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N&W 611 steams by Maple Lane Lake near Icard, NC, pulling the inbound leg of the "Blue Ridge Special" to Asheville, NC.
Link all'interessante documentario di Andrea Icardi, che narra le vicende dell'aeroporto di Vesime:
www.youtube.com/watch?v=a6zVNkGXg5Y
L’Excelsior, l’aeroporto partigiano tra le colline astigiane
di Marco Travaglini
Faceva freddo quel 17 novembre del 1944 che perdipiù, facendo incrociare le dita agli scaramantici, cadeva pure di venerdì. Tra le colline astigiane di Vesime, sulla sponda destra del Bormida in prossimità del ponte di Perletto, atterrava il primo velivolo sulla pista dell’Excelsior, l’aeroporto partigiano.
La pista, costruita su un campo agricolo e lunga inizialmente novecento metri, venne realizzata con l’ingegno e il lavoro di partigiani, contadini e abitanti della zona. Da quel venerdì e nei cinque mesi che seguirono fino alla Liberazione, sulla pista dell’Excelsior atterrarono quattro Lysander, un B-25 Mitchell e un C47 Dakota. Il campo d’atterraggio, unico in Italia e tra i pochi — forse due o tre, non di più — in tutta Europa, venne immaginato dagli inglesi del SOE (l’Esecutivo Operazioni Speciali voluto da Churchill) con lo scopo di favorire l’arrivo delle missioni alleate e il trasporto di feriti nell’Italia libera, un po’ come fecero i partigiani jugoslavi del maresciallo Tito.
A mettere in atto l’impresa furono gli uomini della 2° Divisione Autonoma Langhe, i fazzoletti azzurri badogliani al comando di Piero Balbo detto “Poli”, coadiuvati da Neville Darewski, l’ufficiale britannico del SOE conosciuto come “Maggiore Temple”. Il posto “giusto” venne individuato nelle colline tra la Langa astigiana e cuneese, quel territorio che Beppe Fenoglio ne “Il partigiano Johnny” definì “l’arcangelico regno dei partigiani“. Qualche settimana dopo l’entrata in funzione, durante uno dei rastrellamenti tedeschi, i militi del Terzo Reich ararono la pista per metterla fuori uso. Ma i partigiani, tenaci e motivati, non si persero d’animo e la ripristinarono fino a raggiungere un’estensione di 1100 metri.
Quello che fu definito “uno dei più audaci progetti nella storia della seconda guerra mondiale“, terminato il conflitto ritornò ad essere un terreno che ospitava mais, granoturco e un pioppeto. Rimase, tuttavia, ben impresso nella memoria della gente. Un ricordo vivo, indelebile che ora è conservato nel museo di Vesime, che ricorda il glorioso “Excelsior” che, tradotto in italiano, significa letteralmente “più in alto“.
Fonte: crpiemonte.medium.com/lexcelsior-l-aeroporto-partigiano-t...
Il y avait longtemps que je ne l'avais pas revu ....
observations sur FAUNE PACA - 36 obs - 32 espèces
lundi 14 mars 2016
Pointe d’Icard
≥10 Ragondins
≥1 Mésange charbonnière
≥10 Chevaliers gambettes
≥13 Cygnes tuberculés
≥10 Grèbes huppés
3 Fauvettes mélanocéphales
≥3 Cisticoles des joncs
≥30 Avocettes élégantes
≥20 Bécassines des marais
1 Râle d'eau
marais de Ginès
≥6 Tadornes de Belon
≥40 Canards souchets
≥1 Sarcelle d'été
≥20 Sarcelles d'hiver
Pont de Gau
1 Busard des roseaux
2 Cygnes tuberculés
3 Grands Cormorans
≥1 Bruant des roseaux
1 Flamant nain
≥1000 Flamants roses
1 Héron cendré
≥30 Hérons cendrés
≥30 Moineaux domestiques
Mas de Maguelonne
≥11 Barges à queue noire
6 Canards colverts
≥4 Ibis falcinelles
1 Mésange bleue
≥1 Cisticole des joncs
≥3 Gallinules poule-d'eau
Cante-Gril
≥4 Bouscarles de Cetti
≥20 Aigrettes garzettes
Mas de Pioch
2 Cigognes blanches
St Césaire
≥3 Cisticoles des joncs
La primera referència històrica del municipi data de 1167, quan es va fer donació d'aquestes terres a Ponç de Far. El 1314 el rei Jaume el Just d'Aragó va vendre el castell, avui desaparegut, a Pere de Queralt. Aquesta família va conservar la senyoria fins al 1390, quan va passar a ser possessió dels comtes de Barcelona. A finals del segle XIV va ser venut a Pere d'Icard i més tard als Desvalls, qui van mantenir-ne els drets fins a la fi de les senyories.
Link all'interessante documentario di Andrea Icardi, che narra le vicende dell'aeroporto di Vesime:
www.youtube.com/watch?v=a6zVNkGXg5Y
L’Excelsior, l’aeroporto partigiano tra le colline astigiane
di Marco Travaglini
Faceva freddo quel 17 novembre del 1944 che perdipiù, facendo incrociare le dita agli scaramantici, cadeva pure di venerdì. Tra le colline astigiane di Vesime, sulla sponda destra del Bormida in prossimità del ponte di Perletto, atterrava il primo velivolo sulla pista dell’Excelsior, l’aeroporto partigiano.
La pista, costruita su un campo agricolo e lunga inizialmente novecento metri, venne realizzata con l’ingegno e il lavoro di partigiani, contadini e abitanti della zona. Da quel venerdì e nei cinque mesi che seguirono fino alla Liberazione, sulla pista dell’Excelsior atterrarono quattro Lysander, un B-25 Mitchell e un C47 Dakota. Il campo d’atterraggio, unico in Italia e tra i pochi — forse due o tre, non di più — in tutta Europa, venne immaginato dagli inglesi del SOE (l’Esecutivo Operazioni Speciali voluto da Churchill) con lo scopo di favorire l’arrivo delle missioni alleate e il trasporto di feriti nell’Italia libera, un po’ come fecero i partigiani jugoslavi del maresciallo Tito.
A mettere in atto l’impresa furono gli uomini della 2° Divisione Autonoma Langhe, i fazzoletti azzurri badogliani al comando di Piero Balbo detto “Poli”, coadiuvati da Neville Darewski, l’ufficiale britannico del SOE conosciuto come “Maggiore Temple”. Il posto “giusto” venne individuato nelle colline tra la Langa astigiana e cuneese, quel territorio che Beppe Fenoglio ne “Il partigiano Johnny” definì “l’arcangelico regno dei partigiani“. Qualche settimana dopo l’entrata in funzione, durante uno dei rastrellamenti tedeschi, i militi del Terzo Reich ararono la pista per metterla fuori uso. Ma i partigiani, tenaci e motivati, non si persero d’animo e la ripristinarono fino a raggiungere un’estensione di 1100 metri.
Quello che fu definito “uno dei più audaci progetti nella storia della seconda guerra mondiale“, terminato il conflitto ritornò ad essere un terreno che ospitava mais, granoturco e un pioppeto. Rimase, tuttavia, ben impresso nella memoria della gente. Un ricordo vivo, indelebile che ora è conservato nel museo di Vesime, che ricorda il glorioso “Excelsior” che, tradotto in italiano, significa letteralmente “più in alto“.
Fonte: crpiemonte.medium.com/lexcelsior-l-aeroporto-partigiano-t...
