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Nella prima età veneziana l'evoluzione dell'arte guerresca rende il castello ben presto obsoleto e vulnerabile. Il condottiero milanese Nicolo' Piccinino lo espugna con facilità nel 1437 così come gli altri castelli della zona.
Venezia decide di dismetterlo, e dopo la difficile lotta contro la Lega di Cambrai lo consegna alla famiglia Pompei, nominati feudatari di Illasi per i servigi resi. Infatti il Conte Girolamo Pompei, detto il Malanchino, si distingue con numerose operazioni quasi di guerriglia contro forze ben più numerose, capitanando squadre di contadini della zona. Azione clamorosa è la cattura del Duca di Mantova, colto indifeso presso la sua amante.
La maggior parte delle altre famiglie nobili veronesi guardò invece con simpatia alla calata dell'esercito asburgico: antica era la tradizione di legami con il mondo imperiale e germanico. Venezia non poteva allora non legare a sé le poche famiglie rimaste fedeli in quel drammatico periodo che l'aveva vista pressoché soccombente. Con la donazione ai Pompei,ha termine la funzione militare del castello, che diviene palazzo di residenza della famiglia, ma l'adattamento non soddisfa i novelli conti. Le due famiglie Pompei si trasferiscono dal XVII secolo ai piedi della collina, in due più agevoli e lussuose ville. Inizia il lento abbandono del maniero e l'incuria che proseguono fino ai giorni nostri
Illasi - Verona -Veneto -Italia
L'isola di Sidi Abderrahman in arabo: جزيرة سيدي عبد الرحمن, Jazīrat Sīdī ʿAbd al-Raḥmān in francese: îlot de Sidi Abderrahman,[1] è un isolotto roccioso che si trova a pochi metri da Casablanca. L'isola ospita il mausoleo del santo Sidi Abderrahman (Sīdī ʿAbd al-Raḥmān). L'isola è oggetto di frequenti pellegrinaggi ma è abitata da poche persone, quali veggenti, chiromanti e alcuni musicisti Jilala che offrono i loro servigi ai vari malati, posseduti etc. che visitano il santuario del santo. L'isola è al centro di numerose leggende e credenze popolari. #wikipedia
PISA... la storia... CAPUT MUNDI
foto n° 5: bassorilievo alla base della torre pendente con le navi nel porto antico di Pisa.
Piazza dei Miracoli
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Un dato su tutti,
per capire la portata di Pisa nel mondo antico.
Il peso politico e militare era diventato enorme,
a soli 2 mesi dalla Prima crociata del 1099,
la flotta Pisana giunse in Terrasanta a portare rifornimenti ai crociati.
Aveva al seguito ben 120 navi.
Durante il tragitto i crociati Pisani, a cui si accompagnava l'arcivescovo Daiberto, futuro patriarca di Gerusalemme,
colsero l'occasione per sgranchirsi un po' le membra, saccheggiando varie isole dell'impero bizantino.
Prima di tornarsene a casa, non mancarono d'intrecciare proficui rapporti con colonie commerciali presso la Siria,
il Libano e la Palestina.
Non c'era opportunità che non veniva coltivata,
sia militarmente che diplomaticamente.
I Pisani erano ovunque traendo il massimo guadagno.
Papi e re, in fila per usufruire dei nostri servigi, e perché no,
utilizzare anche le ricchezze ed il prestigio accumulato negli anni dalla piccola città Toscana.
Siamo in un punto cruciale della storia di Pisa,
provo uno strano sentimento,
sono a metà tra stupore ed incredulità
.
Credo sia impossibile, eppure è storia certa.
Perfino con il mondo Islamico sapevamo trarre ingenti benefici, contribuendo non poco a tenere a bada certi tipetti come i Saraceni.
La Tuscia ebbe consolidamenti importanti,
divenendo il contado della forte Repubblica Marinara di Pisa.
Ma che vuoi fare... l'appetito vien mangiando.
E rintuzzati con successo i Saraceni, è verso la Francia che puntarono gli occhi, e sopra tutto le navi, i dominatori Pisani del Mediterraneo.
Dalla Corsica fino a Marsiglia, fu un continuo andi rivieni.
Qui ci cascò l'asino, e per dirla con un'altro proverbio:
"mai svegliare il can che dorme". ormai lo sappiamo bene.
Come si chiama l'animale?
Si chiama: "GENOVA".
Ma questo sarà un lungo e dilaniante conflitto,
del quale parleremo più avanti.
Per adesso sono come inebriato da tanta gloria,
è possibile che sia stato così facile?
Pisa dopo il mille ha vissuto in un sogno talmente grande da sembrare irreale.
Noi così furbi, scaltri, abbindolatori...
Non me ne viene altri d'aggettivi, ma ce ne sono di sicuro.
Se continuo così perdo la cognizione della realtà.
Signori miei ecco il segreto del mondo.
L'imponderabilità del destino.
Alcune volte accade qualcosa d'impossibile...
Ed alla mia città... è accaduto.
In un baleno, storico s'intende, CAPUT MUNDI.
Ancora se possibile, solo per capire.
Promuovere una propria crociata (1113-1115) a cui parteciparono Spagnoli, Provenzali ed Italiani di molte città sparse per la penisola, credo non sia cosa di poco conto.
Ma voglio spingermi oltre, nella 3° crociata guidata dal re di Francia Filippo II e dal re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone,
per aumentarne il prestigio, i componenti venivano denominati tutti come.... udite udite... PISANI.
Credetemi non sto prendendovi in giro.
Leggete pure dove volete,
io mi limito solo a consultare un libro che ho a casa,
il tutto non senza folate di stupore sempre più evidente.
Così apprendo che il secolo XII,
fu la punta più alta della floridezza Pisana,
la cui competenza e scaltrezza fu cercata e ricompensata con privilegi inimmaginabili.
Tanti i nomi succedutisi, due su tutti:
L'imperatore Carlo V°, ma in particolare Federico I,
detto "Il Barbarossa".
Fu lui a promuovere un'editto che di fatto dette a Pisa il possesso assoluto della costa e dell'entroterra,
da Portovenere fino a Orbetello.
Un riconoscimento che proiettò Pisa nel ristretto novero delle grandi potenze.
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Il castello di Castiglione Falletto è un maniero a struttura quadrangolare con cinta muraria e giardino su due livelli sovrapposti. È appartenuto a famiglie nobiliari del Basso Piemonte ed è inserito nel sistema dei "Castelli Aperti", visitabili in alcuni periodi dell'anno e adibiti a strutture storico-museali, purtroppo non era periodo di apertura...
Il castello fu costruito da Bertoldo Falletti di Alba che aveva ricevuto il luogo in feudo, nel 1225, dai Marchesi di Saluzzo in cambio di alcuni servigi prestati. I Falletti, che ne furono proprietari fin verso la fine del secolo XVII, vollero aggiungere il proprio nome a quello del paese. Dopo i Falletti vi succedettero diverse famiglie, tra le quali i Caramelli e i Clarotto, e poi, nella seconda metà del secolo XVIII, Giuseppe Cerutti, poeta arcadico, e i Vassallo di Dogliani. Questa ultima famiglia realizzò, sempre nella metà dell'Ottocento, diversi lavori di muratura e di ristrutturazione della Fortezza, riportandola a dignità di abitazione nobiliare.
Oggi continua ad essere di proprietà privata e, nonostante le modifiche ricevute, conserva, con le sue torri laterali e il maschio centrale, la sua struttura medioevale.
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Un Uom vide una Biscia
e disse: - Un beneficio, s'io l'uccido,
farò di certo a tutto l'universo -.
E l'animal perverso
(dico la biscia, e prego non confondere
coll'uom, che è molto facile)
è preso, dentro un sacco rinserrato
e colpevole o meno, io non decido,
a morte condannato.
Per dargli tuttavia qualche ragione
l'Uomo gli sfoderò questo sermone:
- O simbol degli ingrati, è verso i tristi
stoltezza la pietà.
Or muori, e il tuo velen più non contristi
la mesta umanità -.
A questo dir in sua voce dolente
risposegli il serpente:
- Ohimè! se tu condanni quanti sono
al mondo ingrati, a chi darai perdono?
A te, fratel, tu stesso
colle parole tue muovi il processo,
ond'io ritorco in te quegli argomenti
che tu per gli altri inventi.
I giorni miei distruggere tu puoi,
perché così conviene
solo al tuo bene ed ai capricci tuoi.
L'uomo comanda e regge
"e libito fa licito in sua legge".
Ma lascia ch'io dichiari coll'estreme
parole mie, che il serpente non è,
ma ben è l'uomo degli ingrati il re -.
L'altro rimase come l'uom che teme
a questo dire, e quindi a lei rispose:
- Sono ragioni insipide e noiose
che potrei tagliar corto, e tuttavia
rinuncio al mio diritto e vo' che sia
nell'affare alcun giudice invitato -.
E il rettile: - Accettato -.
Una giovenca vien chiamata in mezzo,
ascolta, poi risponde:
- La Biscia n'ha ben donde
se si lamenta, è chiara come il sole.
Quando ho veduto il prezzo
io de' servigi miei, da cui l'uom suole
trarre ogni giorno il vitto?
Sempre per lui, tutto per lui, non mai
per me, pei figli miei qualche profitto.
Col latte e coi vitelli
egli ingrassò, si riempì la mano,
io lo mantenni sano
contro i danni del tempo alle mie pene
ei deve, se poté
vivere sempre allegramente e bene,
ed ora, ed ora, ahimè,
perché son vecchia, senza un fil di fieno
mi lascia in un cantuccio. Oh dato almeno
mi fosse di brucar quattro fogliette
nel prato! no, mi tiene
legata alle catene.
L'avrei creduto verso me più pio,
se stato fosse un anima di serpe.
Ho detto quel che penso e chiaro, addio -.
Poco contento l'Uom della sentenza,
allor disse alla Biscia:
- E credi a questa scema,
a una vecchia bisbetica che trema
nel cervello? Sentiamo un poco il bue.
- Sentiamo pure le ragioni sue, -
a lui rispose l'animal che striscia.
Sen viene il bove lento e dopo un lento
e lungo ruminar apre la bocca,
e dice che da molti anni gli tocca
d'ogni fatica il ruvido tormento,
eterna litania di tutti i mali,
sempre a tirar costretto
ciò che Cerere all'uom, agli animali
offre ne' campi suoi.
Qual era il premio riserbato ai buoi?
Botte a bizzeffe e assai poco rispetto,
finché vecchi e scannati sull'altare
andavan del lor sangue ad implorare,
a titol quasi d'onorificenza,
pei peccati dell'uomo l'indulgenza.
- O noioso, va' via, declamatore! -
ancor grida il padrone, -
e credi forse colle parolone
farti del tuo signor l'accusatore?
Non ti conosco, stupido, ma questo
albero qui presente
dica da tronco onesto
quel che pensa di me sinceramente -.
Ma l'albero chiamato a dire il vero
fu ancora più severo.
Egli era contro il caldo e contro il vento
e contro l'uragano un buon ombrello.
Egli era de' giardini l'ornamento
e nei campi non sol d'ombre cortese,
ma ancor di frutti saporito e bello.
Ebben, per sua mercede un rozzo arnese
ecco l'abbatte al suolo!
Invan all'uomo è l'albero gentile
di fior nel dolce aprile,
invano a lui di pomi empie il cestello.
Invan d'estate le sue foglie ei spiega
e nell'inverno allegra il focherello.
- De' miei difetti mi corregga pure
l'uomo, ma non adoperi la scure,
e non tronchi la vita a cui mi serba
natura, colla sua mano superba -.
Irato l'Uomo ch'altri lo confonda
volle la lite vincere per forza,
e disse: - Sciocco me, che ascolto queste
fanfaluche moleste! -.
Nella vendetta il suo corruccio smorza,
battendo il sacco contro ad una grotta,
infin che il serpe ebbe la testa rotta.
La fontaine-favole-
Nel 1569, tra mille difficoltà frapposte dalla chiesa “matrice” furono fissate e approvate le modalità di separazione tra la chiesa di Santa Maria Maggiore e quella di San Silvestro di Druogno. Ma la comunità druognese non disponeva di fondi necessari per assicurare il sostentamento del parroco. Nel 1600 il vescovo Carlo Bescapé rese possibile l’effettiva separazione, stabilendo i termini in cui la nuova parrocchia avrebbe dovuto rendere “omaggio” alla vecchia, attraverso riconoscimenti e servigi. Questi obblighi generarono non pochi dissensi, soprattutto quando i parroci di Santa Maria iniziarono a non fare più il loro dovere: la lite giunse fino alla Curia di Novara, dove fu stabilito l’obbligo puro e semplice per i curati di Santa Maria di recarsi settimanalmente e celebrare la messa a Druogno. La chiesa è a un’unica navata. Il pavimento è in pietra così come le balaustre che chiudono le cappelle. Queste ultime sono quattro. Appena fuori dal presbiterio si trovano le due piccole cappelle della Madonna delle Grazie e di S. Antonio da Padova, realizzate nel 1660. Lungo la parete nord si incontra la Cappella della Madonna del Rosario, che accoglie una tela con la Vergine, il Bambino, i Santi Domenico e Caterina e nella parte inferiore le anime del Purgatorio e due offerenti (firmato Emanuel Gosso pinxit Gaudiani). È anche conservato in essa un quadro raffigurante Sant’Antonio da Padova a Lisbona al processo del padre, accusato di omicidio, mentre fa testimoniare una donna da lui resuscitata, per scagionarlo. Il dipinto, del 1685, è opera di Gottardo Maes da Anversa, città in cui si era insediata una colonia di emigranti druognesi. Lungo la parete sud si incontra la Cappella di San Giuseppe e San Carlo contenente quattro grandi tele, una delle quali, San Carlo che comunica gli appestati, è liberamente tratta da un’opera di Tanzio da Varallo, conservata nella Collegiata di Domodossola. Altre due tele con l’Ultima Cena e lo Sposalizio della Vergine sono di Giovan Antonio Minoli di Gagnone. Gli affreschi sulla volta e quelli dell’abside dell’altar maggiore sono opera di due grandi artisti vigezzini: Carlo Mellerio e Giacomo Rossetti. Il Mellerio nel Seicento ha realizzato gli affreschi entro cornici a stucco sulla volta della navata con simboli religiosi e San Silvestro, mentre il Rossetti alla fine del ‘700 ha affrescato il catino absidale con la Gloria di San Silvestro Papa, il presbiterio con la Natività e l’Adorazione dei Magi, mentre dietro l’altare ha raffigurato il Battesimo impartito a Costantino da S. Silvestro. San Silvestro non è molto conosciuto in zona, tanto che quella di Druogno risulta essere l’unica Chiesa ossolana a lui intitolata, ma poiché veniva implorato in “diabolicus incursus”, forse la sua presenza a Druogno è dovuta a una volontà di allontanare il pericolo di pestilenze e malattie. La sua biografia lo indica come il papa che fece guarire dalla lebbra l’imperatore Costantino e poi lo battezzò. Silvestro fu papa dal 314 al 335 e durante il suo pontificato si svolse il Concilio Ecumenico di Nicea, dove venne condannata l’eresia ariana. La leggenda è stata generosa con Silvestro, rendendolo protagonista di numerosi episodi miracolosi: tra questi l’episodio del drago protetto dalle Vestali (simbolo pagano) che Silvestro avrebbe scovato e rinchiuso per sempre nella sua tana. Il 31 dicembre, San Silvestro, è il giorno in cui la sua salma fu deposta nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria a Roma. Lo si riconosce per le insegne pontificie, il bue come attributo principale e il drago come attributo secondario. circuitodeisanti.it/vigezzo-05.html
Angel - Robbie Williams
Con la sua innocenza lei gli aveva rubato il cuore e constringeva un uomo forte e carismatico, un capo giusto, a fissarla per ore in quel prato di girasoli, che di giallo vestito dava colore a una terra arida di cui lui era il difensore nonchè il proprietario. Eredità del suo avo.
Era un nobile cuore quello della giovine, figlia di mezzadro "servo" del padrone, ma che con lealtà prestava servigi a quello che era figlio dell' uomo che sconfisse e soggiocò suo padre vincendo a poker quello che era stata il feudo di famiglia da secoli. Cosa strana questa, lo ammetto, ma la purezza della fanciulla dal pensiero del padre aveva colto il senso dell' onestà e il non aver rancori, ma accettare la condizione di una inferiorità scritta solo sulla carta. E il barone di questo si era invaghito non dandose spiegazione, sentiva forte l' attrazzione per lei e una mattina con il suo cavallo nero e veloce come un fulmine, compagno di lunghe corse su colline sinuose, si fermò li e la osservò a lungo.
Le labbra di lei accarezzavano un gioco di bambina, come se l' innocenza non fosse mai finita, e lo spirito del Feudatario diventava leggero come ogni fiocco che si abbandonava alla delicatezza del vento. Lui ignorava che ella sarebbe stata la sua rovina.
To be continued.
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Il Castello di Antognolla è posto alle pendici nord di Monte Tezio. Il suo nome deriva dagli Antognolla o Antognolli, una delle più antiche e nobili famiglie perugine, che abitava in Porta Santa Susanna e di cui molto si parla nelle cronache fin dal XII secolo. L'epoca di costruzione del castello non è nota; le prime notizie su questa località risalgono al 1174, anno in cui si attesta la presenza di un monastero di benedettini dedicato a San Pietro, di cui l'unica testimonianza rimasta è la cripta della chiesa dedicata a Sant'Agata. Per motivi non precisati, l'insediamento, da monastico, divenne strettamente militare; a metà del 1200 è citato come castrum e risulta essere già di proprietà della famiglia degli Antognolla. Con la bolla pontificia del 1399, Papa Bonifacio IX elevò a feudo la contea di Antognolla concedendola a Ruggero di Antognolla e ai suoi eredi per i servigi resi alla Santa Sede. Tra il 1400 e il 1500, il castello fu teatro di complotti e assedi. Nel 1480 fu preso dai Baglioni, signori di Perugia, poiché Niccolò di Antognolla si era opposto loro. Bernardino e Ieronimo di Antognolla parteciparono nel 1500 all'eccidio dei Baglioni e per questo furono l'uno decapitato e l'altro esiliato; poté tornare solo nel 1523. Gli Antognolla restarono padroni del castello fino al 1605. Il feudo passò di proprietà nel 1628, quando venne acquistato dal conte Cornelio Oddi. Alla famiglia Oddi restò fino al 1836, anno in cui il marchese Giovanni Battista Guglielmi acquistò la contea di Antognolla ed effettuò interventi e restauri finalizzati alla duplice funzione del castello, divenuto sia luogo di villeggiatura che sede di un'azienda agricola.
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Il Ponte de la fava è costruito in pietra; struttura in mattoni e pietre, balaustre in ferro a rombi. A proposito del toponimo FAVA (Calle e Rami dietro la, Campo e Ponte, Rio, Calle della) a San Lio, così scrive Giuseppe Tassini (1): Credendosi che un’immagine della Vergine, appesa alla casa della cittadinesca famiglia Amadi, nella parrocchia di San Leone, vulgo San Lio, operasse vari miracoli, si eresse l’anno 1480, a merito degli Amadi, e di altre famiglie, una cappella che si chiamò di Santa Maria della Consolazione, o della Fava, per essere situata poco lungi dal Ponte delle Fave, o della Fava. Raccontano gli scrittori ecclesiastici che così si disse tal Ponte, perché un uomo, colà domiciliato, avendo nascosto certo contrabbando di sale sotto alcuni sacchi di fava, del qual legume era negoziante, ed essendo avvisato della venuta dei birri, si gettò per soccorso ai piedi della suddetta immagine miracolosa, ed ottenne in grazia che la giustizia, ad onta del fatto ricerche, non ritrovasse in di lui casa che pura fava.
Alcuni invece vogliono che presso questo ponte vi fosse una bottega ove si vendevano quelle pastiglie che si preparano per il giorno dei Morti, e che si appellano fave. L’uso di preparare in detto giorno tali pastiglie ebbe l’origine seguente. Immaginandosi i gentili di leggere nel petalo del fiore della fava alcune lettere funebri, e credendo anche che le anime dei morti trasmigrassero nelle fave, se ne cibavano nei funebri banchetti, e le offrivano ai Mani nelle feste Lemurie, gettandosele per rito dietro le spalle. (Ovidio, Fasti, Lib. V). I nostri padri ritennero questa superstizione. Anch’essi ai 2 di novembre mangiavano fava, e gran quantità ne dispensavano i conventi ai poveri, ed ai gondolieri dei traghetti in premio del servigio, che, durante l’anno, prestavano ai religiosi, passandoli gratuitamente dall’una all’altra riva della città. Siccome poi tal cibo non riusciva molto gradito al palato dei ricchi, col progresso del tempo se ne cangiò la natura; lo si convertì cioè nelle anzidette ghiotte pastiglie, ma gli si conservò il nome primitivo.
Altri finalmente, fra cui il Codice 2929 della Raccolta Cicogna, dicono che il Ponte della Fava, e por caso le strade vicine, derivarono il nome dalla famiglia Fava. Un Giacomo Fava, q. Puccinello, da Lucca, mercante di seta, ottenne il 22 gennajo 1386 M. V. un privilegio di cittadinanza Veneziana. È noto che molte di quelle famiglie venute fra noi co l’arte della seta presero ad abitare in parrocchia di San Bartolammeo, la quale coi suoi confini giungeva appunto al Ponte della Fava.
Comunque siasi, la cappella dedicata a Santa Maria della Consolazione rimase fino al 1662 sotto l’amministrazione di vari procuratori, e poi si diede in cura ai padri di San Filippo Neri. Senonché nel principio del secolo XVIII fu atterrata, ed in sua vece si fabbricò la presente chiesa sul disegno di Antonio Gaspari, e di Francesco Fossetti, dilatandosi anche la casa dei padri.
(1) GIUSEPPE TASSINI. Curiosità Veneziane ovvero Origini delle denominazioni stradali di Venezia. (VENEZIA, Tipografia Grimaldo. 1872. Fonte: www.conoscerevenezia.it
roma
Anticamente chiamato Castrum Sancti Pauli, il paese fu fondato nel secolo XI dai monaci di San Polo e rimase in loro potere fino al secolo XIV, quando il Papa Bonifacio IX lo cedette alla famiglia Orsini come ricompensa per i servigi resi alla chiesa. La prima citazione storica risale al 1081 anno in cui il pontefice Gregorio VII ne sancì l’appartenenza all’Abbazia di San Paolo fuori le mura. Con il passaggio alla famiglia Orsini, nel 1390, cominciarono le opere di fortificazioni, e divenne luogo sicuro per i Cardinali costretti a scappare da Roma (ogni volta che si eleggeva un nuovo Papa cominciavano, infatti, guerre civili tra le famiglie nobili che aspiravano al soglio pontificio). Nel 1429 fu regolarizzato l’atto di vendita tra i Monaci e la famiglia Orsini e dopo 50 anni Napoleone Orsini concede lo statuto.
Nel 1558 il castello con tutte le sue terre fu venduto ai Cesi che fecero redigere il nuovo statuto. Alcuni anni dopo Federico Cesi lo elesse sede dell’Accademia dei Lincei da lui fondata nel 1603 e alla quale aderì anche Galileo Galilei. Dopo pochi anni San Polo fu colpito dalla peste che decimò la popolazione al punto che, finita l’epidemia nel 1656, essa era ridotta a 377 abitanti; per ripopolare il paese, allora, i Cesi chiamarono a stabilirsi a San Polo famiglie dei paesi vicini. Nel 1700 il castello e le terre furono prese in affitto dalla famiglia Trusiani poiché i proprietari succeduti ai Cesi, i Borghese, non se ne curavano. Nello stesso periodo al nome San Polo fu aggiunto ‘dei Cavalieri, forse a causa del passaggio di alcuni Cavalieri Francesi (Cavalieri di San Giovanni ?) che si erano fermati a San Polo. Il 22 novembre 1863 fu fondato il concerto bandistico di San Polo il cui primo direttore fu il maestro Giuseppe Fantoni di Cento. Nel 1871 vi furono le prime elezioni e fu eletto sindaco Valeriano Paoloni. La popolazione del borgo cresceva e le cisterne per l’acqua non furono più sufficienti. Si rese così necessaria la costruzione del primo acquedotto: "Riu vecchio in piazza della Vittoria".
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'O solachianiello era il ciabattino.
Il suo mestiere era quello di riparare le scarpe e, oltre ai "fortunati" che disponevano di un luogo fisso, girava per la città con i suoi attrezzi alla ricerca di chi avesse bisogno dei suoi servigi. Il suo lavoro era molto apprezzato soprattutto perché si recava ad effettuare le riparazioni a domicilio e perché, specie per le persone povere, non ci si poteva permettere l'acquisto di più scarpe che, quindi, andavano riparate finché si poteva. Tra le tecniche usate dai solachianielli c'era quella di applicare delle mezze lune di metallo, dette puntette alle estremità delle scarpe in modo da renderle più solide e durevoli.
Orto botanico di Cagliari:
A Cagliari il primo tentativo di realizzare un Orto Botanico risale agli anni compresi tra il 1761 e il 1763, ad opera del Prof. M.A. Plazza, chirurgo e botanico. La località prescelta era “Su Campu de su Re” (il campo del Re), tra le porte di Villanova e del Gesù, presso il Campo di Marte, nell’attuale quartiere Villanova, in un luogo che successivamente ha mantenuto a lungo la denominazione di “Sa Butanica” (la botanica). La realizzazione di questo primo progetto, per il quale venne utilizzata la mano d’opera dei forzati del bagno penale di S. Bartolomeo, fu interrotta nel 1763 a causa delle spese sino a quel momento sostenute, ritenute eccessive dal governo, ed infine abbandonata in seguito a un’ispezione che ritenne il terreno “sabbioso, incapace di ogni prodotto, assolutamente inetto allo scopo”. Solo nel 1820 venne individuato nella valle di Palabanda un nuovo terreno, sul quale successivamente fu realizzato l’attuale Orto Botanico. Nel secolo XVI il terreno di Palabanda fu donato al celebre medico Porcell da Filippo II in riconoscenza dei servigi prestati in Spagna. In seguito divenne proprietà dell’Ordine dei Gesuiti che lo adibirono probabilmente a colture orticole e a giardino. Quando l’Ordine fu allontanato dal Regno di Sardegna (1778) la proprietà venne incamerata nel Reale Patrimonio. Dieci anni dopo Stefano Barberis ottenne la concessione per impiantarvi un vivaio di gelsi comprendente anche uno stabilimento per l’allevamento dei bachi da seta che proseguì la sua attività sino al 1793 quando il Barberis, essendo di Brá (Cuneo), dovette abbandonarlo per la cacciata dei piemontesi dall’isola. Alcuni anni dopo, in seguito al fallimento del gelseto, la proprietà passò all’Avv. Salvatore Cadeddu, che vi impiantò tre ettari di vigneto e utilizzò il caseggiato allora esistente come casa rustica. Fu in questa casa, della quale attualmente non rimane traccia, che fu organizzata e scoperta la congiura di Palabanda (ottobre 1812), mirante a rovesciare il trono di Vittorio Emanuele I. L’Avv. Cadeddu, ritenuto uno dei promotori della congiura, fu catturato ed impiccato nella vicina Piazza d’Armi. La zona, divenuta malfamata, fu abbandonata e adibita a discarica pubblica. Nel 1851 l’Università trattò l’acquisto del terreno su interessamento del Prof. Meloni Baille che nel 1858 ne avviò la destinazione a Orto Botanico. Il progetto fu affidato all’Architetto Gaetano Cima nel 1853 e l’approvazione ministeriale giunse nel 1863. I lavori di sterro iniziarono nel 1864 sotto la guida del fondatore, Prof. Patrizio Gennari, coadiuvato da Giovanni Battista Canepa, già giardiniere presso l’Orto Botanico di Genova. L’inaugurazione avvenne il 15 novembre del 1866, con un discorso Prof. Patrizio Gennari, sulla Storia Naturale in Sardegna per il ventennio 1846–1866 nell’Aula Magna dell’Università. La competenza e la dovizia del fondatore, cui toccava operare tra grandi difficoltà quali la scarsa disponibilità di acqua (quella disponibile era per giunta leggermente salmastra), fu premiata dopo pochi anni dai risultati ottenuti. Già nel 1874, GENNARI pubblicò la prima “Guida dell’Orto Botanico della Regia Università di Cagliari” dove riportò i precedenti storici, le varie peripezie per la fondazione, la gestione e la dislocazione delle numerose piante presenti e provenienti da tutti i continenti. L’indirizzo che il fondatore e i primi capo-giardinieri vollero imprimere all’Orto fu quello di “orto–modello” in particolare per l’acclimatazione delle piante esotiche tropicali attraverso la realizzazione di un arboreto. Nonostante le difficoltà ai primi del ‘900 il disegno del fondatore era stato raggiunto: “Un orto modello destinato a svolgere presso noi l’industria orticola, uno stabilimento dei meglio disposti per ragione di clima a grandi esperienze di acclimatazione e un vero vivaio degli Orti Botanici del continente” (CAVARA, 1900). Sempre il Prof. Cavara nel 1900, quando era direttore dell’Orto Botanico, scriveva: “Benché sorto per ultimo, l’Orto Botanico di Cagliari, può vantare di essere diventato uno dei più importanti d’Italia”. I prosecutori dell’opera di Gennari furono i Professori Lovisato (1893–1898), Cavara (1899-1900), Belli, (1901–1908) e Nicotra (1910–1914), i quali contribuirono a far conoscere anche in campo internazionale l’Orto cagliaritano, grazie soprattutto al notevole incremento di specie provenienti da altri continenti. Dal 1915 al 1920 fu direttore il Prof. Falqui, al quale seguirono il Prof. Gola (1920-1921) e poi nuovamente Falqui (1921-1924), che fece venire da Palermo il capo giardiniere Leonardo Bonsignore, valido collaboratore anche dei successivi direttori. Dal 1924 al 1925 fu direttore il Prof. Negri al quale seguirono la Prof.ssa Mameli-Calvino (1925–1929), madre dello scrittore Italo Calvino, e il Prof. Renato Pampanini (1930–1943). In quest’ultimo periodo l’Orto Botanico di Cagliari conobbe una stagione di gloria, la parte pianeggiante dell’impianto oramai completamente realizzata poté essere finalmente aperta al pubblico, le piante erano cresciute e l’impostazione generale potè ritenersi conclusa. Durante la seconda guerra mondiale l’Orto fu sede di un battaglione di cavalleria ed ebbe a subire numerosi danni al suo patrimonio vegetale a causa dei bombardamenti che colpirono Cagliari. Fortunatamente la biblioteca e l’erbario erano stati trasferiti a Ghilarza (OR) in una chiesa sconsacrata. Nel 1945 venne a Cagliari il Prof. Martinoli che per 10 anni guidò come direttore l’Orto. In mezzo a tanto sfascio non si perse d’animo e subito dette inizio alla ricostruzione. Fu realizzata la sopraelevazione dell’Istituto, la scalinata in cemento oggi pavimentata in cotto (dal 1984), che congiunge gli edifici didattici e scientifici all’Orto Botanico, alcuni locali indispensabili per il personale e per la raccolta dei semi, una serra in muratura, oggi completamente ricostruita, che porta appunto il nome di “Serra Martinoli”. Sempre in questo periodo la biblioteca venne arricchita della miscellanea Pampanini comprendente circa 12.000 lavori botanici raccolti in 428 volumi e vennero inoltre messe le basi per una nuova riorganizzazione dell’Herbarium CAG, che si arricchì in esemplari della Flora italiana, esotica e soprattutto sarda. Durante le direzioni D’Amato (1956-1959) e Meletti (1959–1965) furono completati gli edifici e realizzati i campi sperimentali per le ricerche genetiche. L’Orto si arricchì di nuove strutture grazie a numerose iniziative. Intanto però nuovi problemi si manifestarono non solo nel nostro Orto, ma in tutti gli Orti Botanici italiani: l’Italia, culla di queste istituzioni, scopre di essere l’ultima della classe per il loro stato generale di abbandono e per carenza numerica e qualitativa di personale. Una raccolta di articoli scritti dai direttori di queste istituzioni italiane nel 1965 (BOLLI et al.) rappresenta una rassegna esaustiva del loro stato e delle problematiche che anche allora dovevano affrontare. L’intento dell’opera era quello di sensibilizzare a questo proposito le forze politiche e sociali del Paese. In seguito a numerose iniziative in tal senso, nel 1970 una legge dello Stato sancì la messa a concorso di nuovi posti da giardiniere per gli Orti Botanici. Anche quello di Cagliari ne beneficiò e si poterono assumere negli anni successivi 8 nuovi giardinieri di ruolo. Questo evento, in apparenza banale, è stato vitale nel promuovere una parziale rinascita degli Orti Botanici italiani, che rimangono, nella maggior parte dei casi, “storici”, piccoli e rinchiusi tra le mura delle città. Con il trasferimento a Pisa del Prof. Meletti l’Orto Botanico di Cagliari attraversò un periodo di disagio. Il Prof. Manlio Chiappini, chiamato per incarico ad assumere la Direzione nel 1965, si trovò ben presto in difficoltà per la mancanza di mezzi, di personale e di sistemi razionali di irrigazione. Lo stesso Prof. CHIAPPINI (1966), in occasione dell’escursione della Società Botanica Italiana, lamentava il dramma che tali carenze stavano determinando nell’Orto pur esaltando i benefici che i rapporti col Comune di Cagliari stavano procurando in cambio dell’apertura al pubblico. Con i pochi mezzi a disposizione dell’Università cercò comunque di incrementare l’attività vivaistica, quella relativa alle collezioni degli endemismi e quella degli scambi di semi con gli altri Orti finalizzati anche a continuare “l’introduzione e la sperimentazione di centinaia di piante tropicali e subtropicali basandosi sulla esperienza della resistenza alle gelate degli anni 1901, 1929-30 e 1956 che furono particolarmente dannose per molte specie” (CHIAPPINI, 1967). Ma le strutture e le buone intenzioni senza adeguati mezzi finanziari e personale insufficiente non possono che rischiare un irreversivile degrado. Fortunatamente ai primi degli anni ottanta si è avuto l’intervento del Consiglio di Amministrazione dell’Università e del Rettore Prof. Duilio Casula, che in circa tre anni, oltre che ad assicurare una dotazione annuale per l’Orto Botanico, ha assegnato contributi straordinari per l’erbario e finanziato il rifacimento di alcune strutture che nel tempo erano diventate fatiscenti. È del 1982 il rifacimento dei locali dei giardinieri, dell’officina, della casa del custode e la costruzione e messa in opera di un cancello in ferro battuto identico a quello dell’ingresso dell’Istituto, oltre al rinnovo delle attrezzature e l’acquisto di macchine da lavoro. Nel 1983 furono rifatti gli esterni dell’edificio dell’Istituto, la scalinata di collegamento con l’Orto, e avviato un piano di salvaguardia per gli esemplari presenti in unico o in pochi esemplari. È inoltre dello stesso anno, dopo circa dieci anni di silenzio, la pubblicazione dell’Index Seminum, che evidenziò con la povertà di specie presenti, il dramma che l’Orto Botanico di Cagliari soffriva per la mancanza di personale e l’assenza di capo giardinieri della levatura di Giovanni Battista Canepa, Ananio Pirotta e Leonardo Bonsignore. Infatti, anche se l’ultimo capo giardiniere, Giuseppe Saddi, diede una sua impronta all’Orto Botanico di Cagliari con la sua forte personalità e con l’autonomia che si era conquistata dopo la partenza del Prof. Meletti, è nostro pensiero che la vera figura del capo giardiniere mancò all’Orto Botanico di Cagliari con l’andata in pensione di Leonardo Bonsignore e che i grandi interventi nell’Orto vennero a mancare in tutti gli anni settanta. Per comprendere l’importanza della figura del Capo Giardiniere e del Curatore nell’assicurare la necessaria continuità delle collezioni e della loro gestione all’interno di un Orto Botanico, si può osservare come l’Orto di Cagliari ha avuto, dalla sua fondazione sino ad oggi, 20 diversi Prefetti ma solamente 4 Capo Giardinieri e 1 Curatore. Questi ultimi hanno ricoperto questo arco di tempo quasi interamente. La ripresa dell’Orto Botanico di Cagliari iniziò con la chiamata del Prof. Giancarlo Avena vincitore del concorso per la cattedra di Fitogeografia dell’Università di Cagliari (1986-1989). Il Prof. Avena iniziò il suo lavoro realizzando la carta planimetrica dell’Orto con l’aiuto di uno studio tecnico (P. Giarrizzo e A. Pirola) e di tutto il personale grazie al quale si riuscì a mappare le piante presenti. È la prima mappa dell’Orto Botanico di Palabanda dopo quella del fondatore, Patrizio Gennari, redatta 120 anni prima. Il Prof. Avena avviò anche un censimento delle strutture e della loro posizione per il quale chiamò gli architetti Leschiutta e Ronconi dell’Università di Roma La Sapienza. I due professionisti si misero subito al lavoro e individuarono le strutture importanti da realizzare, proponendo per ognuna un progetto di fattibilità accompagnato da plastici in cartone. I progetti finirono nei cassetti dell’amministrazione nel 1989 quando il Prof. Avena venne trasferito all’Università di Roma La Sapienza. L’Orto passò nelle mani dei giardinieri per giunta senza la guida di un Capo Giardiniere, essendo Saddi andato in pensione, e con un curatore che non era in grado di assolvere ai suoi compiti istituzionali. Senza guida dal 1989 al 1993 l’Orto Botanico passò un periodo di disagio aggravato anche da non adeguati finanziamenti. Tra la metà degli anni ’90 e il 2005 l’Orto ha vissuto una stagione di rinnovamento, durante la quale numerose strutture sono state aggiunte, restaurate, rifatte ex novo o rese agibili, grazie anche alla collaborazione con gli architetti Leschiutta e Roncoroni che ne hanno curato in parte la progettazione: – Orto dei semplici (1996); – Serra Martinoli (1997); – Cupola e ingresso della Grotta Gennari (1998); – Fontana Pampanini (1998); – Cava romana (1996); – Serra d’Amato (2002); – Centro Conservazione Biodiversità (2003); – Roccaglie della Biodiversità (2004); – Museo Botanico (2008).
