando si divisero le strade,

anche se restano le urla e rimangono le grida,per casa,per strada raga:applausi per Fibra!

RIT

Ho perso la testa troppe volte da ragazzino,ogni flash mi nascondevo in uno stanzino,

ho ancora qualche problema a socializzare ma tutto sommato non diresti che sto andando male

e questo e' Fibra Fibra l'anno scorso dove andava,non so dire una cazzata mi son ripulito raga

o non c'e' stata mai la strada da seguire in qualche modo che sfiga sfiga e' Fabri Fibra,

hai comprato il mio cd e lo canti tutto a memoria,e' uno scandalo quando poi lo hai copiato a meta' scuola

questo e' il mio passaparola,questo e' l'anno "abbasso vibra" doppia F e' la mia sigla raga.

RIT

Ora se tu hai seguito il mio percorso come se fosse un concorso allora fai l'ultimo sforzo e chiediti perche'.

E' sempre il solito discorso ogni mattina col rimorso almeno pagami il rimborso e vaffanculo anch'io.

Non voglio Fibra in giro,non voglio Fibra ai party,non voglio chi ha successo non voglio quattro infarti

non voglio far del bene perche' tu non mi vuoi bene non si puo' stare insieme se m'ingorghi le vene

non domandarti come passano i giorni e le notti,non guardi mamma mentre piange e lacrima dagli occhi.

Cambio lavoro cambio casa cambio figa,cambio le amicizie che sfiga!

RIT

  

"Au village nous croyons que les differences doivent enrichir plutot que diviser".

 

Translated: "In the village we believe that differences should enrich rather than divide."

 

Couldn't agree more with that.

 

Found in the Gay village of Montréal, Canada.

Anteiglesia denominada Líbano de Arrieta, perteneciente a la merindad de Busturia, ocupaba el octavo asiento en las Juntas Generales de Gernika.

 

Dado su emplazamiento singular (en las cumbres y estribaciones del monte Sollube) pudo haber marcado su existencia como defensor de la merindad por el lado occidental. En el siglo XII los feligreses diviseros levantaron la iglesia parroquial de San Martín Obispo sobre el plano de una colina, siendo reedificada y ampliada posteriormente.

Monument assez anecdotique, le bastion des pêcheurs est l'un des plus emblématiques de Budapest avec sa vue panoramique très plébiscitée des Hongrois et des touristes. Il a été construit par Schulek pour les célébrations du millénaire de 1896, pour lesquels la ville était en chantier, avec notamment la seconde ligne de métro d’Europe (après celui de Londres) et la place des Héros devant le parc de Varosliget. Le monument se dresse dans le quartier où s'élevait autrefois la portion du mur d'enceinte entourant la colline et défendu par la guilde des pêcheurs.

 

Constitué de six tours divisérs en deux parties de trois tours par un escalier (plus une pour symboliser les 7 tribus magyares). Celles-ci en pierre blanche sont reliées par deux étages de corridors offrant de magnifiques vues. De nombreuses statues y sont incluses, la plus célèbre étant celle du roi Étienne Ier de Hongrie (Szent István), œuvre du célèbre sculpteur hongrois Alajos Stróbl. Elle est accompagnée des statues du voïvode de Transylvanie, Jean Hunyadi (Hunyadi János) et du frère Julianus qui prit le chemin de la lointaine Russie afin de retrouver les racines du peuple hongrois (cf. vanupied.com et budapestvotage.fr).

Fondata come colonia nel (25 a.C.) dall'imperatore Cesare Augusto con il nome di Caesaraugusta, costituita nei pressi di un insediamento degli Iberi (Salduie). Fu uno dei centri più importanti della Hispania Tarraconensis, una delle tre (poi quattro) Province in cui i Romani divisero la Spagna. Alla caduta dell'Impero romano d'Occidente fu occupata dai Visigoti. Fu tra le prime città spagnole a convertirsi al Cristianesimo e nel 713 venne conquistata dagli Arabi che la fecero capitale (Saraqusta) di un principato rivale di Cordova, Toledo e Merida. Fu riconquistata nel 1118 dai cristiani, ebbe un periodo di grande prosperità divenendo capitale del Regno d'Aragona. Durante la guerra napoleonica sostenne due assedi da parte delle truppe francesi nel 1808 e 1809.

È la quinta città spagnola per numero di abitanti e la quarta per sviluppo economico. È posta nella zona nord-orientale della Spagna, a circa 300 km da Madrid, Barcellona, Bilbao, Valencia e Tolosa, per cui si trova al centro di un importante nodo di comunicazioni. È affacciata sulla riva destra dell'Ebro ed al centro di una vasta depressione, un tempo desertica, ma ora abbastanza fertile grazie ad alcune canalizzazioni d'irrigazione che suppliscono alla scarsa piovosità della zona, una delle più basse della Spagna con una media di 323 mm di pioggia all'anno. È sede arcivescovile e universitaria.

Anteiglesia denominada Líbano de Arrieta, perteneciente a la merindad de Busturia, ocupaba el octavo asiento en las Juntas Generales de Gernika.

 

Dado su emplazamiento singular (en las cumbres y estribaciones del monte Sollube) pudo haber marcado su existencia como defensor de la merindad por el lado occidental. En el siglo XII los feligreses diviseros levantaron la iglesia parroquial de San Martín Obispo sobre el plano de una colina, siendo reedificada y ampliada posteriormente.

Affiche réalisée en collaboration avec Benjamin de Kubik.

 

#11 - Nicolas Barradeau - «Diviser par zéro, la méthode simple»

bit.ly/p5bdx11

 

#12 - Frieder Nake & Mark Webster - «Recode project»

bit.ly/p5bdx12

8-1884-11-15-C1

 

Kongokonferenz 1884 / Franz.Karikatur

 

Kongokonferenz, Berlin, 15.November 1884

bis 26. Februar 1885.

- 'Jedem sein Teil'. -

Franzoesische Karikatur auf Bismarck, der

Afrika als Kuchen verteilt.

Holzstich.

Aus: L'Illustration, 1885/I.

 

E:

 

Congo Conference 1884/ French caricature

 

Congo Conference, Berlin, 15 Novmember

1884 to 26 February 1885.

- 'Everyone gets his share.' -

French caricature of Bismarck, dividing

Africa like a cake.

Wood engraving.

From: L'Illustration, 1885/I.

 

Anteiglesia denominada Líbano de Arrieta, perteneciente a la merindad de Busturia, ocupaba el octavo asiento en las Juntas Generales de Gernika.