Juste avant l'envol -
observations sur FAUNE PACA
lundi 20 février 2017
Pont de Gau
≥50 Choucas des tours
≥10 Hérons cendrés
≥20 Aigrettes garzettes
≥40 Hérons garde-bœufs
8 Ibis falcinelles
≥4 Ragondins
≥20 Canards colverts
≥50 Moineaux domestiques
~2000 Flamants roses
marais de Ginès
19 Grues cendrées
≥10 Foulques macroules
≥6 Gallinules poule-d'eau
3 Moineaux domestiques
≥5 Aigrettes garzettes
≥50 Sarcelles d'hiver
Pointe d'Icard
1 Grande Aigrette
≥104 Ibis falcinelles
1 Chevalier guignette
≥2 Chevaliers culblancs
Mas de Maguelonne
≥12 Bécassines des marais
6 Ibis falcinelles
El castillo de Castellet se alza sobre un cerro rodeado por el río Foix, que forma un impresionante foso natural, en la localidad de La Gornal, municipio de Castellet i la Gornal, en el oeste de la provincia de Barcelona.
Las primeras noticias históricas que se tienen de este castillo proceden de la época musulmana. Se sabe de su existencia desde antes de la invasión de Almanzor en el año 895.
Existen documentos fechados en el año 977 que registran la venta del castillo al Unifred Amat por parte del conde Borrel II, que lo heredó a su vez de su padre, el conde de Barcelona, Sunyer.
En el año 1178 se hizo con la fortaleza el rey rey Alfonso el casto, y posteriormente perteneció a varias familias nobiliarias de esta zona catalana. En 1365 pertenecía a Gispert de Castellet y años después a Pere de Gurrea i de Torrelles. De estos pasaría a los Desplà y posteriormente a Bernat de Requesens (1460). Posteriormente el castillo pasó por las propiedades de Lluís de Requesens, Guillem de Peralta (1472), los Aguilar (1566), los Icard y finalmente a los condes de Santa Coloma, Queralt.
El nombre de Castellet designa a un castillo de escasas dimensiones ya que, en sus inicios, era una pequeña estructura defensiva. Con el tiempo, se convirtió en un conjunto fortificado de mayor entidad.
El castillo de Castellet es un recinto de planta poligonal rodeado por una muralla, siendo los elementos defensivos más destacados sus torres. De entre todas ellas destaca una rematada con almenas defensivas y sobretodo la torre del homenaje, por su forma circular y por ser la más antigua.
La torre del homenaje es otra de las estructuras más características del conjunto. Es un elemento propiamente cristiano que data del siglo XII, siendo la parte más antigua del edificio. Es de gran altura, destacando del resto del edificio. Su planta es circular y se encuentra desmochada, es decir, no presenta almenado defensivo.
Además de los aspectos defensivos propios de la función que ejerció durante mucho tiempo, también destacan los restos de las habitaciones cubiertas por bóvedas de época gótica. Esto es un claro ejemplo de que no sólo ejerció una función defensiva, sino que también sirvió de morada a varias familias nobles del lugar.
Link all'interessante documentario di Andrea Icardi, che narra le vicende dell'aeroporto di Vesime:
www.youtube.com/watch?v=a6zVNkGXg5Y
L’Excelsior, l’aeroporto partigiano tra le colline astigiane
di Marco Travaglini
Faceva freddo quel 17 novembre del 1944 che perdipiù, facendo incrociare le dita agli scaramantici, cadeva pure di venerdì. Tra le colline astigiane di Vesime, sulla sponda destra del Bormida in prossimità del ponte di Perletto, atterrava il primo velivolo sulla pista dell’Excelsior, l’aeroporto partigiano.
La pista, costruita su un campo agricolo e lunga inizialmente novecento metri, venne realizzata con l’ingegno e il lavoro di partigiani, contadini e abitanti della zona. Da quel venerdì e nei cinque mesi che seguirono fino alla Liberazione, sulla pista dell’Excelsior atterrarono quattro Lysander, un B-25 Mitchell e un C47 Dakota. Il campo d’atterraggio, unico in Italia e tra i pochi — forse due o tre, non di più — in tutta Europa, venne immaginato dagli inglesi del SOE (l’Esecutivo Operazioni Speciali voluto da Churchill) con lo scopo di favorire l’arrivo delle missioni alleate e il trasporto di feriti nell’Italia libera, un po’ come fecero i partigiani jugoslavi del maresciallo Tito.
A mettere in atto l’impresa furono gli uomini della 2° Divisione Autonoma Langhe, i fazzoletti azzurri badogliani al comando di Piero Balbo detto “Poli”, coadiuvati da Neville Darewski, l’ufficiale britannico del SOE conosciuto come “Maggiore Temple”. Il posto “giusto” venne individuato nelle colline tra la Langa astigiana e cuneese, quel territorio che Beppe Fenoglio ne “Il partigiano Johnny” definì “l’arcangelico regno dei partigiani“. Qualche settimana dopo l’entrata in funzione, durante uno dei rastrellamenti tedeschi, i militi del Terzo Reich ararono la pista per metterla fuori uso. Ma i partigiani, tenaci e motivati, non si persero d’animo e la ripristinarono fino a raggiungere un’estensione di 1100 metri.
Quello che fu definito “uno dei più audaci progetti nella storia della seconda guerra mondiale“, terminato il conflitto ritornò ad essere un terreno che ospitava mais, granoturco e un pioppeto. Rimase, tuttavia, ben impresso nella memoria della gente. Un ricordo vivo, indelebile che ora è conservato nel museo di Vesime, che ricorda il glorioso “Excelsior” che, tradotto in italiano, significa letteralmente “più in alto“.
Fonte: crpiemonte.medium.com/lexcelsior-l-aeroporto-partigiano-t...
My traditional e-card - my creation made from my photos, (Siberian photos I took in Oct. 2013)
Thank you for your support, my dear flickr friends.
С Новым Годом
Happy New Year!
Feliz Año Nuevo
feliz ano novo
Felice anno nuovo
Bonne année
Ein gutes neues Jahr
გილოცავთ ახალ წელს
Щасливого Нового Року
Среќна Нова Година
Kia hari te tau hou
Szczęśliwego nowego roku
عام سعيد
Nav varsh ki subhkamna
新年快樂
あけましておめでとうございます
De gauche à droite, debout : Cathy Icard (juge-arbitre du tournoi), Lou Bouvet-Maréchal, Laura Chavanel, Maeva Thiébaud, Tiphaine Guy (quatre membres de l'équipe première engagée en Elite), Daniel Brack et Mme Chavanel ; assise : Yvette Klein, la doyenne du club.
The Icard barn in eastern Burke County was built around 1933 and has served the owners faithfully ever since. It is showing signs of wear and tear, but the weathered look is a thing of beauty to many, such as myself. It is located on John Icard Rd near Mineral Springs Mountain Rd. 1/11/2011
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Link all'interessante documentario di Andrea Icardi, che narra le vicende dell'aeroporto di Vesime:
www.youtube.com/watch?v=a6zVNkGXg5Y
L’Excelsior, l’aeroporto partigiano tra le colline astigiane
di Marco Travaglini
Faceva freddo quel 17 novembre del 1944 che perdipiù, facendo incrociare le dita agli scaramantici, cadeva pure di venerdì. Tra le colline astigiane di Vesime, sulla sponda destra del Bormida in prossimità del ponte di Perletto, atterrava il primo velivolo sulla pista dell’Excelsior, l’aeroporto partigiano.
La pista, costruita su un campo agricolo e lunga inizialmente novecento metri, venne realizzata con l’ingegno e il lavoro di partigiani, contadini e abitanti della zona. Da quel venerdì e nei cinque mesi che seguirono fino alla Liberazione, sulla pista dell’Excelsior atterrarono quattro Lysander, un B-25 Mitchell e un C47 Dakota. Il campo d’atterraggio, unico in Italia e tra i pochi — forse due o tre, non di più — in tutta Europa, venne immaginato dagli inglesi del SOE (l’Esecutivo Operazioni Speciali voluto da Churchill) con lo scopo di favorire l’arrivo delle missioni alleate e il trasporto di feriti nell’Italia libera, un po’ come fecero i partigiani jugoslavi del maresciallo Tito.
