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La Chiesa Madre

Nel 1970 Ludovico Quaroni riceve l'incarico per la progettazione della Chiesa parrocchiale di Gibellina sulla sommità di una leggera collina, nel punto più alto del paese. Il progetto è completato nel 1972 insieme a Luisa Anversa. La geometria della chiesa di Gibellina rappresenta una novità, non solo nello schema tipologico dell'edificio e nel suo rapporto con il luogo, ma anche nel linguaggio per le forme architettoniche. Le varie funzioni sono raccolte e distribuite all'interno di un parallelepipedo a base quadrata di circa 50 metri di lato, ulteriormente diviso in moduli e sottomoduli, mentre il centro simbolico e geometrico del monumento è una grande sfera liscia, di cemento che costituisce un riferimento puntuale del sacro. I lavori iniziarono nel 1985.

Il 15 agosto 1994 crolla la copertura del tetto, fortunatamente senza provocare vittime. L'inchiesta ha portato all'invio di avvisi di garanzia per il direttore dei lavori. I lavori di restauro, iniziati nel 2002, sono stati ultimati all'inizio del 2010.

da: it.wikipedia.org/wiki/Gibellina

 

L'identità perduta di Gibellina

ifg.uniurb.it/static/sito-2015/static/lavori-fine-corso-2...

La “chiesa palla” di Quaroni: troppo moderna, troppo lontana

ifg.uniurb.it/static/sito-2015/static/lavori-fine-corso-2...

 

Ludovico Quaroni (Roma, 28 marzo 1911 – Roma, 22 luglio 1987) è stato un urbanista, architetto, saggista e docente universitario italiano.

Ha lungamente e profondamente dibattuto in numerose pubblicazioni e attraverso l'insegnamento i principali problemi dell'architettura e dell'urbanistica del suo tempo, sottoponendoli a severa e continua revisione critica.

it.wikipedia.org/wiki/Ludovico_Quaroni

 

Gibellina (Ibbiddina in siciliano) è un comune italiano di 4 028 abitanti della provincia di Trapani in Sicilia.

Il centro abitato attuale, noto anche come Gibellina Nuova, è sorto dopo il terremoto del Belìce del 1968 in un sito che in linea d'aria dista circa 11 km dal precedente. Il vecchio centro, distrutto dal sisma, è stato abbandonato ed è oggi noto come Gibellina Vecchia.

da: it.wikipedia.org/wiki/Gibellina

 

Transita a San Romano in testa all'MRI Brennero/Rosignano.

San Romano 28/06/2016

Transita a San Romano in testa all'MRS Alessandria Smistamento/Livorno Calambrone.

San Romano 28/06/2016

Transita nei pressi di San Romano in testa al EN 1234 Livorno Centrale/Vienna.

San Romano 28/07/2018

PALAZZO SEDE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI.

  

In Piazza di Montecitorio troviamo la sede della Camera di Deputati della Repubblica Italiana, il Palazzo Montecitorio.

 

Nella prima metà del 1600 Innocenzo X commissionò a Gian Lorenzo Bernini ((Napoli, 7 dicembre 1598-Roma, 28 novembre 1680) la realizzazione di una residenza per la famiglia Ludovisi.

 

Il Bernini, con la sua grande maestria nell’interpretare lo stile barocco, realizzò un edificio con la facciata lievemente curva, ed elementi in pietra dai quali spuntano foglie e rametti spezzati, quasi a voler riprodurre un edificio costruito nella viva roccia.

I lavori furono interrotti alla morte del papa nel 1655, a causa delle difficoltà economiche dei Ludovisi e vennero ripresi da Innocenzo XII circa trent’anni dopo.

Successivamente alla morte del Bernini, il progetto passò a Carlo Fontana (Rancate, 22 aprile 1638-Roma, 5 febbraio 1714) che ne modificò il progetto originale, conservando la caratteristica facciata convessa e aggiungendovi il campanile a vela.

  

PANASONIC DMC-FX35

 

Gian Lorenzo Bernini (Naples, December 7, 1598 - Rome, November 28, 1680) - Rape of Proserpine (1621-22) - marble sculpture height cm. 255 (excluding the base) - Galleria Borghese, Rome

 

L'opera raffigura il rapimento di Proserpina per mano di Plutone, dio degli Inferi.

Il mito, presente sia in Claudiano (De raptu Proserpine) sia in Ovidio (Metamorfosi), narra del rapimento della fanciulla sulle rive del lago di Pergusa, nelle vicinanze di Enna. La madre Cerere, dea delle messi, folle di dolore, ridusse alla siccità la terra, costringendo Giove a intercedere presso Plutone per consentire alla giovane di tornare da lei per sei mesi l'anno. Bernini rappresenta il momento culminante dell'azione: il dio fiero e insensibile sta trascinando Proserpina nell'Ade, i muscoli sono tesi nello sforzo di sostenere il corpo che si sta divincolando, tanto che le mani di Plutone affondano nella sua carne.

The work depicts the rape of Proserpina by the hand of Pluto, god of the Underworld.

The myth, present both in Claudiano (De raptu Proserpine) and in Ovidio (Metamorphosis), tells of the kidnapping of the girl on the shores of Lake Pergusa, near Enna. Mother Ceres, goddess of the harvest, mad of pain, reduced the earth to drought, forcing Jupiter to intercede near Pluto to allow the young woman to come back to her for six months a year. Bernini represents the culminating moment of the action: the proud and insensitive god is dragging Proserpina into Hades, the muscles are stretched in an effort to support the body that is wriggling, so that Pluto's hands sink into his flesh.

Gian Lorenzo Bernini (Naples, 7 December 1598 - Rome, 28 November 1680) - Bust of Pope Innocent X (second version) (1650) - Doria Pamphilj Gallery, Rome

 

si crede che Bernini realizzò una seconda versione nel momento in cui scoprì un'imperfezione nella prima

 

It is believed that Bernini made a second version when he discovered an imperfection in the first.

LA BUONA FAMIGLIA

 

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Mia nonna, a un'ora di notte quando viene papà,

Si alza dal filare, povera vecchia,

Attizza un piccolo carbone, apparecchia per noi,

E mangiamo due foglie d'insalata.

 

Qualche volta ci facciamo una frittata,

Che se la metti alla luce è trasparente

Come guardando attraverso un'orecchia:

Quattro noci, e la cena è terminata.

 

Poi mentre io, papà e Clementina

Seguitiamo per un paio d'ore a bevicchiare,

Lei sparecchia e rassetta la cucina.

 

E appena visto il fondo al boccaletto,

Una minzione, una 'Salve Regina',

E, in santa pace, ce ne andiamo a letto.

 

Roma, 28 novembre 1831

Gian Lorenzo Bernini (Naples, December 7, 1598 - Rome, November 28, 1680) - self-portrait in mature age (1630-35) - oil on canvas 53x43 cm - Galleria Borghese, Rome

 

Il dipinto costituisce, con ogni probabilità, la metà sinistra di un Autoritratto doppio con Costanza Bonarelli, documentato come già diviso alla morte dell’artista. Tra il 1620 e il 1640 circa, Bernini si dedicò alla pittura, realizzando centocinquanta opere secondo Filippo Baldinucci (1682), duecento se si presta fede alla biografia scritta dal figlio Domenico (1713). L’Autoritratto (utillizzato nelle vecchie 50.000 lire), appartiene alla fase matura in cui non sono più riconoscibili le suggestioni provenienti da Guercino, Lanfranco, Velázquez, che si evincono invece nei ritratti dei primi anni venti, tra i quali l’Autoritratto giovanile e il Ritratto di fanciullo, sempre in collezione Borghese. Il taglio e l’orientamento della figura risultano decisamente innovativi rispetto alle soluzioni precedenti. L’opera del resto, si colloca al livello dei più strepitosi risultati raggiunti da Bernini nella ritrattistica scultorea, come nei coevi busti di Scipione Borghese e di Costanza Bonarelli conservato al Museo del Bargello di Firenze.

 

The painting constitutes, in all probability, the left half of a double Self-portrait with Costanza Bonarelli, documented as already divided at the artist's death. Between about 1620 and 1640, Bernini devoted himself to painting, producing one hundred and fifty works according to Filippo Baldinucci (1682), two hundred if we believe the biography written by his son Domenico (1713). The Self-portrait (used in the old 50,000 lire), belongs to the mature phase in which are no longer recognizable suggestions from Guercino, Lanfranco, Velázquez, which are instead evident in the portraits of the early twenties, including the Youth Self-portrait and the Portrait of a Child, also in the Borghese collection. The cut and the orientation of the figure are decidedly innovative compared to previous solutions. The work, moreover, is at the level of the most amazing results achieved by Bernini in sculptural portraiture, as in the contemporary busts of Scipione Borghese and Costanza Bonarelli conserved in the Bargello Museum in Florence.

Gian Lorenzo Bernini (Naples, December 7, 1598 - Rome, November 28, 1680) - Rape of Proserpine (1621-22) - marble sculpture height cm. 255 (excluding the base) - Galleria Borghese, Rome

 

L'opera raffigura il rapimento di Proserpina per mano di Plutone, dio degli Inferi.

Il mito, presente sia in Claudiano (De raptu Proserpine) sia in Ovidio (Metamorfosi), narra del rapimento della fanciulla sulle rive del lago di Pergusa, nelle vicinanze di Enna. La madre Cerere, dea delle messi, folle di dolore, ridusse alla siccità la terra, costringendo Giove a intercedere presso Plutone per consentire alla giovane di tornare da lei per sei mesi l'anno. Bernini rappresenta il momento culminante dell'azione: il dio fiero e insensibile sta trascinando Proserpina nell'Ade, i muscoli sono tesi nello sforzo di sostenere il corpo che si sta divincolando, tanto che le mani di Plutone affondano nella sua carne.

The work depicts the rape of Proserpina by the hand of Pluto, god of the Underworld.

The myth, present both in Claudiano (De raptu Proserpine) and in Ovidio (Metamorphosis), tells of the kidnapping of the girl on the shores of Lake Pergusa, near Enna. Mother Ceres, goddess of the harvest, mad of pain, reduced the earth to drought, forcing Jupiter to intercede near Pluto to allow the young woman to come back to her for six months a year. Bernini represents the culminating moment of the action: the proud and insensitive god is dragging Proserpina into Hades, the muscles are stretched in an effort to support the body that is wriggling, so that Pluto's hands sink into his flesh.

The San St. Joachim in Prati's Church was built by order of Pope Leo XIII, who wanted in this way to celebrate his priestly jubilee: the first stone was laid in 1881, but the work was undertaken between 1891 and 1898, the year in which the church was opened to the public. He was dedicated to St. Joachim, the father of the Virgin Mary, in memory of the Pope's first name.

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La chiesa San Gioacchino in Prati fu costruita per volere di papa Leone XIII, che intendeva in questo modo celebrare il suo giubileo sacerdotale: la prima pietra fu posta nel 1881, ma i lavori furono intrapresi tra il 1891 e il 1898, anno in cui la chiesa fu aperta al pubblico. Fu dedicata a san Gioacchino, il padre della Vergine Maria, a ricordo del nome di battesimo del papa.

 

Gian Lorenzo Bernini (Naples, December 7, 1598 - Rome, November 28, 1680) - Rape of Proserpine (1621-22) - marble sculpture height cm. 255 (excluding the base) - Galleria Borghese, Rome

 

L'opera raffigura il rapimento di Proserpina per mano di Plutone, dio degli Inferi.

Il mito, presente sia in Claudiano (De raptu Proserpine) sia in Ovidio (Metamorfosi), narra del rapimento della fanciulla sulle rive del lago di Pergusa, nelle vicinanze di Enna. La madre Cerere, dea delle messi, folle di dolore, ridusse alla siccità la terra, costringendo Giove a intercedere presso Plutone per consentire alla giovane di tornare da lei per sei mesi l'anno. Bernini rappresenta il momento culminante dell'azione: il dio fiero e insensibile sta trascinando Proserpina nell'Ade, i muscoli sono tesi nello sforzo di sostenere il corpo che si sta divincolando, tanto che le mani di Plutone affondano nella sua carne.

The work depicts the rape of Proserpina by the hand of Pluto, god of the Underworld.

The myth, present both in Claudiano (De raptu Proserpine) and in Ovidio (Metamorphosis), tells of the kidnapping of the girl on the shores of Lake Pergusa, near Enna. Mother Ceres, goddess of the harvest, mad of pain, reduced the earth to drought, forcing Jupiter to intercede near Pluto to allow the young woman to come back to her for six months a year. Bernini represents the culminating moment of the action: the proud and insensitive god is dragging Proserpina into Hades, the muscles are stretched in an effort to support the body that is wriggling, so that Pluto's hands sink into his flesh.

Gian Lorenzo Bernini (Naples, December 7, 1598 - Rome, November 28, 1680) - portrait of a child (1638) - oil on canvas 33.5 x 28 cm - Galleria Borghese, Rome

 

Il dipinto, proveniente dalla raccolta del principe Chigi, venne acquistato dallo Stato Italiano nel 1919.

 

È un ritratto estremamente importante sia per documentare la poco nota attività pittorica del Bernini sia per l’intera ritrattistica del Seicento. Si tratta di un ritratto familiare, un bambino di circa 12 anni di cui non conosciamo l’identità, eseguito come puro esercizio pittorico in cui l’incarnato vibrante e la folta capigliatura è vicina alla resa delle superfici scolpite dall’artista.

 

It is an extremely important portrait both for documenting the little-known pictorial activity of Bernini and for the entire portraiture of the seventeenth century. It is a family portrait, a child of about 12 years of age whose identity we do not know, executed as a pure pictorial exercise in which the vibrant complexion and thick hair is close to the rendering of the surfaces sculpted by the artist.

à regarder avec un peu de recul . Gian Lorenzo Bernini, dit Le Bernin

Naples, 7 décembre 1598 – Rome, 28 novembre 1680

  

Old Serb Tattoo Club,

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je suis en guest une semaine par mois chez Art Corpus à Paris.

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Vatikan, Petersplatz Piazza San Pietro. Rom/Roma; Italien/Italia

 

The facade has a porch of six columns and two red granite columns with Corinthian capitals: written in the frame commemorates the consecration of the temple in honor of St. Joachim and in honor of the papal jubilee. The penthouse, molded to newsstands, features a large mosaic, the work of Monti, representing "Pope Leo XIII" to the right of an altar on which is displayed the monstrance. Above it is placed another bronze statue, 3 meters high and depicting "St. Jpachin with little Maria," by A.Vermare. Rearmost the front of the aisle, which is also in Romanesque Revival style, adorned with angels in adoration and a cross on top placed on the globe.

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La facciata presenta un portico su sei colonne e due pilastri di granito rosso con capitelli corinzi: la scritta nella cornice ricorda la consacrazione del tempio in onore di S.Gioacchino ed in onore del giubileo papale. L'attico, modanato ad edicole, presenta un grande mosaico, opera del Monti, raffigurante "Papa Leone XIII" alla destra di un altare su cui è esposto l'ostensorio. Al di sopra è posta un'altra statua in bronzo, alta 3 metri e raffigurante "S.Gioacchino con la piccola Maria", opera di A.Vermare. Più arretrata la fronte della navata centrale, anch'essa in stile neoromanico, ornata da angeli in adorazione e da una Croce sulla sommità posta sul globo terracqueo.

 

Antonio Mancini (Rome, 14 November 1852 - Rome, 28 December 1930) - woman at the toilet (1907-8) - oil on canvas 59.5 x 100 cm - Ricci Oddi Modern Art Gallery, Piacenza

 

Gian Lorenzo Bernini (Naples, December 7, 1598 - Rome, November 28, 1680) - Bust of

Scipione Borghese (1632) - Bust a marble 100×82×48 cm - Galleria Borghese, Rome

 

All'età di 56 anni, il cardinale Scipione Borghese commissionò al giovane Bernini il suo busto ritratto. Filippo Baldinucci (1682) racconta che, terminati i lavori, lo scultore notò che un difetto nel blocco di granito aveva provocato una crepa che è ancora visibile sulla testa del cardinale. L'artista ha poi realizzato una copia del busto in quindici notti.

Questo aneddoto costituisce uno dei capisaldi su cui si fonda il mito del virtuosismo berniniano.

A differenza degli artisti che lo hanno preceduto, Bernini ha avuto un rapporto disinvolto con la sua materia, sia nella scelta di non finire le zone scultoree non visibili sia per quanto riguarda la scelta del blocco da scolpire, che non ha selezionato personalmente, perché ha inteso la scultura come manipolazione, abilità e immaginazione.

Il ritratto di Scipione ha segnato un cambiamento stilistico e formale nella produzione del busto del Bernini, a causa della sua disposizione volumetrica più essenziale, della resa psicologica più profonda e della maggiore forza espressiva, che si riferivano all'idea di un modello parlante. Come Rubens e Van Dyck nella ritrattistica del Seicento, Bernini ha inventato il motivo della conversazione con lo spettatore, così che, anche se il cardinale è rappresentato secondo le convenzioni ufficiali, nel ritratto acquista una dimensione intima.

 

When he was 56 years old, Cardinal Scipione Borghese commissioned his portrait bust from the young Bernini. Filippo Baldinucci (1682) tells that, after he had finished the work, the sculptor noticed a flaw in the block of granite had caused a crack that is still visible on the cardinal’s head. The artist then made a copy of the bust in fifteen nights.

This anecdote constitutes one of the cornerstones on which the myth of Bernini’s virtuosity is based.

Unlike the artists who preceded him, Bernini had a nonchalant relationship with his material, both in his decision to not finish the areas of sculptures that were not visible and with regard to the choice of the block to sculp, which he did not select personally, because he understood sculpture as manipulation, ability, and imagination.

The portrait of Scipione marked a stylistic and formal change in Bernini’s bust production, because of its more essential volume disposition, deeper psychological rendering, and greater expressive power, which referred to the idea of a speaking model. Like Rubens and Van Dyck in the portraiture of the seventeenth century, Bernini invented the motif of the conversation with the viewer, so that, even though the cardinal is represented according to the official conventions, in the portrait he acquires an intimate dimension.

Gian Lorenzo Bernini (Naples, December 7, 1598 - Rome, November 28, 1680) - self-portrait in his youth (1623) - oil on canvas 38 x 30 cm - Galleria Borghese, Rome

 

Si tratta di un autoritratto dell’artista all’età di circa 25 anni. Le fattezze del volto sono infatti assai simili a quelle del suo celebre autoritratto in marmo: il volto del David, commissionatogli da Scipione Borghese e ultimato nel 1623. La composizione del dipinto, nonostante l’eleganza dell’immagine, tradisce la preminente attività scultorea dell’artista. Il dipinto, insieme agli atri due della Galleria Borghese, l’Autoritratto in età matura (inv.545) e il Ritratto di fanciullo (inv.555), costituisce un’importante testimonianza dell’attività pittorica dell’artista.

 

This is a self-portrait of the artist at the age of about 25 years. The features of the face are in fact very similar to those of his famous self-portrait in marble: the face of David, commissioned by Scipione Borghese and completed in 1623. The composition of the painting, despite the elegance of the image, betrays the pre-eminent sculptural activity of the artist. The painting, together with the other two in the Borghese Gallery, the Self-portrait at a mature age (inv.545) and the Portrait of a child (inv.555), constitutes an important testimony of the pictorial activity of the artist.