STRUTTURA E ORGANIZZAZIONE
L’Orto Botanico di Cagliari, la cui superficie è di circa 5 ha, occupa la porzione inferiore della Valle di Palabanda, il cui fondo si allarga dalla porzione più elevata, maggiormente acclive e accidentata, che ospita le Roccaglie della Biodiversità, sino all’ingresso situato nella parte più bassa, presso il quale si trova il settore delle Gymnospermae.
Il giardino sorge su un’area archeologica compresa tra l’Anfiteatro Romano, l’Orto dei Cappuccini (nel quale vi è una cava utilizzata per la costruzione dell’Anfiteatro, in seguito utilizzata come carcere e infine come cisterna) e la cosiddetta Villa di Tigellio, un’area archeologica che presenta i resti di alcune domus romane e di un coevo edificio termale. L’Orto ospita tre cisterne a bottiglia di epoca romana in buono stato di conservazione, di cui una visitabile, alcune vasche di probabile origine romana e un pozzo quasi certamente più recente. Il giardino confina con l’Anfiteatro Romano lungo il lato di nord-est nella parte alta della valle, con il Dipartimento universitario di Economia e Commercio a nord, con il Viale S. Ignazio da Laconi lungo i lati nord e ovest e con l’Ospedale Civile lungo il lato est e sud-est.
L’area, di forma allungata approssimabile a un trapezio scaleno, ha una lunghezza di circa 300 m x 150 m di larghezza. La pianta dell’Orto ricalca prevalentemente quella originale dell’Architetto Gaetano Cima, che si conosce grazie a un disegno del primo capo giardiniere Giovanni Battista Canepa. Le tracce del progetto originale sono maggiormente evidenti nel fondo della valle, dove è iniziata la realizzazione del giardino, caratterizzato per una serie di aiuole geometriche (scuola botanica) disposte in modo simmetrico rispetto a un viale centrale rettilineo. Questo si sviluppa dall’ingresso sino alla fontana del piazzale centrale e da questo prosegue sino a una vasca occupata da un maestoso esemplare di Taxodium distichum cui fanno seguito la Fontana Pampanini e il pozzo. Dopo il piazzale centrale sul versante posto a sinistra del viale è possibile osservare il settore delle specie succulente, mentre a destra vi sono il “bosco mediterraneo” e “l’Orto dei Semplici. Dal fondovalle presso l’Orto dei Semplici si può raggiungere la parte più alta in quota del giardino, dove si trovano gli edifici della Sezione Botanica del Dipartimento di Scienze della vita e dell’Ambiente, tramite una scalinata che ha sostituito negli anni ’80 del XX secolo la doppia rampa originale.
Oltre alle principali collezioni di seguito citate, nell’Orto vi sono numerosi esemplari arborei notevoli. Questi sono i più vetusti del giardino perché piantati durante la sua fase costitutiva, quando lo scopo era quello di creare uno stabilimento per l’acclimatazione di specie esotiche, soprattutto tropicali, al fine di stimolare lo sviluppo dell’attività vivaistica e con l’intento di ricreare un arboreto tropicale. In particolare, oltre al Taxodium distichum, si segnalano esemplari notevoli di Phytolacca dioica, Dracaena draco, Ficus macrophylla subsp. columnaris, Brachychiton acerifolius, Maclura pomifera, Tipuana tipu, Washingtonia robusta, Ceratonia siliqua e, soprattutto, un maestoso esemplare di Euphorbia canariensisosservabile presso il muro di confine con l’Anfiteatro.
Nell’Orto sono presenti alcune serre dedicate alle collezioni, delle quali due per le specie succulente (Serra Martinoli e Serra Syrbe) e una recente serra tropicale. Meritano di essere ricordate anche la Grotta Gennari, la Vasca a trifoglio, la Cava romana e il Centro Conservazione Biodiversità (CCB) posti sul lato sinistro dell’Orto; la Passeggiata sopraelevata, la Banca del Germoplasma della Sardegna (BG-SAR) ed il Museo Botanico (MBK) sul lato destro.
LE PRINCIPALI COLLEZIONI
Storicamente la collezione è sempre stata localizzata nei quadri posti all’ingresso dell’Orto sul lato destro, così come concepito da Gennari costituivano la parte iniziale della “Scuola Botanica”.
La collezione è stata nel tempo rinnovata ed ampliata con nuove acquisizioni, a seguire si specificano le specie più rappresentative: Araucaria heterophylla, A. bidwilli, Cycas circinalis, C. revoluta C. rumphii, Cupressus semprervirens, Dioon edule, D. spinulosum, Encephalartos altensteini, Ephedra fragilis, E. nebrodensis, Ginkgo biloba, Juniperus oxycedrus ssp. oxycedrus, Juniperus phoenicea ssp. turbinata, Metasequaoia glyptostroboides, Pinus canariensis, P. halepensis, P. pinea, Podocarpus neriifolius, P. elongatus, Sequoiadendron giganteum, Taxodium distichum, Taxus baccata, Thuja orientalis, Wollemia nobilis, Zamia furfuracea.
Arecaceae
La gran parte delle specie sono concentrate in un’area dell’Orto denominata “Palmeto” dove si è cercato di ricostruire l’habitat di un’oasi utilizzando il ricircolo dell’acqua proveniente dalla Vasca Trifoglio. Le specie di maggior interesse sono:Archontophoenix cunninghamiana, Chamaerops humilis, Howea forsteriana, Washingtonia robusta, Chamaedorea metallica, C. ernesti-augusti, C. oblongata, Phoenix canariensis, P. dactylifera, Sabal palmetto, Strelitzia alba.
Piante succulente
Viene definito “Deserto” il settore dell’Orto Botanico destinato all’esposizione delle specie succulente all’aperto. Nello stesso si possono distinguere due sottosettori, quello delle piante di origine africana e quello relativo alla flora neotropicale. Oltre a questi settori si evidenzia la presenza di due serre fredde (Serra Syrbe e Serra Martinoli) dedicate alle succulente. A seguire si specificano alcune delle specie presenti: Agave ferox, A. stricta, A. americana, Echinocactus grusonii, Echinocereus triglochidiatus, Espostoa lanata, Euphorbia. canariensis, E. candelabrum, E. caput-medusae, E. coerulescens, E. grandidens, E. pseudocactus, E. stenoclada, E. tirucalli, E. triangularis, E. xylophylloides, Ferocactus robustus, Kalanchoe beharensis, Kedrostis africana, Lithops sp. pl., Nolina longifolia, Opuntia ficus-indica, O. leptocaulis, O. maxima, O. tunicata, Yucca aloifolia, Y. elephantipes, Y. filifera.
Orto dei Semplici
E’ uno dei settori di più recente creazione (1996) dell’Orto Botanico di Cagliari. E’ stato concepito per ospitare le piante officinali (i semplici) più utilizzate nella tradizione popolare e quelle che la moderna scienza erboristica considera più efficaci. In considerazione del fatto che molte delle piante officinali sono anche aromatiche, il settore è stato sin dall’inizio concepito per essere fruibili da ipovedenti e non vedenti e attrezzato a questo scopo con pannelli esplicativi in caratteri Braille e corrimano attorno ad alcune aiuole. Il settore, il cui disegno geometrico si ispira a quello degli antichi orti dei semplici, è suddiviso in sottosettori che corrispondono alle funzioni medicinali di utilizzo più corrente dei taxa. Tra le numerose specie presenti ricordiamo: Arbutus unedo, Borago officinalis, Calendula officinalis, Cassia alexandrina, Catha edulis, Chelidonium majus, Chrysanthemum cinerariifolium, Cinnamonum camphora, Conium maculatum, Crataegus monogyna, Digitalis purpurea var. gyspergerae, Glycyrrhiza glabra, Melia azedarach, Papaver somniferum, Ricinus communis, Ruta chalepensis, Sambucus nigra, Satureja thymbra, Taxus baccata, Valeriana officinalis.
Specie mediterranee (roccaglie della biodiversità, esposizione delle geofite, bosco mediterraneo)
Esposizione delle geofite
Settore di recente allestimento (2009) posto in prossimità delle roccaglie della biodiversità. Ospita una collezione in vaso di circa 200 esemplari relativi alle principali geofite del Mediterraneo. A titolo esemplificativo vengono riportate alcune delle specie più salienti: Allium sp. pl., Androcymbium rechingeri, Arum pictum, Bellevalia brebipedicellata, Bellevalia sitiaca, Biarum arundanum, Brimeura fastigiata, Charybdis undulata, Colchicum rechingeri, Crocus minimus, Crocus sieberi, Cyclamen hederifolium, Helicodiceros muscivorus, Leucojum aestivum, Loncomelos pyrenaicus, Moraea sisyrinchium, Muscari neglectum, Narcissus papyraceus, N. supramontanus, N. tazetta, Ophrys speculum, Ornithogalum arabicum, O. gr. umbellatum, O. sessiliflorum, Pancratium maritimum, Prospero obtusifolia, Ranunculus ficaria, Scilla peruviana, Simethis mattiazzi, Triglochin laxiflorum.
Bosco mediterraneo
In questo settore si trovano alcune delle specie tipiche della vegetazione boschiva mediterranea. In particolare sono presenti specie arbustive di ambienti di macchia e specie arboree caratteristiche delle leccete. Tra le specie presenti ricordiamo: Acer monspessulanum, Ampelodesmos mauritanicus, Anagyris foetida, Asparagus acutifolis, Buxus balearica, Ceratonia siliqua, Chamaerops humilis, Fraxinus ornus, Juniperus phoenicea subsp. turbinata, Laurus nobilis, Lycium europaeum, Medicago arborea, Nerium oleander, Olea europaea, Phillyrea angustifolia, Phillyrea latifolia, Pinus halepensis, Pistacia lentiscus, Quercus calliprinos, Quercus dalechampii, Quercus ilex, Rhamnus alaternus, Ruscus aculeatus, Smilax aspera, Taxus baccata, Vitis sylvestris.
Macchia mediterranea
In questa piccola area situata all’imboccatura della cisterna romana sono presenti specie mediterranee eliofile e termofile caratteristiche della macchia mediterranea della Sardegna. Tra le speice di maggior rilievo ricordiamo: Anthyllis barba-jovis, Arbutus unedo, Asparagus acutifolius, Brassica insularis, Buxus balearica, Euphorbia pithyusa subsp. pithyusa, Genista sardoa, Juniperus oxycedrus subsp. oxycedrus, Myrtus communis subsp. communis, M. communis subsp. tarentina, Pinus halepensis, Polygonum scoparium, Rhamnus alaternus, Rosmarinus officinalis, Santolina insularis, Sarcopoterium spinosum, Satureja thymbra, Teucrium flavum subsp. glaucum, Teucrium marum, Thymbra capitata.
Roccaglie della Biodiversità
Le roccaglie sono degli allestimenti con lo scopo di ricreare in un Giardino o in un Orto Botanico le condizioni nelle quali si trovano in natura le piante che vivono in ambienti rupicoli o comunque in suoli ricchi di scheletro. Le roccaglie della biodiversità, inaugurate nella primavera del 2004, sono la più recente installazione dell’Orto Botanico di Cagliari, nella quale vengono conservate ex situ ed esposte specie endemiche, rare, e/o minacciate dei sistemi insulari del Mediterraneo occidentale ed in particolare della Sardegna. La loro organizzazione risponde, pertanto, a finalità di tipo didattico e di studio di esemplari appartenenti a specie e generi critici dal punto di vista tassonomico. Quando possibile, inoltre, vi vengono raccolti i semi delle piante che si intende conservare e/o scambiare con altre istituzioni scientifiche tramite Index Seminum. Allo scopo di rappresentare la varietà dei substrati litologici presenti in Sardegna, le roccaglie sono state realizzate utilizzando tre tipi differenti di pietra. Vi sono quindi i settori granitico, calcareo e metamorfico. L’utilizzo di questi differenti materiali non risponde solo allo scopo di inserire le piante in una cornice che ricordi l’ambiente originario, ma è anche un’esigenza pratica legata alla presenza di specie calcifughe che non tollererebbero il substrato dell’Orto Botanico, costituito da calcari miocenici. Per questo motivo il pH del terriccio dei settori granitico e metamorfico viene periodicamente tamponato mediante l’impiego di torba e chelati di ferro. Ogni settore è a sua volta suddiviso in una serie di aiuole, ognuna delle quali realizzata secondo criteri di carattere biogeografico, tassonomico o ecologico, che costituiscono un “tema”. Tali criteri mirano a mettere in evidenza rispettivamente la peculiarità nella distribuzione di taxa e a rappresentare le entità più significative di un territorio, sono pensati per consentire un confronto immediato tra taxa affini, appartenenti ad un medesimo gruppo, genere, o sui quali sono in corso studi tassonomici, o evidenziano i contingenti di taxa caratteristici di alcuni habitat della Sardegna. È possibile che la stessa specie sia presente all’interno delle roccaglie in settori differenti, questo accade perché vi sono specie che vivono su più substrati; nel posizionarle si è tenuto conto prioritariamente dell’ambiente dal quale sono state prelevate, oltre che dei criteri su esposti.
Attualmente nelle roccaglie della biodiversità sono presenti circa 150 taxa, a seguire si evidenziano le più rappresentative:Allium parciflorum, Alyssum tavolarae, Ambrosinia bassii, Anagallis monelli, Anchusa formosa, Anemone coronaria, Anemone palmata, Anthyllis barba-jovis, Arum italicum subsp. italicum, A. pictum, Asphodelus fistulosus, Asteriscus maritimus, Astragalus maritimus, A. terracianoi, A. verrucosus, Barbarea rupicola, Bellium crassifolium, B. crassifolium var. canescens, Biarum dispar, Bituminaria morisiana, Brassica insularis, Brassica insularis, Bryonia marmorata, Buxus balearica, Calystegia soldanella, Carex microcarpa, Centaurea horrida, Centranthus trinervis, Cephalaria mediterranea, Charybdis maritima, C. pancration, Cheilanthes guanchica, Cneorum tricoccon, Colchicum autunnale, Crocus minimus, Cyclamen hederifolium, C. repandum subsp. repandum, Daucus gingidium subsp. fontanesi, D. gingidium subsp. mauritanicus, Dianthus morisianus, D. mossanus, Dorycnium pentaphyllum, Echium anchusoides, Ephedra major, Erodium corsicum, Euphorbia cupanii, E. pithyusa subsp. pithyusa, E. spinosa subsp. spinosa, Ferula arrigonii, Galium glaucophyllum, Genista corsica, G. sardoa, G. valsecchiae, Globularia alypum, Helichrysum saxatile subsp. morisianum, H. saxatile subsp. saxatile, Helicodiceros muscivorus, Helleborus lividus subsp. corsicus, Hyoseris taurina, Iberis integerrima, Iris planifolia, Lactuca longidentata, Lavatera maritima, Limonium carisae, L. carisae, L. cornusianum, L. dubium, L. merxmuelleri, L. sulcitanum, L. tigulianum, L. nymphaeum, Loncomolos narbonense, Melissa officinalis subsp. altissima, Mercurialis corsica, Morisia monanthos, Narcissus serotinus, Pancratium maritimum, Petasites fragans, Phyllitis scolopendrium subsp. scolopendrium, Polygonum scoparium, Ptilostemon casabonae, Rhamnus persicifolia, Ribes sandalioticum, R. sardoum, Rouya polygama, Rumex suffocatus, Santolina insularis, Sarcopoterium spinosum, Satureja thymbra, Scilla obtusifolia subsp. obtusifolia, Scorzonera callosa, Scrophularia canina subsp. bicolor, Sesleria insularis subsp. barbaricina, Sesleria insularis subsp. insularis, Sesleria insularis subsp. morisiana, Silene succulenta subsp. corsica, Soleirolia soleirolii, Stachys glutinosa, Teline monspessulana, Teucrium capitatum subsp. capitatum, Teucrium massiliense, Teucrium polium subsp. polium, Thymelaea hirsuta, Thymus herba-barona.
ATTIVITÀ E PROGETTI
Attualmente l’Orto Botanico è una struttura autonoma e costituisce un Centro Servizi di Ateneo denominato HBK, acronimo che richiama il primo nome che fu attribuito alla struttura: Hortus Botanicus Karalitanus. HBK è costituito anche da un Museo Botanico (MBK) e da una specifica struttura per la conservazione ex situ del germoplasma, denominata Banca del Germoplasma della Sardegna (BG-SAR). La banca si occupa della raccolta e conservazione a lungo periodo delle unità tassonomiche a maggior rischio di estinzione della Sardegna e più in generale dei territori mediterranei insulari. Attualmente è riconosciuta ufficialmente dal MATTM, dalla RAS e dalla Provincia di Cagliari, partecipa alle reti europee ENSCONET e GENMEDA, oltre a quella nazionale RIBES.
Durante gli ultimi 10 anni gli sforzi ed il lavoro sviluppato dal personale di BG-SAR hanno consentito di poter arrivare a conservare oltre 3000 accessioni relative a circa 1000 unità tassonomiche. Questi dati consentono di poter confermare che attualmente viene conservato ex situ a lungo periodo circa il 90% delle specie minacciate per i territori regionali. Parallelamente sono stati attivati, di concerto con l’Amministrazione Regionale e l’Ente Foreste della Sardegna, progetti di moltiplicazione e reintroduzioni in situ per le specie maggiormente in pericolo, garantendo anche il rispetto degli obiettivi fissati dalla GSPC.
Le principali linee di ricerca del Centro Conservazione Biodiversità che vedono coinvolti il personale e le strutture della Banca sono: ecofisiologia della germinazione di piante endemiche della Sardegna; caratterizzazione morfometrica e colorimetrica del germoplasma mediante tecniche di analisi di immagine; indagini tassonomiche su gruppi critici; impatto del cambiamento climatico sulla flora mediterranea attraverso lo studio biologico-riproduttivo di specie vulnerabili; biologia riproduttiva di specie esotiche invasive; biologia riproduttiva e possibilità di utilizzo nelle opere di recupero e di risanamento ambientale di specie metallo-tolleranti autoctone; studio dell’agro-biodiversità di Vitis vinifera L. subsp. vinifera in Sardegna volto a redigere programmi di conservazione ex situ.
Attualmente la Banca partecipa a numerosi progetti di carattere regionale, nazionale ed internazionale tra i quali di seguito si riportano i più rappresentativi:
Progetto Life+ Providune (2008-2014): coinvolge 3 province (Cagliari, Caserta, Matera) e ha come obiettivo principale la protezione dei sistemi dunali costieri all’interno di 5 SIC. In particolare prevede azioni mirate di conservazione dell’habitat prioritario “Dune costiere con Juniperus spp. (2250*)” all’interno dei SIC selezionati e l’individuazione di un sistema di monitoraggio nel lungo periodo per la protezione degli habitat del geosigmataxa psammofilo e dell’erosione dei litorali.
Progetto per la Conservazione delle piante endemiche a maggior rischio d’estinzione della Sardegna (2007-20011): finanziato dall’Assessorato Tutela Ambiente – Regione Autonoma della Sardegna al Dipartimento di Scienze Botaniche dell’Università degli Studi di Cagliari per la conservazione in situ ed ex situ delle specie endemiche della Sardegna a maggior rischio di estinzione.
Progetto per lo studio, la conservazione e gestione di specie forestali endemiche della Sardegna di interesse conservazionistico e produttivo (2009-2014): siglato il 18 dicembre 2009 tra l’Ente Foreste della Sardegna, il Dipartimento di Scienze Botaniche dell’Università degli Studi di Cagliari e il Centro Nazionale di Biodiversità Forestale del Corpo Forestale dello Stato (Peri, Verona).
Progetto ECOPLANTMED (2014-2015): il progetto “Uso ecologico di piante autoctone per il ripristino ambientale e lo sviluppo sostenibile in area mediterranea” è un’iniziativa mediterranea congiunta basata sulla collaborazione tra banche del germoplasma, istituti di ricerca e centri che si occupano di gestione e conservazione della biodiversità vegetale. Il progetto mira a contribuire ad arrestare la perdita di biodiversità ed a promuovere lo sviluppo di un modello di sviluppo sostenibile nella regione mediterranea, migliorando lo stato di conservazione della flora spontanea e promuovendone l’utilizzo nei ripristini ambientali e nel settore vivaistico. ECOPLANTMED è cofinanziato dall’Unione Europea mediante il Programma ENPI CBC MED Bacino del Mediterraneo. Il progetto è stato selezionato nella seconda chiamata a presentare proposte per progetti standard, all’interno della Priorità 2 – Promozione della sostenibilità ambientale a livello di bacino, Misura 2.1 – Prevenzione e riduzione dei fattori di rischio per l’ambiente ed il miglioramento del patrimonio naturale comune.
Progetto Life+ Res Maris (2014-2018): il progetto prevede il Recupero di habitat minacciati nell’Area Marina Protetta di Capo Carbonara, Sardegna”, si pone come obiettivo la conservazione e il recupero degli ecosistemi marini e terrestri che costituiscono la spiaggia sommersa e quella emersa, in particolare gli habitat prioritari 2250* “Dune costiere con Juniperus spp.”, 2270* “Dune con foreste di Pinus pinea e/o Pinus pinaster” e 1120* “Praterie a posidonia (Posidonion oceanicae)” della Direttiva 92/43/CEE ricompresi nel SIC ITB040020 “Isola dei Cavoli, Serpentara, Punta Molentis e Campulongu”
Progetto MAVA CareMediflora (2016-2018): acronimo di Conservation Actions for Rare and Endangered Island Mediterranean Flora. Si tratta di un progetto che vede coinvolti 8 partner delle principali isole del Mediterraneo (Baleari, Corsica, Sardegna, Sicilia, Creta e Cipro) e ha come finalità quella di conservare le specie vegetali in maggior pericolo d’estinzione nei territori insulari del Mediterraneo. HBK ha il coordinamento scientifico di questo progetto che prevede sia azioni di conservazione ex situ attraverso le banche del germoplasma, sia di conservazione in situ con azioni realizzate di concerto con le amministrazioni e gli enti pubblici a livello regionale.
Oltre ai suddetti progetti riguardanti direttamente la Banca del Germoplasma, nel corso degli ultimi anni sono stati utilizzati i finanziamenti concessi dal MIUR (Legge 6/2000 per la diffusione della cultura scientifca) per creare alcuni indispensabili strumenti divulgativi inerenti l’Orto Botanico.
Progetto “VirtualOrto” (finanziamento MIUR del 18.IV.2002 sulla base della Legge n. 6/2000), nato con l’intento principale di offrire la possibilità di effettuare una visita guidata virtuale dell’Orto Botanico di Cagliari (www.ccb-sardegna.it/virtual/virtualorto.html).
Progetto “Portale Botanico della Sardegna” (finanziamento MIUR del 10.XII.2003 sulla base della Legge n. 6/2000), nato con l’intento di coordinare i siti internet di alcune istituzioni scientifiche della Sardegna che si occupano di ricerca botanica (www.portalebotanico.it).
Progetto “Alla scoperta della Biodiversità: conoscere l’Orto Botanico, rispettare la natura e conservarla” (finanziamento MIUR del 07.XII.2006 sulla base della Legge n. 6/2000): nato con l’intento di realizzare diversi strumenti utili per la visita dell’Orto Botanico di Cagliari e la conoscenza delle tematiche relative alla biodiversità della Sardegna, tra i quali, in primo luogo, una guida alla visita dell’Orto Botanico che, dopo quella scritta dal fondatore Prof. Patrizio Gennari nel 1874, non era mai stata aggiornata.
BIBLIOGRAFIA
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Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l'interiore dell'Affrica, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell'isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all'ultimo gli disse.
Natura. Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?
Islandese. Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.
Natura. Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.
Islandese. La Natura?
Natura. Non altri.
Islandese. Me ne dispiace fino all'anima; e tengo per fermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere.
Natura. Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra più che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi?
Islandese. Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano. Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla; e disperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontano dai patimenti. Con che non intendo dire che io pensassi di astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche corporali: che ben sai che differenza e dalla fatica al disagio, e dal viver quieto al vivere ozioso. E già nel primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per prova come egli e vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi del menomo in ogni cosa, ottenere che ti sia lasciato un qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia contrastato. Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro società, e riducendomi in solitudine: cosa che nell'isola mia nativa si può recare ad effetto senza difficoltà. Fatto questo, e vivendo senza quasi verun'immagine di piacere, io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno, l'intensità del freddo, e l'ardore estremo della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m'inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio. Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il sospetto degl'incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi. Tutte le quali incomodità in una vita sempre conforme a se medesima, e spogliata di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura, che d'esser quieta; riescono di non poco momento, e molto più gravi che elle non sogliono apparire quando la maggior parte dell'animo nostro è occupata dai pensieri della vita civile, e dalle avversità che provengono dagli uomini. Per tanto veduto che più che io mi ristringeva e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d'impedire che l'esser mio non desse noia né danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto che le altre cose non m'inquietassero e tribolassero; mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di quei delle piante), e certi tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non potessero prosperare né vivere senza difficoltà e miseria; da dover essere imputate, non a te, ma solo a essi medesimi, quando eglino avessero disprezzati e trapassati i termini che fossero prescritti per le tue leggi alle abitazioni umane. Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che io potessi, e di procurare la sola tranquillità della vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall'incostanza dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove. Più luoghi ho veduto, nei quali non passa un dì senza temporale: che è quanto dire che tu dai ciascun giorno un assalto e una battaglia formata a quegli abitanti, non rei verso te di nessun'ingiuria. In altri luoghi la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese. Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli altri furori dell'aria. Tal volta io mi ho sentito crollare il tetto in sul capo pel gran carico della neve, tal altra, per l'abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m'inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria. Molte bestie salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gl'insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all'uomo, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico non trova contro al timore, altro rimedio più valevole della considerazione che ogni cosa è da temere. Né le infermità mi hanno perdonato; con tutto che io fossi, come sono ancora, non dico temperante, ma continente dei piaceri del corpo. Io soglio prendere non piccola ammirazione considerando che tu ci abbi infuso tanta e sì ferma e insaziabile avidità del piacere; disgiunta dal quale la nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa imperfetta: e da altra parte abbi ordinato che l'uso di esso piacere sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita. Ma in qualunque modo, astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho potuto fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle quali alcune mi hanno posto in pericolo della morte; altre di perdere l'uso di qualche membro, o di condurre perpetuamente una vita più misera che la passata; e tutte per più giorni o mesi mi hanno oppresso il corpo e l'animo con mille stenti e mille dolori. E certo, benché ciascuno di noi sperimenti nel tempo delle infermità, mali per lui nuovi o disusati, e infelicità maggiore che egli non suole (come se la vita umana non fosse bastevolmente misera per l'ordinario); tu non hai dato all'uomo, per compensarnelo, alcuni tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione di qualche diletto straordinario per qualità e per grandezza. Ne' paesi coperti per lo più di nevi, io sono stato per accecare: come interviene ordinariamente ai Lapponi nella loro patria. Dal sole e dall'aria, cose vitali, anzi necessarie alla nostra vita, e però da non potersi fuggire, siamo ingiuriati di continuo: da questa colla umidità, colla rigidezza, e con altre disposizioni; da quello col calore, e colla stessa luce: tanto che l'uomo non può mai senza qualche maggiore o minore incomodità o danno, starsene esposto all'una o all'altro di loro. In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho consumati senza pure un'ombra di godimento: mi avveggo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c'insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volontà vera di fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci mai d'incalzarci, finché ci opprimi. E già mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de' viventi, preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui di continuo, dal quinto suo lustro in là, con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl'incomodi che ne seguono.
Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.
Islandese. Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.
Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l'una o l'altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.
Islandese. Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall'inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell'Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l'Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.
(Giacomo Leopardi)
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Nel 1569, tra mille difficoltà frapposte dalla chiesa “matrice” furono fissate e approvate le modalità di separazione tra la chiesa di Santa Maria Maggiore e quella di San Silvestro di Druogno. Ma la comunità druognese non disponeva di fondi necessari per assicurare il sostentamento del parroco. Nel 1600 il vescovo Carlo Bescapé rese possibile l’effettiva separazione, stabilendo i termini in cui la nuova parrocchia avrebbe dovuto rendere “omaggio” alla vecchia, attraverso riconoscimenti e servigi. Questi obblighi generarono non pochi dissensi, soprattutto quando i parroci di Santa Maria iniziarono a non fare più il loro dovere: la lite giunse fino alla Curia di Novara, dove fu stabilito l’obbligo puro e semplice per i curati di Santa Maria di recarsi settimanalmente e celebrare la messa a Druogno. La chiesa è a un’unica navata. Il pavimento è in pietra così come le balaustre che chiudono le cappelle. Queste ultime sono quattro. Appena fuori dal presbiterio si trovano le due piccole cappelle della Madonna delle Grazie e di S. Antonio da Padova, realizzate nel 1660. Lungo la parete nord si incontra la Cappella della Madonna del Rosario, che accoglie una tela con la Vergine, il Bambino, i Santi Domenico e Caterina e nella parte inferiore le anime del Purgatorio e due offerenti (firmato Emanuel Gosso pinxit Gaudiani). È anche conservato in essa un quadro raffigurante Sant’Antonio da Padova a Lisbona al processo del padre, accusato di omicidio, mentre fa testimoniare una donna da lui resuscitata, per scagionarlo. Il dipinto, del 1685, è opera di Gottardo Maes da Anversa, città in cui si era insediata una colonia di emigranti druognesi. Lungo la parete sud si incontra la Cappella di San Giuseppe e San Carlo contenente quattro grandi tele, una delle quali, San Carlo che comunica gli appestati, è liberamente tratta da un’opera di Tanzio da Varallo, conservata nella Collegiata di Domodossola. Altre due tele con l’Ultima Cena e lo Sposalizio della Vergine sono di Giovan Antonio Minoli di Gagnone. Gli affreschi sulla volta e quelli dell’abside dell’altar maggiore sono opera di due grandi artisti vigezzini: Carlo Mellerio e Giacomo Rossetti. Il Mellerio nel Seicento ha realizzato gli affreschi entro cornici a stucco sulla volta della navata con simboli religiosi e San Silvestro, mentre il Rossetti alla fine del ‘700 ha affrescato il catino absidale con la Gloria di San Silvestro Papa, il presbiterio con la Natività e l’Adorazione dei Magi, mentre dietro l’altare ha raffigurato il Battesimo impartito a Costantino da S. Silvestro. San Silvestro non è molto conosciuto in zona, tanto che quella di Druogno risulta essere l’unica Chiesa ossolana a lui intitolata, ma poiché veniva implorato in “diabolicus incursus”, forse la sua presenza a Druogno è dovuta a una volontà di allontanare il pericolo di pestilenze e malattie. La sua biografia lo indica come il papa che fece guarire dalla lebbra l’imperatore Costantino e poi lo battezzò. Silvestro fu papa dal 314 al 335 e durante il suo pontificato si svolse il Concilio Ecumenico di Nicea, dove venne condannata l’eresia ariana. La leggenda è stata generosa con Silvestro, rendendolo protagonista di numerosi episodi miracolosi: tra questi l’episodio del drago protetto dalle Vestali (simbolo pagano) che Silvestro avrebbe scovato e rinchiuso per sempre nella sua tana. Il 31 dicembre, San Silvestro, è il giorno in cui la sua salma fu deposta nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria a Roma. Lo si riconosce per le insegne pontificie, il bue come attributo principale e il drago come attributo secondario. circuitodeisanti.it/vigezzo-05.html
Tuttavia non tutti gli abitanti di questo mondo hanno la sventura di vivere in ambienti artificiali e urbanizzati. Una buona fetta di popolazione mondiale vive ancora a stretto contatto con la natura. Altri vi hanno fatto volontario ritorno. Altri ancora, pur vivendo immersi nella plastica e nell'asfalto si impegnano in vista di un mondo migliore e adottano stili di vita compatibili con l'ecosistema e con il benessere psicofisico individuale. E anzi, sono proprio costoro che, in prevalenza, hanno prodotto e producono una cultura “altra” che sogna e propone un pianeta diverso, pulito ed equo.
Ma davvero una riforma di questa società è possibile? Lasciandola tutto sommato così com'è? Prendendo la strada dello sviluppo sostenibile? Fermando le macchine e la dittatura di fabbriche e grandi magazzini come i “decrescenti” invocano? E questo sistema ce lo lascerebbe fare?
Non esiste ancora, a mio parere, una diffusa consapevolezza di quelle che sono le conseguenze intenzionali della cosiddetta società dell'informazione in cui ci troviamo a vivere.
Dice Thomas Hylland Eriksen (Tempo tiranno. Velocità e lentezza nell'era informatica, Elèuthera), noto studioso di antropologia sociale, che «ci sono forti indizi che fanno pensare che stiamo creando una società in cui risulta quasi impossibile pensare qualcosa di più di una frase smozzicata. I vuoti sono colmati da esili frammenti – schegge di informazioni – che invadono i corpi coerenti di conoscenza e li frantumano, apparentemente pronti a spiazzare qualsiasi cosa sia un po' vecchia, un po' grande, un po' lenta».
La città è il luogo d'elezione di questo bombardamento dell'informazione e degli stimoli. Una sorta di tirannia dell'istante che sta devastando le concezioni di passato e di futuro senza le quali l'umanità non può esistere. Senza contare, come dice Eriksen, che la creatività può derivare solo da un intervallo…
Si annaspa invece nell'elaborazione di un numero sempre maggiore di dati. Il servizio sanitario nazionale norvegese ha pubblicato, nella metà degli anni Novanta, uno studio in cui si precisa che il 60% delle risorse destinate dallo Stato a detto servizio, viene impiegato per l'elaborazione dei dati dello stesso.
E la produzione di oggetti? Che tempi ha? Che tempi detta? Oggi può capitare che un prodotto arrivi sul mercato già superato e obsoleto. Per esempio con i computer succede spesso.
Possiamo pensare davvero di uscire da questa “Rete” di dati, oggetti, consumi e maxischermi rimanendovi dentro?
L'accelerazione caratteristica delle società urbane è il dato di fatto che spinge a far pensare che non sia più possibile modificare in senso più umano il mondo occidentale.
Rinverdire la “civiltà metropolitana” o renderla più “giusta” non cambia molto l'essenza della situazione dell'umanità su questo pianeta (Cfr. Green Anarchy Collective (a cura di), Green anarchy. Introduzione al pensiero e alla pratica anticivilizzazione, Nautilus ). Se davvero ci interessa prenderla in considerazione bisognerà prendere atto che la felicità, ma anche solo la serenità, sono traguardi ben lontani dall'essere realizzati. Il dominio dei pochi sui molti è tuttora la regola dominante tra gli umani. La speculazione e la corsa al potere, al denaro e alla fama sono i “valori” più diffusi E le città, massmediatici strumenti per eccellenza, sono la culla di questa “cultura” che mercifica ogni cosa, ambiente e relazioni comprese. Basti pensare al nuovo fenomeno del turismo ai poli, per assistere allo scioglimento dei ghiacci dovuto all'effetto serra, che sta producendo ancora più danni e velocizzando alquanto l'evento. La città non si ferma davanti a nulla.
