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San Vicente de la Sonsierra es un municipio y villa de la comunidad autónoma de La Rioja en España. Está en la comarca de Rioja Alta a los pies de la sierra del Toloño. Pertenece a la zona de la Sonsierra (nombre que proviene de 'bajo la sierra'). Ostenta el título de Villa Divisera

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THE PICTURES ARE FOR SALE

  

La focaccia pugliese è coronata da tanti pomodorini ed è arricchita nell'impasto con patate lesse e schiacciate che rendono la pasta particolarmente soffice e saporita.

 

La storia della focaccia non ha inizio in Italia, bensì molto più in la.

Le prime focacce venivano preparate dai Fenici, e venivano fatte impastando miglio ed orzo con acqua e sale, cuocendo poi con una ricca quantità di grasso, per questo la focaccia, era considerato un pasto, ed un cibo anche molto ricco.

Il nome "focaccia" deriva da "focus", parola latina che stava ad indicare il fuoco, perchè la focaccia veniva cotta sul fuoco.

Era considerata così buona e ricca che le focacce venivano offerte agli Dei, perchè erano simbolo di ricchezza e prosperità, non a caso, i banchetti di matrimonio ne erano pieni durante il periodo Rinascimentale.

 

Diciamo che i condimenti per le focacce si divisero in base alle zone, al nord italia, dove il clima era più freddo ed umido si utilizzavano burro e strutto per condirle, mentre dal centro in giù, dove il clima si fa sempre più caldo e mite, si era soliti utilizzare l'olio extra vergine d'oliva, che rendeva la focaccia un piatto assai più salutare.

 

IN.FIERA … FOOD

 

“Abbasce ca vinne, ialze c'accatte” (abbassa il prezzo se vuoi vendere, alzalo se vuoi comprare) -

 

COLLEZIONE FOTO PER ARREDAMENTO - Proposte per la personalizzazione di ambienti interni. Le fotografie in vendita possono essere stampate in diverso formato, su supporti vari

  

18-04-2023 h. 13.30

La basilica di Santa Croce a Firenze

 

Un gruppo di frati seguaci di San Francesco si stabilì a Firenze tra il 1226 e il 1228 dopo che il Santo visitò la città toscana nel 1211. I frati scelsero una zona inospitale fuori le mura cittadine su una isoletta formatasi tra i due bracci del fiume Arno; qui fondarono un oratorio che, con il crescere della comunità dei frati, fu dapprima ingrandito e poi - nel 1252 - completamente ristrutturato. Questi lavori provocarono una vivace reazione da parte dei frati che si divisero tra chi voleva un edificio essenziale e povero in osservanza delle Regole di San Francesco, e chi desiderava un edificio magnificente. Alla fine si decise di costruire un edificio più grande chiamando a progettarlo Arnolfo di Cambio, architetto già in voga a Firenze per essere impegnato nella progettazione del Palazzo Vecchio.

L'anno d'inizio della sua costruzione è il 1294 e il completamento avvenne nel 1385; la consacrazione del Tempio avvenne circa 100 anni più tardi, nel 1443. Lo stile architettonico principale è gotico rinascimentale; completamenti posteriori sono in neogotico.

Pur possedendo un interno semplice, è comunque monumentale allo stesso tempo, nella basilica ci sono i monumenti funebri dei grandi d'Italia e d'Europa, come Michelangelo Buonarroti, Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo, Galileo Galilei, Gioachino Rossini, Leon Battista Alberti, Enrico Fermi, Giulia e Carlotta Bonaparte.

Le opere d'arte al suo interno sono di Cimabue, Giotto, Taddeo Gaddi, Donatello, Stefano Ricci, Antonio Canova, Bernardo Rossellino, Giorgio Vasari, Benedetto da Maiano e il Bronzino.

Questa che si vede è la Cappella Maggiore il cui altare fu patronato degli Alamanni, potenti e ricchi banchieri che tra il 1324 e il 1326 lo commissionarono a Ugolino di Nerio. Gli affreschi sono opera di Agnolo Gaddi del 1380 raffiguranti la "Leggenda della Vera Croce". Negli anni Trenta del Novecento venne appeso sulla cappella il Crocifisso dipinto alla metà del XIV secolo dal Maestro di Figline il cui restauro venne ultimato nel 2014,

 

The Basilica of Santa Croce in Florence

 

A group of friars who were followers of Saint Francis settled in Florence between 1226 and 1228 after the Saint visited the Tuscan city in 1211. The friars chose an inhospitable area outside the city walls on a small island formed between the two arms of the Arno River; here they founded an oratory which, as the community of friars grew, was first enlarged and then - in 1252 - completely renovated. These works provoked a lively reaction from the friars who were divided between those who wanted a basic and poor building in observance of the Rules of Saint Francis, and those who wanted a magnificent building. In the end it was decided to build a larger building, calling on Arnolfo di Cambio to design it, an architect already in vogue in Florence for being involved in the design of the Palazzo Vecchio.

The year in which its construction began is 1294 and it was completed in 1385; the consecration of the Temple took place about 100 years later, in 1443. The main architectural style is Gothic Renaissance; later completions are in Neo-Gothic.

Although it has a simple interior, it is still monumental at the same time, in the basilica there are the funerary monuments of the greats of Italy and Europe, such as Michelangelo Buonarroti, Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo, Galileo Galilei, Gioachino Rossini, Leon Battista Alberti, Enrico Fermi, Giulia and Carlotta Bonaparte.

The works of art inside are by Cimabue, Giotto, Taddeo Gaddi, Donatello, Stefano Ricci, Antonio Canova, Bernardo Rossellino, Giorgio Vasari, Benedetto da Maiano and Bronzino.

This is the Cappella Maggiore whose altar was patronized by the Alamanni, powerful and rich bankers who between 1324 and 1326 commissioned it to Ugolino di Nerio. The frescoes are the work of Agnolo Gaddi from 1380 depicting the "Legend of the True Cross". In the 1930s the Crucifix painted in the mid-14th century by the Master of Figline was hung in the chapel and its restoration was completed in 2014.

 

© Riccardo Senis, All Rights Reserved

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" E gli Dei tirarono a sorte, si divisero il mondo "

I confess to have a fondness for hostas. What I like most about them is that there's a wide variety of plants to choose from - the size can be extremely large or tiny; the leaves can be almost bluish, dark or light green, or bordered with a lighter hue; and the flowers can bloom early or late, or vary in hue. They are also fairly easy to grow - they don't need a lot of light, they thrive in moist soils or do well in fairly dry soils. And they are also easy to divide and replant. I have a lot of them but am always looking out for just one more with new characteristics. This oil painting is part of a series on plants that grow in my region.

 

J'avoue aimer les hostas. Ce que j'aime le plus chez eux, c'est qu'il y a une grande variété de plantes à choisir - la taille peut être extrêmement grande ou minuscule ; les feuilles peuvent être presque bleutées, vert foncé ou vert clair, ou bordées d'une teinte plus claire; et les fleurs peuvent fleurir tôt ou tard, ou varier en teinte. Ils sont également assez faciles à cultiver - ils n'ont pas besoin de beaucoup de lumière, ils prospèrent dans des sols humides ou se portent bien dans des sols assez secs. Et ils sont également faciles à diviser et à replanter. J'en ai beaucoup mais j'en recherche toujours un de plus avec de nouvelles caractéristiques. Cette peinture à l'huile fait partie d'une série sur les plantes qui poussent dans ma région.

L'hôtel de ville du Havre, œuvre des architectes Auguste Perret et Jacques Tournant, est inauguré en 1958. Il remplace celui, construit en 1857 par l'architecte Charles Brunet-Debaine et détruit par les bombardements de 1944.

Le premier pieu du corps central est coulé en 1953, la tour de 18 étages et 90 mètres de haut évoquant initialement un beffroi est commencée en 1954. Le théâtre attenant est inauguré en octobre 1967. L'extension sur la façade nord de l'édifice, indispensable mais esthétiquement discutable, date de 1987. Comme tous les édifices majeurs, l’hôtel de ville retrouve approximativement sa position d’avant-guerre. Situé dans la perspective d’une vaste place, le bâtiment établit une dialectique entre deux unités : une tour abritant les bureaux administratifs et un bâtiment en longueur rythmé par une imposante colonnade dans lequel se placent des fonctions de « réception » comme les grands salons. Un vaste escalier part du rez-de-chaussée pour se diviser en deux volées distribuant l’étage noble. Tel un « abri souverain » la colonnade soutient totalement la charge du toit terrasse qui abrite une structure secondaire supportant les planchers et de vastes baies vitrées.

 

Le Havre town hall, the work of architects Auguste Perret and Jacques Tournant, was inaugurated in 1958. It replaced the one built in 1857 by architect Charles Brunet-Debaine and destroyed by the bombings of 1944.

The first pile of the central body was cast in 1953, the 18-storey and 90-meter-high tower, initially reminiscent of a belfry, was started in 1954. The adjoining theater was inaugurated in October 1967. The extension on the north facade of the building , essential but aesthetically debatable, dates from 1987. Like all major buildings, the town hall has roughly returned to its pre-war position. Located in the perspective of a vast square, the building establishes a dialectic between two units: a tower housing the administrative offices and a long building punctuated by an imposing colonnade in which are placed “reception” functions such as the large lounges. A vast staircase starts from the ground floor to divide into two flights distributing the noble floor. Like a "sovereign shelter", the colonnade fully supports the load of the roof terrace which houses a secondary structure supporting the floors and large bay windows.

Grotte di Castellana.

Sorgono su calcari compatti del periodo Cretaceo

Le acque meteoriche - (assecondate da un fiume sotterraneo)

hanno fatto sì, che il materiale calcareo precipitato,

avesse dato origine a gigantesche colonne di alabastro.

 

Gruppi di stalattiti che si ergono maestosi nella caverna.

Su insistenza del signor Matarrese, l’ente regionale

diede l’incarico al Prof. Franco Anelli di esplorare le grotte

 

Franco Anelli.

Con mezzi rudimentali raggiunse i 62 metri di profondità

Successivamente Matarrese continuò da solo l’esplorazione

e scoprì la Grotta Bianca a 2 km. dalla Grave.

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Alberobello.

Trullo dal greco tholos - Costruzione circolare a cupola.

In ordine storico dai tumuli si passò alle specchie ed ai trulli.

 

Dal materiale calcareo si ricavano le chiancarelle che posate a secco,

in cerchi concentrici si ristringono fino a chiudere la volta.

 

Il Trullo Siamese …

Si narra che fosse abitato da 2 fratelli innamorati della stessa donna,

lo divisero in 2 parti creando un secondo ingresso.

 

Il Rione Monti - fu dichiarato dallo Stato Monumento Nazionale.

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Carissimi amici ... chi avesse visitato questi luoghi ...

di sicuro ne porterà bellissimi ricordi.

Un abbraccio affettuoso da Liliana.

 

Vangaindrano (Madagascar) - On n’est jamais si bien servi que par soi-même. Ce jeune vendeur de pain et de café le démontre.

J’avais déjà pris mon petit-déjeuner à l’hôtel, mais j’aime bien m’attarder dans les gargotes. C’est le meilleur moyen pour entrer en contact avec la population. Et si on photographie, ça facilite l’approche. On ne va pas se mentir, mais le café est redoutable pour les papilles et l’estomac. Le thé passe moins mal, mais personnellement je préfère toujours un mauvais café à un bon thé. Question de goût. De toute façon, ici, on n’a le choix entre le « mauvais » et le « pas bon ». En revanche, le pain, que l’on ne voit malheureusement pas sur la photo, est excellent.

Le jeune garçon lui, était très content qu’un « vaza » (étranger blanc) prenne un café dans son établissement. Il n’a pas compris que je lui donne le double du prix de ce « petit-déjeuner » composé d’un bout de pain et d’un café. Il m’a regardé fixement ne sachant que faire. Il a dû croire que je m’étais trompé entre l’ariary et l’ancien franc malgache. Même si le franc n’a plus cours depuis l’indépendance, les malgaches des zones rurales et les anciens comptent encore régulièrement dans cette monnaie. Pour avoir le véritable prix, il faut diviser par… cinq ! Inutile de dire que lors de mon premier voyage, il m’est arrivé de me faire avoir pour une course en taxi ou pour un café. Mais s’il n’y a pas de volonté de vous escroquer, si vous vous trompez, il est rare qu’on vous le fasse remarquer. On ne peut pas vraiment en vouloir aux malgaches qui ne rouent pas sur l’or.

  

Vangaindrano (Madagascar) - You are never served so well as by yourself. This young bread and coffee seller demonstrates it.

I had already had breakfast at the hotel, but I like to linger in street cafes. This is the best way to get in touch with the population. And if we photograph, it makes the approach easier. We're not going to lie, but coffee is formidable for the taste buds and the stomach. Tea is less bad, but personally I always prefer bad coffee to good tea. A matter of taste. In any case, here we only have the choice between “bad” and “not good”. On the other hand, the bread, which unfortunately cannot be seen in the photo, is excellent.

The young boy was very happy that a “vaza” (white foreigner) was having coffee in his establishment. He didn't understand that I gave him double the price of this "breakfast" consisting of a piece of bread and a coffee. He looked at me fixedly, not knowing what to do. He must have thought that I had made a mistake between the ariary and the old Malagasy franc. Even if the Malagasy francs have no longer been used since independence, Malagasy people in rural areas and the elderly still count regularly in this currency. To get the real price, you have to divide by… five!

 

POVERO LEONE,NON CI SONO PIU' I MOSE' DI UNA VOLTA CHE SEPARAVANO LE ACQUE.

  

Il Signore disse a Mosè: "Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all'asciutto. Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri".

Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d'oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando dietro di loro in mezzo al mare.

  

CANON EOS 6D Mark II con ob. CANON EF 100 mm f./2,8L Macro IS USM

série en miroir

Franco Battiato - Atlantide

 

E gli dei tirarono a sorte.

Si divisero il mondo:

Zeus la Terra,

Ade gli Inferi,

Poseidon il continente sommerso.

Apparve Atlantide.

Immenso, isole e montagne,

canali simili ad orbite celesti.

 

Il suo re Atlante

conosceva la dottrina della sfera

gli astri la geometria,

la cabala e l'alchimia.

 

In alto il tempio.

Sei cavalli alati,

le statue d'oro, d'avorio e oricalco.

Per generazioni la legge dimorò

nei principi divini,

i re mai ebbri delle immense ricchezze

e il carattere umano s'insinuò

e non sopportarono la felicità,

neppure le felicità,

neppure la felicità.

 

In un giorno e una notte

la distruzione avvenne.

Tornò nell'acqua.

Sparì Atlantide.

Nel 1660 Pierre Odiard, Console di Exilles, fece edificare a valle del Borgo una Cappella votiva per sé e per la propria famiglia. La piccola Chiesa fu dedicata a San Rocco e San Sebastiano e nei primi tempi ospitò anche le attività della confraternita dei Penitenti Bianchi, detti i “Batù”, che si raccolsero nel nuovo edificio sacro. Questo durò per poco, fino a quando alcune divergenze con Pierre Odiard li ricondussero alla Chiesa principale del comune.

Pierre Odiard fece testamento ai figli Jaques Louis e Jean Baptiste il 25 maggio del 1669 con l’obbligo di tutelare la fabbrica, conservarla in buono stato con operazioni di manutenzione a proprio carico e di celebrare ogni anno la Santa Messa il giorno della festa di Sant’Anna. In seguito però la Chiesa fu abbandonata rischiando di finire in rovina. Questo finché un discendente della famiglia, Louis Odiard fu Simon, si fece carico di alcuni interventi di consolidamento e ristrutturazione, diventandone l’unico proprietario il 30 marzo 1753 mediante un decreto ufficiale redatto nel palazzo episcopale di Pinerolo.