Gian Lorenzo Bernini (Naples, December 7, 1598 - Rome, November 28, 1680) - Rape of Proserpine (1621-22) - marble sculpture height cm. 255 (excluding the base) - Galleria Borghese, Rome

 

L'opera raffigura il rapimento di Proserpina per mano di Plutone, dio degli Inferi.

Il mito, presente sia in Claudiano (De raptu Proserpine) sia in Ovidio (Metamorfosi), narra del rapimento della fanciulla sulle rive del lago di Pergusa, nelle vicinanze di Enna. La madre Cerere, dea delle messi, folle di dolore, ridusse alla siccità la terra, costringendo Giove a intercedere presso Plutone per consentire alla giovane di tornare da lei per sei mesi l'anno. Bernini rappresenta il momento culminante dell'azione: il dio fiero e insensibile sta trascinando Proserpina nell'Ade, i muscoli sono tesi nello sforzo di sostenere il corpo che si sta divincolando, tanto che le mani di Plutone affondano nella sua carne.

The work depicts the rape of Proserpina by the hand of Pluto, god of the Underworld.

The myth, present both in Claudiano (De raptu Proserpine) and in Ovidio (Metamorphosis), tells of the kidnapping of the girl on the shores of Lake Pergusa, near Enna. Mother Ceres, goddess of the harvest, mad of pain, reduced the earth to drought, forcing Jupiter to intercede near Pluto to allow the young woman to come back to her for six months a year. Bernini represents the culminating moment of the action: the proud and insensitive god is dragging Proserpina into Hades, the muscles are stretched in an effort to support the body that is wriggling, so that Pluto's hands sink into his flesh.

Antonio Mancini (Rome, 14 November 1852 - Rome, 28 December 1930) - servant (1885-90) oil on canvas 99 x 60 - Gallery of Modern Art Ricci Oddi - Piacenza

 

La lezione di Manet è evidente nel contrasto tra la figura in nero e il fondo cromaticamente animato.

 

Manet's lesson is evident in the contrast between the figure in black and the chromatically animated background.

Gian Lorenzo Bernini (Naples, 7 December 1598 - Rome, 28 November 1680) - Bust of Pope Innocent X (second version) (1650) - Doria Pamphilj Gallery, Rome

 

si crede che Bernini realizzò una seconda versione nel momento in cui scoprì un'imperfezione nella prima

 

It is believed that Bernini made a second version when he discovered an imperfection in the first.

Gian Lorenzo Bernini (Naples, December 7, 1598 - Rome, November 28, 1680) - Aeneas, Anchises and Ascanius fleeing from burning Troy (1619) - marble sculpture height cm. 220 - Galleria Borghese, Rome

 

Si tratta del primo grande gruppo scultoreo eseguito da Gian Lorenzo Bernini per Scipione Borghese e raffigura Enea, Anchise e Ascanio in fuga da Troia in fiamme. Enea sostiene sulle spalle l’anziano padre, che indossa un cappello frigio e con la mano sinistra porta in salvo, poggiata sulla testa di Enea, la statuetta dei Penati, mentre con la destra si sostiene alla spalla del figlio. Questi regge con entrambe le mani la gamba sinistra di Anchise, creando un elegante intreccio con l’altra gamba paterna, che scende libera davanti al suo busto. Dietro di loro, si affaccia timidamente il piccolo Ascanio, con il fuoco di Vesta in mano. Le tre figure, nude, sono parzialmente avvolte in una pelliccia.

Come per le altre sue opere, anche per questo gruppo Bernini aveva previsto un punto di vista che privilegiava la parte frontale e il lato destro, come testimoniato dalle diverse aree che non sarebbero state visibili da tale posizione e che quindi l’artista lasciò “non finite”

Nel gruppo è raffigurato anche il tema tradizionale delle tre età dell’uomo, reso attraverso la differenziazione delle epidermidi dei protagonisti: la pelle morbida del bambino, quella tesa a rivestire i muscoli dell’adulto e quella rugosa e avvizzita dell’anziano.

 

This is the first large sculptural group made by Gian Lorenzo Bernini for Scipione Borghese and depicts Aeneas, Anchises and Ascanius fleeing from burning Troy. Aeneas supports his elderly father on his shoulders, who is wearing a Phrygian hat and with his left hand carries the statuette of the Penates to safety, resting on Aeneas' head, while with his right hand he supports his son's shoulder. The latter holds Anchises' left leg with both hands, creating an elegant intertwining with the other paternal leg, which descends freely in front of his bust. Behind them, the little Ascanio timidly appears, with the fire of Vesta in his hand. The three figures, naked, are partially wrapped in fur.

As with his other works, Bernini had planned a point of view for this group that favored the front and the right side, as evidenced by the various areas that would not be visible from this position and which the artist therefore left "unfinished"

Also depicted in the group is the traditional theme of the three ages of man, rendered through the differentiation of the epidermis of the protagonists: the soft skin of the child, the taut skin covering the muscles of the adult, and the wrinkled, withered skin of the elderly.

Gian Lorenzo Bernini (Naples, December 7, 1598 - Rome, November 28, 1680) - Aeneas, Anchises and Ascanius fleeing from burning Troy (1619) - marble sculpture height cm. 220 - Galleria Borghese, Rome

 

Si tratta del primo grande gruppo scultoreo eseguito da Gian Lorenzo Bernini per Scipione Borghese e raffigura Enea, Anchise e Ascanio in fuga da Troia in fiamme. Enea sostiene sulle spalle l’anziano padre, che indossa un cappello frigio e con la mano sinistra porta in salvo, poggiata sulla testa di Enea, la statuetta dei Penati, mentre con la destra si sostiene alla spalla del figlio. Questi regge con entrambe le mani la gamba sinistra di Anchise, creando un elegante intreccio con l’altra gamba paterna, che scende libera davanti al suo busto. Dietro di loro, si affaccia timidamente il piccolo Ascanio, con il fuoco di Vesta in mano. Le tre figure, nude, sono parzialmente avvolte in una pelliccia.

Come per le altre sue opere, anche per questo gruppo Bernini aveva previsto un punto di vista che privilegiava la parte frontale e il lato destro, come testimoniato dalle diverse aree che non sarebbero state visibili da tale posizione e che quindi l’artista lasciò “non finite”

Nel gruppo è raffigurato anche il tema tradizionale delle tre età dell’uomo, reso attraverso la differenziazione delle epidermidi dei protagonisti: la pelle morbida del bambino, quella tesa a rivestire i muscoli dell’adulto e quella rugosa e avvizzita dell’anziano.

 

This is the first large sculptural group made by Gian Lorenzo Bernini for Scipione Borghese and depicts Aeneas, Anchises and Ascanius fleeing from burning Troy. Aeneas supports his elderly father on his shoulders, who is wearing a Phrygian hat and with his left hand carries the statuette of the Penates to safety, resting on Aeneas' head, while with his right hand he supports his son's shoulder. The latter holds Anchises' left leg with both hands, creating an elegant intertwining with the other paternal leg, which descends freely in front of his bust. Behind them, the little Ascanio timidly appears, with the fire of Vesta in his hand. The three figures, naked, are partially wrapped in fur.

As with his other works, Bernini had planned a point of view for this group that favored the front and the right side, as evidenced by the various areas that would not be visible from this position and which the artist therefore left "unfinished"

Also depicted in the group is the traditional theme of the three ages of man, rendered through the differentiation of the epidermis of the protagonists: the soft skin of the child, the taut skin covering the muscles of the adult, and the wrinkled, withered skin of the elderly.

Gian Lorenzo Bernini (Naples, December 7, 1598 - Rome, November 28, 1680) - Aeneas, Anchises and Ascanius fleeing from burning Troy (1619) - marble sculpture height cm. 220 - Galleria Borghese, Rome

 

Si tratta del primo grande gruppo scultoreo eseguito da Gian Lorenzo Bernini per Scipione Borghese e raffigura Enea, Anchise e Ascanio in fuga da Troia in fiamme. Enea sostiene sulle spalle l’anziano padre, che indossa un cappello frigio e con la mano sinistra porta in salvo, poggiata sulla testa di Enea, la statuetta dei Penati, mentre con la destra si sostiene alla spalla del figlio. Questi regge con entrambe le mani la gamba sinistra di Anchise, creando un elegante intreccio con l’altra gamba paterna, che scende libera davanti al suo busto. Dietro di loro, si affaccia timidamente il piccolo Ascanio, con il fuoco di Vesta in mano. Le tre figure, nude, sono parzialmente avvolte in una pelliccia.

Come per le altre sue opere, anche per questo gruppo Bernini aveva previsto un punto di vista che privilegiava la parte frontale e il lato destro, come testimoniato dalle diverse aree che non sarebbero state visibili da tale posizione e che quindi l’artista lasciò “non finite”

Nel gruppo è raffigurato anche il tema tradizionale delle tre età dell’uomo, reso attraverso la differenziazione delle epidermidi dei protagonisti: la pelle morbida del bambino, quella tesa a rivestire i muscoli dell’adulto e quella rugosa e avvizzita dell’anziano.

 

This is the first large sculptural group made by Gian Lorenzo Bernini for Scipione Borghese and depicts Aeneas, Anchises and Ascanius fleeing from burning Troy. Aeneas supports his elderly father on his shoulders, who is wearing a Phrygian hat and with his left hand carries the statuette of the Penates to safety, resting on Aeneas' head, while with his right hand he supports his son's shoulder. The latter holds Anchises' left leg with both hands, creating an elegant intertwining with the other paternal leg, which descends freely in front of his bust. Behind them, the little Ascanio timidly appears, with the fire of Vesta in his hand. The three figures, naked, are partially wrapped in fur.

As with his other works, Bernini had planned a point of view for this group that favored the front and the right side, as evidenced by the various areas that would not be visible from this position and which the artist therefore left "unfinished"

Also depicted in the group is the traditional theme of the three ages of man, rendered through the differentiation of the epidermis of the protagonists: the soft skin of the child, the taut skin covering the muscles of the adult, and the wrinkled, withered skin of the elderly.

Roma -- 28 giugno 2009 mostra "Nua" Circolo degli Artisti.

Nedko Solakov, Vitiligo People

 

Da Duchamp a Cattelan

Arte contemporanea sul Palatino

 

Palatino, Roma

28 giugno - 29 ottobre 2017

Aermacchi AT-339A 313° Gruppo ItAF

Rome

28.03.2023

ART CLUB 2000, Move your ass!

 

Da Duchamp a Cattelan

Arte contemporanea sul Palatino

 

Palatino, Roma

28 giugno - 29 ottobre 2017

 

 

🚂 E652 015 Parco degli Acquedotti

 

🔖 Merci di carri auto bisarca vuoti diretti alla Fiat di Piedimonte - Villa Santa Lucia - Acquino, affidato alla trazione della E652 015, in transito al parco degli Acquedotti.

 

📍 Roma

28/01/2012 | 14:02

Scatto con Canon EOS 450D

 

Album: 28 Gennaio 2012: Gita al Parco degli Acquedotti

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#MaiConSalvini Roma 28 febbraio 2015

© 2015 Riccardo Allevi

sit-in di protesta contro la repressione violenta delle manifestazioni pacifiche in Birmania indetto da Amnesty International - Ambasciata di Myanmar

  

Roma 28 settembre 2007

BEATLES ANTHOLOGY REVISITED CD-ROM

28 Hours, 18 episodes - mp3 files on a CD data Disc - playable on computer or DVD players that play mp3 files (which

most do) example - my Sony plays MOVIE or MUSIC settings - so when you pop it in your player, on the screen go to MUSIC

and bingo! CD DATA pops up - click - and all the files show up! If you have an older player - these files will play on your computer.

So what is this? To commemorate the twentieth anniversary of the original Beatles Anthology project comes

The Beatles Anthology Revisited, an 18-episode, 28-hour long audio documentary podcast presenting the Beatles' story

in the Beatles' own words.

John, Paul, George, and Ringo, are joined by George Martin, Brian Epstein, Neil Aspinall, Mal Evans, Pete Best, and

Derek Taylor in the retelling of the history of the Beatles, from its beginnings during the bandmates’ childhoods in World War II,

up until the present day, most recently when Paul and Ringo performed together at the Rock & Roll Hall of Fame in 2015.

At more than twice the running time, hear all the dirty details left out of the original Anthology. Discover the inspiration behind

virtually every original song the Beatles ever released. Listen as the story is told beyond the breakup, exploring the Beatles'

history through the 1970s and after.

Every tour, every album, every film, and every hit single is recounted in painstaking detail by John, Paul, George, and Ringo

and their inner entourage. The Beatles Anthology Revisited is the Beatles' Anthology like you've never heard it before.

 

Roma - 28 luglio 2009. Alessia Filippi: la finale dei 1500 SL

(ANSA) - ROMA, 28 NOV - Il 'Ritratto della Bella Principessa', dipinto su pergamena raffigurante (secondo gli esperti) Bianca Sforza, attribuito al genio di Leonardo da Vinci, sara' esposta per la prima volta in Italia dal 6 dicembre al 18 gennaio a Urbino, nel Salone del Trono di Palazzo Ducale. Di proprieta' del collezionista canadese Peter Silverman, l'opera e' stata analizzata approfonditamente da studiosi quali Martin Kemp e Pascal Cotte, che l'hanno ricondotta all'ambiente leonardesco e in particolare proprio alla mano del maestro.

 

''L'opera e' sicuramente autentica'', ha detto Vittorio Sgarbi, assessore alla rivoluzione e alla cultura del comune di Urbino. Se l'attribuzione rimane incerta, in quanto non ci sono firme e documenti in merito, la bellissima miniatura (33 per 24 centimentri di grandezza) e' nelle stesse condizioni della gran parte di opere esposte nei musei, ha sottolineato il critico, intenzionato a far tornare Urbino, ''citta' ideale e universale, la vera capitale delle Marche e della Rinascenza''. E' solo l'occhio allenato dell'esperto in definitiva, ha spiegato Sgarbi, a poter affermare l'autografia di un capolavoro. Le recenti attribuzioni a Leonardo, ha aggiunto, riguardano opere che hanno molti meno punti in comune con la bottega del maestro rinascimentale rispetto a questa pergamena. Una diffidenza di parte del mondo scientifico (''mentre storici dell'arte come Claudio Strinati e Mina Gregori concordano sull'attribuzione'') che, a detta di Sgarbi, avrebbe determinato una presa di distanza del romano Palazzo Braschi, dove inizialmente avrebbe dovuto svolgersi la mostra (che in seconda battuta sara' a Milano dal 23 aprile al 31 ottobre in concomitanza con l'Expo, in una sede ancora da definire). Le autorita' capitoline, ha detto l'assessore urbinate, prima di inserire l'esposizione tra quelle in calendario del Museo di Roma, volevano sottoporre l'opera al vaglio di una commissione di esperti, fatto che non ha trovato d'accordo Silverman. Il quale ha poi trasferito la Bella Principessa in un caveau di Ginevra, dove e' stata visionata da un team del Centro di Conservazione e Restauro della Venaria Reale di Torino.

 

Saltata l'ipotesi di una mostra nella capitale, Sgarbi e' stato ben felice di poter portare il dipinto ''nel Palazzo Ducale piu' famoso del mondo'', dove sara' ammirato per la prima volta dal vasto pubblico di appassionati d'arte. La splendida miniatura, asportata dal volume del '400 conosciuto come 'La Sforziade' (ora a Varsavia), e' stata eseguita, come si legge nel dossier tecnico dei restauratori della Venaria, ''con pastelli colorati e inchiostro su un foglio di pergamena. Rimossa dal manoscritto, fu collocata per mezzo di un adesivo su un supporto in legno di quercia''. L'opera, nel complesso, ''mostra uno stato di conservazione mediocre'', mentre la datazione al carbonio 14 sarebbe riferibile tra il 1450 e il 1650. ''Squisitamente leonardesca'', ha aggiunto Sgarbi che l'ha visto a Parigi, la Bella Principessa ha in comune con altri capolavori del genio vinciano la postura a medaglia (come nella Belle Ferroniere), la spazialita', il volume, l'incarnato, l'aura che circonda la testa, un'analisi che non lascerebbe dubbi sulla mano che l'ha creata. Del resto, Silverman l'ha acquistata per soli 19.000 dollari dalla vedova del pittore e restauratore Giannino Marchig (che l'aveva attribuita a Ghirlandaio), ma in seguito alle expertise cui l'ha sottoposta in questi ultimi anni (in particolare quella di Kemp), ne ha visto salire vertiginosamente il valore fino a 130 milioni di sterline. Scripta Maneant, l'editrice bolognese organizzatrice dell'evento, e' riuscita pero' a basare i valori assicurativi su una stima piu' contenuta (100 milioni di sterline). L'opera sara' allestita nel Salone del Trono di Palazzo Ducale, protetta dalla cassa in climabox in cui era custodita 'La ragazza con l'orecchino di perla' di Vermeer in occasione della mostra di Bologna. Intorno ci saranno i materiali, le documentazioni sull'opera e sul paesaggio. (ANSA).

 

Tratto da:

www.ansa.it/sito/notizie/cultura/arte/2014/11/28/torna-la...

Marino

Marino conosciuta impropriamente come Marino Laziale, Marini in dialetto marinese) è un comune italiano[4][5] di 40.431 abitanti[6] della provincia di Roma nel Lazio.

 

Situata a sud del capoluogo, sui Colli Albani nell'area dei Castelli Romani, la città è stata per tutto il Medioevo un importante avamposto militare sull'Agro Romano, un frequentato luogo di villeggiatura[7] ed un importante centro commerciale grazie alla sua posizione strategica sulla via corriera tra Roma e Napoli frequentata fino alla riapertura della più rapida via Appia Nuova attorno al 1780.[8]

 

Centro legato soprattutto alla viticoltura, è la patria dell'omonimo vino bianco a denominazione di origine controllata ed il suo nome è legato alla celebre Sagra dell'Uva, la manifestazione più antica in Italia nel suo genere.[9]

Attualmente il territorio comunale di Marino, con i suoi 26.10 km² di estensione, è il sesto comune dei Castelli Romani per vastità dopo Velletri (113.21 km²), Lanuvio (43.91 km²), Rocca di Papa (40.18 km²), Rocca Priora (28.07 km²) e Lariano (27 km²).

Non è chiara l'origine del toponimo "Marino": nel Quattrocento e nel Cinquecento era convinzione diffusa negli eruditi che fosse legato ad un'ipotetica villa romana appartenuta a Gaio Mario che sarebbe sorta nel sito dell'attuale centro storico (ed in effetti rinvenimenti archeologici compatibili con una villa di età romana furono fatti nell'Ottocento nel quartiere Borgo Garibaldi):[33] tra gli altri anche papa Pio II, in un passo dei "Commentarii" riguardante il suo "tour" dei Colli Albani del 1462, avvalorò questa tesi.[34] Altre ipotesi sono una derivazione da "Marianum" nel senso di luogo consacrato alla Madonna (ed il santuario di Santa Maria dell'Acquasanta ha origini piuttosto antiche, databili attorno al VI secolo)[35] o ad un "Maranum", collegato con la "marana" o fosso della Patatona, o ancora al nome di un antichissimo feudatario Marino o Marina di cui si è perso ad oggi il ricordo.