E non si parli, al solito, del servigio della produzione di cultura che le città offrono agli umani.
Il fenomeno del confinamento nel ghetto della cultura del pensiero realmente rivoluzionario in senso concreto e, non astratto, è stato lucidamente descritto da Bernard Charbonneau (Bernard Charbonneau, Il sistema e il caos, Arianna Editrice): «Nel meccanismo dell'organizzazione, la Cultura ha la funzione di introdurre l'apparenza della libertà e della vita. Più questa è grigia e rigidamente programmata, impersonale, più i personaggi debbono agitarsi su una scena pittorescamente decorata; per la massa anonima, questi attori, il cui nome è scritto a caratteri cubitali, mimano l'amore, le passioni, il sangue. Se sono pagati tanto, è perché assolvono una funzione essenziale: fabbricare l'anticorpo senza il quale l'organizzazione perirebbe. In mancanza di una preda, il popolo di contenta dell'ombra: dello spettacolo. [...] Ciò che un tale sistema non assimila, lo stritola o espelle fuori dal reale. E ciò che non riesce ad annientare, lo assimila».
Anguillara (famiglia)
Come quella di tutte le famiglie medioevali italiane, anche l'origine della famiglia degli Anguillara è avvolta nel mistero.
Storia
La descrizione data da Francesco Zazzera circa l'origine della famiglia Castelli erroneamente identificati con i Prefetti di Vico che non fornisce ne cita documenti circa la loro parentela con gli Anguillara[1] rende tale lavoro del tutto inattendibile.
In ogni caso il luogo di origine del nome del casato va ricercato nell'omonima località situata sul Lago di Bracciano, Anguillara Sabazia. Per quanto riguarda il nome, ci si deve riferire a due possibilità: la prima ipotesi prevede che il nome derivi da una villa romana sorta su un punto in cui la riva del lago faceva angolo e chiamata perciò angularia; la seconda ipotesi parla di allevamenti di anguille.
Lo stemma di famiglia è composto da due anguille incrociate[2], ma anche in questo caso non vi è certezza, perché alcuni affermano che non si tratti di due anguille, bensì di due serpenti, tale interpretazione è legata alla leggenda del Conte Ramone, capostipite della famiglia. Si narra, infatti, che intorno al X secolo un drago avrebbe infestato la zona di Malagrotta, terrorizzando i suoi abitanti. Ramone lo sconfisse e il papa, grato per questo servigio, gli donò il territorio su cui avrebbe costruito la propria dimora. In realtà, è ipotizzabile che il drago (poi iconizzato come serpente) fosse una banda di predoni che imperversava nella zona, fino al giorno in cui non venne annientata da guerrieri di professione.
Gli immediati successori di Ramone non sono ricordati per particolari iniziative. Contemporaneo di costui sembra essere un Bellizo o Bellizone il cui figlio Guido compare in un documento del 1019 dell'Archivio di Santa Maria in Trastevere, prima testimonianza documentale accertata della famiglia, che lo definisce dominum Guido illustrissimum atque inclito filio quidem Bellizo bone memorie qui appellatur de Anguillaria. Intorno al 1090, troviamo un Gherardo, forse figlio del precedente, signore di Anguillara, alleato con i prefetti di Vico contro il popolo romano. I suoi successori furono Giovanni, che nel 1140 si impossessò di Santa Severa, e Nicolò, che nel 1146 conquistò Tolfa.
Ma il primo esponente della famiglia di cui si hanno maggiori notizie è Pandolfo I, che nel 1186 entra in lotta con la famiglia dei prefetti di Vico per il controllo della zona e, sempre nello stesso anno, si reca ad Orvieto per accogliere Enrico VI. Nel 1191, Enrico VI, in occasione della sua incoronazione a Roma, decide di fermarsi, insieme al suo seguito, come ospite della famiglia Anguillara.
Nel XIII secolo continua la lotta tra le famiglie Anguillara e di Vico. Pandolfo II d'Anguillara si schierò al fianco dell'imperatore Federico II durante l'assedio di Viterbo del 1234, ma venne catturato dalle truppe pontificie e rinchiuso in carcere a Ronciglione. A causa di quest'avvenimento il feudo degli Anguillara cadde nelle mani di Pietro di Vico, che vi governò fino al 1246, anno in cui Pandolfo II ne tornò in possesso.
Con la cattività avignonese si creò il caos nel Patrimonio di San Pietro, per cui la famiglia dovette spostare i propri centri di potere nella capitale e a Capranica. È proprio in questa cittadina che Orso di Anguillara, senatore di Roma, ospitò Petrarca nel 1336. Con Orso, figlio di una Orsini e marito di una Colonna, la famiglia entrò di diritto nel novero delle famiglie nobili romane. Nel giorno di Pasqua del 1341 lo stesso Orso, a Roma, incoronò il Petrarca sommo poeta.
Successori di Orso furono Pietro, Dolce ed Everso II, marito di Francesca Orsini. Quest'ultimo nel 1433 acquistò a titolo definitivo Santa Severa e, successivamente, Vetralla, Caprarola e Santa Pupa. Nonostante il merito di aver allargato i possedimenti familiari, la fama di Everso II era pessima a causa della sua tirannia e disonestà. Fu costui che ricostruì la propria abitazione in Roma dove già in passato era attestata la presenza della sua famiglia[3]. Questi difetti vennero ereditati anche dal figlio Francesco, che venne scomunicato, imprigionato a Castel Sant’Angelo e privato dei suoi possedimenti, che ritornarono sotto il diretto controllo della Camera Apostolica, da papa Paolo II. Deiofobo, l'altro figlio di Everso II e fratello di Francesco, riuscì a tornare in possesso del feudo fino alla sua morte, avvenuta nel 1490, anno in cui il feudo venne definitivamente incamerato ed affidato da papa Innocenzo VIII a Franceschetto Cybo.
Tra gli ultimi esponenti della famiglia di cui si hanno notizie, vi sono Virginio degli Anguillara, comandante dell'esercito pontificio durante l'invasione della Repubblica di Siena e duramente sconfitto nella Battaglia di Camollia del 1526; e Renzo degli Anguillara, chiamato a difendere Roma durante il saccheggio dei lanzichenecchi di Carlo V (6 maggio 1527).
Nel periodo feudale la famiglia entrò in possesso di vasti territori del Lazio settentrionale, soprattutto dopo la caduta della famiglia dei Prefetti di Vico, tra cui Tolfa, Canepina, Civitella Cesi, Ronciglione, Capranica, Barbarano, Blera, Vetralla, Bassano, Faleria, spingendosi sino a Tuscania. La famiglia si estinse nel '700.
Due castelli Anguillara sono quelli di Canepina e Castello Anguillara (Faleria).
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Ettore Roesler Franz
Raccolta Foto de Alvariis;
Di questo castello, che era fra i più potenti dell'isola, avanzano i ruderi, che impressionano chi li guarda dalla strada di Villaputzu per la loro posizione e per i ricordi che suscitano. Il castello di Quirra fu edificato dai giudici di Cagliari nella metà del XIII sec. e alla fine dello stesso fu loro strappato da Nino di Gallura. I pisani lo occuparono sino al 1324, quando nella pace fatta con gli Aragonesi, lo cedettero ai vincitori, con la maggior parte dei castelli dell'isola che erano in loro possesso. Nel 1334 i genovesi, e specialmente i Doria l'assaltarono inutilmente. Nel 1354 fu assediato dalle truppe del Giudice d'Arborea.Nel 1363 il Re di Aragona nominò Berengario Carroz conte del Quirra e gli concesse il castello assieme ad altri territori per i suoi servigi, ma in seguito, infeudò il castello a Donna Violante, sovvertendo le regole di successione. Ciò provocò la reazione di Mariano IV d’Arborea che aspirava alla successione e assalì il castello senza però riuscire a conquistarlo. L’assedio fu ripreso alla sua morte, prima dal figlio Ugone, poi da Brancaleone Doria, marito di Eleonora d’Arborea, nel 1389.A partire da questa data non si parla più del castello, ma della contea di Quirra, in seguito divenuta marchesato.Il possesso del Salto di Quirra causò scontri cruenti tra le comunità del Sarrabus e dell'Ogliastra ed una serie interminabile di contenziosi giudiziari. La causa del diverbio fu il documento di Donna Violante datato 08/05/1480 dove risulta che la Contessa concedeva ai comuni del Sarrabus e dell'Ogliastra il diritto di esercitare l'agricoltura e di tagliar legna nei territori appartenenti al Contado.Con l'abolizione del feudalesimo e la nuova ripartizione dei terreni comunali, avvenuta nel 1547, il Salto di Quirra venne suddiviso tra i paesi del Sarrabus e dell'Ogliastra, in virtù del predetto documento. A nulla valse il tardivo ed inutile ricorso del comune di Perdasdefogu inviato a "Sua Maestà il Re". Ed ancora oggi a distanza di 500 anni tra leggenda e realtà i Foghesini restano legati a questa non proprio benevola Contessa.Nel 1646, sul litorale antistante il monte su cui si ergeva il castello, naufragò una nave da guerra francese carica di truppe diretta a Napoli.Circa 400 uomini imbarcati sulla nave riuscirono a salvarsi e si rifugiarono nel castello ma, assediati, si arresero alle truppe della contrada.
Nel 1839, durante il regno di Carlo Alberto, il castello di Quirra, così come ogni altro feudo dell’Isola, ruppe il suo secolare legame coi Carroz e i loro discendenti: ultimi feudatari furoni i Carroz-Osorio.Secondo alcune fonti, il castello sarebbe sorto su un eremo dedicato ai santi Corrado e Remo, di cui non restano tracce. Di questo castello, che era fra i più potenti dell'isola, avanzano i ruderi, che impressionano chi li guarda dalla strada di Villaputzu per la loro posizione e per i ricordi che suscitano. Era edificato in cima ad un alto e scosceso colle (m.296 s.l.m.) in località "Arcu Genna Scodiasa", e aveva tre lati coi muraglioni a picco sul precipizio, come il Castello di Acquafredda (del quale condivide l'architettura), e come questo doveva avere fortificato il lato d'accesso (cinta merlata - torre centrale e due laterali).Sul castello aleggia una leggenda cruenta: Don Berengario Carroz, Conte di Quirra, innamorato di Donna Eleonora Manriquez, una bellissima contessa, cugina della regina, avrebbe fatto uccidere nel castello la moglie Beatrice (o Benedetta) d’Arborea, dopo averla accusata a torto di tradimento.La figura mitica nella storia del castello è però Donna Violante Carroz, che la leggenda descrive avida ed assassina e perciò morta precipitando nel dirupo più alto; avrebbe nscosto nelle viscere della montagna un telaio d'oro.
Un'altra leggenda sorta intorno alla figura di questa grande Contessa, ancor oggi si tramanda nel popolo. Si racconta che un giorno il Conte di Mandas rimase colpito dalla straordinaria bellezza della Contessa e la domandò in isposa. La bellissima Violanta, restia alle nozze acconsentì ma alla condizione che (convinta si trattasse di un impresa impossibile) il Duca andasse a prelevarla con un cocchio trainato da quattro cavalli bianchi. La strada per arrivare al castello di Quirra era molto accidentata pertanto l'ingenua Contessa era convinta che il Duca non riuscisse ad esaudire tale richiesta; ma non fece bene i conti con un giovane innamoratissimo e voglioso di portare a termine il suo progetto. Pertanto qualche giorno dopo arrivò al castello con il cocchio e quattro cavalli bianchi. L'incredula Contessa dovette cedere a malincuore e partire verso il Ducato di Mandas. Lo sconforto fu talmente grande che giunti in località "Sa scala de sa Contissa" (circa 18 Km da Perdasdefogu) il suo cuore non potè resistere alla forte delusione e ivi morì fra le braccia dell'innamorato.
Questa strada la percorrevano gli antichi signori Spagnoli proprietari del castello di Quirra e specialmente la famosa donna Violante Carroz, quando all'interno dell'isola si recavano al castello. Ed ancor oggi tale passaggio conserva il nome della Contessa.
Violante Carroz, conosciuta come "la sanguinaria" per la sua indole malvagia e vendicativa. Si racconta che Violante, invaghitasi di Berengario Bertran, sciolse il suo vincolo matrimoniale per unirsi in segreto con l'amato. Il suo gesto venne condannato apertamente dal cappellano di corte. Il religioso, per aver osato manifestare il suo giudizio, fu sommariamente processato e condannato all'impiccagione. Il suo corpo senza vita penzolò per lungo tempo da una finestra del Castello di San Michele a Cagliari, macabro avvertimento per chiunque avesse osato sfidare nuovamente il potente casato. Violante in realtà morì sola e amareggiata nel 1511 nel convento di San Francesco di Stampace dove si era ritirata.
Quirra Castle was built by the judges of Cagliari in the middle of the thirteenth century on a rock 296 meters high. It was the scene of many sieges for the possession and there followed in medieval age Pisan, Aragonese and Genoese.
But the castle is mainly linked to the name of the family Carroz and especially that of bloody Donna Violante Carroz, and her interesting stories.
"E ora concludiamo. Volete essere saggio? Volete un buon consiglio? Permettete che io prenda questo bicchiere in mano, e me ne vada dalla vostra casa senza ulteriori parole? Oppure la curiosità domina in voi? Pensateci, prima di rispondere, perché sarà fatto quello che deciderete voi. Se deciderete di lasciarmi andare, resterete come prima, né più ricco né più saggio, a meno che la coscienza di un servigio reso ad un uomo in un momento di disperazione mortale non possa essere considerata come una specie di ricchezza spirituale. Oppure se preferite sapere, tutto un nuovo mondo di cognizioni, nuove vie verso la fama ed il potere vi saranno aperte davanti, qui, in questa stanza, in questo stesso attimo; la vostra vita sarà abbagliata da un prodigio tale da scuotere l'incredulità di Satana." ⚗️
Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde 📖
Good Light & May the Poison be with you!
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Nikon D40 + Nikkor AF-S DX 18-55mm f/3.5-5.6 G II
© Diletta Galassi, MIXTURE of LIGHT
Scherzo
Quando fanciullo io venni
A pormi con le Muse in disciplina
L'una di quelle mi pigliò per mano;
E poi tutto quel giorno
La mi condusse intorno
A veder l'officina.
Mostrommi a parte a parte
Gli strumenti dell'arte,
E i servigi diversi
A che ciascun di loro
S'adopra nel lavoro
Delle prose e de' versi.
Io mirava, e chiedea:
Musa, la lima ov'è? Disse la Dea:
La lima è consumata; or facciam senza.
Ed io, ma di rifarla
Non vi cal, soggiungea, quand'ella è stanca?
Rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca.
Giacomo Leopardi
Sul monte Castello di Calatabiano, la Chiesa del Santissimo Crocifisso, del 1484, ha forme tardo gotiche, un massiccio campanile merlato e due portali ogivali d’ingresso. Sul fregio del maggiore di questi vi è un’iscrizione di controversa interpretazione recante probabilmente la data d’apertura al culto dell’edificio. Vi è custodito il simulacro di San Filippo Siriaco.
Il castello di Calatabiano, in provincia di Catania, al confine settentrionale della provincia etnea, sorge su una collina alta 220 m s.l.m. e domina la foce dell’Alcantara. Qui il fiume segna il confine tra Catania e Messina. Ai piedi del castello l’attuale abitato sorto a valle dopo l’abbandono della terra vecchia a seguito del disastroso terremoto di Val di Noto del 1693. La prima documentazione certa relativa al castello di Calatabiano si rileva da una carta della Sicilia in cui il geografo e viaggiatore arabo Abu ‘Abd Allah Muhammad ibn Idris (1099 1164) rappresentava l’Isola e i suoi sistemi fortificati. La carta tratta dal “Libro di Ruggero”, presso la cui corte il geografo prestava i suoi servigi, rappresenta l’Isola capovolta secondo la consuetudine araba. Qui il massiccio dell’Etna appare sul lato sinistro ed è lambito dai due fiumi Simeto e Alcantara. Proprio lungo le sponde del fiume Al-kantar (il ponte) appaiono rappresentate due fortezze speculari Tauromenion e Kalaat-al Bian. Ricostruito su preesistenti capisaldi greci e romani.
Non sappiamo che nome avesse all’epoca bizantina il maniero che gli arabi, dopo la conquista, avrebbero chiamato: Kalaat-al-Bian, (Rocca di Biano).
Più che la Pianura Padana, questo clima surreale ricordava la Tundra o la Taiga!!!
Un mix di neve, foschia e luce giallognola del pochissimo sole che filtrava dalle nubi mi ha permesso di ottenere questo scatto assai particolare: il protagonista è un treno di tramogge slovene da Cremona a Villa Opicina, trainato da una E652.
Ringrazio gli Amici Massimo THE MAX Minervini per i servigi come guida, Walter Cancio Canciani per la compagnia squisita e Carlo Karl70 per... la guida virtuale!
On a strange day with a crazy climate (snow, iced wind and fog mixed together!!!) the E652 012 of Trenitalia Cargo runs in the country near Cremona with a train composed only by Slovenian hopper wagons.
Nel 1569, tra mille difficoltà frapposte dalla chiesa “matrice” furono fissate e approvate le modalità di separazione tra la chiesa di Santa Maria Maggiore e quella di San Silvestro di Druogno. Ma la comunità druognese non disponeva di fondi necessari per assicurare il sostentamento del parroco. Nel 1600 il vescovo Carlo Bescapé rese possibile l’effettiva separazione, stabilendo i termini in cui la nuova parrocchia avrebbe dovuto rendere “omaggio” alla vecchia, attraverso riconoscimenti e servigi. Questi obblighi generarono non pochi dissensi, soprattutto quando i parroci di Santa Maria iniziarono a non fare più il loro dovere: la lite giunse fino alla Curia di Novara, dove fu stabilito l’obbligo puro e semplice per i curati di Santa Maria di recarsi settimanalmente e celebrare la messa a Druogno. La chiesa è a un’unica navata. Il pavimento è in pietra così come le balaustre che chiudono le cappelle. Queste ultime sono quattro. Appena fuori dal presbiterio si trovano le due piccole cappelle della Madonna delle Grazie e di S. Antonio da Padova, realizzate nel 1660. Lungo la parete nord si incontra la Cappella della Madonna del Rosario, che accoglie una tela con la Vergine, il Bambino, i Santi Domenico e Caterina e nella parte inferiore le anime del Purgatorio e due offerenti (firmato Emanuel Gosso pinxit Gaudiani). È anche conservato in essa un quadro raffigurante Sant’Antonio da Padova a Lisbona al processo del padre, accusato di omicidio, mentre fa testimoniare una donna da lui resuscitata, per scagionarlo. Il dipinto, del 1685, è opera di Gottardo Maes da Anversa, città in cui si era insediata una colonia di emigranti druognesi. Lungo la parete sud si incontra la Cappella di San Giuseppe e San Carlo contenente quattro grandi tele, una delle quali, San Carlo che comunica gli appestati, è liberamente tratta da un’opera di Tanzio da Varallo, conservata nella Collegiata di Domodossola. Altre due tele con l’Ultima Cena e lo Sposalizio della Vergine sono di Giovan Antonio Minoli di Gagnone. Gli affreschi sulla volta e quelli dell’abside dell’altar maggiore sono opera di due grandi artisti vigezzini: Carlo Mellerio e Giacomo Rossetti. Il Mellerio nel Seicento ha realizzato gli affreschi entro cornici a stucco sulla volta della navata con simboli religiosi e San Silvestro, mentre il Rossetti alla fine del ‘700 ha affrescato il catino absidale con la Gloria di San Silvestro Papa, il presbiterio con la Natività e l’Adorazione dei Magi, mentre dietro l’altare ha raffigurato il Battesimo impartito a Costantino da S. Silvestro. San Silvestro non è molto conosciuto in zona, tanto che quella di Druogno risulta essere l’unica Chiesa ossolana a lui intitolata, ma poiché veniva implorato in “diabolicus incursus”, forse la sua presenza a Druogno è dovuta a una volontà di allontanare il pericolo di pestilenze e malattie. La sua biografia lo indica come il papa che fece guarire dalla lebbra l’imperatore Costantino e poi lo battezzò. Silvestro fu papa dal 314 al 335 e durante il suo pontificato si svolse il Concilio Ecumenico di Nicea, dove venne condannata l’eresia ariana. La leggenda è stata generosa con Silvestro, rendendolo protagonista di numerosi episodi miracolosi: tra questi l’episodio del drago protetto dalle Vestali (simbolo pagano) che Silvestro avrebbe scovato e rinchiuso per sempre nella sua tana. Il 31 dicembre, San Silvestro, è il giorno in cui la sua salma fu deposta nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria a Roma. Lo si riconosce per le insegne pontificie, il bue come attributo principale e il drago come attributo secondario. circuitodeisanti.it/vigezzo-05.html
Di questo castello, che era fra i più potenti dell'isola, avanzano i ruderi, che impressionano chi li guarda dalla strada di Villaputzu per la loro posizione e per i ricordi che suscitano. Il castello di Quirra fu edificato dai giudici di Cagliari nella metà del XIII sec. e alla fine dello stesso fu loro strappato da Nino di Gallura. I pisani lo occuparono sino al 1324, quando nella pace fatta con gli Aragonesi, lo cedettero ai vincitori, con la maggior parte dei castelli dell'isola che erano in loro possesso. Nel 1334 i genovesi, e specialmente i Doria l'assaltarono inutilmente. Nel 1354 fu assediato dalle truppe del Giudice d'Arborea.Nel 1363 il Re di Aragona nominò Berengario Carroz conte del Quirra e gli concesse il castello assieme ad altri territori per i suoi servigi, ma in seguito, infeudò il castello a Donna Violante, sovvertendo le regole di successione. Ciò provocò la reazione di Mariano IV d’Arborea che aspirava alla successione e assalì il castello senza però riuscire a conquistarlo. L’assedio fu ripreso alla sua morte, prima dal figlio Ugone, poi da Brancaleone Doria, marito di Eleonora d’Arborea, nel 1389.A partire da questa data non si parla più del castello, ma della contea di Quirra, in seguito divenuta marchesato.Il possesso del Salto di Quirra causò scontri cruenti tra le comunità del Sarrabus e dell'Ogliastra ed una serie interminabile di contenziosi giudiziari. La causa del diverbio fu il documento di Donna Violante datato 08/05/1480 dove risulta che la Contessa concedeva ai comuni del Sarrabus e dell'Ogliastra il diritto di esercitare l'agricoltura e di tagliar legna nei territori appartenenti al Contado.Con l'abolizione del feudalesimo e la nuova ripartizione dei terreni comunali, avvenuta nel 1547, il Salto di Quirra venne suddiviso tra i paesi del Sarrabus e dell'Ogliastra, in virtù del predetto documento. A nulla valse il tardivo ed inutile ricorso del comune di Perdasdefogu inviato a "Sua Maestà il Re". Ed ancora oggi a distanza di 500 anni tra leggenda e realtà i Foghesini restano legati a questa non proprio benevola Contessa.Nel 1646, sul litorale antistante il monte su cui si ergeva il castello, naufragò una nave da guerra francese carica di truppe diretta a Napoli.Circa 400 uomini imbarcati sulla nave riuscirono a salvarsi e si rifugiarono nel castello ma, assediati, si arresero alle truppe della contrada.Nel 1839, durante il regno di Carlo Alberto, il castello di Quirra, così come ogni altro feudo dell’Isola, ruppe il suo secolare legame coi Carroz e i loro discendenti: ultimi feudatari furoni i Carroz-Osorio.Secondo alcune fonti, il castello sarebbe sorto su un eremo dedicato ai santi Corrado e Remo, di cui non restano tracce. Di questo castello, che era fra i più potenti dell'isola, avanzano i ruderi, che impressionano chi li guarda dalla strada di Villaputzu per la loro posizione e per i ricordi che suscitano. Era edificato in cima ad un alto e scosceso colle (m.296 s.l.m.) in località "Arcu Genna Scodiasa", e aveva tre lati coi muraglioni a picco sul precipizio, come il Castello di Acquafredda (del quale condivide l'architettura), e come questo doveva avere fortificato il lato d'accesso (cinta merlata - torre centrale e due laterali).Sul castello aleggia una leggenda cruenta: Don Berengario Carroz, Conte di Quirra, innamorato di Donna Eleonora Manriquez, una bellissima contessa, cugina della regina, avrebbe fatto uccidere nel castello la moglie Beatrice (o Benedetta) d’Arborea, dopo averla accusata a torto di tradimento.La figura mitica nella storia del castello è però Donna Violante Carroz, che la leggenda descrive avida ed assassina e perciò morta precipitando nel dirupo più alto; avrebbe nscosto nelle viscere della montagna un telaio d'oro.
Un'altra leggenda sorta intorno alla figura di questa grande Contessa, ancor oggi si tramanda nel popolo. Si racconta che un giorno il Conte di Mandas rimase colpito dalla straordinaria bellezza della Contessa e la domandò in isposa. La bellissima Violanta, restia alle nozze acconsentì ma alla condizione che (convinta si trattasse di un impresa impossibile) il Duca andasse a prelevarla con un cocchio trainato da quattro cavalli bianchi. La strada per arrivare al castello di Quirra era molto accidentata pertanto l'ingenua Contessa era convinta che il Duca non riuscisse ad esaudire tale richiesta; ma non fece bene i conti con un giovane innamoratissimo e voglioso di portare a termine il suo progetto. Pertanto qualche giorno dopo arrivò al castello con il cocchio e quattro cavalli bianchi. L'incredula Contessa dovette cedere a malincuore e partire verso il Ducato di Mandas. Lo sconforto fu talmente grande che giunti in località "Sa scala de sa Contissa" (circa 18 Km da Perdasdefogu) il suo cuore non potè resistere alla forte delusione e ivi morì fra le braccia dell'innamorato.
Questa strada la percorrevano gli antichi signori Spagnoli proprietari del castello di Quirra e specialmente la famosa donna Violante Carroz, quando all'interno dell'isola si recavano al castello. Ed ancor oggi tale passaggio conserva il nome della Contessa.Violante Carroz, conosciuta come "la sanguinaria" per la sua indole malvagia e vendicativa. Si racconta che Violante, invaghitasi di Berengario Bertran, sciolse il suo vincolo matrimoniale per unirsi in segreto con l'amato. Il suo gesto venne condannato apertamente dal cappellano di corte. Il religioso, per aver osato manifestare il suo giudizio, fu sommariamente processato e condannato all'impiccagione. Il suo corpo senza vita penzolò per lungo tempo da una finestra del Castello di San Michele a Cagliari, macabro avvertimento per chiunque avesse osato sfidare nuovamente il potente casato. Violante in realtà morì sola e amareggiata nel 1511 nel convento di San Francesco di Stampace dove si era ritirata.
Quirra Castle was built by the judges of Cagliari in the middle of the thirteenth century on a rock 296 meters high. It was the scene of many sieges for the possession and there followed in medieval age Pisan, Aragonese and Genoese.
But the castle is mainly linked to the name of the family Carroz and especially that of bloody Donna Violante Carroz, and her interesting stories.
Quirra Castle was built by the judges of Cagliari in the middle of the thirteenth century on a rock 296 meters high. It was the scene of many sieges for the possession and there followed in medieval age Pisan, Aragonese and Genoese.But the castle is mainly linked to the name of the family Carroz and especially that of bloody Donna Violante Carroz, and her interesting stories.
Di questo castello, che era fra i più potenti dell'isola, avanzano i ruderi, che impressionano chi li guarda dalla strada di Villaputzu per la loro posizione e per i ricordi che suscitano. Il castello di Quirra fu edificato dai giudici di Cagliari nella metà del XIII sec. e alla fine dello stesso fu loro strappato da Nino di Gallura. I pisani lo occuparono sino al 1324, quando nella pace fatta con gli Aragonesi, lo cedettero ai vincitori, con la maggior parte dei castelli dell'isola che erano in loro possesso. Nel 1334 i genovesi, e specialmente i Doria l'assaltarono inutilmente. Nel 1354 fu assediato dalle truppe del Giudice d'Arborea.Nel 1363 il Re di Aragona nominò Berengario Carroz conte del Quirra e gli concesse il castello assieme ad altri territori per i suoi servigi, ma in seguito, infeudò il castello a Donna Violante, sovvertendo le regole di successione. Ciò provocò la reazione di Mariano IV d’Arborea che aspirava alla successione e assalì il castello senza però riuscire a conquistarlo. L’assedio fu ripreso alla sua morte, prima dal figlio Ugone, poi da Brancaleone Doria, marito di Eleonora d’Arborea, nel 1389.A partire da questa data non si parla più del castello, ma della contea di Quirra, in seguito divenuta marchesato.Il possesso del Salto di Quirra causò scontri cruenti tra le comunità del Sarrabus e dell'Ogliastra ed una serie interminabile di contenziosi giudiziari. La causa del diverbio fu il documento di Donna Violante datato 08/05/1480 dove risulta che la Contessa concedeva ai comuni del Sarrabus e dell'Ogliastra il diritto di esercitare l'agricoltura e di tagliar legna nei territori appartenenti al Contado.Con l'abolizione del feudalesimo e la nuova ripartizione dei terreni comunali, avvenuta nel 1547, il Salto di Quirra venne suddiviso tra i paesi del Sarrabus e dell'Ogliastra, in virtù del predetto documento. A nulla valse il tardivo ed inutile ricorso del comune di Perdasdefogu inviato a "Sua Maestà il Re". Ed ancora oggi a distanza di 500 anni tra leggenda e realtà i Foghesini restano legati a questa non proprio benevola Contessa.Nel 1646, sul litorale antistante il monte su cui si ergeva il castello, naufragò una nave da guerra francese carica di truppe diretta a Napoli.Circa 400 uomini imbarcati sulla nave riuscirono a salvarsi e si rifugiarono nel castello ma, assediati, si arresero alle truppe della contrada.Nel 1839, durante il regno di Carlo Alberto, il castello di Quirra, così come ogni altro feudo dell’Isola, ruppe il suo secolare legame coi Carroz e i loro discendenti: ultimi feudatari furoni i Carroz-Osorio.Secondo alcune fonti, il castello sarebbe sorto su un eremo dedicato ai santi Corrado e Remo, di cui non restano tracce. Di questo castello, che era fra i più potenti dell'isola, avanzano i ruderi, che impressionano chi li guarda dalla strada di Villaputzu per la loro posizione e per i ricordi che suscitano. Era edificato in cima ad un alto e scosceso colle (m.296 s.l.m.) in località "Arcu Genna Scodiasa", e aveva tre lati coi muraglioni a picco sul precipizio, come il Castello di Acquafredda (del quale condivide l'architettura), e come questo doveva avere fortificato il lato d'accesso (cinta merlata - torre centrale e due laterali).Sul castello aleggia una leggenda cruenta: Don Berengario Carroz, Conte di Quirra, innamorato di Donna Eleonora Manriquez, una bellissima contessa, cugina della regina, avrebbe fatto uccidere nel castello la moglie Beatrice (o Benedetta) d’Arborea, dopo averla accusata a torto di tradimento.La figura mitica nella storia del castello è però Donna Violante Carroz, che la leggenda descrive avida ed assassina e perciò morta precipitando nel dirupo più alto; avrebbe nscosto nelle viscere della montagna un telaio d'oro. Un'altra leggenda sorta intorno alla figura di questa grande Contessa, ancor oggi si tramanda nel popolo. Si racconta che un giorno il Conte di Mandas rimase colpito dalla straordinaria bellezza della Contessa e la domandò in isposa. La bellissima Violanta, restia alle nozze acconsentì ma alla condizione che (convinta si trattasse di un impresa impossibile) il Duca andasse a prelevarla con un cocchio trainato da quattro cavalli bianchi. La strada per arrivare al castello di Quirra era molto accidentata pertanto l'ingenua Contessa era convinta che il Duca non riuscisse ad esaudire tale richiesta; ma non fece bene i conti con un giovane innamoratissimo e voglioso di portare a termine il suo progetto. Pertanto qualche giorno dopo arrivò al castello con il cocchio e quattro cavalli bianchi. L'incredula Contessa dovette cedere a malincuore e partire verso il Ducato di Mandas. Lo sconforto fu talmente grande che giunti in località "Sa scala de sa Contissa" (circa 18 Km da Perdasdefogu) il suo cuore non potè resistere alla forte delusione e ivi morì fra le braccia dell'innamorato.
Questa strada la percorrevano gli antichi signori Spagnoli proprietari del castello di Quirra e specialmente la famosa donna Violante Carroz, quando all'interno dell'isola si recavano al castello. Ed ancor oggi tale passaggio conserva il nome della Contessa.Violante Carroz, conosciuta come "la sanguinaria" per la sua indole malvagia e vendicativa. Si racconta che Violante, invaghitasi di Berengario Bertran, sciolse il suo vincolo matrimoniale per unirsi in segreto con l'amato. Il suo gesto venne condannato apertamente dal cappellano di corte. Il religioso, per aver osato manifestare il suo giudizio, fu sommariamente processato e condannato all'impiccagione. Il suo corpo senza vita penzolò per lungo tempo da una finestra del Castello di San Michele a Cagliari, macabro avvertimento per chiunque avesse osato sfidare nuovamente il potente casato. Violante in realtà morì sola e amareggiata nel 1511 nel convento di San Francesco di Stampace dove si era ritirata.
Genzano di Roma
Genzano di Roma è un comune italiano di 24 397 abitanti della provincia di Roma nel Lazio.
Genzano di Roma è situato sul versante esterno del cratere vulcanico del lago di Nemi. La casa comunale sorge a 435 m s.l.m., l'altitudine minima del paese scende a 106 metri e la massima si spinge a 480 metri.Dal punto di vista geologico questo territorio dei Colli Albani è uno degli apparati "eccentrici" del Vulcano Laziale, nato da esplosioni idromagmatiche che si sono verificate nell'ultima fase di attività del complesso vulcanico albano
Il più antico documento in cui si rinviene il toponimo "Genzano" è una bolla di Lucio III datata 2 aprile 1183.[4] L'origine del nome "Genzano" è tuttora fonte di discussione. Per alcuni il poggio su cui sorge il paese, posto sul bordo esterno del Lago di Nemi, proseguimento del "Nemus Aricinum", era dedicato alla dea Cinzia ("Cynthia Fanum"), il cui culto era unito a quello di Diana nemorense.[5] Per Nicola Ratti, invece, l'etimologia deriverebbe da fundus Gentiani, cioè dal terreno di proprietà della famiglia romana Gentia.[6]
Nelle età precedenti il territorio dell'odierna Genzano ricadeva sotto la giurisdizione di Lanuvium e Aricia, ma verosimilmente non è stato mai sede di alcun centro abitato, sia pur piccolo. Ciononostante, nel territorio genzanese sono stati ritrovati numerosi reperti archeologici latini e romani.[7] È stato ipotizzata anche la presenza, attorno al X secolo, di un piccolo insediamento saraceno al quale sarebbe legata l'introduzione della coltura della canapa.[8]
Nel 1153 il territorio, dove già nel XII secolo era stata eretta una torre da parte dei Gandolfi (torre abbattuta nel 1188),[9] venne dato in possesso, dal Papa Anastasio IV, ai cistercensi dell'Abbazia di Sant'Anastasio alle Acque Salvie.[10] Nel 1255, i cistercensi vi edificarono un grande Castello fortificato attorno al quale crebbe poi lentamente il paese (Genzano Vecchio). Riferisce l'erudito Gaetano Moroni
Genzano Vecchio ebbe mura castellane, e torri di opera saracinesca da quelle parti da cui poteva essere attaccata, cioè da aquilone, ponente, e mezzodì: mentre dalla parte orientale era invincibilmente difesa dall'altissima rupe a picco del cratere del lago Nemorese. Molti avanzi di tali mura ed alcune torri sono tuttora in piedi. La porta principale di Genzano, prima che si edificasse il palazzo baronale, a capo agli stradoni, era nel luogo del portone del palazzo Cesarini[...]; da ciò ebbe origine il diritto antichissimo di passare per l'odierno portone, per gli abitanti di Genzano Vecchio
Genzano fu retto dai Cistercensi senza soluzioni di continuo fino al 1378, allorché venne donato dall'Antipapa Clemente VII a Giordano Orsini quale compenso per servigi ricevuti. Nei successivi due secoli, Genzano conobbe l'alterno dominio dei monaci cistercensi, degli Orsini, dei Savelli e dei Colonna.[12] Nel 1402 in borgo venne completamente distrutto da un incendio e la sua ricostruzione costrinse i Cistercensi ad alienare numerose proprietà.[13]
Infine, i Cistercensi nel 1428 vendettero Genzano e Nemi ai Colonna per la cifra di 15 000 fiorini. Nel 1479 fu acquistato dal Card. Guillaume d'Estouteville, protonotaro di Sisto IV per 13 300 ducati, con patto di retrovendita, e alla morte di costui, dai due figli illegittimi Girolamo e Agostino. Nel 1485 passerà nuovamente ai Colonnesi, ma sotto la giurisdizione della Santa Sede.[14] I Colonna reggeranno Genzano per circa 80 anni. Sotto i Colonna Genzano ebbe l'esenzione delle tasse, il che portò a un primo lieve incremento demografico
Nel 1563 il castello fu ceduto, per 150 000 scudi, da Marcantonio Colonna, il futuro vincitore di Lepanto (1571), a Fabrizio Massimi e da questi, il 2 ottobre del 1564 a Giuliano Cesarini, marchese di Civitanova Marche. Iniziò in questa data il periodo Cesariniano, un periodo di sviluppo economico, demografico e urbanistico per Genzano.Il 10 agosto 1565 Giuliano Cesarini emanò lo "Statuto".[16] Nel 1643 Giuliano III Cesarini tracciò le olmate, degli stradoni ombreggiati da quattro filari di olmi, e ristrutturò il palazzo baronale. Scrive Gaetano Moroni: "Gli stradoni olmati partono da un punto centrico,[17] e divergendo, quello a destra è la strada corriera che guida alla città, quello di mezzo il più lungo e piano conduce al palazzo Cesarini, e l'altro a manca porta al convento de' cappuccini".[18] Lo stesso duca, nel 1636, aveva iniziato la ricostruzione della chiesa di Santa Maria della Cima, con dipinti di Francesco Cozza. Nel 1696 la figliuola di Giuliano III, Livia, ultima erede dei Cesarini, vi farà porre i corpi delle martiri Sante Tigri e Vincenza, protettrici di Genzano con S. Tommaso di VillanovaGiuliano III, nel testamento del 1667 lasciava al figlio Giovanni Giorgio, oltre a Genzano, anche i possedimenti di Ardea, Rocca Sinibalda e Civita Lavinia. Tuttavia quattro anni dopo, alla morte del duca (1671), non vi erano più eredi diretti: erano già deceduti anche i due figli maschi, le due figlie maggiori erano in convento e l'unica figlia libera era ancora bambina. Genzano venne retto dal fratello di Giuliano III, l'ecclesiastico Filippo Cesarini, il quale intendeva far sposare la figlia terzogenita di Giuliano III, Clelia, con Filippo Colonna principe di Sonnino. La secondogenita di Giuliano III, Livia, suora oblata, lasciò il convento e sposò Federico II Sforza dando origine alla famiglia Sforza Cesarini.