La Cappella votiva si susseguì di padre in figlio, di norma il primo figlio maschio, e rimase un bene della famiglia Odiard sino ai primi anni del XX secolo.

Un ulteriore documento ufficiale che è stato conservato riguardante la cappella di San Rocco e San Sebastiano risale al 1910, quando il Ministero della Pubblica Istruzione che all’epoca dirigeva le operazioni di cernita e tutela dei beni culturali, certificò al proprietario dell’epoca Carlo Odiard che tale edificio era “Monumento pregevole di arte e di storia”.

L’anno seguente, 1911, Carlo Odiard morì ed i suoi successori all’eredità divisero i suoi beni ma nessuno di essi volle occuparsi degli oneri della Chiesetta exillese. La fabbrica quindi passo al nipote, figlio della sorella Dauphine Odiard, Alessandro Reymond.

Da qui la famiglia Reymond si è occupata sino ad oggi della manutenzione dell’edificio e delle celebrazioni eucaristiche organizzate ogni 16 agosto, ricorrenza di San Rocco.

Fonte: archeocarta.org/exilles-to-cappella-san-rocco-sebastiano/

Nel 1660 Pierre Odiard, Console di Exilles, fece edificare a valle del Borgo una Cappella votiva per sé e per la propria famiglia. La piccola Chiesa fu dedicata a San Rocco e San Sebastiano e nei primi tempi ospitò anche le attività della confraternita dei Penitenti Bianchi, detti i “Batù”, che si raccolsero nel nuovo edificio sacro. Questo durò per poco, fino a quando alcune divergenze con Pierre Odiard li ricondussero alla Chiesa principale del comune.

Pierre Odiard fece testamento ai figli Jaques Louis e Jean Baptiste il 25 maggio del 1669 con l’obbligo di tutelare la fabbrica, conservarla in buono stato con operazioni di manutenzione a proprio carico e di celebrare ogni anno la Santa Messa il giorno della festa di Sant’Anna. In seguito però la Chiesa fu abbandonata rischiando di finire in rovina. Questo finché un discendente della famiglia, Louis Odiard fu Simon, si fece carico di alcuni interventi di consolidamento e ristrutturazione, diventandone l’unico proprietario il 30 marzo 1753 mediante un decreto ufficiale redatto nel palazzo episcopale di Pinerolo.

La Cappella votiva si susseguì di padre in figlio, di norma il primo figlio maschio, e rimase un bene della famiglia Odiard sino ai primi anni del XX secolo.

Un ulteriore documento ufficiale che è stato conservato riguardante la cappella di San Rocco e San Sebastiano risale al 1910, quando il Ministero della Pubblica Istruzione che all’epoca dirigeva le operazioni di cernita e tutela dei beni culturali, certificò al proprietario dell’epoca Carlo Odiard che tale edificio era “Monumento pregevole di arte e di storia”.

L’anno seguente, 1911, Carlo Odiard morì ed i suoi successori all’eredità divisero i suoi beni ma nessuno di essi volle occuparsi degli oneri della Chiesetta exillese. La fabbrica quindi passo al nipote, figlio della sorella Dauphine Odiard, Alessandro Reymond.

Da qui la famiglia Reymond si è occupata sino ad oggi della manutenzione dell’edificio e delle celebrazioni eucaristiche organizzate ogni 16 agosto, ricorrenza di San Rocco.

Fonte: archeocarta.org/exilles-to-cappella-san-rocco-sebastiano/

SN/NC: Agastache rugosa, Lamiaceae Family; CN: Korean Mint

 

Agastache rugosa also known as wrinkled giant hyssop, purple giant hyssop, Indian mint, blue licorice, huo xiang (藿香), and Chinese patchouli, is an aromatic herb in the mint family, native to East Asia (China, Japan, Korea, Russian Primorye, Taiwan, India, and Vietnam).

Agastache rugosa grows well in fertile, moisture-retentive soils and good sunlight. The aroma becomes weaker in shady conditions.

Agastache rugosa can be propagated by both sexual and asexual means. The seeds gathered in autumn can be sown in the spring. One can also dig out the plant in autumn or early spring, divide the roots, and plant them at intervals of 30 centimetres.

There is one known cultivar, 'Golden Jubilee', which has yellow-green foliage.

 

Agastache rugosa também conhecida como hissopo gigante enrugado, hissopo gigante roxo, menta indiana, alcaçuz azul, huo xiang (藿香) e patchouli chinês, é uma erva aromática da família das mentas, nativa do leste da Ásia (China, Japão, Coréia, Primorye russo, Taiwan, Índia e Vietnã).

Agastache rugosa cresce bem em solos férteis, retentores de umidade e boa luz solar. O aroma torna-se mais fraco em condições de sombra.

Agastache rugosa pode ser propagada por meios sexuais e assexuados. As sementes colhidas no outono podem ser semeadas na primavera. Pode-se também desenterrar a planta no outono ou início da primavera, dividir as raízes e plantá-las em intervalos de 30 centímetros.

Existe uma cultivar conhecida, 'Golden Jubilee', que tem folhagem verde-amarelada.

 

Agastache rugosa noto anche come issopo gigante rugoso, issopo gigante viola, menta indiana, liquirizia blu, huo xiang (藿香) e patchouli cinese, è un'erba aromatica della famiglia della menta, originaria dell'Asia orientale (Cina, Giappone, Corea, Primorye russo, Taiwan, India e Vietnam).

Agastache rugosa cresce bene in terreni fertili, che trattengono l'umidità e con una buona luce solare. L'aroma diventa più debole in condizioni ombreggiate.

L'agastache rugosa può essere propagata sia con mezzi sessuali che asessuati. I semi raccolti in autunno possono essere seminati in primavera. Si può anche scavare la pianta in autunno o all'inizio della primavera, dividere le radici e piantarle a intervalli di 30 centimetri.

C'è una cultivar conosciuta, "Golden Jubilee", che ha fogliame giallo-verde.

 

Agastache rugosa, también conocida como hisopo gigante arrugado, hisopo gigante púrpura, menta india, regaliz azul, huo xiang (藿香) y pachulí chino, es una hierba aromática de la familia de la menta, originaria del este de Asia (China, Japón, Corea, Rusia Primorye, Taiwán, India y Vietnam).

Agastache rugosa crece bien en suelos fértiles que retienen la humedad y buena luz solar. El aroma se vuelve más débil en condiciones de sombra.

Agastache rugosa se puede propagar tanto por medios sexuales como asexuales. Las semillas recolectadas en otoño se pueden sembrar en primavera. También se puede desenterrar la planta en otoño o principios de primavera, dividir las raíces y plantarlas a intervalos de 30 centímetros.

Hay un cultivar conocido, 'Golden Jubilee', que tiene un follaje amarillo verdoso.

 

Agastache rugosa également connue sous le nom d'hysope géante ridée, d'hysope géante pourpre, de menthe indienne, de réglisse bleue, de huo xiang (藿香) et de patchouli chinois, est une herbe aromatique de la famille de la menthe, originaire d'Asie de l'Est (Chine, Japon, Corée, Primorye russe, Taïwan, Inde et Vietnam).

L'agastache rugosa pousse bien dans des sols fertiles, qui retiennent l'humidité et un bon ensoleillement. L'arôme devient plus faible dans des conditions ombragées.

Agastache rugosa peut se propager par voie sexuée et asexuée. Les graines récoltées en automne peuvent être semées au printemps. On peut aussi déterrer la plante à l'automne ou au début du printemps, diviser les racines et les planter à 30 centimètres d'intervalle.

Il existe un cultivar connu, 'Golden Jubilee', qui a un feuillage jaune-vert.

 

Agastache rugosa ook bekend als gerimpelde reuzenhysop, paarse reuzenhysop, Indiase munt, blauwe drop, huo xiang (藿香) en Chinese patchouli, is een aromatisch kruid uit de muntfamilie, inheems in Oost-Azië (China, Japan, Korea, Russische Primorye, Taiwan, India en Vietnam).

Agastache rugosa groeit goed in vruchtbare, vochtvasthoudende bodems en goed zonlicht. Het aroma wordt zwakker in schaduwrijke omstandigheden.

Agastache rugosa kan zowel seksueel als aseksueel worden vermeerderd. De zaden die in de herfst zijn verzameld, kunnen in de lente worden gezaaid. Men kan de plant ook in de herfst of het vroege voorjaar uitgraven, de wortels verdelen en om de 30 centimeter planten.

Er is één cultivar bekend, 'Golden Jubilee', die geelgroen blad heeft.

 

Agastache rugosa, auch bekannt als faltiger Riesen-Ysop, lila Riesen-Ysop, indische Minze, blaues Süßholz, Huo Xiang (藿香) und chinesisches Patschuli, ist ein aromatisches Kraut aus der Familie der Lippenblütler, das in Ostasien beheimatet ist (China, Japan, Korea, Primorje, Taiwan, Indien und Vietnam).

Agastache rugosa wächst gut in fruchtbaren, feuchtigkeitsspeichernden Böden und guter Sonneneinstrahlung. Bei schattigen Bedingungen wird das Aroma schwächer.

Agastache rugosa kann sowohl sexuell als auch asexuell vermehrt werden. Die im Herbst gesammelten Samen können im Frühjahr ausgesät werden. Man kann die Pflanze auch im Herbst oder Frühjahr ausgraben, die Wurzeln teilen und im Abstand von 30 Zentimetern einpflanzen.

Es gibt eine bekannte Sorte, 'Golden Jubilee', die gelbgrünes Laub hat.

 

rugosa المعروف أيضًا باسم الزوفا العملاقة المتجعد ، الزوفا العملاقة الأرجواني ، النعناع الهندي ، عرق السوس الأزرق ، هوو شيانغ (藿香) ، والباتشولي الصيني ، هو عشب عطري في عائلة النعناع ، موطنه شرق آسيا (الصين ، اليابان ، كوريا ، بريموري الروسية وتايوان والهند وفيتنام).

ينمو Agastache rugosa جيدًا في التربة الخصبة التي تحافظ على الرطوبة وأشعة الشمس الجيدة. تصبح الرائحة أضعف في الظروف المظللة.

يمكن نشر Agastache rugosa بالوسائل الجنسية واللاجنسية. يمكن أن تزرع البذور التي يتم جمعها في الخريف في الربيع. يمكن للمرء أيضًا استخراج النبات في الخريف أو أوائل الربيع ، وتقسيم الجذور ، وزرعها على فترات 30 سم.

هناك صنف واحد معروف ، وهو "اليوبيل الذهبي" ، والذي يحتوي على أوراق الشجر الصفراء والخضراء.

 

しわのある巨大なヒソップ、紫の巨大なヒソップ、インドのミント、青い甘草、フオシャン (藿香)、および中国のパチョリとしても知られるアガスタッシュ・ルゴサは、東アジア (中国、日本、韓国、ロシア沿海州、台湾、インド、ベトナム)。

アガスタッシュ・ルゴサは、肥沃で保水性のある土壌と日当たりの良い場所でよく育ちます。日陰では香りが弱くなります。

Agastache rugosa は、有性および無性の両方の手段で繁殖できます。秋に採った種は春にまくことができます。秋や早春に株を掘り出し、根を分けて30センチ間隔で植えることもできます。

黄緑色の葉を持つ「ゴールデン・ジュビリー」という既知の品種があります。

Nel 1660 Pierre Odiard, Console di Exilles, fece edificare a valle del Borgo una Cappella votiva per sé e per la propria famiglia. La piccola Chiesa fu dedicata a San Rocco e San Sebastiano e nei primi tempi ospitò anche le attività della confraternita dei Penitenti Bianchi, detti i “Batù”, che si raccolsero nel nuovo edificio sacro. Questo durò per poco, fino a quando alcune divergenze con Pierre Odiard li ricondussero alla Chiesa principale del comune.

Pierre Odiard fece testamento ai figli Jaques Louis e Jean Baptiste il 25 maggio del 1669 con l’obbligo di tutelare la fabbrica, conservarla in buono stato con operazioni di manutenzione a proprio carico e di celebrare ogni anno la Santa Messa il giorno della festa di Sant’Anna. In seguito però la Chiesa fu abbandonata rischiando di finire in rovina. Questo finché un discendente della famiglia, Louis Odiard fu Simon, si fece carico di alcuni interventi di consolidamento e ristrutturazione, diventandone l’unico proprietario il 30 marzo 1753 mediante un decreto ufficiale redatto nel palazzo episcopale di Pinerolo.

La Cappella votiva si susseguì di padre in figlio, di norma il primo figlio maschio, e rimase un bene della famiglia Odiard sino ai primi anni del XX secolo.

Un ulteriore documento ufficiale che è stato conservato riguardante la cappella di San Rocco e San Sebastiano risale al 1910, quando il Ministero della Pubblica Istruzione che all’epoca dirigeva le operazioni di cernita e tutela dei beni culturali, certificò al proprietario dell’epoca Carlo Odiard che tale edificio era “Monumento pregevole di arte e di storia”.

L’anno seguente, 1911, Carlo Odiard morì ed i suoi successori all’eredità divisero i suoi beni ma nessuno di essi volle occuparsi degli oneri della Chiesetta exillese. La fabbrica quindi passo al nipote, figlio della sorella Dauphine Odiard, Alessandro Reymond.

Da qui la famiglia Reymond si è occupata sino ad oggi della manutenzione dell’edificio e delle celebrazioni eucaristiche organizzate ogni 16 agosto, ricorrenza di San Rocco.

Fonte: archeocarta.org/exilles-to-cappella-san-rocco-sebastiano/

At the Musée des Arts et Métiers, Paris

 

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Un manège était à l'origine une attraction se présentant sous la forme d'un plateau circulaire pouvant être mis en rotation, garnie de différentes sortes de montures et supports où des personnes (principalement des enfants) pouvaient prendre place le temps de quelques tours, généralement moyennant paiement lors de fêtes foraines.

 

Petit à petit, l'usage du terme « manège » s'est élargi à toute attraction basée sur un mouvement circulaire, parfois à fortes sensations. De nos jours, le langage commun englobe parfois tous types d'attractions, notamment en français québécois.

 

Il est possible de diviser les manèges traditionnels en plusieurs types :

 

les carrousels;

les "tasses" ;

les "avions" avec des nacelles soutenues par support amovibles disposés de manière radiale;

les "pieuvres" avec des nacelles suspendues au bout de support amovibles disposés de manière radiale;

les roues et la Grande roue.

les Music Express avec des pistes ondulées.

les Chaises Volantes avec des sièges suspendus.

 

The modern carousel emerged from early jousting traditions in Europe and the Middle East. Knights would gallop in a circle while tossing balls from one to another; an activity that required great skill and horsemanship. This game was introduced to Europe at the time of the Crusades from earlier Byzantine and Arab traditions. The word carousel originated from the Italian garosello and Spanish carosella ("little battle", used by crusaders to describe a combat preparation exercise and game played by Turkish and Arabian horsemen in the 12th century).[3] This early device was essentially a cavalry training mechanism; it prepared and strengthened the riders for actual combat as they wielded their swords at the mock enemies.

