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Tra fine maggio e i primi giorni di luglio, l'altopiano di Castelluccio è testimone di un evento di particolare importanza, La Fioritura. Per diverse settimane la monotonia cromatica del pascolo, viene spezzata da un mosaico di colori, con variazioni di toni che vanno dal giallo ocra al rosso. Anche se la festa della "Fiorita" ricade nella terza e nell' ultima domenica di Giugno, non esiste un preciso giorno per ammirare questo incantevole spettacolo. Ogni anno tutto è affidato all'andamento climatico della stagione. Le specie floreali che tingono il Pian Grande e il Pian Perduto in questo periodo, sono innumerevoli, camminando lungo i sentieri possiamo incontrare: genzianelle, narcisi, violette, papaveri, ranuncoli, asfodeli, viola Eugeniae, trifogli, acetoselle e tant'altro.
Il viaggio non esotico, cioè non evasivo, conduce al proprio centro, all'identità profonda, ed è l'orizzonte che rende possibile la scoperta di sé.
Roberto Mussapi
La necropoli di Pranu Efis, nota anche come S’acqua Salida, è costituita da due gruppi di ipogei posti a breve distanza l’uno dall’altro, ricavati in affioramenti rocciosi di arenaria. Nel corso del tempo la necropoli ha subìto gravi danni per l’azione di scavi clandestini e atti vandalici, e solo negli ultimi decenni si è proceduto allo studio e al recupero dell’importantissimo sito. Complessivamente si contano almeno una decina di tombe, dai più svariati impianti planimetrici e interessanti particolari, come corna taurine, coppelle, decorazioni in rosso e ocra. Alcune di esse sono prive di copertura per via di antichi crolli, ma ciò nonostante il monumento rimane di estremo interesse nel panorama archeologico del sud Sardegna.
La necropoli viene fatta risalire al neolitico finale (3200-2800 a.C.).
Vedi altre foto di Pranu Efis (Gruppo 2) nello stesso Album "Domus de Janas, le grotte magiche".
FS 21.12.24
La necropoli di Pranu Efis, nota anche come S’acqua Salida, è costituita da due gruppi di ipogei posti a breve distanza l’uno dall’altro, ricavati in affioramenti rocciosi di arenaria. Nel corso del tempo la necropoli ha subìto gravi danni per l’azione di scavi clandestini e atti vandalici, e solo negli ultimi decenni si è proceduto allo studio e al recupero dell’importantissimo sito. Complessivamente si contano almeno una decina di tombe, dai più svariati impianti planimetrici e interessanti particolari, come corna taurine, coppelle, decorazioni in rosso e ocra. Alcune di esse sono prive di copertura per via di antichi crolli, ma ciò nonostante il monumento rimane di estremo interesse nel panorama archeologico del sud Sardegna.
La necropoli viene fatta risalire al neolitico finale (3200-2800 a.C.).
Vedi altre foto di Pranu Efis (Gruppo 2) nello stesso Album "Domus de Janas, le grotte magiche".
FS 21.12.24
Triplice cornice del portello principale, sullo sfondo un portello con un solo rincasso.
La necropoli (3300-2500 a.C.) ,si trova a sud-ovest dell’abitato di Nughedu Santa Vittoria, a poche decina di metri dalle utlime case, e consta di almeno sette tombe. Per importanza spicca senz’altro la tomba in cui si riscontra la presenza di due protomi : una realizzata appena sopra il portello all’ingresso, e l’altra scolpita su una colonna della camera principale. Un’altra tomba, invece, è finemente decorata da riquadri realizzati con la pittura rossa. Si segnala, infine, un’ulteriore tomba provvista di pregevoli triplici cornici nel portello principale. Queste tre tombe principali, tuttavia, sono attualmente difficilmente accessibili perchè, a causa dei crolli della formazione rocciosa in cui insistono ,sono stati allestiti degli enormi ponteggi.