Donna Livia contribuì in maniera decisiva al piano urbanistico della cittadina, portando a termine nel 1708 la costruzione di Genzano Nuova, impiantata su un sistema di triangolazioni, secondo il piano del 1643 ideato dal padre Giuliano III. Tra la prima metà del XVII e l'inizio del XVIII secolo venne innestato un secondo tridente, più interno del primo (quello delle Olmate), costituito dalla via Livia (1680 circa), la strada dove si svolge nella ricorrenza del Corpus Domini la tradizionale Infiorata, dalla Via Sforza (1708), e dalla via che conduce al convento dei Cappuccini. Questo particolare impianto urbanistico, coordinato da alcuni noti architetti romani del periodo Tommaso Mattei e Ludovico Gregorini,[21] estremamente innovativo per l'epoca, caratterizzato da un duplice trivio (tridente olmato e tridente edificato), suscitò l'ammirazione di molti artisti del tempo, tra i quali Carlo Maratta, che qui si stabilì e risiedette per diversi anni.[22] Nel 1677 l'ultimo dei Cesarini, Filippo Cesarini, aveva fatto costruire, lungo la strada corriera di Genzano Nuova, la Chiesa di San Sebastiano affiancata dal Conservatorio delle Maestre Pie; queste due opere saranno sciaguratamente distrutte nel 1916 dall'amministrazione comunale dell'epoca.[23] L'incremento demografico nei secoli XVI e XVII determinerà l'espansione di Genzano verso la pianura sottostante (Genzano NuovaLa rottura dell'isolamento geografico di Genzano comportò, oltre a notevoli vantaggi economici, il coinvolgimento in eventi bellici. Genzano fu infatti coinvolta nella Guerra di successione austriaca: dal maggio al novembre 1744 Genzano fu infatti occupata dalle truppe austriache, guidate dal principe Johann Lobkowitz, il quale fronteggiava le truppe ispano-napoletane, guidate dal re di Napoli Carlo di Borbone, accampate a Velletri e sul monte Artemisio. L'attacco del Lobkowitz, nella notte fra il 10 e l'11 agosto 1744 ("Battaglia di Velletri") venne respinto dalle truppe ispano-napoletane permettendo così la sopravvivenza del giovane Regno delle Due Sicilie.[25][26]
Dal 1781 al 1808 si procede alla costruzione della chiesa neoclassica della Santissima Trinità, su disegno di Giulio e Giuseppe Camporese, figli di Pietro.
Anche Genzano ebbe una sua parte nei fatti del 1798.[27] Con la Restaurazione, e la fine della feudalità, Genzano entrò sotto le dipendenze dirette della Santa Sede che lo elesse a capoluogo; nella sua giurisdizione erano comprese anche Nemi, Civita Lavinia (ora Lanuvio) e Ardea.[28] Il 23 settembre 1828 ebbe il titolo di città da parte del papa Gregorio XVI
Con la presa di Roma e la fine del Potere temporale, Genzano entrò a far parte dello Stato italiano. Il Consiglio comunale propose la modifica del nome in Genzano di Roma per evitare confusione con Genzano di Lucania,[30] approvata con Regio decreto legge 5 gennaio 1873.[31]
Tra la fine dell'800 e l'avvento del fascismo, Genzano è stata spesso teatro di battaglie sociali, soprattutto di lotte contadine per la distribuzione delle terre[32]. Durante il Ventennio centinaia sono stati i cittadini arrestati e condannati al carcere o al confino, o addirittura assassinati dai fascisti (Salvatore Buttaroni, Germano Previtali). Gravissimi furono inoltre i danni subiti dalla cittadina durante la Seconda guerra mondiale, soprattutto in conseguenza dei bombardamenti aerei nel periodo successivo allo sbarco di Anzio. Tra il 31 gennaio 1944 e 14 aprile 1944 sono stati uccisi 109 cittadini genzanesi; Genzano fu quasi rasa al suolo, avendo avuto più dell'80% delle case distrutte o fortemente danneggiate.[33] Una testimonianza tratta dalla pagina del 9 febbraio 1944 del Diario ("Journal du Noviciat") che una suora francese delle Piccole Suore dell'Assunzione di Genzano, probabilmente Suor M. Marguerite-Elisabeth, tenne in quei giorn
Una bomba è caduta sulla piazza (la piazza antistante Santa Maria della Cima, NdR) scavando un grande e profondo cratere e provocando una frana che ha sepolto vive più di cinquanta persone ricoverate in una grotta scavata sotto la piazza medesima. I tentativi per liberare quelli che sono ancora vivi non hanno dato alcun risultato. Il minimo colpo di piccone provoca numerosi franamenti minacciando di seppellire i soccorritori. A un certo punto si è creduto di poter comunicare con gli sventurati, si è visto un braccio che si tendeva, si è sentita una voce di donna gridare: «Più piano, ci sono dei bambini qui sotto...» Ma la terra all'improvviso richiude lo spiraglio. Di più, gli uomini che hanno tentato il salvataggio, essendo stati visti dai tedeschi, che requisiscono tutti coloro sui quali possono mettere le mani, sono stati catturati sul posto e arruolati a viva forza
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LA SCONOSCIUTA FONTAINEBLEAU IN RIVA ALL’OGLIO
di Paolo Zanoni – fotografie di Luciano Zanoni
Lo spirito degli antichi romani che aleggia sul campo delle Vignette, custode non sempre rispettato di una necropoli, si materializza ogni tanto nella scoperta di una tomba con i suoi preziosi corredi funerari. A mattina, poco oltre il Gambinetto, il sacello dei Morti di San Pietro muove l’animo alla pietà cristiana con i resti mortali degli antenati colpiti dalle pestilenze medievali. A sera la lunga e sottile falce di Castel Tebaldo, che si insinua profonda nella bassa golenale del Buco della Cagna, ricorda nella denominazione un dimenticato baluardo posto a vedetta del confine segnato dall’Oglio in tempi ferrigni ed insicuri. La barriera delle robinie che circonda su tre lati il fondo, non è che il pallido simulacro della selva intricata che occupava le coste e le bassure infide di stagni dell’ansa fluviale ai loro piedi.
In questo scenario, per molti versi primordiale, forse agli inizi del Cinquecento, i Martinengo costruirono in posizione panoramica ai margini del terrazzo il palazzo di campagna di Fontana Billiò, eleggendolo a ritrovo di caccia e di delizie campestri. Il nome dell’insediamento, in seguito ridotto a cascina chiusa, deriva evidentemente dal famoso castello francese di Fontainebleau. Anzi, è provato che il palazzo di campagna dei Martinengo abbia preso il nome dalla famosa residenza reale francese. Benvenuto Cellini, che tra il 1540 e il 1545 lavorò alla corte di Francesco I, nella sua “Vita scritta da lui stesso”, cita la località della regione parigina alla maniera fiorentina: Fontana Billiò, proprio come l’originaria denominazione del palazzo-cascina villaclarense.
Fontainebleau, modesto castello circondato dalla foresta, a 65 chilometri a sud di Parigi, venne trasformato a partire dal 1528 in una magniloquente dimora in grado di competere in splendore e ricchezza con le più fastose regge europee. Francesco I, reduce dalla sconfitta di Pavia e dalla umiliante prigionia inflittegli dall’imperatore Carlo V, intese in questo modo riscattare l’onore offeso e rilanciare il prestigio nazionale francese. Ammiratore dell’Italia, egli chiamò a decorare il sontuoso edificio artisti italiani, soprattutto toscani, con a capo il Rosso Fiorentino, che diedero vita ad una vera e propria moda, affermatasi col nome di scuola di Fontainebleau.
Bartolomeo III Martinengo, conte di Villachiara, ebbe molteplici rapporti col regno di Francia tramite le sue parentele e alleanze con gli Estensi e i Farnese, accompagnato in gioventù anche dal figlio Enea. Con le divisioni patrimoniali del 31 marzo 1565, seguite alla prematura morte di Enea, a Marcantonio toccarono il castello e i fondi di Villachiara, mentre il primogenito Paolo Emilio ebbe Fontana Billiò, Bompensiero, Villabuona e il mulino; in tutto un valore stimato in circa 250.000 lire. Questi però rimase insoddisfatto della sua residenza rurale e se ne lamenta nella polizza d’estimo del 1568, dove troviamo scritto al riguardo: “Fontana Billiò soleva esser stanza per l’affittuale et al presente per necessità gli abita sua Signoria ed è incommodissima, di modo che per sua abitazione è forzato a spendere sette o otto mila ducati…”. L’insoddisfazione del conte, gonfiata ad arte per sfuggire, almeno in parte, le “gravezze”, viene minuziosamente argomentata nella polizza del 1580: “Prima una casa chiamata Fontanableò, per sua abitazione, la quale è in campagna nel territorio di Villachiara, ma lontana da essa terra più di un miglio, sopra una riva, vicina al fiume Oglio mezzo miglio, con dui orti piccoli per servigio di casa; et questa casa oltra ch’è incomoda, è stretta per la famiglia d’esso Signor Conte…”. Le lamentele di Paolo Emilio si estendono alla scarsa resa dei 1.084 piò di terra in sua proprietà, “dalla quale somma d’entrate bisogna tenirne bona parte sempre morta per sovenire li massari, i quali per la sterilità, et vili fondi delle possessioni non possono raccogliere tanto da un suolo in fuori che li basti da vivere, et per questo vanno accrescendo ogn’anno il loro debito… Perché li sudetti massari non sono a sufficienza a lavorare le sudette terre, è necessario tenere quattro para de bovi con li biolchi, et altre cose necessarie per lavorare, et questo è per l’ordinario. Ma il sopra detto Signor Conte è astretto far lavorare di sua mano tre possessioni di quelle di Bompensiero per non aver massari che li lavorino, et questo con grandissimo suo disturbo, spesa et danno. E’ necessario tenire un fattore a Villabona il quale habbia cura di quelle possessioni, il quale ha di salario scudi quaranta d’oro all’anno, et quattro some di formento, et un carro di vino”.
Se il palazzo di Fontana Billiò non aveva le dimensioni e le comodità dei castelli di Villachiara e Villagana, allora in via di trasformazione in sontuose dimore signorili, pure ha avuto il privilegio di essere abbellito e ingentilito di affreschi di buon gusto. Ce ne dà testimonianza Francesco Paglia che lo visitò nella seconda metà del Seicento, con questa descrizione annotata nel libro secondo del “Giardino della Pittura”: “A Bon pensiere poco distante della Villa, alla foresta trovasi un bellissimo Logo chiamato Fontana Billiò il di cui Logo è tutto dipinto dalli Campi di Cremona e in particolar sotto la Porta ammirasi varj corpi nudi con intrecciamenti di frutti, fogliami, e bambini con varj uccelli, ed altre bizarie così ben accordate, ed unicamente colorite, che rendono maraviglia a chiunque li mira. Segue in prima stanza a sinistra del portico, un bel groppo istoriato con Orfeo, che con la sua dolce Lira, e soave suono raduna a sé ogni stirpe di Animali molto ben fatti, con un fregio attorno di alcune Arpie, che porgono molti frutti in capricciosa maniera formata dal Fasolo, ed il ressiduo delle pareti fingono essere una cedrera di limoni ed aranci, interamente colorita con bella bizaria. Le altre stanze poi superiori veggonsi dipinte a Drappi d’oro riccamati con freggj di puttini in varj modi scherzanti tra fogliami, e carteloni unicamente dissegnati, e ottimamente coloriti dalli sopradetti Campi di Cremona”.
Degli affreschi descritti dal Paglia, molti dei quali sono celati da successive imbiancature, oggi possiamo ammirare: sotto il portico, una figura giovanile nuda e diversi uccelli multicolori con fregi, affiorati dalla spessa tinteggiatura giallo-ocra; nella stanza di Orfeo, quattro maschere sugli angoli della volta e un pezzo di cornice fregiata, mentre il resto rimane coperto dall’imbiancatura; nella sala superiore delle armi (una collezione proveniente da Pontevico), gli affreschi, ancora integri, costituiti da un intrico di tralci e fogliami, che vanno purtroppo rapidamente sbiadendo a causa dell’inquinamento atmosferico. La rimozione dell’imbiancatura in una stanza dell’appartamento dietro il portico, recentemente ristrutturato, ha fatto emergere pareti completamente decorate ad affresco, mentre in quella attigua si intuiscono altri disegni dello stesso tipo e dello stesso periodo rinascimentale.
Tramontata la stagione della pittura e la parabola terrena di Paolo Emilio Martinengo, spesso assente per i suoi impegni militari in Dalmazia, la dinastia venne continuata dai figli del secondogenito Sigismondo. Dei due eredi maschi di questi, Vincenzo ebbe solo due figli naturali non legittimati, mentre Paolo Emilio, dalla consorte Francesca di Ercole Martinengo, non ebbe discendenza, per cui nel suo testamento del 1649 nominò erede delle sue sostanze il nipote Sigismondo Ponzoni di Cremona, figlio della sorella Olimpia. Si estingueva così questo ramo dei Martinengo Villachiara e Fontana Billiò venne venduta nell’anno 1700 dai Ponzoni ai Borgondio, che la mantennero fino a poco oltre l’Unità d’Italia, quando venne ceduta ai Provezza. Nel Novecento seguirono i Roncali e infine, intorno al 1936, i Calzoni di Milano.
Il conte Vincenzo, dopo la peste del 1630, fece costruire la chiesa di Bompensiero dedicata a San Vincenzo Martire, dotandola di un beneficio per la celebrazione della messa quotidiana e il mantenimento di un cappellano. Decadde così, fino alla distruzione, l’oratorio privato di San Girolamo, adiacente al palazzo, segnalato fin dalla visita pastorale di San Carlo Borromeo del 20 aprile 1580.
Se la posizione amena faceva di Fontana Billiò un luogo di piacere e di serenità, non di meno la situazione appartata e la presenza dei boschi favorivano le incursioni ladresche. I Diari Bianchi riportano il seguente episodio accaduto nella prima decade di ottobre del 1629: “Questa settimana passata alcuni vogliono ch’uno di quelli del Re svaligiasse un Pegolotto, quale si salva sul Porto di Bonpensiero e quel Portinaro dà fori nova che li Spagnoli prendono il Porto, onde la moglie del Conte Paolo Emiglio tra li altri fugge a piedi con le vesti e collane”.
Dal Cinquecento il palazzo-cascina ha visto continuamente mutare il suo vago nome francese; dapprima cadde il sostantivo Fontana, quindi, nel corso dell’Ottocento, il toponimo evolse da Belljò a Billiò, approdando all’attuale Beleò. Nella mappa tardo cinquecentesca che Egnazio Danti ha affrescato nella Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano, il sito è indicato addirittura col nome Leon, mentre Vincenzo Coronelli nella sua mappa del Bresciano datata 1689, lo segnala col nome di Fontana Bella.
Prima della recente tinteggiatura esterna color mattone, sull’arco del portone d’ingresso a monte, si poteva leggere la seguente scritta di benvenuto: “SI VIENE AL BELEO’ E SI RITORNA”. Scomparso il motto augurale, la cortesia del proprietario non è venuta meno. Nonostante le tante manomissioni perpetrate nella Bassa bresciana, il Beleò con i suoi dintorni rimane un angolo di Eden. Sotto il portico, tra i variopinti uccelli dei Campi, un bellissimo Sant’Antonio Abate in ceramica colorata stende la sua mano protettrice su animali che ormai non ci sono più. Nel cortile rettangolare ingentilito dai fiori, tronchi di colonne in botticino e pochi altri marmorei manufatti relitti giacciono coricati ad uso sedile per le soste dei pochi abitanti rimasti e dei rari curiosi che vi giungono. Sono il segno dell’antica aristocrazia del luogo, perduta ma non dimenticata.
(BELEO’ cascina-palazzo nei pressi di Bompensiero nel comune di Villachiara)
Lucio Sergio Catilina (in latino: Lucius Sergius Catilina; Roma, 108 a.C. – Pistoia, 62 a.C.) è stato un militare e senatore romano, per lo più noto per la congiura che porta il suo nome, un tentativo di sovvertire la Repubblica romana, e in particolare il potere oligarchico del Senato.
Biografia
(LA)
« Lucius Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. »
(IT)
« Lucio Catilina, nato di stirpe nobile, fu uomo di grande vigore morale e fisico, ma d'indole malvagia e corrotta. »
(Sallustio, De coniuratione Catilinae, 5.)
Origini familiari
Catilina nasce a Roma nel 108 a.C. dal patrizio Lucio Sergio Silo e da Belliena. La famiglia nativa, i Sergii, pur di nobili origini, da molti anni non aveva più un ruolo significativo nella vita politica di Roma. L'ultimo dei Sergii ad essere nominato console era stato Gneo Sergio Fidenate Cosso nel 380 aC. Virgilio più tardi fece derivare il nome della famiglia da un antenato importante, Sergesto, giunto in Italia insieme a Enea, facendo quindi dei Sergii una delle famiglie originarie nella storia dell'Urbe.
Le conoscenze sulla gioventù di Catilina e sulla sua vita familiare sono piuttosto limitate. Ebbe due mogli: Gratiana, sorella di Marco Mario Gratidiano, nipote di Gaio Mario, e Aurelia Orestilla, figlia di Gneo Aufidio Oreste (console nel 71 a.C.). Dalla prima ebbe un figlio che, secondo Sallustio, uccise in quanto ostacolo alle nozze con Aurelia Orestilla
Fasi iniziali
Nell'89 a.C. il poco più che ventenne Catilina segue il generale Strabone nella guerra marsica contro le popolazioni italiche coalizzate contro Roma, e in questa occasione conosce Cicerone e Pompeo.
Nell'88 a.C. passa agli ordini di Silla, eletto console, e lo segue in Asia nella Prima guerra mitridatica.
La leggenda nera di Catilina
Dagli storici contemporanei e da Cicerone, tutti a lui ostili, Catilina è descritto come un uomo malvagio e depravato, anche se vigoroso. Nell'84 a.C., quando Silla rientra a Roma per contrastare i suoi nemici politici (i populares) nella Guerra civile romana, Catilina si segnala come uno dei più abili e spietati sostenitori di Silla, uccidendo fra gli altri il cognato Marco Mario Gratidiano, da lui stesso torturato e decapitato sulla tomba di Quinto Lutazio Catulo, illustre vittima delle persecuzioni di Gaio Mario; portò poi la testa a Roma e nel Foro la gettò ai piedi di Silla. Questo racconto e altri che raffigurano eventi simili, descritti come un sacrificio umano dell'epoca arcaica, in cui secondo varianti (come quella di Cassio Dione, vissuto tre secoli dopo), Catilina si macchia anche di cannibalismo, sono state rilevate eccessive da alcuni storici moderni, e miranti a screditare il personaggio anche dal punto di vista umano, come sarebbe avvenuto molte volte anche per imperatori romani detestati dal Senato (Caligola, Nerone, Tiberio, Commodo). Tra le altre accuse rivolte a Catilina, oltre all'omicidio e alla cospirazione, quella di corruzione, di incesto, di violenza sessuale ad una vergine vestale; verrà però assolto in tutti i processi, tuttavia ebbero l'effetto di rallentare la sua carriera politica.
Le cariche pubbliche
Negli anni successivi, pur nel mutato clima politico dopo la morte di Silla, Catilina non subisce condanne, ma ottiene anzi i primi successi politici: questore nel 78, legato in Macedonia nel 74, edile nel 70, pretore nel 68 e governatore dell'Africa nel 67.
Al suo ritorno, nel 66 a.C., si candida alla carica di console, ma viene subito perseguito per concussione e abuso di potere, uscendone assolto; ancora nel 66 è accusato di una cospirazione con Autronio e un certo Publio Cornelio Silla, anche se i particolari sono poco chiari. Portato in giudizio nel 65 a.C., ricevette l'appoggio di molte persone influenti, anche di categoria consolare come Lucio Manlio Torquato, e lo stesso Cicerone aveva ipotizzato di difenderlo in tribunale. Catilina fu assolto, ma i processi furono sufficienti a mandare a monte la sua elezione a console.
Poiché è ancora sotto processo, Catilina può ricandidarsi a console solo nel 64 a.C. per l'anno successivo, ma il Senato, allarmato dalla sua accresciuta popolarità, gli oppone un brillante e famoso avvocato, Cicerone, un Homo novus. Già nel discorso di candidatura In toga candida, (da cui il termine candidato), Cicerone inizia a costruire l'immagine "nera" di Catilina, insinuando che fosse incestuoso, assassino, degenerato; gli optimates, l'oligarchia senatoria, mobilitano le loro clientele a favore di Cicerone, che vince e viene eletto.
Catilina, tenace, si candiderà nuovamente alle elezioni per il 62 a.C., non prima di essersi guadagnato l'appoggio della plebe romana e degli schiavi con ingegnosa demagogia, frequentando attori e gladiatori, idoli del popolino, e promettendo una ridistribuzione delle terre demaniali e prede di guerra (guadagnandosi così anche l'appoggio dei veterani di Silla, caduti in disgrazia) ed emanando addirittura un editto per la remissione dei debiti (detto Tabulae novae). Quest'ultima proposta allarma la classe senatoria e Cicerone che, nell'orazione Pro Murena, sottolinea in Catilina «...la ferocia, nel suo sguardo il delitto, nelle sue parole la tracotanza, come se avesse già agguantato il consolato».
L'accusa di congiura
All'ultimo momento Cicerone presenta in Senato alcune lettere anonime che accusano Catilina di cospirazione contro la Repubblica, radunando uomini in armi attorno a Fiesole, pur non potendo provarlo. Cicerone inoltre sostiene che Catilina abbia fatto offerte a varie tribù in Gallia per assicurarsi alleati, ma la tribù degli Allobrogi avrebbe rifiutato l'offerta e l'avrebbe resa pubblica avvertendo con lettere Cicerone stesso.
Con queste premesse, e con un probabile broglio elettorale, nelle elezioni Catilina viene sconfitto da Murena, personaggio gradito al Senato. La questione dei brogli venne sollevata non da Catilina ma da Servio Sulpicio Rufo, un altro dei non eletti, e da Catone, uomo tutto d'un pezzo e notoriamente ostile a Catilina. Cicerone difende Murena dalle accuse di brogli e attacca Catilina, denunciandone la presunta congiura; Catilina è costretto a una fuga in Etruria, che però definirà "esilio volontario".
Il 5 gennaio del 62 a.C. Catilina e i suoi fedelissimi vengono intercettati dall'esercito romano comandato dal generale Marco Petreio nei pressi dell'odierna Pistoia (Campo Tizzoro), nella piana denominata Ager Pisternensis; Catilina, vistosi bloccato il passaggio degli Appennini che conduce alla Gallia cisalpina da Quinto Cecilio Metello Celere, pur consapevole di andare incontro a morte certa, decide di battersi comunque insieme al suo esercito. Prima della fine, Catilina pronuncia quest'ultimo discorso ai suoi pochi ma fedeli seguaci:
(LA)
« Compertum ego habeo, milites, verba virtutem non addere neque ex ignavo strenuum neque fortem ex timido exercitum oratione imperatoris fieri. Quanta cuiusque animo audacia natura aut moribus inest, tanta in bello patere solet. Quem neque gloria neque pericula excitant, nequiquam hortere: timor animi auribus officit. Sed ego vos, quo pauca monerem, advocavi, simul uti causam mei consili aperirem. Scitis equidem, milites, socordia atque ignavia Lentuli quantam ipsi nobisque cladem attulerit quoque modo, dum ex urbe praesidia opperior, in Galliam proficisci nequiverim. Nunc vero quo loco res nostrae sint, iuxta mecum omnes intellegitis. Exercitus hostium duo, unus ab urbe, alter a Gallia obstant; diutius in his locis esse, si maxume animus ferat, frumenti atque aliarum rerum egestas prohibet; quocumque ire placet, ferro iter aperiundum est. Quapropter uos moneo, uti forte atqueparato animo sitis et, quom proelium inibitis, memineritis uos diuitias decus gloriam, praeterea libertatem atque patriam in dextris uostris portare. Si uincimus, omnia nobis tuta erunt: commeatus abunde, municipia atque coloniae patebunt: si metu cesserimus, eadem illa aduorsa fient, neque locus neque amicus quisquam teget quem arma non texerint. Praeterea, milites, non eadem nobis et illis necessitudo inpendet: nos pro patria, pro libertate, pro uita certamus; illis superuacaneum est pugnare pro potentia paucorum. Quo audacius adgredimini, memores pristinae uirtutis. Licuit uobis cum summa turpitudine in exilio aetatem agere, potuistis nonnulli Romae amissis bonis alienas opes expectare: quia illa foeda atque intoleranda uiris uidebantur, haec sequi decreuistis. Si haec relinquere uoltis, audacia opus est: nemo nisi uictor pace bellum mutauit. Semper in proelio iis maxumum est periculum, qui maxume timent: audacia pro muro habetur. Cum vos considero, milites, et cum facta vostra aestumo, magna me spes victoriae tenet. Animus, aetas, virtus vostra me hortantur, praeterea necessitudo, quae etiam timidos fortis facit. Nam multitudo hostium ne circumvenire queat, prohibent angustiae loci. Quod si virtuti vostrae fortuna inviderit, cavete inulti animam amittatis neu capiti potius sicuti pecora trucidemini quam virorum more pugnantes cruentam atque luctuosam victoriam hostibus relinquatis! »
(IT)
« So assolutamente, o soldati, che le parole non aggiungono valore e che un esercito non diventa coraggioso da vile né forte da pavido per un discorso del generale. Quanto è grande il coraggio nell'animo di ciascuno per indole o per educazione, tanto grande è solito manifestarsi in guerra. Colui che né la gloria né i pericoli incitano, lo potresti esortare invano: il timore dell'animo tappa le orecchie. Ma io vi ho convocato per ammonirvi riguardo a poche cose e contemporaneamente per esporvi il motivo del mio piano. Invero certamente sapete, o soldati, qual grave danno abbiano portato a noi la viltà e l'indolenza di Lentulo, e anche a lui stesso, e per quale modo mentre aspettavo rinforzi dalla città, non sono potuto partire per la Gallia. Ora dunque a quale punto sia la nostra situazione, voi tutti lo capite insieme a me. Due eserciti nemici ci sbarrano la strada, uno dalla città e uno dalla Gallia; rimanere più a lungo in questi luoghi, anche se il nostro animo lo desidera moltissimo, lo impedisce la mancanza di frumento e di altre cose. Dovunque ci piaccia andare, bisogna aprirsi la strada con le armi. Perciò vi esorto a essere forti e pronti e, quando entrerete in combattimento, a ricordare che voi portate nelle vostre mani destre ricchezze, onore, gloria, senza contare la libertà e la patria. Se vinceremo, non correremo più alcun pericolo; ci saranno vettovaglie in abbondanza, municipi e colonie spalancheranno le porte. Se, causa la paura, ci saremo ritirati, quei medesimi diventeranno ostili, nessun amico, nessun luogo potrà proteggere chi le armi non siano riuscite a proteggere. Inoltre, soldati, non è il medesimo bisogno a incombere su di noi e su di loro: noi combattiamo per la patria, per la libertà, per la vita; per loro è superfluo combattere per il potere di pochi. Perciò, attaccate con maggior audacia, memori dell'antico valore! Vi sarebbe stato concesso passare la vita in esilio con il massimo disonore: alcuni di voi avrebbero potuto bramare a Roma, dopo aver perso le proprie, le ricchezze di altri. Poiché quelle azioni sembravano turpi ed intollerabili agli uomini, avete deciso di seguire queste. Se volete abbandonare questa situazione, c'è bisogno di coraggio; nessuno, se non da vincitore, ha mai cambiato in pace una guerra. In guerra il massimo pericolo è quello di coloro che di più hanno paura; il coraggio è considerato come un muro. Quando vi guardo, o soldati, e quando considero le vostre azioni, mi prende una grande speranza di vittoria. L'animo, l'età, il valore vostri mi incoraggiano, e la necessità, inoltre, che rende coraggiosi anche i pavidi. E infatti l'inaccessibilità del luogo impedisce che la moltitudine dei nemici possa circondarci. Se la fortuna si sarà opposta al vostro valore, non fatevi ammazzare invendicati, e neppure, una volta catturati, non fatevi trucidare come bestie piuttosto che lasciare ai nemici una vittoria cruenta e luttuosa combattendo alla maniera degli eroi! »
(Sallustio, De coniuratione Catilinae, 58.)
Dopo la sanguinosa battaglia di Pistoia, Catilina muore (secondo lo storico Sallustio, Catilina fu ritrovato ancora vivo sul campo di battaglia, anche se ferito mortalmente) insieme ai suoi 20'000 soldati e i suoi resti vengono gettati in un fiume, mentre la testa viene riportata a Roma da Antonio, uno dei congiurati di Catilina che si era finto malato per non combattere contro il suo superiore e soprattutto per non rischiare che quest'ultimo ne rivelasse la partecipazione alla congiura (proprio per questo motivo preferì lasciare il comando delle truppe romane a Marco Petreio)
Cicerone, l'anti-Catilina
« [Rivolgendosi ai congiurati] Se io non avessi sperimentato la vostra determinazione e la vostra fedeltà, invano si sarebbe presentata a noi questa occasione favorevole; inutile sarebbe la nostra grande aspettativa di potere, né io cercherei, attraverso uomini codardi e falsi, l'incertezza al posto della certezza. Ma siccome io conosco la vostra fortezza e la vostra fedeltà nei miei confronti in molti e ardui cimenti, proprio per questo il mio animo mi consente di intraprendere questa impresa davvero grande e gloriosa, anche perché ho constatato che condividete con me i possibili vantaggi ma anche i pericoli. Infatti una vera amicizia si basa sugli scopi e interessi comuni. »
(L. Sergio Catilina, citato in De Catilinae coniuratione di Sallustio)
La maggior parte delle informazioni su Catilina ci è giunta tramite Cicerone, suo acerrimo nemico politico. La posizione di Cicerone si riassume bene nell' incipit della prima delle orazioni Catilinarie, pronunciata al Senato l'8 novembre del 63 a.C., in presenza dello stesso Catilina, quando Cicerone esordisce con:
(LA)
« Quo usque tandem abutēre, Catilina, patientia nostra? »
(IT)
« Fino a quando abuserai, o Catilina, della nostra pazienza? »
(Cicerone, Oratio in Catilinam I, 1.)
La nota congiura di Catilina, che ha come fonte principale l'impianto accusatorio di Cicerone, è uno degli eventi più famosi degli ultimi turbolenti decenni della Repubblica Romana. Dalle fonti non risultano chiari gli obiettivi dei cospiratori; secondo quanto riferito da Cicerone, sarebbero stati previsti un incendio doloso e altri danni materiali, oltre che l'assassinio di personaggi politici (in particolare Cicerone stesso). La congiura si sarebbe sviluppata attraverso incontri segreti - l'ultimo sarebbe avvenuto nella casa del senatore Leca il 6-7 novembre del 63 a.C., alla vigilia della prima Catilinaria - ma una certa Fulvia, amante di uno dei congiurati (Quinto Curio), avrebbe informato direttamente Cicerone di quel che stava accadendo. Quella sera stessa due congiurati (Cornelio e Vargunteio) si sarebbero presentati a casa di Cicerone e, con il pretesto di salutarlo, avrebbero tentato di ucciderlo. Ma grazie a Fulvia, Cicerone sarebbe scampato agli assassini. Cicerone non risparmiò mezzi ed effetti speciali per mettere in cattiva luce Catilina. In attesa dell'esito della denuncia per brogli contro Murena (.Aiuto:Chiarezza|che avrebbe potuto assegnare regolarmente la carica di console a Catilina, che non aveva dunque motivo per mosse disperate), Cicerone si presentò al Campo Marzio circondato da una scorta e «...vestendo quella mia ampia e vistosa corazza [sotto la toga], non perché essa mi proteggesse dai colpi, che io sapevo essere suo costume [di Catilina] sferrare non al fianco o al ventre ma al capo o al collo, bensì per richiamare l'attenzione di tutti gli onesti».
Il console Cicerone, cioè, dopo aver difeso il neo-console Murena dall'accusa di brogli (e allo scopo di evitare l'assegnazione della carica al candidato dell'opposizione Catilina, senza che nessuno contestasse tale conflitto d'interessi), ostentava un comportamento per indurre «gli onesti» a vedere in Catilina un uomo pericoloso, capace di uccidere il suo rivale. A seguito di ciò ottenne l'emanazione del senatusconsultum ultimum, che dava ai consoli in carica, tra cui Cicerone stesso, poteri di vita e di morte. In virtù di tale delibera Cetego e Lentulo, i catilinari che non erano scappati con il loro capo (secondo l'accusa, rimasti a Roma avrebbero tentato comunque di far sollevare la plebe e la tribù degli Allobrogi), furono condannati alla pena capitale. Portati con i loro seguaci nel carcere Mamertino furono strangolati uno a uno. Come cittadini romani sarebbe stato loro diritto appellarsi al popolo (provocatio ad populum, la richiesta di grazia sulla quale erano chiamati a pronunciarsi i comizi elettivi delle tribù romane) e in ogni caso avrebbero avuto diritto a poter scegliere l'esilio al posto della morte, anche se questo avrebbe comportato la confisca di tutti i loro beni. Il vulnus così inferto alla Costituzione romana fu rimproverato a Cicerone da Gaio Giulio Cesare durante la seduta del Senato e alcuni anni dopo, su iniziativa del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro, Cicerone verrà punito con l'esilio per l'uccisione illegittima di cittadini romani.
Considerando che il senato aveva già dichiarato nemici della Repubblica i congiurati e dato pieni poteri al console Cicerone, l'esecuzione dei congiurati era, o può essere considerata, esecuzione di nemici, non di cittadini.