 

By the 17th century, the balls had been dispensed with, and instead the riders had to spear small rings that were hanging from poles overhead and rip them off. Cavalry spectacles that replaced medieval jousting, such as the ring-tilt, were popular in Italy and France. The game began to be played by commoners, and carousels soon sprung up at fairgrounds across Europe. At the Place du Carrousel in Paris, an early make believe carousel was set up with wooden horses for the children.[4]

 

By the early 18th century carousels were being built and operated at various fairs and gatherings in central Europe and England. Animals and mechanisms would be crafted during the winter months and the family and workers would go touring in their wagon train through the region, operating their large menagerie carousel at various venues. Makers included Heyn in Germany and Bayol in France. These early carousels had no platforms; the animals would hang from chains and fly out from the centrifugal force of the spinning mechanism. They were often powered by animals walking in a circle or people pulling a rope or cranking. source wikipédia

 

Nel 1660 Pierre Odiard, Console di Exilles, fece edificare a valle del Borgo una Cappella votiva per sé e per la propria famiglia. La piccola Chiesa fu dedicata a San Rocco e San Sebastiano e nei primi tempi ospitò anche le attività della confraternita dei Penitenti Bianchi, detti i “Batù”, che si raccolsero nel nuovo edificio sacro. Questo durò per poco, fino a quando alcune divergenze con Pierre Odiard li ricondussero alla Chiesa principale del comune.

Pierre Odiard fece testamento ai figli Jaques Louis e Jean Baptiste il 25 maggio del 1669 con l’obbligo di tutelare la fabbrica, conservarla in buono stato con operazioni di manutenzione a proprio carico e di celebrare ogni anno la Santa Messa il giorno della festa di Sant’Anna. In seguito però la Chiesa fu abbandonata rischiando di finire in rovina. Questo finché un discendente della famiglia, Louis Odiard fu Simon, si fece carico di alcuni interventi di consolidamento e ristrutturazione, diventandone l’unico proprietario il 30 marzo 1753 mediante un decreto ufficiale redatto nel palazzo episcopale di Pinerolo.

La Cappella votiva si susseguì di padre in figlio, di norma il primo figlio maschio, e rimase un bene della famiglia Odiard sino ai primi anni del XX secolo.

Un ulteriore documento ufficiale che è stato conservato riguardante la cappella di San Rocco e San Sebastiano risale al 1910, quando il Ministero della Pubblica Istruzione che all’epoca dirigeva le operazioni di cernita e tutela dei beni culturali, certificò al proprietario dell’epoca Carlo Odiard che tale edificio era “Monumento pregevole di arte e di storia”.

L’anno seguente, 1911, Carlo Odiard morì ed i suoi successori all’eredità divisero i suoi beni ma nessuno di essi volle occuparsi degli oneri della Chiesetta exillese. La fabbrica quindi passo al nipote, figlio della sorella Dauphine Odiard, Alessandro Reymond.

Da qui la famiglia Reymond si è occupata sino ad oggi della manutenzione dell’edificio e delle celebrazioni eucaristiche organizzate ogni 16 agosto, ricorrenza di San Rocco.

Fonte: archeocarta.org/exilles-to-cappella-san-rocco-sebastiano/

Nel 1660 Pierre Odiard, Console di Exilles, fece edificare a valle del Borgo una Cappella votiva per sé e per la propria famiglia. La piccola Chiesa fu dedicata a San Rocco e San Sebastiano e nei primi tempi ospitò anche le attività della confraternita dei Penitenti Bianchi, detti i “Batù”, che si raccolsero nel nuovo edificio sacro. Questo durò per poco, fino a quando alcune divergenze con Pierre Odiard li ricondussero alla Chiesa principale del comune.

Pierre Odiard fece testamento ai figli Jaques Louis e Jean Baptiste il 25 maggio del 1669 con l’obbligo di tutelare la fabbrica, conservarla in buono stato con operazioni di manutenzione a proprio carico e di celebrare ogni anno la Santa Messa il giorno della festa di Sant’Anna. In seguito però la Chiesa fu abbandonata rischiando di finire in rovina. Questo finché un discendente della famiglia, Louis Odiard fu Simon, si fece carico di alcuni interventi di consolidamento e ristrutturazione, diventandone l’unico proprietario il 30 marzo 1753 mediante un decreto ufficiale redatto nel palazzo episcopale di Pinerolo.

La Cappella votiva si susseguì di padre in figlio, di norma il primo figlio maschio, e rimase un bene della famiglia Odiard sino ai primi anni del XX secolo.

Un ulteriore documento ufficiale che è stato conservato riguardante la cappella di San Rocco e San Sebastiano risale al 1910, quando il Ministero della Pubblica Istruzione che all’epoca dirigeva le operazioni di cernita e tutela dei beni culturali, certificò al proprietario dell’epoca Carlo Odiard che tale edificio era “Monumento pregevole di arte e di storia”.

L’anno seguente, 1911, Carlo Odiard morì ed i suoi successori all’eredità divisero i suoi beni ma nessuno di essi volle occuparsi degli oneri della Chiesetta exillese. La fabbrica quindi passo al nipote, figlio della sorella Dauphine Odiard, Alessandro Reymond.

Da qui la famiglia Reymond si è occupata sino ad oggi della manutenzione dell’edificio e delle celebrazioni eucaristiche organizzate ogni 16 agosto, ricorrenza di San Rocco.

Fonte: archeocarta.org/exilles-to-cappella-san-rocco-sebastiano/

"L'arbre n'est point semence, puis tige, puis tronc flexible, puis bois mort. Il ne faut point le diviser pour le connaître. L'arbre, c'est cette puissance qui lentement épouse le ciel."

―(Antoine de Saint-Exupéry)―

“The tree is more than first a seed, then a stem, then a living trunk, and then dead timber. The tree is a slow, enduring force straining to win the sky.”

(Antoine de Saint-Exupéry)

"El árbol no es semillas, después tallo, después tronco flexible, después madera muerta. No es preciso dividirlo para conocerlo. El árbol es esa fuerza que lentamente desposa al cielo."

 

The gnarled trunk of an old tree - an urban survivor - in Colonia Cuauhtémoc, in Mexico City, la CDMX.

Le città e il cielo. 4.

 

Chiamati a dettare le norme per la fondazione di Perinzia gli astronomi stabilirono il luogo e il giorno secondo la posizione delle stelle, tracciarono le linee incrociate del decumano e del cardo orientate l’una come il corso del sole e l’altra come l’asse attorno a cui ruotano i cieli, divisero la mappa secondo le dodici case dello zodiaco in modo che ogni tempio e ogni quartiere ricevesse il giusto influsso dalle costellazioni opportune, fissarono il punto delle mura in cui aprire le porte prevedendo che ognuna inquadrasse un’eclisse di luna nei prossimi mille anni. Perinzia – assicurarono – avrebbe rispecchiato l’armonia del firmamento; la ragione della natura e la grazia degli dei avrebbero dato forma ai destini degli abitanti.

Seguendo con esattezza i calcoli degli astronomi, Perinzia fu edificata; genti diverse vennero a popolarla; la prima generazione dei nati a Perinzia prese a crescere tra le sue mura; e questi alla loro volta raggiunsero l’età di sposarsi e avere figli.

Nelle vie e piazze di Perinzia oggi incontri storpi, nani, gobbi, obesi, donne con la barba. Ma il peggio non si vede; urli gutturali si levano dalle cantine e dai granai, dove le famiglie nascondono i figli con tre teste o con sei gambe.

Gli astronomi di Perinzia si trovano di fronte a una difficile scelta: o ammettere che tutti i loro calcoli sono sbagliati e le loro cifre non riescono a descrivere il cielo, o rivelare che l’ordine degli dei è proprio quello che si rispecchia nella città dei mostri.

 

Le città invisibili

di Italo Calvino

Einaudi, Torino 1972

Parámetros :: Parameters :: Paramètres: Canon EOS 1100D; ISO 100; 0 ev; f 3.5; 1/60 s; 21 mm Sigma 18-250mm f/3.5-6.3 DC OS HSM.

 

Título :: Title :: Titre ::: Fecha (Date): Insistiendo :: Insisting :: Insistant ::: 2015/04/19 20:08

 

(Es). Historia: León. España. Tarde de domingo y unas pruebas con el flash. Partitura de "Yesterday" y Fray con la mirada fija en el final de la canción… ¿En el final de la canción?. Con la estructura de mano de un cánido como Fray, se alcanza de Do natural a Mi, como mucho Fa, en un piano. El pulgar les queda muy arriba, así que sólo cuatro dedos separados un centímetro, a lo sumo. Ni soñar con las teclas negras. La separación de brazos les impide abarcar poco más de dos octavas.

 

Toma: Paciencia y un trozo de salchicha. Primero partir la salchicha en trozos e ir dándole alguno para que vaya tomando confianza. Enseñarle a subirse despacio al teclado y directo al lugar en que está el trozo de salchicha. Ese trozo ha de estar en un lugar que no se vea en la foto. Está justo al lado del borde alejado del cuaderno, donde apunta la nariz de Fray. Aunque pueda parecer que está mirando el cuaderno en la parte central, no es así, está mirando el trozo de salchicha un poco más hacia el fondo. La cámara con trípode y ya encuadrado y enfocado; pongo el trozo de salchicha, acerco el dedo al disparado y salgo de la escena colocándome entre Fray y la cámara, le digo "sube" y lo hace despacio. Cuando está justo en esa postura disparo.

 

Tratamiento: Con Aperture. Original en RAW. Formato cuadrado y monocromo. Subo la definición un poco. Recorto extremos en el histograma.

 

¡Eso es todo amigos!

 

(En). The History: León. Spain. On Sunday evening and a few tests with the flash. Partiture of "Yesterday" and Fray with the stare in the end of the song … In the end of the song?. With the hand structure of a canid as Fray, it is reached from natural Do to Mi, as many Fa, in a piano. They still have the thumb high up, so only four separated fingers a centimeter, at most. To dream of the black keys. The separation of arms prevents them from including little more than two octaves.

 

Taking up: Patience and a chunk of sausage. First to divide the sausage in chunks and to go giving him someone in order that it is taking confidence. To teach him to be raised slow to the keyboard and directly to the place in which the chunk of sausage is. This chunk has to be in a place that one does not see in the photo. It is just next to the edge removed from the notebook, where it aims at the Fray's nose. Though it could seem that it is looking at the notebook in the central part, it is not like that, is looking at the chunk of sausage a bit more towards the bottom. The chamber with tripod and already fitted and focused; I put the chunk of sausage, bring the finger over to the shot off one and go out of the scene placing between Fray and the camera, I say to him "rises" and does it slow. When it is just in this position I shoot.

 

Treatment: With Aperture. Original RAW. Square and monochrome format. I raise the definition a bit. I cut ends away in the histogram.

 

That's all folks !!

 

(Fr). Histoire: León. L'Espagne. Une après-midi dimanche et quelques preuves avec le flash. Une partiture de "Yesterday" et Fray avec le regard fixe dans la fin de la chanson … : dans la fin de la chanson ?. Avec la structure de main d'un canidé comme de Fray, il se rejoint de Do naturel à Mi, comme beaucoup de Fa, dans un piano. Le pouce leur reste donc seulement quatre doigts séparés un centimètre, tout au plus. Rêver des touches noires. La séparation de bras leur empêche de comprendre peu plus de deux octaves.

 

Prendre: Une patience et un morceau de saucisse. D'abord diviser la saucisse en morceaux et aller en lui donnant quelque chose pour qu'il prenne une confiance. L'apprendre à monter lentement au clavier et direct au lieu dans lequel le morceau de saucisse est. Ce morceau doit être dans un lieu qui n'est pas vu sur la photo. Il est juste à côté du bord éloigné du cahier, où il pointe le nez Fray. Bien qu'il puisse sembler qu'il regarde le cahier dans la partie centrale, n'est pas tel, il regarde le morceau de saucisse un peu plus vers le fond. La chambre avec trépied et déjà encadré et mis au point; je mets le morceau de saucisse, rapproche le doigt du tiré et sors de la scène en me plaçant entre Fray et la camera, lui dis qu'il "monte" et il le fait lentement. Quand il est juste dans cette posture je fais feu.

 

Traitement: Avec Aperture. Origine RAW. Un format carré et monochrome. Je monte la définition un peu. Je découpe des extrémités dans l'histogramme.

 

Voilà, c'est tout!

 

At the Musée des Arts et Métiers, Paris

 

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Pennabilli .......posto magico !!!

Sorge nell’alta valle del fiume Marecchia, in un territorio accidentato, ai piedi del versante occidentale del monte Carpegna (m.1415), disteso tra due punte rocciose (il Roccione e la Rupe). La minuscola cittadina è nata intorno al 1350 dall’unione dei due villaggi fortificati di Penna e di Billi, posti alla sommità del Roccione e della Rupe, là dove sorgono ancora oggi i ruderi del castello malatestiano di Billi, il convento delle monache Agostiniane (sec. XV) e una grande Croce. Luogo abitato fin dal tempo

delle invasioni barbariche dei Visigoti di Alarico, fu concesso in feudo nel 962 dall’imperatore Ottone I ai conti di Carpegna che si divisero poi nei tre rami di Carpegna, Montecopiolo e Pietrarubbia.

 

Pennabilli ps 5 . 10 . 2009

 

Sempre lui... mi dice :- scrivi "ingrandirla " !!!!!

 

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Guise | Aisne (02) | Nord - Pas-de-Calais - Picardie | France

Anteiglesia denominada Líbano de Arrieta, perteneciente a la merindad de Busturia, ocupaba el octavo asiento en las Juntas Generales de Gernika.

 

Dado su emplazamiento singular (en las cumbres y estribaciones del monte Sollube) pudo haber marcado su existencia como defensor de la merindad por el lado occidental. En el siglo XII los feligreses diviseros levantaron la iglesia parroquial de San Martín Obispo sobre el plano de una colina, siendo reedificada y ampliada posteriormente.

Anteiglesia denominada Líbano de Arrieta, perteneciente a la merindad de Busturia, ocupaba el octavo asiento en las Juntas Generales de Gernika.

 

Dado su emplazamiento singular (en las cumbres y estribaciones del monte Sollube) pudo haber marcado su existencia como defensor de la merindad por el lado occidental. En el siglo XII los feligreses diviseros levantaron la iglesia parroquial de San Martín Obispo sobre el plano de una colina, siendo reedificada y ampliada posteriormente.

Platone racconta il mito dell'uomo

"totale":

una razza perfetta, ermafrodita, ogni individuo autosufficente e beato di sè.

Fu per invidia che gli dei divisero le due parti di queste creature e le dispersero nel mondo. Da allora vagano come esseri imperfetti che possono raggiungere la felicità soltanto trovandosi

....e quello che tutti si chiedono è: si può davvero trovare quell'unica mezza mela in mezzo a miliardi di mezze mele?

 

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Battiato - Atlantide

E gli dei tirarono a sorte.

Si divisero il mondo:

Zeus la Terra,

Ade gli Inferi,

Poseidon il continente sommerso.

Apparve Atlantide.

Immenso, isole e montagne,

canali simili ad orbite celesti.

 

Il suo re Atlante

conosceva la dottrina della sfera

gli astri la geometria,

la cabala e l'alchimia.

 

In alto il tempio.

Sei cavalli alati,

le statue d'oro, d'avorio e oricalco.

Per generazioni la legge dimorò

nei principi divini,

i re mai ebbri delle immense ricchezze

e il carattere umano s'insinuò

e non sopportarono la felicità,

neppure le felicità,

neppure la felicità.

 

In un giorno e una notte

la distruzione avvenne.

Tornò nell'acqua.