In alto, sui versanti del monte, i faggi già sfoggiano il loro splendore autunnale. Oro, ocra, rosso e bruno gareggiano a risplendere alla carezza del sole. A fondovalle, invece, l'atmosfera è più sfumata e l'autunno scivola silenziosamente tra le quinte di bosco che nascondono il torrente. E' una musica di luci velate, di colori appena accennati, di foschie leggere e di profumi: inconfondibili, come l'autunno ..... ..
l foyer della danza al teatro dell'Opéra è un dipinto a olio su tela di Edgar Degas, di 32x46 cm, conservato nel Musée d'Orsay di Parigi, eseguito nel 1872.
Dopo il successo ottenuto con “La classe di danza” del 1871, Degas continuò regolarmente a disegnare le ballerine durante le esercitazioni, facendone uno dei suoi soggetti preferiti. Evidentemente all’Opéra erano abituati alla sua presenza.
Nel dipinto, Degas sceglie di rappresentare le ballerine nel momento in cui terminano gli esercizi alla sbarra e cominciano, una alla volta, gli esercizi al centro. Sulla sinistra è rappresentata mademoiselle Hughes che si appresta ad eseguire il suo esercizio, mentre sulla destra il maestro Louis-Alexandre Mérante, in piedi e vestito di bianco, le dà le ultime raccomandazioni. Accanto, alla sua sinistra, una ballerina seduta, col viso leggermente in ombra, è disegnata con particolare precisione. Alla scena, particolarmente idilliaca e delicata, fa da contrasto il violista, seduto alla destra del maestro del balletto: il suo abito scuro e la pesantezza della figura rompono l'armonia dei tutù bianchi e delle mura color giallo-ocra.
Il quadro fu acquistato nel 1872 dal collezionista Paul Durand-Ruel; nel 1888 entrò a far parte della collezione di Henri Vever, e nel 1894 fu acquistato dal conte Isaac de Camondo; l'intera collezione del conte passò poi al Museo del Louvre ed infine all'attuale sede.
Red center - Australia 2000
Sí sono questi i magnifici colori dell'Australia: intensi, forti, ricchi... potenti.
Siamo anche stati fortunati ad arrivare in un periodo dove poco prima aveva piovuto nonostante fosse il periodo dry, quello dell'inverno australe. Abbiamo quindi trovato parecchi fiori anche lungo piste deserte e aride.
La roccia a sinistra é il famoso Ayers Rock, il monolite sacro agli aborigeni, che loro chiamano ULURU.
E' un posto magico, pieno di simbolismi, energia speciale.
E il suo colore é di un rosso ocra/arancione INCREDIBILE! Identico a quello che si vede qui. Ma il cielo fa a gara con lui a chi ha il colore più intenso. :)
Credo che la "disputa" finisca sempre e inesorabilmente in un 1:1 :)
1. Lago di Verzegnis, 2. Melagrana mignon, 3. Castello Ceconi, 4. Sunset, 5. Trieste - Piazza dell'Unità d'Italia, 6. esperimenti su glicine, 7. Lanterne, 8. neve,
9. Alpi Giulie, 10. Prima neve in montagna, 11. Canale di Leme - Limski kanal, 12. Cave del Predil (Udine), 13. Isole della Dalmazia, 14. Dolomiti, 15. Lago di Tramonti, 16. cielo al tramonto,
17. Autunno in Carinzia - Autumn in Carinthia, 18. Autunno in Carinzia - Autumn in Carinthia, 19. Piemonte d'Istria, 20. Portole, 21. Parco Nazionale del Triglav - Slovenia, 22. Controluce, 23. Sahara, 24. Cristoglie - Hrastovlje,
25. Piancavallo, 26. capitello, 27. clivia, 28. neve3, 29. Rovigno - Rovinj, 30. Isola d'Istria, 31. Pago - Pag, 32. Castello Ceconi,
33. Montona, 34. Umago (Umag) Croazia, 35. Autunno in collina - Autumn in the hills, 36. Sinagoga - Synagogue, 37. Podgkoren, 38. Parenzo - Porec, 39. CaseraRazzo, 40. Venzone,
41. Alta marea - High Tide, 42. Lanzarote, 43. Venzone, 44. La Danza dellaMorte, 45. Moschiena - Moscenice, 46. Rosa macro, 47. , 48. Lobelie,
49. Alba, 50. Nevicata - Snowfall, 51. Autunno in campagna - Autumn in country, 52. Portole in Bianco&Nero, 53. designe, 54. a, 55. Posta Reale, 56. boungavilla,