 

Dado su emplazamiento singular (en las cumbres y estribaciones del monte Sollube) pudo haber marcado su existencia como defensor de la merindad por el lado occidental. En el siglo XII los feligreses diviseros levantaron la iglesia parroquial de San Martín Obispo sobre el plano de una colina, siendo reedificada y ampliada posteriormente.

Anteiglesia denominada Líbano de Arrieta, perteneciente a la merindad de Busturia, ocupaba el octavo asiento en las Juntas Generales de Gernika.

 

Dado su emplazamiento singular (en las cumbres y estribaciones del monte Sollube) pudo haber marcado su existencia como defensor de la merindad por el lado occidental. En el siglo XII los feligreses diviseros levantaron la iglesia parroquial de San Martín Obispo sobre el plano de una colina, siendo reedificada y ampliada posteriormente.

Clicca qui per ascoltare la musica che accompagna l'immagine

 

Da quelle zagare

disfatte

dal lume della luna,

da quell'effluvio di un amore

esasperato,

affondato in fragranza,

uscì,

dall'albero il giallo,

dal loro planetario

scesero a terra i limoni.

Tenera mercanzia!

Si gremirono rive, mercati,

di luce, d'oro

silvestre,

e aprimmo le due metà

del miracolo,

acido congelato

che stillava

dagli emisferi

di una stella,

e il liquore più profondo

della natura,

intrasferibile, vivo,

irriducibile,

nacque dalla freschezza

del limone,

dalla sua casa fragrante,

dalla sua agra, segreta simmetria.

Nel limone divisero

i coltelli

una piccola

cattedrale,

l'abside nascosta

aprì alla luce le acide vetrate

e in gocce

scivolarono i topazi,

gli altari,

la fresca architettura.

Così, quando la tua mano

strizza l'emisfero

del tagliato

limone sul tuo piatto,

un universo d'oro

tu spargi,

un

giallo calice

di miracoli,

uno dei capezzoli odorosi

del petto della terra, raggio di luce convertito in frutto,

il minuscolo fuoco di un pianeta.

 

P. Neruda

The tree, many hundred years old, was dominating the park.

Its branches were strong and extraordinary large : it was calling to mind about energy, fight and time going too.

Its trunck was rising straight and strong on many meters, before dividing itself into two branches, each one as strong as the other one. At the « V » of the trunck, I caught the blue sky I saw, triangle of hope through the filter of times.

« No need to run, the tree was teeling me, just take the time ! »

I left with my patch of blue in my head…..

- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -

L'arbre plusieurs fois centenaires dominait le parc.

Sa ramure forte et extraordinairement large parlait d'énergie, de combat, du temps qui passe aussi.

Son tronc s'élevait droit et fort sur plusieurs mètres avant de se diviser en deux branches d'égales forces. Au "V" du tronc je rendis prisonnier le ciel bleu que je voyais, triangle d'espérance vu au filtre du temps.

 

"Nul besoin de courir, me disait l'arbre, prends le temps !"

 

Je repartis avec mon coin bleu dans la tête.....

  

IMG_6820.jpg

y hasta que un dia tomamos nuestra propia nueva ruta.

 

Le prime notizie storiche di Bagnone sono datate VI-VII secolo d.C. In questo periodo, sorsero i primi nuclei abitativi legati ai commerci che interessavano le vicine zone appenniniche. I primi signori che si impadronirono del territorio furono i Malaspina. Le prime notizie documentate di Bagnone invece risalgono ad una bolla papale del 1124, e descrivono un castello sovrastante l'antico borgo di Gutula. Bagnone era possesso dei Marchesi Malaspina e nel 1221 passò in eredità al ramo dellla famiglia dello Spino Fiorito di Filattiera, con Obbizino. Nel 1275, i suoi discendenti si divisero il territorio e il Marchese Alberto rimase in possesso dei beni di Filattiera e Bagnone. Nel 1351, il già piccolo territorio fu ulteriormente diviso nei quattro distinti feudi di Bagnone, di Treschietto, di Castiglione e Malgrate, assegnati ai figli di Nicolò il Marchesotto. L’anno dopo, il Marchese Antonio Malaspina elesse la sua residenza a Bagnone.

Edward Lear

Edward Lear (Londra, 12 maggio 1812 – Sanremo, 29 gennaio 1888) è stato uno scrittore e illustratore inglese. Scrittore nonsense (noto per i suoi limerick), spesso illustrava le sue stesse opere.

Biografia

Ebbe un'adolescenza difficile (venti fratelli e un padre in prigione per debiti) e la vita turbata sin dalla giovinezza dalla malattia (era epilettico ed asmatico), ma presto cominciò a fare disegni o schizzi a carattere zoologico, che gli permisero di guadagnarsi da vivere nell'adolescenza. In seguito fu ospite e dipendente del Conte di Derby (come pittore naturalista) dove scrisse i suoi limerick per divertire i figli del conte. Tra il 1830 e il 1832 pubblicò una delle più belle opere illustrate, dedicate ai pappagalli: Illustrations of the family of Psittacidae, or Parrots, con 42 tavole litografate e colorate a mano da lui stesso. È di questi anni la collaborazione di Lear con l'illustre ornitologo John Gould.

Edward Lear passerà buona parte della sua vita a viaggiare (grazie al lavoro, che gli permette di visitare luoghi più salubri), legandosi in particolar modo all'Italia: nel 1837 è a Roma, in seguito tra il 1842 e il 1846 percorre Abruzzo, Molise, la stessa campagna romana. Nel 1847 progetta di visitare l'intera Calabria ma i moti di Reggio dell'ottobre 1847 gli permettono di vedere solo la provincia reggina (a Pentidattilo una via è stata a lui dedicata). Nel 1848 visita dapprima l'Irpinia, poi il Melfese, ove la sua esperienza è raccontata nell'opera più volte ristampata Viaggio in Basilicata. Durante tutti i suoi viaggi Lear produce numerosi resoconti illustrati tra cui il Journals of a Landscape Painter in Southern Calabria, resoconto del viaggio calabrese e lucano pubblicato a Londra nel 1852

Quattro anni di lavoro gli permettono di raccogliere i suoi limerick corredati di illustrazioni nel celeberrimo libro A Book of Nonsense che pubblica nel 1846 dietro lo pseudonimo di Derry Down Derry.

 

L'opera nonsense di Edward Lear non si esaurisce nei limerick: Lear si dilettò a scrivere di botanica o alfabeti nonsense, che riunì nel libro Nonsense Songs, Stories, Botany and Alphabets (inverno 1870 a Sanremo, la sua ultima e stabile residenza).