Sparì Atlantide

  

Platone racconta...

 

Platone racconta come, nella notte dei tempi, esistesse un essere perfetto ed invincibile.

Aveva due teste, quattro braccia, quattro gambe, ed entrambi i sessi.

Era forte e di nulla aveva paura, ma gli Dei dell’Olimpo, gelosi e preoccupati della forza di questa creatura, con cattiveria, scagliarono un fulmine su di essa e la divisero a metà.

Da allora queste due parti, così malvagiamente separate, vagano per il mondo alla ricerca l’Una dell’Altra.

Raramente hanno possibilità di ritrovarsi ma quando accade l’essere perfetto si riconosce. si riunisce e ritorna invincibile. Nulla fa più paura, perché insieme!

Quante di noi, dopo aver letto il racconto di Platone, possono confermare questa leggenda? Affermare di aver incontrato “L’Altra Metà” dell’Essere Perfetto? Se qualcuna risponderà di sì, allora mi spieghi come si fa a riconoscerlo, o meglio, dove andare a cercarlo.

Non sono certamente qui a lamentarmi di non essere amata o di non amare, e anche molto, ma per parlare di una Divinità invincibile, complementare, appunto Perfetta, ne dobbiamo fare di strada ancora… in due!

E se l’avessi trovato e non me ne fossi accorta, troppo presa da mille condizionamenti esterni? Se mi fosse passato accanto mentre ero impegnata con altre persone o cose e poi mi sia stato impedito anche solo di incrociare nuovamente gli sguardi?

Ma non ne avrei dovuto riconoscerne l’energia, la vibrazione, il profumo, il colore?

Platone non dice se le due metà si incontreranno mai, se si sono realmente incontrate e riunite, se nella moltitudine delle vite si perderanno nuovamente per poi ritrovarsi e poi perdersi ancora o se, invece, finalmente, potranno rimanere ad essere completi. Per sempre

FB

 

©FUSINA Dominik

 

Moment de très grande émotion. Un place archi comble.

Au lieu de diviser, cette tragédie nous à rassembler...

  

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Nel 1660 Pierre Odiard, Console di Exilles, fece edificare a valle del Borgo una Cappella votiva per sé e per la propria famiglia. La piccola Chiesa fu dedicata a San Rocco e San Sebastiano e nei primi tempi ospitò anche le attività della confraternita dei Penitenti Bianchi, detti i “Batù”, che si raccolsero nel nuovo edificio sacro. Questo durò per poco, fino a quando alcune divergenze con Pierre Odiard li ricondussero alla Chiesa principale del comune.

Pierre Odiard fece testamento ai figli Jaques Louis e Jean Baptiste il 25 maggio del 1669 con l’obbligo di tutelare la fabbrica, conservarla in buono stato con operazioni di manutenzione a proprio carico e di celebrare ogni anno la Santa Messa il giorno della festa di Sant’Anna. In seguito però la Chiesa fu abbandonata rischiando di finire in rovina. Questo finché un discendente della famiglia, Louis Odiard fu Simon, si fece carico di alcuni interventi di consolidamento e ristrutturazione, diventandone l’unico proprietario il 30 marzo 1753 mediante un decreto ufficiale redatto nel palazzo episcopale di Pinerolo.

La Cappella votiva si susseguì di padre in figlio, di norma il primo figlio maschio, e rimase un bene della famiglia Odiard sino ai primi anni del XX secolo.

Un ulteriore documento ufficiale che è stato conservato riguardante la cappella di San Rocco e San Sebastiano risale al 1910, quando il Ministero della Pubblica Istruzione che all’epoca dirigeva le operazioni di cernita e tutela dei beni culturali, certificò al proprietario dell’epoca Carlo Odiard che tale edificio era “Monumento pregevole di arte e di storia”.

L’anno seguente, 1911, Carlo Odiard morì ed i suoi successori all’eredità divisero i suoi beni ma nessuno di essi volle occuparsi degli oneri della Chiesetta exillese. La fabbrica quindi passo al nipote, figlio della sorella Dauphine Odiard, Alessandro Reymond.

Da qui la famiglia Reymond si è occupata sino ad oggi della manutenzione dell’edificio e delle celebrazioni eucaristiche organizzate ogni 16 agosto, ricorrenza di San Rocco.

Fonte: archeocarta.org/exilles-to-cappella-san-rocco-sebastiano/

Castello di Alviano - elaborazione in HDR - scatto con Olympus Sp800

 

Alviano nei documenti medievali è noto come "Albianum", toponimo che indica possesso, fondo agricolo di una "gens" .

Nel caso specifico si tratta di un toponimo prediale che ricorda il " praedium " della " gens albia " che qui aveva un possedimento con villa campestre.

Si ritiene che il primo insediamento della villa albiana o praedium albianum debba essere ricercato sulla collina tra Lugnano in Teverina ed Alviano, dove è ancora presente il toponimo "La Villa".

Continuando il nostro rapido volo storico su Alviano , ricordiamo che, verso la fine del X secolo, i Longobardi e poi i "Comites", giunti dalla Germania al seguito dell'Imperatore Ottone III iniziarono a stanziarsi lungo la Via Tiberina, restando, successivamente, legati al Baronaggio locale, come gli Alviano, gli Orsini, i Colonna, i Caetani.

Gli Alviano ottennero il titolo di " Nobili Orvietani " e con Orvieto divisero le aterne vicende, alleanze e lotte con la città di Todi, Amelia e con tutti i Castelli della Tiberina.

Agli inizi del XIII secolo, appaiono ufficialmente tra i " Domicelli " di Orvieto.

Spoleto, con la forte espansione dei suo ducato, non lascia spazio al altri feudatari che, per salvaguardare l'autonomia dei loro feudi, preferiscono avere contatti con Orvieto e Todi, anziché con il Ducato di Spoleto.

Il 13 Novembre del 1290 , gli Alviano partecipano con tutta la nobiltà orvietana alla benedizione e alla posa della prima pietra del Duomo di Orvieto e concorrono alla realizzazione della fabbrica con copiose offerte.

Nel 1300, Offreduccio e Giannotto di Alviano, con il concorso di Ugolino, fanno atto di sottomissione ad Orvieto, per avere protezione contro Todi sui loro beni di Alviano, Guardea e Giove.

Nel 1301, il Nobile Ugolinuccio di Alviano è eletto Podestà di Orvieto.

Questo centro dell'Amerino raggiunse il massimo dello splendore ai tempi di Bartolomeo di Alviano , che tra il '400 e il '500 fu conosciuto in tutta Europa sia per le sue imprese di guerra, come capitano di ventura, sia per i rapporti con le più potenti famiglie dell'epoca.

È a Bartolomeo che si deve la ricostruzione e l'ampliamento dell' antica fortificazione costruita intorno all'anno 1000 dal Conte Offredo.

Nel 1654 la rocca venne acquistata da Donna Olimpia Maidalchini-Pamphili cognata di Innocenzo X per 265.000 scudi.

Donna Olimpia è rimasta nell'immaginario popolare per le leggende legate ai suoi costumi licenziosi.

fonte: www.castellodialviano.it/storia_castello.html

Canon EOS 450 D - Canon EF-S 55-250mm f/4-5.6 IS

 

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«Siamo al 19 luglio del 1747 quando - durante la guerra tra la Francia e il Piemonte - ci fu la battaglia così detta dell’Assietta.

20.000 francesi varcarono il confine ed entrarono in Piemonte con lo scopo di conquistare Torino, i piemontesi avuta la notizia raccolsero quanti più uomini poterono per li bloccarli, ma riuscirono a concentrarne solo 5.000 essendo molte altre truppe impegnate a Genova a fronteggiare un’insurrezione.

I piemontesi quindi costruirono uno sbarramento sul colle dell’Assietta e lì attesero i francesi. Arrivarono la mattina del 19 luglio, si divisero in tre colonne di cui una attaccò sul fianco e una di fronte. L’attacco fu molto violento, ma i piemontesi pur privi di artiglieria diedero fondo a tutte le loro risorse combattive. I francesi erano davvero tanti e armati fino ai denti, così che il comando piemontese diede l’ordine di ritirata, ma il comandante Novarina si rifiutò per ben tre volte di eseguire l’ordine, rispondendo: “Bugia nen (non mi muovo)”. I soldati, vista la determinazione del loro comandante, iniziarono anche loro a urlare “Bugia nen” e riuscirono a sconfiggere i francesi.

Il giorno dopo si contarono 5.000 morti tra i francesi contro i 77 caduti dei piemontesi, l’esercito francese perse anche molti ufficiali e non potendo ritentare l’attacco fu costretto a rientrare in patria.»

 

Incendio presidio di Borgone 24 gennaio

 

I quattro gatti di Chiamparino - Sì Tav al Lingotto 24/1/2010

 

UASHUASHUASHUASHUASHUASHUASH

Storia

 

Prossedi è stato fondato da un gruppo di abitanti dell’antica Privernum (Priverno) che vi si rifugiarono nel VII secolo d.C. Di questo fatto si ha testimonianza dal libro "La Regia & antica Piperno" di Fra Teodoro Valle da Piperno (1673) in cui si legge che, a seguito della distruzione dell'antica città che allora era ubicata in pianura, i suoi abitanti si divisero formando diversi gruppi che andarono a fondare alcuni importanti paesi di collina, quali Maenza, Sonnino, Roccagorga e, per l'appunto, Prossedi.

 

La storia del paese è stata segnata da continui passaggi di proprietà tra famiglie nobiliari.

 

1125: annoverata fra le proprietà terriere di Papa Onorio I.

1128: seguirono i Conti di Ceccano

1391: successivamente divenne di proprietà di Raimondo De Cabanis;

1425: ritorna poi alla famiglia Conti

1534: poi passa in mano ai Chigi di Siena

1544: passa a Luca De Massimi ed Anna De Massimi lo lascia in eredità a suo nipote - Cardinale Lorenzo Altieri

1726: diviene di proprietà del Marchese Livio De Carolis

1746: passa al Marchese Girolamo Belloni

1750: rientra fra le proprietà di Girolamo Altieri

1758: per ultimo, diventa di proprietà del Marchese Angelo Gabrielli

 

Pas de véhicules motorisés encore... Fin 19é début 1900.

C'est nouveau hall de Baltard qui pour la première fois centralisait toutes les ventes pour nourrir Paris qui n'en finissait pas de voir de nouvelles bouches affamées arriver pour travailler !

Et ce n'est que le début, avec son apogée dans les « trente glorieuses » coupant la France en deux, l'agriculture subventionnée et les usines…

Il n'est pas rare de voir cette CPA à 25 ou 30 € ! Dos blanc avec texte adresse.

C'est vrai qu'elle est plutôt réussie et représentative d'un monde à part sur Paris, diviser le prix par 5, pour savoir le prix de mon acquisition...

Juste un peu de patience…

  

No motorized vehicles yet... Late 19th and early 1900s.

For the first time, a new hall in Baltard centralized all sales to feed Paris, which was constantly seeing new hungry mouths arriving to work!

And this was only the beginning, with its peak in the “thirty glorious years” cutting France in two, subsidized agriculture and factories...

It's not unusual to see this CPA at €25 or €30! White back with text address.

It's true that it's rather successful and representative of a world apart in Paris, but divide the price by 5 to find out how much I'll pay for it...

Just a little patience...

  

ift.tt/2iF6tP8

Mio papà Franco – dice Graziella Dainese – ricorda che i tedeschi, nel 1943, dopo el ribalton chiesero ai giovani riuniti in piazza, a Torre di Parenzo, se volessero stare con la Landschutz o con i partigiani. La Landschutz era un corpo militare di difesa territoriale, sotto i nazisti. I giovani istriani si divisero un po’ di qua e un po’ di là della piazza. Quelli schierati con i partigiani li hanno ammazzati tutti. Mio papà si è salvato perché aveva scelto la Landschutz. Ma cosa vuoi capire a 17-18 anni? Poi i tedeschi li portarono in treno verso l’Austria. A Tarvisio con altri compagni di viaggio, papà riuscì a scappare, per tornare a piedi e con mezzi vari fino a Parenzo. Restò lì fino al 1946.

 

Certe volte l’esodo giuliano dalmata nasce dalla confusione, oltre che dalla paura della violenza dei titini. Essi agiscono per rivalsa contro gli italiani, viste le angherie sofferte sotto il fascismo e per la pulizia etnica. El ribalton è l’elemento disorientante. Tanti esuli chiamano così la caduta di Mussolini del 25 luglio 1943 ed il conseguente armistizio di Badoglio con gli alleati, comunicato l’8 settembre. Ciò causò l’invasione nazista dell’Italia, anche se già vari reparti tedeschi stazionavano nella Penisola. Un altro ribalton capita quando i riva i titini e i vol farla da paroni.

 

Il caos è totale. In Istria, dopo i primi casi di uccisioni nelle foibe del mese di settembre 1943, arrivano i tedeschi. I nomi degli ammazzati sono pubblicati su «Il Piccolo». I nazisti sono visti dagli istriani come dei “liberatori”, in quanto fanno tornare “in bosco” i partigiani comunisti. Poi i tedeschi fanno da scorta ai pompieri del maresciallo Arnaldo Harzarich di Pola, che inizia a riesumare le salme degli italiani infoibati. I titini sparavano anche ai pompieri.

 

Verso la fine del conflitto, i tedeschi in fuga, usano per retroguardia reparti di cetnici (jugoslavi monarchici) e più a nord, a Gorizia e Udine, persino gruppi di cosacchi (alleati di Hitler). La gente si muove tra spie, voltagabbana, sparizioni, furti, bombardamenti, saccheggi, militari di ogni sorta, campi di concentramento nazista e partigiani titini assetati di vendetta contro i talijanski.

 

Franco Leo Dainese nasce a San Michele al Tagliamento, in provincia di Venezia, nel 1924 e muore a Gorizia nel 1987. La sua famiglia si era trasferita a Parenzo per lavoro. Continua così la testimonianza della professoressa Graziella Dainese, residente a Portogruaro, in provincia di Venezia.

 

Finita la guerra, i partigiani titini ricevono dagli inglesi decine di migliaia di militari jugoslavi alleati dei nazisti, disarmati dai vincitori. Iniziano, allora, i repulisti di domobranci (militari sloveni e croati collaborazionisti dei nazisti). Poi ammazzano i belagardisti (miliziani sloveni anticomunisti). Poi fucilano gli ustascia (filo-fascisti croati, antiserbi). Vengono passati per le armi, con i loro familiari, e i loro corpi finiscono nelle foibe, nei pozzi minerari, nelle cave di sabbia o nei trinceroni aperti dalle squadre della Organizzazione TODT, nel penoso tentativo nazista di fermare i carri armati alleati.

 

Anche il dopoguerra non è semplice da affrontare. A Parenzo, come in altre parti dell’Istria, nasce la “Slavensko Talijanska Antifašistička Unija”. Ossia l’Unione Antifascista Italo-Slava, dove gli italiani, con sentimenti di sinistra, sono messi lì a fare da “copertina”, perché l’obiettivo di Tito è di “slavizzare” tutto. Quelli che capiscono l’andazzo se la filano alla svelta.

 

Com’è allora l’esodo da Parenzo di Franco Dainese, nel 1946?

 

Franco Leo Dainese si fa rilasciare una carta d’identità trilingue (croato / sloveno / italiano) dal Comune di Parenzo il 13 maggio 1946. Il documento è curioso, perché reca la marca da bollo verde da 10 centesimi, regolarmente timbrata in croato, però con l’effigie del re d’Italia, Vittorio Emanuele III, pur con l’annullo slavo di Rijeka, ossia Fiume, per “L. 100” – Lire italiane!