57. Dal balcone, 58. Sprazzi di sereno - flashes of serene, 59. , 60. Snežnik, 61. ocra e bianco, 62. Bassano del Grappa, 63. tramonto, 64. flickr.com/photos/11737229@N07/3056195367/,
65. Brezje, 66. Calaoche, 67. Cristoglie - Hrastovlje, 68. Casa Rossa - Red House, 69. Curiosità 2, 70. Campo di colza, 71. Rovigno - Rovinj, 72. albero nella nebbia
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La necropoli di Pranu Efis, nota anche come S’acqua Salida, è costituita da due gruppi di ipogei posti a breve distanza l’uno dall’altro, ricavati in affioramenti rocciosi di arenaria. Nel corso del tempo la necropoli ha subìto gravi danni per l’azione di scavi clandestini e atti vandalici, e solo negli ultimi decenni si è proceduto allo studio e al recupero dell’importantissimo sito. Complessivamente si contano almeno una decina di tombe, dai più svariati impianti planimetrici e interessanti particolari, come corna taurine, coppelle, decorazioni in rosso e ocra. Alcune di esse sono prive di copertura per via di antichi crolli, ma ciò nonostante il monumento rimane di estremo interesse nel panorama archeologico del sud Sardegna.
La necropoli viene fatta risalire al neolitico finale (3200-2800 a.C.).
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FS 21.12.24
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ingresso a una corte, particolare.
kasbah di mazara del vallo.
mazara del vallo, trapani.
-sicilia-
su explore del 18 novembre 2013, grazie. :-)
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La forma vera della citta' e' in questo sali e scendi di tetti, tegole vecchie e nuove, coppi ed embrici, comignoli esili o tarchiati, pergole di cannucce e tettoie d'eternit ondulata, ringhiere, balaustre, pilastrini che reggono vasi, serbatoi d'acqua in lamiera, abbaini, lucernari di vetro, e su ogni cosa s'innalza l'alberatura delle antenne televisive, dritte o storte, smaltate o arrugginite, in modelli di generazioni successive, variamente ramificate e cornute e schermate, ma tutte magre come scheletri e inquietanti come totem. Separati da golfi di vuoto irregolari e frastagliati, si fronteggiano terrazzi proletari con corde per i panni stesi e pomodori piantati nei catini di zinco; terrazzi residenziali con spalliere di rampicanti su tralicci di legno, mobili da giardino in ghisa verniciata di bianco, tendoni arrotolabili; campanili con la loggia campanaria scampanante; frontoni di palazzi pubblici di fronte e di profilo; attici e superattici, sopraelevamenti abusivi e impunibili; impalcature di tubi metallici di costruzioni in corso o rimaste a mezzo; finestroni con tendaggi e finestrini di gabinetti; muri color ocra e color siena; muri color muffa dalle cui crepe cespi d'erba riversano il loro pendulo fogliame; colonne d'ascensori; torri con bifore e con trifore; guglie di chiese con madonne; statue di cavalli e quadrighe; magioni decadute a tuguri; tuguri ristrutturati a garconieres; e cupole che tondeggiano sul cielo in ogni direzione e a ogni distanza come a confermare l'essenza femminile, giunonica della citta': cupole bianche o rosa o viola a seconda dell'ora e della luce, venate di nervature, culminanti in lanterne sormontate da altre cupole piu' piccole.
Nulla di tutto questo puo' essere visto da chi muove i suoi piedi o le sue ruote sui selciati delle citta'. E, inversamente, si ha l'impressione che la vera crosta terrestre sia questa, ineguale ma compatta, anche se solcata da fratture non si sa quanto profonde, crepacci o pozzi o crateri, i cui orli in prospettiva appaiono ravvicinati come scaglie di una pigna, e non viene neppure da domandarsi cosa nascondano nel loro fondo, perche' gia' tanta e tanto ricca e' la vista in superficie che basta e avanza a saturare la mente d'informazioni e di significati.