 

Non è chiaro neppure quando questa denominazione sia apparsa per la prima volta nella storia, poiché si tende ad escludere le menzioni sospette di interpolazione[36] del "Liber Pontificalis",[37] datata all'epoca dell'impero di Costantino I (306-337) coincidente con il pontificato di papa Silvestro I (314-335), e del "Chronicon Sublacense", datata al 1090.[36][38] Il primo documento certo in cui viene menzionato Marino diventerebbe cosi un atto notarile del 1114, rogato da un certo "Tedemarius abitatoris in castri qui vocatur Mareni" ("Tedemario abitante nel castello che [è] chiamato Marino").[36]

Alcune modificazioni del territorio marinese furono apportate già sotto il dominio della famiglia Colonna: nel 1453 infatti insorse una controversia per i confini con i territori dell'abbazia di Santa Maria di Grottaferrata,[11] risolta definitivamente solo nel Seicento con la rinuncia di ogni pretesa marinese sulla località Castel de' Paolis, che fin dall'XI secolo apparteneva all'abbazia criptense benché fosse situata in territorio marinese.[12] Nel 1399, durante un breve periodo di dominio diretto ecclesiastico su Marino sotto il pontificato di papa Bonifacio IX, alla castellanìa marinese fu aggregata anche la castellanìa di Genzano di Roma, che all'epoca includeva anche il desolato territorio di Ariccia:[13] un'altra effimera espansione territoriale del territorio marinese si registrò nel periodo dell'occupazione napoleonica (1807-1814), quando Grottaferrata fu aggregata al cantone di Marino.[14]

 

Nel 1833 invece il territorio marinese ammontava a 1932 rubbia,[15] cioè 35.71 km² (calcolando 1.848438 ettari come superficie corrispondente ad 1 rubbio)[16], dato che includeva anche l'attuale territorio di Ciampino, resosi autonomo nel 1974.[17] Un ulteriore diminuzione del territorio comunale ci fu tra il 1993 ed il 1994 nel periodo di esistenza dell'effimero comune autonomo di Boville: il riaccorpamento di questo comune, composto dalle frazioni di Castelluccia, Cava dei Selci, Due Santi, Fontana Sala, Frattocchie e Santa Maria delle Mole, fu stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza n° 433 del 6 settembre 1995, poiché:[18]

« [...] Una cosa infatti sarebbe l'erezione a Comune autonomo di una frazione (non piccola ma neppure enorme) di un Comune che resta comunque più grande, come nel caso ora all'esame della Corte, altra cosa sarebbe invece l'erezione a Comune autonomo di una larghissima parte del territorio di un Comune preesistente, come avvenne nel caso di Marino. In quel caso, sarebbe stato assurdo non consultare tutta la popolazione di Marino, proprio perché Marino, dopo la scissione di Boville, sarebbe diventato altro da quel che era. [...] »

 

Il territorio marinese, come quello dell'intera area dei Colli Albani, è stato soggetto tra i 600.000 ed i 20.000 anni fa circa[19] all'attività del Vulcano Laziale. Il suolo è dunque composto in massima parte di materiale vulcanico, ed abbondano minerali caratteristici come il peperino, la cui estrazione è stata fino agli anni sessanta caratteristica di Marino,[20][21] ed in misura minore la pietra sperone del Tuscolo ed il tufo, localizzati con più frequenza dell'area tuscolano-artemisia.

 

Secondo la Carta Geologica d'Italia redatta dal Servizio Geologico d'Italia[22] la maggior parte del territorio di Marino è geologicamente composta da "brecce piroclastiche d'esplosione, con lapilli, proiettili leucocrati, ultrafemici, pirosseniti biotitiche, xenoliti di lave leucitiche e del substrato (argille pliocalabriane, marne e arenarie paleogeniche, calcari mesozoici marmorei per metamorfismo), facies cineritiche superiormente straterellate, in strati e banchi più o meno consolidati, rapidamente assottigliati allontanandosi dai centri d'emissione",[22] ovvero in una parola da peperino formato dalle lave consolidate emesse dal cratere vulcanico del lago Albano.[22]

 

Santa Maria delle Mole, Fontana Sala e la località Tor Messer Paoli si trovano invece su banchi di lave in grande colata, in questo caso soprastante a leucite tefritica e nefelinica.[22] Il rione Coste nel centro di Marino e la località Santa Fumia, posta ai confini meridionali del comune con Castel Gandolfo e Roma, si trovano invece su un suolo fatto di lava in ammassi.[22] Monte Crescenzo, infine, si presenta caratteristicamente composto da "saldame lavico, scorie, agglomerati e lapilli stratificati", materiale caratteristico di una bocca eruttiva eccentrica.[22] La località Pantanelle, ai confini settentrionali con Grottaferrata e Ciampino, è invece composta da materiale alluvionale, probabilmente trasportato dal fosso della Patatona

Nel territorio marinese i primi insediamenti umani attestati risalgono al I millennio a.C., nel periodo laziale II A (900 a.C. - 830 a.C.). Risalgono invece al periodo laziale III (770 a.C. - 730 a.C.) i primi reperti rinvenuti nella necropoli di Riserva Del Truglio, che ha però il suo massimo sviluppo durante il periodo laziale IV A (730 a.C. - 640 a.C.)[39]: a questo periodo risalgono circa una trentina di tombe rinvenute nel territorio marinese, che compongono una delle più importanti concentramenti di tombe dei Colli Albani. È stato anche rinvenuto, presso la stazione ferroviaria di Marino in località Cave di Peperino, il fondale di una capanna risalente a questo periodo, che rappresenta uno dei rari esempi di questo genere nel Lazio.[40]

 

In età storica pre-romana, diversi abitati sorsero nel territorio marinese:

 

Mugillae, abitato latino ubicato in prossimità della frazione di Santa Maria delle Mole, fu rasa al suolo nel 490 a.C. dai Volsci guidati da Gneo Marcio Coriolano.[41]

 

Bovillae, città latina la cui ubicazione è collocata discutibilmente tra la località Colle Licia e la frazione di Frattocchie; fu rifugio degli abitanti sfollati da Alba Longa dopo la sua distruzione nel 658 a.C., e luogo di origine della Gens Iulia, tanto che l'imperatore Tiberio Claudio Nerone nel 14 istituì i Sodales Augustales in città facendo erigere il grande circo ed il teatro.[42]

 

Locus Ferentinus, foro della città latina di Alba Longa, capitale della Lega Latina, era anche il luogo delle adunate periodiche dei rappresentanti delle trentasei città confederate; l'ipotesi più accreditata[43] è che questo luogo sorgesse in località Prato della Corte, ovvero fuori dall'ipotetica area urbana di Alba Longa e in prossimità del leggendario Caput Aquae Ferentinum: tuttavia di recente si è optato per ipotizzare l'ubicazione del Locus presso la frazione Cecchina di Albano Laziale.[44]

 

In età romana, probabilmente con scopi militari, venne fondato l'insediamento fortificato di Castrimoenium, ubicato molto probabilmente nell'attuale sito del centro storico, precisamente nel rione Castelletto. Da Castrimoenium partiva l'Aqua Taepula, un acquedotto che assicurava alcune migliaia di metri cubi di rifornimento d'acqua alla città di Roma. Nel 1962 è stato rinvenuto, presso la stazione ferroviaria di Marino, il mitreo di Marino, uno dei mitrei meglio conservati del mondo, nonché uno dei due dipinti a muro presenti in Italia.[45]

 

Già prima della caduta dell'Impero romano d'Occidente (476) Bovillae era in avanzato stato di decadenza, come dimostra l'assenza di fonti scritte o documentarie riguardanti il municipium posteriori al I secolo: benché la zona sia stata teatro di alcuni rinvenimenti paleocristiani (un oratorio i cui resti frammentarii furono rinvenuti nel Settecento presso Frattocchie[46][47][48] ed una catacomba rinvenuta a Due Santi sempre nel Settecento, di cui oggi si è persa l'ubicazione),[47][48] il progressivo abbandono della via Appia Antica seguito al VI secolo e le frequenti incursioni piratesche dei Saraceni del IX e X secolo favorirono la nascita di nuovi insediamenti più a monte, come appunto Marino.

 

Comunque a partire dall'VIII secolo la Chiesa cattolica decise di prendere in mano il governo temporale del Lazio e, al fine di garantire l'approvvigionamento agricolo ed il controllo del territorio, istituì diversi patrimonia e domuscultae formati da massae e fundi agricoli più o meno sparsi. Nel territorio marinese si trovavano alcuni fondi distaccati appartenenti al patrimonium Appiae[49] ed alle massae Marulis, il cui centro era situato probabilmente a Grottaferrata presso il XII miglio della via Latina,[49] e Sulpiciana, che si estendeva lungo la via Nettunense da Frattocchie a Castel Savello presso Albano Laziale e che fu fondata da papa Adriano I.

Si ipotizza che il territorio marinese nell'XI secolo fosse entrato nell'orbita dei Conti di Tuscolo,[53][54] la potente famiglia baronale romana che aveva la propria roccaforte presso la vicina Tusculum e che esercitò il proprio strapotere su Roma tra il 999 ed il 1179 attraverso il "papato di famiglia".[55] Furono probabilmente i Conti di Tuscolo a fortificare per primi l'altura del centro di Marino,[56] così come fecero in altri centri dei Colli Albani. La prima citazione del castello comunque risalirebbe al 1090,[36] a proposito della sua concessione fatta da Agapito dei Conti di Tuscolo in dote alla figlia sposa di Oddone Frangipane, assieme ai castelli di Rocca di Papa e Monte Compatri: tuttavia questa informazione potrebbe essere un'interpolazione successiva, fatta aggiungere per dare un fondamento legale ad una probabile usurpazione del feudo esercitata dalla famiglia di nuova nobiltà dei Frangipane,[36] che ad ogni modo nel XIII secolo esercitava pienamente il governo di Marino.

 

Nel 1237 la feudataria Giacoma de Settesoli, vedova di Graziano Frangipane nonché amica di san Francesco d'Assisi ed ispiratrice del Terzo Ordine Regolare di San Francesco, concesse alla Comnunità marinese i suoi primi statuti.[57] I Frangipane rimasero a Marino fino alla morte del figlio di lei Giovanni Frangipane, che per disposizione testamentarie nel 1253 ordinò una spartizione dei suoi beni tra l'abbazia di San Saba all'Aventino a Roma e l'abbazia di Santa Maria di Grottaferrata: una quota spettò anche ai poveri di Marino.[57] Dopo una breve usurpazione del feudo ad opera dei Conti di Poli,[58] nel 1266 il cardinale Matteo Rubeo Orsini acquistò Marino "et turrim cum ipsius tenimento suo" per 13.000 provisini.[58][59]

 

Sotto il dominio degli Orsini il castello fu assediato nel 1267 dal "senator" ghibellino Arrigo di Castiglia[60][61] e nel 1347 dal "tribuno del popolo" Cola di Rienzo,[62][63] entrambe le volte senza successo. Con l'inizio dello Scisma d'Occidente (1378-1417) papa Urbano VI e l'antipapa Clemente VII misero in campo due eserciti formati da mercenari, che si affrontarono in uno scontro decisivo nella battaglia di Marino (30 aprile 1379), al termine della quale la vittoria arrise ai mercenari papalini comandati da Alberico da Barbiano

 

In seguito alla battaglia di Marino il feudatario del castello, Giordano Orsini, seguace dell'antipapa, ne fu scacciato da suo figlio Giacomo, che mantenne il controllo del feudo fino al 1385, quando fu a sua volta scacciato dal legittimo erede del castello, il cugino Onorato Caetani.[63] Durante tutto il periodo dello Scisma d'Occidente Marino fu oggetto di repentine conquiste e riconquiste da parte di vari personaggi: in particolare tra il 1399 ed il 1405 appartenne direttamente alla Camera Apostolica,[63] dal 1408 al 1414 fu occupata da Ladislao I di Napoli che la concesse a Giordano e Niccolò Colonna, quindi tornò ai Caetani che infine nel 1419 la vendettero ai Colonna per 12.000 fiorini.[65]

 

I Colonna utilizzarono il castello di Marino molto frequentemente come base militare, coinvolgendolo in numerosi eventi bellici: tra il 1433 ed il 1436 nella guerra tra papa Eugenio IV ed alcune famiglie baronali romane,[65] terminata con la traumatica distruzione di Palestrina e l'esilio dei Colonna nel Regno di Napoli;[66] nel 1482 e nel 1484-1486 nella guerra tra papa Sisto IV, e poi papa Innocenzo VIII, e Ferdinando I di Napoli,[65] condotta in maniera feroce ma risoltasi nello status quo ante bellum; nel 1494-1495 nelle tensioni legate alla discesa in Italia di Carlo VIII di Francia, in cui i Colonna si schierarono contro i francesi, appoggiati invece da papa Alessandro VI: la tensione con questo papa si risolse con la distruzione di Marino decretata con l'assenso del papa l'8 luglio 1501.[65] Questo evento luttuoso chiude, secondo lo storico ed archeologo novecentesco Giuseppe Tomassetti, la storia medioevale di Marino.

Papa Alessandro VI, con il Breve apostolico "Coelestis altitudinis potentiae" del 1º ottobre 1501 donò il feudo di Marino assieme ad altri trentasei feudi laziali sequestrati ai Colonna ed ai Savelli al nipote Giovanni,[69][70] probabilmente figlio illegittimo della figlia del papa Lucrezia Borgia e di uno dei suoi amanti, tale Pedro Calderon: tuttavia a causa della minore età del soggetto la cura dei suoi feudi venne affidata al cardinale arcivescovo di Cosenza Francesco Borgia.[71] Tuttavia alla morte di Alessandro VI, già nel 1503, Fabrizio I Colonna poté rientrare in possesso del castello.[70]

 

Marino subì nuovi eventi bellici nel 1526, quando fu rasa al suolo per ordine di papa Clemente VII assieme ai feudi colonnesi di Zagarolo, Gallicano, Artena, Subiaco e Cave,[70][72] evento in seguito al quale i Colonna pensarono bene di ricambiare il papa appoggiando l'esercito di Carlo V del Sacro Romano Impero nel terribile sacco di Roma del 1527.[73] Successivamente, i Colonna combatterono ancora nel 1539 (la "guerra del sale") contro papa Paolo III[70] e nel 1556-1559 contro papa Paolo IV,[70] prima che Marcantonio II Colonna avesse siglato un solenne giuramento di fedeltà a papa Giulio III nel 1550,[70] dopo il quale cessarono le piccole guerre intestine tra papato e baroni romani.

 

Sotto il dominio di Marcantonio II Colonna, che fu ammiraglio pontificio vittorioso nella battaglia di Lepanto del 1571, ci furono importanti rinnovamenti sociali ed urbanistici a Marino: nel 1564 comparve per la prima volta il sigillo della Comunità marinese, raffigurante un cavaliere portatore di un vessillo (che sostanzialmente è rimasto inalterato nei secoli);[74] molto simile all'attuale stemma di Marino,[75] nel 1566 vennero emanati i nuovi statuti,[70] e nel 1572 i "Bandi, provisioni et ordinationi" sul gioco d'azzardo, sulla bestemmia e sulla rissa;[70] venne completato per un quarto palazzo Colonna,[74] il cui progetto era stato commissionato già dal padre di Marcantonio Ascanio I Colonna ad Antonio da Sangallo il Giovane.[76]

 

A Marcantonio II Colonna successe il cardinale Ascanio II Colonna, che di distinse per un governo non particolarmente popolare tanto che nel 1599 i marinesi si ribellarono al suo governo:[74] nel 1606 tuttavia papa Paolo V elevò il feudo di Marino a Ducato in suo favore, con diritto di trasmissione ai suoi eredi.[74]

 

La tradizione vuole che nel 1618 i marinesi radunati in un'assemblea pubblica elessero come nuovo santo patrono del paese san Barnaba apostolo, iniziando così a celebrare la festa patronale di San Barnaba l'11 giugno.[77] Il Seicento fu anche un periodo di grande attività urbanistica: attorno al 1636 venne costruita la chiesa della Santissima Trinità,[78] nel 1640-1662 la basilica di San Barnaba,[79] in seguito alla consacrazione della quale furono sconsacrate le due vecchie parrocchiali di Santa Lucia e di San Giovanni,[51] fu aperto Corso Trieste (all'epoca chiamato "Strada Larga") e nel 1632 Pompeo Castiglia, su progetto dell'architetto Sergio Venturi, realizzò la fontana dei Quattro Mori.[80]

 

Nel 1656 Marino fu colpita duramente dalla peste, che decimò più della meta della popolazione.[74] Gli ultimi statuti marinesi furono redatti nel 1675 ed approvati nel 1677 da Lorenzo Onofrio I Colonna:[81] lo stesso fece costruire il convento del Santissimo Rosario, completato nel 1712 in rococò.[82]

 

L'evento più importante del Settecento per Marino fu, in negativo, la riapertura della via Appia Nuova promossa da papa Pio VI tra il 1777[83] ed il 1780:[8] il ripristino di questa rapida alternativa alla più lunga via corriera per Napoli passante per Marino, il convento di Santa Maria ad Nives di Palazzolo e Velletri fece decadere Marino come luogo di scambi commerciali e di sosta e d'altra parte fece la fortuna dei centri posti sulla direttrice Appia come Albano Laziale e Genzano di Roma.

 

Dopo la proclamazione della Repubblica Romana (1798-1799) (15 febbraio 1798) varie località dei Colli Albani si auto-proclamarono "repubbliche sorelle": il 18 febbraio Albano, Frascati e Velletri,[84] Marino solo ai primi di marzo.[85] Tuttavia quando già il 20 febbraio gli abitanti di Trastevere insorsero contro i francesi, gli albanensi ed i velletrani si schierarono prontamente con la reazione, inviando un esercito di qualche migliaio di individui contro Roma: d'altra parte, marinesi e frascatani rimasero fedeli alla rivoluzione. La battaglia tra francesi e reazionari si svolse presso Frattocchie il 28 febbraio 1798, vinsero i francesi comandati da Gioacchino Murat che saccheggiarono Castel Gandolfo ed Albano.[86] Jean Étienne Championnet, comandante francese a Roma, si complimentò con i marinesi per la fedeltà dimostrata:[85] però fu proprio questa la causa del saccheggio dell'esercito "di liberazione" sanfedista napoletano che scacciò i francesi già nel 1799.