Lo storico Sallustio ha scritto un resoconto sull'intera questione circa 20 anni dopo, dal titolo De Catilinae coniuratione, senza però discostarsi significativamente dalle descrizioni di Cicerone (le differenze storiche sono per lo più sulla cronologia, forse errori involontari di Sallustio, più probabilmente usati per scagionare Cesare dal sospetto di aver partecipato per un periodo alla congiura).La storiografia ci fornisce inoltre molteplici contributi che potrebbero far pensare alla congiura come un bluff ciceroniano, per scrollarsi di dosso l'appellattivo di civis inquilinus urbis conferitogli da Catilina.
Il progetto politico di Catilina
« Non è più degno morire da valorosi, piuttosto che trascorrere passivamente e con vergogna un'esistenza misera e senza onori, soggetti allo scherno e all'alterigia? »
(L. Sergio Catilina, citato in De Catilinae coniuratione di Sallustio)
Il progetto di Catilina non era troppo diverso da quello di altri che avevano tentato di riformare la Repubblica in senso popolare, anche forzando il sistema, come Tiberio Gracco e suo fratello Gaio, come farà anche lo stesso Cesare in seguito.
Nell'orazione Pro Murena del 63 a.C. Cicerone contesterà a Catilina un'affermazione che ne rivela il progetto politico: «La Repubblica ha due corpi: uno fragile, con una testa malferma; l'altro vigoroso, ma senza testa affatto; non gli mancherà, finché vivo».
Nell'analisi politica di Catilina la Repubblica Romana vive una separazione gravissima della società dalle istituzioni. Il corpo fragile rappresenta il corpo elettorale romano, spaccato in cricche, clientele e bande (nell'88 a.C. tutti gli italici avevano avuto la cittadinanza romana, ma per votare occorrevano tempo e risorse per recarsi a Roma, da qui la degenerazione clientelare); la testa malferma rappresentava invece il Senato, abituato al potere ereditario, colluso con i grandi proprietari terrieri, composto per lo più dall'ottusa classe del patriziato.
Il corpo vigoroso ma senza testa simboleggiava la massa di contribuenti, tartassati e umiliati dal disordine politico (per ripagare i propri reduci, Silla aveva ordinato larghe confische ai piccoli possidenti), senza vera rappresentanza politica, per la quale Catilina si propone come "testa" pensante, al tempo stesso rendendosi conto della pericolosità dell'andare contro l'oligarchia dominante. Tra l'altro Catilina, tempo prima di organizzare la congiura contro l'oligarchia senatoria, si era fatto molti alleati e amici non solo tra i contribuenti e i piccoli proprietari terrieri, ma anche tra esponenti della classe degli equites. Insieme agli equites Catilina era riuscito a ingraziarsi anche molti senatori, spinti dal malcontento provocato dalla politica senatoria dell'epoca e di Pompeo, così come anche dalla difficile situazione economica di allora. A testimonianza della popolarità di Catilina fra i ceti sociali più bassi riportiamo due brani di Sallustio da De Catilinae coniuratione:
« Nel frattempo Manlio in Etruria istigava la plebe, desiderosa di cambiamenti allo stesso tempo per la miseria e per il risentimento dell'ingiustizia subita, poiché, durante la dittatura di Silla, aveva perso i campi e tutti i suoi beni; inoltre istigava i ladri di qualsiasi genere, di cui in quella regione c'era grande abbondanza, e alcuni coloni Sillani, ai quali, per dissolutezza e lussuria, non era rimasto nulla di ciò che avevano rubato. »
(Sallustio, De Catilinae coniuratione, 28.)
« E non era sconvolta solo la mente di coloro che erano i complici della congiura, bensì l'intera plebe, desiderosa di cambiamenti, approvava i propositi di Catilina. Così sembrava facesse ciò secondo il suo costume abituale. Infatti in uno Stato i poveri invidiano sempre i ricchi ed esaltano i malvagi; odiano le cose antiche, desiderano vivamente le novità; a causa dell'avversione alla loro situazione aspirano a sovvertire ogni cosa; si nutrono di tafferugli e di disordini, visto che la povertà rende facilmente senza perdite. »
(Sallustio, De Catilinae coniuratione.)
Diversi anni dopo la morte di Catilina, nell'orazione Pro Caelio del 56 a.C. (Celio era stato amico di Catilina), Cicerone ammetterà che Catilina aveva raccolto attorno a sé «anche persone forti e buone», offriva «qualche stimolo all'attività e all'impegno», e che in certi momenti era sembrato a Cicerone perfino «un buon cittadino, appassionato ammiratore degli uomini migliori, amico sicuro e leale». Catilina, ammetterà ancora Cicerone, «era gaio, spavaldo, attorniato da uno stuolo di giovani»; per di più, «vi erano in quest'uomo caratteristiche singolari: la capacità di legare a sé l'animo di molti con l'amicizia, conservarseli con l'ossequio, far parte a tutti di ciò che aveva, prestar servigi a chiunque con il denaro, con le aderenze, con l'opera...».
Catilina presenta dunque i tratti dell'uomo politico di successo, capace di ottenere consensi, ma malvisto dall'oligarchia degli optimates del Senato.
Dipinto di Cesare Maccari;
Raccolta Foto de Alvariis
Illasi is a comune (municipality) in the Province of Verona in the Italian region Veneto, located about 90 km west of Venice and about 15 km east of Verona. As of 31 December 2004, it had a population of 5,112 and an area of 25.0 km².
The municipality of Illasi contains the frazioni (subdivisions, mainly villages and hamlets) Cellore and Donzellino.
Illasi borders the following municipalities: Cazzano di Tramigna, Colognola ai Colli, Lavagno, Mezzane di Sotto, and Tregnago.
Illasi è un comune di 5.165 abitanti della provincia di Verona. Il comune fa parte delle città del vino e dell'Unione Comunale detta Verona Est (Caldiero, Colognola ai Colli, Illasi e Mezzane di Sotto).
Illasi dista 20 km da Verona. Rispetto al capoluogo è in posizione nord est. è uno dei primi paesi che si incontrano salendo la verdeggiante Val d'Illasi, che prende il nome dall'omonimo torrente ( dagli abitanti chiamato semplicemente "Progno").
Tracce di insediamenti di età preistorica (resti di selci lavorate sul monte Garzon,a N). Nel 2007 in località Arano, presso la frazione di Cellore, è stata portata alla luce un'area sepolcrale risalente, pare, all'antica età del Bronzo (fine III millennio a.C. circa).
In epoca romana, cosi' come tutto il territorio circostante, è zona di centuriazione: divisa in appezzamenti distribuiti ai veterani delle legioni, che da soldati divenivano agricoltori (probabilmente coltivando cereali, visto l'antico nome della valle "Longazeria", dal latino 'longa' e 'cerea').
Diverse lapidi (alcune custodite al Museo Maffeiano di Verona, una si puo' notare murata all'ingresso del Municipio), e altro materiale affiorato nei secoli (monete, urne cinerarie) testimoniano una vasta presenza romana, specialmente in localita' oggi lontane dal paese come S.Colombano e Gusperino. Non sono state pero' scoperte ville signorili, il che fa pensare ad una popolazione essenzialmente di piccoli proprietari contadini. Nuovi elementi si attendono dagli scavi in corso nell'ex Oratorio di san Rocco, vicino alla Chiesa Parrocchiale.
In età barbarica importanti reperti longobardi, tra cui uno splendido umbone, decorazione da scudo, conservato al Museo Civico di Castelvecchio (Verona),sono stati rinvenuti nel centro della frazione Cellore. La pieve di S.Giustina con l'annesso monastero fu uno dei primi centri di evangelizzazione della provincia di Verona. Da qui partivano i missionari che diffusero il cristianesimo nelle campagne dal V secolo in poi, e vi si svolgeva la più importante fiera della valle. Tuttavia dell'edificio, che doveva essere significativo, oggi resta solo fra gli olivi il suggestivo campanile del X secolo, con annessa chiesetta del XVIII secolo.
Il castello d'Illasi visto da Cazzano di Tramigna.L'importanza strategica accordata ad Illasi è confermata dalla decisione di costruire il Castello che ancora svetta sulla collina a dominare il paese. Un'opera decisamente notevole per le possibilità del tempo, e un interessante rompicapo per archeologi e studiosi. Infatti la struttura principale (un maschio affiancato ad un cassero, configurazione semplice ma massiccia quasi unica in Europa) è di epoca prescaligera, e non è chiaro quale potente possa avere realizzato un'opera cosi' tecnologicamente avanzata (l'ampio arco romanico all'interno del maschio trova corrispondenti solo in alcuni archi, comunque più piccoli, in alcune case torri di nobili famiglie in città) senza lasciare tracce documentali. È stato attribuito ad Ezzelino da Romano, ma pare che il tiranno abbia solo restaurato un edificio già esistente. Altri interrogativi riguardano la destinazione del fortilizio: la vasta sala e il largo scalone esterno fanno pensare che potesse avere anche una funzione di rappresentanza e non solo militare. L'area comunque appare fortificata fin dal X secolo. Nei secoli successivi il Castello è coinvolto in tutte le vicende belliche veronesi. Usato come palatium da Ezzelino, poi rifugio di Pulcinella delle Carceri, nobile fuoriuscito da Verona nella turbolenta età comunale, sarà donato ufficialmente dal Papa Niccolo' III ad Alberto della Scala (padre di Cangrande) per i suoi meriti nella lotta agli Albigesi (Catari), dopo la conquista della roccaforte eretica di Sirmione, terminata col rogo in Arena dei prigionieri.
In età scaligera è inserito nello scacchiere difensivo della città,articolato ad Est sui castelli di Soave e Montorio. Più volte sarà assediato dagli eserciti di vari signori: le truppe potevano facilmente praticare scorrerie fin sotto le mura di Verona. Solo i castelli offrivano con le loro guarnigioni fisse e i loro recinti fortificati un riparo alla popolazione degli indifesi villaggi circostanti.
Particolarmente travagliato per il castello sarà il periodo seguente alla caduta dei della Scala (1387): in pochi anni subisce duri attacchi e colpi di mano fra milizie dei Carraresi di Padova, dei Visconti di Milano e della Serenissima. viene dato alle fiamme con le case ad esso addossate dai Carraresi, per punire il plauso degli illasiani all'avvento dei veneziani (1403)
Nella prima età veneziana l'evoluzione dell'arte guerresca rende il castello ben presto obsoleto e vulnerabile. Il condottiero milanese Nicolo' Piccinino lo espugna con facilita' nel 1437 cosi' come gli altri castelli della zona.
Venezia decide di dismetterlo, e dopo la difficile lotta contro la Lega di Cambrai lo consegna alla famiglia Pompei, nominati feudatari di Illasi per i servigi resi. Infatti il Conte Girolamo Pompei, detto il Malanchino, si distingue con numerose operazioni quasi di guerriglia contro forze ben più numerose, capitanando squadre di contadini della zona. Azione clamorosa è la cattura del Duca di Mantova, colto indifeso presso la sua amante.
La maggior parte delle altre famiglie nobili veronesi guardò invece con simpatia alla calata dell'esercito asburgico: antica era la tradizione di legami con il mondo imperiale e germanico. Venezia non poteva allora non legare a sé le poche famiglie rimaste fedeli in quel drammatico periodo che l'aveva vista pressoché soccombente. Con la donazione ai Pompei,ha termine la funzione militare del castello, che diviene palazzo di residenza della famiglia, ma l'adattamento non soddisfa i novelli conti. i Pompei si trasferiscono dal XVII secolo ai piedi della collina, in una più agevole e lussuosa villa. Inizia il lento abbandono del maniero e l'incuria che sono proseguiti fino ai giorni nostri.
Homs
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Homs (in arabo, حمص, Hims, popolazione 800.000 abitanti) è un'antica città della Siria, risalente al 2300 a.C. circa, e che in epoca romana era nota come Emesa. Il suo monumento più importante è la tomba di Khālid ibn al-Walīd, il noto guerriero vissuto nel primo periodo islamico, conquistatore della Siria e vincitore dei Lakhmidi di al-Hīra. Nell'area si erge tuttavia il manufatto più noto al mondo: il Krak dei Cavalieri (Fortezza dei cavalieri), sito a 65 Km a ovest di Homs, che fu per quasi due secoli il più potente baluardo dei Crociati, controllato dall'Ordine dei Cavalieri dell'Ospedale fino alla sua riconquista da parte del Sultano mamelucco Baybars l' 8 aprile del 1271.
Il Krak dei CavalieriHoms è una località agricola e industriale, oltre che un importante centro turistico, grazie al suo clima mite dovuto alla valle in cui giace e che gode della brezza dal mare. All'altezza di Homs si trova inoltre un fiume dal corso anomalo che dalle montagne dell'ovest, vicine al mare, scorre verso l'interno per sfociare in un lago. Grazie a questo fattore la produzione agricola è di altissima qualità.
La regione di Homs è anche una zona piena di fermenti letterari, la poesia, in particolare, è molto sviluppata, cosa che non impedisce che a Damasco la gente di Homs sia considerata gente davvero singolare.
I cittadini di Homs sono i soggetti preferiti delle barzellette siriane (un po' come succede per i Carabinieri in Italia) e spesso irrisi per mostrare una vena di pazzia, tanto da generare una festa che si svolge ogni mercoledì: la cosiddetta Festa dei Pazzi ( ‘Īd al-majānīn ). La fama della pazzia dei cittadini di Homs affonderebbe le sue radici nell'epoca in cui i Romani decisero di conquistare questa bella città, che si trova vicino a Palmira. Quando gli abitanti seppero dell'avvicinarsi dei conquistatori, il piccolo consiglio cittadino avrebbe escogitato una soluzione abbastanza curiosa. Furono emanati proclami con cui si invitavano i residenti a comportarsi come pazzi, allo scopo di far sentire a disagio gli aspiranti occupanti. Alcune direttive suggerivano di mangiare a bocca piena, defecare nei magazzini di cibo (per disgustare le truppe e evitare che sequestrassero loro il cibo), ballare, toccare i genitali degli stranieri, fare scherzi. Il resto veniva lasciato all'immaginazione degli abitanti. Questi apprezzarono l'idea e agirono seguendo i suggerimenti, e quando i conquistatori giunsero in città, tutti i residenti si comportarono da pazzi, mettendo in piedi uno spettacolo che disgustò le forze sopraggiungenti e ritardò l'assedio della città. Gli effetti comunque non furono a favore della cittadinanza, poiché i romani governarono in seguito la città per decenni.
Nel VII secolo la città, parte dell'Impero bizantino, ma inserita in un contesto regionale di fatto amministrato dai loro alleati arabi, i cristiani monofisiti Ghassanidi, fu conquistata, col resto della Siria, dalle armate islamiche che Medina aveva affidato a un certo numero di condottieri, sui cui primeggiava tuttavia Khālid b. al-Walīd, il miglior generale che potesse vantare la Umma e che, quando era ancora pagano, aveva sconfitto lo stesso profeta Muhammad nella battaglia di Uhud.
La moschea di Khalid b. al-Walid a HomsMalgrado i Ghassanidi non avessero mai agito slealmente nei confronti di Costantinopoli nel corso della campagna islamica di conquista, una volta che la Siria fu sotto il controllo di Medina, la collaborazione fra Arabi cristiani e Arabi musulmani fu pressoché inevitabile. I musulmani capirono quanto fosse importante avvalersi dei servigi amministrativi e politici degli sconfitti Ghassanidi e, infatti, li coinvolsero immediatamente nella gestione della regione. Ciò fu reso in particolare possibile dall'intelligenza dei primi governatori: Yazīd ibn Abī Sufyān e suo fratello Mu‘āwiya ibn Abī Sufyān.
Un'analoga politica di attenzione Mu‘āwiya la espresse nei confronti delle componenti sud-arabiche degli eserciti islamici vittoriosi. Da governatore ( wali ) e da califfo egli beneficò grandemente i Kalbiti (sinonimo di Yemeniti) e ad essi concesse d'insediarsi nell'area di Homs, ricca di terreni fertili, necessari all'agricoltura in cui eccelleva per l'appunto l'elemento sud-arabico (al contrario dell'elemento qaysita, ovvero nord-arabico, per lo più dedito all'allevamento transumante).
Questo creò forti gelosie e tensioni che si prolungarono nei secoli e che si espressero anche lontano dalle contrade siriane. Il contrasto fra Kalbiti e Qaysiti infatti generò due partiti che fecero delle loro diverse origini geografiche (più che dei diversi sistemi di produzione) un motivo di innocuo e lecito vanto ( asabiyya ) ma che spessò tracimò invece in dura contrapposizione politica, fin nelle lontane terre spagnole di al-Andalus.
Humus, Suriye
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La Cacia, die dominico 10 iulii anno domini 1491
Ormai i lividi erano sbiaditi.. ma che dolore!
Erano passati pochi giorni da quando si era presa a cinghiate per far sembrare che suo marito Gaspardo l'avesse picchiata ed il prete non la denunciasse alla Santa Inquisizione; pochi giorni ma le cose erano cambiate. Guardava sua figlia Mantina al pascolo con le caprette, con il padre vicino; parlottavano, scherzavano, ridevano.
Qualcosa era cambiato; qualcosa aveva scosso suo marito Gaspardo, qualcosa di forte. Lo conosceva bene suo marito, sapeva che era successo qualcosa che l'aveva forse costretto ad abbandonare il lavoro alla fabbrica del Duomo. Sembrava impossibile.
La più grande opera a Torino a memoria d'uomo, suo marito Primo Mastro chiamato per i lavori: contento, orgoglioso, e ora, dopo poche settimane, aveva rinunciato.
Non era tanto per i soldi; sì, pagavano bene, 4 grossi a giornata, ma avrebbe comunque trovato altro da fare e poi il lavoro nei campi richiedeva braccia in tutto il paese; no, non era quello il problema.
C'era qualcos'altro.
Anche quella domenica si sarebbe cenato con tutti gli altri sulla via, com'era abitudine in paese; l'estate era calda ed era un piacere stare insieme a tutti fino a tardi a godersi il fresco fuori.
Così prese la cesta con cibo bevande e stoviglie e di avviò verso il paese ma, prima, andò fare un po' di compagnia a suo marito e alla figlia.
Li vedeva lì ancora a scherzare, Gaspardo e Diamantina; sembrava che lui distillasse dal viso della bambina ogni goccia di gioia per goderne appieno, come se potesse sfuggirgli, come se dovesse fare il pieno di tanta felicità per essere in grado di affrontare altri argomenti più difficili e dolorosi.
Chiese a Mantina di riportare le caprette nella stalla per stare un po' sola con lui. Dopo qualche parola arrivò al dunque; non poteva non sapere, e gli chiede direttamente perchè non lavorasse più alla Fabbrica del Duomo.
"E non mi dire, come hai detto agli altri, che ti hanno chiamato per altri lavori più importanti; io so che non è vero. Ti vedo diverso, più strano e pensieroso; a volte rimani molto tempo con lo sguardo fisso e vuoto. Cosa vedi, cosa pensi?"
Gaspardo guardò la sua donna nel sole dai colori caldi della sera, cercando le parole; ma non le trovava. Cercò con lo sguardo di farglielo capire, cercando di passare quella sofferenza piena di gioia che gli covava nel cuore. Pure sapeva che non poteva mentirle.
"Maria, ho visto cose. Cose che cambiano le persone solo a vederle. Cose che cambiano le cose da come sono".
Sapeva di non aver detto nulla, ma di aver detto tutto quello che era in grado di dire; glielo doveva.
Sapeva perfettamente che qualsiasi tentativo di descrizione dell'esperienza che aveva avuto l'avrebbe sporcata, tanto nel racconto quanto nella sua memoria; era troppo grande per passare nella strettoia di un vocabolario.
"Cose? che cambiano? le persone? le cose?"
"Maria, un giorno saprò dirtelo meglio."
Lei sapeva quanto fosse sincero, quanto la sua reticenza non fosse un negargli qualcosa, ma quanto fosse nell'impossibilità di farlo.
"Andiamo, qualcuno è già arrivato. Mantinaaaaaa!!".
Nella via pricipale tutti erano scesi e disposto i tavoli in strada, affiancandoli; com'era abitudine ognuno aveva portato qualcosa per sè e qualcosa per gli altri. Nella via c'era anche un'osteria, il Leone D'oro, e pure l'oste partecipava alla festa: in quelle serate serviva gli ospiti in tavoli anch'essi allineati con gli altri, a formare un lungo serpentone nella strada.
A grappoli tutti arrivavano, si sedevano, chiacchieravano, cominciavano a mangiare qualcosa con gli altri nell'allegria contagiosa delle sere d'estate.
Dopo la sera in cui Medichino Liegi si era seduto con loro anche la famiglia Liegi partecipava; era una strana famiglia, tutti i componenti sembra fossero sempre in guerra con il mondo; sguardi rigidi, spesso severi, sembravano connotare l'intera parentela. Anche quando si discuteva in chiesa Medichino si distingueva per giudizi netti, forti, spesso esagerati; sembrava utilizzasse queste durezze per mitigare una debolezza che sentiva dentro e che voleva tenere ben nascosta, anche se, a ben vedere, era a tutti nota. Da quando anche quella famiglia aveva cominciato a partecipare alla tavolata della via, i loro sguardi sembravano addolciti, come quelli di chi pensa di avere intorno solo nemici e improvvisamente si accorge che invece no, il mondo comincia a sembrare meno ostile del previsto e riserva invece dolci sorprese.
Dopo il tramonto, le stelle brillavano ed il blu del cielo cominciava a scurirsi; la brezza fresca riposava la pelle, il vino cominciava a scorrere, a rallegrare i cuori e a fluidificare i discorsi; i bambini correvano giocando e gli adulti discutevano e ridevano.
Medichino alzò lo sguardo verso i tavoli dell'oste "Gente nuova...", pensò vedendo un gruppo di persone avvicinarsi. Da subito la mente corse a come ne avrebbe fatto rapporto al duca, guadagnando qualche favore.
Arrivando dalla val di Susa, da ovest, otto persone erano comparse sulla via; alcune erano entrate nel Leone d'Oro e se ne stavano uscendo indicando agli altri i tavoli dove sedersi; proprio quei tavoli allineati con gli altri nella via.
Com'è normale quando nuovi arrivati si presentano in un gruppo, tutti un po' ammutolirono e per qualche secondo i commensali cominciarono a squadrare i nuovi venuti e a studiarsi gli uni gli altri.
Non sembravano del posto; nessuno li conosceva. Forestieri.
Dalle vesti si capiva che non erano militari, non erano commercianti, non erano uomini di Chiesa. I vestiti erano di strana foggia e colori; sembravano impolverati di una polvere bianca.
Quando cominciarono a parlare con l'oste si capì che parlavano un'altra lingua; forse il castigliano.
Dalle tavole si rizzarono le orecchie, per capire qualcosa di più. Il forestiero che stava parlando alzò la voce e si capì quale fosse la lingua straniera: era fiorentino! Si poteva capire! Certo, era molto strano e si faceva fatica ad intendere tutte le parole.. e quella strana cadenza poi! Ma una volta fatta l'abitudine, tutto era più chiaro.
Anche i forestieri squadrarono il tavolo, un po' intimoriti; poi, uno alla volta, si sedettero sulle panche accanto ai tavoli.
Tutti ripresero la cena, ed il brusio della conversazione tornò a coprire i rumori delle stoviglie.
Maria, un po' sfrontatamente, guardò i nuovi arrivati. Begli uomini, pensò e, non facendosi vedere, li squadrò uno ad uno. Gente strana, foresta... chissà come sarà parlare con loro. La sua vicina le diede di gomito.. "Ehi che fai? Ti rifai gli occhi?" Maria sorrise, e di sottecchi continuò il suo esame.
Forti, erano uomini forti; forse operai, ma di qualche professione altolocata; tutte quelle fibbie, quei tessuti, quelle pelli e.. le scarpe! Poi, erano persone distinte, eleganti. Parlavano tra loro a bassa voce, sorridendo. Mangiavano piano, senza abbuffarsi, nonostante la fame trasparisse dalla costanza e quantità di cibo che consumavano. Bevevano piano, non tracannavano come gli uomini del posto; inoltre, non bevevano mai dalla bottiglia. E che bei sorrisi, che bei volti.. lineamenti così diversi da quelli del posto, induriti dalla fatica, e grezzi, tagliati con l'accetta; sembravano più rotondi, armoniosi, molto meno spigolosi, con quei capelli più scuri che contrastavano con i denti che lampeggiavano nei frequenti sorrisi... se li stava mangiando con gli occhi.
Il prete, passato anche lui a fare buona compagnia, la stava fissando e alternativamente guardava in direzione del suo sguardo, verso i forestieri; quando Maria alzò gli occhi e lo vide arrossì di vergogna mentre lui scuoteva la testa e gli indicava con il capo Gaspardo, come a dire "pensa alla tua famiglia!".
Quando il prete se ne fu andato riprese il suo esame, parlottando con la vicina, spiando i forestieri e commentando su ognuno.
Arrivarono a parlare di uno dei forestieri con i capelli riccioli ed un pizzo nero; come gli altri sorrideva e parlava ma lo sguardo conservava qualcosa di serio, compunto, distaccato. La vicina glielo fece notare "guarda che occhi ha quello in fondo al tavolo... anche quando ride hanno una forza seria, potente; se fossi tra le sue braccia... ".
Maria nascondendosi un po' di sottecchi osservò quello sguardo sorridendo della sua bravata.
In quell'esatto istante lui la fissò.
Durò un solo attimo, ma Maria non ricordava di aver vissuto attimi così lunghi nella vita.
Distolsero gli occhi insieme; lei rimase colpita da qualcosa che le aveva scavato dentro un dolore forte, mentre lui continuava a sorridere e conversare.
Si alzò, si spostò di posto, andò vicino a suo marito e sedendosi si appoggiò a lui, cercando di avere un suo braccio sulla spalla, accucciandosi e cercando protezione, rassicurandosi.
Il cuore le batteva forte; ma non era innamoramento, o non solo quello, l'avrebbe riconosciuto. Era spavento, in quegli occhi aveva visto abissi, aveva riconosciuto un proprio dolore.
Così, appoggiata a suo marito Gaspardo, sentiva la conversazione degli altri da lontano cercando di capire cosa l'avesse colpita. Anche da quella posizione vedeva lo straniero da lontano; alzando gli occhi, invece, il volto rassicurante di suo marito.
Dopo un paio di volte in cui aveva spostato l'attenzione dallo straniero a suo marito... capì!
Era una illuminazione: quello che aveva visto negli occhi di quell'uomo era la stessa cosa che aveva visto negli occhi di suo marito! Ma in quell'uomo era molto, molto più forte e chiaro. Non sapeva cosa fosse, ma invocò la Luna - che Dio la perdonasse - che concede alle femmine la dote di conoscere gli uomini ad uno sguardo per capire di più.
La cercò con gli occhi, la Luna; la vide, e ne fu rassicurata; si rinforzò l'idea che tra quello straniero e suo marito c'era qualcosa in comune, e passava dallo sguardo.
Un po' più tranquilla, volle dirlo al marito.
"C'è una persona, laggiù, che ha uno sguardo molto... strano. Sarò forse un po' confusa per quello che mi hai detto stassera, ma mi ha colpito molto.
"Chi è?"
"Quello laggiù, l'ultimo al tavolo del Leone d'Oro, dalla parte di fronte a noi. Capelli neri, ricci, pizzo.
Gaspardo stava masticando dell'uva, guardò distrattamente in direzione dello straniero.
"A me non sembra, non vedo nulla di strano" E tornò a mangiare.
Poi si bloccò.
La masticazione rimase a metà, con un acino d'uva appena morso in bocca, lo sguardo fisso sul tavolo, mentre Maria lo guardava interrogativa.
"E ora che c'è, Gaz?"
Gaspardo si alzò in piedi, guardò lo straniero che stava conversando, fece due passi per guardare meglio, ed esclamò, zittendo tutti:
"Bernardino!"
Lo straniero si voltò verso la voce che lo chiamava e gli si illuminò il viso.
"Ma guarda! Che sorpresa! Tu sei..."
E i due uomini si avvicinarono in piedi
"... Gaspardo! Gaspardo de La Cacia!"
Si abbracciarono forte, ridendo
"Bernardino de Antrino! Nel mio paese! Che gioia!"
Gaspardo scorse uno ad uno i forestieri, con uno sguardo ammirato:
"E questi sono tutti i... tuoi?" Chiese Gaspardo, indicandoli.
"Sì, sono i miei", disse orgogliosamente, e con un ampio gesto li indicò tutti.
A quel punto la comunità del paese intero era rivolta verso gli otto nuovi venuti, che fecero il gesto di alzarsi e accennaronno un inchino pubblico. Di fronte a tanta educazione, qualche donna pensò seriamente di poter svenire... a confronto dei propri uomini!
"Sono i miei scalpellini, sì, arriviamo da Bussoleno e andiamo alla Fabbrica, abbiamo fatto tardi e ci siamo fermati per strada a riposare".
Maria guardava Gaspardo; il suo viso era illuminato come poche volte l'aveva visto, mentre si rivolgeva all'oste.
"Appendi un cartello nuovo sulla tua locanda; potrai dire di averli ospitati!"
L'oste lo guardò interrogativo; così gli altri, e la voce "e chi saranno mai questi?" serpeggiava lungo i tavoli, così l'oste chiese chi mai stava ospitando quella sera.
Tutti erano ammutoliti ad aspettare la risposta, l'aspettativa vibrava nell'aria.
"I Maestri Comacini!" quasi urlò Gaspardo, felice.
Nessuno disse nulla; nessuno sapeva chi fossero questi 'maestri comacini'.
L'oste disse "Ah", e l'atmosfera si fece ancor più interrogativa e un poco scettica.
Gaspardo riprese ad alta voce:
"I Maestri Comacini, i più grandi costruttori di cattedrali d'Europa! Qui, a La Cacia!"
Questa volta lo stupore disegnò i volti di tutti, oste compreso, che dopo un attimo di esitazione corse a prendere qualche bottiglia "Queste le offro io!! per tutti!!"
Ripresero a mangiare e bere, rosi dalla curiosità e ammirati da questo gruppo di stranieri così famosi e importanti.
Maria poi, che già ammirava quel gruppo stava insieme sbiancando dal desiderio e arrossendo dalla vergogna per quello sguardo, e si disse che potersi sedere a quel tavolo sarebbe stata la cosa più strabiliante che sarebbe potuta capitare quella sera, quell'estate, quell'anno! seppure così impossibile, lei così ignorante di fronte ai... costruttori di cattedrali!.
Nonostante questo guardò la Luna ed espresse il desiderio; la guardò intensamente, forte, con uno sguardo così speranzoso che sembrava avesse le unghie, era così impegnata che non sentì la richiesta del marito "Vieni, ti presento ai miei amici" che qualcuno dovette scuoterla e la vicina già era corsa "posso venire io al posto suo?!" facendo ridere tutto il tavolo.
Così si strinsero in tanti intorno al tavolo del Leone d'Oro, per sentire e curiosare.
Tutti sapevano che Gaspardo aveva lavorato alla Fabbrica del Duomo e che quello doveva essere il legame con quelle persone.
Bernardino cominciò a parlare:
"Non ti ho più visto, Gaspardo, alla Fabbrica; neanche il tuo amico Stefano. Che è successo?"
"Chi hanno preso al mio posto?"
"Bernardino di Revigliasco"
"Brava persona, hanno fatto bene"
"Ne cambieranno altri venti, vedrai, per trovarne uno bravo come te"
Gaspardo arrossì. Si, arrossì, come un bambino. Bernardino di Antrino dei Maestri Comacini pubblicamente gli aveva fatto un complimento del genere! Dov'era il Beccuti, quello che li pagava? Dov'era il Cardinale della Rovere? Oh, Dio! Avesse potuto fissare quell'attimo per sempre!
"Dimmi, perchè te ne sei andato?"
Tutti, nel paese, si erano chiesti perchè avesse abbandonato quel lavoro; tutti volevano sapere.
Sopra tutti lo voleva sapere il prete, che silenziosamente era scivolato vicino a loro per sentire meglio.
Medichino già assaporava il servigio che avrebbe fatto al duca ripetendogli tutto, e calcolava i favori che avrebbe fruttato.
Maria era tuttorecchi, i nervi tesi allo spasimo.
Gli aveva fatto la stessa domanda qualche ora prima; lei, sua moglie, l'ultima degli ignoranti. Ora c'era quest'uomo, grande, importante, e diomiperdoni - bellissimo - che la ripeteva... cosa avrebbe risposto suo marito?
Gaspardo abbassò gli occhi, come a trovare le parole; di nuovo, quel giorno, la ricerca affannosa nel proprio vocabolario di qualcosa che non esiste.
Poi li alzò, drizzò bene la schiena, e guardando Bernardino disse ciò che aveva detto a sua moglie:
"Ho visto cose. Cose che cambiano le persone, e che cambiano le cose"
Tutti in una specie di telefono senza fili si guardarono e ripeterono uno strano ammasso di parole con 'cose', 'persone', 'cambiano' eccetera, senza capirne il senso.
Bernardino lo guardò fisso, agganciando gli occhi ai suoi.
Si fece un silenzio assurdo.
Gli appoggiò una mano sulla spalla, e disse sottovoce, come per non farsi sentire, ma tutte le orecchie tese udivano:
"'...et quod est superius .... est sicut quod est inferius...' questo hai visto?"
Gaspardo per la prima volta da molti giorni sorrise tranquillo, e rispose piano:
"...ad perpetranda miracula rei unius...".
"Non voglio più sentire nulla!!!!"
Urlò il prete inferocito, brandendo il crocifisso che aveva al collo verso loro.
"Basta! Allontanatevi da questo luogo, andatevene! Servi di Satana! Adoratori del demonio! E voi gente di La Cacia, tornatevene nelle vostre case e dimenticate queste parole demoniache.
Tu, Gaspardo, mio parrocchiano... il demonio si annidava nella mia gente, ma mai avrei sospettato di te! Ecco come s'è infettata Maria!
Ma vedrai la potenza del Signore scatenarsi su di te!
Gente di La Cacia, prendete Diamantina, salvatela, toglietela a questa coppia diabolica perchè la sua anima sia salva! Un padre adoratore del dimonio, una madre strega seguace di Ecate che prende la guazza nella notte del Precursore di Nostro Signore Santo Giovanni! Questo doveva accadere qui, per il tuo volere Dio mio, quale croce si è abbattutta su questo paese e sulla mia testa, ma vedrete... vedrete gente tutta di La Cacia.. la forza di nostro Signore Gesù Cristo purificherà questa comunità con il fuoco della Santa Inquisizione! Domani stesso il vescovo saprà tutto!"
La massa imponente del sacerdote era tutto protesa verso la coppia, il viso adirato illuminato sinistramente dal basso, dalle torce sui tavoli; sia Gaspardo che Maria erano impauriti a morte.
Medichino Liegi era in uno stato prossimo alla felicità; ripeteva assiduamente sottovoce le parole sentite per poterle ricordare e poi riportare al Duca.
Nessuno si mosse, nonostante l'invito del prete; tutti guardavano i forestieri, poi Gaspardo e Maria, poi il prete.
"Domani il vescovo non lo saprà".
Uno dei forestieri aveva preso la parola; si alzò, camminò intorno al tavolo e si pose davanti al sacerdote.
Il curato, ancora violaceo di rabbia, inveì:
"Giuro che domani lo saprà, fosse l'ultima cosa che farò nella mia vita! Un vescovo che adora così il suo territorio non può essere informato! E voi chi siete?"
Lo guardò di sottecchi per un attimo e quindi:
"Sandrino di Giovanni" e fece un largo inchino plateale "per servirla reverendo" tutti ridacchiarono un po'.
Tranne Gaspardo; a cui cadde la mascella dallo stupore; Sandrino di Giovanni! Di fronte a lui! Ma che notte magica mai poteva essere quella!!
Riprese, quasi declamando perchè tutti sentissero:
"Domani il vescovo non lo saprà, perchè è a Roma; voi non riuscirete a raggiungerlo... a meno che voi non abbiate una scopa da strega per volare " - il suo sguardo lo scorse da capo a piedi - "un po' rinforzata, però, vista la corporatura"
Tutti risero, tranne il curato a cui anche le orecchie erano diventate viola.
"Come osate?"
Sandrino riprese "Il vostro cardinale vescovo se ne sta comodo a Roma a rigirarsi le nappine; molto meglio là che non qui ad accudire le proprie pecorelle"
"State parlando del nipote di sua santità Sisto IV!! Badate a come parlate!"
"Nipote... nipote... ne siete sicuro?"