Cosi' ragionano gli uccelli, o almeno cosi' ragiona, immaginandosi uccello, il signor Palomar. "Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, - conclude, - ci si puo' spingere a cercare quel che c'e' sotto. Ma la superficie delle cose e' inesauribile"
Calvino, Palomar (Dal terrazzo)
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Yes, it's blue but it was early in the morning and rather dark. The light over here in Norway is different than the light in other more southern european countries
Yes, it's blue but it was early in the morning and rather dark. The light over here in Norway is different than the light in other more southern european countries
Pronunciare il nome "La Palma" accende immediatamente l'orgoglio nel cuore dei canari, perché questa perla dell’arcipelago rappresenta il meglio delle Canarie, un luogo dove natura e tradizione si intrecciano armoniosamente. A differenza delle isole più turistiche, come Tenerife o Gran Canaria, qui il paesaggio è rimasto intatto, preservato dai danni dell’urbanizzazione selvaggia.
La Palma stupisce per la sua straordinaria varietà di scenari, dalle foreste lussureggianti alle scogliere a picco sull’oceano, dai crateri imponenti ai panorami stellari unici al mondo. Il suolo vulcanico dell’isola regala un’esplosione di colori incredibili: neri profondi, rossi accesi, ocra caldi e grigi siderali si mescolano creando paesaggi quasi surreali, dove ogni passo racconta la storia millenaria della terra. Un perfetto esempio di equilibrio tra l’uomo e l’ambiente, La Palma è la dimostrazione che lo sviluppo può convivere con la tutela della natura.
#LaPalma #IsoleCanarie #IslaBonita #NatureLovers #PaesaggiMozzafiato #VolcanicIsland #Esplorando #TravelDreams #ColoriDellaTerra #UnspoiledNature #ParadisoNaturale #HikingAdventures #ForesteIncantate #AtlanticViews #WildBeauty #AstronomyLovers #VulcaniEStelle #EcoTravel #ScenicRoutes #PureMagic
LA CASETTA NEL BOSCO
Il foliage è il momento in cui i boschi si trasformano in un mosaico vibrante di colori, dove perdersi nella natura, assaggiare castagne, bere buon vino e gustare specialità gastronomiche. Autunno è immergersi nella meraviglia del foliage. Boschi che diventano tavolozze di sfumature calde, dal rosso all'arancione, dal giallo al marrone; fantastici, da fiaba, con un grande fascino, avvolti da un'atmosfera tranquilla, e ad ogni passo lo scricchiolare delle foglie calpestate.
L’altopiano del Cansiglio, con la sua foresta millenaria, si trova nell’alta Marca Trevigiana. E' un enorme bosco di oltre 7.000 ettari di faggi e abeti rossi. L’autunno è il momento perfetto per visitarlo, grazie al contrasto di colori creato da conifere e faggeti. E' un paesaggio unico da fotografare, basta imboccare uno dei tanti sentieri per trovarsi a camminare tra pennellate di rosso, giallo e ocra.
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THE HOUSE IN THE WOODS
The foliage is the moment when the woods are transformed into a vibrant mosaic of colors, where you can get lost in nature, taste chestnuts, drink good wine and enjoy gastronomic specialties. Autumn is immersing yourself in the wonder of foliage. Woods that become palettes of warm shades, from red to orange, from yellow to brown; fantastic, fairytale-like, with great charm, surrounded by a peaceful atmosphere, and the crunching of trampled leaves at every step.
The Cansiglio plateau, with its millenary forest, is located in the upper Marca Trevigiana. It is a huge forest of over 7,000 hectares of beech and spruce trees. Autumn is the perfect time to visit, thanks to the contrast of colors created by conifers and beech trees. It is a unique landscape to photograph, just take one of the many paths to find yourself walking among brushstrokes of red, yellow and ocher.
Immagine realizzata con lo smartphone SAMSUNG NOTE 4
Melitaea cincia
Ninfalidi (Nymphalidae)
Farfalla di circa 35-50 mm di apertura alare. Con ali di colore ocra-arancio, variegate e punteggiate di nero . Compie 1 generazione all’anno con sfarfallamento in maggio-giugno. Sverna come larva.
È diffusa in tutta l’Italia ad esclusione della Sardegna e dell'Isola d'Elba. Frequenta i prati dalla pianura alla montagna fino oltre i 2000 m di quota. Il bruco vive su diverse piante erbacee, tra cui Piantaggine, Fiordalisi, Veronica, Achillea.