Con il ritorno dei francesi di Napoleone Bonaparte nello Stato Pontificio e l'annessione del Lazio al primo Impero francese nel 1807 Marino fu dichiarata sede di cantone e le fu aggregato il territorio di Grottaferrata: tale situazione durò fino al ritorno di papa Pio VII a Roma nel 1814. Per riorganizzare la divisione dei territori pontifici e l'amministrazione pubblica, Pio VII nel 1816 emanò il motu proprio "Quando per ammirabile disposizione",[87] in forza del quale i feudatari che avessero voluto mantenere i diritti feudali furono scoraggiati a tal punto che la maggior parte di essi rinunciò, come nel caso di Filippo III Colonna. Si concluse dunque il dominio colonnese sul paese, anche se la famiglia Colonna rimase proprietaria di tutti i suoi immobili marinesi, che svendette lentamente nel corso di un secolo: solo nel 1916 infatti Isabella e Vittoria Colonna concessero in enfiteusi perpetua al Comune di Marino le ultime proprietà di famiglia nel territorio marinese, il palazzo ed il Barco Colonna.[88]

 

Papa Gregorio XVI (1831-1846) fu molto legato a Marino, che beneficò particolarmente con il ripristino del locale Governo nel 1831,[89][90] l'elevazione a Città nel 1835, l'apertura del collegio dei padri dottrinari e la realizzazione del cosiddetto "ponte Gregoriano", ovvero l'accesso alla città da Castel Gandolfo lungo la strada statale 216 via Maremmana III. Dopo la presa di Porta Pia (20 settembre 1870) e l'annessione del Lazio al Regno d'Italia, a Marino si contraddistinse subito un consiglio comunale a maggioranza repubblicana ed anticlericale. Venne costruita la nuova residenza municipale, oggi chiamata palazzo Matteotti, e nel 1880 si iniziarono i lavori per un collegamento ferroviaria con l'allora frazione di Ciampino, già collegata con Roma dal 1856 tramite la ferrovia Roma-Frascati: la ferrovia Roma-Albano fu completata nel 1889.

 

Negli ultimi anni dell'Ottocento iniziò anche ai Castelli Romani la lotta dei contadini contro lo sfruttamento semi-feudali dei proprietari terrieri, meno intensa rispetto a quanto avveniva nell'Italia settentrionale ma sicuramente più forte rispetto all'accettazione passiva dello sfruttamento presente nell'Italia meridionale.[91] La prima occupazione di terre svoltasi a Marino fu nel 1898,[92] e nel 1902 si costituì una lega di resistenza contadina marinese.[92] La protesta nel 1910 si estese dal mondo contadino fino agli scalpellini delle cave di peperino,[93] realtà peculiare del territorio marinese. Nuove occupazioni di terre si svolsero nel 1917 a danno delle proprietà delle famiglie Colonna e Grazioli affittate al sindaco popolare Luigi Capri Cruciani, dando origini ad un'annosa questione giuridica.[94] Il "biennio rosso" si aprì per Marino nel segno di una forte inimicizia tra contadini e grandi proprietari:[95] ci furono invasioni dei reduci della prima guerra mondiale nelle località Casa Bianca, Sant'Antonio e Castelluccia, mentre la cooperativa "Colli Parioli" iniziò la costruzione di una "città giardino" a Ciampino per ospitare 221 famiglie di ex-combattenti.[96] Le contrapposizioni politiche sempre più turbinose crearono anche incidenti di ordine pubbliche e morti.

 

Il fascismo ebbe difficoltà ad insediarsi ai Castelli Romani,[97] e spesso dovette valersi di personaggi "riciclati" dai partiti socialista, popolare o repubblicano: i primi squadristi fecero capolino ai Castelli il 27 aprile 1921 con un "tour" di propaganda squadrista che toccò Frascati, Marino ed Albano Laziale,[98] trovando inizialmente un ambiente fortemente ostile.[99] Dopo la marcia su Roma (28 ottobre 1922) i fascisti presero baldanza ed iniziarono progressivamente ad assaltare municipi, università agrarie e singoli inidividui anti-fascisti nel tentativo di controllare le amministrazioni locali. Nel caso di Marino non occorse la violenza, perché la maggioranza repubblicana confluì nel gagliardetto fascista già nel 1923[100] (come successe anche ad Ariccia[101] e con i popolari a Monte Porzio Catone e Castel Gandolfo[102] ed i nazionalisti a Rocca Priora).[103] Il regime fascista si presentò a Marino con personaggi meno violenti che altrove ma non per questo più presentabili: generalmente provenienti da altre formazioni politiche (come Luigi Capri Cruciani, che diventò deputatoe poi senatore)[104] o addirittura da altre ideologie (come Ugo Colizza, ex-anarchico ed ex-repubblicano, iscritto fra i sovversivi al casellario politico centrale fino al 1929[105] e poi podestà).[106] La credibilità del regime andò progressivamente scemando ed entrò in crisi alla vigilia della seconda guerra mondiale, nel 1939-1940, quando le segnalazioni degli informatori della polizia riferivano di diffusi discorsi anti-fascisti, scarsa partecipazione alle iniziative dei fasci locali e disaffezione verso il regime.[107]

 

Se a partire dal 1904 si iniziarono a celebrare le "feste Castromenie" (dedicate al municipium romano di Castrimoenium),[108] fu nel 1925 che il poeta di origini marinesi Leone Ciprelli pensò di inventare la Sagra dell'Uva,[108] primo evento del genere in Italia, caratterizzato soprattutto dal "miracolo" delle fontane che danno vino. Nel 1909 l'abate parroco della basilica di San Barnaba, Guglielmo Grassi, promosse la fondazione della Banca di Credito Cooperativo San Barnaba:[109] negli anni successivi fino alla sua morte, avvenuta nel 1954, monsignor Grassi promosse anche la fondazione dell'Oratorio Parrocchiale San Barnaba e l'avvio di una proficua attività teatrale.

Durante la seconda guerra mondiale, il territorio marinese venne colpito per la prima volta dai bombardamenti aerei anglo-americani il 19 luglio 1943,[110] con il bombardamento della frazione di Ciampino, importante obiettivo militare per la presenza dello snodo ferroviario e dell'aeroporto di Roma-Ciampino. L'8 settembre, poche ore prima che il maresciallo Pietro Badoglio annunciasse la firma dell'armistizio di Cassibile, alcuni aerei anglo-americani impegnati nel tragico bombardamento di Frascati colpirono la località di Squarciarelli in comune di Grottaferrata tagliando un ramo dell'acquedotto che riforniva il centro di Marino, oltre alla comunicazioni tranviarie intercastellari.[111] Dopo lo sbarco di ingenti forze anglo-americane sul litorale laziale ad Anzio nella notte tra il 22 ed il 23 gennaio 1944,[112] si intensificarono gli episodi bellici ai Castelli Romani: mercoledì 2 febbraio 1944 alle ore 12.30 circa alcuni bombardieri North American B-25 Mitchell della quindicesima United States Army Air Forces dal tonnellaggio di 1360 chilogrammi di bombe ciascuno, bombardarono il centro di Marino:[113]

« Mercoledì 2 febbraio. Tutto è tranquillo, sereno. La gente si avvia verso casa per il pranzo. In chiesa è appena terminata la solenne funzione della Candelora. Alcune donne indugiano tranquille nei negozi per le spese giornaliere.

 

Le dodici e trenta: rombo di motori. Allarme. Ma pochi si avviano ai ricoveri; i più stanno a guardare, come il solito: ne son passate tante di formazioni, specie negli ultimi giorni! Queste... dove andranno a seminare la morte?... Ecco, una formazione è passata. Se ne sente arrivare una seconda; passerà anche questa come le altre. Un improvviso boato rompe bruscamente ogni illusione. (Era il crollo di Palazzo Colonna, colpito da grosse bombe a catena). Si corre ai ricoveri. Tardi! Una pioggia di bombe sopraggiunge, preannunciata da sibili laceranti. E poi un'altra e un'altra ancora. Il paese è sepolto nel fumo e nella polvere dei calcinacci: non si vede a un metro di distanza. Grida. Gemiti. Pianti. Macerie. Rinuncio a descrivere. Chi ha vissuto quei momenti sa; chi non li ha vissuti... non può capire. »

 

I bombardamenti si susseguirono nei giorni successivi: con l'avvicinarsi della linea di fronte a Marino, il prefetto di Roma consegnò al commissario prefettizio l'ordine di sgombero della città: questi a sua volta rimise ogni decisione in mano a Zaccaria Negroni, in quel periodo a capo del locale Comitato di Liberazione Nazionale, il quale per evitare la deportazione degli abitanti in qualche campo profughi e il saccheggio delle case abbandonate (come avvenuto ad esempio nella vicina Lanuvio)[114] si rifiutò di far eseguire l'ordine di sfollamento.[115] La città fu occupata dagli anglo-americani nella notte tra il 3 ed il 4 giugno 1944, difesa solo da piccoli manipoli di soldati tedeschi.[116]

Dal secondo dopoguerra al nuovo millennio

 

Al sindaco pro tempore Zaccaria Negroni, nominato dagli anglo-americani, si presentava un panorama desolante: il 10% degli edifici del territorio era crollato,[115] l'acquedotto estremamente ridotto, la frazione di Ciampino praticamente rasa al suolo, la residenza municipale di palazzo Colonna quasi completamente distrutta assieme a quello che era diventato un po' simbolo cittadino, la fontana dei Quattro Mori, la basilica di San Barnaba distrutta, o collegamento ferroviario e tranviario tagliati. L'opera per la ricostruzione fu immediatamente portata avanti, anche se il piano per la ricostruzione venne approvato tra il 1953 ed il 1954, con diversi interventi importanti: la classificazione come strada comunale di viale della Repubblica a Santa Maria delle Mole, che spianò la strada allo sviluppo urbanistico della frazione,[117] la realizzazione dell'illuminazione pubblica a Ciampino,[118] la fondazione del quartiere Vascarelle,[119] il potenziamento dell'acquedotto.[120]

 

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

- d'anonimo;

- Raccolta Foto de Alvariis

Roma - 28 luglio 2009. Alessia Filippi: la finale dei 1500 SL

Anonimo;

Triumvirato Repubblica Romana (1849)

La Repubblica Romana del 1849 (nota anche con la denominazione di Seconda Repubblica Romana, per non confonderla con quella di epoca napoleonica) fu uno stato repubblicano sorto in Italia durante il Risorgimento a seguito di una rivolta interna che nei territori dello Stato Pontificio estromise Papa Pio IX dai suoi poteri temporali. Fu governata da un triumvirato composto da Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini ed Aurelio Saffi.

 

La piccola repubblica, nata nel febbraio 1849 a seguito dei grandi moti del 1848, che coinvolsero tutta Europa, ebbe come quest'ultimi vita breve (5 mesi, dal 9 febbraio al 4 luglio) a causa dell'intervento militare della Francia di Napoleone III, che per convenienza politica ristabilì l'ordinamento pontificio, in deroga ad un articolo della costituzione francese. Tuttavia quella della repubblica romana fu un'esperienza significativa nella storia dell'unificazione italiana (che rappresentava l'obiettivo della Repubblica), vide l'incontro e il confronto di molte figure di primo piano del Risorgimento accorse da tutta la Penisola, fra cui Giuseppe Garibaldi e Goffredo Mameli. In quei pochi mesi Roma passò dalla condizione di stato tra i più arretrati d'Europa a banco di prova di nuove idee democratiche, ispirate principalmente al mazzinianesimo, fondando la sua vita politica e civile su principi (quali, in primis, il suffragio universale maschile; il suffragio femminile in realtà non era vietato dalla Costituzione, ma le donne ne restarono escluse per consuetudine[1]; l'abolizione della pena di morte e la libertà di culto), che sarebbero diventate realtà in Europa solo un secolo dopo.

Moti rivoluzionari e costituzioni

 

Le vicende che portarono alla proclamazione della Repubblica Romana ebbero inizio nel gennaio 1848, quando giunse notizia dell'insurrezione di Palermo contro i Borboni di Napoli, insurrezione scoppiata il 12. Seguì una rivoluzione a Napoli, il 27, che costrinse, due giorni dopo, Ferdinando II a promettere la Costituzione, promulgata l'11 febbraio. Lo stesso 11 febbraio Leopoldo II di Toscana, cugino primo dell'imperatore in carica Ferdinando I d'Austria, concesse la Costituzione, nella generale approvazione dei suoi sudditi.

 

Dopodiché gli eventi si susseguirono incalzanti: il 22-24 febbraio la rivoluzione a Parigi si trasformò nell'instaurazione della Seconda Repubblica; il 4 marzo Carlo Alberto concesse ai suoi sudditi lo Statuto Albertino; il 14 marzo Pio IX concesse lo statuto; il 13 marzo ci fu un'insurrezione a Vienna che portò alla caduta di Metternich; il 17 marzo una grande manifestazione popolare a Venezia impose al governatore la liberazione dei detenuti politici, fra cui Daniele Manin; infine il 18 marzo iniziarono le cinque giornate di Milano.

Le fasi iniziali della prima guerra di indipendenza

 

La notizia delle cinque giornate di Milano causò un vero e proprio sconvolgimento politico nell'intera penisola italiana: il 21 marzo Leopoldo II di Toscana, dichiarò guerra all'Impero Austriaco ed inviò l'esercito al comando del generale Cesare De Laugier verso il Quadrilatero, mentre due giorni dopo Carlo Alberto passò il Ticino e si mise in marcia verso Verona.

 

Il 24 marzo Pio IX permise la partenza da Roma per Ferrara di un Corpo d'Operazione al comando del generale Giovanni Durando. Si trattava di un ben completo corpo di spedizione, in assetto da campagna, per un totale di 7 500 soldati e più di 3 000 volontari; seguiti, due giorni dopo, da un corpo di volontari, la Legione dei Volontari Pontifici, formato da uomini, circa 7 000[2], provenienti dal centro Italia, affidato al generale Andrea Ferrari. Una forza tutt'altro che trascurabile, se si considera che l'esercito di Carlo Alberto ne contava circa 30 000. E ad essi andavano aggiunti i 7 000 toscani e, quando fossero giunti, i 16 000 napoletani.

Pio IX cambia fronte

 

Nel frattempo, Pio IX aveva cominciato a sconfessare gli entusiasmi patriottici dei mesi precedenti. Con l'Allocuzione al concistoro del 29 aprile 1848 condannò la guerra all'Austria:

« ai nostri soldati mandati al confine pontificio raccomandammo soltanto di difendere l'integrità e la sicurezza dello Stato della Chiesa. Ma se a quel punto alcuni desideravano che noi assieme con altri popoli e principi d'Italia prendessimo parte alla guerra contro gli Austriaci... ciò è lontano dalle Nostre intenzioni e consigli. »

 

Concludeva invitando gli italiani a

« restare attaccati fermamente ai loro principi, di cui sperimentarono già la benevolenza e non si lascino mai staccare dalla debita osservanza verso di loro. »

 

Egli si trovava, infatti, nell'insostenibile imbarazzo di combattere una grande potenza cattolica:

« abbiamo saputo altresì che alcuni nemici della religione cattolica hanno colto da ciò occasione per infiammare gli animi dei tedeschi alla vendetta e staccarli dalla Santa Sede … I popoli tedeschi pertanto non dovrebbero nutrire sdegno verso di Noi se non ci fu possibile frenare l'ardore di quei nostri sudditi che applaudirono agli avvenimenti antiaustriaci dell'Italia settentrionale … altri sovrani europei, che dispongono di eserciti più potenti del nostro non hanno potuto di recente frenare l'agitazione dei loro popoli. »

 

Pio IX aveva l'impressione di stare combattendo una guerra la cui vittoria avrebbe beneficiato solo il Regno di Sardegna.

La guerra dell'esercito romano in Veneto

Entrata in campo dell'esercito romano

Pio IX benedice i combattenti per l'indipendenza italiana

 

Nel frattempo, le truppe di Durando erano entrate nel Veneto austriaco, a Padova e Vicenza, evacuate da Costantino d'Aspre sin dallo scoppio delle cinque giornate, per portarsi, con giusto intuito della situazione, a Verona, vera chiave dei possessi austriaci in Italia, ove si era ricongiunto con Radetzky, reduce dell'umiliante sconfitta subita a Milano.

 

Informato dell'allocuzione del 29 aprile, l'esercito pontificio decise di non ubbidire al Papa e rimase a svolgere l'incarico affidatogli: coprire le città libere del Veneto, appoggiandosi alla solida roccaforte di Venezia, governata da Manin.

 

Esso, tuttavia, non venne mai raggiunto dai notevoli rinforzi (circa 16 000 uomini) inviati dal Regno delle Due Sicilie, giunti al Po ed in procinto di entrare in Veneto. Proprio al passaggio del fiume, infatti, quel corpo di spedizione venne raggiunto dall'ordine di Ferdinando II di Borbone di rientrare a Napoli: rifiutarono l'ordine solo il generale Guglielmo Pepe, un vecchio patriota, insieme all'artiglieria ed al genio (le ‘armi dotte’) con le quali raggiunse Venezia, ove gli venne affidato il comando supremo delle truppe. Il Pepe avrebbe offerto un meraviglioso contributo lungo l'intero corso dell'assedio della città. Ma non poté, in alcun modo, sostenere Durando.

Le due battaglie di Vicenza

 

Lasciato solo con circa 10.000 volontari e soldati pontifici, oltre ai volontari veneti, Durando non riuscì ad impedire il ricongiungimento del corpo d'armata di Nugent, che marciava dall'Isonzo verso Verona, con Radetzky. Ma respinse bravamente l'assalto a Vicenza di ritorno di 20.000 austriaci, conclusosi il 24 maggio.

 

Grandi furono gli elogi, in quei giorni, per i soldati dello Stato della Chiesa di Durando, che avevano dimostrato un genuino spirito nazionale, battendosi con valore a difesa di una città veneta, guidando i volontari veneti.

 

Ma nulla poterono quando Radetzky, respinto ad occidente dall'esercito di Carlo Alberto a Goito, rovesciò il fronte e portò l'intero esercito (circa 40 000 uomini) direttamente su Vicenza. Durando venne investito il 10 giugno: ancora una volta i suoi accettarono battaglia e si portarono assai bene ma dovettero, infine, capitolare. Secondo i patti, l'esercito di Durando consegnò Vicenza e Treviso e promise di non combattere gli austriaci per tre mesi. In cambio, venne loro permesso di evacuare oltre il Po.

Prima invasione austriaca delle Legazioni

Poi venne la serie di scontri passati alla storia come la battaglia di Custoza, il 23-25 luglio. Di lì Carlo Alberto cominciò una veloce, ma ordinata, ritirata verso l'Adda e Milano. Giunto in Milano, il re di Sardegna combatté, il 4 agosto la battaglia al termine della quale si risolse a chiedere l'armistizio. I preliminari vennero sottoscritti il 5, il definitivo il 9, a Vigevano. Gli austriaci non avevano, tuttavia, atteso tanto per aggredire lo Stato della Chiesa: dopo una prima incursione, probabilmente con fini di saccheggio, respinta dagli abitanti di Sermide, non appena Carlo Alberto di Savoia si mise in marcia per Milano, Radetzky inviò il generale Franz Ludwig Welden e passò il Po verso Ferrara a partire dal 28 luglio (mentre Franz Joachim Liechtenstein marciava su Modena e Parma, per reinsediare i deposti duchi). Dopo un'avanzata che si segnalò per saccheggi e predazioni Welden occupò Ferrara e si presentò alle porte di Bologna. Qui, il podestà Cesare Bianchetti cercò un accomodamento, ma avvenne un incidente e Welden ne approfittò per ordinare l'ingresso in città. Al che la popolazione insorse e, il 9 agosto, Welden ripiegò verso il Po.