 

I suoi viaggi

A diciannove anni inizia a viaggiare in Europa e da quel momento non si fermerà più; India, Costantinopoli, Libano, Gerusalemme, Egitto, Sinai e poi ancora Turchia, Grecia, Corsica, Paesi Bassi, Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo ed infine Italia.Scoprirà l'Europa e la racconterà nei suoi scritti e nei suoi disegni. L'Italia susciterà un forte interesse in Edward infatti vi sosterrà per lungo tempo.

 

L'11 settembre del 1847 Edward Lear raggiunse con un treno Nocera, insieme al suo amico John Proby, da li con una "caratella" si spostarono verso Avellino e poi nell'entroterra del Principato Ulteriore; sommersi da difficoltà logistiche vi passarono dei giorni tra Grottaminarda, Frigento e Sant'Angelo dei Lombardi, riuscendo solo all'alba del 17 settembre, con l'ausilio di un asino prima e di una "vettura provvidenziale" poi, a raggiungere la città di Melfi, attraversando l'indifferenza umana e le locande di Bisaccia e Lacedonia. A Melfi passarono quattro giorni, apprezzando il luogo federiciano con escursioni mattutine e allegre serate nelle cene alla corte del signor Manassei, tra chitarre, canti e partite a carte. Un'abitudine di Lear e in generale dei due viaggiatori era quella di disegnare i posti visitati, forse per lasciare una traccia materiale del viaggio, alla loro memoria. Dopo una parentesi di un giorno in Puglia, nella quale si divisero: Proby verso Canosa, Edward Lear verso Castel del Monte, tornarono in Basilicata, e dopo una breve sosta a Monte Milone arrivarono a Venosa, dove vennero ospitati da don Nicola Rapolla. Tutte le accoglienze ricevute, venivano raccomandate da Manassei. Visitarono dapprima il castello di Venosa e nello scritto Lear evidenzia l'apprezzamento per i vicoli e le suggestioni sia della città di Orazio sia del paesaggio del Vulture, ritenuto come il migliore dei territori indagati nel Regno di Napoli.

 

In casa Rapolla si consumavano discorsi culturalmente alti, sulla letteratura inglese, addirittura nel dettaglio cita scambi di battute con donne del posto su Shakespeare e Milton.

 

È gia famoso nei paesi di lingua inglese come inventore di filastrocche humour ma anche come ritrattista di tavole di ornitologia. La fama internazionale arriva proprio in questi anni passati come viaggiatore, lasciandoci testimonianze preziose della sua notevole curiosità e sensibilità artistica.

 

È evidente l'esplorazione capillare anche degli usi e dei costumi dei posti visitati, Abbandonata Venosa, giunsero a Rapolla, che fu visitata in fretta, per arrivare a Barile, dalla quale rimasero delusi, come anche in parte da Rionero che fu la tappa successiva, dove furono comunque ben accolti e il riferimento nello scritto riguarda l'alto tasso sviluppo commerciale e mercantile del luogo, attraverso il commercio della seta e di altri articoli di lusso.

 

Poi giunsero a Monticchio nella viglia della festa di san Michele, il patrono. Poterono ammirare qui i boschi, i laghi e il monastero di San Michele.

 

Dopo aver lasciato Monticchio, ed essere passati per Atella, definita da Lear pittoresca ma malinconica, arrivarono a Lagopesole per visitare il suo castello.

 

La destinazioni successive furono Avigliano dove visitarono la Madonna del Carmine, Potenza e infine Vietri.

 

Il calendario segna il primo giorno di ottobre, quando i due viaggiatori fanno ritorno in Campania, presso Eboli

Il viaggio in Abruzzo

«E di notte com'era calmo e lucente il lago, simile a una striscia d'argento, sotto le finestre del palazzo, alla luce della luna piena, mentre il vecchio castello gettava lunghe ombre sul paese addormentato.»

 

(Edward Lear su Celano e il lago Fucino in Appunti illustrati del viaggio in Italia)

Lear visitò l'Abruzzo circa nel 1843 e occupò gran parte dei suoi Appunti del viaggio italiano elogiando la regione (al tempo Abruzzi e Molise) per il suo carattere impervio e delicato e per le tradizioni ancora radicate nella vita cittadina. Viaggiò attorno L'Aquila senza entrarvi, passando attorno a Cittaducale (al tempo in Abruzzo), e poi presso la Valle del Liri al confine con la Marsica. Dunque entrò nel territorio marsicano (Avezzano, Albe, Celano e Trasacco), e presso l'Altopiano delle Cinquemiglia, tra Castel di Sangro, Rivisondoli ed Alfedena, di cui ricorderà l'inverno molto rigido.

 

Successivamente passò attraverso l'antico tratturo di Castel di Sangro, per raggiungere il Molise presso Agnone e Bagnoli del Trigno

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Raccolta foto De Alvariis

Anteiglesia denominada Líbano de Arrieta, perteneciente a la merindad de Busturia, ocupaba el octavo asiento en las Juntas Generales de Gernika.

 

Dado su emplazamiento singular (en las cumbres y estribaciones del monte Sollube) pudo haber marcado su existencia como defensor de la merindad por el lado occidental. En el siglo XII los feligreses diviseros levantaron la iglesia parroquial de San Martín Obispo sobre el plano de una colina, siendo reedificada y ampliada posteriormente.

Fondata come colonia nel 25 a.C. dall'imperatore Cesare Augusto con il nome di Caesaraugusta, costituita nei pressi di un insediamento degli Iberi Salduie. Fu uno dei centri più importanti della Hispania Tarraconensis, una delle tre (poi quattro) Province in cui i Romani divisero la Spagna. Alla caduta dell'Impero romano d'Occidente fu occupata dai Visigoti. Fu tra le prime città spagnole a convertirsi al Cristianesimo e nel 713 venne conquistata dagli Arabi che la fecero capitale (Saraqusta) di un principato rivale di Cordova, Toledo e Merida. Fu riconquistata nel 1118 dai cristiani, ebbe un periodo di grande prosperità divenendo capitale del Regno d'Aragona. Durante la guerra napoleonica sostenne due assedi da parte delle truppe francesi nel 1808 e 1809.

Situata nella zona nord-orientale della Spagna, a circa 300 km da Madrid, Barcellona, Bilbao, Valencia e Tolosa, per cui si trova al centro di un importante nodo di comunicazioni. È affacciata sulla riva destra dell'Ebro ed al centro di una vasta depressione, un tempo desertica, ma ora abbastanza fertile grazie ad alcune canalizzazioni d'irrigazione che suppliscono alla scarsa piovosità della zona, una delle più basse della Spagna. È sede arcivescovile e universitaria.

www.youtube.com/watch?v=9C314X-IVTw&feature=related

 

01.01.2012

Feliz Ano Novo!!