Il Santuario di Oropa è il più importante Santuario mariano delle Alpi. Si colloca in uno scenario unico e incontaminato a 1200 m. di altezza, a soli 20 minuti dal centro di Biella.
Il complesso monumentale si sviluppa su tre piazzali a terrazza: cuore del Santuario è la Basilica Antica dove è custodita la Madonna Nera.
Tutti i maestosi edifici del santuario sono stati edificati nel corso dei secoli partendo dal suo cuore: il Sacello della Basilica Antica.
Secondo la tradizione l’origine del Santuario è da collocarsi nel IV secolo, ad opera di S. Eusebio, primo vescovo di Vercelli. I primi documenti scritti che parlano di Oropa, risalenti all’inizio del XIII secolo, riportano l’esistenza delle primitive Chiese di Santa Maria e di San Bartolomeo, di carattere eremitico, che costituivano un punto di riferimento fondamentale per i viatores (viaggiatori) che transitavano da est verso la Valle d’Aosta.
Lo sviluppo del Santuario subì diverse trasformazioni nel tempo, fino a raggiungere le monumentali dimensioni odierne tramutandosi da luogo di passaggio a luogo di destinazione per i pellegrini animati da un forte spirito devozionale.
Il maestoso complesso è frutto dei disegni dei più grandi architetti sabaudi: Arduzzi, Gallo, Beltramo, Juvarra, Guarini, Galletti, Bonora hanno contribuito a progettare e a realizzare l’insieme degli edifici che si svilupparono tra la metà del XVII e del XVIII secolo.
Dal primitivo sacello all’imponente Basilica Superiore, consacrata nel 1960, lo sviluppo edilizio ed architettonico è stato grandioso. Il primo piazzale è seguito dal chiostro della Basilica Antica, raggiungibile attraverso la scalinata monumentale e la Porta Regia.
Cuore spirituale del Santuario, la Basilica Antica è stata realizzata nel Seicento, in seguito al voto fatto dalla Città di Biella in occasione dell’epidemia di peste del 1599. Nel 1620, con il completamento della Chiesa, si tenne la prima delle solenni incoronazioni che ogni cento anni hanno scandito la storia del Santuario. La facciata, progettata dall’architetto Francesco Conti, semplice nell’eleganza delle venature verdastre della pietra d’Oropa, è nobilitata dal portale, più scuro, che riporta in alto lo stemma sabaudo del duca Carlo Emanuele II, sorretto da due angeli in pietra. Sull’architrave del portale si trova scolpita l’iscrizione “O quam beatus, o Beata, quem viderint oculi tui”, che dai primi decenni del sec. XVII è il saluto augurale che il pellegrino, raggiunta la meta, riceve varcando la soglia della Basilica.
Innalzata sul luogo dove sorgeva l’antica chiesa di Santa Maria, conserva al suo interno, come un prezioso scrigno, il Sacello eusebiano, edificato nel IX secolo. Nella calotta e nelle pareti interne del Sacello sono visibili preziosi affreschi risalenti al Trecento, opera di un ignoto pittore, detto il Maestro di Oropa. Il ciclo di affreschi, incentrato sulla Vergine e su alcuni santi che dovevano essere particolarmente venerati nell’antico romitorio, costituisce una preziosa testimonianza di iconografia sacra. All’interno del Sacello è custodita la statua della Madonna Nera, realizzata in legno di cirmolo dallo scalpello di uno scultore valdostano nel XIII secolo. Il manto blu, l’abito e i capelli color oro fanno da cornice al volto dipinto di nero, il cui sorriso dolce e austero ha accolto i pellegrini nei secoli.
Secondo la tradizione, la statua venne portata da Sant’Eusebio dalla Palestina nel IV secolo d.C. mentre fuggiva dalla furia della persecuzione ariana; adoperandosi per la diffusione della devozione mariana, Sant’Eusebio avrebbe nascosto la statua tra le rocce dove ora sorge la Cappella del Roc, costruita nella prima metà del Settecento dagli abitanti di Fontainemore, località valdostana ancora oggi fortemente legata al Santuario dall’antica processione che si snoda ogni cinque anni tra i monti che separano le due vallate. Durante i lavori di restauro eseguiti nei primi mesi del 2005, sono emerse sulla volta decorazioni risalenti al XVII secolo, caratterizzati da motivi floreali giallo ocra su campo di colore azzurro, recente scoperta di un passato che ha ancora misteri da svelare.