 

Poi egli è esule a Loreo, in provincia di Rovigo, dal 1946, presso alcune sue zie. Il suo itinerario dell’esodo prevede un passaggio per Udine. Il 28 ottobre 1946, infatti, è accolto all’asilo notturno di Udine, in Vicolo Porta Nuova. Si ferma per cinque notti, secondo la tessera rilasciatagli del Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara, sezione di Udine.

 

Per il cibo può godere di un buono pasto “per 4 giorni” del 28 ottobre 1946, presso il Posto di Ristoro della Assistenza Post-Bellica, dipendenza ministeriale, secondo il biglietto rilasciatogli dal Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara, Sezione di Udine. Il buono pasto è scritto sul modello prestampato per la Commissione Pontificia d’Assistenza, segno che fino a poco prima si occupava dell’accoglienza la struttura ecclesiastica, piuttosto che quella statale, andata in dissolvimento.

 

Come gli oltre centomila esuli giuliano dalmati passati per Udine, anche Franco Dainese dalla stazione ferroviaria passa al Centro Raccolta Profughi (CRP). Nel 1946 il punto di accoglienza è ancora situato nella zona di Via Gorizia, come diceva la gente. In realtà è in Via Monte Sei Busi, dove oggi ci sono le roulotte dei rom. Il CRP è presso la vecchia scuola succursale delle “Dante Alighieri” di via Gorizia, nelle vicinanze di un vecchio camposanto, nella zona a nordest della città. La struttura era al comando del tenente Previato. Erano pochi spazi in stanze diroccate e riattate alla meglio, oltre a qualche tenda.

 

Dopo la breve permanenza a Udine Franco Dainese è destinato al Centro Raccolta Profughi di Lucca, dove sta per vari mesi. L’amore sgorga nel Campo Profughi toscano. Evira Casarsa e Franco Dainese, che già si conoscevano dalla adolescenza a Parenzo, si sposano il 12 settembre 1949, nella parrocchia di San Frediano a Lucca.

 

La professoressa Graziella Dainese mi mostra molti documenti, con i quali ha potuto ricostruire pezzo dopo pezzo la storia (mai ascoltata direttamente) dell’esodo dei suoi cari. Dopo le nozze dei genitori, la nuova famiglia si trasferisce dai parenti di lui, a Loreo. È un posto troppo vicino, al Po. La famigliola, il 2 luglio 1951, è rallegrata dalla nascita di una bimba, appunto: Graziella Dainese. Il 14 novembre 1951 la sconvolgente alluvione del Po li coglie di sorpresa e si porta via tutte le masserizie ed il semplice arredo della famiglia di lei, partite dall’Istria e recuperate dal Magazzino 18 di Trieste, ricevute in regalo dai giovani sposi.

 

Madre e figlia alluvionate vengono accolte, dal 17 novembre 1951 al 28 febbraio 1952, come fu per altri 32 bimbi del Polesine allagato presso l’istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà di Venezia”, come risulta dal registro “Legittimi dagli anni 1945-1986” dello stesso ente.

 

A questo punto le tappe e gli spostamenti dell’esodo si accrescono in eccesso. Nel 1953 c’è il Centro Raccolta Profughi di Vicenza. Nel 1955-1956 la famiglia è a Porto Tolle e ad Adria, dove si becca la seconda alluvione: quella del Canal Bianco, derivazione dell’Adige. Nel 1957 vanno a Catanzaro, poi a Bologna, per il lavoro del babbo negli zuccherifici. Altre tappe, nel 1958 e nei decenni successivi, sono, tra le altre, Cervignano del Friuli, San Donà di Piave, Gorizia e Portogruaro.

 

 

Riferimenti alle testimonianze: Franco Leo Dainese (San Michele al Tagliamento 1924 – Gorizia 1987), notizie e documentazione della figlia Graziella Dainese (Rovigo 1951) residente a Portogruaro (VE), intervista del 4 gennaio 2017, a Udine, a cura di E. Varutti.

 

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Nel 1660 Pierre Odiard, Console di Exilles, fece edificare a valle del Borgo una Cappella votiva per sé e per la propria famiglia. La piccola Chiesa fu dedicata a San Rocco e San Sebastiano e nei primi tempi ospitò anche le attività della confraternita dei Penitenti Bianchi, detti i “Batù”, che si raccolsero nel nuovo edificio sacro. Questo durò per poco, fino a quando alcune divergenze con Pierre Odiard li ricondussero alla Chiesa principale del comune.

Pierre Odiard fece testamento ai figli Jaques Louis e Jean Baptiste il 25 maggio del 1669 con l’obbligo di tutelare la fabbrica, conservarla in buono stato con operazioni di manutenzione a proprio carico e di celebrare ogni anno la Santa Messa il giorno della festa di Sant’Anna. In seguito però la Chiesa fu abbandonata rischiando di finire in rovina. Questo finché un discendente della famiglia, Louis Odiard fu Simon, si fece carico di alcuni interventi di consolidamento e ristrutturazione, diventandone l’unico proprietario il 30 marzo 1753 mediante un decreto ufficiale redatto nel palazzo episcopale di Pinerolo.

La Cappella votiva si susseguì di padre in figlio, di norma il primo figlio maschio, e rimase un bene della famiglia Odiard sino ai primi anni del XX secolo.

Un ulteriore documento ufficiale che è stato conservato riguardante la cappella di San Rocco e San Sebastiano risale al 1910, quando il Ministero della Pubblica Istruzione che all’epoca dirigeva le operazioni di cernita e tutela dei beni culturali, certificò al proprietario dell’epoca Carlo Odiard che tale edificio era “Monumento pregevole di arte e di storia”.

L’anno seguente, 1911, Carlo Odiard morì ed i suoi successori all’eredità divisero i suoi beni ma nessuno di essi volle occuparsi degli oneri della Chiesetta exillese. La fabbrica quindi passo al nipote, figlio della sorella Dauphine Odiard, Alessandro Reymond.

Da qui la famiglia Reymond si è occupata sino ad oggi della manutenzione dell’edificio e delle celebrazioni eucaristiche organizzate ogni 16 agosto, ricorrenza di San Rocco.

Fonte: archeocarta.org/exilles-to-cappella-san-rocco-sebastiano/

See with this song

 

Il Signore disse a Mosè:"Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achirot, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Zefon; di fronte ad esso vi accamperete presso il mare. Il faraone penserà degli Israeliti: Vanno errando per il paese; il deserto li ha bloccati! Io renderò ostinato il cuore del faraone ed egli li inseguirà; io dimostrerò la mia gloria contro il faraone e tutto il suo esercito, così gli Egiziani sapranno che io sono il Signore!".

Essi fecero in tal modo. Quando fu riferito al re d'Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: "Che abbiamo fatto, lasciando partire Israele, così che più non ci serva!". Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati. Prese poi seicento carri scelti e tutti i carri di Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi. Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re di Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare: tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito si trovarono presso Pi-Achirot, davanti a Baal-Zefon. Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani muovevano il campo dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. Poi dissero a Mosè: "Forse perché non c'erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dall'Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l'Egitto che morire nel deserto?" Mosè rispose: "Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli". Il Signore disse a Mosè: "Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all'asciutto. Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri". L'angelo di Dio, che precedeva l'accampamento d'Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro. Venne così a trovarsi tra l'accampamento degli Egiziani e quello d'Israele. Ora la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte. Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d'oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando dietro di loro in mezzo al mare. Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: "Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!" Il Signore disse a Mosè: "Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri". Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l'esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull'asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l'Egitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè.

 

Es 14

 

Una preghiera e un abbraccio agli abruzzesi!

BUONA E SANTA PASQUA!

En 1888, le Conseil Municipal de Paris, avec la perspective de l’Exposition Universelle de 1889 et sous la pression de l’opinion publique, décide la création d’un réseau de distribution d’électricité.

 

L’organisation retenue consiste à diviser Paris en parties désignées sous le nom de secteurs. Les « secteurs électriques parisiens » prennent naissance, et c’est à cette époque que remontent les concessions successivement accordées par la Ville à six sociétés qui ont assuré l’exploitation de l’électricité jusqu’en 1908, date à laquelle la concession est confiée à l’Union des Secteurs (la ville exploitant de son côté un réseau dans le quartier des Halles).

_______________________________

In 1888, the City Council of Paris, with the perspective of the World Fair of 1889 and under the pressure of the public opinion, decides on the creation of a distribution network of electricity.

 

The reserved organization consists in dividing Paris into parts indicated under the name of sectors. The " Parisian electric sectors " originate, and it is in this period that go raise the concessions successively granted by the City to six companies which assured the exploitation of the electricity until 1908, date in which the concession is entrusted to the Union of 6 Sectors (the city exploiting from his part a network in the Les Halles quarter).

 

CaméraSony DSLR-A850

Exposition0,002 sec (1/500)

Ouverturef/8.0

Longueur focale24 mm

Vitesse ISO200

Détection du degré d'exposition0 EV

 

Il santuario di San Besso si trova alla testata della valle di Campiglia Soana, a 2019 metri di altitudine, ai piedi del Monte Fantono.

E` raggiungibile da Campiglia, in circa un'ora e trenta, percorrendo un primo tratto sterrato della strada reale di caccia e, proseguendo poi lungo un facile sentiero, oppure anche da Piamprato attraverso un percorso più spettacolare ma più lungo.

 

Si tratta di un luogo di culto assai antico, ai piedi di una rupe che potrebbe essere stata oggetto di culto già in epoca precristiana.

 

Nel 1647, Mons. Asinari, durante la sua visita, vede due cappelle : una più antica, tutta sotto la rupe, con il piccolo altare sopra il sasso (sulla porta legge la data 1548); l'altra più ampia e reca sul frontespizio la data 1618 e nella quale non si era ancora mai celebrato.

Nel 1660, il visitatore trova importanti lavori in corso: la cappella più recente e` stata adibita a coro della nuova costruzione, mentre l' ampliamento costituisce la navata.

I lavori risultano terminati nel 1669.

Negli anni successivi si hanno notizie di ampliamento dei locali per i pellegrini.

Importanti lavori al Santuario vengono eseguiti nel 1857 quando viene terminato nella forma attuale e,nel 1859, e` solennemente benedetto da Mons.Moreno. Altri restauri si effettuano nel 1985 con i contributi provenienti da tutto il Canavese e dalle valli Valdostane.

Gli ultimi lavori riguardano sia il Santuario , che il rifugio adiacente.

Entrambi sono stati rimessi completamente a nuovo ed, ancora una volta i devoti del Santo dell'Alpe si sono mobilitati in ogni parte d'Italia, Francia e Svizzera per contribuire secondo le proprie possibilità, al completamento dell'opera.

 

(dal sito di Piamprato Soana)

 

Fin qui la storia...Secondo la leggenda, Besso e Porciero erano due soldati cristiani della legione Tebea rifugiatisi sulle montagne sopra Champorcher per sfuggire ai persecutori dopo che la legione fu serminata per il rifiuto di adorare gli idoli pagani,nel 286 dc, nel Vallese.; ad un certo punto si divisero, e Besso attraverso' il colle della Balma, di fianco alla Rosa dei Banchi, stabilendosi sotto l'enorme masso dove visse da eremita, costruendo la prima cappella, e dove fu martirizzato buttandolo dal monte sopra il Santuario; anche le sue spoglie hanno avuto un destino molto travagliato...

La devozione dei valligiani e' ancora viva ai nostri giorni. Alla festa, il 10 Agosto, partecipano pellegrini che salgono a piedi anche da Cogne, o da Champorcher, distanti parecchie ore di marcia, una volta tutti nei costuni tipici, poi si portano a casa piccole schegge di pietra, le scintille del santo.....

 

)

Written on the back of the photogrpah is: “Hello,

 

Here I am at last, I think I owe you a postal. How do you like this? Wish you could have been with us out riding.

 

Lovingly Frances”

 

William B. Andrus and his wife Frances "Soileau" Andrus lived in Opelousas, Louisiana. William B. Andrus was born on Oct. 28, 1888 and passed away from tuberculosis on March 17, 1917. He left behind his widow and two young boys; William Andrus Jr. and Francis Hadden "Andy" Andrus. Frances was my wifes father.

 

William's father was Elisha Andrus who enlisted at age 16 into Company D, 7th Louisiana Calvary of the Confederate States of America and lived until about 1930. Williams mother was Ida "Hadden" Andrus born on Oct 27, 1850 and passed away on Sept. 8, 1917. Ida was the daughter of Dr. Hadden.

 

Frances's father owned a small cannery that later became Soileau Cannery in Opelousas, Louisiana and he helped raise the two young boys after the passing away of their father until Frances remarried. The Soileau's came down the Mississippi from Montreal Canada in the late 1700's. The two young boys spoke French, before English.

 

When my wife, Barbara, was a young girl she was taken to visit her grandmother Frances who was unable to speak anymore. Frances used hand signals to communicate to Barbara that she wanted her grand daughter to have her Vanity Mirror. Barbara still has the mirror with huge dents in its sides where her father and uncle used it to split open pecans when they were little boys. Barbara’s father wanted to have the dents removed, but to us those dents are priceless.

 

Écrit sur le dos de la photogrpah est le suivant: "Bonjour,

 

Ici, je suis enfin, je crois que je vous dois une postaux. Que pensez-vous de cela? Wish you aurait pu être avec nous à l'équitation.

 

Frances avec amour "

 

William B. Andrus et sa femme Frances "Soileau" Andrus vécu dans Opelousas, en Louisiane. William B. Andrus est né le 28 octobre 1888 et est décédé de tuberculose sur Mars 17, 1917. Il a laissé derrière lui sa veuve et deux jeunes garçons, William Andrus Jr. et Francis Hadden "Andy" Andrus. François était mon père wifes.

 

William était le père de Elisha Andrus qui fait appel à l'âge de 16 ans en société D, 7e Louisiane Calvaire des États confédérés d'Amérique et a vécu jusqu'à environ 1930. Williams mère était Ida "Hadden" Andrus né le 27 oct 1850 et est décédé le 8 Septembre, 1917. Ida était la fille de M. Hadden.

 

Le père de Frances propriétaire d'une petite conserverie qui devint plus tard dans Soileau Cannery Opelousas, en Louisiane et il a contribué à élever le deux jeunes garçons après le décès de leur père jusqu'à ce que Frances remarié. Le Soileau est descendu de la Mississippi du Canada à Montréal la fin des années 1700. Les deux jeunes garçons parle le français, l'anglais avant.

 

Lorsque mon épouse, Barbara, est une jeune fille, elle a été prise pour rendre visite à sa grand-mère Frances qui n'a pas été en mesure de parler plus. Frances utiliser des signaux manuels pour communiquer avec Barbara elle voulait que sa petite-fille d'avoir son miroir. Barbara a toujours le miroir avec d'énormes dents à ses côtés, où son père et l'oncle utilisé pour diviser les pacanes ouverte quand ils étaient petits garçons. Barbara père voulait avoir enlevé les dents, mais pour nous les dents n'ont pas de prix.

 

Realizing a Dream to dealing with developers......After a revealing trip to Bruges in 2008, Hughes Songe decided to come and draw a new project, in his architectural lifetime, here to make the dream opening up to new changes and variations of ArchiTouch...