 

Desejo que no Ano Novo que se inicia você realmente:

Ouça as palavras que sempre desejou ouvir...

Pronuncie as frases que um dia desejou repetir...

Sinta a emoção que sempre esperou sentir...

Caminhe pelos trilhos que um dia desejou segui...

Divida o carinho com quem sempre desejou repartir...

Abrace todos os amigos que sempre desejou reunir...

E viva a vida que sempre sonhou existir...

 

Beijos em seu coração com muito carinho e amizade!

 

Celisa

***

January 01, 2012

Happy New Year!!

 

I wish that the New Year which starts you really:

Listen to the words you've always wanted to hear ...

Say the phrases that one day wished to repeat ...

Feel the emotion that always expected to feel ...

Walk the trails one day wished to follow ...

Divide the affection who always wanted to share ...

Embrace all the friends you always wanted to meet ...

And live the life youalways dreamed to exist ...

 

Kisses in your heart with very affection and friendship!

 

Celisa

***

01/01/2012

Bonne Année!

 

Je souhaite la nouvelle année commence vraiment que vous:

Écoutez les mots que vous avez toujours voulu entendre ...

Prononcez les phrases qu'un jour souhaité répéter ...

Sentez-vous l'émotion que toujours attendu pour se sentir ...

Marchez dans les sentiers un jour voulu suivre ...

Diviser l'affection qui a toujours voulu partager ...

Embrasser tous les amis qui ont toujours voulu rencontrer ...

Et vivre la vie que vous avez toujours rêvé de là ...

 

Bisous dans votre coeur d'amour et d'amitié!

 

Celisa

***

01/01/2012

Feliz Año Nuevo!

 

Ojalá el nuevo año que comienza en realidad:

Escucha las palabras que siempre has querido saber ...

Pronunciar las frases que un día quiso repetir ...

Siente la emoción que siempre esperaba a sentir ...

Caminar por los senderos un día quería seguir ...

Divide el cariño que siempre ha querido compartir ...

Abrazar a todos los amigos que siempre quiso cumplir ...

Y vivir la vida que siempre soñó con que ...

 

Besos en tu corazón con el amor y la amistad!

 

Celisa

***

2012/01/01

Felice Anno Nuovo!

 

Vorrei che il nuovo anno che inizia davvero:

Ascoltare le parole che hai sempre voluto ascoltare ...

Pronunciare le frasi che un giorno ha voluto ripetere ...

Provare l'emozione che sempre aspettato di sentire ...

Walk the sentieri uno giorno voluto seguire ...

Dividere l'affetto che ha sempre voluto condividere ...

Abbracciare tutti gli amici che hanno sempre voluto incontrare ...

E vivere la vita che hai sempre sognato di là ...

 

Baci nel tuo cuore con amore e amicizia!

 

Celisa

La marche contre la terreur et la haine a rassemblé la Belgique dans toute sa diversité. “Plus de 10 000 personnes ont montré un signal d'unité d'une importance cruciale en ces temps où l'on veut diviser les gens, où l'on veut les monter les uns contre les autres" a déclaré le président du PTB, Peter Mertens (Photo Solidaire, Karina Brys)

 

De mars tegen terreur en tegen de haat was een dwarsdoorsnede van de diversiteit die ons land rijk is. “Meer dan 10.000 mens en hebben een signaal van eenheid getoond, iets wat ongelooflijk belangrijk is in tijden van verdeeldheid, waarin men blijkbaar iedereen tegen iedereen wil opzetten”, zegt PVDA-voorzitter Peter Mertens. (Foto Solidair, Karina Brys)

 

www.youtube.com/watch?v=lBr2zFcgWNs - Dio come ti amo - Modugno

 

www.youtube.com/watch?v=EPO0NuucocE&feature=related - Dio come ti amo

   

Nel cielo passano le nuvole

che vanno verso il mare,

sembrano fazzoletti bianchi

che salutano il nostro amore.

 

Dio come ti amo

non è possibile

avere fra le braccia

tanta felicità

baciare le tue labbra

che odorano di vento

noi due innamorati

come nessuno al mondo

 

Dio come ti amo

mi vien da piangere

in tutta la mia vita

non ho provato mai

un bene così caro

un bene così vero

chi può fermare il fiume

che corre verso il mare

le rondini nel cielo

che vanno verso il sole

chi può cambiar l'amore

l'amore mio per te

 

Dio come ti amo

Dio come ti amo

 

FESTIVAL DI SANREMO DEL 1966

 

Il Festival del 1966 si svolse dal 27 al 29 gennaio. I Vincitori, furono; Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti, col brano "Dio come ti amo".

 

Sede della manifestazione canora, il Salone delle Feste del Casinò. Patron Gianni Ravera, i cantanti furono 47, le canzoni 26. Presentarono; Mike Bongiorno, Paola Penni e Carla Maria Puccini.

 

TV 1966 Per la sedicesima edizione del Festival, giunsero 216 canzoni, fu compito della Commissione Consultiva, Presieduta dal Maestro Carlo Savina, eseguire una dettagliata selezione dei brani.

I responsabili dell'Ata società di gestione del Casinò, selezionarono poi le 26 canzoni, da portare al pubblico del Casinò, le divisero 13 per serata. Al termine, le 15 giurie esterne composte da 225 giurati, votarono le sei canzoni da mandare alla serata finale. Le sette rimanenti, una speciale giuria formata da 15 giornalisti ebbe la facoltà di sceglierne una, stessa procedura per la seconda serata. Le 14 canzoni finaliste furono votate al termine della terza serata finale, una sola canzone vinse il primo posto.

Fondata come colonia nel (25 a.C.) dall'imperatore Cesare Augusto con il nome di Caesaraugusta, costituita nei pressi di un insediamento degli Iberi (Salduie). Fu uno dei centri più importanti della Hispania Tarraconensis, una delle tre (poi quattro) Province in cui i Romani divisero la Spagna. Alla caduta dell'Impero romano d'Occidente fu occupata dai Visigoti. Fu tra le prime città spagnole a convertirsi al Cristianesimo e nel 713 venne conquistata dagli Arabi che la fecero capitale (Saraqusta) di un principato rivale di Cordova, Toledo e Merida. Fu riconquistata nel 1118 dai cristiani, ebbe un periodo di grande prosperità divenendo capitale del Regno d'Aragona. Durante la guerra napoleonica sostenne due assedi da parte delle truppe francesi nel 1808 e 1809.