Dal sito: www.santuariodioropa.it/
La necropoli di Pranu Efis, nota anche come S’acqua Salida, è costituita da due gruppi di ipogei posti a breve distanza l’uno dall’altro, ricavati in affioramenti rocciosi di arenaria. Nel corso del tempo la necropoli ha subìto gravi danni per l’azione di scavi clandestini e atti vandalici, e solo negli ultimi decenni si è proceduto allo studio e al recupero dell’importantissimo sito. Complessivamente si contano almeno una decina di tombe, dai più svariati impianti planimetrici e interessanti particolari, come corna taurine, coppelle, decorazioni in rosso e ocra. Alcune di esse sono prive di copertura per via di antichi crolli, ma ciò nonostante il monumento rimane di estremo interesse nel panorama archeologico del sud Sardegna.
La necropoli viene fatta risalire al neolitico finale (3200-2800 a.C.).
FS 6.8.17
La Crocifissione del transetto sinistro è un affresco di Cimabue e aiuti, databile attorno al 1277-1283 circa e conservato nella basilica superiore di San Francesco di Assisi. La scena è accoppiata simmetricamente alla Crocifissione del transetto destro, dall'altro lato.
La datazione degli affreschi di Cimabue è piuttosto discorde, sebbene negli studi più recenti si sia assestata a un periodo tra il 1277, anno dell'elezione al soglio pontificio di Niccolò III e il 1283 circa. La zona del transetto sinistro è decorata dalle Storie apocalittiche.
Per questa scena, forse la più notevole dell'intero ciclo, non è mai stata messa in dubbio l'autografia del maestro.
Gli affreschi di Cimabue sono in generale in condizioni mediocri o pessime. Non fa eccezione questa Crocifissione, che dovette essere una delle scene più importanti dell'intero ciclo, e che oggi si presenta sfigurata da abrasioni (in parte colmate dall'ultimo restauro) e con i colori quasi invertiti in negativo. L'iscurimento della biacca presente nelle mescolanze dei colori chiari è dovuto alla formazione di solfuro di piombo (PbS), di colore nero, a seguito della reazione del piombo con l'acido solfidrico presente in atmosfera e all'ossidazione del piombo, con la formazione di diossido di piombo (PbO2), di colore marrone scuro. Nella zona inferiore esistono tuttavia alcuni brani coi colori originali ancora visibili.
Cristo sulla Croce si erge al centro del dipinto, vistosamente inarcato verso sinistra, come nelle note croci lignee sagomate di Cimabue. La metà superiore, celeste, è affollata d'angeli che manifestano tutto il loro dolore, volando in cerchio attorno al braccio breve della croce, coprendosi il viso piangente, alzando le mani al cielo, e raccogliendo pietosamente il sangue di Gesù con delle ciotole. Questi angeli saranno tenuti ben presenti da Giotto nella sua celebre Crocifissione della Cappella degli Scrovegni. Il capo del Cristo è particolarmente dolente, proteso in avanti anziché adagiato del tutto sulla spalla come nelle croci di Arezzo e di Firenze. Le braccia non sono parallele alla croce, ma se ne distaccano significando tutto il peso del martirio in corso.
Nella metà inferiore, terrestre, il ritmo è reso altamente tragico dal triangolo di linee di forza, dato dalle pose drammatiche delle due figure ai lati della croce, la Maddalena a sinistra che distende le braccia e un ebreo che allunga il braccio quasi a toccare il perizoma prolungato di Cristo, che simboleggia il riconoscimento della figura divina di Cristo da parte di alcuni astanti. Addirittura la Maddalena solleva anche un ginocchio, come se volesse lanciarsi sulla croce accanto a Gesù. Scrisse Adolfo Venturi: «non è più il crocifisso con ai lati le figure simmetriche del portaspugna e del portalancia, né quello con le istorie del suo martirio su un cartellone! Nuova è la scena in cui il dolore e l'odio irrompono da anime forti, le grida contrastano roboanti, i sentimenti si urtano nella tempesta del cielo e della terra». Nella lunga coda del perizoma, una novità iconografica, si moltiplicano le pieghe e le scanalature, con una tendenza al realismo senza schematizzazioni, verso un recupero del classicismo.