A mettere in atto l’impresa furono gli uomini della 2° Divisione Autonoma Langhe, i fazzoletti azzurri badogliani al comando di Piero Balbo detto “Poli”, coadiuvati da Neville Darewski, l’ufficiale britannico del SOE conosciuto come “Maggiore Temple”. Il posto “giusto” venne individuato nelle colline tra la Langa astigiana e cuneese, quel territorio che Beppe Fenoglio ne “Il partigiano Johnny” definì “l’arcangelico regno dei partigiani“. Qualche settimana dopo l’entrata in funzione, durante uno dei rastrellamenti tedeschi, i militi del Terzo Reich ararono la pista per metterla fuori uso. Ma i partigiani, tenaci e motivati, non si persero d’animo e la ripristinarono fino a raggiungere un’estensione di 1100 metri.
Quello che fu definito “uno dei più audaci progetti nella storia della seconda guerra mondiale“, terminato il conflitto ritornò ad essere un terreno che ospitava mais, granoturco e un pioppeto. Rimase, tuttavia, ben impresso nella memoria della gente. Un ricordo vivo, indelebile che ora è conservato nel museo di Vesime, che ricorda il glorioso “Excelsior” che, tradotto in italiano, significa letteralmente “più in alto“.
Fonte: crpiemonte.medium.com/lexcelsior-l-aeroporto-partigiano-t...
importanti dichiarazioni quelle che arrivano dal commissario tecnico della Nazionale Edgardo Bauza.
icardi, inter, argentina, tevez, naziona articolo completo: www.diggita.it/v.php?id=1577789
Sandro Pertini
«Non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà.[2]»
(Sandro Pertini)
Sandro Pertini, all'anagrafe Alessandro Giuseppe Antonio Pertini[3] (Stella, 25 settembre 1896 – Roma, 24 febbraio 1990), è stato un politico, giornalista e partigiano italiano. Fu il settimo presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985, primo socialista e unico esponente del PSI a ricoprire la carica.
Durante la prima guerra mondiale, Pertini combatté sul fronte dell'Isonzo e, per diversi meriti sul campo, fu proposto per la medaglia d'argento al valor militare nel 1917, ma essendo stato segnalato come simpatizzante socialista su posizioni neutrali, l'onorificenza gli fu conferita solo nel 1985. Nel primo dopoguerra aderì al Partito Socialista Unitario di Filippo Turati e si distinse per la sua energica opposizione al fascismo. Perseguitato per il suo impegno politico contro la dittatura di Mussolini, nel 1925 fu condannato a otto mesi di carcere per aver redatto un opuscolo antifascista. Fu nuovamente condannato nel 1927 per aver favorito l'espatrio di Filippo Turati in Francia, dove lo seguì in esilio per evitare l'assegnazione per cinque anni al confino. Continuò la sua attività antifascista anche all'estero e per questo, dopo essere rientrato sotto falso nome in Italia nel 1929, fu arrestato e condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato prima alla reclusione e successivamente al confino.
Solo nel 1943, alla caduta del regime fascista, fu liberato. Contribuì a ricostruire il vecchio PSI fondando insieme a Pietro Nenni e Lelio Basso il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Il 10 settembre 1943 partecipò alla battaglia di Porta San Paolo nel tentativo di difendere Roma dall'occupazione tedesca. Divenne in seguito una delle personalità di primo piano della Resistenza e fu membro della giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale in rappresentanza del PSIUP. A Roma fu catturato dalle SS e condannato a morte; riuscì a salvarsi evadendo dal carcere di Regina Coeli assieme a Giuseppe Saragat e ad altri cinque esponenti socialisti grazie a un intervento dei partigiani delle Brigate Matteotti. Nella lotta di Resistenza fu attivo a Roma, in Toscana, Valle d'Aosta e Lombardia, distinguendosi in diverse azioni che gli valsero una medaglia d'oro al valor militare. Nell'aprile 1945 partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, organizzando l'insurrezione di Milano e votando il decreto che condannò a morte Mussolini e gli altri gerarchi fascisti.
Nell'Italia repubblicana fu eletto deputato all'Assemblea Costituente per i socialisti, quindi senatore nella prima legislatura e deputato in quelle successive, sempre rieletto dal 1953 al 1976. Ricoprì per due legislature consecutive, dal 1968 al 1976, la carica di presidente della Camera dei deputati, infine fu eletto presidente della Repubblica Italiana l'8 luglio 1978.
Andando spesso oltre il "basso profilo" tipico del ruolo istituzionale ricoperto, il suo mandato presidenziale fu caratterizzato da una forte impronta personale che gli valse una notevole popolarità, tanto da essere ricordato come il "presidente più amato dagli italiani" o il "presidente degli italiani".[4][5][6]
Come capo dello Stato conferì l'incarico a sei presidenti del Consiglio: Giulio Andreotti (del quale respinse le dimissioni di cortesia presentate nel 1978), Francesco Cossiga (1979-1980), Arnaldo Forlani (1980-1981), Giovanni Spadolini (1981-1982), Amintore Fanfani (1982-1983) e Bettino Craxi (1983-1987).
Nominò cinque senatori a vita: Leo Valiani nel 1980, Eduardo De Filippo nel 1981, Camilla Ravera nel 1982 (prima donna senatrice a vita), Carlo Bo e Norberto Bobbio nel 1984; infine nominò tre giudici della Corte costituzionale: nel 1978 Virgilio Andrioli, nel 1980 Giuseppe Ferrari e nel 1982 Giovanni Conso.
Esponente democratico e riformista del socialismo italiano, durante la sua carriera si prodigò per la crescita del PSI e per l'unità dei socialisti italiani, opponendosi strenuamente alla scissione del 1947 e sostenendo la riunificazione delle sinistre. In qualità di presidente della Repubblica nel 1979 conferì, per la prima volta dal 1945, il mandato di formare il nuovo governo a un esponente laico, il repubblicano Ugo La Malfa, incaricando quindi, con successo, nel 1981, il segretario del PRI Giovanni Spadolini (primo non democristiano ad assumere la guida del governo dal 1945), e nel 1983 il segretario del PSI Bettino Craxi (primo uomo politico socialista a essere nominato presidente del Consiglio nella storia d'Italia).
Durante e dopo il periodo presidenziale non rinnovò la tessera del PSI, al fine di presentarsi al di sopra delle parti, pur senza rinnegare il suo essere socialista. Del resto, lasciato il Quirinale al termine del suo mandato presidenziale e rientrato in Parlamento come senatore a vita di diritto, si iscrisse al gruppo senatoriale del Partito Socialista Italiano.
Fu sposato dal 1946 alla sua morte con Carla Voltolina, anch'essa partigiana e antifascista.
Nascita e formazione culturale
Alessandro Giuseppe Antonio Pertini, detto "Sandro", nacque a Stella[7] alle ore 17:45 di venerdì 25 settembre 1896[3] da una famiglia benestante (il padre Alberto Gianandrea, nato a Savona il 26 gennaio 1853 e morto giovane a Stella il 16 maggio 1908, era proprietario terriero), quarto di quattro fratelli e una sorella arrivati all'età adulta (su tredici): il primogenito Giuseppe Luigi Pietro, detto "Gigi", nato a Savona il 16 gennaio 1882[8] e morto nella stessa città il 2 febbraio 1975, pittore; Maria Adelaide Antonietta, detta "Marion", nata a Stella il 3 ottobre 1898[9] e deceduta a Genova il 4 aprile 1981, che sposò il diplomatico italiano Aldo Tonna; Giuseppe Luigi, detto "Pippo", nato a Stella l'8 agosto 1890[10] e ivi morto il 27 agosto 1930, ufficiale di carriera; ed Eugenio Carlo, detto "Genio", nato a Stella il 19 ottobre 1894[11], il quale, durante la seconda guerra mondiale, fu deportato nel campo di concentramento di Flossenbürg, dove morì il 20 aprile 1945.