La dura reazione di Pio IX

 

In effetti Welden agiva senz'alcuna autorizzazione da parte del governo papale e, anzi, Pio IX aveva protestato energicamente: scrisse di "invasione austriaca" e smentì "altamente ... le parole del signor maresciallo Welden … dichiarando che la condotta del signor Welden stesso è tenuta da Sua Santità come ostile alla Santa Sede ed a Nostro Signore". Tutto ciò considerato, quindi, i bolognesi si comportarono da fedeli sudditi di Pio IX e, infatti, ricevettero il plauso del ministro degli interni del governo papale, il conte Fabbri, che in un proclama ai Romani, parlò di "tracotanza dell'insolente straniero", "eroica difesa", "attentato allo Stato della Chiesa".

Crisi politica a Roma e fuga di Pio IX

Ricadute sul governo papale

 

Nel frattempo, a Roma e in tutto lo Stato della Chiesa, Pio IX aveva cominciato a risentire di una crescente opposizione politica, dovuta all'allocuzione del 29 aprile: a segnare il tragico distacco del Papato dalla causa nazionale non poteva certo bastare il generico richiamo alla "desiderata pace e concordia".

 

Già nei giorni successivi, a Roma la Guardia Civica aveva occupato Castel Sant'Angelo e le porte della città. Mentre giungevano al capo di governo, cardinale Giacomo Antonelli, le rimostranze dei governi sardo, toscano, dei rappresentanti di Sicilia, Lombardia e Venezia.

Seguivano le dimissioni di ben sette ministri (fra cui Marco Minghetti) ed un proclama papale del 1º maggio, in cui, richiamate le passate "dimostrazioni d'affetto" e le riforme, il pontefice ribadiva che "Noi siamo alieni dal dichiarare una guerra, ma nel tempo stesso Ci protestiamo incapaci di frenare l'ardore di quella parte di sudditi che sono animati dallo stesso spirito di nazionalità degli altri Italiani". Pio IX invitava i sudditi ad essere "obbedienti a chi li governa". Il corpo di spedizione veniva descritto come "figli e sudditi che già si trovano senza nostro volere esposti alle vicende della guerra".

 

Dopodiché, il 3 maggio Pio IX compiva un estremo tentativo di raddrizzare la situazione: affidando l'incarico per un nuovo governo al conte Terenzio Mamiani e scrivendo una lettera privata a Ferdinando I d'Austria, contenente l'invito a rinunciare al Lombardo-Veneto.

I governi Mamiani e Fabbri

 

Da Ferdinando I non giunse risposta; Mamiani (dopo aver inaugurato il parlamento romano il 5 giugno), diede a sua volta le dimissioni (12 luglio) per dissenso rispetto alla linea strettamente neutralista del pontefice, esattamente come il predecessore Minghetti.

 

Il 2 agosto Mamiani venne sostituito da Odoardo Fabbri. Il nuovo governo inviò nelle Legazioni Luigi Carlo Farini, segretario generale al Ministero dell'Interno. Giunto il 2 settembre, Farini si adoperò per ripristinare l'ordine pubblico, gravemente turbato dai postumi della fallita invasione di Welden. Tuttavia, ciò costrinse il ministero alle dimissioni, rassegnate il 16 settembre.

Il governo di Pellegrino Rossi

 

Pio IX tentò, allora, l'ultima carta, e sostituì Fabbri con il conte Pellegrino Rossi, già ambasciatore di Luigi Filippo di Francia, rimasto a Roma dopo la rivoluzione del febbraio 1848. Rossi si mostrò attento alle istanze patriottiche, decretando sussidi e pensioni ai feriti e alle vedove di guerra e chiamò a dirigere il dicastero della Guerra il generale Carlo Zucchi, già generale di Eugenio di Beauharnais e patriota risorgimentale, con il risultato di alienargli i favori della Curia e degli ambienti conservatori, minacciati nei loro privilegi feudali, senza neppure convincere i rivoluzionari delle sue buone intenzioni.

Cause della debolezza del governo Rossi

 

La questione che dominava la politica italiana, tuttavia, era direttamente legata alla prevista ripresa delle ostilità fra il Regno di Sardegna e l'Impero Austriaco. Vigeva, infatti, l'armistizio di Salasco, ma i due contendenti principali (Carlo Alberto e Radetzky) sapevano che avrebbe avuto breve durata. Il governo sabaudo e i patrioti risorgimentali, cercarono, quindi, di profittare della tregua per allineare quante più forze possibili. Persa ogni illusione rispetto a Ferdinando II delle Due Sicilie, la questione fondamentale riguardò l'atteggiamento di Firenze e Roma.

 

Nel Granducato le cose si erano ormai chiarite a favore della causa nazionale quando Leopoldo II, dopo aver licenziato i governi moderati di Ridolfi (il 17 agosto) e Capponi (il 9 ottobre), conferì, il 27 ottobre, l'incarico al democratico Giuseppe Montanelli. Egli prese Guerrazzi come ministro degli Interni ed inaugurò una politica ultrademocratica, ovvero, nella terminologia politica dell'epoca, volta all'unione con gli altri stati italiani ed alla ripresa congiunta della guerra all'Austria.

 

Nei confronti della causa nazionale, erano annoverati tra i maggiori oppositori Pio IX e Pellegrino Rossi. Quest'ultimo non negava l'esigenza della rigenerazione nazionale, ma riprendeva, in pratica, il programma moderato, spazzato via in marzo dalle cinque giornate di Milano. Nei termini del dibattito dell'epoca, Rossi si diceva sostenitore di una "Lega di prìncipi", mentre eminenti personalità del cattolicesimo nazionale, Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti miravano ad una confederazione. Ciò voleva dire affermare la piena autonomia dello Stato della Chiesa e negare ogni sostegno a Carlo Alberto e Lepoldo II, nel caso di un'eventuale ripresa della guerra all'esercito di Radetzky.

La crisi politica del Papato

Il 15 novembre riaprì il Parlamento e Pellegrino Rossi venne accoltellato a morte da un gruppo di cui faceva parte un figlio del capopopolo democratico Ciceruacchio. In serata lo stesso Ciceruacchio, insieme a Carlo Luciano Buonaparte, principe di Canino[3] inscenò sotto il Palazzo del Quirinale una tumultuosa manifestazione, per chiedere "un ministro democratico, la costituente italiana e la guerra all'Austria". La folla portò anche un cannone, che puntò contro il palazzo: si venne allo scontro a fuoco con la Guardia Svizzera Pontificia al termine del quale restò ucciso un monsignore addetto ai Sacri Palazzi. Pio IX convocò il corpo diplomatico e affermò: "Accettare le condizioni [della folla] sarebbe per me abdicare ed io non ne ho il diritto "[4]; dichiarò davanti al corpo diplomatico che agiva sotto costrizione e che considerava nulle tutte le concessioni che avrebbe fatto. Dopodiché incaricò il democratico Giuseppe Galletti di formare un nuovo governo. La scena si ripeté due giorni più tardi, la sera del 17, quando la stessa folla armata si ripresentò davanti al Quirinale, chiedendo l'allontanamento degli Svizzeri. Ancora una volta Pio IX preavvisò il corpo diplomatico e assecondò le pressioni popolari. Il Papa nominò mons. Carlo Emanuele Muzzarelli (un alto prelato sensibile alle istanze liberali) Capo del governo (costituito da 6 ministri).

Roma senza il Papa

 

La sera del 24 novembre il Papa fuggì da Roma, vestito come un semplice sacerdote, in carrozza chiusa ed accompagnato da un suo collaboratore segreto. Raggiunse il conte Spaur, ambasciatore di Baviera e, la sera del 25, era già al sicuro nella fortezza di Gaeta. Pio IX si pose sotto la protezione del Regno delle Due Sicilie. Successivamente richiese l'intervento delle potenze cattoliche per ristabilire l'ordine nello Stato Pontificio.

 

Lo scontro di poteri si acuì: da Gaeta il Papa nominò una Commissione governativa cui affidava la gestione temporanea degli affari pubblici, esautorando il governo. A Roma, dove le istituzioni erano in mano al Circolo popolare, il Consiglio dei deputati confermò i poteri del governo e decise di avviare delle trattative con il papa. Il 6 dicembre una delegazione di consiglieri[5] partì per Gaeta con l'intenzione di trattare. I consiglieri vennero però fermati a Portello, sul confine napoletano, dalle truppe dell'esercito borbonico. I delegati dovettero fare ritorno a Roma.

 

A Roma il 12 dicembre il Consiglio dei deputati nominò una “provvisoria e suprema Giunta di Stato”[6] cui erano devoluti tutti i poteri di governo. Da Gaeta il 17 dicembre il Papa emise un motu proprio con cui, sostenendo l'avvenuta “usurpazione dei Sovrani poteri”, dichiarava sacrilega la costituzione della Giunta. Il 20 dicembre la Giunta emise un proclama in cui prometteva la convocazione di una Costituente romana.

 

Il 23 si dimisero i ministri Mamiani, Lunati e Sereni. Furono sostituiti effettuando un rimpasto di governo. Furono chiamati Carlo Armellini, cui fu affidato il dicastero dell'Interno, Federico Galeotti, che assunse quello della Giustizia, e Livio Mariani, cui andò quello delle Finanze. Mons. Muzzarelli, oltre alla presidenza del Consiglio e al ministero dell'Istruzione, prese il portafoglio degli Esteri.

 

Il 26 la Giunta sciolse le due Camere. Il 29 convocò le elezioni per il 21-22 gennaio 1849

Decreto di indizione delle elezioni per l'Assemblea Costituente (29/12/1848)

 

È convocata in Roma un'Assemblea Nazionale, che con pieni poteri rappresenti lo Stato romano.

 

L'oggetto della medesima è di prendere tutte quelle deliberazioni che giudicherà opportune per determinare i modi di dare un regolare, compiuto e stabile ordinamento alla cosa pubblica, in conformità dei voti e delle tendenze di tutta o della maggior parte della popolazione.

 

Sono convocati i comizi per le elezioni del 21 gennaio 1849.

 

Duecento il numero dei rappresentanti.

 

Il voto sarà diretto e universale[7].

 

Gli elettori tutti i cittadini dello Stato dagli anni ventuno compiuti, che vi risiedono da un anno e non privati dei diritti civili.

 

Eleggibili tutti i medesimi che abbiano compiuto l'età di 25 anni.

 

Il 5 di febbraio destinato all'apertura dell'Assemblea.

Il 1º gennaio il Papa emanò un motu proprio con il quale condannò la convocazione dell'Assemblea Costituente e comminò la scomunica sia a coloro che avevano emanato il provvedimento sia a coloro che avessero partecipato alla consultazione elettorale. Le elezioni si svolsero comunque e decretarono la vittoria dei radicali. Legittimisti e moderati, le componenti sociali più sensibili al richiamo del pontefice, infatti, non si recarono ai seggi.

 

Vennero eletti 179 Rappresentanti del popolo. Per dare un carattere nazionale all'Assemblea, si elessero anche cittadini degli altri Stati italiani. Tra di essi, Giuseppe Garibaldi, eletto a Macerata, e Giuseppe Mazzini.

Proclamazione della Repubblica

L'assemblea, che aveva come presidente Giuseppe Galletti e vicepresidenti Aurelio Saffi e Luigi Masi, venne inaugurata il 5 febbraio e votò la proclamazione della repubblica (contrario il Mamiani). La base della Costituzione della Repubblica Romana era invece nell'ordine del giorno elaborato da Quirico Filopanti che l'Assemblea costituente approvò il 9 febbraio 1849 con 118 voti favorevoli, 8 contrari e 12 astenuti.

Fu pubblicato il giorno seguente nei seguenti articoli:

« Decreto fondamentale della Repubblica Romana

 

Art. 1: Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano.

Art. 2: Il Pontefice Romano avrà tutte le guarentigie necessarie per l'indipendenza nell'esercizio della sua potestà spirituale.

Art. 3: La forma del governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana.

Art. 4: La Repubblica Romana avrà col resto d'Italia le relazioni che esige la nazionalità comune. »

 

Il decreto portava la firme del presidente dell'Assemblea costituente Giuseppe Galletti e dei segretari Giovanni Pennacchi, Ariodante Fabretti, Antonio Zambianchi e Quirico Filopanti.

La repressione della rivoluzione siciliana

La medesima crisi politica si produsse anche nel Regno delle Due Sicilie. Il 15 giugno, ad un mese di distanza dalla controrivoluzione del 15 maggio, Ferdinando II di Borbone celebrò nuove elezioni generali. Ma ottenne solo la rielezione di quasi tutti i deputati del disciolto parlamento. La questione politica era chiaramente posta: il sovrano desiderava unicamente reprimere l'insurrezione siciliana, il Parlamento rispondeva che: "la nostra politica di rigenerazione non può essere perfetta senza l'indipendenza e la ricostituzione dell'intera nazionalità italiana”. Cosicché accadde che, già il 5 settembre, il sovrano prorogò la riapertura delle camere al 30 novembre ed inviò Carlo Filangeri, con 24 000 uomini, numerose artiglierie e la flotta su Messina, che venne duramente bombardata, presa e saccheggiata il 6-7 settembre (ciò che guadagnò a Ferdinando II il soprannome di "re bomba"). A quel punto Ferdinando aveva ripreso saldamente in mano la situazione: prorogò ulteriormente la riapertura delle camere al 30 novembre, subì un nuovo voto patriottico ed, infine, le sciolse per sempre, il 12 marzo 1849. Si erano poste, così, in pratica tutte le condizioni che avrebbero prodotto, 11-12 anni più tardi, al collasso del Regno sotto l'urto di Garibaldi e della sua spedizione dei mille. Ma, per il momento, Ferdinando era l'unico sovrano ben saldo al potere in Italia centro-meridionale ed il migliore alleato della restaurazione austriaca.

Conseguenze della proclamazione della Repubblica Romana

Le conseguenze nel Granducato di Toscana

Giunta a Firenze notizia della Costituente romana, il primo ministro toscano Montanelli richiese al granduca l'elezione di trentasette deputati toscani da mandarsi alla Costituente romana. Fece approvare la proposta dal parlamento, ma la necessaria controfirma del Granduca non giunse mai in quanto, il 30 gennaio, questi abbandonò Firenze per Siena, da dove, il 21, salpava per Gaeta, ove si mise sotto la protezione di Ferdinando II. A Firenze il 15 venne proclamata la repubblica e, il 27 marzo, Guerrazzi dittatore.

La richiesta di intervento delle potenze cattoliche

Giunto a Gaeta, Leopoldo II richiese (o, piuttosto, accettò) l'offerta di protezione che gli veniva da suo cugino, l'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe. Era stato di poco preceduto dal Segretario di Stato di Pio IX, cardinale Antonelli, il quale, il 18 febbraio, inviò ad Austria, Francia, Regno delle Due Sicilie e Spagna una nota diplomatica: «avendo il Santo Padre esauriti tutti i mezzi che erano in suo potere, spinto dal dovere che ha al cospetto di tutto il mondo cattolico di conservare integro il patrimonio della Chiesa e la sovranità che vi è annessa, così indispensabile a mantenere, come Capo Supremo della Chiesa stessa … si rivolge di nuovo a quelle stesse potenze, e specialmente a quelle cattoliche … nella certezza che vorranno con ogni sollecitudine concorrere … rendendosi così benemerite dell'ordine pubblico e della Religione».

L'uscita di scena del Regno di Sardegna

 

Lo stesso giorno, Radetzky fece partire da Verona un piccolo corpo di spedizione di 6 000 uomini, che invasero lo Stato Pontificio. Ma si limitarono ad occupare Ferrara, in attesa degli eventi. La repressione della Repubblica Romana e della Repubblica Toscana, infatti, richiedeva un'ingente spedizione militare che, pendente il provvisorio armistizio di Salasco, né Austria né Regno di Sardegna potevano permettersi di impiegare. Mentre il Regno delle Due Sicilie era impegnato nella repressione dell'insurrezione siciliana (Messina venne investita il 6 settembre e saccheggiata il 7) e del Parlamento napoletano.

Occorreva, quindi, che una guerra decidesse, definitivamente, della supremazia in Lombardia. Il momento venne il 12 marzo, quando l'inviato di Carlo Alberto comunicò al Radetzky il recesso dell'Armistizio di Salasco. La guerra si concluse rapidamente, il 22-23 marzo con la sconfitta piemontese di Novara e l'armistizio del 24.

 

A quel punto il nuovo sovrano Vittorio Emanuele II, dovette concentrarsi sulla caotica situazione politica interna (30 marzo scioglimento delle camere e nuove elezioni, governo d'Azeglio 1º-5 aprile repressione dei moti di Genova, arresisi il 10, 18 giugno sgombero austriaco da Alessandria, 6 agosto Pace di Milano). La maggiore conseguenza della sconfitta fu la rinuncia del Regno sardo piemontese ad ogni influenza in Italia. Almeno finché l'ordine non fosse ristabilito. E sarebbero occorsi alcuni anni.

Il triumvirato

 

Nel frattempo, anche a Roma, alla notizia della disfatta di Novara venne nominato un triumvirato plenipotenziario, composto da Aurelio Saffi, deputato di Forlì, Carlo Armellini, deputato di Roma, e da Giuseppe Mazzini, deputato eletto nei collegi di Ferrara e Roma: era evidente lo sforzo di tenere unite le due principali province dello Stato della Chiesa, come si vede anche dal fatto, ad esempio, che di Forlì era pure il Ministro di Grazia e Giustizia, Giovita Lazzarini, mentre quello delle Finanze, Giacomo Maria Manzoni, era di Lugo di Romagna.

 

Nel frattempo, i circa 7 000 uomini del corpo di spedizione francese, guidati dal generale Oudinot, duca di Reggio, che stazionavano su dieci navi da guerra salpate da Tolone il 22 aprile al comando del contrammiraglio Tréhouart, sbarcarono a Civitavecchia il giorno 24.

 

Per ottenere il consenso allo sbarco, i francesi proclamarono che: "Il governo della Repubblica Francese … dichiara di rispettare il voto delle popolazioni romane … è deciso altresì di non imporre a queste popolazioni alcuna forma di governo che non sia da loro accettato". Nei giorni successivi le rassicurazioni vennero ripetute direttamente all'Assemblea Costituente a Roma.

 

Esse, tuttavia, dovettero scontrarsi soprattutto con la sorpresa dei romani di fronte all'inattesa comparsa delle truppe francesi. Essa non era stata, infatti, preceduta da alcuna dichiarazione né ultimatum. Si accompagnava, inoltre, all'esplicita richiesta di permettere l'occupazione del Lazio.

 

La disonorevole pretesa era accompagnata, infine, da una spiegazione ancor più umiliante: i messi dell'Oudinot dichiaravano che l'occupazione serviva a "mantenere la sua (della Francia) legittima influenza". In termini più espliciti a "impedire l'intervento dell'Austria, della Spagna e di Napoli". Si trattava di un'affermazione figlia della più dura realpolitik, la quale sottintendeva la considerazione che ai sudditi di Pio IX, non restasse che l'alternativa fra Vienna e Parigi. Il che, nelle condizioni date, era probabilmente esatto. Ma aveva il grave difetto di non tenere in alcun conto il nuovo sentimento patriottico italiano, così forte in quel 1848-49 e già gravemente ferito dalla sconfitte di Custoza e Novara. Un sentimento assai popolare anche a Roma e la cui forza era ben chiara ai democratici dell'Assemblea Costituente e del triumvirato. Molti di essi, infine, sapevano di dover temere, in caso di insuccesso, la vendetta del partito di Pio IX.