The path guides the displacements and makes an identifiable interaction with a form of inner illumination. It is easier to use the poem "Right angle" for the strategies of urban development, Le Corbusier and Cerda have invented or reinvented?The path guides the displacements and makes an identifiable interaction with a form of inner illumination. It is easier to use the poem "Right angle" for the strategies of urban development, Le Corbusier and Cerda have invented or reinvented?

The Plan Obus (obtuse) or checkered (damned) to facilitate the division of the territory and the application of rules of prospect between buildings, Perret in Le Havre followed the same systematic logic. Today we come to a profound dichotomy, which consists in making us believe that architects are thinkers. They live in a closed vase and celebrate the beauty of Le Havre! They even succeeded in classifying a failure of urban planning as a world heritage of mankind?

Yet this city located on the edge of the ocean has a square plan that lets the wind rush and the width of the streets is not for nothing! Just look at the old map of Le Havre to understand its subtlety! Trade in Le Havre comes down to shopping centers and a lot of verbal or advertising communication. We share the pride of his mayor and his patriotic attachment, but we can not intellectually defend the idea of a city designed for the brothers Perret!

Do not forget that the three brothers were accomplices of family enrichment! One was Banquier, the other king of concrete and the third architect-town planner. Fortunately, the new laws in the process of going to the assembly would have forbidden this kind of practice.

. The arrogance of the architects and the council of order set up under Philippe Pétain with the Nazis' approval was never questioned and for good reason! Finally it is more simplistic but more efficient to divide the ground with a square?

The compass requires much more intellectual dexterity? Yet cities that work well are doing well! And in circles, they resemble Paris or Strasbourg or Lille. Centrifugal cities are often classified as medieval cities, yet they are the pride of heritage and attract many tourists.

Shopping centers will soon be the dinosaurs, they will not have resisted the Internet and the need to root in the face of the globalization of cultural values. The failure of Luc Besson's film in the USA 🇺🇸 is proof! France is exporting when it carries its DNA, Hollywood imitation is not an option, nor is the imitation of New York or Shanghai. The Chinese failed in Shanghai because they forgot their fengshui,

Retail trade is developing well in these cities and especially since the establishment of pedestrian centers. The generalization of vehicles will accentuate this trend and a return to our roots of worship.

It is, however, a phenomenal tool for managing the territory. Urbanism or geomancy or fengshui should blend into a new discipline? The art of building cities that still smell the territory and avoid Hollywood cloning or Le Corbusier? This guy should be treated like Adolf Hitler, so he is responsible for the suicidal and fundamentalist suburbs of the fundamentalism that was born in his radiant cities.

Another fundamentalist of modern thought is Emile Aillaud, the divine creator of the Grande Borne (Grand Borgne) a building of one kilometer without passages !!! We must deplore the lack of self-criticism in our profession of architect and the too great tendency of journalists to intellectualize the void, the void or the plant walls and look at the fourth facades on the roofs with pollution? Vegetables with lead?

Re-read Françoise Choay Utopia and Reality. Finally in 1970 already the same questions were asked! Architects' design and façade materials are nothing but artifice, they always dress cubes and the new streets are always at right angles.

Hughes Songe

 

Claire Carriou and Olivier Ratouis reconsider the theoretical sources of sustainable urban planning from the standpoint of the history of urban-planning doctrines. They show that the references in question are no longer constrained by the classic categories (“culturalism” and “progressivism”) established by Françoise Choay on the basis of textual analyses of planning and development treaties.

  

Several conclusions can be drawn from this table:

 

Thinking about urban planning in terms of models, once decried, seems to be making a comeback among planners, especially as the importance of sustainable development becomes ever clearer? Whether they are “modelling” energy consumption, collecting “best practices” in urban planning or creating “labels” for sustainable neighbourhoods, experts in the field are calling, more or less directly, for regulatory – or even standardised – measures and instruments that can be used (and, ideally, reproduced) to build today’s cities. At this point, we should like to call into question the characteristics of the doctrines of sustainable urban planning. In this regard, any notion of a “model” cannot be considered without reference to the works of the philosopher Françoise Choay, which constitute the primary classification approach in this field, and in particular to her founding work, Urbanisme, utopies et réalités. Une anthologie (Choay 1965), which is still widely used as a textbook and remains an essential reference 50 years after it was first published. But are its constituent categories suited to describing and qualifying new schools of thought in sustainable development? And is sustainable urban planning nothing more than a model, in Choay’s sense of the term? These questions are, of course, vast in their scope. We shall aim, therefore, not to investigate each and every aspect of them, but rather to provide some initial clarifications on certain points.

 

1. A utopia without a model. The charters of sustainable urban planning are neither an updated reformulation of culturalism and progressivism, nor the re-expression of these models in hybrid forms. They differ more fundamentally still in that references to utopia – a cardinal component of the models as defined by Françoise Choay – appear in a much more ambivalent form. In both charters, the link with utopia is more multifaceted, more complex, almost contradictory, even. On the one hand, the intention is to take the city in its current state (or the city that is already there) as the starting point. In the 1994 charter, the city is perceived as a specific ecosystem whose “trade-offs” need to be carefully balanced. The role of urban planning, while the preserve of local authorities, seems to be more about circumspection than decision-making. The Aalborg + 10 charter of commitments, on the other hand, favours more “energetic” interventions on the part of local authorities, albeit combined with the idea of improving the existing city – for example, by making use of abandoned spaces – rather than envisaging a new city. [4] Nevertheless, the salient characteristics of a utopia, as defined by Choay, can be found here. For instance, the 1994 charter is presented as the founding text for a new way of developing the city that breaks with previous practices. It is written as if this were a new, undiscovered field where no relevant initiatives or references exist, placed within the typical three-part structure for demonstrating utopias: denouncing the contemporary evils of urban society, criticising the planning and development tools used up to that time, and new proposals for intervention (without rejecting the currently existing city). It is true that neither of the two charters puts forward a spatial model to be reproduced, as the idea is to improve the existing city; however, more indirectly, via benchmarks for action and technical tools, they present a “shared vision” of the city of the future, as indicated in the Aalborg + 10 commitments. The imaginary dimension – the image of the new, dreamed city that is at the heart of the utopian approach – is very much present, albeit less formalised.

 

2. From spatialist ideology to technicist and management-based ideology? More generally, the common principles set out in the charters tend to distance themselves from the premises put forward by texts focused on the concept of “models”. These premises were supported by the spatialist ideology, correlated to utopia, to be understood as the belief that taking action that affects space reforms both individuals and social conditions. The Aalborg charters offer no comparable entry point. First of all, spatial aspects are not presented as the main vector for action affecting the city, as a significant number of actions are of an intangible nature and concern day-to-day practices, consumption and management choices. Above all, the meaning attached to interventions affecting the city differs. The notion of progress and, more generally, social reform, which was one intended outcome of urban-planning action in the models, is barely touched upon. What are significantly more visible, however, are the more modest aims of making urban society fairer, reducing inequalities and emphasising solidarity – but not radically transforming society. The spatialist ideology of the models was built, moreover, backed up by the belief that science and technology had the power to change the world (Friedmann 1989). In the charters, the use of technology is always very much present: multiple indicators, standards, indices and guidelines, intended to provide tools for urban management, are mentioned. However, when envisaged in this way, tools and techniques tend to go beyond their role as simple decision-making aids and begin to contain with them the meaning and purpose of action affecting the city, at the risk of losing the spirit of social reform. Accordingly, in the shadow of the official line on the sustainable city, we can see the emergence of an “ideology with scientistic and technological connotations” (Lévy 2009, p. 148), the aim of which would appear to be to limited to management and “management-based urban planning”. There comes a point where we begin to ask ourselves, in this case, whether sustainable urban planning can still form the basis for a belief in improving the human condition. Is it presented as an urbanism of disillusionment? Or as a form of urban planning that is the lesser of two evils or an apophatic urbanism (Chalas 1998) pleading the case for the city of the disenchantment of the world announced by Max Weber (1959)?

 

3. Between the infinity of development and the finiteness of nature. The relationship to time and temporality represents another point of divergence. As we have seen, the importance of the historic models lies in their ability to anticipate, for a given city image, the social changes that the decision-makers wish to see implemented. The responses proposed by culturalism and progressivism diverge, depending on whether the image of the ideal city is sought in the past or in the future. Nevertheless, both models share the idea of indefinite possibilities for rebuilding and improving the urban and social world. Sustainable development, as portrayed by the charters, is presented as breaking with this vision of history. Rather, it is now a question of managing and “preserving” present resources and acting “responsibly” for future generations. Sustainability, unlike the projection of a utopian order, acknowledges the impact of present actions on the future, based on the idea that each and every action may cause a proportionate amount of destruction later on. Here, there is also the implied threat that the natural world has its limits – symbolised by the finiteness of its resources, in particular fossil fuels – that replaces the view of the world as an inexhaustible store wellspring. However, the charters do not deconstruct the premise of development (whether economic, social or human), now described as sustainable, or indeed the prospect of growth, both of which are by their very essence limited (Burbage 2013). The use of the notions of “investment” and “capital” with regard to nature clearly reflects this. In this regard, the charters appear to be compromises, midway between a perception of history as an endless process and an approach that raises awareness of its limits.

 

4. Governance: expertise and participation. Lastly, this table highlights the emergence, in both Aalborg charters, of new questions concerning governance that were not taken into account by Françoise Choay’s categories. And yet a re-examination of Choay’s texts reveals that both models opened the way for new professions embodied by experts-cum-demiurges, mostly architects. In the two charters, the expert figure is less prominent, but the importance of knowledge and skills backed up by technology is a key premise. Furthermore, local authorities and citizens have a new role to play. Sustainable urban planning, according to the text of the charters, is depicted as a collective action conducted at local level, with strong emphasis placed on the participatory dimension.

 

Sustainable urban planning and local communities

 

Sustainable urban planning cannot be attached directly to either of the two “historic” models established by Françoise Choay. The differences concern both the characteristics taken into consideration in the analysis of the doctrines (the determining factors, several of which stand out in particular, such as economics and governance) and the role of models in urban planning. Although sustainable development is sometimes described as a new utopia, can the same be said for sustainable urban planning? What is at play here when a fourth dimension – space – appears alongside the usual trinity of economy, society and environment? For while sustainable urban planning, like sustainable development, establishes the principle of a break with the past, space does not play the same key role in social change as was the case in the culturalist and progressivist doctrines. In sustainable urban planning, the approaches adopted are focused on local communities and the locus is granted a tremendous freedom of action.

 

Furthermore, there are significant differences in the way sustainable urban planning addresses questions such as the status of the authors of its doctrine (in other words, theoreticians), the role and uses of written texts, and the link between theory and practice. The collective dimension dominates here, as shown by the central role played by charters, which was not the case with the great authors identified by Françoise Choay. Consequently, it appears that the categories proposed by Choay deserve to be reconsidered, at the very least in terms of their extensions and continuations, and perhaps also in terms of the capacity of these canonical statements to integrate later urban doctrines into a more general history of urban development.

Transcending culturalism and progressivism

 

Do the 1994 and 2004 Aalborg Charters look more towards the culturalist model or the progressivist model? Or do they offer something else entirely? To answer these questions, our initial approach was to see whether and in what ways texts on sustainable urban planning meet the differentiating criteria defined by Françoise Choay (utopia, technology, social structure, nature, etc.); we then considered whether these texts provide new criteria in this respect. The summary table below is the fruit of this analysis and is based on Françoise Choay’s own works and the texts of the two Aalborg Charters.

The two historic models of urban planning: culturalism and progressivism

 

We shall first of all return to the approaches adopted by Françoise Choay. In Urbanisme, utopies et réalités, which established the theoretical landscape for urban planning in France, the author develops the broad strokes of a history of theories and doctrines in urban planning, and presents a classification of these theories and doctrines. She defends the idea that the proposals for urban developments that are formulated as urban planning was emerging as a discipline, in the late 19th century, present the specificity of offering models “of spatial projections, of images of the city of the future”, in response to what was perceived at the time to be the physical and social disorder of the industrial city. These “models” were conceived in a context marked by the great importance attached to social progress, technology and the benefits of science, where the ambition to radically transform the world by acting on physical spaces was widespread. They are the result of a utopian approach, that is to say an approach “that is deployed in the imagination” (p. 15). [1] Françoise Choay makes a distinction between two kinds of “images of the city of the future”, which she calls “models”: the “progressivist” model and the “culturalist” model, to which a third can be added, the “naturalist” model, which she subsequently leaves aside. By turning to the concept of “models”, Choay seeks to “underline both the exemplary value and the reproducible nature of the proposed constructions.”

 

The two main models differ in that they “are oriented according to the two fundamental directions of time – the past and the future – in order to take on the characteristics of nostalgia or progressivism.” On the one hand, the doctrines associated with the culturalist model imagine an urban future with references that are images of the past; on the other, the references associated with the progressivist model are cut off from thr past and propose a future of images of a burgeoning modernity. Camillo Sitte, Ebenezer Howard and Raymond Unwin – all three of whom were at the origin of theories on garden cities – are presented as the key figures of culturalism. Le Corbusier and members of the CIAM (Congrès internationaux d’architecture moderne, or International Congresses of Modern Architecture), after Tony Garnier, appear to be the most representative authors of the progressivist approaches. Several determining factors differentiate the two models, in addition to the time-related aspects already mentioned: the relationship to technology, links to nature, and social structure, for example. The validity (or otherwise) of these categories during the period studied by the author is not relevant here, however. Moreover, the book can also be read as a manifesto in a context where urbanistic functionalism was being challenged. And by deconstructing the doctrines – which sometimes means developing, and even slightly embellishing, arguments against them – the book, to its credit, no longer creates certainties but rather incorporates them into a history of ideas and, as a result, re‑evaluates them. The question that we wish to consider here is whether the culturalist and progressivist models are still useful for describing what appear to be new urban “models”, and whether, ultimately, their continued relevance is challenged by sustainable development.

 

Charters: guidelines for sustainable urban planning

 

This question poses methodological problems, in particular regarding how to transpose the approach adopted by Françoise Choay to the present day in order to analyse urban-planning styles. Choay used analyses of operations-oriented and practical texts on the city and urban planning, at least for those texts covering the period in which urban planning had become an independent professional field (from the start of the 20th century). The texts in question included manifestos or practical publications presenting new ways of thinking about the city and its reform, written by those she considered “great authors” within the confines of the discipline at the time. For indeed it is these authors who enabled her to define her categories. We shall consider two of these authors in particular, namely Ebenezer Howard (1850–1928), inventor of the garden-city doctrine, and Le Corbusier (1887–1965), theoretician of the Modernist Movement. With both of these authors, three characteristics that form the basis of their exceptional auras dominate:

 

the production of an elaborate, highly coherent, renowned and well-publicised doctrine;

the existence of a large-scale – or even international-level – group and network that distributes and circulates their ideas from the outset;

the creation of urban units that meet established doctrinal protocols – even when deviations from the models are identified.