Sandro Pertini, molto legato alla madre Maria Giovanna Adelaide Muzio, nata a Savona il 20 dicembre 1854 e morta a Stella il 31 gennaio 1945, fece i primi studi presso il collegio dei salesiani "Don Bosco" di Varazze, poi al Liceo Ginnasio "Gabriello Chiabrera" di Savona, dove ebbe come professore di filosofia Adelchi Baratono, socialista riformista e collaboratore di Critica Sociale di Filippo Turati, che contribuì ad avvicinarlo agli ambienti del movimento operaio ligure[12]. Del professor Baratono Pertini conserverà un insegnamento al quale rimarrà fedele:
«Se non vuoi mai smarrire la strada giusta resta sempre a fianco della classe lavoratrice nei giorni di sole e nei giorni di tempesta.»
(Discorso del Presidente Pertini ai lavoratori dell'Italsider. Savona, 20 gennaio 1979[13][14])
Scoppiata la Grande Guerra, nel novembre 1915 fu chiamato alle armi e assegnato alla 1ª Compagnia Automobilisti del 25º reggimento di artiglieria da campagna di stanza a Torino, dove giunse il 2 dicembre.
Seppur in possesso della licenza ginnasiale, prestò inizialmente servizio come soldato semplice, essendosi rifiutato, come molti altri socialisti neutralisti del periodo, di fare il corso per ufficiali. Il 7 aprile 1917, tuttavia, venne inviato sul fronte dell'Isonzo e, a seguito di una direttiva del generale Cadorna che obbligava i possessori di titolo di studio a prestare servizio come ufficiali, frequentò il corso a Peri di Dolcè.[15]
Venne dunque inviato a combattere in prima linea come sottotenente di complemento, distinguendosi per alcuni atti di eroismo: per aver guidato, nell'agosto del 1917, un assalto al monte Jelenik durante la battaglia della Bainsizza fu proposto dal suo comandante per la medaglia d'argento al valor militare. Molti anni dopo, quando Pertini divenne presidente, il capo di stato maggiore, l'ammiraglio Giovanni Torrisi, ritrovò il fascicolo e pensò di consegnargli la decorazione, ma Pertini - che era stato contrario alla guerra - si sottrasse all'onorificenza, pur ricordando l'azione bellica come "una cosa esaltante"[16].
Nell'ottobre 1917 partecipò alla rotta di Caporetto, di cui avrebbe sempre serbato un ricordo vivissimo. Dopo aver trascorso l'ultimo anno del conflitto nel settore del Pasubio, durante il quale venne anche nominato tenente, il 4 novembre 1918 fece ingresso a Trento alla testa del suo plotone di mitraglieri. Durante il conflitto fu colpito dal gas tossico fosgene e venne salvato dal suo attendente che lo trasportò di peso, agonizzante, all'ospedale da campo ma dovette minacciare con la pistola i medici che non volevano curarlo dandolo per spacciato[17]. Dopo aver prestato servizio ancora per qualche mese in Dalmazia, Pertini fu congedato nel marzo 1920.
Nel settembre 1919 aveva intanto conseguito la maturità classica, come privatista, presso il Liceo "Gian Domenico Cassini" di Sanremo.
Dopo aver sostenuto dodici esami alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Genova, nel marzo 1923, ventiseienne, si iscrisse alla stessa facoltà nell'ateneo di Modena: qui sostenne in tre mesi i rimanenti sei esami.
Si laureò il 12 luglio 1923, con punteggio 105/110, con la tesi L'industria siderurgica in Italia[18].
Si trasferì in seguito a Firenze, ospite del fratello Luigi Giuseppe, e si iscrisse all'Istituto di Scienze sociali "Cesare Alfieri", conseguendo il 2 dicembre 1924 la seconda[19] laurea, in Scienze Politiche, con una tesi dal titolo La cooperazione[20] e la votazione finale di 84/110.
Adesione al socialismo e prime lotte antifasciste
Non è chiara l'epoca di adesione di Pertini al Partito Socialista Italiano.
Secondo quanto riportato in diverse sue biografie (quella pubblicata nel sito web dell'Associazione Sandro Pertini[21], quella pubblicata nel sito web della Fondazione Pertini[22] e quella pubblicata nel sito web del Circolo Sandro Pertini di Genova[23]), egli, già nel 1918, al termine del primo conflitto mondiale, si sarebbe iscritto al Partito socialista italiano presso la federazione di Savona. Inoltre (sempre secondo quanto riportato nei siti web della Fondazione Pertini e del Circolo Pertini di Genova), nel 1919 sarebbe stato eletto consigliere comunale a Stella nella lista socialista. Avrebbe poi partecipato, nel 1921, in qualità di delegato della federazione savonese, al XVII congresso del PSI a Livorno, nel corso del quale si verificò la scissione comunista, e, quindi, il 1º ottobre 1922, dopo l'espulsione dell'ala riformista dal PSI, sarebbe stato uno dei promotori della costituzione del Partito Socialista Unitario, assieme a Filippo Turati, Giacomo Matteotti e Claudio Treves.
I registri dei verbali del Consiglio Comunale di Stella testimoniano però che Pertini venne eletto consigliere comunale di quella località il 24 ottobre 1920, facendo egli parte di una lista composta da esponenti dell'Unione Liberale Ligure, dell'Associazione Liberale Democratica, del Partito dei Combattenti e del Partito Popolare Italiano. Come testimoniato ancora da quei documenti, egli rimase in carica fino alla primavera del 1922, epoca in cui rassegnò le dimissioni.[24] In base a ciò, si deve quindi escludere che egli possa aver partecipato come delegato socialista di Savona al XVII Congresso del PSI di Livorno.[25]Sempre nel 1920 Pertini aveva fondato a Stella la locale sezione dell’Associazione Nazionale Combattenti, divenendone il primo presidente: un incarico che avrebbe ricoperto fino al maggio del 1922, succedendogli poi suo fratello Pippo.[26]
Tra il 1923 e il 1924, entrato in contatto a Firenze con gli ambienti dell'interventismo democratico e socialista vicini a Gaetano Salvemini, ai fratelli Rosselli e a Ernesto Rossi, avrebbe preso parte, in quel periodo, alle iniziative del movimento di opposizione al fascismo "Italia Libera", al quale si sarebbe iscritto il 9 agosto 1924 presso la sezione di Savona, salvo poi iscriversi, appena 9 giorni dopo, il 18 agosto 1924, al Partito Socialista Unitario, presso la federazione di Savona, sull'onda dell'emozione e dello sdegno per il ritrovamento, due giorni prima, del cadavere di Giacomo Matteotti, che di quel partito era il Segretario.