"I Della Rovere sono un casato nobile da sempre!! Ed è gloria del nostro territorio avere come Vescovo il nipote del Papa!"
"Forse vi sfugge qualche dettaglio, mio caro curato. Sisto IV appartiene ai Della Rovere di Savona - brava gente, si sa, ma.. abbastanza ignoti diciamo, senza alcuno straccio di nobiltà.
Viceversa il nostro caro vescovo Domenico appartiene ai Della Rovere di Vinovo: molto più nobili e soprattuttomolto più..." - fece una lunga pausa - " e molto più danarosi!"
Disse scandendo l'ultima parola e cercando lo sguardo dei propri compagni, dai quali ricevette approvazione.
"Non sono neanche lontanamente parenti, nonostante che lo zio indichi il suo nipote Domenico come suo protetto. Anzi, in realtà lo zio 'acquisito' non aveva nemmeno 'adottato' il nipotino Domenico, bensì Cristoforo, suo fratello; venendo lui a mancare Domenico ne ha - diciamo così - assorbito le funzioni di protetto del Papa, recandosi a Roma ed ereditando le cariche del fratello: l'ordine di San Vitale, l'arcivescovado di Tarantasia e quello di Ginevra, tutte rendite non da poco! Quindi, caro il mio curato, non sono neanche parenti, nonostante si spaccino come tali! Sisto IV scambia quarti di nobiltà con cariche ecclesiastiche!"
Il curato sentiva che tutte le sue pecorelle stavano perdendo la fiducia in lui, o il timore che faticosamente era riuscito ad inculcare.
"Ma quali eresie sto sentendo! E' una combutta del demonio contro di me stassera? E se così fosse, com'è possibile che Domenico Della Rovere sia diventato vescovo di Torino?"
"Freddo ai piedi!" rispose un'altro dei forestieri; gli altri risero.
Sandrino fece un cenno di approvazione all'intervenuto e riprese: "Freddo ai piedi sì. Ginevra era troppo fredda; così l'ha scambiata con Torino. Più che l'amor per il territorio, valsero i geloni."
A questo punto piantò lo sguardo in quello del curato:
"E se mai voi osaste dire qualcosa al vescovo di ciò che avete sentito qui, e di cui non potete aver capito nulla, sarò io a fare eccezioni sul vostro operato in questo paese, spiegando molto dettagliatamente come andate terrorizzando le vostre... pecorelle; sarò anche tanto convincente nello spiegargli che un curato così energico troverebbe un'ottima collocazione nella lontana Tarantasia, terra di conversione dei turchi, dove c'è bisogno di coraggiosi sacerdoti come lei. Il vescovo mi deve molte cortesie, sarà così gentile da accordarmi volentieri questa richiesta."
"Sentirete ancora parlare di me!" Urlò minacciosamente il curato andandosene.
Si sedettero tutti mentre l'oste portava ancora alcune bottiglie, continuarono a parlare e discutere; le famiglie poco alla volta tornarono a casa, raccontandosi l'un l'altro le scene e le parole della incredibile serata.
Bernardino lisciandosi il pizzo volle riprendere il discorso con Gaspardo.
"Possiamo parlare qui? E' gente fidata?"
Gaspardo si guardò intorno; erano rimasti lui, la moglie, Stefano, che aveva lavorato con lui alla Fabbrica, e pochi altri amici; disse "sì, puoi parlare, di questi mi fido".
Quello che tu hai visto, quando hanno pronunciato quelle parole, è un rito; ma non un rito di quelli che sei abituato a vedere, un rito diverso.
Il suo scopo, come tu hai detto è cambiare, o meglio trasmutare, le cose. Non lo può fare un uomo da solo; è necessario una coppia, un maschio ed una femmina, perchè si deve essere completi, devono esserci gli estremi per far nascere il miracolo, per questo 'quod est superiusest sicut quod est inferius ad perpetranda miracula rei unius'. Questo messaggio è però, come dire, abbagliante; non lo si riesce a vedere senza bruciarsi gli occhi ed è per questo che tu sei rimasto, diciamo così, bruciato dall'averlo visto."
Tutti gli altri forestieri erano intorno e sembravano ascoltare con la massima attenzione ciò che diceva Bernardino. Si capiva che tutti custodivano un segreto, ma non tutti erano in grado di parlarne, ed avevano rispetto e ammirazione per il modo semplice con cui lo si stava spiegando.
"Noi siamo qui per scolpire questo messaggio nei marmi del Duomo Nuovo."
Gaspardo chiese "Ma se non è stato il Cardinale, che mi sembra non goda della vostra fiducia, ve l'ha chiesto il Papa, sua Santità Sisto IV?"
Un brusio misto ad un sorriso mesto percorse i forestieri.
"No, non è stato lui."
"Allora... Meo del Caprina, il progettista del Duomo?"
Questa volta il brusio fu molto più forte, addirittura qualcuno sembrò ridere".
"No, neanche lui."
"E poi Gaspardo, tu stesso l'hai visto: Meo è arrivato dopo i primi lavori. Se fosse stato il progettista sarebbe arrivato prima a dirigere i lavori."
"Come? Amedeo da Settignano, il famoso Meo del Caprina... Non è lui che ha progettato il Duomo? Mi si era detto così!"
"No, non è lui. E nemmeno Baccio Pontelli, amicone del vescovo e del Papa, nonostante che qualcuno lo sostenga."
"Bernardino... devi dirmelo: chi ha progettato il Duomo?"
"Quello che ci ha detto come fare i marmi."
"E chi è?"
Bernardino rispose piano "Non lo si saprà mai. Ci sono cose, del Duomo Nuovo, che nessuno saprà. Ci sono cose...".
Fece una pausa, come a soppesare se parlarne o meno, e riprese;
"Ci sono cose, nelle tre chiese che avevi cominciato ad atterrare, che custodicono sapienze che hanno richiesto mille anni di germinazione del seme di Cristo. Non potevano andare perse. Così qualcuno si è prodigato perchè dalla dissennata opera del vescovo e attraverso i suoi soldi nascesse qualcosa che non ne perdesse l'eredità"
"Dissennata? Il Duomo Nuovo?"
"Oh, Gaspardo, sapessi. Domenico Della Rovere è ambizioso, pieno di soldi che versa, ottimo amministratore e oculato investitore nell'arte; un poveraccio, in poche parole. Non sa niente, non conosce niente dei misteri delle cattedrali. Ci sono tre chiese che sono tre tesori di mille anni; vuole abbatterle, fare una piazza con un Duomo alla moda nuova, perchè tutto quello che è antico va buttato in quest'epoca di rinnovamento, in cui tutto vuole nascere nuovo. Lui ha così tanti soldi che non la Chiesa, ma la sua famiglia si è accollata l'onere dell'intero Duomo. Ed è così ambiziso che ha richiesto che il suo nome fosse ripetuto in grande tre volte nella facciata. La Chiesa paga solo i lavori di demolizione; infatti tu sei stato pagato dal Beccuti che si occupa delle rendite della Chiesa di Torino."
"Ma il vescovo sa chi ha progettato il Duomo?"
Certo che lo sa, non è stupido. Qualcuno gli ha spiegato tutto, ha cercato di illuminarlo, spiegando; per questo il progetto è partito molto prima che tu cominciassi a lavorare e a Meo del Caprina è stata data la direzione dei lavori dopo. Quando il vescovo, cardinale della Rovere, ha cominciato a capire quello che stava distruggendo ha cercato di carpirne i segreti e ha voluto utilizzarli per sè ma... gli è andata male"
Su fermò e guardò uno dei suoi compagni, come ad aspettare che prendesse la parola.
"Questo lo racconto io!" Disse l'uomo a cui aveva accennato, dal volto coperto da un cappuccio.
Gaspardo gli disse " e allora racconta!"
Fu invece Sandrino a parlare "Quello che ti voleva dire Meo è che lui lo racconterà nei marmi, sarà lui a scolpire quello che il cardinale ha fatto scrivendolo nei marmi;"
"Nella porta in cornu evangelii"! Esclamò quello che aveva parlato prima, proseguendo con una grande risata.
Gaspardo deglutì "ma... ma... non mi direte che lui è Meo del Caprina, Amedeo da Settignano?"
Bernardino riprese "No! Lui è Bartolomeo Delli Charri e ti dirò che come scalpellino vale più del tuo 'Caprino'. Chi ha progettato la chiesa ci ha dato i disegni dei marmi della facciata: oggi siamo andati a Bussoleno per verificare la qualità della pietra, che sembra ottima."
"Ma quindi tutta quella conoscenza, come dici, verrà distrutta?"
"Si Gaspardo; e in parte sei stato tu a farlo."
"Ma io ho fatto solo quello che mi hanno chiesto!"
"Non ne hai colpa; ma qualcosa ti è ricaduto addosso, certe opere non possono essere distrutte senza che in qualche modo si vendichino. Tre chiese unite da mille anni di storia, il Chiostro del Paradiso, la Sapienza, il mosaico di san Solutore... come si può voler distruggere tutto questo?"
In Gaspardo il ricordo delle grandi finestre della Sapienza e dei suoi libri, in quel posto dove aveva visto per la prima volta l'alchmista, gli rasserenò il cuore.
"Perchè si vuole un Duomo alla moda nuova, quando ci sono così tante cose belle e potenti? Ci sono cose lì che hanno profondità insondabili.. ad esempio l'organo, l'organo tra le due chieese, tra san Giovanni e san Solutore: è ... magico!
Gaspardo si illuminò: "Sì, l'ho visto!!! E' vero, e vero! Suona da solo!"
Bernardino rise. " Sì... e non solo questo. L'organo, o meglio gli organi, sono così antichi che le loro origini si perdono nella notte dei tempi.
Sembra che abbiano... detto delle cose, si, si narra che abbiano parlato; ed il cardinale non ne èstato molto contento di ciò che ha sentito.
Tanto che solo tre anni fa, nel 1488 ha fatto fondere tutto il metallo per fare delle canne nuove; se n'era incaricato l'alchimista, Johan Crugherio, forse è quello che hai visto.
Fatto sta che l'organo nuovo sembra che non volesse star zitto... ed ecco prendere corpo l'idea di atterrare tutto!!"
Gaspardo era sconvolto da tutte queste novità.
"Si ricordo una notte passata vicino a quell'organo.. sono quasi morto di paura!"
E raccontò quello che aveva detto a quella stessa tavola sull'organo, qualche settimana prima.
Bernardino, e tutti gli altri, erano diventati estremamente attenti.
"Sei arrivato molto avanti nel rito, pochi occhi l'hanno visto; non mi stupisco che tu ne sia ancora scosso, è un mistero profondo. Ma dimmi, dopo questa danza, hanno tolto anche i mantelli?"
"Sì..."
"Anche questo!!! ma non avrai anche visto cos'è successo dopo?!"
"Oh, si. Questo è stato solo l'inizio..."
Le altre parti sono nell'album Krueger
[Abbazia Di San Vincenzo Al Furlo]
C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.
IL CASTELLO normanno di paterno'
Sentinella della città , occhio vigile sulla pianura del Simeto, con la sua imponenza il castello normanno è il monumento simbolo di Paternò, tant'è che rappresenta lo stemma ufficiale sul gonfalone del Comune: una torre merlata ghibellina aperta e finestrata sostenuta da due ceraste dragonali controrampanti.
E' posizionato sulla vetta della collina e dalle sue feritoie si può tranquillamente
vedere oltre alla pianura intorno e alle prime montagne, anche un tratto della costa ionica a sud di Catania e il rilucente mare. La torre si nota da molto distante e la sua struttura massiccia è ingentilita da due enormi bifore, contornate da conci di pietra calcarea, che danno luce alla sala grande del maniero. Proprio per questa sua posizione strategica si dice che poggi su una primitiva costruzione araba e possiamo tranquillamente pensare che anche i romani avessero qui una loro "vigilia" un posto cioè dove poter vigilare. Una tecnica consolidata dell'Urbe consisteva infatti nel
costruire torrette di avvistamento a guardia delle proprie strade e del territorio e dalle quali poi con un sistema di segnali a specchi o con torce, comunicare con le vicine torri di avvistamento e infine direttamente con Roma per avvisare di qualche pericolo imminente. Roma in pratica riusciva, quasi in tempo reale, a muovere truppe o spostare accampamenti in virtù di questo sistema di comunicazione ottico.
E' perciò molto probabile che la sommità collinare era l'occhio vigile sulla piana del Dirillo e forse anche su un tratto di mare. All'epoca dalla collina si poteva controllare il ponte romano di Pietralunga e la sua strada come pure l'acquedotto che riforniva l'antica Catania , anch'esso transitante per Paternò o la stessa Inessa o Ibla, come veniva chiamata a quel tempo il primitivo nucleo della città delle arance. Anche a
un occhio poco attento non può sfuggire l'impianto romano dell'impostazione urbanistica del centro storico: un decumano ( la strada dritta nel senso est-ovest) e il cardo (che incrociava nell'attuale quattro canti con l'arteria che si prolungava nel senso nord-sud). Tutt'ora sono ancora queste le strade principali del centro abitato di Paternò.
La torre si erge maestosa sulla collina e si leva dalla pianura quasi a monito per chi non avesse sentimenti pacifici. E' alta trenta metri, 24,30 di lunghezza e 18 di larghezza. Le mura, in pietra lavica sono più spesse alla base (tre metri ) e man mano che si sale diminuiscono di spessore (2,60), anche per dare più leggerezza alla struttura. Le scale viaggiano all'interno del perimetro murario nord e vengono illuminate da una serie di feritoie che potevano essere usate anche per difendersi dagli aggressori.
La spaziosa terrazza funzionava anche da enorme catino per raccogliere l'acqua piovana e un sistema di tubi interni, viaggianti dentro le mura , portava il prezioso liquido alla cisterna che stava alla base del castello
Appena entrati infatti si trova il pozzo-catino attraverso il quale si poteva attingere l'acqua.
Si accede al castello attraverso una scala in pietra sul lato nord e attraversata la porta ci si imbatte a sinistra nella graziosa Cappella costituita da una navata unica a forma rettangolare, con soffitto ogivale e abside semicircolare. E' sicuramente l'ambiente più affascinante, praticamente l'unico che porta segni artistici di un certo rilievo risalenti
alla prima metà del XIII secolo. Di fronte ci sono dei medaglioni recanti i simboli dei quattro evangelisti e al centro un Agnus Dei. Lungo le pareti si distinguono un'Annunciazione e il santo dei cavalieri, san Giorgio.
Quest'ultimo santo era vivo nella devozione di Ruggero il Normanno tant'è che nel lato ovest della collina questi costruì una chiesa intitolata al santo, come forma di ex voto per aver strappato la bandiera dei saraceni dal colle di Paternò. Dentro questa chiesa, ora intitolata a S. Francesco d'Assisi e recentemente restaurata, sembra si conservino resti di Federico II d'Aragona. Accanto a questa chiesa fu edificato anche un ambiente signorile che era una sorta di palazzo reale per incontri di rappresentanza. Il piano terra del castello si conclude con gli ambienti più scoscesi , umidi e tristi: le prigioni. Rimangono segni , come di sangue ormai deteriorato, su alcuni frammenti basaltici quasi a ricordarci il triste ufficio di questo luogo. Due rampe di scale basaltiche ci portano al primo piano dove trova spazio un grande salone illuminato da quattro bifore, il resto è composto da tre stanze quadrate. Dal primo piano si passa al secondo attraverso una scala piuttosto angusta. Si arriva così al salone delle feste, una grande stanza illuminata da due bifore nel senso
est ovest. Un'ultima scala ci porta alla terrazza da dove si può ammirare un panorama totale della pianura con l'Etna sempre fumante. La veduta del vulcano da questa posizione è unica: si apprezza la possanza del gigante di lava assieme all'eleganza della sua struttura che sembra quasi sbucare dalla terra.
Suggestivo, imponente, solitario ma anche triste e melanconico, il castello ci ricorda i tempi in cui le città dovevano essere difese con le armi da predoni e nemici. I centri urbani vivevano periodi di pace con la paura di attacchi improvvisi. La collina infatti all'epoca era cinta da una struttura muraria e sette porte davano la possibilità di accesso.
Ruggero D'Altavilla, il normanno, è l'autore della costruzione del fortilizio paternese. Abile condottiero, conquistò la Calabria ai Bizantini e la Sicilia agli Arabi; alla morte del fratello Roberto il Guiscardo divenne il più potente signore normanno della penisola e godette del conferimento della legazia apostolica in Sicilia nel 1099, due anni prima
della morte. Come legato apostolico poteva perciò avere influenza diretta nell'elezione dei vescovi.. Egli notò l'esigenza di contrapporre all'elemento arabo ormai presente, la cultura cristiana e vedeva di buon animo il nascere di comunità religiose cattoliche per riaffermare il culto cristiano; faceva parte infatti del suo seguito anche un monaco, Goffredo Malaterra. In un mondo in cui infuriavano guerre e disordini, violenze e
corruzione, i monaci dei monasteri benedettini sviluppavano un nuovo modello di società, dove al posto del concetto di sfruttamento e del privilegio subentrava la cristiana solidarietà fraterna.Il messaggio della cultura della carità cristiana, pur con difficoltà, incomprensioni e anche tradimenti, cominciava ormai a farsi strada.
La struttura del castrum o turris Paternonis, ricalca opere simili della
Normandia e dell'Inghilterra normanna e venne edificato nel 1072 in pietra
lavica con testate d'angolo e contorni delle bifore in calcare siracusano;
ciò gli confluisce una contrastante eleganza cromatica. Prima assegnataria
è la figlia del conte Ruggero, Flandrina, sposa di Enrico di Lombardia.
Attorno al castello e alla città sottostante la popolazione comincia a
crescere inizialmente ad opera di avventurieri al seguito dei conquistatori
e poi di coloni provenienti dal nord Italia attratti dai privilegi a
loro offerti e anche dal clima più mite rispetto a quello più rigido del
nord. Questo incrocio di tipologie umane è ancora visibile tutt'oggi dove
a tipici isolani si trovano caratteristiche nordiche con tipi alti e
biondi a ricordarci la loro lontana provenienza.
Comincia così un susseguirsi di ricchi e potenti personaggi che , nello
scorrere dei secoli, ruotano attorno al castello. La torre diventa non
solo opera di difesa ma anche simbolo di potere e luogo di diplomazia e di
governo.
Tanti sono i proprietari o gli assegnatari del castello specie nei primi
secoli: Enrico degli Aleramici nel XII secolo, Bartolomeo di Luce conte di
Paternò nel 1193,poi per concessione di re Federico II di Svevia la torre
pervenne a Galvano Lancia. Dopo il periodo degli Svevi comincia quello degli
Aragonesi. Nel 1360 sale al trono il giovane Federico III, "il semplice"che
celebrò a Paternò le nozze con Costanza figlia di Pietro IV Aragona ed
abitarono il castello fino alla loro morte.Nel 1431 re Alfonso cede il
castello a Nicolò Speciale in ricompensa di servigi ricevuti nel governo
dell'isola e lo nominò viceré di Sicilia. In tale periodo Nicolò dispone di
un ingente potere grazie all'acquisizione di svariati possedimenti oltre gli
"stati" di Paternò, anche Nicosia faceva parte del territorio paternese.
Nel 1456 dopo la morte di Nicolò Speciale il castello passò al figlio Pietro
e successivamente al conte Guglielmo Raimondo Moncada, consigliere del re.
Nel 1531 al successore Francesco Moncada Luna viene conferito il titolo di
Principe dal re Filippo I di Sicilia e la sua famiglia ebbe la signoria del
castello fino agli inizi del XX secolo. La famiglia Moncada é d'origine
antichissima e risale a Depisfero, figlio del duca di Baviera,che attuò il
cambiamento nel nome in Montecateno, volgarmente detto Moncada. Famiglia di
abili condottieri, essa ebbe contatti con la Sicilia ad opera di Guglielmo
Raimondo che nel 1282 arrivò nell'isola come militare per il Re Pietro
d'Aragona contro Carlo d'Angiò.
Il castello normanno, durante i secoli, ebbe quindi non solo motivi bellici
ma anche amministrativi e residenziali. Tra i personaggi storici che lo
hanno abitato il più famoso è Federico II di Svevia che vi soggiorno nel
1221 e nel 1223. Il castello fu poi abitazione della regina Eleonora
D'Aragona alla morte di Federico II D'Aragona avvenuta nel 1337. Divenne in
seguito dimora della regina Bianca di Navarra che nel 1405 dall'alto del
castello normanno promulgava le "Consuetudini della comunità di Paternò". Il
castello infine passò alla famiglia Moncada, dinastia che governò la città
per quattro secoli e che lo adibì, per periodi, a pubbliche carceri. Alcuni
graffiti ne sono la triste testimonianza.Attualmente è sotto la tutela della
Regione Sicilia nella speranza di trasformarlo in sede di civico museo.
The castle was built in 1072 over an already existing Arab fortress by Roger de Hauteville, who also ordered the construction of the castles at Motta, Adernò, Troina, Nicosia, Rometta, Castroreale, Vicari, Mazara, and Petralia. Between 1221 and 1223 the castle became part of Frederick II of Swabia's programme of military construction.
Il Marchesato di Mores
Tratto da “Dizionario Geografico Storico Statistico Commerciale degli Stati di S.M: il Re di Sardegna”, a cura di Vittorio Angius e Goffredo Casalis, edito da L’Unione Sarda.
Si compone dei villaggi di Mores, Ardara, e Itiri-Fustialbus, popolati, e degli spopolati Borgo d’Ardara, Laquesos e Todoraque, che insieme formavano l’antica curatoria di Oppia.
Questi paesi, con quelli della contrada del Meiulogu erano infeudati la prima volta a Raimondo di Rivosecco, padre, con diploma di Alfonso V del 15 febbraio 1421.
Successe a lui suo figlio Raimondo II, che il 28 marzo 1442 vendette le terre della curatoria di Oppia a Francesco Saba in feudo retto secondo il diritto italico, e in seguito a tale acquisto il Saba veniva investito dal Sovrano con diploma del 23 giugno successivo, e otteneva conceduto l’allodialità per queste terre e per i villaggi già da lui posseduti di Codrongianus-susu, Codrongianus-jossu, Bedas, Saccargia e altri, e l’esenzione dal servigio feudale e militare, segnatamente in rispetto alla curatoria di Oppia: ma aveva determinato l’ordine della successione prima per i figli e discendenti maschi, e poi per le femmine, quindi per i collaterali d’uno ed altro sesso di parte materna e paterna, finalmente per gli estranei.
Morto senza successori legittimi il Saba, l’incontrada di Oppia ritornò alla Corona, e il re Don Giovanni, volendo remunerare Don Giovanni di Villamarì, gli faceva dono in libero allodio della medesima con la Planargia e la città di Bosa per diploma del 24 dicembre 1479.
A Don Giovanni successe suo cugino Bernardo di Villamarì, Conte di Capudan, e in suo testamento del 16 settembre 1512 lasciava la città e la Planargia di Bosa a sua figlia Isabella, la curatoria d’Oppia all’altra figlia Anna, sostituendo una all’altra. Essendo morta Anna succedette la sorella Isabella, moglie del Principe di Salerno, e il 27 aprile 1547 vendette l’incontrada di Oppia ad Antioco Virde. Ad Antioco sottentrava il figlio Giovanni Virde, il quale avendo presa in moglie Catterina Pilo ne ebbe due sole figlie: Elena e Catterina. La prima, a cui venne dato il feudo come primogenita, era maritata ad Andrea, l’altra a Giacomo, fratelli Manca Cedrelles.
Mancati senza prole Elena ed Andrea furono possessori del feudo Catterina e Giacomo, al quale succedette Andrea che sposava in prime nozze Donna Maria de Ledda, figlia di Don Geronimo, signore allora defunto di Castavalle, e di Donna Isabella Carrillo, come dai capitoli matrimoniali rogati in Sassari nel 1603, e ne aveva un figlio Don Giacomo e una figlia, Donna Geronima; sposava in seconde nozze Donna Angela Giacaraccio e ne aveva due figlie: Donna Angela e Donna Caterina. Andrea nel suo testamento si intitolò Conte, dicendosi il primo a portare questo titolo. Il figlio Don Giacomo prese il titolo di marchese e sposò Donna Giovanna Moras di Molino; in seconde nozze Donna Catterina Ledda, da cui ebbe Donna Maria (moglie del Conte di Villamar Don Salvatore Aymerich) e Donna Giovanna (sposata a Gio.Battista Tola); in terze nozze con Donna Lucia Gaia, dalla quale gli nacquero Don Antonio, Donna Giuseppa, Donna Geromina e Donna Mariangela.
Don Antonio Manca subentrò nel feudo, e da Donna Giuseppa Carnicer ebbe tre figli: Don Giacomo, Don Giuseppe e Donna Francesca. Morì in Sassari nei primi di dicembre del 1728. Fu suo successore Don Giacomo che sposò Donna Stefania Pilo e fu padre di Don Stefano Manca, a sua volta investito del feudo di Montemaggiore con sentenza del 6 agosto 1727.
Edificio: Centro de Estudios Hidrográficos (muro de fachada y vigas hueso de la cubierta)
Arquitecto: Miguel Fisac
Año: 1960
Lugar: Madrid
·······················································································································································
Miguel Fisac, arquitecto español que vivió entre 1913 y 2006.
Fue uno de los arquitectos más importantes de la historia de la arquitectura española y uno de los baluartes de la Escuela Madrileña de después de la Guerra Civil.
Sus formas, su investigación en la construcción en hormigón y su adaptación al Movimiento Moderno, consiguieron desanquilosar la arquitectura nostálgica imperial con la que se hizo sufrir a las ciudades españolas en la postguerra (valga como ejemplo el Ministerio del Aire de Moncloa, o el Arco de la Victoria).
Se centró en la vivienda social, y desarrolló una seña de identidad con sus vigas hueso de hormigón postesado, vigas que se muestran en esta foto, apoyadas sobre el muro de fachada del Centro de Estudios Hidrográficos del Paseo de la Virgen del Puerto de Madrid.
(debido al cambio de normativa sobre uso de hormigón y, al no cumplir los espesores mínimos de hormigón que protegen las armaduras de acero ante incendios, las vigas hueso originales de este proyecto hubieron de ser cambiadas por las actuales... esto se ha debido fundamentalmente a que la obra de este arquitecto aún no se ha considerado oficialmente Patrimonio, cuando sí debería serlo -y esto es una opinión compartida por el grueso de los arquitectos españoles-... de ahí el derribo en 1999 de otra de sus obras más legendarias, La Pagoda, que muchos recordaréis junto a la M30 de camino al aeropuerto)
La Torre Eiffel (in lingua francese Tour Eiffel) è il monumento più famoso di Parigi ed è conosciuta in tutto il mondo come simbolo di Parigi. Fu chiamata così dal nome del suo progettista, l'ingegnere Gustave Eiffel, costruttore pure della struttura interna della Statua della libertà. È visitata mediamente ogni anno da cinque milioni e mezzo di turisti.
La struttura venne costruita in meno di due anni, dal 1887 al 1889; avrebbe dovuto servire da entrata alla Esposizione Universale del 1889, una Fiera Mondiale organizzata per celebrare il centenario della Rivoluzione Francese. Inaugurata il 31 marzo del 1889, venne ufficialmente aperta il 6 maggio dello stesso anno.
Trecento metalmeccanici assemblarono i 18.038 pezzi di ferro forgiato, utilizzando mezzo milione di bulloni (che furono, durante la costruzione stessa, sostituiti con rivetti incandescenti). Viste le condizioni di sicurezza esistenti allora, è sorprendente che solo un operaio abbia perso la vita durante i lavori del cantiere (durante l'installazione degli ascensori).
La torre è alta con la sua antenna 324 metri (le antenne della televisione sulla sommità sono alte 20 metri) e pesa 10.000 tonnellate. Per 40 anni è stata la struttura più alta del mondo. Per il suo mantenimento servono anche 50 tonnellate di vernice ogni 7 anni. A seconda della temperatura ambientale l'altezza della Torre Eiffel può variare di diversi centimetri a causa della dilatazione del metallo (sino a 15 cm più alta durante le calure estive). Nelle giornate ventose sulla cima della torre si possono verificare oscillazioni sino a 12 cm.
Quando fu costruita, vi fu una certa resistenza da parte del pubblico, in quanto si pensava che sarebbe stata una struttura poco estetica. Oggigiorno è generalmente considerata uno degli esempi di arte architettonica più straordinari nel mondo e costituisce uno dei simboli di Parigi.
Al principio Eiffel aveva avuto il permesso di lasciare in piedi la Torre per soli 20 anni, ma vista la sua utilità per motivi di comunicazione e come laboratorio per studi scientifici le fu permesso di rimanere. Fu infatti grazie all'antenna radio installata sulla sua sommità che la Francia potè intercettare i messaggi radio tedeschi e prepararsi alla battaglia della Marna contro i tedeschi.
Eiffel, che all'inizio non aveva altra ambizione che celebrare con questa costruzione i progressi della tecnica, si sentì presto obbligato a trovare delle utilità scientifiche alla sua Torre, come misure meteorologiche, analisi dell'aria, esperienze come quella di Foucault, ecc. Egli stesso contribuì da allora a tali ricerche che portarono all'installazione di un barometro, un parafulmine e di un apparecchio per la radiotelegrafia. Dal Capodanno del 2000 sulla Torre si trova un faro che da allora illumina la città tutte le sere.
Non sarà solo un oggetto di curiosità per il pubblico, sia durante l'esposizione che dopo, ma renderà ancora servigi alla scienza e alla difesa nazionale. Proprio la difesa nazionale, infatti, salvò la torre dalla distruzione cui era destinata.
Dal 1898 Eiffel aveva permesso a Eugène Ducretet di realizzare esperimenti di telegrafia senza fili fra la Torre ed il Panthéon, e offerto alla direzione del genio di finanziarli egli stesso. Il generale Ferrié, che divenne poi amico di Eiffel, riuscì nelle prime comunicazioni di questo tipo favorendo la causa della torre insieme ai militari contro la demolizione.
Fu così che la Tour Eiffel permise di comunicare con le navi da guerra e con i dirigibili, oltre che di intercettare i messaggi del nemico. In questo modo fu possibile poi l'arresto di Gertrude Zelle, detta Mata Hari, e che furono mobilitati in tempo i taxi parigini per inviarli sul fronte della Marna dove divennero per sempre: «i taxi della Marna».
Diverse riproduzioni della Torre Eiffel (spesso in scala minore) si trovano a:
Tokyo, Giappone: chiamata Tokyo Tower è una torre di trasmissione radio
Blackpool, Inghilterra - Blackpool Tower non è una struttura a sé stante, è situata sopra il complesso della "Tower Ballroom" e non ha le quattro "gambe" dell'originale.
Guatemala City, Guatemala - Torre del Reformador, alta 75 metri.
Paradise, Nevada, vicino a Las Vegas, USA (scala 1:2)
Praga, Repubblica Ceca (scala 1:5), Petrinska rozhledna, costruita nel 1891
Shenzhen, Cina (scala 1:3)
King's Island theme park, Ohio (scala 1:3)
una imitazione davanti al Paris Hotel, Las Vegas, alta 540 piedi (164 m, scala 1:2).
Wembley Park, London - Watkins' Tower
Lione
(Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.)
Un DAF llegado por donacion a Cuba, utilizado como transporte obrero, el OM51 de la empresa SERVIGEN, Empresa de Servicios Generales.
UR-BXA (Antonov An-24B c/n 9 99 021 07) wa delivered in 1969 to the Soviet Navy. In May 1998,while servig in the Russian Navy, it was registered "01 Blue". In July 1998it was sold to Tavria MAK as UR-BXA. Sevastopol Avia acquired it in August 2002 and in November 2010 it was sold to VVOSS and based at Sevastopol, still in basic blue Aeroflot colors.
Slide dated September 2000.
La Torre Eiffel (in lingua francese Tour Eiffel) è il monumento più famoso di Parigi ed è conosciuta in tutto il mondo come simbolo di Parigi. Fu chiamata così dal nome del suo progettista, l'ingegnere Gustave Eiffel, costruttore pure della struttura interna della Statua della libertà. È visitata mediamente ogni anno da cinque milioni e mezzo di turisti.
La struttura venne costruita in meno di due anni, dal 1887 al 1889; avrebbe dovuto servire da entrata alla Esposizione Universale del 1889, una Fiera Mondiale organizzata per celebrare il centenario della Rivoluzione Francese. Inaugurata il 31 marzo del 1889, venne ufficialmente aperta il 6 maggio dello stesso anno.
Trecento metalmeccanici assemblarono i 18.038 pezzi di ferro forgiato, utilizzando mezzo milione di bulloni (che furono, durante la costruzione stessa, sostituiti con rivetti incandescenti). Viste le condizioni di sicurezza esistenti allora, è sorprendente che solo un operaio abbia perso la vita durante i lavori del cantiere (durante l'installazione degli ascensori).
La torre è alta con la sua antenna 324 metri (le antenne della televisione sulla sommità sono alte 20 metri) e pesa 10.000 tonnellate. Per 40 anni è stata la struttura più alta del mondo. Per il suo mantenimento servono anche 50 tonnellate di vernice ogni 7 anni. A seconda della temperatura ambientale l'altezza della Torre Eiffel può variare di diversi centimetri a causa della dilatazione del metallo (sino a 15 cm più alta durante le calure estive). Nelle giornate ventose sulla cima della torre si possono verificare oscillazioni sino a 12 cm.
Quando fu costruita, vi fu una certa resistenza da parte del pubblico, in quanto si pensava che sarebbe stata una struttura poco estetica. Oggigiorno è generalmente considerata uno degli esempi di arte architettonica più straordinari nel mondo e costituisce uno dei simboli di Parigi.
Al principio Eiffel aveva avuto il permesso di lasciare in piedi la Torre per soli 20 anni, ma vista la sua utilità per motivi di comunicazione e come laboratorio per studi scientifici le fu permesso di rimanere. Fu infatti grazie all'antenna radio installata sulla sua sommità che la Francia potè intercettare i messaggi radio tedeschi e prepararsi alla battaglia della Marna contro i tedeschi.
Eiffel, che all'inizio non aveva altra ambizione che celebrare con questa costruzione i progressi della tecnica, si sentì presto obbligato a trovare delle utilità scientifiche alla sua Torre, come misure meteorologiche, analisi dell'aria, esperienze come quella di Foucault, ecc. Egli stesso contribuì da allora a tali ricerche che portarono all'installazione di un barometro, un parafulmine e di un apparecchio per la radiotelegrafia. Dal Capodanno del 2000 sulla Torre si trova un faro che da allora illumina la città tutte le sere.
Non sarà solo un oggetto di curiosità per il pubblico, sia durante l'esposizione che dopo, ma renderà ancora servigi alla scienza e alla difesa nazionale. Proprio la difesa nazionale, infatti, salvò la torre dalla distruzione cui era destinata.
Dal 1898 Eiffel aveva permesso a Eugène Ducretet di realizzare esperimenti di telegrafia senza fili fra la Torre ed il Panthéon, e offerto alla direzione del genio di finanziarli egli stesso. Il generale Ferrié, che divenne poi amico di Eiffel, riuscì nelle prime comunicazioni di questo tipo favorendo la causa della torre insieme ai militari contro la demolizione.
Fu così che la Tour Eiffel permise di comunicare con le navi da guerra e con i dirigibili, oltre che di intercettare i messaggi del nemico. In questo modo fu possibile poi l'arresto di Gertrude Zelle, detta Mata Hari, e che furono mobilitati in tempo i taxi parigini per inviarli sul fronte della Marna dove divennero per sempre: «i taxi della Marna».
Diverse riproduzioni della Torre Eiffel (spesso in scala minore) si trovano a:
Tokyo, Giappone: chiamata Tokyo Tower è una torre di trasmissione radio
Blackpool, Inghilterra - Blackpool Tower non è una struttura a sé stante, è situata sopra il complesso della "Tower Ballroom" e non ha le quattro "gambe" dell'originale.
Guatemala City, Guatemala - Torre del Reformador, alta 75 metri.
Paradise, Nevada, vicino a Las Vegas, USA (scala 1:2)
Praga, Repubblica Ceca (scala 1:5), Petrinska rozhledna, costruita nel 1891
Shenzhen, Cina (scala 1:3)
King's Island theme park, Ohio (scala 1:3)
una imitazione davanti al Paris Hotel, Las Vegas, alta 540 piedi (164 m, scala 1:2).
Wembley Park, London - Watkins' Tower
Lione
(Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.)