È la quinta città spagnola per numero di abitanti e la quarta per sviluppo economico. È posta nella zona nord-orientale della Spagna, a circa 300 km da Madrid, Barcellona, Bilbao, Valencia e Tolosa, per cui si trova al centro di un importante nodo di comunicazioni. È affacciata sulla riva destra dell'Ebro ed al centro di una vasta depressione, un tempo desertica, ma ora abbastanza fertile grazie ad alcune canalizzazioni d'irrigazione che suppliscono alla scarsa piovosità della zona, una delle più basse della Spagna con una media di 323 mm di pioggia all'anno. È sede arcivescovile e universitaria.

Fucino

Il Fucino (AFI: /ˈfuʧino/, Fùcino) è una conca della Marsica (AQ), in Abruzzo, situata tra i 650 e i 680 m s.l.m. Ha contenuto l'omonimo lago, terzo in Italia per estensione, fino al totale prosciugamento avvenuto nella seconda metà dell'Ottocento ad opera di Alessandro Torlonia che ampliò e riutilizzò le preesistenti opere di ingegneria idraulica dell'emissario, dell'incile e dei cunicoli di Claudio, risalenti all'epoca romana. La piana è circondata dai rilievi montuosi del gruppo Sirente-Velino a nord-nordest, della Vallelonga a sud, del Salviano a ovest e della valle del Giovenco a est-sudest.

Descrizione

La piana è una depressione geografica di origine tettonica formatasi durante l'orogenesi appenninica tra Pliocene e Quaternario.

 

Prende il nome dal preesistente lago carsico del Fucino, terzo in Italia per estensione dopo il Garda e il Maggiore, che a causa dell'irregolare livello delle acque provocava inondazioni e malsane secche, tanto da essere oggetto di numerosi tentativi di regimazione. Il primo parziale prosciugamento del bacino endoreico[4] avvenne ad opera dell'imperatore Claudio nel 52 d.C., mentre si arrivò allo svuotamento totale della conca fucense nella seconda metà del XIX secolo grazie ad Alessandro Torlonia che ricalcò l'opera idraulica di epoca romana dei cunicoli di Claudio aumentando il numero dei pozzi e ampliando gli sfiatatoi e l'emissario ipogeo. Queste migliorie, unitamente ad altre opere, consentirono il prosciugamento del lago Fucino.

 

Alla realizzazione dell'opera seguì un miglioramento delle condizioni socio-economiche, che venne suggellato con la riforma agraria del 1950 e l'incremento demografico. Lungo il bordo fucense, oltre ad Avezzano che è il centro più grande, sorgono popolosi comuni come Celano e Pescina.

 

Ad ovest il Fucino confina con il territorio dei piani Palentini, mentre convergono verso la piana fucense la valle del Giovenco, la Vallelonga e la valle Roveto.

 

Nella piana, a prevalente destinazione agricola, si coltivano soprattutto vari ortaggi e i prodotti IGP come la patata del Fucino e la carota dell'altopiano del Fucino. Ospita, oltre agli opifici e ai centri di condizionamento delle colture, anche il centro spaziale Piero Fanti. Il teleporto che venne realizzato a cominciare dal 1963 dall'azienda Telespazio è adibito alla gestione da terra delle telecomunicazioni satellitari con i rispettivi satelliti artificiali in orbita per le telecomunicazioni.

 

Geologia

Il bacino del Fucino è oggetto di numerosi studi geologici di tipo neotettonico, paleosismologico, archeosismologico e paleoambientale per la sua peculiare "visibilità" dei sedimenti e delle strutture relative alla formazione ed evoluzione del bacino stesso. Queste caratteristiche hanno consentito inoltre nel tempo di interpretare altri settori appenninici meno chiari.

 

Il Fucino è un'ampia depressione tettonica circondata da faglie normali e transtensive attive nel Pliocene superiore-Quaternario. È presente anche una fase deformativa compressiva tardo messiniano-pliocenica inferiore schematicamente attribuita a quattro principali unità, a direzione grossolanamente NNO-SSE, convergenti a levante: "Costa Grande-Monte d'Aria", "Monte Cefalone-Monti della Magnola", "Altopiano delle Rocche-Gole di Celano" e "Monte Sirente". Queste strutture compressive deformano sottostanti strati mesozoico-terziarie appartenenti a due domini deposizionali. Il primo raggruppa una sedimentazione persistente di piattaforma annegata nel Miocene e il secondo delle aree annegate nel Mesozoico con sedimentazione persistente di scarpata e di bacino, quest'ultima immediatamente a NE del Fucino. In corrispondenza del primo dominio poggiano le calcareniti a briozoi del Langhiano-Tortoniano, mentre vi è una lacuna tra il Cretacico superiore e la fine del Miocene inferiore. Nel secondo dominio invece vi è una maggior continuità fino al Miocene medio. Questa discrepanza potrebbe essersi creata in concomitanza alla fase disgiuntiva legata al rifting liassico che si è mantenuta fino al Miocene medio.

 

Affiorano depositi continentali alluvio-colluviali attribuibili al Plio-Pleistocene e, in particolare in corrispondenza dell'antico fondo lacustre caratterizzato da sedimenti limosi, all'Olocene.

 

L'evoluzione quaternaria del bacino è legata all'attività di due principali faglie, una in direzione NO-SE e immersione occidentale, tangente l'ex lago a SudEst, e l'altra, tangente a Nord, in direzione OSO-ENE e immersione meridionale.

 

Il territorio abruzzese è caratterizzato da una notevole attività sismica, legata prevalentemente a processi di distensione crostale. Il campo deformativo plio-quaternario è tuttora attivo.

Origini del nome

Il toponimo Fucino deriverebbe dal termine latino Fūcinus che si ricollega all'etnico Fūcentēs, associato da Plinio il Vecchio[9] ai Mārsī, popolo italico che viveva lungo le sponde sud orientali del lago. Il nome Fūcinus sarebbe riconducibile a una base fūk- (da feuk-, alternato con peuk-) che si ritrova anche nel nome Peucetia, in Puglia, con il significato probabile di "luogo melmoso".

 

Il poeta greco Licofrone chiamò il luogo "palude di Forco" (Φόρκος, Phórkos, lucente), facendo derivare il nome da quello dell'omonima divinità marina; altri autori antichi hanno erroneamente creduto che fosse il lago dei Volsci, in memoria della sconfitta inflitta a loro dai Romani presso le sue rive in epoca repubblicana.