 

In definitiva, le avare profferte di Oudinot erano inaccettabili e come tali vennero respinte.

 

Chiaramente, la spedizione francese soffriva di una pessima comprensione della situazione politica italiana. Ciò fu confermato dalle disposizioni del ministro degli Esteri francese Édouard Drouyn de Lhuys a Oudinot di marciare, il 28 aprile, con circa 6 000 uomini e senza cannoni su Roma. Il generale ebbe l'avventatezza di proclamarlo ai propri soldati: "non troveremo nemici … ci considereranno come liberatori". In effetti un simile doppio gioco sarebbe risultato inaspettato. Anche l'art. V del Preambolo della Costituzione repubblicana francese del 4 novembre 1848 allora in vigore, recitava: "... Essa (la Repubblica Francese) rispetta le nazionalità estere, come intende far rispettare la propria; non imprende alcuna guerra a fini di conquista, e non adopera mai le sue forze contro la libertà d'alcun popolo". Un intervento militare francese per riportare sul trono di Roma il papa era pertanto illegale, come riconoscevano già allora anche alcuni parlamentari francesi non compromessi con gli interessi del futuro Imperatore francese.

Lo sbarco a Porto d'Anzio dei Bersaglieri lombardi

 

Il 27 aprile giunsero in porto a Civitavecchia due battelli, il "Colombo" ed il "Giulio II", salpati da Chiavari. Essi trasportavano 600 bersaglieri della disciolta 'Divisione Lombarda' dell'esercito sardo: tale divisione era stata costituita nel corso della campagna del 1848 con reclute e volontari provenienti dalle province liberate del Lombardo-Veneto. Rimasta inquadrata nell'armata di Carlo Alberto dopo l'Armistizio di Salasco, la divisione non partecipò alla battaglia di Novara a causa di un'errata decisione del suo comandante, il generale Ramorino; dopodiché venne assegnata al Fanti e trasferita in Liguria, ove diede ad intendere di voler supportare i rivoltosi nel corso della repressione di Genova. Le conseguenze furono pari alle attese: Ramorino venne fucilato, Fanti allontanato dall'esercito (ingiustamente e per alcuni anni), la divisione sciolta. Questo rese liberi quelli che volevano combattere (peraltro impossibilitati a rientrare nel Lombardo-Veneto) di andare ove ancora ci si batteva.

 

I 600 bersaglieri rappresentavano una forza significativa, in quanto la loro composizione sostanzialmente rispecchiava quelle già sperimentata nella 'Divisione Lombarda', probabilmente grazie alla particolare personalità del loro comandante, Luciano Manara.

 

Giunti a Civitavecchia, essi furono sorpresi dalla presenza delle truppe francesi di Oudinot, che cercò di impedirne lo sbarco. Dopodiché, insicuro della città appena occupata e certo di chiudere la partita entro pochi giorni, preferì temporeggiare, permettendo di farli proseguire per Porto d'Anzio, dove sbarcarono il 27 aprile, in cambio dell'impegno di Manara a non combattere prima del 4 maggio.

 

Giunsero, così, a Roma, il 28, con marcia forzata, ove avrebbero offerto un contributo assai significativo alla difesa della Repubblica.

Il fallito assalto francese a Roma del 30 aprile

 

Roma era difesa da circa 10 000 soldati della Repubblica (l'altra metà dei 20 000 che componevano l'esercito era dislocata in altre zone della Repubblica stessa). Le truppe erano suddivise in quattro brigate: la prima, comandata da Garibaldi, presidiava il Gianicolo tra Porta Portese e Porta San Pancrazio, la seconda, agli ordini del colonnello Luigi Masi stazionava sulle mura tra porta Angelica e porta Cavalleggeri, la terza, con i dragoni del colonnello Savini controllava le mura della riva sinistra del Tevere mentre la quarta, al comando del colonnello Galletti, rappresentava un reparto di riserva dislocato tra la Chiese Nuove e largo Argentina. L'attacco francese giunse il 30 aprile e il corpo di spedizione si presentò di fronte a Porta Cavalleggeri e Porta Angelica con 5 000 soldati. Il contingente di Oudinot venne preso a cannonate e a fucilate e fu ignominiosamente respinto dai militi della Guardia Civica mobilizzata, denominata anche Guardia Nazionale per l'aggiunta dei Corpi Civici provenienti da altre città degli Stati Romani, comandata da Ignazio Palazzi che aveva ricevuto il compito di difendere le Mura Vaticane. Nei combattimenti, durati sino a sera, tuttavia si distinse principalmente Garibaldi, il quale, uscito quando i francesi stavano già per desistere, da Porta San Pancrazio (sul Gianicolo) con il Battaglione Universitario Romano e con la sua Legione Italiana, con un attacco alla baionetta sorprese alle spalle gli assedianti in ritirata a Villa Doria-Pamphili, provocandone la rotta. In serata Oudinot ordinò la ritirata su Civitavecchia, lasciando dietro di sé oltre 500 morti e 365 prigionieri.

La giornata del 30 aprile

 

Al termine della giornata, la Repubblica aveva ottenuto un trionfo: oltre ad aver mostrato l'attaccamento della popolazione e dell'esercito, aveva voluto dimostrata la pretestuosità degli argomenti di coloro che giustificavano la repressione dell'Italia come un'operazione di polizia contro le "tirannidi giacobine". E ciò oltre un mese dopo Novara, la battaglia dove la causa italiana aveva perso ogni speranza di successo. In tal senso, la giornata del 30 aprile fu davvero molto importante e può essere considerata come una delle date fondamentali della storia d'Italia. In secondo luogo, l'intervento francese si configurava una non provocata invasione volta al restauro del governo assolutistico del potere temporale. Ciò che non mancò di provocare feroci reazioni nella politica parigina.

I repubblicani non sfruttano le opportunità

Tali risultati erano talmente importanti da consigliare Mazzini, dato il totale isolamento della Repubblica Romana che non era stata riconosciuta da alcuna potenza internazionale, di impedire a Garibaldi di inseguire e umiliare i fuggitivi, compiendone la possibile strage, e a indurlo inoltre a liberare i numerosi prigionieri e a non comandare un assalto, pure possibile, a Civitavecchia in vista di un possibile accomodamento politico-diplomatico con la Repubblica francese. Tali scelte furono in seguito molto criticate, alla luce del successivo indurirsi della posizione francese. E certamente pesò un generale pregiudizio favorevole alla patria di Napoleone I e della grande rivoluzione. Tuttavia esso contribuì fortemente ad abbellire l'immagine della Repubblica e della causa italiana in Europa; inoltre occorre sottolineare che il massacro dei fuggitivi dell'Oudinot avrebbe avuto l'unico risultato di provocare una durissima reazione francese e di invogliare Radetzky ad accelerare l'invasione dello Stato della Chiesa, che già attentamente pianificava, offrendogli l'occasione di espellere i francesi dalla penisola per molti anni (gli eventi del 1859 avrebbero dimostrato l'esattezza di tale calcolo).

Tregua di fatto con la Francia

 

Verificate le intenzioni del Mazzini, Oudinot contraccambiò, mandando libero un battaglione di bersaglieri che aveva catturato a Civitavecchia, e il padre Ugo Bassi mentre impartiva l'estrema unzione ad un ferito francese.

 

Informato degli avvenimenti, Luigi Napoleone, presidente della Repubblica francese, non mostrò alcuna esitazione: già il 7 maggio accolse per iscritto tutte le richieste di rinforzo avanzate dall'Oudinot, e il 9, a Tolone, si imbarcava in tutta fretta, un nuovo ambasciatore plenipotenziario, il barone di Lesseps, con l'incarico di pattuire una tregua d'armi. Si tratta di due reazioni prese rapidissimamente, se si considerano i tempi necessari per le comunicazioni da Roma a Parigi. Tanta fretta era giustificata dall'approssimarsi delle elezioni legislative francesi, fissate per il 13 maggio: la restaurazione del Papa Re costituiva uno dei principali temi del dibattito e la maggioranza del corpo votante era senz'altro a favore dell'integrale restaurazione del potere di Pio IX. Né v'era in Italia alcuna potenza capace di opporvisi. Mentre l'Inghilterra anglicana giocava, come di consueto nell'Ottocento italiano (nonostante quanto da molti sostenuto) un ruolo assai più defilato: la questione italiana non rappresentava certo una priorità per Londra.

 

Se v'era ancora qualche dubbio, esso fu spazzato via dall'esito delle elezioni, che diedero ai candidati monarchici e moderati una maggioranza di 450 seggi su 750, relegando i democratici (come il Ledru-Rollin) ad un ruolo di puri spettatori.

L'invasione napoletana

Luigi Napoleone rischia un'ultima umiliazione

 

Oltre che dalle necessità elettorali, Luigi Napoleone (ed il presidente del consiglio Barrot) era spinto alla massima celerità anche dalla concorrenza delle altre potenze desiderose di esercitare la loro influenza sulla penisola italiana (e nel cuore del Pontefice): in particolare, come abbiamo visto, il Wimpffen aveva assediato Bologna fra l'8 ed il 16 maggio. E si accingeva a marciare su Ancona. Già nel 1831, a seguito dell'intervento austriaco in Romagna la Francia della Monarchia di Luglio aveva inviato un corpo di spedizione ad occupare Ancona, al fine di riaffermare il droit de regarde di Parigi sugli affari italiani. E il nipote di Napoleone il Grande non poteva certamente essere da meno del re borghese Luigi Filippo

La parallela invasione napoletana e spagnola

Esisteva, inoltre, un secondo concorrente: Ferdinando II, re delle Due Sicilie. Nei mesi precedenti egli era stato alle prese con l'insurrezione siciliana (che proprio in quei giorni andava spegnendosi, con l'avanzata del generale Filangieri sino a Bagheria, il 5 maggio, e la capitolazione di Palermo, il 14 maggio) e con la repressione delle libertà costituzionali a Napoli (le camere vennero sciolte una prima volta il 14 giugno 1848 e poi ancora il 12 marzo 1849, dopodiché venne restaurato il potere assoluto del sovrano). La repressione delle due opposizioni stava, tuttavia, perfezionandosi e il re di Napoli poteva contare sull'indubbio prestigio che gli derivava dall'ospitare (sin dal 25 novembre 1848) Pio IX nella munitissima fortezza di Gaeta. Ferdinando, decise di tentare l'avventura ed inviò ad invadere la Repubblica Romana il generale Winspeare, alla testa di un corpo di spedizione forte di 8 500 uomini, con cinquantadue cannoni e cavalleria.

La battaglia di Palestrina

Si fece loro incontro Garibaldi, con 2 300 uomini ben motivati, che condusse il 9 maggio fuori Palestrina. Qui si scontrò con l'avanguardia napoletane del generale Ferdinando Lanza che avanzava sulla cittadina. Garibaldi che tra le sue forze contava anche il battaglione bersaglieri lombardi, al comando di Luciano Manara, contrattaccarono e costrinsero Lanza alla ritirata. La vittoria fu comunque parziale poiché il grosso dell'esercito borbonico non era stato impegnato in battaglia.

La battaglia di Terracina

 

Alcuni giorni più tardi, il 16 maggio, il nuovo comandante dell'esercito romano, il generale Roselli (che era affiancato dal Pisacane, quale suo capo di Stato Maggiore) mosse i suoi 10 000 uomini verso i quartieri del Lanza su Velletri ed Albano. Qui il Lanza era stato nel frattempo raggiunto da Ferdinando II in persona e, messo di fronte ad una nuova battaglia, preferì ordinare ai suoi 16 000 soldati di ripiegare verso Terracina. Garibaldi pensò di impedirlo e, il 19, con appena 2 000 uomini tentò un avventato assalto. La sproporzione di forza era eccessiva e venne respinto dai Borbonici, che completarono il proprio ripiegament

Il corpo di spedizione spagnolo

Nei giorni successivi si presentò il quarto nemico: un corpo di spedizione spagnolo di discrete dimensioni (9 000 uomini) che, giunto a Gaeta verso la fine di maggio, venne passato in rivista e benedetto da Pio IX, il 29 maggio, ed uscì da Gaeta per Terracina

Tregua di diritto con la Francia

Si comprende bene, quindi, perché Mazzini tenesse particolarmente ad esplorare ogni possibile compromesso con la Francia, non foss'altro che per guadagnare tempo.

La missione diplomatica del Lesseps

 

L'occasione gli venne il 15, quando giunse a Roma il plenipotenziario di Lesseps, col quale venne subito pattuita una tregua d'armi di 20 giorni. Dopodiché Mazzini e Lesseps presero a negoziare per un accordo duraturo. Si accordarono e, il 31 sottoscrissero un testo di trattato che val la pena di riportare integralmente

Art. 1. L'appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni degli Stati romani. Esse considerano l'armata francese come un'armata amica che viene a concorrere alla difesa del loro territorio.

 

Art. 2. D'accordo col governo romano e senza per nulla ingerire nell'amministrazione del paese, l'armata francese prenderà gli accantonamenti esterni, convenevoli per la difesa del paese che per la salubrità delle truppe. Le comunicazioni saranno libere.

 

Art. 3. La Repubblica francese garantisce contro ogni invasione straniera il territorio occupato dalle sue truppe.

 

Art. 4. Resta inteso che la presente convenzione dovrà essere sottomessa alla ratifica del governo della Repubblica francese.

 

Art. 5. In nessun caso gli effetti della presente convenzione potranno cessare che 15 giorni dopo la comunicazione ufficiale della non ratifica. »

L'abortito trattato del 31 maggio

 

Come si vede, entrambe le parti avevano ben negoziato: Mazzini aveva ottenuto ciò che più gli importava: l'impegno alla non-ingerenza negli affari interni della Repubblica Romana. Oltre, naturalmente, ad un impegno alla difesa del Lazio di fronte alle truppe austriache, napoletane (casomai Ferdinando II avesse voluto ritentare l'impresa) e spagnole. Ma si trattava di una concessione scontata, dal momento che il primario interesse francese nell'operazione era proprio "mantenere la sua [della Francia] legittima influenza", cosa che Mazzini ben volentieri (per il momento) accettava. L'ultima clausola, infine, assicurava un ulteriore prolungamento della tregua di almeno 15 giorni: assai preziosi, nelle circostanze date. Ugualmente soddisfatto dovette dirsi il Lesseps, il quale otteneva la sanzione alla permanenza del corpo di spedizione che, anzi, diveniva una “armata amica”

Prudente richiamo dei volontari in Roma

 

Nell'attesa della ratifica, ed a scanso di incomprensioni, tuttavia, il 27 Roselli prese la saggia decisione di richiamare a Roma le colonne dei volontari. Questi, dopo la battaglia del 19, avevano proseguito verso sud: Garibaldi era entrato in Rocca d'Arce, Manara il 24 in Frosinone ed il 25 in Ripi. In effetti, ritiratisi i Napoletani, la resistenza era costituita unicamente da bande contadine, affrettatamente organizzate dal generale Zucchi (l'ultimo ministro della guerra di Pio IX). Conseguentemente, il comandante generale Roselli era rientrato in Roma, per effettuare i possibili preparativi sul fronte principale.

 

Garibaldi e Manara rientrarono in Roma, il 1º giugno. Appena in tempo.

Denuncia del trattato

 

Mazzini e Lesseps, infatti, avevano fatto i conti senza l'oste: sulla scorta del risultato elettorale, infatti, Luigi Napoleone era ormai ben deciso ad ottenere il massimo risultato ed a consolidare il proprio potere lavando l'onta della sconfitta del 30 aprile. Egli, quindi, il 29 maggio inviò due lettere: una all'Oudinot, comandandogli di procedere con l'assedio della città e una al povero Lesseps, con il quale gli ingiungeva di considerare esaurita la sua missione e di rientrare in Francia (dove diede le dimissioni dal servizio diplomatico). Cosicché, non appena informato degli accordi del 31 maggio, il generale poté rinnegare l'operato del plenipotenziario e darne conseguente comunicazione ai propri ufficiali.

 

Ciò consentì all'Oudinot di mettere insieme 30 000 uomini ed un possente parco d'assedio. Dopodiché, denunciò la tregua ed annunziò la ripresa dei combattimenti, a decorrere dal 4 giugno.

Dirottamento del corpo di spedizione spagnolo

Un buon indizio della determinazione con cui Luigi Napoleone impose i suoi obiettivi, viene dal destino del corpo di spedizione spagnolo di Fernández da Córdoba che, nel frattempo, si era presentato dinnanzi a Terracina. Ove non incontrò, come forse si aspettavano, l'esercito di Roselli, poiché esso era stato, nel frattempo, ritirato su Roma, in vista di temuti mutamenti nelle intenzioni dell'Oudinot. Da qui, tuttavia, gli spagnoli non proseguirono su Roma, ma fecero una deviazione, portandosi in Umbria (rimasta sguarnita, ma non occupata dagli austriaci). Evidentemente, Parigi non gradiva la loro presenza nella prossima battaglia, che doveva essere esclusivamente francese.

Dichiarazione di ripresa delle ostilità

 

Il 1º giugno Oudinot comunicò a Roselli la ripresa delle ostilità, fissata (come usava allora) al 4 giugno.

 

Ai soldati sconfitti il 30 aprile, si erano aggiunti altri 24 000 soldati, per un totale di 30 000 uomini e circa 75 cannoni: un'enormità, se si considera che l'intera prima fase della Prima guerra di indipendenza era stata condotta da Carlo Alberto di Savoia con, appunto, 30 000 soldati. Essi vennero organizzati in tre divisioni, al comando dei generali d'Angely, Louis de Rostolan e Philippe-Antoine Gueswiller.

 

Ma alla straordinaria preponderanza numerica, Oudinot aggiunse la frode: pur essendosi impegnato per la data del 4 in una lettera da lui firmata e pervenuta a Roselli, fece muovere le truppe con un giorno di anticipo, la mattina del 3[8]: evidentemente, Luigi Napoleone non avrebbe ammesso altre sconfitte.

L'assedio di Roma

 

Il 31 maggio, il generale francese Oudinot rinnegò un trattato di alleanza negoziato da Lesseps ed annunciò la ripresa delle ostilità: egli ora disponeva di 30 000 soldati ed un possente parco d'assedio.

 

Roma venne assaltata all'alba del 3 giugno. Il primo obiettivo era la conquista del Gianicolo, monte sopra Trastevere dal quale si dominava la città. Esso venne parzialmente conquistato solo dopo una sanguinosa battaglia, nella quale si distinsero particolarmente i volontari reduci dalla prima guerra di indipendenza, guidati da Garibaldi. Quel giorno durante il tentativo di contrattacco a Villa Corsini, alle pendici del Gianicolo, venne ferito Goffredo Mameli che morirà un mese dopo a causa delle conseguenze della ferita.