Il CESP - Centro Espositivo "Sandro Pertini" di Firenze riporta, tra i vari documenti pubblicati nel proprio sito web[27], il testo della lettera, evidentemente retrodatata al mese di giugno 1924 (non è indicato il giorno), che Pertini inviò da Firenze all'avv. Diana Crispi, Segretario della Sezione Unitaria di Savona:
«Mio ottimo amico. Ho la mano che mi trema, non so se per il grande dolore o per la troppa ira che oggi l'animo mio racchiude. Non posso più rimanere fuori dal vostro partito, sarebbe vigliaccheria. Pertanto, pronto ad ogni sacrificio, anche a quello della mia stessa vita, con ferma fede, alimentata oggi dal sangue del grande Martire dell'idea socialista, umilmente ti chiedo di farmi accogliere nelle vostre file. Questo ti chiedo dalla terra che diede al delitto il sicario Dumini, per la seconda volta indegna patria di Dante, che, se tra noi tornasse, nuovamente se n'andrebbe fuggiasco, ma volontario, non più per le contrade d'Italia, trasformate oggi in "bolgie caine", bensì oltre i confini, dopo averne ancora una volta ripetuto agli uomini con più disgusto e più amarezza, l'accorata invettiva: «ahi! serva Italia di dolore ostello nave senza nocchiero in gran tempesta non donna di provincia ma bordello». Ti chiedo ancora di volermi rilasciare la Tessera con la sacra data della scomparsa del povero Matteotti [10 giugno 1924 – N.d.E.]: questo potrai facilmente concedermi tu, che sai come da lungo tempo il mio animo nel suo segreto gelosamente custodisca, come purissima religione, la idea socialista. La sacra data suonerà sempre per me ammonimento e comando. E valga il presente dolore a purificare i nostri animi rendendoli maggiormente degni del domani, e la giusta ira a rafforzare la nostra fede, rendendoci maggiormente pronti per la lotta non lontana. Raccogliamoci nella memoria del grande Martire attendendo la nostra ora. Solo così vano non sarà tanto sacrificio. Ti stringo caramente la mano.
tuo Sandro Pertini»
Comunque siano andate le cose, è certo che a partire dall'estate del 1924 Pertini fu iscritto al Partito Socialista Unitario di Filippo Turati, di ispirazione riformista.
Ostile al regime fascista fin dall'inizio, per la sua attività politica fu bersaglio di aggressioni squadriste: il suo studio di avvocato a Savona fu devastato più volte[28], mentre in un'altra occasione fu picchiato perché indossava una cravatta rossa, oppure ancora per aver deposto una corona di alloro dedicata alla memoria di Giacomo Matteotti[29].
Il 22 maggio 1925, Pertini venne arrestato per aver distribuito un opuscolo clandestino, stampato a sue spese, dal titolo Sotto il barbaro dominio fascista[15][30], in cui denunciava le responsabilità della monarchia verso l'instaurazione del regime fascista, le illegalità e le violenze del fascismo stesso, nonché la sfiducia nell'operato del Senato del Regno, composto in maggioranza da filofascisti, chiamato a giudicare in Alta Corte di Giustizia l'eventuale complicità del generale Emilio De Bono riguardo all'omicidio di Giacomo Matteotti.
In seguito a questo, fu aperto a suo nome un fascicolo al Casellario Politico Centrale[31] e venne accusato di «istigazione all'odio tra le classi sociali» secondo l'articolo 120 del Codice Zanardelli, oltre che dei reati di stampa clandestina, oltraggio al Senato e lesa prerogativa della irresponsabilità del re per gli atti di governo.
Nell'interrogatorio dopo l'arresto, in quello condotto dal procuratore del Re e all'udienza pubblica davanti al Tribunale di Savona, Pertini rivendicò il proprio operato assumendosi ogni responsabilità e dicendosi disposto a proseguire nella lotta contro il fascismo e per il socialismo e la libertà, qualunque fosse la condanna.[32]
Il 3 giugno 1925 fu condannato a otto mesi di detenzione e al pagamento di un'ammenda per i reati di stampa clandestina, oltraggio al Senato e lesa prerogativa regia, ma fu assolto per l'accusa di istigazione all'odio di classe. La condanna non attenuò la sua attività, che riprese appena liberato.
Nel novembre 1926, dopo il fallito attentato di Anteo Zamboni a Mussolini, come altri antifascisti in tutta Italia, fu oggetto di nuove violenze da parte dei fascisti (il 31 ottobre 1926, dopo un comizio, durante un'aggressione di squadristi gli era stato spezzato il braccio destro[23]) e si trovò costretto ad abbandonare Savona per riparare a Milano. Il 4 dicembre 1926, in applicazione delle cosiddette leggi eccezionali "fascistissime", Pertini, definito «un avversario irriducibile dell'attuale Regime», venne assegnato dalla Commissione provinciale di Genova al confino di polizia per cinque anni, il massimo della pena previsto dalla legge.[33][34]
Esilio in Francia
Per sfuggire alla cattura, nell'autunno del 1926, espatriò clandestinamente in Francia assieme a Filippo Turati, con un'operazione organizzata da Carlo Rosselli e Ferruccio Parri, con l'aiuto, tra gli altri, di Camillo e Adriano Olivetti[35][36]. La fuga avvenne con una traversata su un motoscafo guidato da Italo Oxilia[37][38] partito da Savona la sera dell'11 dicembre, e giunto nel porto di Calvi, in Corsica, la mattina successiva. Così Pertini ha raccontato l'avventuroso episodio[39]:
«Dopo le leggi eccezionali l'Italia era diventata un gigantesco carcere e noi dovevamo fare in modo che Filippo Turati, che consideravamo la persona più autorevole dell'antifascismo, potesse recarsi all'estero e da lì condurre la lotta, accusando davanti al mondo intero la dittatura fascista.[…]
Fui io a consigliare la fuga per mare con un motoscafo che sarebbe partito dalla mia Savona. Rosselli e Parri temevano che il litorale ligure fosse troppo sorvegliato. Ma io decisi di andare a Savona, in bocca ai miei nemici, e lì incontrai due esperti marinai, Dabove e Oxilia, ai quali va la mia gratitudine: essi mi confermarono che era possibile raggiungere la Corsica con un motoscafo capace di tenere l'alto mare. L'8 dicembre, eludendo ogni vigilanza, si riesce a condurre Turati nella mia città. Turati rimase nascosto con me a Quiliano, vicino a Savona, in casa di un mio caro amico, Italo Oxilia. Dormivamo nella stessa stanza, Turati soffriva d'insonnia e passava le ore discorrendo con me della triste situazione creata dal fascismo e della necessità della sua partenza, ma anche dello strazio che questa partenza rappresentava per il suo animo.[…]
Il Governo e i socialisti francesi ci diedero subito la loro solidarietà e il benvenuto. Molti giornalisti arrivarono a Calvi da Bastia e pubblicarono imprudentemente la notizia che Turati era arrivato in Francia con Carlo Rosselli e Ferruccio Parri. Pernottammo a Calvi, Turati voleva indurre Rosselli a restare con noi, a non far ritorno in Italia, ma vane furono le nostre insistenze. Così la mattina dopo il motoscafo ripartiva con Oxilia, Da Bove, Boyancè e il giovane meccanico del motoscafo Ameglio. Con essi erano anche Parri e Rosselli. L'addio fu straziante. Ci abbracciammo senza pronunciare parola cercando di trattenere la profonda commozione. Rosselli toglie il tricolore che avevamo issato a bordo, e lo agita. È l'estremo saluto della Patria per Turati ed anche per me. Turati con gli occhi pieni di lacrime mi disse: "Io sono vecchio, non tornerò più vivo in Italia". Rimanemmo sul molo finché potemmo vedere i nostri compagni. La mattina dopo ci imbarcammo sul traghetto per Nizza e di lì proseguimmo per Parigi dove trovammo Nenni, Modigliani, Treves e tanti altri. Turati mi offrì la sua assistenza economica, ma io rifiutai e decisi di guadagnarmi da vivere facendo i lavori più umili.»
Ferruccio Parri e Carlo Rosselli[40] vennero arrestati al loro rientro in Italia dalla Corsica, mentre attraccavano al pontile Walton di Marina di Carrara: invano cercarono di far credere che stavano rientrando da una gita turistica. Ma le indagini dell'OVRA e della polizia portarono anche all'arresto degli altri complici.
Il Tribunale di Savona condannò a dieci mesi di carcere Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Dabove e Boyancè, una sentenza mite, rispetto alle previsioni[41].
Pertini e Turati furono condannati in contumacia anch'essi a dieci mesi di arresto ciascuno[42].
Dopo aver passato alcuni mesi a Parigi, si stabilì definitivamente a Nizza nel febbraio 1927, mantenendosi con lavori diversi (manovale, muratore, imbianchino e persino la comparsa cinematografica[43]).