 

Secondo altre ipotesi il nome del luogo deriverebbe dalla locuzione "Bocca d'acqua", dall'accadico pû-ini (in cui pû sta per "bocca" o "apertura" ed ini, genitivo di inu ed enu, sta per "sorgente" o "acqua"). Fra i due termini, per eufonia, s'inserisce l'affricata prepalatale sorda "c", mentre le lettere labiali "p" ed "f", scambiandosi frequentemente fra loro, avrebbero modificato il toponimo in "Fucino"; oppure dalla presenza di alghe che al tramonto in determinati periodi dell'anno conferivano alla superficie lacustre un riflesso rosso-fulvo, simile al colore proprio della fucìna.

 

Fino al XIX secolo il bacino era anche detto lago di Celano.

 

Storia

Il Fucino era un sistema lacustre carsico, il cui unico immissario vero e proprio era il fiume Giovenco, entrante nel bacino da Nord Est, appena dopo l'abitato di Pescina. Il lago inoltre raccoglieva, soprattutto nel periodo invernale, le acque di torrenti di piccola portata dal massiccio del Velino-Sirente a Nord e dai monti della Vallelonga a Sud. Il regime idrico del bacino è stato regolato dall'attività degli inghiottitoi carsici, localizzati soprattutto a meridione alle pendici delle montagne come quello della Petogna nei pressi di Luco dei Marsi. L'assenza di un efficace emissario ha determinato un'alta variabilità del livello del lago. Tali fluttuazioni sono attribuibili in parte al drenaggio carsico o ai movimenti tettonici che interessano la zona, ma soprattutto alle variazioni climatiche come i cambiamenti stagionali delle precipitazioni e il grado d'insolazione, prodotti dai parametri orbitali della Terra (precessione degli equinozi e obliquità dell'eclittica).

Nel XIX secolo il lago ha presentato le massime variazioni che si conoscano (12,69 metri di escursione in vent'anni). Durante episodi di piena il lago invadeva in genere solo alcune aree pianeggianti a bassa quota, come quella tra Ortucchio e Venere dei Marsi a sud est, e non i conoidi e i terrazzamenti posti a quota superiore, seppur di pochi metri, a nord e ad est. Gli studi del geologo Carlo Giraudi permettono di localizzare la linea di riva, nei periodi immediatamente precedenti l'ultima bonifica, all'isoipsa a quota 660.

 

Non è possibile stabilire con precisione le variazioni durante la protostoria, ma probabilmente non si doveva discostare di molto da quella del XIX secolo. Secondo Giraudi tra 33 000 e 18-20 000 anni fa ci fu un generale aumento del livello lacustre, probabilmente il massimo livello mai raggiunto, seguito, fino a 7 500-6 500 anni fa, da un abbassamento, un successivo rialzo fino a 5 000 anni fa, un abbassamento fino a 2 800 anni fa, un innalzamento fino a 2 300 anni fa, un abbassamento fino a 1 800 anni fa, che è continuato fino al XVII secolo della nostra era, raggiungendo limiti storici. Durante la piccola era glaciale, nel periodo 1750-1861, si ebbe l'ultimo importante rialzo.

 

Le acque sono drenate da un sistema di canali di scolo, costruiti nella piana dopo il prosciugamento torloniano e la successiva bonifica, che afferiscono alla galleria principale di drenaggio. Questa attraversando il monte Salviano riversa le acque nel fiume Liri (Autorità di bacino dei fiumi Liri-Garigliano e Volturno).

 

Epoca romana

Nonostante i Romani avessero scelto il Fucino come luogo di villeggiatura, fu proprio nella loro epoca che iniziò ad emergere la necessità di prosciugare e bonificare il lago. Le zone meridionali del lago erano quelle più soggette alle inondazioni e quindi, oltre agli ovvi problemi stagionali per gli agricoltori, altro grosso problema di queste zone paludose era la malaria.

 

Il prosciugamento di Claudio

Dei progetti relativi al prosciugamento e/o alla regimazione e successiva bonifica delle terre emerse, avanzati in epoca romana, hanno scritto autori come Plinio il vecchio, Svetonio, Tacito e Dione Cassio a dimostrazione dell'importanza di tale problematica.

 

Il primo che volle tentare il prosciugamento del lago fu Cesare, che però venne ucciso prima che adempisse al suo proposito. Fu quindi Claudio che si adoperò in tal senso tra il 41 e il 52 d.C. Secondo Svetonio per completare l'impresa idraulica vennero utilizzati 30.000 uomini tra schiavi e operai. Per undici anni si lavorò anche di notte, su tre turni di 8 ore, in squadre sparse lungo il tragitto del canale sotterraneo e nelle connesse opere di servizio. Il risultato fu quello di aver realizzato una galleria di 5,6 chilometri capace di drenare parzialmente le acque lacustri nel fiume Liri attraversando il ventre del monte Salviano.

 

L'esito però non fu quello esattamente progettato. A causa delle numerose frane nell'emissario ipogeo già durante la fase di costruzione e, soprattutto, nei periodi successivi all'inaugurazione dell'opera, la semplice manutenzione ordinaria non bastava. Terminati i lavori Claudio volle celebrare l'opera con fasto, e organizzò dunque la naumachia, una battaglia navale sul lago. Al termine, venne aperta la diga, ma l'acqua non scolò a causa di una piccola frana avvenuta poco prima. Purgato il canale e riaperte le chiuse, un'ulteriore frana causò una grossa ondata di ritorno che si abbatté sul palco dove la famiglia imperiale banchettava. Di questi accadimenti vennero incolpati i liberti Narciso e Pallante, che non erano architetti bensì prefetti dei lavori.

 

Con l'inaugurazione dell'opera si ottenne di fatto una regimazione delle acque superficiali, tanto che il bacino lacustre si restrinse notevolmente ma non fu totalmente prosciugato come invece alcune fonti storiche hanno riportato. Tuttavia scemarono i pericoli di inondazioni e di minacce sanitarie, mentre le attività agricole ripresero vigore. L'economia della Marsica e in particolare dei municipi di Alba Fucens, Lucus Angitiae e Marruvium divenne florida e le aree montane circostanti vennero elette a tutti gli effetti a luoghi di villeggiatura.

 

Ostruzione dei canali e nuovi progetti

Con la caduta dell'Impero romano e la conseguente mancanza di opere manutentive, durante il periodo delle invasioni barbariche, l'emissario si ostruì totalmente facendo ritornare lo specchio d'acqua ai livelli originari. Non tanto l'inadeguatezza tecnica (altre opere di uguale complessità erano state costruite dall'ingegno romano), quanto soprattutto il tipo di roccia scavata, bisognosa di manutenzione, portò ben presto e ripetutamente il canale a colmarsi, così da rendere troppo dispendiosi gli interventi riparatori. Infatti dopo Traiano e Adriano pochi altri tentarono un approccio. L'ostruzione dell'emissario ipogeo apparve irrimediabile tra il V e il VI secolo.