Ai lati si distendono due gruppi di figure. Quello di sinistra mostra Maria con la mano al petto, nel gesto tipico del dolente, mentre Giovanni le prende la mano per prendersene cura da allora in poi, secondo un episodio narrato solo nel Vangelo di Giovanni. Seguono le tre Marie e una folla di personaggi in secondo piano, tra cui si riconoscono numerosi uomini col capo coperto, gli Ebrei.
A destra invece si mischiano soldati romani ed ebrei, nelle loro espressioni di perplessità (c'è chi si tocca la barba) e di scherno, ma qualcuno accenna a un ripensamento, portando un dito alla bocca in segno di dubbio, e afferrandosi il polso per indicare l'impotenza. Uno addirittura si batte il petto in segno di pentimento, seguendo un passo del Vangelo di Luca. Tra queste figure, il volto giovanile dietro al centurione è pressoché identico a un personaggio nell'Imposizione del nome al Battista nei mosaici del Battistero di Firenze (che per questo fu attribuita a Cimabue). L'ultimo volto a destra in prima fila è molto caratterizzato fisiognomicamente, a differenza degli altri, ed è stato ipotizzato che si tratti di un autoritratto del pittore.
Il pittore mise i personaggi uno dietro l'altro per dare idea di profondità, ma non seppe risolvere il conflitto di come essi poggiassero al suolo: ecco che i pochi piedi dipinti (solo per le figure in primo piano), si pestano uno sull'altro, come nei mosaici bizantini di San Vitale a Ravenna. I pochi colori originari superstiti, sopravvissuti proprio in questa zona, dimostrano una grande raffinatezza, che doveva da un effetto di delicata magnificenza: rosa, ocra, verde marcio, marrone. Qui dopotutto era in corso la realizzazione della "più straordinaria visione di forme e di splendori che artisti siano mai riusciti ad attuare" fino ad allora.
Alla base di questo triangolo sta rannicchiato san Francesco, che è riconoscibile dalle stimmate e che si bagna col sangue di Cristo che scorre sulla montagnola del Golgota fino al teschio nascosto di Adamo. Francesco appare qui come intermediario tra l'evento sacro e il fedele. La sua presenza è stata interpretata anche come simbolo delle tribolazioni dell'ordine francescano secondo le dottrine apocalittiche di Pietro Olivi e Gioacchino da Fiore, come a dire che far soffrire Francesco e i suoi seguaci è come crocifiggere il Cristo una seconda volta.
L'uomo che riconosce Cristo, col capo velato (quindi ebreo) impugna il bastone del comando ed ha già il nimbo di santo: difficile è capire se è per Cimabue san Longino, oppure se il fiorentino tenga distaccate le figure del centurione illuminato (per quanto ebreo) e di colui che trafisse Gesù con la lancia; dopotutto la raffigurazione esplicita del soldato con la lancia nella Crocifissione del transetto destro è priva di nimbo. Un uomo con la lancia compare però dietro di lui, e gli fa eco tenendo una posizione analoga col braccio disteso: è forse lui Longino o è un inserviente? Le altre due figure ai lati l'uomo con l'aureola, in un elegante contrapposto simmetrico, inoltre impugnano scudo e lancia: sembra che Cimabue abbia voluto disarmare quella figura per sottolinearne agiograficamente la virtù senza impacci guerreschi. Secondo Chiara Frugoni l'uomo in primo piano è san Longino (che non è infrequente trovare rappresentato ora come ebreo ora come romano), mentre l'uomo che gli fa eco è un altro ebreo che illustra il passo del Vangelo di Luca, in cui si descrive il pentimento di una parte degli Ebrei.