Divenne un esponente di spicco tra gli esiliati, svolgendo attività di propaganda contro il regime fascista, con scritti e conferenze, nonché partecipando alle riunioni della Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo e a quelle della Concentrazione Antifascista[44].
Nell'aprile del 1928 impiantò, in un villino preso in affitto a Èze, vicino a Nizza, una stazione radio clandestina allo scopo di mantenersi in corrispondenza con i compagni in Italia, per potere comunicare e ricevere notizie; ottenne i fondi dalla vendita di una sua masseria in Italia. Scoperto dalla polizia francese, subì un procedimento penale e fu condannato a un mese di reclusione, pena poi sospesa con la condizionale, dietro il pagamento di un'ammenda[45].
Il suo esilio francese terminò nella primavera del 1929, quando il 22 marzo partì da Nizza e, dopo essere passato per Parigi, dove si incontrò con i massimi dirigenti della Concentrazione antifascista, e per Ginevra, dove si recò presso l'abitazione dell'esponente repubblicano Giuseppe Chiostergi e frequentò anche l'anarchico Camillo Berneri, munito di passaporto falso recante la sua fotografia e intestato al nome del cittadino svizzero Luigi Roncaglia, fattogli avere da Randolfo Pacciardi, varcò la frontiera dalla stazione di Chiasso nel pomeriggio del 26 marzo 1929, e rientrò in Italia.
Lo storico della massoneria Aldo Alessandro Mola afferma che durante l'esilio in Francia Pertini ebbe rapporti con l'obbedienza massonica del Grande Oriente d'Italia in esilio[46], ma la notizia di una sua eventuale affiliazione non trova riscontro nella documentazione archivistica concernente la permanenza di Pertini in Francia, né nella pubblicistica coeva, né, infine, nella letteratura storica sull'esilio francese del futuro presidente della Repubblica.
Rientro in Italia, cattura, carcere e confino
Lo scopo del suo rientro in Italia era quello di riorganizzare le file del partito socialista e stabilire contatti con gli altri partiti antifascisti, tra cui i democratici di "Nuova Libertà".
In contatto con gli antifascisti della "Concentrazione", visitò Novara, Torino, Genova, La Spezia, Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Bologna, Roma, Firenze e Napoli, e alla fine, nelle relazioni inviate a Parigi, comunicò che era possibile potenziare la rete socialista. Conclusione diversa da quella pessimista di Fernando De Rosa, che aveva viaggiato attraverso la penisola prima di lui.[50]
Si recò in seguito a Milano per progettare un attentato alla vita di Mussolini, e incontrò a questo scopo l'ingegner Vincenzo Calace che, come dichiarò in seguito, «gli confidò di essere in grado di costruire bombe a orologeria ad alto potenziale». Il progetto prevedeva di servirsi delle fognature sotto Palazzo Venezia[51], ma fu scartato poiché attraverso amici di Ernesto Rossi si scoprì che erano sorvegliate e protette da allarmi. Pertini tentò comunque di proseguire nel suo intento: incontrò a Roma il socialista Giuseppe Bruno per raccogliere informazioni e, una volta rientrato a Milano, fissò un incontro con Rossi.[52] Il 14 aprile 1929 andò a Pisa per incontrarlo ma, in corso Vittorio Emanuele (attuale corso Italia), fu riconosciuto per caso da un esponente fascista di Savona, tale avvocato Icardio Saroldi[53], e fu quindi arrestato da un piccolo gruppo di camicie nere
Il 30 novembre 1929 fu condannato dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato a dieci anni e nove mesi di reclusione e a tre anni di vigilanza speciale, per aver «svolto all'estero attività tali da recare nocumento agl'interessi nazionali», nonché per «contraffazione di passaporto straniero»[44]. Durante il processo Pertini rifiutò di difendersi, non riconoscendo l'autorità di quel tribunale e considerandolo solo un'espressione di partito, esortando invece la corte a passare direttamente alla condanna già stabilita. Durante la pronuncia della sentenza si alzò gridando: «Abbasso il fascismo! Viva il socialismo!»[23][59].
Fu internato nel carcere dell'isola di Santo Stefano[60], ma dopo poco più di un anno, il 10 dicembre 1930, fu trasferito, a causa delle precarie condizioni di salute, alla casa penale di Turi. A causare il trasferimento non fu estranea una campagna di proteste e denunce all'estero, in particolare in Francia, dopo che alcune notizie sulla sua salute erano trapelate all'esterno, grazie ad alcuni compagni di carcere comunisti[61].
A Turi, unico socialista recluso, condivise la cella con Athos Lisa e Giovanni Lai. Conobbe inoltre Antonio Gramsci, al quale fu stretto da grande amicizia e ammirazione intellettuale e dalla condivisione delle sofferenze della reclusione: ne divenne confidente, amico e sostenitore. Pertini stesso fu anche autore di diverse proteste e lettere finalizzate ad alleviare le condizioni carcerarie cui era sottoposto Gramsci[23].
Nel novembre del 1931 fu trasferito presso il sanatorio giudiziario di Pianosa ma, nonostante il trasferimento, le sue condizioni di salute non migliorarono ancora, al punto che la madre, spinta da amici e conoscenti che le descrissero il figlio in gravi condizioni di salute, presentò domanda di grazia alle autorità. Pertini, non riconoscendo l'autorità fascista e quindi il tribunale che lo aveva condannato, si dissociò pubblicamente dalla domanda di grazia con parole molto dure, sia per la madre che per il presidente del Tribunale Speciale[23][62].
«Perché mamma, perché? Qui nella mia cella di nascosto, ho pianto lacrime di amarezza e di vergogna - quale smarrimento ti ha sorpresa, perché tu abbia potuto compiere un simile atto di debolezza? E mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu che mi hai sempre compreso che tanto andavi orgogliosa di me, hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l'amore, che io sento per la mia idea?[63]»
Durante la sua detenzione nel carcere di Pianosa, si verificò, tra gli altri, un grave scontro tra lui e l'agente di custodia Antonio Cuttano la mattina del 1º ottobre 1932, per cui sarebbe stato condannato dalla pretura di Portoferraio, il 9 novembre 1933, alla pena di 9 mesi e 24 giorni di reclusione per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, oltre al pagamento delle spese processuali. La pena venne quindi confermata in secondo grado dal Tribunale di appello di Livorno il 16 febbraio 1934, e infine, in via definitiva, dalla seconda sezione penale della Corte di Cassazione il 30 gennaio 1935.
Nel corso della sua permanenza in carcere, Pertini intrattenne inoltre una fitta corrispondenza epistolare con la sua fidanzata dell'epoca Matilde Ferrari, oltreché con la madre Maria Muzio e il suo avvocato di fiducia Gerolamo Isetta.
Il 10 settembre 1935, dopo sei anni e mezzo di prigione, venne trasferito a Ponza come confinato politico[64] e il 20 settembre 1940, pur avendo ormai scontato la sua condanna, giudicato «elemento pericolosissimo per l'ordine nazionale», venne riassegnato al confino per altri cinque anni da trascorrere a Ventotene[65] dove incontrò, tra gli altri, Altiero Spinelli, Umberto Terracini, Pietro Secchia, Ernesto Rossi, Luigi Longo, Mauro Scoccimarro, Camilla Ravera e Riccardo Bauer. Durante il periodo del confino subì un altro processo per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, ma, per la prima volta da quando il fascismo era andato al potere, fu assolto dal Tribunale di Napoli, presieduto dal giudice Giuseppe Ricciulli, il 17 giugno 1937, perché il fatto non sussisteva, oltre che da altre imputazioni minori per insufficienza di prove. L'11 settembre 1941, dietro sua richiesta, fu condotto a Savona, presso le locali carceri giudiziarie, per poter riabbracciare l'anziana madre.