Agrimensore
e i fondi e beni stabili fossero di ragione spazi alberganti e praticii, li quali secondo la costumanza vanno pagati a spese vive. Se non sarai più degno di dare il tuo voto dimani, umiliato esporrai la supplica in tuttociò che avesse potuto migliorarsi per l'Agricoltura, e Pastura, furioso e supplicante esaminerai il metodo, di cui si servono gli animi simmetrici della Regia Dogana per la misura. E quindi che la divisione de' terreni, sia per servigio di VM, questioni tra le parti.
Question: Simmetry and identity, the metamorphosis of the future, cognitive mutations and human values. By Joseph Conti Are the ideas of identity and simmetry an absolute achievement of civilization, or just a tuning moment in a complex system of mental and physical metamorphosis? Is this something universal or an esthetic approach? Could our concept of art, in its deepest sense, be responsible for identity? Or, could our concept of identity exist because of art?
Cardiff (Queen Street) was once the largest station of the Taff Vale Railway and even had an overall roof but is now a very modest affair - yet is still very busy servig the Cardiff Valley and coast lines. 03/08.
Insegna in via dei Leoni (Firenze).
La storia che segue è stata scritta per il gruppo Bastian Contrario.
Sono uno degli ultimi arrotini che ancora girano con la bicicletta... quella che quando c’è da fare un lavoretto va messa sul cavalletto, si spostano le catene e poi pedalando si fa girare la mola. Siamo rimasti in pochi a fare questo mestiere, per lo più con mezzi motorizzati; con la bicicletta credo di essere rimasto proprio l’ultimo.
Giro da un quartiere all’altro, soprattutto in zone di periferia o di aperta campagna. Mi conoscono tutti: affilo coltelli e forbici... in cambio di pochi soldi e qualche pettegolezzo. Veramente i pettegolezzi mi annoiano, alla mia età (ormai ho più di ottant’anni, sapete) li ho già sentiti tutti; ma l’ascolto delle chiacchiere è uno dei servizi più importanti che offro alla mia affezionata clientela.
Qualche volta il lavoro diventa più interessante: è incredibile la quantità di oggetti che occorre affilare. C’è un vecchio macellaio che ha ancora una delle antiche affettatrici a manovella, le avete mai viste? Io sono rimasto l’unico che sa affilare quella lama: ci vuole tanta mano, esperienza e pazienza!
L’altro giorno mi è capitata una cliente nuova: una signora, alta, completamente vestita di nero e con un cappuccio dello stesso colore che le nascondeva il viso. Aveva una grande falce in mano. L’ho subito riconosciuta, me l’aspettavo un giorno o l’altro. Ho chiesto: “Cerchi me?”. La risposta è stata: “In un certo senso”.
Aveva un problema con la falce. Non funzionava più a dovere, le era diventato difficoltoso mandare avanti il lavoro. Voleva che gliel’affilassi!
Lusingato da così importante mansione, scacciando la paura, ho eseguito il lavoro, modestamente, a regola d’arte!
In paese ancora ne parlano, di questa signora misteriosa con la quale poco dopo mi hanno visto confabulare... finché non ci siamo separati: lei di là, io di qua!
... chissà perché, ho la sensazione che potrò offrire i miei servigi agli affezionati clienti ancora per parecchi anni...
© aldoaldoz, 31 luglio 2008 - Altri racconti pubblicati in questo set.
Un DAF llegado por donacion a Cuba, utilizado como transporte obrero, el OM30 de la empresa SERVIGEN, Empresa de Servicios Generales.
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919 – Roma, 6 maggio 2013) è stato un politico, scrittore e giornalista italiano. È stato uno dei principali esponenti della Democrazia Cristiana, protagonista della vita politica italiana per tutta la seconda metà del XX secolo.
Senatore a vita dal 1991, ha ricoperto diversi importanti incarichi di governo, tra i quali:
sette volte presidente del Consiglio tra cui il governo di "solidarietà nazionale" durante il rapimento di Aldo Moro (1978-1979), con l'astensione del Partito Comunista Italiano, e il governo della "non-sfiducia" (1976-1977)
otto volte Ministro della difesa
cinque volte Ministro degli affari esteri
tre volte ministro delle partecipazioni statali
due volte Ministro delle finanze, Ministro del bilancio e della programmazione economica e Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato
una volta Ministro del tesoro, Ministro dell'interno (il più giovane della storia repubblicana, a soli trentacinque anni), Ministro per i beni culturali e ambientali (ad interim) e Ministro delle politiche comunitarie
Dal 1945 al 2013 è sempre stato presente nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale all'Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. È stato presidente della Casa di Dante in Roma.
A cavallo tra XX e XXI secolo subì un processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Assolto con formula piena da tutte le accuse dal Tribunale di Palermo, venne poi assolto il 2 maggio 2003 anche dalla Corte d'Appello di Palermo per i fatti successivi al 1980, mentre per quelli anteriori si stabilì che Andreotti aveva «commesso» il «reato di partecipazione all'associazione per delinquere» (Cosa Nostra) ma fu dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. La Cassazione, infine, confermò la sentenza di appello.
Infanzia, istruzione e adolescenza
Nato a Roma da genitori originari di Segni, all'età di due anni rimase precocemente orfano di padre e in seguito perse anche Elena, l'unica sorella:
« Mia madre è rimasta vedova giovanissima. Con mio fratello maggiore e mia sorella più grande, che morì appena si iscrisse all'università, vivevamo presso una vecchissima zia, classe 1854, nella casa nella quale io sono nato.»
Frequentò il ginnasio al "Visconti" e il liceo al "Tasso" Si iscrisse poi alla facoltà di Giurisprudenza per ragioni da lui così illustrate:
« Appena presa la licenza liceale, fu doveroso per me non gravare più su mia madre, che con la sua piccola pensione aveva fatto miracoli per farci crescere, aiutata soltanto dalle borse di studio di orfani di guerra. Rinunciai, in fondo senza rimpianti eccessivi, a scegliere la facoltà di Medicina, che comportava la frequenza obbligatoria; mi iscrissi a Giurisprudenza e andai a lavorare come avventizio all'Amministrazione Finanziaria »
Si laureò in Giurisprudenza con il voto di 110/110 presso l'Università di Roma il 10 novembre del 1941. Iniziò a soffrire fin da ragazzo di forti emicranie, mentre la sua gracile costituzione fisica giustificò infauste previsioni che Andreotti ricorda così:
« Aiutato dal mio carattere ad apprezzare anche il lato comico delle vicende, dimenticai presto la terribile prognosi del medico militare del Celio, Ricci, che, dichiarandomi non idoneo al corso allievi ufficiali per «oligoemia e deperimento organico», aveva aggiunto il pronostico che a suo giudizio non mi restavano più di sei mesi prima di passare a vita migliore. »
Andreotti raccontò della funesta previsione del medico militare anche ad Oriana Fallaci:
« Alla visita medica militare, il medico responsabile mi diede sei mesi di vita; quando diventai ministro della difesa lo chiamai per dirgli che ero ancora vivo, ma era morto lui! »
Inizio della carriera politica
Intraprese la carriera politica già nel corso degli studi universitari, durante i quali entrò a far parte della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, che era l'unica associazione cattolica riconosciuta nelle università durante il fascismo, nella quale si formerà buona parte della futura classe dirigente democristiana. Andreotti ha spiegato così questo inizio:
« [...] stavo studiando diritto della navigazione, andai in biblioteca e un impiegato mi disse: «Lei non ha niente di meglio da fare?». Io mi seccai un po'. Qualche giorno dopo mi chiama Spataro, che era stato presidente molti anni prima, e stava riorganizzando la Democrazia Cristiana, e ci ritrovo quel signore dei libri che mi dice: "De Gasperi vuole il suo nome". [...] De Gasperi io non lo conoscevo. Mi venne detto: "Vieni a lavorare con noi". Allora ho cominciato, e non era affatto nei miei programmi. Poi, si sa, la politica è una specie di macchina nella quale se uno entra non può più uscirne. »
Riguardo all'impiegato della biblioteca, Andreotti ha spiegato: «Io non sapevo chi fosse quel signore. Lui sapeva invece che dirigevo il giornale degli universitari cattolici». Infatti nella FUCI Andreotti era giunto, nel luglio 1939, a ricoprire l'incarico di direttore di Azione Fucina (la rivista degli universitari cattolici), proprio mentre Aldo Moro assumeva la presidenza dell'associazione. Quando nel 1942 questi fu chiamato alle armi, Andreotti gli successe nell'incarico di presidente, incarico che mantenne sino al 1944:
« Con Moro ci conoscevamo fin dai tempi della Fuci, lui era presidente, io dirigevo l'Azione fucina, e quando lui lasciò la carica presi il suo posto. Quindi una dimestichezza che risaliva a prima della politica. [...] ho sempre avuto con lui una relazione molto facile, proprio perché c'era questo legame universitario. »
Nel luglio del 1943 prese parte ai lavori che portarono alla redazione del Codice di Camaldoli. Durante la guerra scrisse per la Rivista del Lavoro, pubblicazione di propaganda fascista. Partecipò anche alla redazione clandestina de Il Popolo. Il 30 luglio 1944, al Congresso di Napoli, fu eletto nel primo Consiglio nazionale della Democrazia cristiana e il 19 agosto divenne responsabile dei gruppi giovanili del partito; in tale carica verrà confermato dal Congresso nazionale del Movimento giovanile DC di Assisi del gennaio 1947.
L'elezione all'Assemblea costituente e le prime responsabilità di governo
Fu De Gasperi ad introdurlo nella scena politica nazionale, designandolo quale componente della Consulta nazionale nel 1945 e successivamente favorendone la candidatura alle elezioni del 1946 all'Assemblea Costituente. I due si conobbero casualmente nella Biblioteca Vaticana dove De Gasperi aveva un modesto impiego concessogli dal Vaticano per consentirgli di sfuggire alla miseria cui lo voleva condannato il regime fascista e fra i due si sviluppò un intenso rapporto nonostante le profonde differenze caratteriali.
All'inizio degli anni quaranta il futuro papa Giovanni Battista Montini, già assistente ecclesiastico della Fuci e sostituto della segreteria di Stato, aveva notato il giovane Andreotti e fu lui nel maggio 1947 ad esortare De Gasperi perché lo nominasse sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, «lasciando di stucco un'intera schiera di vecchi popolari che affollavano l'anticamera politica della nuova Italia».
Anna Magnani con Giulio Andreotti nel 1947, in occasione della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia
Andreotti divenne così parte del quarto governo De Gasperi, venendo poi eletto nel 1948 alla Camera dei deputati per la circoscrizione di Roma-Latina-Viterbo-Frosinone, in quella che sarà la sua roccaforte elettorale fino agli anni novanta. Nel 1952, in vista delle elezioni amministrative del comune di Roma, Andreotti diede prova delle sue capacità diplomatiche e della credibilità conseguita agli occhi del Papa negli anni della presidenza della Fuci scrivendo a Pio XII un appunto che finalmente lo persuase – dopo che non vi erano riusciti né Montini né De Gasperi – a rinunciare all'"operazione Sturzo" (cioè all'idea di un'alleanza elettorale che coinvolgesse anche i neofascisti).
Andreotti mantenne la carica di sottosegretario alla Presidenza in tutti i governi De Gasperi e poi nel successivo governo Pella, fino al gennaio 1954. Ad Andreotti furono affidate numerose e ampie deleghe (fra le altre, quelle per lo spettacolo, lo sport, la riforma della pubblica amministrazione, l’epurazione). A lui si devono in particolare la rinascita della industria cinematografica nazionale e il rilancio degli stabilimenti di Cinecittà devastati nell'immediato dopoguerra (Legge n. 958 del 29 dicembre 1949), la rinascita del CONI e l'autonomia finanziaria dello sport attraverso il collegamento con il totocalcio.
È del 1953, fra l'altro, il cosiddetto "veto Andreotti" contro il blocco della importazione di calciatori stranieri. Le benemerenze acquisite da Andreotti in questi anni nei confronti dello sport italiano gli verranno riconosciute il 30 novembre 1958 con la nomina all'unanimità, da parte del Consiglio nazionale del Coni, a presidente del Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Roma 1960. Molti anni dopo, nel 1990, Andreotti verrà inoltre insignito del prestigioso Collare all'Ordine olimpico, la massima onorificenza del Comitato Olimpico Internazionale. Seguirono altri innumerevoli incarichi, tanto che Andreotti fu presente in quasi tutti i governi della Prima Repubblica.
Nel periodo 1947-54 fu inoltre il responsabile politico dell'Ufficio per le zone di confine (Uzc), che tramite ingenti fondi riservati finanziava partiti, giornali ed enti di vario tipo per difendere l'italianità in delicate zone di frontiera come Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta. L'Uzc svolgeva poi una serie di altre attività di natura amministrativa e burocratica relative al rapporto con le minoranze linguistiche e all'attuazione dell'autonomia (escludendo il Friuli Venezia Giulia). Perciò ebbe un ruolo preminente come raccordo tra Roma e la classe dirigente locale.
Gli anni cinquanta e sessanta
Nel 1954 è per la prima volta ministro, entrando a far parte del primo governo Fanfani come Ministro degli interni. Successivamente diventa Ministro delle Finanze e nell'agosto del 1958 rimane coinvolto per «mancata vigilanza» nel Caso Giuffrè sulla base di un "memoriale", poi rivelatosi falso. Dall'accusa venne completamente scagionato da una commissione di inchiesta parlamentare.
Viene invece censurato da una Commissione d'inchiesta parlamentare del 1961-1962 su alcune irregolarità nei lavori dell'aeroporto di Fiumicino. Quasi parallelamente all'affermarsi della segreteria nazionale di Amintore Fanfani, la corrente andreottiana nasce in quegli anni, ereditando nella capitale i quadri della destra clericale che nel 1952 s'erano coalizzati – con la benedizione del Vaticano – dietro il tentativo di espugnare il Campidoglio con la lista civica guidata da Luigi Sturzo. Essa esordì con la campagna di stampa che implicò Piero Piccioni (figlio del vicesegretario nazionale Attilio Piccioni) nella vicenda del caso di Torvajanica.
Eliminata così la vecchia guardia degasperiana dalla guida del partito, gli andreottiani aiutarono la neonata corrente dei dorotei a conseguire la maggioranza necessaria per scalzare Fanfani dalla Presidenza del consiglio e dalla segreteria della Democrazia cristiana. Si trattava di «una sorta di curva Sud del partito [...] anche se marginale all'interno della Dc», che Franco Evangelisti battezzò «corrente Primavera». Nei primi anni sessanta fu Ministro della difesa quando esplose lo scandalo dei fascicoli SIFAR e del Piano Solo, un presunto progetto di golpe neofascista, promosso, secondo il settimanale L'Espresso, dal generale missino Giovanni De Lorenzo[20].
L'incarico ministeriale rivestito da Andreotti fu onerato, da una successiva legge, della responsabilità della distruzione dei fascicoli, con cui il Sifar aveva schedato importanti politici italiani, di cui aveva composto dei ritratti poco favorevoli. Gli si addebita perciò una responsabilità quanto meno oggettiva nel fatto che – come è stato accertato – quei fascicoli fossero stati prima fotocopiati e poi passati alla P2 di Licio Gelli, che aveva portato quei materiali all'estero, a dispetto del fatto che la commissione parlamentare d'inchiesta avesse deciso di far bruciare a Fiumicino, nell'inceneritore, i fascicoli abusivi.
Quasi a rimarcare la differente cifra della sua condotta, Francesco Cossiga, che nella veste di sottosegretario alla Difesa procedette parallelamente all'espunzione con omissis del rapporto della commissione ministeriale d'inchiesta del generale
Manes sul Piano Solo, ha sempre pubblicamente vantato il suo intervento censorio, dichiarando di averlo svolto nella piena legalità. Nel dicembre del 1968 viene nominato capogruppo della Dc alla Camera, incarico che manterrà per tutta la legislatura fino al 1972.
I primi anni settanta: Andreotti presidente del Consiglio
Nel 1972, Giulio Andreotti diventa per la prima volta Presidente del Consiglio, incarico che reggerà, alla guida di due esecutivi di centro-destra, fino al 1973. Continua a ricoprire incarichi di primo piano, nei successivi esecutivi. Nel ruolo di Ministro della difesa, rilascia una famosa intervista a Massimo Caprara con cui rivela le coperture istituzionali dell'indagato per la strage di piazza Fontana, Guido Giannettini (Andreotti sarà prosciolto, nel 1982, dall'accusa di favoreggiamento nei confronti di Giannettini). Fra il 1974 e il 1976 ricopre il ruolo di Ministro del bilancio e della programmazione economica nei governi Moro IV e Moro V.
La non-sfiducia e la solidarietà nazionale: Andreotti ritorna a Palazzo Chigi
Nel 1976, il governo, presieduto da Aldo Moro, perse la fiducia dei socialisti in Parlamento e il Paese si avviò alle elezioni anticipate, che videro un forte aumento del Partito Comunista Italiano, guidato da Enrico Berlinguer. La Democrazia Cristiana riuscì, anche se solo per pochi voti, a restare il partito di maggioranza relativa. Forte del buon risultato elettorale, Berlinguer propose, appoggiato anche da Aldo Moro e Amintore Fanfani, di dare concretezza al "compromesso storico", ovvero alla formazione di un governo di coalizione fra PCI e DC, per superare la difficile situazione dell'Italia dell'epoca, colpita dalla crisi economica e dal terrorismo.
Helmut Schmidt, Pierre Trudeau, Valéry Giscard d'Estaing, James Callaghan, Jimmy Carter, Giulio Andreotti e Takeo Fukuda al summit del G7 nel 1977 a Londra.
Fu proprio Andreotti ad essere prescelto per guidare il primo esperimento in questa direzione: egli varò nel luglio del 1976 il suo terzo governo, detto della "non sfiducia" perché, pur essendo un monocolore, si reggeva grazie all'astensione dei partiti dell'"arco costituzionale" (tutti tranne il MSI-DN). Questo governo cadde però nel gennaio del 1978. A marzo la crisi fu superata grazie alla mediazione di Aldo Moro, che promosse un nuovo esecutivo, sempre un monocolore democristiano ma sostenuto dal voto favorevole di tutti i partiti compreso il PCI (votarono contro solo MSI, PLI e SVP). Il nuovo governo fu nuovamente affidato ad Andreotti e ottenne la fiducia in Parlamento, il 16 marzo, lo stesso giorno del sequestro di Moro.
La drammatica situazione fece nascere la cosiddetta "solidarietà nazionale", in nome della quale il PCI accettò di votare comunque la fiducia malgrado Andreotti avesse rifiutato tutte le richieste della sinistra (riduzione del numero dei ministri, inclusione di alcuni indipendenti, esclusione di ministri quali Antonio Bisaglia e Carlo Donat Cattin, apertamente contrari alla politica di solidarietà nazionale). Il ruolo di Andreotti nella gestione del sequestro Moro è fortemente controverso. Rifiutò ogni trattativa con i terroristi in nome della ragion di Stato, sposando la linea della fermezza e scatenando forti critiche contro di lui da parte della famiglia dello statista rapito.
Nel suo memoriale, scritto mentre era prigioniero, Moro riserva giudizi durissimi su Andreotti. Dopo l'omicidio di Moro, nel maggio del 1978, l'esperienza della solidarietà nazionale proseguì, portando all'approvazione di importanti leggi, come la riforma sanitaria. La richiesta dei comunisti, per una partecipazione più diretta alle attività di governo, fu respinta dalla DC: di conseguenza Andreotti si dimise nel giugno del 1979. In quel periodo teorizzò la "strategia dei due forni", secondo cui il partito di maggioranza relativa avrebbe dovuto rivolgersi alternativamente a PCI e PSI, a seconda di chi dei due "facesse il prezzo del pane più basso".Sta di fatto che ciò produsse per lungo tempo un pessimo rapporto con Bettino Craxi: esso s'era degradato quando Andreotti aveva fissato le elezioni anticipate del 1979 ad una settimana dalle europee di quell'anno (disattendendo la richiesta del PSI, che riteneva di avere maggiori chance di trascinamento con la coincidenza tra le due date), ed era crollato definitivamente quando la vicenda di finanziamento illecito di correnti anticraxiane del PSI - che era dietro lo scandalo ENI-Petromin - fu (a torto od a ragione) ricondotta da Craxi ad ambienti andreottiani.[senza fonte] Ne scaturì il veto ad incarichi di governo per tutta la successiva legislatura (quando - prematuramente - Craxi disse che «...la vecchia volpe è finita in pellicceria»[26]): si trattò dell'unico quadriennio della Prima Repubblica (oltre al periodo 1968-1971) in cui Andreotti non rivestì alcun incarico di governo.
Gli anni ottanta
Nel 1983 Andreotti assume la carica di Ministro degli esteri nel primo governo Craxi, incarico che mantiene nei successivi governi fino al 1989. Forte della sua pluridecennale esperienza di uomo politico, Andreotti favorì il dialogo fra USA e URSS, che in quegli anni si stava aprendo.
All'interno del governo, si rese protagonista di diversi scontri con Craxi - prevalentemente surrettizi, come quando sussurrò ad un giornalista di essere stato «...in Cina con Craxi e i suoi cari...»; l'antagonismo fu anche oggetto di satira e di moti di spirito della più variegata origine. Ma nella gestione filoaraba della politica estera[29] fu oggettivamente in consonanza con il premier, schierandosi con lui - durante la crisi di Sigonella - nella decisione di sottrarre alla giustizia americana i terroristi che avevano dirottato la nave Achille Lauro, assassinando un passeggero paralitico.
Anche grazie a questi sviluppi, svolse successivamente un ruolo di tramite fra Craxi e la Democrazia Cristiana, i cui rapporti erano tutt'altro che idilliaci. Gli scontri fra il carismatico leader socialista e il segretario democristiano Ciriaco De Mita erano all'ordine del giorno, tanto che i giornali parlarono dell'esistenza del triangolo CAF (Craxi-Andreotti-Forlani): quando tale intesa sottrasse a De Mita la guida del governo, nel 1989, fu chiamato nuovamente alla presidenza del Consiglio, incarico che resse fino al 1992.
Si trattò di un governo dal decorso turbolento: la scelta di restare alla guida del governo, nonostante l'abbandono dei ministri della sinistra democristiana - dopo l'approvazione della norma sugli spot televisivi (favorevole alle emittenze private di Silvio Berlusconi, reso "oligopolista" dalla legge Mammì) - non impedì il riemergere di antichi sospetti e rancori con Craxi (che alluse ad Andreotti quando disse che dietro il ritrovamento delle lettere di Moro in via Montenevoso vedeva una "manina", guadagnandosi la sua piccata replica che forse c'era stata una "manona"); lo scandalo Gladio e le "picconate" del presidente Francesco Cossiga lo videro destinatario di pressioni istituzionali fortissime, cui replicò con la consueta levità di spirito dichiarando che era «...meglio tirare a campare che tirare le cuoia».
Nel 1992, finita la legislatura, Andreotti rassegnò le sue dimissioni, non mancando di chiosare che facendo le valigie aveva trovato nei suoi cassetti alcune lettere del Presidente della Repubblica ancora chiuse[senza fonte]. Eppure a quel Presidente dovette la sua sopravvivenza politica nella sua quarta età: l'anno prima era stato nominato senatore a vita proprio da Cossiga.
Priva di radicamento territoriale al di fuori del Lazio (dove si valeva di proconsoli territoriali come Franco Evangelisti prima e Vittorio Sbardella poi, oltre che di "specialisti" nelle varie istituzioni come il magistrato di Cassazione Claudio Vitalone ed il vescovo di Curia monsignor Angelini), la corrente andreottiana si alleava periodicamente con correnti espresse da altre realtà territoriali: da ultimo, negli anni ottanta, furono organici all'andreottismo, tra le tante, le correnti napoletane di Enzo Scotti e Paolo Cirino Pomicino, quella bresciana di Giovanni Prandini, quella milanese di Luigi Baruffi, quella emiliano-romagnola di Nino Cristofori, quella Toscana di Tommaso Bisagno, quella piemontese di Silvio Lega, quella calabrese di Camelo Puija, quella palermitana di Salvo Lima e quella catanese di Nino Drago; al di là delle espressioni geografiche, un lungo tratto di cammino insieme compirono anche le frange politiche di Comunione e Liberazione, pur mantenendo un ampio margine di autonomia.
Dopo la nomina a Senatore a vita, nel Lazio la corrente fu sottoposta a forti tensioni per capire su chi dovessero convergere le forze. Lo scontro fu particolarmente aspro e portò Vittorio Sbardella ad uscire dal Gruppo. Alle prime elezioni politiche successive alla nomina come senatore a vita, quelle del 1992, lo stesso Sbardella otterrà un lusinghiero risultato, arrivando secondo ad una incollatura da Franco Marini. In Regione sedeva dal 1990 il nipote di Andreotti (per parte di moglie) Luca Danese.
Andreotti senatore a vita
In quello stesso anno, il 1992, Andreotti era considerato uno dei candidati più papabili per la carica di presidente della Repubblica, ma la sua corrente non si espose mai con una candidatura esplicita che portasse alla conta dei voti, preferendo l'esercizio di un'estenuante interdizione che tenne sulla corda gli altri candidati del CAF (fino a "bruciare", in due memorabili scrutini di metà maggio, la candidatura di Arnaldo Forlani, che non riuscì a raggiungere il quorum per meno di trenta voti). Quella di Andreotti, che era studiata come una candidatura da far emergere dopo l'affossamento delle altre, divenne però a sua volta del tutto impraticabile dopo l'assassinio del giudice Giovanni Falcone a Palermo: il fatto che due mesi prima fosse stato assassinato a Palermo Salvo Lima, della medesima corrente di Andreotti, fu giudicato in Parlamento un evento di scarsa presentabilità pubblica, in una situazione di emergenza nazionale nella lotta alla mafia.
Così si passò a considerare altri nomi più "istituzionali": prima il presidente del Senato Giovanni Spadolini e poi, con successo, quello della Camera Scalfaro, sostenuto anche dalla sinistra. Il 27 marzo 1993 ricevette un avviso di garanzia dalla Procura di Palermo con l'accusa di aver favorito la mafia, tramite la mediazione del suo rappresentante in Sicilia, Salvo Lima. Il Senato, dietro sua sollecitazione, concesse l'autorizzazione a procedere e il processo accertò la collaborazione di Andreotti con la criminalità organizzata fino al 1980, facendo così scattare la prescrizione.
Lo stesso anno dopo le rivelazioni di alcuni pentiti, viene indagato come mandante dell'omicidio Pecorelli dalla Procura di Perugia. Sarà assolto definitivamente dalla Corte di cassazione dieci anni dopo. Dall'Ottobre del 1993, Giulio Andreotti diviene direttore del mensile internazionale 30 giorni nella Chiesa e nel Mondo, in vendita solo nelle edicole intorno al Vaticano e nelle librerie Paoline, ma a cui è possibile abbonarsi. Allo scioglimento della Democrazia Cristiana, nel 1994, aderì al Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli, partito che lascerà nel 2001, in seguito alla nascita della Margherita.
Nel febbraio del 2001 diede vita, insieme a Ortensio Zecchino e Sergio D'Antoni, al partito d'ispirazione cristiana denominato Democrazia Europea, che ottenne un risultato modesto alle elezioni e confluì nell'UDC nel 2002. Le elezioni politiche del 2006, che videro una vittoria di misura dell'Unione di Romano Prodi, con al Senato un leggero vantaggio di seggi tra lo schieramento vincente e la Casa delle Libertà, fecero discutere sui futuri assetti istituzionali e sulla necessità di ricompattare un'Italia sostanzialmente divisa in due. Perciò, da alcuni settori del centro-destra era giunta la proposta di assegnare la Presidenza del Senato al senatore a vita Andreotti, ritenuto capace di mediare tra i due schieramenti e tra le due anime del Paese.
Il senatore a vita aveva dichiarato «Deciderò sul momento» se accordare o meno la fiducia all'eventuale governo Prodi II. Sull'ipotesi di una sua elezione alla Presidenza del Senato, in un'intervista al quotidiano La Stampa del 22 aprile 2006, si rese disponibile purché «...in un'ottica di conciliazione». L'elezione di Andreotti, secondo alcune fonti, avrebbe dovuto ottenere i consensi di un'ampia fetta dei moderati del centrosinistra, fra La Margherita e l'Udeur di Mastella, mettendo in crisi la scelta, data ormai per certa, del diellino Franco Marini. Ma l'elezione, tenutasi il 29 aprile, al terzo scrutinio, portò al ruolo di presidenza del Senato Franco Marini, con 165 voti (quelli della maggioranza più quelli di alcuni senatori a vita e, verosimilmente, alcuni provenienti dai gruppi di minoranza della Cdl), contro le 156 preferenze raccolte dall'ex-presidente del consiglio tra le file del centro-destra e dal senatore a vita Francesco Cossiga.
L'elezione fu molto importante perché alcuni hanno ritenuto nei giorni precedenti, e soprattutto durante le prime due votazioni, che la coalizione di centrosinistra non sarebbe stata in grado di avere una duratura maggioranza dei voti per l'attività del Senato.[senza fonte] Il 19 maggio 2006 accordò la fiducia al governo Prodi II, assieme agli altri sei senatori a vita, suscitando vive polemiche nella Casa delle Libertà, che aveva sostenuto la sua candidatura alla Presidenza del Senato. Successivamente, si consultò spesso con il nuovo Presidente del Consiglio riguardo alla politica estera, che continuava a seguire in qualità di membro della Commissione Affari esteri del Senato.
Il 21 febbraio 2007 suscitò scalpore la sua astensione in Senato alla risoluzione della maggioranza di centrosinistra, relativa alle linee guida di politica estera illustrate dal Ministro degli esteri Massimo D'Alema al Senato della Repubblica, che non ottenne il quorum di maggioranza, iniziando così la crisi di Governo che portò il Presidente del Consiglio Romano Prodi a rassegnare, in serata, le dimissioni dal suo incarico (poi respinte) al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il senatore a vita aveva annunciato il giorno prima il suo voto favorevole. L'indomani dichiarò ai mass media che il suo cambio di scelta fu dovuto al discorso di D'Alema, teso a marcare fortemente la discontinuità della politica estera del centrosinistra rispetto all'esecutivo dell'ex premier Silvio Berlusconi; dichiarò inoltre il suo totale disaccordo su di una politica tesa da un lato ad osannare il leader di Forza Italia e dall'altro a demonizzarlo.
Alcuni tra commentatori e giornalisti insinuarono che l'astensione di Andreotti fosse dovuta alla tensione politica tra il Vaticano e il Governo Prodi, sorta circa il disegno di legge sui DICO. Andreotti partecipò in seguito, nel maggio 2007, ad una manifestazione "in difesa della famiglia" (Family Day). Il 29 aprile 2008, a seguito della rinuncia dei senatori Rita Levi-Montalcini e Oscar Luigi Scalfaro, Andreotti ha svolto le funzioni di presidente provvisorio del Senato della Repubblica in quanto senatore più anziano. Ha quindi diretto le votazioni che hanno portato all'elezione del senatore Renato Schifani alla seconda carica dello Stato.
Il suo notevole archivio cartaceo (3.500 faldoni, dal 1944 in poi) che, negli ultimi anni della sua carriera parlamentare, aveva sede nel suo ufficio di piazza in Lucina, è stato acquisito dalla Fondazione Sturzo ed è stato utilizzato da Andreotti anche successivamente. Dopo il 30 dicembre 2012, giorno della scomparsa di Rita Levi-Montalcini, è stato il più anziano senatore in carica. Muore il 6 maggio 2013 nella sua casa di Roma; per volontà della famiglia le esequie si sono svolte in forma privata. È sepolto presso il cimitero monumentale del Verano di Roma.
Rapporti con Cosa Nostra
Andreotti è stato sottoposto a giudizio a Palermo per associazione per delinquere. Mentre la sentenza di primo grado, emessa il 23 ottobre 1999, lo aveva assolto perché il fatto non sussiste, la sentenza di appello, emessa il 2 maggio 2003, distinguendo il giudizio tra i fatti fino al 1980 e quelli successivi, stabilì che Andreotti aveva «commesso» il «reato di partecipazione all'associazione per delinquere» (Cosa Nostra), «concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980», reato però «estinto per prescrizione». Per i fatti successivi alla primavera del 1980 Andreotti è stato invece assolto.
La sentenza della Corte di Appello di Palermo del 2 maggio 2003, in estrema sintesi, parla di una «...autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980»[37][38]. Interrogato dalla procura di Palermo il 19 maggio 1993, il sovraintendente capo della polizia Francesco Stramandino, dichiarò di aver assistito il 19 agosto 1985, in qualità di responsabile della sicurezza dell'allora ministro degli esteri Andreotti, ad un incontro tra lo stesso politico e quello che solo successivamente sarà identificato come boss Andrea Manciaracina, all'epoca sorvegliato speciale e uomo di fiducia di Totò Riina. Lo stesso Andreotti ammise in aula l'incontro con Manciaracina, spiegando che il colloquio ebbe a che fare con problemi relativi alla legislazione sulla pesca.
La sentenza di appello definì «inverosimile» la «ricostruzione dell'episodio offerta dall'imputato». Pur confermando che Andreotti incontrò uomini appartenenti a Cosa Nostra anche dopo la primavera del 1980, il tribunale stabilì che mancava «...qualsiasi elemento che consentisse di ricostruire il contenuto del colloquio». La versione fornita da Giulio Andreotti, secondo il tribunale, potrebbe essere dovuta «...al suo intento di non offuscare la propria immagine pubblica ammettendo di avere incontrato un soggetto strettamente collegato alla criminalità organizzata e di avere conferito con lui in modo assolutamente riservato».
Sia l'accusa sia la difesa presentarono ricorso in Cassazione, l'una contro la parte assolutiva, e l'altra per cercare di ottenere la piena assoluzione. Tuttavia la Corte di cassazione il 15 ottobre 2004 rigettò entrambe le richieste confermando la prescrizione per qualsiasi ipotesi di reato prima del 1980 e l'assoluzione per il resto[39]. Nella motivazione della sentenza di appello si legge (a pagina 211):
« Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione. »
Se la sentenza definitiva fosse arrivata entro il 20 dicembre 2002 (termine per la prescrizione), avrebbe potuto dare luogo ad uno dei seguenti due esiti alternativi:
- Andreotti avrebbe potuto essere condannato in base all'articolo 416, cioè all'associazione "semplice" (poiché quella aggravata di stampo mafioso (416-bis) fu introdotta nel codice penale soltanto nel 1982, grazie ai relatori Virginio Rognoni (DC) e Pio La Torre (PCI), oppure
- l'imputato avrebbe potuto essere assolto con formula piena con la conferma della sentenza di primo grado.
Nel dettaglio, il giudice di legittimità scrive[40]:
« Pertanto la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l'imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall'imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale (certamente sperato, solo parzialmente conseguito) e di interventi extra ordinem, sinallagmaticamente collegati alla sua disponibilità ad incontri e ad interazioni (il riferimento della Corte territoriale è alla questione Mattarella), oltre che alla rinunzia a denunciare i fatti gravi di cui era venuto a conoscenza. »
Le rivelazioni dei pentiti
Leonardo Messina ha affermato di aver sentito dire che Andreotti era "punciutu", ossia un uomo d'onore con giuramento rituale.[41] Baldassare Di Maggio raccontò di un bacio tra Andreotti e Totò Riina. Successivamente questo non venne provato e si ritiene che abbia attirato tutta l'attenzione del processo su questo ipotetico fatto suggestivo, allontanandola dalle testimonianze di circa 40 pentiti.[42]
Giovanni Brusca ha affermato: «Per quel che riguarda gli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici, io credo che non sarebbe stato possibile eseguirli senza scatenare una reazione dello Stato se non ci fosse stato il benestare di Andreotti. Durante la guerra di mafia c'erano morti tutti i giorni. Nino Salvo mi incaricò di dire a Totò Riina che Andreotti ci invitava a stare calmi, a non fare troppi morti, altrimenti sarebbe stato costretto ad intervenire con leggi speciali» e «Chiarisco che in Cosa Nostra c'era la consapevolezza di poter contare su un personaggio come Andreotti»[43].
Omicidio Pecorelli
Andreotti è stato anche processato per il coinvolgimento nell'omicidio di Mino Pecorelli, avvenuto il 20 marzo 1979. Secondo i magistrati investigatori, Andreotti commissionò l'uccisione del giornalista, direttore della testata Osservatorio Politico (OP). Pecorelli - che aveva già pubblicato notizie ostili ad Andreotti, come quella sul mancato incenerimento dei fascicoli SIFAR sotto la sua gestione alla Difesa - aveva predisposto una campagna di stampa su finanziamenti illegali del partito della Democrazia Cristiana e segreti riguardo al rapimento e l'uccisione dell'ex primo ministro Aldo Moro avvenuto nel 1978 ad opera delle Brigate Rosse.