In ogni caso, ammettere un santo tra i giudei che furono responsabili della crocifissione di Cristo (secondo la tradizione antigiudaica da san Giovanni in poi) rappresenta un'apertura verso il mondo giudaico fino ad allora senza precedenti, spiegabile forse con l'opera di redenzione ed evangelizzazione universale portata avanti dai Francescani. Duccio di Buoninsegna ad esempio, nella Crocifissione della Maestà del Duomo di Siena, copiò la figura del riconoscitore di Cristo da Cimabue, ma ne omise il nimbo, facendolo ripiombare nell'anonimato della folla tumultuante. A tale ipotesi di accoglienza francescana può legarsi anche scelta di includere la preminenza della figura della Maddalena, la prostituta pentita. Sembra intendere che il messaggio di Cristo dà i suoi primi frutti già appena dopo la Crocifissione, con le prime conversioni spontanee, allargandosi poi idealmente nell'espansione della comunità credente attuata tramite gli Evangelisti, poi tramite la Chiesa e infine arrivando a Francesco, il "nuovo evangelista", raffigurato ai piedi della croce.
Appare quindi un messaggio di speranza, che può riscattare anche chi ha errato, invece di condannarlo insindacabilmente.
Intentional camera movement
dati di scatto: canon 5D, lente EF 50mm 1,4 ,
t. 0,5 sec, iso 100, f/20
_il sole al tramonto illuminava soltanto
la parte superiore, dipingendo tutto di ocra_
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Paolo P. [ph.p.ph.©]
Piccola, affascinante necropoli (3200-2800 a.C.) scavata sul pendio di una collina trachitica, composta da quattro ipogei che si diramano in più ambienti interni. Preziose due protomi taurine in rilievo, una sopra il portello d’ingresso principale e l’altra sul pilastro del vano maggiore, quest’ultima purtroppo brutalmente sfregiata. In alcune delle pareti interne sono presenti anche interessanti decorazioni in ocra rossa.
FS 30.8.23
Monia Mazigh speaks at an OCRA event at Centretown United Church on Wednesday January 13. OCRA stands for Ottawa Cretre Refugee Action. OCRA is a grassroots group of volunteers who came together to welcome and help refugees settle in our community.
Le sponde dei fiumi di risorgiva che solcano la bassa pianura del Veneto sono ancora brulle a marzo. Soltanto qualche arbusto di salice tenta di ravvivare una situazione cromatica in cui l'ocra, il bruno e il nocciola ancora caratterizzano il paesaggio di sponda. Poi, come d'incanto, irrompe lei, la calta, con le sue corolle luminose e, come d'incanto, comincia la primavera ..... ..
SN/NC: Abelmoschus esculentus, Malvaceae Family
Okra (also known as gumbo), is a tall-growing, warm-season, annual vegetable from the same family as hollyhock, rose of Sharon and hibiscus or cotton. The immature pods are used for soups, canning and stews or as a fried or boiled vegetable. The hibiscus like flowers and upright plant (3 to 6 feet or more in height) have ornamental value for backyard gardens.
Okra (ook bekend als gumbo), is een langgroeiende, warme seizoensgroente uit dezelfde familie als stokroos, roos van Sharon en hibiscus of katoen. De onrijpe peulen worden gebruikt voor soepen, conserven en stoofschotels of als gebakken of gekookte groente. De hibiscusachtige bloemen en rechtopstaande plant (3 tot 6 voet of meer in hoogte) hebben een sierwaarde voor achtertuinen.
El quimbombó, quingombó, gombo, molondrón, ocra, okra o bamia, Abelmoschus esculentus, es una fanerógama tropical de fruto comestible, originaria de África y perteneciente a la familia de las malváceas. En México se le llama también abelmosco.
O quiabeiro (Abelmoschus esculentus L. Moench: anteriormente, Hibiscus esculentus L.) é uma planta da família da malva (Malvaceae). Possui origem africana. Seu fruto, conhecido como quiabo, quingombô, gombô, quibombô, quigombó, quibombó, quimbombô, quingobó, quingombó e quingombô, é uma cápsula fibrosa cônica verde e peluda, cheia de sementes brancas redondas, muito usado em culinária antes da maturação, pois, próximos à maturação, endurecem. Suas folhas são lobadas. As flores são axilares, isto é, brotam a partir das gemas axilares.