A Ventotene Pertini si interessò inoltre alle condizioni di salute di alcuni compagni di confino. Il 3 maggio 1942, ad esempio, inoltrò un esposto all'Ufficio confino politico del Ministero dell'interno per lamentarsi della scarsa assistenza sanitaria prestata dalle autorità a Ernesto Bicutri[66][67], affetto da una grave forma di tubercolosi, di cui chiese inutilmente il trasferimento presso un sanatorio.
Nel 1938, gli fu dedicata la tessera del PSI, assieme a Rodolfo Morandi e a Antonio Pesenti, prigionieri anche loro nelle carceri fasciste[68].
Resistenza
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Resistenza italiana.
A Roma, prima e durante l'occupazione tedesca
Agosto - 15 ottobre 1943
Pertini riacquistò la libertà il 13 agosto 1943, pochi giorni dopo la caduta del fascismo. Inizialmente il provvedimento di scarcerazione del governo Badoglio aveva escluso i confinati comunisti e anarchici[69].
Pertini si adoperò quindi per ottenere in breve tempo anche la loro liberazione, prima inviando dall'isola, assieme agli altri membri del Comitato dei confinati (tra i quali Altiero Spinelli, Pietro Secchia, Mauro Scoccimarro) un telegramma a Badoglio[70][71], poi, una volta a Roma, assieme a Bruno Buozzi, assillando le autorità governative:
«Un giorno il direttore [del confino di Ventotene, il commissario Marcello Guida, che diventò poi Questore di Milano e che Pertini, divenuto presidente della Camera, nel 1970 si rifiuterà di incontrare - N.d.E.] mi mandò a chiamare: «Ho una bella notizia per voi. È arrivato un telegramma che dispone per la vostra liberazione». «Grazie», dissi, «però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi». Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini e altri mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, e così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni.
Li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio.
Minacciammo uno sciopero generale, e l'argomento li convinse.»
(Sandro Pertini[72])
Si recò quindi a Stella a trovare la madre:
«Quando arrivò l'ultimo [confinato - N.d.E] di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Stava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. «Che cosa fa, signora?» le domandavano. «Aspetto Sandro», rispondeva[72].»
«Mi fermai a casa sua tre giorni e poi tornai a Roma. Fu quella l’ultima volta che la vidi[73].»
[74]Poi ritornò subito a Roma, per contribuire alla ricostruzione del partito socialista e riprendere la lotta antifascista; il 23 agosto partecipò infatti alla fondazione del PSIUP - Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, nato dall'unione del PSI con il MUP, con Pietro Nenni come segretario.[75]
Il 25 fu eletto con Carlo Andreoni vicesegretario, per occuparsi dell'organizzazione militare del partito a Roma. In seguito fece parte, per conto del PSIUP, della giunta militare del CLN con Giorgio Amendola (PCI), Riccardo Bauer (PdA), Giuseppe Spataro (DC), Manlio Brosio (PLI) e Mario Cevolotto (DL).
Il 10 settembre partecipò, con altri esponenti socialisti, ai combattimenti contro i tedeschi a Porta San Paolo per la difesa di Roma, insieme al dirigente sindacale Bruno Buozzi[76], ai futuri ministri Emilio Lussu, Mario Zagari e Giuliano Vassalli, a Giuseppe Gracceva (futuro comandante delle Brigate Matteotti di Roma) e ad Alfredo Monaco (che giocherà poi un ruolo fondamentale nella fuga sua e di Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli)[72][77]. Anche per tale azione, verrà conferita a Pertini la medaglia d'oro al valor militare.
Dopo la battaglia per la difesa di Roma, Pertini entrò in clandestinità.
Arresto ed evasione dal carcere di Regina Coeli con Giuseppe Saragat
Il 15 ottobre 1943, al termine di una riunione del direttivo del PSIUP in Via Nazionale, Pertini venne catturato assieme a Giuseppe Saragat e ad altri dirigenti socialisti da esponenti della famigerata "banda Bernasconi"[78]. Lo stesso Pertini rievocherà l'episodio all'Assemblea Costituente, nella seduta del 22 luglio 1946, in occasione della discussione di una sua interrogazione parlamentare sulle modalità di applicazione dell'amnistia Togliatti[79]:
«Onorevole Presidente di questa Assemblea, il nome di Bernasconi deve ricordarci qualche cosa: il nostro arresto e la nostra consegna ai tedeschi, e se non siamo stati fucilati non è stato per volontà del Bernasconi, ma per intervento dei patrioti di Roma, che ci fecero evadere da Regina Coeli. Tutti sanno come ha operato questa banda a Roma, poi a Firenze e quindi a Milano. Io sono stato, durante il periodo cospirativo e durante l’insurrezione, a Firenze. Questa banda consumava i suoi reati e le sue sevizie a Villa Triste. Basta andare a Firenze e pronunciare questo nome per vedere il volto di centinaia di donne, spose, madri, coprirsi di orrore. Ebbene, in virtù dell’amnistia sono usciti una parte dei complici della banda Koch ed oggi sono in piena libertà.»
Pertini e Saragat furono rinchiusi nel carcere romano di Regina Coeli e condannati a morte per la loro attività partigiana; Pertini in carcere sorprese gli altri detenuti politici per la serenità e l’autorevolezza dimostrate, pur in simili difficili condizioni.
Saragat ha riferito[80][81] che egli:
«volle subito il vestito da galeotto, lo pretese. I secondini di Regina Coeli avevano di fronte a lui un complesso di inferiorità, perché conosceva il regolamento meglio di loro. Diffondeva attorno a sé una serenità che sosteneva i prigionieri in attesa di fucilazione, perché anche in carcere si comportava come se fosse stato a casa sua. Voleva che gli abiti fossero stirati bene: metteva i pantaloni da galeotto sotto il materasso in modo che al mattino la piega fosse perfetta. Aveva l’eleganza del duca di Edimburgo.»
In carcere Saragat e Pertini incontrarono altri due eroi della resistenza: Leone Ginzburg, torturato e morto di infarto in carcere in conseguenza delle torture subite la mattina del 5 febbraio 1944, e don Giuseppe Morosini, torturato e poi fucilato il 3 aprile 1944 a Forte Bravetta.
Pertini incrociò Ginzburg mentre lo riportavano in cella dopo un feroce pestaggio, e in quell'occasione quegli trovò la forza di sussurrargli:
«guai se alla fine della guerra dovessimo incolpare tutto il popolo tedesco per la malvagità di pochi»
Anche don Morosini fu visto da Pertini dopo un interrogatorio delle SS. Il futuro presidente della Repubblica ne lasciò la seguente testimonianza:
«Detenuto a Regina Coeli sotto i tedeschi, incontrai un mattino don Giuseppe Morosini: usciva da un interrogatorio delle SS, il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà: egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede. Benedisse il plotone di esecuzione dicendo ad alta voce: "Dio, perdona loro: non sanno quello che fanno", come Cristo sul Golgota. Il ricordo di questo nobilissimo martire vive e vivrà sempre nell'animo mio»
(Roma, 30 giugno 1969)
La sentenza di morte contro Pertini e Saragat non venne tuttavia eseguita, grazie a un'audace azione dei partigiani delle Brigate Matteotti, che il 24 gennaio 1944 permise la loro fuga dal carcere.
L'azione, dai connotati rocamboleschi, fu ideata e diretta da Peppino Gracceva e Giuliano Vassalli; quest'ultimo e Massimo Severo Giannini avevano lavorato fino all'8 settembre, come avvocati, nella Procura presso il Tribunale militare di Roma e avevano mantenuto contatti con impiegati e funzionari.