 

In seguito la questione del ripristino delle opere claudiane fu affrontata invano da Federico II di Svevia ed Alfonso I d'Aragona. Un altro tentativo fu promosso da Filippo I Colonna che però abbandonò l'idea per mancanza di denaro.

 

Carlo III a sua volta caldeggiò la riapertura del canale. Ferdinando I invece organizzò uno studio sul territorio e dal 1790 fece incominciare i lavori, che terminarono dopo due anni. Questi, condotti esclusivamente da galeotti, risultarono del tutto inadeguati, essendo costellati di errori tecnici con conseguenti frane, smottamenti e continue infiltrazioni d'acqua. Lo stesso re sostenne confronti e dispute tra vari architetti e ingegneri, fino a che, nel 1826 non iniziò un decennale intervento ad opera dell'ispettore di acque e strade il cavaliere Luigi Giura e il commendatore Carlo Afan de Rivera. Nel 1835 fu compiuta la restaurazione, ma non terminarono le discussioni, dato che nei 20 anni successivi vi furono continui crolli.

 

Il prosciugamento totale di Torlonia

«O Torlonia asciuga il Fucino, o il Fucino asciuga Torlonia»

(Alessandro Torlonia)

 

Il 26 aprile 1852, con Regio Decreto borbonico, fu accordata la concessione dello spurgo e della restaurazione del canale claudiano a una società anonima napoletana nel tentativo di riottenete il prosciugamento del Fucino. Il compenso era in parte costituito dai terreni del bacino lacustre che si sarebbe prosciugato.

 

Non si intendevano comprese in tale concessione "le mura e i ruderi di antiche città, gli anfiteatri, i tempii, le statue, e generalmente gli oggetti di antichità e belle arti di qualunque sorta", che sarebbero state offerte alle "solerti cure dell'Instituto de' Regii Scavi" e all'insigne Real Museo Borbonico.

 

Poiché nella società figuravano il banchiere romano Alessandro Torlonia, la cui famiglia era di origini francesi, l'ingegnere svizzero Franz Mayor de Montricher e l'agente francese Léon de Rotrou, il re Ferdinando II fu accusato di aver concesso il prosciugamento ad "alcuni stranieri per rimeritare segreti e sinistri servigi alla propria causa". La compagnia era invece composta anche da italiani come il principe di Camporeale e il marchese Cicerale, mentre Torlonia la fondò assieme ai signori Degas, padre e figlio, banchieri di Napoli.

Avendo la società necessità di nuovi fondi, e poiché tutti si tirarono indietro, Torlonia ne acquistò le azioni diventando unico proprietario. Successivamente però, nel 1863, dovette chiudere la sua banca.

 

I lavori per il prosciugamento iniziarono il 15 febbraio 1854 sotto la direzione dell'ingegnere Franz Mayor de Montricher, morto nel 1858. Furono proseguiti dall'ingegnere Enrico Samuele Bermont, al quale nel 1869 successe l'ingegner Alessandro Brisse che li portò a termine, insieme alle prime opere di bonifica, nel 1877. Il prosciugamento del lago Fucino fu ufficialmente dichiarato il 1º ottobre 1878.

 

L'emissario di Claudio era lungo 5.630 metri, ma considerando i canali collaterali, raggiungeva i 7 chilometri. L'opera torloniana, che prevedeva oltre al prosciugamento anche la bonifica dell'alveo, include la fitta rete di canali, per una lunghezza complessiva di 285 chilometri, e 238 ponti, 3 ponti canali e 4 chiuse. Il canale claudiano attraversava le aree ad una profondità che variava dagli 85 metri ai 120 metri, mentre alla sommità del monte Salviano si misuravano in quel settore circa 400 metri. L'apertura variava dai 4,11 m² ai 14,80 m², con alzata di 7,14 metri. Il canale torloniano segue la direzione di quello romano, con sezione costante di 19,99 m² e un solaio che varia da 2,39 metri all'ingresso a 0,79 all'uscita, per un flusso ordinario di acqua in uscita di 28 m³, con una capacità massima di 67 m³.

 

Una volta prosciugato, il bacino doveva essere reso coltivabile e abitabile. Per tale motivo furono realizzate arterie stradali e costruite case e fattorie. Una strada di 52 chilometri, la Circonfucense, ruota attorno alla piana che è attraversata da 46 strade rettilinee, parallele e perpendicolari, per una rete stradale pari a circa 272 chilometri. Oltre ai 24 milioni di lire spesi per il solo prosciugamento, quindi, ne vennero impiegati altri 19.

 

L'impegno profuso, le risorse economiche e i 4.000 operai al giorno utilizzati per 24 anni, spinsero il nuovo re Vittorio Emanuele a conferire a Torlonia il titolo di principe e una medaglia d'oro, e all'ingegner Alessandro Brisse l'onore di un monumento al cimitero del Verano a Roma.

 

Il terremoto del 1915

Il 1915 non fu solo l'anno in cui l'Italia entrò in guerra, ma anche l'anno di un drammatico terremoto che il 13 gennaio colpì l'intera area della Marsica e diverse provincie del Centro Italia. Con epicentro nell'area fucense fu uno dei più catastrofici terremoti avvenuti sul territorio italiano causando oltre 30.500 vittime su un totale di circa 120.000 persone residenti nelle aree più disastrate. Nella città di Avezzano perirono 10.700 persone (più dell'80% dei residenti).

 

Avvenne alle ore 07:52:48 (dato INGV) raggiungendo l'undicesimo grado della scala Mercalli (Magnitudo scala Richter 7.0) e nei mesi successivi ci furono almeno un migliaio di repliche. La scossa fu avvertita dalla Pianura Padana alla Basilicata.

 

Nell'area del Fucino si formarono scarpate di faglia (fagliazione principalmente olocenica), spaccature del terreno, vulcanelli di fango, frane, variazioni della topografia e cambiamenti chimico-fisici delle acque.

 

L'impianto di drenaggio dell'ex lago sembrò non risentire molto del sisma, tuttavia nel 1920 si decise il rifacimento completo dei tratti di galleria giudicati minacciati, mediante tecniche più evolute rispetto al secolo precedente.

 

Lotte contadine e riforma agraria

«In capo a tutti c'è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch'è finito.»