Today, however, do we not encounter difficulties in identifying comparable authors in the field of sustainable urban planning? Indeed, while sustainable planning and development is the subject of a large number of written works, none of them stands out anywhere near as clearly. Today, sustainable urban planning has no equivalent to Howard or Le Corbusier. And though some have tried (see, for example, Rogers and Gumuchdjian 1997), none has satisfied the three characteristics stated above: there is no work comparable to Garden Cities of To‑morrow (Howard 1902) or the Athens Charter [2] (Le Corbusier 1943) that sets out the new doctrine. Sustainable urban planning has no bible of its own. And yet, presentations of doctrines exist. Various authors from academic and professional circles have proposed essays on the sustainable city, described different operations (eco-neighbourhoods in particular), produced appraisals of such measures, and, in certain cases, even written guidelines for action designed as collections of best practices. [3]

 

Among this abundance of literature, however, a small number of texts can be identified as key reference works. They are not by “great authors” such as those analysed by Françoise Choay, as they are collective works. Nevertheless, they have some of the same characteristics, particularly in terms of dissemination and publicisation. These texts immediately resonated with a wide audience and were shared across a broad international network, giving rise to projects that were directly inspired by them. Today, they are references for planning practitioners. One prime example that springs to mind is the Aalborg Charter, signed in 1994, and its later revisions. These texts will therefore be at the heart of this initial analysis – bearing in mind that they represent but one approach to sustainable urban planning, albeit an important one in structural terms.

 

The Aalborg Charter was the result of a conference organised by the European Commission and associations of local and municipal authorities following the publication of the EC’s Green Paper on the Urban Environment in 1990. Since the Brundtland Report (1987), the First Assessment Report of the IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) in 1990 and the vote to adopt the Agenda 21 programme in Rio in 1992, sustainability and the environment have become subjects of public concern. The European Conference on Sustainable Cities and Towns held in Aalborg in 1994 also sought to apply to urban areas a number of theories and recommendations relating to sustainable development that until then were considered supranational concerns with stakes that were essentially environmental, economic and even social, with the result that the conference would later be referred to by some as an “urbanistic turning point” (Maréchal and Quenault 2005). The conference brought together representatives from 80 European cities and 600 participants (including civil servants, academics, well-known environmentalists and activists) with the aim of discussing and defining the founding principles of sustainable urban planning. The result of these discussions was the Charter of European Sustainable Cities and Towns Towards Sustainability, also known as the Aalborg Charter, summarised a number of principles for common action, which the signatory cities made a commitment to respect. A federative network was formed and began to develop. In 2004, a second conference – “Aalborg + 10” – took place to revise the previous charter. At the end of the conference, over 500 cities had ratified the 10 “Aalborg Commitments” (Emelianoff and Stegassy 2010).

 

www.metropolitiques.eu/Is-there-a-model-for-sustainable.html

 

Le chemin guide les déplacements et fabrique une interaction identifiable à une forme d'illumination intérieure. Il est plus facile d'utiliser le poème de "L'angle droit " pour les stratégies du développement urbain, Le Corbusier et Cerda ont inventé ou réinventé?

Le Plan Obus ( obtus) ou en damier ( damné) pour faciliter la division du territoire et l'application des règles de prospect entre les bâtiments, Perret au Havre a suivi la même logique systématique. Nous arrivons aujourd'hui à une dichotomie profonde, elle consiste à nous faire croire que les architectes sont des penseurs ? Ils vivent en vase clos et célèbrent la beauté du Havre! Ils ont même réussi à faire classer un échec de l'urbanisme au patrimoine mondial de l'humanité ? Pourtant cette ville située au bord de l'océan possède un plan carré qui laisse le vent s'engouffrer et la largeur des rue n'y est pas pour rien ! Il suffit de regarder l'ancien plan du Havre pour comprendre sa subtilité ! Le commerce du Havre se résume à des centre commerciaux et à beaucoup de communication verbale ou publicitaire. Nous partageons la fierté de son maire et son attachement patriotique mais nous ne pouvons défendre intellectuellement l'idée d'une ville conçue pour les frères Perret?

N'oubliez pas que les trois frères ont été complices d'enrichissement familial ! Un était Banquier, l'autre roi du béton et le troisième architecte-urbaniste. Heureusement, les nouvelles lois en cours de passage à l'assemblée auraient interdites ce genre de pratique..

. L'arrogance des architectes et le conseil de l'ordre mis en place sous Philippe Pétain avec l'aval des nazis n'as jamais été mis en cause et pour cause! Finalement c'est plus simpliste mais plus efficace de diviser le sol avec une équerre ?

Le compas demande beaucoup plus de dextérité intellectuelle ? Pourtant les villes qui marchent bien tournent bien! Et en rond, elle ressemblent à Paris ou à Strasbourg ou à Lille. Les villes centrifuge sont souvent rangée au titre de villes moyenâgeuses, pourtant elles font la fierté du patrimoine et attirent de nombreux touristes.

Le commerce de détail se développe bien dans ces villes et surtout depuis la création des centres pour piétons. La généralisation des véhicules va accentuer cette tendance et un retour vers nos racines cultuelles .

  

Les centres commerciaux seront bientôt les dinosaures, ils n'auront pas résisté à l'Internet et aux besoins d'enracinement face à la globalisation des valeurs culturelles. L'échec du film de Luc Besson au USA 🇺🇸 en est la preuve! La France 🇫🇷 s'exporte quand elle transporte son ADN , l'imitation hollywoodienne n'est pas une option, pas plus que l'imitation de New York ou de Shanghai. Les chinois ont échoué à Shanghai parce qu'il ont oublié leur fengshui ?

C'est pourtant un outil phénoménal pour aménager le territoire. L'urbanisme ou la geomancie ou le fengshui devrait se fondre dans une nouvelle discipline ? L'art de bâtir des villes qui sentent encore l'odeur du territoire et éviter le clonage hollywoodien ou de Le Corbusier ? Ce gars devrait être traité comme Adolf Hitler , tellement il est responsable des banlieues suicidaire et fondamentaliste de l'intégrisme qui est né dans ses cités radieuses.

Un autre intégriste de la pensée moderne, c'est Emile Aillaud , le divin créateur de la Grande Borne ( Grand Borgne) un bâtiment de un kilomètre sans passages!!! Il faut déplorer l'absence d'autocritique dans notre métier d'architecte et la trop grande tendance des journalistes à intellectualiser le néant, le vide ou les murs végétaux et regarder les quatrièmes façades sur les toits avec la pollution ? Les légumes au plomb ?

Relire Francoise de Chouyai ! Utopie et Réalité. Finalement en 1970 déjà on se posait les mêmes questions ! Le design et les matières de façades des architectes ne sont qu'un artifice, ils habillent toujours des cubes et les rues nouvelles sont toujours à angle droit.

Bernawy

www.youtube.com/watch?v=9C314X-IVTw&feature=related

 

01.01.2013

Feliz Ano Novo!!

 

Desejo que no Ano Novo que se inicia você realmente:

Ouça as palavras que sempre desejou ouvir...

Pronuncie as frases que um dia desejou repetir...

Sinta a emoção que sempre esperou sentir...

Caminhe pelos trilhos que um dia desejou seguir...

Divida o carinho com quem sempre desejou repartir...

Abrace todos os amigos que sempre desejou reunir...

E viva a vida que sempre sonhou existir...

 

Beijos em seu coração com muito carinho e amizade!

 

Celisa

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January 01, 2013

Happy New Year!!

 

I wish that the New Year which starts you really:

Listen to the words you've always wanted to hear ...

Say the phrases that one day wished to repeat ...

Feel the emotion that always expected to feel ...

Walk the trails one day wished to follow ...

Divide the affection who always wanted to share ...

Embrace all the friends you always wanted to meet ...

And live the life youalways dreamed to exist ...

 

Kisses in your heart with very affection and friendship!

 

Celisa

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01/01/2013

Bonne Année!

 

Je souhaite la nouvelle année commence vraiment que vous:

Écoutez les mots que vous avez toujours voulu entendre ...

Prononcez les phrases qu'un jour souhaité répéter ...

Sentez-vous l'émotion que toujours attendu pour se sentir ...

Marchez dans les sentiers un jour voulu suivre ...

Diviser l'affection qui a toujours voulu partager ...

Embrasser tous les amis qui ont toujours voulu rencontrer ...

Et vivre la vie que vous avez toujours rêvé de là ...

 

Bisous dans votre coeur d'amour et d'amitié!

 

Celisa

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01/01/2013

Feliz Año Nuevo!

 

Ojalá el nuevo año que comienza en realidad:

Escucha las palabras que siempre has querido saber ...

Pronunciar las frases que un día quiso repetir ...

Siente la emoción que siempre esperaba a sentir ...

Caminar por los senderos un día quería seguir ...

Divide el cariño que siempre ha querido compartir ...

Abrazar a todos los amigos que siempre quiso cumplir ...

Y vivir la vida que siempre soñó con que ...

 

Besos en tu corazón con el amor y la amistad!

 

Celisa

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2013/01/01

Felice Anno Nuovo!

 

Vorrei che il nuovo anno che inizia davvero:

Ascoltare le parole che hai sempre voluto ascoltare ...

Pronunciare le frasi che un giorno ha voluto ripetere ...

Provare l'emozione che sempre aspettato di sentire ...

Walk the sentieri uno giorno voluto seguire ...

Dividere l'affetto che ha sempre voluto condividere ...

Abbracciare tutti gli amici che hanno sempre voluto incontrare ...

E vivere la vita che hai sempre sognato di là ...

 

Baci nel tuo cuore con amore e amicizia!

 

Celisa

Plus de connexion #diviser #skype #apero #cable #casser #boudeuse #cocktail #gateau #manger #boire #solitude #collage #lyonart

El escudo de la Divisa de la Piscina se compone de las figuras que aparecen en los tres sellos de plomo que pendían del testamento del Infante Ramiro Sánchez, que tenían ambos unas bandas y por medio arriba abajo unas flores de lis, y al otro lado un león y un árbol junto al que está puesto, de manos en el dicho árbol, y alrededor unas veneras y encima una jarra y flores, como expresa el testimonio notarial de dicho testamento expedido el 7 de Febrero de 1554, y así por el mismo, en el que así se enumeran los tres sellos de plomo, compusieron los diviseros en el siglo XVI, para fijarlo sobre la portada de la Basílica de Santa María de la Piscina, un escudo hoy desaparecido, que se componía de tres partes ; en la primera aparecía la banda del Cid (banda de gules fileteada de flores en campo de sinople), en la segunda, o centro, las armas de los Duques de Aquitania, de la casa merovingia de quienes por línea femenina descendían los reyes de Navarra (tres flores de lis de oro en campo azur), y en la tercera el león rampante en campo de plata (símbolo de la dinastía visigoda a la que pertenecían los reyes de Navarra) y un árbol de sinople (bien por el de Sobrarbe o por la encina de Iñigo Arista), y por cimera las barra de plata y las cinco azucenas de las Orden Navarra de la Asunción o de la Terraza, fundada por el rey de Navarra García Sánchez, abuelo del Infante fundador de la Divisa de la Piscina.

 

A todo esto los diviseros hicieron los siguientes aumentos: detrás y alrededor del escudo, las cadenas ganadas por el rey de Navarra Sancho el Fuerte, biznieto del Infante fundador de la Divisa, y por tanto divisero, y otros diviseros que también estuvieron en la batalla de las Navas de Tolosa, y asimismo colocaron entre los espacios de la cadena cuatro flores de lis merovingias, cuatro cruces de la Orden de San Juan de Jerusalén y cuatro meneras (en memoria de haber estado el Infante Ramiro Sánchez en la peregrinación o cruzada de Jerusalén), cuatro aspas de San Andrés por haber estado varios diviseros, entre ellos los Puelles, el día de San Andrés en la conquista de Baeza, y por último pusieron al timbre, bajo el jarrón, una corona de oro real antigua abierta en memoria de la ascendencia real de los diviseros.

jpuelleslopez.com

 

Papa Pio IX

Papa Pio IX (in latino: Pius PP. IX, nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878) terziario francescano, è stato il 255º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica e 163º ed ultimo sovrano dello Stato Pontificio (1846-1870). Il suo pontificato, di 31 anni, 7 mesi e 23 giorni, rimane il più lungo della storia della Chiesa cattolica dopo quello di san Pietro[1]. È stato proclamato beato nel 2000.

Il conclave del 1846

 

Il conclave del 1846, che seguì la morte di papa Gregorio XVI, si svolse in un periodo molto turbolento per la storia della penisola italiana. Per questo motivo molti cardinali stranieri decisero di non partecipare al conclave. Soltanto 46 dei 62 cardinali erano infatti presenti. Il cardinal Mastai-Ferretti era considerato un liberale, in specie per avere sostenuto vari cambiamenti amministrativi negli anni passati alla guida delle diocesi di Spoleto e di Imola.

 

I cardinali si separarono subito nella fazione conservatrice, che supportava il cardinale Luigi Lambruschini (segretario di Stato del precedente pontefice), e in quella progressista, che supportava due candidati: il cardinale Tommaso Pasquale Gizzi e il cinquantaquattrenne cardinale Ferretti. Al primo scrutinio i voti si divisero egualmente fra i diversi candidati, ma a quel punto i favoriti Lambruschini e Gizzi sembravano fuori gioco. Il 16 giugno, secondo giorno di conclave, Mastai-Ferretti fu eletto al soglio pontificio assumendo il nome di Pio IX: scelse questo nome in onore a papa Pio VII che aveva incoraggiato la sua vocazione al sacerdozio.

 

In ogni caso il nuovo papa era assai inesperto in questioni diplomatiche. Per questo motivo l'Impero austriaco aveva mandato a Roma l'arcivescovo di Milano, il cardinal Gaisruck, per porre il veto all'elezione di Mastai-Ferretti. Ma Gaisruck arrivò troppo tardi: Ferretti era già stato acclamato papa. Pio IX fu incoronato il 21 giugno e scelse subito il cardinale Tommaso Pasquale Gizzi, nativo di Ceccano, come Segretario di Stato. L'Europa liberale applaudì alla sua elezione.

I primi anni del pontificato

 

Il primissimo provvedimento che prese, appena un mese dopo la sua elezione (16 luglio 1846), fu la concessione dell'amnistia per i reati politici[2].

 

Nei primi anni di pontificato governò lo Stato Pontificio con una progressiva apertura alle richieste liberali della popolazione. Fu l'epoca delle grandi riforme dello Stato Pontificio: la Consulta di Stato - istituita il 19 aprile 1847 -[3], la libertà agli Ebrei, la Guardia Civica, la libertà di circolazione dei giornali, unita a una moderazione della censura preventiva[4], l'inizio delle ferrovie e la costituzione del Municipio di Roma[5]. Promosse inoltre la costituzione di una Lega doganale tra gli Stati italiani preunitari, che rappresentò il più importante tentativo politico-diplomatico dell'epoca volto a realizzare l'unità d'Italia per vie federali.

 

Il 14 marzo 1848, a seguito dei moti rivoluzionari che avevano investito fin dall'inizio dell'anno tutta l'Europa[6], Papa Pio IX concesse la costituzione (Statuto Fondamentale pel Governo Temporale degli Stati della Chiesa), seguendo l'esempio del sovrano delle Due Sicilie[7]. Lo Statuto istituiva due Camere legislative ed apriva le istituzioni (sia legislative sia esecutive) ai laici[8].

 

Alla fine dello stesso mese, in occasione delle Cinque giornate di Milano giunsero al pontefice forti pressioni per seguire l'esempio del Granduca di Toscana e del Re di Napoli, che avevano inviato proprie truppe al fronte. Pio IX permise soltanto la costituzione di un esercito di volontari, con la sola missione di proteggere i confini dello Stato con il Regno Lombardo-Veneto (Austria). Furono formati due corpi: uno, di soldati regolari, comandato dal generale Giovanni Durando (1804-1869) fratello del generale Giacomo Durando, l'altro di volontari, comandato dal generale Andrea Ferrari. Lo Stato Pontificio si trovò di fatto impegnato in una guerra contro l'Austria, potenza cattolica, per l'indipendenza italiana. Ma il 13 aprile una speciale commissione cardinalizia impose lo sganciamento del Papa dalla coalizione[senza fonte]. Il 29 aprile 1848 Pio IX, con l'Allocuzione papale al Concistoro dei cardinali mise in evidenza la particolare posizione del Papa che, come capo della Chiesa universale ed allo stesso tempo capo di uno stato italiano, non poteva mettersi in guerra contro un regno cattolico: "Fedeli agli obblighi del nostro supremo apostolato, Noi abbracciamo tutti i Paesi, tutte le genti e Nazioni in un istintivo sentimento di paterno affetto".