 

Seguirono molti giorni di bombardamento, durati sino al 20. Quella notte i francesi presero un tratto dei bastioni di Trastevere. Il governo della Repubblica Romana guidato da Mazzini rifiutò, ancora una volta, di arrendersi, e Oudinot riprese con più veemenza il bombardamento: al contrario del precedente, però, esso venne rivolto direttamente sulla città volti ad indurre Roma alla resa. Nel frattempo, le truppe francesi erano riuscite ad oltrepassare il Tevere presso Ponte Milvio, nonostante l'eroica resistenza del Battaglione Universitario Romano. Molti furono gli studenti romani caduti nelle giornate di giugno, compresi i Fratelli Archibugi.

 

Dopo altri sei giorni di cannonate, il 26, venne comandato un nuovo assalto al caposaldo dei difensori sul Gianicolo, la Villa del Vascello, bravamente respinto da Medici ed i suoi volontari.

Il 30 Oudinot comandò un assalto generale e si impossessò di tutti i capisaldi fuori le mura aureliane. Sul Gianicolo si combatté l'ultima battaglia della storia della Repubblica Romana. Il generale Garibaldi difese il Vascello ed i volontari attaccarono i francesi alla baionetta, ci saranno 3 000 italiani fra morti e feriti. Caddero circa 2 000 francesi, ma la battaglia per gli italiani era comunque perduta.

La resa

A mezzogiorno del 1º luglio fu stipulata una breve tregua per raccogliere i morti e i feriti. All'Assemblea Costituente Mazzini dichiarò che l'alternativa era tra capitolazione totale e battaglia in città (con conseguenti distruzioni e saccheggi). Dopo la battaglia del 30 giugno era giunto Garibaldi, che confermò che oramai era impossibile continuare a resistere. Durante un discorso all'Assemblea Costituente, Garibaldi aveva proposto la ritirata da Roma e aveva detto "Dovunque saremo, colà sarà Roma."[9]

Una breve ma importante polemica

 

Vi fu anche spazio per un poco di polemica, con il generale che sosteneva l'errore era stato non aver nominato un dittatore, come da lui precedentamente proposto. Tale discussione non ebbe alcuna conseguenza, almeno per altri dodici anni. Ma non fu priva di significato, in quanto: (I) essa segnò la formale rottura fra Garibaldi ed il suo antico maestro, (II) perché Garibaldi se ne ricordò bene ed alla prima occasione utile, nel 1860 a Palermo, non mancò di proclamarsi “dittatore”.

Condizioni di resa: l'uscita dei volontari di Garibald

 

Preso atto di questo, si trattava di valutare se esistessero alternative alla pura e semplice capitolazione. Tenuto conto delle forti perdite subite dell'Oudinot e, soprattutto, della circostanza che la consegna della città, non essendo scontata, doveva pur poter essere pagata qualche prezzo. Della circostanza si disse subito sicuro il Mazzini, spalleggiato, in questo, da Garibaldi. Si trattava di trattare una "uscita dalla città", con quante forze combattenti avessero voluto seguire. Verso quella parte degli Stati della Chiesa non occupati dalle truppe francesi. Lo scopo sarebbe stato "portare l'insurrezione nelle province".

 

A tal fine, la mattina del 2 luglio Garibaldi tenne, in piazza San Pietro, il famosissimo discorso: "io esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero, venga con me … non prometto paghe, non ozi molli. Acqua e pane quando se ne avrà". Diede appuntamento per le 18.00 in piazza San Giovanni, trovò circa 4 000 armati con ottocento cavalli e un cannone e, alle 20.00, uscì dalla città. Cominciò così una lunga marcia, passata attraverso l'Umbria e proseguita verso la Val di Chiana ed Arezzo. Lungo il percorso Garibaldi vede venire meno la speranza di sollevare le province e decise di tentare di raggiungere Venezia assediata.

Il suo immediato oppositore, generale d'Aspre, che si trovava comandante delle truppe di occupazione in Toscana e dell'esercito toscano, in via di riorganizzazione dedicò alla caccia dei forse 2 000 superstiti della colonna un'armata di circa 25 000 fanti, 30 cannoni e 500 cavalli finché non costrinse Garibaldi a trovare rifugio, il 31 luglio nella neutrale Repubblica di San Marino. Da qui Garibaldi tentò l'ultima marcia, scendendo a Cesenatico, ove catturò una flottiglia di battelli da pesca e si imbarcò per Venezia. Intercettati dalla flotta austriaca i fuggitivi si dispersero: molti fuggitivi, fra i quali Basilio Bellotti, Ciceruacchio con il figlio Lorenzo, appena tredicenne, Ugo Bassi e Giovanni Livraghi, vennero catturati e fucilati dagli austriaci, che occupavano la Romagna. Durante la fuga, favorita dall'aiuto della popolazione locale Garibaldi vide morire la moglie Anita ma, assistito da innumerevoli partigiani e patrioti da Comacchio, attraverso Forlì, Prato e la Maremma giunse nei pressi di Follonica. Da qui si imbarcò per la Liguria, parte del Regno di Sardegna, ove poté mettersi in salvo.

Forme della resa

 

Stabilito questo, restava da trovare un modo di cessare le ostilità che salvasse la dignità e la personalità giuridica della Repubblica. Tra le condizioni chieste dall'Oudinot, infatti, non v'era la rinuncia della Assemblea Costituente alla avvenuta proclamazione della repubblica. Pio IX, d'altra parte, non l'aveva mai riconosciuta e, dunque, non era necessario ottenerne alcuna concessione, diversa dalla mera resa militare.

 

Si poteva, quindi, arrendersi senza rinunciare, formalmente, alla repubblica: convenuto lo scopo, vennero adottate le forme più acconce:

 

L'Assemblea Costituente approvò un decreto di resa, aggiungendo però che "L'Assemblea Costituente Romana … resta al suo posto". Tanto che approvò la nuova costituzione, che venne letta, dal balcone del Palazzo del Campidoglio, nel pomeriggio del giorno successivo, dal generale Galletti. Dopodiché, in serata, si presentò un battaglione di cacciatori francesi, che invitò l'Assemblea a sgombrare. Questa approvò all'unanimità la celeberrima protesta: " in faccia all'Italia, alla Francia e al mondo civile, contro la violenta invasione delle armi francesi nella sua residenza, avvenuta oggi 4 luglio 1849 alle ore sette pomeridiane".

 

Mazzini e con lui l'intero triumvirato, non sottoscrisse alcuna resa e diede le dimissioni, per evitare l'inevitabile visita all'Oudinot. Questa venne compiuta dal nuovo triumvirato, nella serata del 1º: ascoltatene le proposte, esse vengono rifiutate e ci si limitò a permettere l'ingresso dei francesi in città, senza accettare alcuna formale capitolazione.

 

La Repubblica Romana dunque, non cessava formalmente di esistere e (non avendo il Pontefice, negli anni successivi provveduto ad alcuna nuova elezione) poteva continuare a vantare la propria legittimazione popolare.

 

Dettaglio di non secondaria importanza, se si considera, ad esempio, che Garibaldi non mancò di giustificare le future operazioni su Roma (nel 1862, sino all'Aspromonte e nel 1867, sino a Mentana) come la semplice continuazione degli obblighi di restaurazione della Repubblica Romana, ancorché sconfitta in quel 1849.

L'ingresso dei francesi

 

I francesi entrarono il giorno successivo: verso mezzogiorno occuparono Trastevere, Castel Sant'Angelo, il Pincio e Porta del Popolo; Oudinot venne solo in serata, con 12 000 soldati e pubblicò un comunicato in cui divideva la popolazione fra "veri amici della libertà" e "pochi faziosi e traviati", definiti, inoltre, "una fazione straniera" (mentre lui rappresentava "una nazione amica delle popolazioni romane"), addirittura "responsabile di un'empia guerra". E proclamava la legge marziale, eleggendo Governatore di Roma Rostolan, generale di divisione, coadiuvato da Sauvan, generale di brigata.

 

Ultimo vessillo della rivoluzione del 1848 resisteva, indomita ma assediata, solo la città-fortezza di Venezia.

 

A Brescia, il 9-10 luglio, il governatore militare austriaco Julius Jacob Haynau festeggiò l'avvenimento della caduta di Roma, facendo impiccare sulla pubblica piazza dodici dei centocinquanta prigionieri catturati nel corso della repressione delle dieci giornate.

Lettera di Mazzini ai Romani

 

5 luglio 1849

Romani!

La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non mutato o scemato i vostri diritti. La repubblica romana vive eterna, inviolabile nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nella adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato la lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostre mura per essa. Tradiscano a posta loro gl'invasori le loro solenne promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell'anima vostra, nella prova alla quale Ei vuole che per poco voi soggiacciate; e non diffidate dell'avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo d'un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia e per la santissima Libertà.

Voi deste luminosa testimonianza di coraggio militare; sappiate darla di coraggio civile ...

Dai municipii esca ripetuta con fermezza tranquilla d'accento la dichiarazione ch'essi aderiscono volontari alla forma repubblicana e all'abolizione del governo temporale del Papa; e che riterranno illegale qualunque governo s'impianti senza l'approvazione liberamente data dal popolo; poi occorrendo si sciolgano. ... Per le vie, nei teatri, in ogni luogo di convegno, sorga un grido: Fuori il governo dei preti! Libero Voto! ...

I vostri padri, o Romani, furon grandi non tanto perché sapevano vincere, quanto perché non disperavano nei rovesci.

In nome di Dio e del popolo siate grande come i vostri padri. Oggi come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano in custodia.

La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla[10].

 

Dopo la capitolazione della Repubblica, Roma vide più movimenti indipendentistici tra le sue mura, fino al 20 settembre 1870, quando i bersaglieri attraverso la breccia di Porta Pia fecero il loro ingresso in città. Mazzini, in quel momento, si trovava in carcere a Gaeta per aver fatto propaganda repubblicana e aver tenuto vivo l'ideale di Roma capitale.

Pio IX torna a Roma

Il Papa fece ritorno a Roma il 12 aprile 1850 ed abrogò la Costituzione concessa nel marzo di due anni prima. Ai militari che parteciparono alle operazioni venne assegnata la medaglia commemorativa della restaurazione dell'autorità pontificia.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

Foto Alvaro ed Elisabetta de Alvariis,

Museo della Repubblica Romana e dei Garibaldini

Raccolta Foto de Alvariis;

Pier Leone Ghezzi

Pier Leone Ghezzi (Roma, 28 giugno 1674 – Roma, 6 marzo 1755) è stato un pittore italiano, attivo a Roma prevalentemente nella prima metà del XVIII secolo.

 

Pier Leone Ghezzi nacque a Roma dal pittore Giuseppe Ghezzi (1634–1721), maestro di Antonio Amorosi e segretario dell'Accademia di San Luca. Fu lo stesso Giuseppe Ghezzi a indirizzare il figlio alla professione e a scegliere, come padrino di cresima, il pittore Carlo Maratta.

 

Ghezzi è famoso per gli affreschi eseguiti nella Villa Falconieri a Frascati, ma eccelse soprattutto nel genere della caricatura, sia a penna che a guazzo. Queste caricature sono interessanti perché, oltre a descrivere in chiave satirica personaggi o mestieri, contengono didascalie esplicative apposte dall'Autore stesso, utili per una veritiera e vivace ricostruzione della società settecentesca. Ghezzi ebbe molto successo presso i contemporanei e fu un abile mercante d'arte; le sue opere raggiunsero quotazioni elevate mentre era ancora in vita.

 

Così scrisse di lui Lione Pascoli: «canta, e suona diversi strumenti, e si è in gioventù divertito col ballo, colla cavallerizza, e colla scherma. Discorre modestamente, non gli mancano erudizioni, ed è eccellente conoscitore delle maniere pittoresche antiche, e moderne. Non è perciò da maravigliarsi, se tratti famigliarmente con molti personaggi, e se da questi sia tenuto in gran conto, e ben sovente, qualora non vi va, mandato a chiamare».

 

I versi composti da Ghezzi e scritti sul rovescio del suo primo autoritratto su tela (1702), illustrano con efficacia la sua personalità:

Pier Leone son io

Di casa Ghezzi che dì 28 giugno

Quando al mille e seicento

Anni settanta quattro ancor

S'aggiunse io nacqui e si congiunse

A questi l'età mia di vent'ott'anni

Ch'ora nel mille settecentoedue

Mi mostra il tempo, e le misure sue

Or mentre questo fugge e mai s'arresta

Io mi rido di lui e mi riscatto

Col dar perpetua vita al mio ritratto.

 

Nel 1705 entrò a far parte dell'Accademia di S. Luca, a cui donò il dipinto l'Allegoria della Gratitudine , tuttora in sede.

 

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

di Pier Leone Ghezzi;

foto by Wikypedia Commons

Raccolta Foto de Alvariis;

Die Antwoord live @ SuperSanto's San Lorenzo Estate

Roma 28/06/2012

 

© Fabrizio Di Ruscio

 

Support my new page: Fabrizio Di Ruscio Photography

[Una versión más legible se encontrará en la entrada del blog, cuyo enlace se señala a continuación.]

 

enriqueviolanevado.blogspot.com.es/2015/06/ranking-de-las...

 

Se ofrece aquí el listado de preguntas e imágenes para comentario aparecidas en las pruebas de la Selectividad Andaluza ordenadas de más frecuente a menos frecuente según su número de apariciones.

 

Según el modelo implantado en el curso 2012-2013 para la prueba de Historia del Arte en Andalucía, el examen consta de dos opciones, «A» y «B», de las cuales el alumno desarrollará una. En cada una de ellas habrá de contestar obligatoriamente dos comentarios de imágenes y dos preguntas teóricas por opción.

 

-La Opción «A» se extiende desde el Arte Prehistórico hasta el Arte Gótico, ambos inclusive. Esto es Arte Prehistórico, Antiguo y Medieval.

 

-La Opción «B», se extiende desde el Arte del Renacimiento hasta el Siglo XX, igualmente, ambos inclusive. O sea que abarca el Arte Moderno y Arte Contemporáneo.

 

Existe un acuerdo tácito, refrendado en las sucesivas reuniones anuales de la ponencia, de no incorporar a las pruebas los temas del Arte Mesopotámico, el Ibérico y el Mudéjar. Realmente el veto se reduce a los dos últimos, pues el Arte Mesopotámico (de momento) no se ha incorporado el temario.

 

Por todo ello nuestras estadísticas se ofrecen separadas en dos bloques, de acuerdo con las dos opciones del examen.

 

A la hora de redactar las preguntas hemos simplificado sus títulos, con el fin de ganar en brevedad y aclarar ambigüedades.

 

Para interpretar correctamente estas estadísticas se debe tener en cuenta las siguientes advertencias:

 

a) Nuestros cálculos se han realizado a partir de las pruebas publicadas de los exámenes de Historia del Arte de Andalucía entre los cursos 2000-2001 y 2013-2014. En cada año académico se confeccionan seis pruebas, escogiéndose una para el examen de junio, otra para el examen de septiembre y quedando las otras cuatros para los exámenes de reserva. Lamentablemente la serie se encuentra incompleta, faltando tres propuestas del curso 2000-2001, otra del curso 2001-2002 y otra más del curso 2013-2014.

 

b) Generalmente, las preguntas e imágenes que han sido escogidas en más ocasiones son las que presentan más posibilidades de aparecer de nuevo, pero este hecho es una comprobación estadística, no una garantía.

 

c) El curso 2013-2014 fue el primero en no incorporar imágenes o preguntas inéditas. Suponemos que en el presente curso 2015-2016 (y en 2016-2017) no se incorporarán novedades, dado que el actual diseño de la selectividad camina hacia su final.

 

d) Entre el curso 2006-2007 y el 2011-2012, ambos incluidos, se empleó un modelo de examen en el que el arte musulmán, el románico, el gótico, el renacentista y el barroco podían aparecer en cualquiera de las dos opciones de la prueba. Lógicamente estos estilos van a mostrar una presencia más abultada en la estadística que el resto.

 

e) En su aparición en los exámenes, el enunciado de las preguntas puede sufrir (y sufre) modificaciones, de tal forma que cada cuestión acumula un sinnúmero de variantes. A veces son simplificaciones de la redacción de la pregunta, pero en muchas ocasiones son reducciones de sus contenidos. Así, uno de los apartados del arte griego «La escultura. Los grandes maestros de los siglos V y IV. Policleto y Fidias. Praxiteles y Scopas. Lisipo y su canon» se muestra en dos de sus tres manifestaciones demediado [«La escultura griega del siglos V. Policleto y Fidias» y «Escultura griega. Los grandes maestros del siglo V: Policleto y Fidias»]. Lógicamente el alumno debe atenerse al enunciado y responder únicamente a lo que se le pregunta.

 

f) Algunas cuestiones han aparecido siempre fraccionadas. Por ejemplo, en las preguntas del Arte Renacentista, la arquitectura, la escultura o la pintura se han mostrado siempre por separado, pese a que el enunciado del apartado correspondiente las aglutina. En nuestra estadística se hace constar esta división.

 

g)Excepcional, pero muy alarmante, es el caso de una pregunta que aglutina dos apartados. Se trata de una cuestión aparecida en el examen de junio de 2013 cuyo enunciado era «La escultura griega de los períodos clásico y helenístico». Hibrida dos apartado «La escultura. Los grandes maestros de los siglos V y IV. Policleto y Fidias. Praxiteles y Scopas. Lisipo y su canon» con la mayor parte de otra cuestión: «El período helenístico». No podemos asegurar que el caso no se repita, bien que fuimos el único en formular la queja en la reunión de la Ponencia de 2013. En cualquier caso, esta pregunta aparece en nuestra estadística con su apartado propio, por más que no aparezca en el temario.