 

(Fontamara - Ignazio Silone)

Sebbene la gloria di Torlonia e del suo operato ebbe echi anche fuori Italia, molti non erano contenti, e i problemi iniziarono ben prima del termine dei lavori: i paesi che giacciono sulla sponda del Liri intentarono una lite contro la Società perché, aumentando la portata del loro fiume, erano peggiorate le inondazioni in inverno. I proprietari terrieri che avevano visto inondare le proprie terre con le piene degli ultimi vent'anni volevano rientrarne in possesso. Torlonia fece collocare numerose statue della Madonna in ghisa per segnare i limiti del lago e quindi della proprietà. 2.501 dei 16.507 ettari conquistati furono dati ai comuni circumlacuali, mentre il resto fu proprietà dei Torlonia, divisa in 497 appezzamenti di 25 ettari ciascuno.

 

I pescatori dei paesi che si affacciavano sul lago erano ora rimasti senza lavoro, con un inevitabile incremento delle famiglie povere. Occorreva convertire le realtà di pescatori in comunità contadine. Molti abitanti di tali luoghi inoltre non volevano coltivare il fondo del lago rubato alle acque, nella paura della malaria e di nuove e più aggressive inondazioni: in effetti si dovette sfruttare manodopera immigrata proveniente da Romagna e Marche.

11.248 affittuari si divisero le terre e le subaffittarono. Nel 1930 la piana accoglieva 8.507 proprietà, molte delle quali (77,48%) di meno di 3 ettari, utilizzando solo il 27,10% del terreno. Le proprietà oltre i 10 ettari (fino oltre i 50) coprivano meno del 2% della piana. Nel 1947 le microproprietà (95% del totale) coprivano il 17,5%, mentre l'insieme dei più grandi proprietari (0,15%) ne occupavano il 68%.

 

A seguito delle lotte contadine del secondo dopoguerra, localmente dette riverse ovvero scioperi alla rovescia, la riforma agraria del 1950 portò alla formazione, il 28 febbraio 1951 all'Ente per la Colonizzazione della Maremma Tosco-Laziale e del Fucino. Mutato in seguito in Ente Fucino e ARSSA, acronimo di Agenzia Regionale per i Servizi di Sviluppo Agricolo. Durante le sommosse a Celano, la sera del 30 aprile 1950, vennero uccisi due braccianti che stavano manifestando in piazza. Si tratta di Agostino Paris e Antonio Berardicurti. Tale evento venne nominato Eccidio di Celano. L'espropriazione terriera fatta ai danni dei Torlonia dovette essere condotta con cautela, poiché l'Ente dovette portare i 15.800 affittuari a 9.918. I circa 29.000 appezzamenti originari furono aggregati in 10.000 unità.

 

Gli esiti furono un miglioramento della produzione: in dieci anni (dal 1948 al 1958) il grano passò da 26 q/ha a 36 q/ha, le patate da 140 q/ha a 230 q/ha e la barbabietola da 260 q/ha a 388 q/ha.

 

Tra gli effetti a lungo termine si può segnalare la scomparsa della malaria, accompagnata però da un aumento dell'industria dell'allevamento che si associò, sul piano epidemiologico, alla comparsa della brucellosi animale e umana.

 

Tutto ciò non fu sostenuto da un regolamentato consumo idrico. Già i romani avevano ipotizzato, in caso di successo della bonifica, di mantenere un Bacinetto di raccolta dell'acqua meteorica. Nel progetto originale di Torlonia il Bacinetto fu pianificato e costruito, anche come raccolta delle acque in caso di riparazioni da eseguire all'emissario. Di fatto l'aumento del consumo idrico, causato dal successivo sviluppo industriale della regione e dall'incrementato uso domestico, ha reso il Bacinetto una riserva insufficiente..

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera

dipinto di Jean Louis Philippe Coignet;

Raccolta Foto de Alvariis;

Fondata come colonia nel 25 a.C. dall'imperatore Cesare Augusto con il nome di Caesaraugusta, costituita nei pressi di un insediamento degli Iberi Salduie. Fu uno dei centri più importanti della Hispania Tarraconensis, una delle tre (poi quattro) Province in cui i Romani divisero la Spagna. Alla caduta dell'Impero romano d'Occidente fu occupata dai Visigoti. Fu tra le prime città spagnole a convertirsi al Cristianesimo e nel 713 venne conquistata dagli Arabi che la fecero capitale (Saraqusta) di un principato rivale di Cordova, Toledo e Merida. Fu riconquistata nel 1118 dai cristiani, ebbe un periodo di grande prosperità divenendo capitale del Regno d'Aragona. Durante la guerra napoleonica sostenne due assedi da parte delle truppe francesi nel 1808 e 1809.

Situata nella zona nord-orientale della Spagna, a circa 300 km da Madrid, Barcellona, Bilbao, Valencia e Tolosa, per cui si trova al centro di un importante nodo di comunicazioni. È affacciata sulla riva destra dell'Ebro ed al centro di una vasta depressione, un tempo desertica, ma ora abbastanza fertile grazie ad alcune canalizzazioni d'irrigazione che suppliscono alla scarsa piovosità della zona, una delle più basse della Spagna. È sede arcivescovile e universitaria.

Fondata come colonia nel 25 a.C. dall'imperatore Cesare Augusto con il nome di Caesaraugusta, costituita nei pressi di un insediamento degli Iberi Salduie. Fu uno dei centri più importanti della Hispania Tarraconensis, una delle tre (poi quattro) Province in cui i Romani divisero la Spagna. Alla caduta dell'Impero romano d'Occidente fu occupata dai Visigoti. Fu tra le prime città spagnole a convertirsi al Cristianesimo e nel 713 venne conquistata dagli Arabi che la fecero capitale (Saraqusta) di un principato rivale di Cordova, Toledo e Merida. Fu riconquistata nel 1118 dai cristiani, ebbe un periodo di grande prosperità divenendo capitale del Regno d'Aragona. Durante la guerra napoleonica sostenne due assedi da parte delle truppe francesi nel 1808 e 1809.

Situata nella zona nord-orientale della Spagna, a circa 300 km da Madrid, Barcellona, Bilbao, Valencia e Tolosa, per cui si trova al centro di un importante nodo di comunicazioni. È affacciata sulla riva destra dell'Ebro ed al centro di una vasta depressione, un tempo desertica, ma ora abbastanza fertile grazie ad alcune canalizzazioni d'irrigazione che suppliscono alla scarsa piovosità della zona, una delle più basse della Spagna. È sede arcivescovile e universitaria.

2 4 5 6