Con l'aiuto di diversi partigiani socialisti: il giovane avvocato Filippo Lupis, Peppino Sapiengo, Vito Maiorca, Luciano Ficca[82] e, dall'interno della prigione, Ugo Gala, Alfredo Monaco, medico del carcere, e sua moglie Marcella Ficca[83], si riuscì per prima cosa a far passare l'incartamento processuale contro Saragat e Pertini dalla giustizia militare tedesca a quella italiana e, quindi, a far passare i detenuti dal 3° "braccio" tedesco del carcere al 6° "braccio" italiano.
Dirà Giuseppe Saragat: «Si rifletta che da quel braccio si usciva in un modo solo: per andare di fronte al plotone di esecuzione. Qualche volta si poteva uscire già morti per le percosse subite dagli aguzzini durante gli interrogatori. Se Pertini e io ne siamo usciti miracolosamente in un terzo modo – e fu caso unico – è faccenda che non riguarda né Pertini né me, ma un gruppo di valorosi partigiani che rischiarono la loro vita per salvare la nostra.»[84].
Vennero poi realizzati e recapitati dei falsi ordini di scarcerazione per la liberazione dei due leader socialisti e dei loro coimputati; ciò non era però ancora sufficiente, poiché la prassi richiedeva che il rilascio venisse anche autorizzato telefonicamente dalla questura. Dopo aver tentato vanamente di usare le linee ordinarie (costantemente guaste), Marcella Ficca riuscì a introdursi con l'avv. Lupis al centralino telefonico dell'ufficio di Trastevere della Polizia dell'Africa Italiana; da lì chiamarono Regina Coeli ordinando perentoriamente di "mettere subito alla porta" i detenuti. I due membri dell’Esecutivo del PSIUP furono dunque scarcerati insieme a Luigi Andreoni, Torquato Lunedei, Ulisse Ducci, Luigi Allori e Carlo Bracco[85].
Pertini stesso narrò in seguito questi fatti nelle sue memorie[86] e in un'intervista concessa ad Oriana Fallaci nel 1973[47].
La complessa preparazione dell'operazione segreta fu descritta su un numero dell'Avanti! edito a Roma dopo la liberazione della città il 4 giugno 1944[87]; il quotidiano socialista descrisse nei particolari la «evasione da “Regina Coeli di Alessandro Pertini e Giuseppe Saragat (membri dell’Esecutivo del Partito Socialista) e di cinque altri compagni. Dalla metà di ottobre 1943, da quando i nostri compagni erano stati catturati dai segugi di Bernasconi (a cui in quell’occasione per puro caso era sfuggito Pietro Nenni), essi giacevano a “Regina Coeli”». Quindi, secondo l'Avanti!, i protagonisti della fuga dal carcere furono sette e tutti appartenenti al Partito socialista.
Sicuramente conosciuto come militante socialista era Ulisse Ducci, un antifascista di lungo corso, nominato da Bruno Buozzi fiduciario sindacale per la provincia di Piombino, nel corso di un incontro all’albergo "Moderno" di Roma nel periodo dei "quarantacinque giorni" del primo Governo Badoglio. Tornato a Piombino, Ducci partecipò alla battaglia che i militari italiani e la popolazione civile ingaggiarono il 10 settembre 1943 contro l’occupazione tedesca della città. Fuggito poi a Roma nell’ottobre del 1943, redasse una relazione sulla battaglia di Piombino che voleva consegnare a Pertini e Buozzi. Il manoscritto fu ritrovato dalla polizia nazifascista, dopo che una spia non solo era riuscita a individuare Ducci ma, attraverso di lui, a giungere all’arresto di Pertini, Saragat e altri[88].
Ducci nascondeva però un trascorso da collaboratore dell’OVRA[89]. Interrogato dai militari fascisti, Ducci non solo confessò il motivo della sua venuta a Roma, ma in cambio di una ricompensa monetaria, poi regolarmente versata alla moglie, si disse disponibile ad aiutare la polizia «nella ricerca di Nenni e di Buozzi»[90].
Secondo lo storico Gabriele Mammarella[91], «allo stato attuale delle ricerche non è dato sapere quanto effettivamente questa offerta di collaborazione di Ducci si sia concretizzata. Nondimeno, data l’evoluzione dei fatti, è estremamente improbabile che abbia avuto seguito. In compenso, messo a disposizione della polizia nazista, Ducci collaborò anche con la Gestapo, non lesinando di rivelare i retroscena dei colloqui avuti con Buozzi nell’agosto precedente»[92].
Di Luigi Andreoni l'Avanti![87] riferisce che il suo nome risultava assieme a quelli di Pertini e Saragat come cointestario del fascicolo processuale presso il Tribunale militare italiano che Massimo Severo Giannini e Giuliano Vassalli provvedettero a visionare[93], il che fa propendere per un suo ruolo nell'organizzazione clandestina del PSIUP, forse anche per una sua possibile parentela con il vice-segretario del partito, Carlo Andreoni.
Quanto a Carlo Bracco, questi il 26 luglio 1943, all'indomani della caduta del fascismo, si era impadronito di un piccolo carro armato che il Governo Badoglio aveva messo davanti al carcere romano di Regina Coeli e con esso era entrato nell’interno del carcere liberando una buona parte dei detenuti politici.[85] Secondo quanto riferito dall'Avanti![87], dopo la loro scarcerazione, «Pertini, Saragat e Bracco riprendevano immediatamente il loro posto di combattimento affrontando di nuovo senza tregua i pericoli della cospirazione e della Resistenza».
Quanto a Torquato Lunedei, l'Avanti![87] dichiarò che egli fu «arrestato perché scambiato per Nenni e unito poi al processo degli altri come socialista», il che lascerebbe pensare che, pur trattandosi di un antifascista, egli non appartenesse al PSIUP.
Nella sua intervista alla Fallaci, Pertini parla solo di sei “scarcerati” e definisce gli altri quattro antifascisti (oltre a se stesso e a Saragat) come quattro ufficiali badogliani, aggiungendo che dovette impuntarsi per farli uscire insieme a lui e Saragat e che quando Nenni lo seppe avrebbe sbottato: Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c'è abituato».[94].
L'evasione dal carcere dei sette antifascisti salvò con tutta probabilità la loro vita: non v'è dubbio infatti che, se ancora detenuti alla data del 24 marzo 1944, i loro nominativi sarebbero stati inclusi nell'elenco dei Todeskandidaten (condannati a morte o colpevoli di reati passibili di condanna a morte) da fucilare per rappresaglia alle Fosse Ardeatine.
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Raccolta Foto De Alvariis
Construction d'un nid - Transport de matériaux ...
observations sur FAUNE PACA - 36 obs - 32 espèces
lundi 14 mars 2016
Pointe d’Icard
≥10 Ragondins
≥1 Mésange charbonnière
≥10 Chevaliers gambettes
≥13 Cygnes tuberculés
≥10 Grèbes huppés
3 Fauvettes mélanocéphales
≥3 Cisticoles des joncs
≥30 Avocettes élégantes
≥20 Bécassines des marais
1 Râle d'eau
marais de Ginès
≥6 Tadornes de Belon
≥40 Canards souchets
≥1 Sarcelle d'été
≥20 Sarcelles d'hiver
Pont de Gau
1 Busard des roseaux
2 Cygnes tuberculés
3 Grands Cormorans
≥1 Bruant des roseaux
1 Flamant nain = >>> IL EST REVENU !!! il sera là aussi le 22 mars avec un 2éme larron , photos à venir !!!
≥1000 Flamants roses
1 Héron cendré
≥30 Hérons cendrés
≥30 Moineaux domestiques
Mas de Maguelonne
≥11 Barges à queue noire
6 Canards colverts
≥4 Ibis falcinelles
1 Mésange bleue
≥1 Cisticole des joncs
≥3 Gallinules poule-d'eau
Cante-Gril
≥4 Bouscarles de Cetti
≥20 Aigrettes garzettes
Mas de Pioch
2 Cigognes blanches
St Césaire
≥3 Cisticoles des joncs