 

OPCIÓN «A» (ARTE PREHISTÓRICO, ANTIGUO Y MEDIEVAL)

 

PREGUNTAS MÁS FRECUENTES EN LAS PROPUESTAS

 

1. La escultura y la pintura románicas.

2. Arte califal: la mezquita de Córdoba y Medina Azahra.

3. El arte nazarí: la Alhambra y el Generalife.

4. Arquitectura románica: La iglesia de peregrinación y el monasterio.

5. La escultura romana: El retrato y el relieve histórico.

6. La arquitectura egipcia. La tumba y el templo.

7. El templo griego: el Partenón.

8. Los edificios bizantinos y la cúpula: Santa Sofía de Constantinopla.

9. Los primitivos flamencos del siglo XV: los van Eyck.

10. Formas y características de la escultura y la pintura egipcias.

11. La escultura gótica: portadas y retablos.

12. La pintura italiana del Trecento: Florencia y Siena.

13. La escultura griega clásica: Policleto, Fidias, Praxiteles, Scopas y Lisipo.

14. El periodo helenístico.

15. Arquitectura y ciudad en el arte romano.

16. Características generales de la arquitectura gótica.

17. Las pinturas rupestres de las cuevas franco-cantábricas y de los abrigos levantinos.

18. La catedral y los edificios civiles en la arquitectura gótica.

19. Los órdenes del Arte Griego.

20. La escultura griega de los períodos clásico y helenístico

21. La pintura de las catacumbas y la cristianización de la basílica.

 

IMÁGENES MÁS FRECUENTES EN LAS PROPUESTAS

 

1. Triada de Micerinos; Museo Egipcio de El Cairo.

2. Exterior del Partenón de la Acrópolis de Atenas de Ictinos, Calícrates y Fidias.

3. Hermes con el niño Dionisos de Praxíteles.

4. Mezquita de Córdoba: Sala de oración.

5. Pórtico de la Gloria. Catedral de Santiago de Compostela.

6. Maiestas Mariae de Santa María de Tahull. Museo de Arte de Cataluña, Barcelona.

7. Patio de los Leones de la Alhambra de Granada.

8. El Matrimonio Arnolfini de Jan van Eyck.

9. Fachada occidental del Partenón de la Acrópolis de Atenas de Ictinos, Calícrates y Fidias.

10. Laocoonte y sus hijos de Agesandro, Atenodoro y Polidoro de Rodas.

11. Patio de los Arrayanes de la Alhambra de Granada.

12. Pórtico de San Pedro de Moissac, Francia.

13. Maiestas Domini de San Clemente de Tahull. Museo de Arte de Cataluña, Barcelona.

14. Escriba sentado del Louvre.

15. Busto de Nefertiti de Tutmose.

16. Friso de las Panateneas (Fragmento de las Ergastinas) de Fidias; Museo del Louvre, Paris.

17. El Doríforo (Réplica romana en mármol del Museo Arqueológico Nacional de Nápoles).

18. Templo de culto imperial conocido como «La Maisón Carrée», Nimes.

19. Interior de Santa Sofía de Constantinopla (Estambul) de Antemio de Tralles e Isidoro de Mileto.

20. Exterior de la Catedral de Reims Jean d’Orbais y otros arquitectos.

21. Interior de la Sainte Chapelle de París (atribuida a Pierre de Montreuil).

22. Pirámide escalonada de Zoser de Imhotep (Sakkara).

23. Detalle del frontón del Partenón (Hestia, Dione y Afrodita) de Fidias; British Museum, Londres.

24. El Diadúmeno de Policleto (Réplica helenística en mármol del Museo Arqueológico de Atenas).

25. El Apoxiomeno de Lisipo (Réplica romana en mármol); Museos Vaticanos, Roma.

26. Anfiteatro Flavio (“El Coliseo”), Roma

27. Interior del Panteón, Roma.

28. Justiniano y su Corte. Mosaico de la iglesia de San Vital de Rávena, Italia.

29. Claustro del monasterio de Santo Domingo de Silos.

30. Exterior de la Catedral de León del Maestro Enrique y de otros arquitectos.

31. Pinturas del techo de la Gran Sala de la cueva de Altamira; Santillana del Mar (Cantabria).

32. Bisonte de la Cueva de Altamira; Santillana del Mar (Cantabria).

33. Cacería de ciervos de la Cueva de los Caballos del barranco de la Valltorta; Tírig.

34. Pirámides de Keops, Kefrén y Micerinos. Guizá (Egipto).

35. Fachada del Templo de Ramsés II (gran speo); Abu-Simbel.

36. Estatua sedente de Kefrén de Museo Egipcio de El Cairo.

37. Victoria de Samotracia; Museo del Louvre, París.

38. Acueducto de los Milagros, Mérida (Badajoz).

39. Teatro romano de Mérida (Badajoz).

40. Anfiteatro de Itálica, Santiponce (Sevilla).

41. Arco de triunfo de Constantino, Roma.

42. Friso del Ara Pacis: Miembros de la familia imperial.

43. Friso del Ara Pacis: Procesión de los Senadores.

44. Escultura ecuestre de Marco Aurelio; Museos Capitolinos, Roma.

45. Maqsura de la Mezquita de Córdoba.

46. Bóveda del lucernario de la maqsura de la Mezquita de Córdoba.

47. Giralda de la Catedral de Sevilla.

48. Torre del Oro (Sevilla).

49. Planta de la Catedral de Santiago de Compostela de Roberto el Viejo y otros arquitectos.

50. Estructura de una catedral gótica clásica.

51. Exterior de la Catedral de Notre Dame de París.

52. Interior de la Catedral de Reims construida por Jean d’Orbais y otros maestros.

53. Exterior del Palazzo Pubblico o Palacio Comunal de Siena.

54. La Anunciación de Simone Martini, tabla central del tríptico de los Ufizzi, Florencia.

55. Políptico del Cordero Místico (abierto) de los hermanos van Eyck.

56. Tabla de la Adoración del Cordero Místico de los hermanos van Eyck.

 

OPCIÓN «B» (ARTE MODERNO Y CONTEMPORÁNEO)

 

PREGUNTAS MÁS FRECUENTES EN LAS PROPUESTAS

 

1. El Quattrocento italiano. Arquitectura, Escultura y Pintura.

2. La escultura barroca en Italia: Bernini.

3. Francisco de Goya.

4. La pintura barroca española: Ribera, Zurbarán, Velázquez y Murillo.

5. El Renacimiento español: Arquitectura, Escultura y Pintura.

6. El Cinquecento y la crisis del Manierismo en Italia: Arquitectura, Escultura y Pintura.

7. La gran imaginería barroca: Castilla, Andalucía y Murcia.

8. El Impresionismo: Pintura (Monet, Renoir y Degas) y Escultura (Rodin).

9. La arquitectura del siglo XX: Racionalismo (Le Corbusier) y Organicismo (Frank Lloyd Wright).

10. La arquitectura barroca en Italia (Bernini y Borromini) y Francia (El Palacio de Versalles).

11. La pintura barroca en Flandes y en Holanda: Rubens y Rembrandt.

12. El Postimpresionismo: Cézanne, Gauguin y van Gogh.

13. El arte neoclásico: Juan de Villanueva, Canova y David

14. La Arquitectura del siglo XIX: Historicismos, edificios de hierro y cristal y el Modernismo.

15. La pintura del siglo XX: Fauvismo, Cubismo, Expresionismo, Dadaísmo, Surrealismo y la Abstracción.

16. La pintura del Romanticismo (Delacroix) y la del Realismo (Courbet).

17. Escultura del siglo XX: innovaciones en materiales y técnicas.

18. La arquitectura barroca española.

19. Pintura barroca en Italia: El Tenebrismo (Caravaggio) y el clasicismo (los Carracci).

 

IMÁGENES MÁS FRECUENTES EN LAS PROPUESTAS

 

1. El Moisés de Miguel Ángel.

2. Baile en el Moulin de la Galette de Auguste Rodin.

3. Villa Saboye de Le Corbusier. Poissy (Francia).

4. Las señoritas de Aviñón de Pablo Piccaso.

5. Éxtasis de Santa Teresa de Gian Lorenzo Bernini.

6. La Piedad de Miguel Ángel; Basílica de San Pedro del Vaticano, Roma.

7. Apolo y Dafne de Gian Lorenzo Bernini.

8. La ronda de noche de Rembrandt.

9. La Escuela de Atenas de Rafael. Estancia de la Signatura, Ciudad del Vaticano, Rom

10. La fábula de Aracne o las Hilanderas de Diego Velázquez.

11. La Familia de Carlos IV de Francisco de Goya.

12. Los jugadores de cartas de Paul Cézanne (versión del Museo de Orsay, París).

13. La danza de Henri Matisse (versión del Museo del Hermitage, San Petersburgo).

14. Casa de la cascada o casa Kaufmann de Frank Lloyd Wright.

15. Cúpula de la Catedral de Florencia de Filippo Brunelleschi.

16. La Primavera de Sandro Botticelli.

17. El Expolio de El Greco; Sacristía de la Catedral de Toledo.

18. La vocación de San Mateo de Caravaggio. Iglesia de San Luis de los Franceses, Roma.

19. Las lanzas o la rendición de Breda de Diego Velázquez.

20. Fachada de la Casa Milá de Antonio Gaudí. Barcelona.

21. Fachada del templo expiatorio de la Sagrada Familia de Antonio Gaudí. Barcelona.

22. Henri Mattise: retrato de Madame Mattise conocido como «La raya verde».

23. Capilla de Notre-Dame du Haut de Le Corbusier. Ronchamp (Francia).

24. Templete de San Pietro in Montorio de Donato Bramante (Roma).

25. Villa Capara (la Rotonda) de Palladio; Vicenza.

26. Patio de Palacio de Carlos V de Granada de Pedro Machuca.

27. David de Miguel Ángel

28. El Sacrificio de Isaac de Alonso de Berruguete.

29. La Anunciación de Fra Angelico; Museo Nacional del Prado; Madrid.

30. El Nacimiento de Venus de Sandro Botticelli.

31. El Entierro del Señor de Orgaz del Greco. Iglesia de Santo Tomé, Toledo.

32. Lección de anatomía del Profesor Tulp de Rembrandt.

33. La fragua de Vulcano (Velázquez) de Diego Velázquez.

34. El Papa Inocencio X de Diego Velázquez.

35. Las Meninas o la Familia de Felipe IV de Diego Velázquez

36. El tres de mayo de 1808 o los Fusilamientos en la montaña del Príncipe Pío de F. de Goya.

37. Torre Eiffel; París.

38. Impresión, sol naciente de Claude Monet.

39. El dormitorio de van Gogh en Arlés (versión del Museo de Orsay, París).

40. La noche estrellada de Vincent van Gogh.

41. La persistencia de la memoria o Los relojes blandos de Salvador Dalí.

42. Fachada de San Andrés de Mantua de Leon Battista Alberti.

43. Vista aérea del Monasterio de San Lorenzo del Escorial (Madrid) de Juan de Herrera.

44. La Trinidad de Masaccio; iglesia de Santa Maria Novella, Florencia.

45. La Virgen de las Rocas de Leonardo da Vinci (versión del Museo del Louvre, París).

46. Retrato de Monna Lisa, «La Gioconda» de Leonardo da Vinci. (versión del Louvre, París.)

47. La Bacanal de los Andrios de Tiziano.

48. El Martirio de San Mauricio del Greco.

49. Baldaquino de San Pedro del Vaticano, Roma, de Gian Lorenzo Bernini.

50. Plaza de San Pedro del Vaticano, Roma, de Gian Lorenzo Bernini.

51. Exterior de San Carlo alle Quattro Fontane (Roma) de Francesco Borromini.

52. Exterior del Palacio de Versalles (Francia) de Louis le Vau y Jules Hardouin-Mansart.

53. Fachada principal de la Catedral de Murcia de Jaime Bort.

54. David de Bernini; Galleria Borghese, Roma.

55. Inmaculada de Juan Martínez Montañés de la Catedral de Sevilla.

56. El Cristo de la Clemencia de Juan Martínez Montañés (Catedral de Sevilla).

57. Inmaculada de Alonso Cano; Sacristía de la Catedral de Granada.

58. Jesús del Gran Poder de Juan de Mesa.

59. La Oración en el Huerto de Francisco Salzillo.

60. Las Tres Gracias de Pedro Pablo Rubens.

61. Martirio de San Felipe de José Ribera.

62. San Hugo en el refectorio de los Cartujos de Francisco de Zurbarán.

63. Vieja friendo huevos de Diego Velázquez.

64. El aguador de Sevilla de Diego Velázquez.

65. Niño espulgándose de Bartolomé Esteban Murillo.

66. Niños comiendo un pastel de Bartolomé Esteban Murillo.

67. Exterior del Museo del Prado de Juan de Villanueva (Madrid).

68. El Juramento de los Horacios de Jacques-Louis David.

69. La Maja desnuda de Francisco de Goya.

70. La Libertad guiando al pueblo: 28 de julio de 1830 de Eugéne Delacroix.

71. El beso de Auguste Rodin.

72. Los burgueses de Calais de Auguste Rodin.

73. El pensador de Auguste Rodin.

74. La clase de danza de Edgar Degas (versión del Metropolitan Museum of Art, Nueva York).

75. La Catedral de Ruán, el portal a pleno sol de Claude Monet (versión del Metropolitan Museum).

76. El Café Nocturno de Vincent van Gogh (Versión de la Yale University Art Gallery, New Haven).

77. La iglesia de Auvers-sur-Oise de Vincent van Gogh.

78. La montaña de Santa Victoria de Paul Cézanne (version del Philadelphia Museum of Art).

79. Exterior del Museo Guggenheim de Nueva York (Estados Unidos) de Frank Lloyd Wright.

80. Interior del Museo Guggenheimn de Nueva York (Estados Unidos) de Frank Lloyd Wright.

 

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La pintura que hemos escogido como emblema es «La Alegoría de las Artes» del napolitano Francesco de Mura. Su cronología oscila entre el 1747 y el 1750. Se trata de un óleo sobre lienzo cuyas medidas son 144 x 132 cm. Pertenece a la colección del Museo del Louvre (París, Isla de Francia, Francia).

 

Fue adquirido por este museo en 1792. Originalmente fue concebido como sobrepuerta, conservándose aún el marco original (bien que no aparezca en la reproducción que ofrecemos).

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Los datos sobre el cuadro proceden del catálogo virtual del museo:

 

cartelfr.louvre.fr/cartelfr/visite?srv=car_not_frame&...

 

La ilustración procede del álbum del flickmember Pau NG. A continuación se reproducen enlaces hacia el álbum y hacia la imagen en cuestión:

 

www.flickr.com/photos/104901827@N06/

 

www.flickr.com/photos/104901827@N06/11045924076/

 

© de la imagen: Pau NG.

  

ROMA ARCHEOLOGICA & RESTAURO ARCHITETTURA 2022. Roberto Gualtieri, il fantoccio di Dario Franceschini: "Damnatio Memoriae" - La giunta Gualtieri cancella il magazine voluto da Virginia Raggi, addio a "La sindaca informa". La Repubblica (15/09/2022). wp.me/pbMWvy-39V

 

Foto: “VISITA IL FORO DI CESARE LA REGINA DI DANIMARCA MARGRETHE II”, in: Virginia Raggi, La Sindaca Informa /

Comune di Roma (28/10/2017): 1-6 [in PDF].

www.flickr.com/photos/imperial_fora_of_rome/52360384072

 

1). ROMA - "Damnatio Memoriae" - La giunta Gualtieri cancella il magazine voluto da Virginia Raggi, addio a "La sindaca informa". Eppure Gualtieri ormai da quasi un anno in carica da Sindaco non fornisce nuove informazioni sui lavori sui ruderi dei Fori. La Repubblica (15/09/2022).

 

Foto: Roma, Teatro Vascello – Con il ministro Franceschini, l’assessore Gotor, Silvia Costa con tanti operatori del settore, tante cittadine e cittadini, per una bellissima iniziativa sulla cultura organizzata dal PD. robertogualtieri / Instagram (16/09/2022).

www.flickr.com/photos/imperial_fora_of_rome/52361642509

 

Era l'ultima traccia del passaggio dell'ex sindaca grillina in Campidoglio.

 

Era l'ultima traccia del passaggio di Virginia Raggi nelle sale nobili del Campidoglio. Ora, damnatio memoriae tutta capitolina, è venuta meno pure quella. Con una delibera votata la scorsa settimana, la giunta Gualtieri ha votato all'unanimità la cancellazione della testata La sindaca informa alla sezione stampa e informazione del tribunale di Roma.

 

Foto: Virginia Raggi, La Sindaca Informa / Comune di Roma (02/02/2019): 1-6 [in PDF].

www.flickr.com/photos/imperial_fora_of_rome/52361321466

 

Addio al foglio distribuito nelle sedi dell'amministrazione capitolina e nelle sale d'attesa dei municipi. Addio anche alla controparte online. Quella che aveva dato inizio alla serie grillina a cui, verso fine mandato, si era aggiunto il format La sindaca risponde, question time virtuale con la prima cittadina (e con domande preselezionate) in diretta Facebook.

 

"D'altronde Raggi non c'è più. E visto che non c'è più una sindaca...", osservano in Comune parlando del piccolo magazine brandizzato con la faccia sorridente dell'ex inquilina di palazzo Senatorio. In prima pagina notizie come "Roma celebra i Måneskin" e "Storie di micredito".

 

“ROMA IN FOTO – Foro di Cesare, Inizio Scavi Archeologici”, in: Virginia Raggi, La Sindaca Informa / Comune di Roma (02/02/2019): 1-6 [in PDF].

www.flickr.com/photos/imperial_fora_of_rome/52360374127

 

News innocue? Non per il vecchio Pd che dagli scranni dell'opposizione puntava il dito contro la "propaganda" a 5 Stelle. Quando erano in minoranza, i consiglieri dem fecero diventare un caso la pubblicazione su carta del bollettino raggiano impugnano la delibera che descriveva La sindaca informa come uno strumento volto "a garantire una più ampia informazione ai cittadini". Piuttosto vasta a giudicare dalla tiratura: 15 mila copie per edizione per una spesa di circa 957 euro più Iva a uscita e 180 euro per la spedizione e la diffusione nei XV Municipi.

 

I conti fatti all'epoca dallo stesso Pd ora pronto a cassare una volta per tutte La sindaca informa parlavano di 4.500 euro al mese. Circa 60 mila all'anno. Una spesa che al Campidoglio costò anche una reprimenda ufficiale dell'Agcom. Era il 2018 e, con le elezioni Europee alle porte, il Garante bloccò la pubblicazione del gazzettino grillino per 15 giorni per "violazione della par condicio".

 

A puntare il dito contro l'ex amministrazione 5S erano stati sopratutto i consiglieri dem Michela Di Biase e Marco Palumbo: "Mentre Grillo dichiara di voler vomitare i giornalisti il M5S si fa una testata a proprio uso e consumo per 60mila euro". Un esborso di cui al tempo era stata informata anche la procura della Corte dei Conti del Lazio. Nulla di fatto e avanti con la pubblicazione del bollettino.

 

Foto: “Enjoy the Eternal City”; in: Virginia Raggi, La Sindaca Informa / Comune di Roma (28/10/2017): 1-6 [in PDF].

www.flickr.com/photos/imperial_fora_of_rome/52361556603

 

Soppresso informalmente con l'elezione del sindaco Roberto Gualtieri, ora il settimanale raggiano non c'è più. La strategia è cambiata: il Campidoglio punta sulle conferenze stampa e meno sui social. Anche perché, va detto, la presenza online del primo cittadino piddino è meno robusta di quella di Raggi. Su Facebook la grillina ha un milione di follower. L'ex ministro dem si ferma a 84 mila.

 

Fonte / source:

--- La Repubblica (16/09/2022).

roma.repubblica.it/cronaca/2022/09/15/news/cancellata_tes...

 

Fonte / source, foto:

--- "VISITA IL FORO DI CESARE LA REGINA DI DANIMARCA MARGRETHE II", in: Virginia Raggi, La Sindaca Informa / Comune di Roma (28/10/2017): 1-6 [in PDF].

--- "ROMA IN FOTO - Foro di Cesare, Inizio Scavi Archeologici", in: Virginia Raggi, La Sindaca Informa / Comune di Roma (02/02/2019): 1-6 [in PDF].

--- Roma, Teatro Vascello - Con il ministro Franceschini, l’assessore Gotor, Silvia Costa con tanti operatori del settore, tante cittadine e cittadini, per una bellissima iniziativa sulla cultura organizzata dal PD. robertogualtieri / Instagram (16/09/2022).

www.instagram.com/p/Cih6-ZyquRH/

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