In particolare, il giornalista aveva denunciato connessioni politiche dello scandalo petroli, con una copertina intitolata "Gli assegni del Presidente" con l'immagine di Andreotti, ma accettò di fermare la pubblicazione del giornale già nella rotativa. Il pentito Tommaso Buscetta testimoniò che Gaetano Badalamenti gli raccontò che «...l'omicidio fu commissionato dai cugini Salvo per conto di Giulio Andreotti», il quale avrebbe avuto paura che Pecorelli pubblicasse informazioni che avrebbero potuto distruggere la sua carriera politica.
In primo grado nel 1999 la corte di assise di Perugia prosciolse Andreotti, il suo braccio destro Claudio Vitalone (ex Ministro del Commercio con l'estero), Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, il presunto killer Massimo Carminati (uno dei fondatori del gruppo di estrema destra NAR - Nuclei Armati Rivoluzionari) e Michelangelo La Barbera. Successivamente, il 17 novembre 2002 la corte di appello ribaltò la sentenza di primo grado e Badalamenti ed Andreotti furono entrambi condannati a 24 anni di carcere come mandanti dell'omicidio Pecorelli. Il 30 ottobre 2003 la sentenza d'appello venne quindi annullata senza rinvio dalla Corte di cassazione, annullamento che rese definitiva la sentenza di assoluzione di primo grado.
Caso Almerighi
È stato condannato in via definitiva il 4 maggio 2010 per aver diffamato il giudice Mario Almerighi definendolo «falso testimone, autore di infamie e pazzo»[44][45][46].
Coinvolgimenti in altre vicende
La figura di Andreotti è oggetto di interpretazioni e polemiche di varia natura. Le numerose contestazioni che gli sono state volte hanno riguardato praticamente tutti i campi della sua attività e sono venute anche da politici e giornalisti illustri (come Indro Montanelli[47]). In parte ciò è ascrivibile all'assolutamente inedito curriculum ministeriale accumulato, che fece sì che anche senza più rivestire cariche formali egli fosse referente di alti funzionari e burocrati ministeriali e dei servizi di sicurezza, con un coinvolgimento personale in vicende che non lo riguardavano più sotto il profilo istituzionale[48].
Accuse e sospetti gli sono stati rivolti a proposito delle sue relazioni con la loggia P2[49], Cosa Nostra, la Chiesa cattolica e con alcuni individui legati ai più oscuri misteri della storia repubblicana. Tali voci - e specialmente il reato relativo al rapporto con Cosa Nostra - hanno certamente danneggiato la sua immagine pubblica: come s'è visto nel 1992, scaduto il mandato del dimissionario Francesco Cossiga come Presidente della Repubblica, la candidatura di Andreotti sembrava destinata ad avere la meglio finché, durante i giorni delle votazioni di maggio, la strage di Capaci orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro.
Andreotti e Dalla Chiesa
Nel 1978, dopo il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, in seguito al ritrovamento di un borsello sopra un pullman, i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa riuscirono ad individuare un covo delle Brigate Rosse appartenente alla colonna Walter Alasia, situato a Milano in Via Monte Nevoso. Ne scaturirono 9 arresti e una serie di perquisizioni, nella quale furono rinvenuti alcuni documenti riguardanti il rapimento di Moro e parte di un memoriale dello stesso[50]. Il Memoriale Moro sarebbe stato consegnato da Dalla Chiesa ad Andreotti a causa delle informazioni contenute al suo interno. Inoltre nel 1979, pochi giorni prima di essere ucciso, Mino Pecorelli incontrò Dalla Chiesa per ricevere informazioni sul Memoriale, consegnandogli documenti riguardanti Andreotti[51].
Nel 1982 Andreotti spinse molto sulla disponibilità di Dalla Chiesa ad accettare l'incarico propostogli di Prefetto di Palermo. In un diario, un appunto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa datato 2 aprile 1982 al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini scriveva che la corrente democristiana siciliana facente capo ad Andreotti sarebbe stata la "famiglia politica" più inquinata da contaminazioni mafiose.[52]
Sempre Dalla Chiesa, nel suo taccuino personale scrive: «Ieri anche l'on. Andreotti mi ha chiesto di andare [da lui, ndr] e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori.[...] Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno [...] lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione e circostanze.»[53][54]
Rapporti con Michele Sindona e Licio Gelli
Secondo la Corte di Perugia ed il Tribunale di Palermo «Andreotti aveva rapporti di antica data con molte delle persone che a vario titolo si erano interessate della vicenda del banchiere della Banca Privata Italiana ed esponente della loggia massonica P2 Michele Sindona, oltre che con lo stesso Sindona.»[55]
Rapporti con Michele Sindona e Licio Gelli
Secondo la Corte di Perugia ed il Tribunale di Palermo «Andreotti aveva rapporti di antica data con molte delle persone che a vario titolo si erano interessate della vicenda del banchiere della Banca Privata Italiana ed esponente della loggia massonica P2 Michele Sindona, oltre che con lo stesso Sindona.»[55]
Tali rapporti si intensificarono nel 1976, al momento del crac finanziario delle banche di Sindona: Licio Gelli, capo della loggia P2, propose un piano per salvare la Banca Privata Italiana all'allora Ministro della difesa Andreotti. Quest'ultimo incaricò informalmente il senatore Gaetano Stammati (affiliato alla loggia P2) e Franco Evangelisti di studiare il progetto di salvataggio della Banca Privata Italiana, il quale venne però rifiutato da Mario Sarcinelli, vice direttore generale della Banca d'Italia[56]. In seguito, Andreotti si giustificò sostenendo che il suo interessamento per il salvataggio della Banca Privata Italiana era solo di natura istituzionale. Tuttavia, anche durante la lunga latitanza di Sindona all'hotel Pierre di New York, Andreotti continuò a mantenere contatti con l'avvocato del banchiere, Rodolfo Guzzi, mostrandosi più che disponibile a tutte le iniziative volte a favorire lo stesso Sindona, sia per il salvataggio finanziario, sia per evitargli l'estradizione[57].
Solo dopo il falso rapimento di Sindona, la sua estradizione ed il conseguente arresto per bancarotta fraudolenta e per l'omicidio del liquidatore della Banca Privata Italiana Giorgio Ambrosoli, Andreotti se ne distanziò pubblicamente.
Su Ambrosoli, Andreotti ha in seguito dichiarato: «è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando».[58], per poi precisare: «...intendevo fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto»[59].
Sindona morì avvelenato da un caffè al cianuro il 22 marzo 1986 nel carcere di Voghera, due giorni dopo essere stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Ambrosoli. Tale morte venne archiviata come suicidio, poiché le prove e le testimonianze riguardo al veleno utilizzato ed al comportamento di Sindona stesso facevano supporre un tentativo di auto-avvelenamento: tale atto sarebbe stato compiuto nella speranza di una re-estradizione negli Stati Uniti, paese con il quale l'Italia aveva un accordo sulla custodia del banchiere legato alla sicurezza e incolumità di quest'ultimo. Sindona, quindi, avrebbe messo in scena un avvelenamento e sarebbe morto a causa di un errore di dosaggio.
Il giornalista e docente universitario Sergio Turone ipotizza che sia stato Andreotti a far pervenire la bustina di zucchero contenente il cianuro fatale a Sindona, facendo credere a quest'ultimo che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un malore. Secondo Turone, il movente del presunto omicidio sarebbe stato il timore che Sindona rivelasse durante il processo d'appello segreti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa Nostra, e la P2: «...fino alla sentenza del 18 marzo 1986 Sindona [aveva] sperato che il suo potente protettore [Andreotti] trovasse la via per salvarlo dall'ergastolo. Nel processo d'appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che fin ora aveva taciuto».[60]. Va tuttavia sottolineato che tale ipotesi non è stata suffragata da alcuna prova concreta che implichi in alcun modo Andreotti nella morte di Sindona.
Ancora nel 2010, Giulio Andreotti dava un giudizio positivo su Sindona: «Io cercavo di vedere con obiettività. Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona». Il fatto «...che si occupasse sul piano internazionale dimostrava una competenza economico finanziaria che gli dava in mano una carta che altri non avevano. Se non c'erano motivi di ostilità, non si poteva che parlarne bene»[61].
Inoltre nel 1988 Clara Canetti, la vedova del banchiere Roberto Calvi (trovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge di Londra nel 1982), affermò che il marito le avrebbe confidato poco tempo prima di morire che il vero capo della loggia P2 era Andreotti, da cui Licio Gelli prendeva ordini[62]: di tale affermazione però non sono mai stati raccolti riscontri attendibili ed Andreotti negò le accuse della vedova, rispondendo ironicamente: «Se fossi un massone non mi accontenterei di essere a capo di una loggia soltanto»[63]. A questo proposito, in un'intervista concessa il 15 febbraio 2011 al settimanale Oggi, Licio Gelli dichiarò: «Giulio Andreotti sarebbe stato il vero "padrone" della Loggia P2? Per carità.. io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l'Anello»: l'Anello (o più propriamente chiamato «Noto servizio») sarebbe stato un servizio segreto parallelo e clandestino usato come anello di congiunzione tra i servizi segreti (usati in funzione anticomunista) e la società civile. Il settimanale Oggi chiese subito un commento ad Andreotti, il quale fece sapere di non volere rispondere alle dichiarazioni di Gelli[64].
Andreotti e il Golpe Borghese
A seguito delle rivelazioni sull'indagine legata al tentativo di Golpe da parte di Junio Valerio Borghese, il 15 settembre 1974 Giulio Andreotti, all'epoca Ministro della Difesa, consegnò alla magistratura romana un dossier del SID diviso in tre parti che descriveva il piano e gli obiettivi del golpe, portando alla luce nuove informazioni. Il dossier fu redatto dal numero due del SID, il generale Gianadelio Maletti, che avviò un'inchiesta sulle cospirazioni mantenendolo nascosto anche a Vito Miceli, direttore del servizio. Scoperto il progetto, Maletti fu costretto a scavalcare Miceli e a parlare direttamente con Andreotti.
Andreotti per questo destituì Miceli e altri 20 generali e ammiragli. Ma nel 1991 si scoprì che le registrazioni consegnate nel 1974 da Andreotti alla magistratura non erano in versione integrale. Vi erano infatti i nomi di numerosi personaggi di spicco in ambito politico e militare, per cui Andreotti stesso ha recentemente dichiarato che ritenne di dover tagliare quelle parti per non renderle pubbliche, in quanto tali informazioni erano "inessenziali" per il processo in corso e, anzi, avrebbero potuto risultare "inutilmente nocive" per i personaggi ivi citati. Nelle parti cancellate vi era il nome di Giovanni Torrisi, successivamente Capo di Stato Maggiore della Difesa tra il 1980 e il 1981; ma anche riferimenti a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che si doveva occupare del rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat; infine si facevano rivelazioni circa un "patto" stretto da Borghese con alcuni esponenti della mafia siciliana, secondo cui alcuni sicari della mafia avrebbero ucciso il capo della polizia, Angelo Vicari. L'esistenza di tale patto sarebbe poi stata confermata da vari pentiti di mafia, tra cui Tommaso Buscetta.
Grazie al Freedom of Information Act nel 2004 si è inoltre scoperto che il piano di Borghese era noto al governo degli Stati Uniti e che esso aveva l'"avallo" a condizione che fosse assicurato il coinvolgimento di un personaggio politico italiano "di garanzia". Il nome indicato fu quello di Andreotti, che sarebbe dovuto diventare una sorta di presidente in pectore del governo post-golpe. Tuttavia non è accertato che Andreotti fosse al corrente dell'indicazione statunitense. Il dottor Adriano Monti, complice di Junio Valerio Borghese nel tentato golpe, afferma che il suo nome, come "garante politico" del colpo di Stato, sarebbe stato fatto da Otto Skorze
otore dell'"organizzazione Geleme", una branca dei servizi segreti tedeschi durante la guerra, poi inserita tra le organizzazioni di intelligence fiancheggiatrici della CIA.
La figura di Andreotti
Immagine privata
Enzo Biagi ha scritto di lui:
« Non credo che nessuno lo abbia mai sentito gridare, né visto in preda all'agitazione. «Una cara zia» confida «mi ha insegnato a guardare alle vicende con un po' di distacco.» [...] Legge romanzi gialli, è tifoso della Roma, e si compera l'abbonamento, frequenta le corse dei cavalli, è capace di passare un pomeriggio giocando a carte, e l'attrice che preferiva, in gioventù, era la bionda Carole Lombard, colleziona campanelli e francobolli del 1870 [...] Padre di quattro figli, ha la fortuna che la sua prole tende a non farsi notare. E neppure la signora Livia, la moglie, di cui non si celebrano né gli abiti né le iniziative. Non c'è aneddotica sulla signora Andreotti.[65] »
Intervistato da Enzo Biagi, Andreotti ha detto della propria consorte: «ha un lieve brontolio ma, insomma, adesso ci siamo abituati, da una parte e dall'altra. [...] a mia moglie sono debitore dell'educazione dei figli che per il novantanove per cento è merito suo»[66]. È diventato nonno di diversi nipoti, tra cui un "Giulio" e una "Giulia".[67]
Sempre Biagi ha scritto di lui: «cattolico praticante, quasi ogni giorno, essendo assai mattiniero, va ad ascoltare la prima Messa»[68]. Indro Montanelli ha commentato che «in chiesa, De Gasperi parlava con Dio; Andreotti col prete» (Montanelli riferisce anche che, lette queste parole, Andreotti ribatté: «sì, ma a me il prete rispondeva»)[69]. Affermò di sentirsi in chiesa «molto vicino al pubblicano della parabola»[70], convinto che nell'aldilà non sarebbe stato chiamato «a rispondere né di Pecorelli, né della mafia. Di altre cose sì»[71]. In proposito divenne celebre la sua battuta: «A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente tutto»[72]. Ebbe come confessore, per circa vent'anni, mons. Mario Canciani, suo parroco presso la basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini.[73]
Sul proprio carattere, Andreotti ha rivelato: «Non ho un temperamento avventuroso e giudico pericolose le improvvisazioni emotive. [...] Lavorare molto m'è sempre piaciuto. È una... utile deformazione»[74]. Montanelli ha inoltre detto di lui: «Mi faccio una colpa di provare simpatia per Andreotti. È il più spiritoso di tutti. Mi diverte il suo cinismo, che è un cinismo vero, una particolare filosofia con la quale è nato»[75]; «è distaccato, freddo, guardingo, ha sangue di ghiaccio. [...] È autenticamente colto, cioè di quelli che non credono che la cultura sia cominciata con la sociologia e finisca lì»[76]. Roberto Gervaso lo ha definito «più realista di Bismarck, più tempista di Talleyrand [...] La sua smagliante conversazione sarebbe piaciuta a Voltaire, i suoi libri non sarebbero dispiaciuti a Sainte-Beuve»[77].
Soprannomi
Ad Andreotti è stata attribuita una nutrita gamma di soprannomi:
Per via della personalità carismatica e pragmatica, è stato soprannominato "Divo Giulio" dal giornalista Mino Pecorelli, prendendo spunto da Giulio Cesare, evidenziandone la "sacralità" nella politica italiana[78].
È stato chiamato anche "Zio Giulio", sia per l'epiteto con il quale sarebbe stato conosciuto dai clan mafiosi secondo l'accusa rivoltagli al processo palermitano (Zù Giulio, secondo i pentiti), sia per il tono paterno con cui tante volte - durante la Seconda Repubblica - si è espresso nei suoi discorsi, atteggiandoli ad uno stile "super partes" proprio di uno degli ultimi Costituenti ancora in vita.[79]
È stato soprannominato Belzebù da Bettino Craxi quando, su un articolo di fondo uscito sull'Avanti! il 31 maggio 1981, lo volle distinguere da Belfagor, soprannome dato a Licio Gelli[80].
Da ricordare anche altri soprannomi citati nel film Il divo: "Molok", "la Sfinge", "il Gobbo" e "il Papa Nero".
"La Volpe" o talvolta "vecchia volpe" è un altro soprannome con cui ci si è riferiti ad Andreotti.[26]
Un ultimo appellativo usato più di frequente è anche "Indecifrabile"[81].
Satira
Bersaglio molto frequente di strali satirici e di prese in giro sul suo difetto fisico (aveva una pronunciata quanto innascondibile cifosi), ha sempre risposto con una proverbiale ironia di scuola epigrammatica romana che nel tempo lo ha reso fonte di una nutrita schiera di commenti e battute ancora oggi di uso comune (tra le più famose "Il potere logora chi non ce l'ha", citando Talleyrand). Fra i suoi imitatori più celebri vi erano Alighiero Noschese, Ugo Tognazzi, Enrico Montesano e Oreste Lionello. Pochi sanno, tuttavia, che Andreotti, a dispetto della sua postura che farebbe presupporre, traendo in inganno l'immaginario popolare, un corpo minuto, non era affatto basso, anzi, in una carta d'identità di molti anni fa, risultava alto 178 cm, una statura superiore alla media della sua generazione.[senza fonte]
Andreotti nel cinema, canzone e cultura di massa
Secondo quanto affermato dalla figlia di Totò, Liliana De Curtis, la celebre scena del vagone letto nel film del 1952 Totò a colori, in cui l'attore napoletano duetta con l'onorevole Trombetta, interpretato da Mario Castellani, sarebbe stata ispirata da un incontro tra Totò e Giulio Andreotti, realmente avvenuto su un treno in un vagone letto.[82]
Totò nel film Gli onorevoli del 1963 fa dire alla moglie che voterà per "Giulio" perché "non c'è rosa senza spine, non c'è governo senza Andreotti".
A lui si ispira la figura del potente politico italiano Licio Lucchesi nel film del 1990 Il padrino - Parte III di Francis Ford Coppola, al quale, tra l'altro, viene pronunciata all'orecchio la celebre frase "Il potere logora chi non ce l'ha".
Nel 1983 è apparso nel film Il tassinaro, con Alberto Sordi, dove con la solita acida ironia, suggerisce le Università a numero chiuso, in modo da risolvere il problema dei laureati disoccupati.
Ne Il commissario Lo Gatto (1986), con Lino Banfi, alla fine del film un attore imita Andreotti (di spalle) che ringrazia il commissario per il servigio reso alla DC grazie al polverone creato dalla sua inchiesta che aveva svelato il legame di una soubrette con Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio.
È probabilmente ispirato alla figura di Andreotti il brano L'uomo falco del 1978, nell'album Sotto il segno dei pesci di Antonello Venditti.[83]
In una storia di Topolino del 1988, Paperino portaborse, il personaggio dell'onorevole Papeotti è la sua chiara parodia.
Nell'album del 1992 Nomi e cognomi di Francesco Baccini, gli è dedicata la canzone dal titolo Giulio Andreotti.
Sempre nel 1992, Pierangelo Bertoli include la canzone intitolata Giulio, nel suo album ''Italia d'oro'', le cui invettive rivolte al soggetto della canzone non lasciano spazio a interpretazioni.
Nel film Giovanni Falcone del 1993 un attore lo imita (sempre di spalle) in tutte le scene in cui appare. In questa pellicola parla con la voce di Sandro Iovino.
Il senatore a vita è stato protagonista di un celebre cartone animato italiano, Giulio Andreotti (2000), firmato da Mario Verger, trasmesso più volte dalla RAI[84]
Nel 2000 ha prestato immagine e voce per alcuni spot della Diners, dove reinterpretava alcune sue famose frasi.
Nel film I banchieri di Dio (2002) di Giuseppe Ferrara, nel quale vengono ricostruite le vicende del banchiere Roberto Calvi. Il film ha avuto problemi durante la lavorazione, in quanto la magistratura ha voluto accertarsi delle ricostruzioni ancora al vaglio.[85]
Nel 2008 la figura di Andreotti appare nella miniserie televisiva Aldo Moro - Il presidente.
Alla vita di Andreotti è ispirato il film Il divo di Paolo Sorrentino, il suo ruolo è stato interpretato da Toni Servillo e presentato al Festival di Cannes del 2008 e vincitore del Premio della giuria. Il film narra gli anni dal 1991 al 1993, cioè dalla fiducia all'ultimo governo Andreotti all'inizio del processo per associazione mafiosa. Il film è basato su documenti politici reali e libri che ne fanno riferimento; Andreotti ha definito il film "una mascalzonata"[86], salvo poi rettificare[87].
Nella trasmissione di Maurizio Costanzo, il Maurizio Costanzo Show su Canale 5 del 17 gennaio del 2009, per festeggiare i 90 anni compiuti da Andreotti il 14 gennaio, Costanzo ricorda una frase detta in confidenza da Andreotti con la sua tipica ironia "A pensar male non si andrà in paradiso ma si dice la verità".
È stato Presidente del Comitato d'Onore del "Premio Marcello Sgarlata"[88]
Nell'album L'inizio (2013) di Fabrizio Moro è presente una canzone su Andreotti intitolata Io so tutto.
Nel film La mafia uccide solo d'estate di Pif, il protagonista, da bambino, per carnevale si vorrà travestire da Giulio Andreotti.
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S. Bernardo della Compagnia
Demolita;
Questa chiesuola fu fatta edificare nel 1418 da Francesco dei Foschi di nobile famiglia romana, cioè dei Foschi della Berta, nell' area di una sua casa presso la colonna Traiana sotto il pontificato di Martino V. Egli la dedicò a s. Bernardo e alla Vergine assunta in cielo per trasferirvi una fratellanza composta di laici e di sacerdoti che si adunava nella piccola chiesa delle tre fontane fuori la porta s. Paolo, detta scala coeli da una visione p166che vi ebbe s. Bernardo. Annessa alla chiesa stabilì nel giardino collocata casa un piccolo cimitero ove potessero esser sepolti i defunti ascritt alla congrega: a questa donò pure nel 1440 tutto il suo ricco patrimonio perchè si adoperasse al servigio della chiesa e a soccorso dei poveri. Volle perciò che in tutte le domeniche dell' anno si dispensasse gratuitamente a quaranta povere famiglie cibo bisognevole per due giorni. Questi confratri socorrevano gl' infermi nelle case, ed i giorni festivi si raccoglievano nella loro chiesolina a pregare dinanzi una divota imagine della Vergine che ivi si venerava. Sul suo sepolcro si leggeva l' epitaffino allo: FRANCSICVS DE FUSCIS HUIUS ECCLESIAE ET SOCIETATIS FUNDATOR HIC IACET ANNO MCCCCLXVIII.
All' antica compagnia di s. Bernardo quasi estinta nel secolo XVII succedette poi un' altra istituita sotto la invocazione del nome santissimo di Maria che ebbe origine in occasione della vittoria riportata dalle armi cristiane contro i Turchi ai 12 settembre 1683. Quel sodalizio cominciò a raccogliersi nella chiesa di s. Stefano del Cacco sotto la guida di un pio fedele di Sabina, Giuseppe Bianchi, in memoria della liberazione di Viena. Il 30 settembre 1694 abbandonò s. Stefano del Cacco ed ottenne per sua sede l' antica chiesolina di s. Bernardo, nella quale però, per alcune questioni insorte, si raccolse nel 1695. Ma trovando angusta la chiesolina suddetta saccinse a fabbricarne altra maggiore, e coll' aiuto di augusti sovventori incominciò la fabbrica della nuova chiesa nel 1736 presso l' antica di s. Bernardo che fu condotta a termine nel 1741, La chiesuola di s. Bernardo fu distrutta nel 1748, ma nella nuova dedicata al santissimo nome di Maria si consacrò un altare a s. Bernardo, di cui una viuzza adî alla che ritiene tuttora il nome.
Da Le chiese di Roma di Mariano Armellini, 1891;
Raccolta Internet de Le chiese di Bill Thayer;
Raccolta Foto de Alvariis
Mentre si guardavano la pietra e l’albero non si riuscivano a capire bene fino in fondo, l’uno creatosi da sedimenti millenari, l’altro che si stava allungando e allargando mangiando aria e bevendo terra. La loro natura li aveva resi vicini inamovibili, e li costringeva, senza troppa fatica in verità, ad osservarsi in ogni momento. La pietra era stupita di quelle fronde verdi che, accanto ai millenni trascorsi per lei,
sembravano crescere con una rapidità vertiginosa, ignare della moria che il freddo inverno portava trai rami. Albero era poco più che un filo quando iniziò la sua corsa verso il cielo, affacciandosi dalla terra con il primo germoglio, e da laggiù la pietra gli parve tanto imponente da essere irraggiungibile. A questi fatti entrambi potevano guardarsi negli occhi parimenti, con la pietra che ben metteva in mostra le sue infinite striature, ove le sfumature rossastre dominanti, a tratti si attenuavano e si lanciavano in dipinti di rosa dalle cornici paglierine e luccicanti; talvolta il sole la colpiva con un angolo strano e allora ciascun strato della sua maestosa forma pareva staccarsi dal suo vicino, e quasi fosse una fisarmonica, cominciare a suonare i colori di ciascun pulviscolo rimasto imprigionato nei secoli, risplendeva di pirite, l’oro dei matti, mentre del quarzo sembrava ampliare ancora di più quella luce, dando lo spartito musicale a tutte le note, con i grigi gessi che vibravano i bassi, e le rapide variazioni rosa a ricambiare con il controcanto, lasciando ticchettare i tasti al vento leggermente polveroso. L’albero si lasciava incantare in quei momenti, e si perdeva tra quelle infinite righe sovrapposte, quasi potesse leggervi dentro una storia, quasi fossero davvero le righe di un libro, scritto in un giorno in cui lui ancora nn aveva provato a nascere. La pietra pareva davvero altera nella sua fredda indolenza, non trasparendo mai alcun brivido di emozione dal suo corpo statico, ma dentro scuoteva più delle fronde del suo vicino, quando si emozionava in piena primavera, ad osservare i petali decorare l’albero, comparendo trai rami, accanto alle foglie, come piccoli colpi di pennello: li fissava con attenzione nell’esatto momento in cui il minuscolo bocciolo del fiore spaccava l’involucro e piroettando sulle punte abbracciava l’aria, suo nutrimento e sua alleata; gli pareva di sentire quasi il sospiro dopo lo slancio, dopo quel frangente di infinita e programmata perfezione. Si incantava a vedere il balletto che si instaurava tra quell’esplosione di colori e il sole e la luna: lo schiudersi e ritrarsi quotidiano, solerte e sincrono con i movimenti celesti, come un bolero ritmico e ripetuto che nel suo crescere porta via giorno per giorno qualche petalo, lasciandolo fluttuare nell’aria qualche istante, in quel gesto che la pietra aspettava con infinita attesa, quei pochi secondi che rappresentavano tutto ciò che lui non poteva capire... la leggerezza inerme che si abbandona docile all’aria morbida. E mentre il manto di fiori si librava in cielo portato via dalle folate calde di ogni tarda primavera, sui rami i frutti divenivano il pasto die quegli uccelli, che lo consumavano sopra la pietra; già lei era stabile e comoda per mangiare, mentre i rami carichi sembravano davvero troppo precari. Si sentivano un po’ più vicini in quel momento, in fin dei conti erano uniti da qualcosa, qualcosa di utile che entrambi facevano per quegli uccelli non troppo riconoscenti. A questi fatti entrambi avevano maturato curiosità e perplesse domande da porre, e il tempo era maturo, -prima che l’autunno inoltri a far sopire l’albero- pensava la pietra, estranea a quel letargo.
Era uno di quei giorni, con quel sole che apre gli spariti della pietra, e riempie la tavolozza dell’albero, mentre entrambi cercavano di parlare, o almeno di capire come parlare all’altro; ma il vento fu ancora una volta loro amico, e si fece carico dei loro pensieri, volteggiando attorno alla pietra e lambendola dal basso all’alto e viceversa, poi infilandosi a strofinarsi tra le fronde fitte dell’albero. Chi avesse osservato da fuori questa scena avrebbe visto solo una giornata assolta di fine estate in cui il vento alza la polvere e scuote i rami, ma in quei sibili e in quei rapidi cambi di direzione c’erano due mondi che finalmente stavano parlando, che si incrociavano e sporcavano, scontravano e sorprendevano. La polvere della roccia che le si muoveva accanto sospinta dal vento pareva renderla una lieve ballerina dentro il completo rosa acceso, mentre il tronco inerme alle sollecitazioni era robusto e inamovibile come i grandi apostoli dell’oceano. La pietra era saggia e aveva già secoli sulle spalle, e albero le sembrava tanto giovane, probabilmente quanto a lui, lei pareva anziana. Sembravano dovessero non finire mai, anni di attesa prima di potersi sentire così, prima che quel vento gli concedesse i suoi servigi. Poi il vento si placò, come un iracondo quando ha finito di sfogare il suo impeto, e la pietra e l’albero rimasero storditi per un po’, tanto che l’autunno li sorprese e con l’inverno lasciarono raffreddare le emozioni di quell’incontro. Ma a tarda primavera quel vento servizievole e quel sole donarono loro ancora giorni di danze e di acquerelli, e ancora giorni, ogni tarda primavera, mentre la pietra faticava sempre più a guardare albero negli occhi, e vedeva solo il suo grande tronco ingrandirsi e irrobustirsi, scacciando qua e là pezzi di corteccia. Ogni anno le sembrava più difficile quella alchimia, più duro quel vento e più lontano quell’albero; la polvere aumentava e lei era sempre più debole, quando un giorno, mentre il ghibli soffiava forte e scriveva un andante con brio su un quadro a tinte fredde, ascoltandosi di nuovo si vide piccola, ormai solo granello di polvere erosa per sempre da quel vento servile, un granello rosso posato alla radice forte dell’albero. Riuscì a vedere la sua maestosa salita e sentì ogni minerale presente in quelle che una volta erano le sue anime, dentro quell’albero, a nutrirlo, a creare strati nuovi sotto la corteccia. Si sentì lieve, spostata dal vento, si sentì un petalo e si lascio cadere senza fretta, assaporando quel fluttuare. Lui la sentì, consapevole già da molto della sua lenta scomparsa, alzò le fronde e la fece scuotere un po’ di più dal vento, e quando i petali si staccarono fu una melodia candida a cui la pietra aggiunse la passione e l’ardore della vita straziando quel bianco lieve con un graffio rosso.
La Certosa di Milano sorgeva anticamente al centro del borgo di Garegnano, quasi quattro chilometri oltre le mura cittadine. Fondata il 19 settembre del 1349 da Giovanni Visconti, il quale ricopriva la carica di Signore ed Arcivescovo di Milano, era stata costruita lontano dalla città per consentire ai monaci di poter vivere in silenzio e solitudine. Il Visconti, resosi conto di non avere molto tempo da dedicare alla preghiera, voleva chiamare presso la sua diocesi un ordine religioso dedito esclusivamente alla preghiera ed alla meditazione. Nell'atto di fondazione della Certosa, dunque, egli dichiarò espressamente che fondava la Certosa di Milano affinché i monaci pregassero al suo posto:
"A coloro che si dedicano al servigio del Dio della virtù, essendo sovraccarichi di altri doveri pubblici, accade spesse volte, di essere allontanati, per diverse e molteplici ragioni, dalla meditazione, dalla contemplazione da altri esercizi spirituali, a cui dovrebbero attendere continuamente [...] perciò, abbiamo voluto coi beni nostri fraterni e non coi beni di qualche Chiesa, o possedimenti da dignità ecclesiastiche, far erigere in onore della B. V. Maria Madre di Dio e di N. S. G. C. nel villaggio di Garegnano della diocesi di Milano, una casa dell'Ordine dei Certosini, la quale verrà chiamata: Monastero di Santa Maria o Casa dell'Agnus Dei".
La Certosa, situata non molto distante dalla strada postale che congiungeva Milano a Varese e Gallarate era inserita nel Bosco della Merlata, una zona battuta da briganti e malintenzionati. Costituì quindi per molti anni un rifugio sicuro per pellegrini e viandanti.
I lavori per erigere la nuova Certosa lombarda procedettero rapidamente tanto che nel 1352 i suoi ambienti principali dovevano essere già terminati. Per assistere alla prima consacrazione della grande chiesa monastica tuttavia si dovette attendere fino al 1367.
Purtroppo non esistono delle descrizioni dettagliate della struttura della Certosa, ed a tutt'oggi mancano delle testimonianze particolareggiate che precisino le singole parti che la costituivano nel primo periodo della sua edificazione
Tra i primi Priori della Certosa milanese è da annoverare Dom Stefano Maconi, il quale venne chiamato nel 1389 da Giovanni Galeazzo Visconti. Padre spirituale dei Visconti, convinse Caterina, la seconda moglie di Gian Galeazzo, a far voto di fondare una nuova Certosa. Ebbe così origine la Certosa di Pavia, fondata nel 1398 ed alla quale fu chiamato come primo priore proprio Dom Stefano Maconi
Intorno alla fine del secolo quattordicesimo il monastero ebbe un nuovo impulso edilizio, quando Luchino Visconti fece una cospicua donazione affinché i monaci seguaci di San Bruno rimettessero mano alla fabbrica del monastero. La donazione portò presto frutto, poiché nel terzo decennio del XV secolo si susseguirono numerose consacrazioni di altari. I visitatori della Certosa di Milano intanto, incuriositi ed attratti dalla santità dei monaci, chiedevano spesso di incontrarli. A creare questa aurea di splendore di santità attorno alla comunità monastica contribuì sicuramente anche il Petrarca il quale visitò diverse volte questo monastero e, dopo aver visto anche la Grande Chartreuse, affermò: "Son dunque stato in Paradiso: ho visto gli Angeli di Dio in terra; ho visto viventi in corpi Terrestri, coloro che presso il Cielo sarà loro dimora". La tradizione narra che il Petrarca si recasse in Certosa ogni settimana e che nel monastero avesse libero accesso. Nella realtà le sue visite dovettero essere assai meno frequenti anche se si è certi che egli definì la Certosa di Milano "bella e nobile".
La pace e la serenità monastica furono tuttavia turbate il 23 aprile del 1449 quando numerosi briganti entrarono nel monastero saccheggiandolo e si impadronirono di numerosi beni.
Il fenomeno del brigantaggio era a quel tempo particolarmente diffuso nei territori alla periferia di Milano, in particolare nel Bosco della Merlata, posto nelle vicinanze del Monastero della Certosa.
Per alcuni secoli pericolosi briganti infestarono la zona. Una delle bande più sanguinarie era capeggiata, nel secolo XVI da un certo Giacomo Legorino, che per molti decenni "lavorò" quasi indisturbato nei boschi che si estendevano da Garegnano a Novara. Si trattava di una banda di "nobile" tradizione familiare, la cui arte del furto, dell'imboscata e dell'assassinio veniva tramandata da padre in figlio, che contava più di ottanta "compagni". Questa pericolosa compagine fu sgominata tra il 1566 ed il 1568 quando i suoi componenti furono tutti arrestati ed uccisi. Giacomo Legorino fu catturato all'età di trent'anni grazie alla denuncia di un mercante al quale il bandito aveva salvato la vita e fu giustiziato poco distante dal monastero certosino il 28 maggio 1566 insieme con Battista Scorlino, un suo compagno che confessò di aver ucciso più di 300 persone.
Il territorio di Garegnano, quindi, - anche in virtù della sua particolare posizione - non conobbe solamente la santità dei monaci certosini, ma anche le atroci vicende di questi briganti che furono trascinati con i cavalli per oltre due ore, vennero loro rotte "le gambe, le braccia, e la schiena", furono messi sulla ruota e fu tagliata la gola.
Scanno (AQ)-Largo Chiaffredo Bergia: il tratto di Strada Abrami che conduce alla chiesa di Santa Maria della Valle, della quale si vede il campanile.
La lapide sulla casa d'angolo è in memoria del valoroso carabiniere Chiaffredo Bergia (1840-1892), detto "l'eroe degli Abruzzi". Di stanza a Scanno contribuì col suo intuito e il suo coraggio a debellare il brigantaggio in Abruzzo. Ebbe molte onorificenze fra le quali una Medaglia d' Oro al Valor Miltare.
La lapide dice testualmente: "Nei secoli fedele. Memori degli eroici servigi offerti alla patria da Chiaffredo Bergia, Capitano, che portò la pace alla operosa gente di Scanno turbata da forze eversive, i cittadini nella piazzetta antistante la caserma ove stazionarono i Reali Carabinieri, riconoscenti posero. Scanno, 6 luglio 1996"