La fuga da Roma occupata (1848)

 

Le prime avvisaglie di un tentativo di rovesciamento politico avvennero il 15 novembre 1848 quando fu ucciso il capo del governo, Pellegrino Rossi. Nove giorni dopo, il 24 novembre 1848, lo stesso Pio IX fuggì da Roma nottetempo travestito da prete, rifugiandosi a Gaeta nel territorio del Regno delle Due Sicilie[9]. Invitato da Luigi Napoleone, a quel tempo presidente della Francia, a trasferirsi nella sua nazione, preferì rimanere in territorio italiano. Durante la permanenza nel Regno delle Due Sicilie, il Papa sperimentò per la prima volta un viaggio in treno sulla linea Napoli-Nocera (8 settembre 1849) e visitò le officine ferroviarie di Pietrarsa il 23 settembre 1849.

 

La Repubblica Romana, diretta dal triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, pur nella sua breve vita riuscì ad emanare una tra le più avanzate costituzioni del mondo[senza fonte], la quale riservava comunque ampie guarentigie al Pontefice. Pio IX si appellò alle potenze straniere affinché gli fosse restituito il potere temporale. Rispose la Francia repubblicana del Bonaparte: fu inviato un corpo di spedizione di 7.000 soldati al comando del generale Oudinot. Il 30 aprile 1849 i francesi furono sconfitti da Garibaldi nella battaglia di Porta Cavalleggeri, ma grazie ai copiosi rinforzi che nel frattempo avevano ricevuto, i francesi, nonostante la resistenza che incontrarono, riuscirono a far breccia nelle mura del Gianicolo e a conquistare Roma 30 giugno 1849 dove fecero ingresso il 3 luglio. Il Papa fece ritorno a Roma il 12 aprile 1850. Acclamato dalla folla, si diresse al Vaticano, scelto come sua nuova residenza in luogo del Quirinale.

Il ritorno a Roma

 

Gli anni che seguirono al suo ritorno a Roma furono anni in cui continuò la politica riformista già attuata nei primi due anni di pontificato: il 14 agosto 1850 con una legge unica nell'Europa dell'epoca[senza fonte] stabilì disposizioni per tutto lo Stato Pontificio per la tutela e formazione dei sordomuti, mentre il 12 settembre 1850 con un motu proprio riordinò il Consiglio di Stato (che nello Statuto compariva come organo meramente tecnico), istituì una nuova Consulta delle Finanze (dopo la Consulta di Stato creata nel 1847) ed elargì una nuova e più ampia amnistia.

 

L'8 dicembre 1854 proclamò il dogma dell'Immacolata Concezione con la bolla Ineffabilis Deus, tradotta in 400 lingue e dialetti.

 

Per quanto riguarda le opere pubbliche, il 9 dicembre 1854 consacrò la Basilica di San Paolo fuori le mura, ricostruita dopo l'incendio del 15 luglio 1823 e il 3 aprile 1856 approvò il piano delle ferrovie nello Stato Pontificio, la cui prima linea, la Roma-Frascati (20 km), venne aperta al pubblico il 14 luglio 1856, seguita dalla più importante Roma-Civitavecchia (80 km) che verrà aperta al pubblico il 16 aprile 1859.

 

Nello stesso periodo fu notevole il suo impegno contro il processo di secolarizzazione in corso nella società del suo tempo. Pio IX firmò trattati bilaterali (concordati) con numerosi stati europei: Russia[10](1847), Regno di Spagna (1851), Granducato di Baden (1853), Impero austriaco (Concordato del 1855), Regno del Portogallo (1857), Regno di Württemberg (1857).

La campagna piemontese del 1860 e l'unità d'Italia

 

Pio IX si trovò a gestire il momento storico della nascita anche in Italia di un moderno stato nazionale unitario. Entro i confini dello Stato della Chiesa le prime città a manifestare l'insofferenza al dominio papale furono in particolare quelle delle antiche Legazioni di Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna. In Romagna, Pio IX compì l'ultima visita di un Papa-Re nel 1857[11]: in tale occasione, anzi, Pio IX donò alla Cattedrale di Forlì un nuovo altare, tuttora in uso.

 

Numerose negli anni furono le insurrezioni, sempre represse anche grazie agli austriaci, sino al 1859, anno dell'annessione della Romagna al Regno di Sardegna. Stimolata dall'esempio, insorse anche Perugia che il 14 giugno 1859 instaurò un governo provvisorio. Il legato pontificio se ne tornò a Roma e lo Stato della Chiesa reagì in maniera dura, ordinando la repressione dei moti ed inviando duemila mercenari svizzeri comandati dal colonnello Schmidt. Il segretario di stato di Pio IX, il cardinale Antonelli, autorizzò al saccheggio[senza fonte] della città le truppe svizzere inviate per riportare entro i confini del dominio della Chiesa la città perugina: il 20 giugno 1859 questi entrarono in città e fecero strage dei rivoltosi, senza risparmiare donne o bambini. L'evento passò alla storia come le "stragi di Perugia". I viaggiatori stranieri presenti in città, rapinati, provvidero ad avvertire del grave accaduto la stampa internazionale, avvalorando ancor più agli occhi dei cittadini europei e statunitensi la causa dell'unità italiana[12]. In seguito alla riconquista di Perugia, papa Pio IX, in considerazione del successo, promosse il colonnello Schmidt a generale di brigata.

 

Il 18 settembre 1860, in seguito alla battaglia di Castelfidardo, le truppe piemontesi sconfissero le truppe svizzere conquistando le Marche e l'Umbria, che poi sancirono la loro annessione al Regno di Sardegna tramite un plebiscito. Il territorio posseduto dalla Chiesa fu ridotto al solo Lazio. Vittorio Emanuele II si era impegnato con l'imperatore francese a non attaccare Roma, che non fu coinvolta nella campagna del 1860.

Gli anni sessanta

 

Il 17 marzo 1861 venne proclamato a Torino il Regno d'Italia. Il giorno seguente, Pio IX espresse in un'Allocuzione ufficiale una tempestiva risposta a Vittorio Emanuele: ”Da lungo tempo si chiede al Sommo Pontefice che si riconcilii con il progresso e con la moderna civiltà. Ma come mai potrà avvenire un simile accordo, quando questa moderna civiltà è madre e propagatrice di infiniti errori e di massime opposte alla fede cattolica?” Nasceva la Questione romana.

 

Nel 1864 Pio IX fece arrestare il brigante Carmine Crocco, allorché egli, dopo essere stato sconfitto dalle truppe sabaude, era fuggito a Roma per incontrarlo, confidando erroneamente in un sostegno della Santa Sede, in virtù del suo legittimismo borbonico, in chiave antisabauda[13].

 

L'8 dicembre 1864 papa Pio IX pubblicò l'enciclica Quanta cura e il Sillabo, una raccolta di ottanta proposizioni considerate dal Papa stesso, divise in dieci rubriche. Il 2 maggio 1868 approvò la Società della Gioventù Cattolica italiana, fondata da Mario Fani e Giovanni Acquaderni il 29 giugno 1867.

 

L'11 aprile 1869 furono organizzate solenni celebrazioni in tutto il mondo cattolico per il suo giubileo sacerdotale e il 7 dicembre 1869 aprì il Concilio Vaticano I. Mentre il potere temporale era in crisi, a pochi mesi dalla breccia di Porta Pia, Pio IX si preoccupò di rinvigorire il potere spirituale. Il Concilio Vaticano I portò alla formulazione del dogma dell'infallibilità del Pontefice, chiaramente espresso nella costituzione dogmatica Pastor Aeternus[14]. Questo portò allo scisma tra la Chiesa cattolica e i vetero-cattolici. Il tedesco Joseph Hubert Reinkens si fece eleggere primo "vescovo cattolico dei vetero-cattolici". Il Concilio proseguì fino al 18 luglio 1870 quando venne sospeso.

La presa di Roma

 

Lo scontro con il neo costituito Regno d'Italia giunse all'apice quando nel 1870, alla caduta di Napoleone III, le truppe dei Savoia entrarono a Roma attraverso la breccia di Porta Pia, ponendo fine alla sovranità temporale dei "papi re". Il re Vittorio Emanuele II, dopo la battaglia di Sedan che aveva segnato la sconfitta di Napoleone III imperatore dei francesi e protettore del potere temporale papale, inviò il 7 settembre 1870 una lettera a tutte le potenze europee nella quale si esponevano i motivi della futura presa di Roma, ribadendo però le garanzie e le tutele alla persona del Sommo Pontefice. Inviò tra l'altro il conte Ponza di San Martino, che giunse a Roma il 9 settembre, a sondare gli animi: costui prima parlò con il cardinale Antonelli, Segretario di Stato e poi con Pio IX. Entrambi ribadirono la posizione di non accettazione dell'inclusione dei territori della Santa Sede nel neonato Regno d'Italia. Anzi, il Pontefice disse: "Non sono né profeta, né figlio di profeta, ma vi assicuro che voi a Roma non entrerete". A dispetto della profezia, pochi giorni dopo 50.000 uomini al comando di Raffaele Cadorna entrarono nel Lazio ed il 20 settembre 1870 occuparono la Città Eterna varcando le mura Aureliane nei pressi di Porta Pia.

 

Papa Pio IX protestò poiché la Chiesa riteneva di non avere spazi necessari per esercitare il suo ministero in piena libertà e autonomia dal Regno. Vista l'inutilità di uno scontro armato ordinò agli zuavi pontifici un'opposizione solo formale allo scopo di evitare spargimenti di sangue e di rendere comunque evidente la violenza subìta, con il proposito «di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone»[15]. Alla fine della battaglia si contarono 49 caduti tra l'esercito sabaudo e 19 tra i pontifici.

 

Il Papa si ritirò nel Vaticano rifiutando di riconoscere il nuovo Stato e dichiarandosi prigioniero politico. Questa situazione, indicata come Questione romana, perdurò fino ai Patti Lateranensi del 1929 sottoscritti in accordo col governo fascista.

 

Conseguentemente Pio IX, in data 10 settembre 1874, promulgò il famoso non expedit con il quale veniva palesemente sconsigliata la partecipazione di ecclesiastici e cattolici alla vita politica del neo stato italiano, nato da un violento atto contro lo Stato della Chiesa.

 

Il 13 maggio 1871 fu promulgata la Legge delle Guarentigie, con la quale lo Stato italiano stabiliva unilateralmente i diritti ed i doveri dell'autorità papale. Il 21 agosto 1871 Pio IX scrisse a re Vittorio Emanuele II esprimendo le ragioni per cui non poteva accettare la legge. Fino alla sua morte il Papa continuò a definirsi «prigioniero dello Stato italiano».

La morte e la traslazione della salma

 

Papa Pio IX morì a Roma il 7 febbraio 1878 dopo aver ripetuto più volte Parti o anima cristiana baciando il crocifisso e l'immagine della Madonna. Fu sepolto in Vaticano.

 

Nel proprio testamento, il pontefice aveva designato come luogo definitivo di sepoltura la basilica di San Lorenzo al Verano.[16] Nel luglio del 1881 avvenne la traslazione della salma. Fu organizzata una cerimonia pubblica, che iniziò alla mezzanotte tra il 12 e il 13 luglio, secondo l'uso dell'epoca.[17] Ad accompagnare la salma del pontefice lungo le strade si accalcarono migliaia di cittadini. Numerosi elementi anticlericali preparono manifestazioni di protesta. Nonostante fossero prevedibili scontri, non fu organizzato un visibile dispiegamento di polizia. Il governo italiano era restio ad organizzare un servizio di sicurezza adeguato perché, così si argomentava, si sarebbe trattato di fatto di un omaggio ad una figura che aveva ritardato l'Unità d'Italia. D'altro canto gli ambienti ecclesiastici non vollero utilizzare le forze di sicurezza vaticane perché sarebbe stato un implicito riconoscimento della legge delle Guarentigie che le aveva istituite.

 

La cerimonia fu interrotta da un gruppo di facinorosi che tentarono di impossessarsi del feretro. Gli anticlericali, al grido di «al fiume il papa porco» attaccarono il corteo funebre con sassi e bastoni nell'evidente intento di gettare la salma di Pio IX nel Tevere. I fedeli, tranne pochi animosi, rimasero sostanzialmente passivi.[18] Solo la pronta reazione della polizia evitò gravi incidenti; furono richiamati rinforzi provenienti dall'esercito (ai militari, infatti, era stato imposto di restare consegnati in caserma in via precauzionale). Solo dopo alcune ore il corteo funebre poté riprendere la processione sino a San Lorenzo in una situazione di relativa tranquillità.

 

L'episodio ebbe risonanza internazionale: l'Italia apparve come un paese in cui era possibile denigrare una persona anche oltraggiandone le spoglie mortali.[19] Vi furono conseguenze politiche: il prefetto di Roma venne rimosso dall'incarico e il governo Depretis dovette rispondere a numerose interrogazioni parlamentari sulla vicenda. Il ministero degli Esteri inviò una lettera circolare alle monarchie europee per spiegare l'origine degli scontri.

Vita privata

 

Pio IX, nonostante fosse il Pontefice, amava definirsi un "parroco di campagna". La sua vita privata infatti si svolgeva come quella di un semplice sacerdote. Si alzava alle sei del mattino, per un'ora rimaneva nella sua camera in preghiera su un inginocchiatoio di fronte ad un crocifisso[20]. Celebrava la Messa e poi assisteva ad un'altra di ringraziamento, durante la quale recitava le ore canoniche e le preghiere di pietà con un libretto appartenuto alla madre. Dai tempi del Collegio degli Scolopi amava pregare la "corona delle Dodici Stelle" una preghiera composta da san Giuseppe Calasanzio in cui ci si rivolge a Maria preservata dal peccato originale.

 

Dopo le preghiere si dedicava alle udienze concesse sia agli uomini importanti sia ai semplici fedeli. Ogni giovedì riceveva, inoltre, petizioni da chiunque e ogni 14 del mese riceveva tutti in pubblica udienza. Alle due terminava le udienze e si recava a pranzo. Non voleva che si consumassero più di uno scudo romano al giorno per i suoi pasti[20]. Dopo pranzo amava fare passeggiate o andare in carrozza per la città[20].

 

Tornato in Quirinale scriveva e poi recitava il Vespro. Dopo la cena riceveva il suo confessore e si ritirava nella cappella privata a pregare dinanzi al tabernacolo[20]. Ricordava spesso l'importanza di pregare Gesù Eucaristico, al quale si poteva confidare tutto.

 

Al marchese Cavalletti che intendeva offrirgli una sedia pontificale dorata e gli proponeva il titolo di papa Pio Magno, il Papa l'8 agosto 1871 rispose di impiegare il denaro per la cattedra per il riscatto dei seminaristi dal servizio militare e declinò con umiltà il titolo onorifico, perché tutti gli onori fossero riservati al Signore.

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Foto Alvaro Elisabetta ed Ombretta de Alvariis, Museo della Repubblica Romana e dei Garibaldini

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