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(udine)

I CANTI Hdermici

 

 

 

 

 

“Toh”, “spezzarsi la schiena, per cosa poi”, scivolai;

“ho visto la sottile linea rossa”, “ironica niente male”,

“se solo ti fermassi, se solo, cazzo” dopodiché roteai;

“le dimore che furono fondate dai padri”, astratto è

“il dipinto in cui vidi”, “domandare del vero e del

meno peggio”, “l’irripetibile clangore, di furente…”

per ritornare al comune composto dai “ci sei cascata”

e “non crederai davvero?”, “non ne saremo capaci”,

“ciao belli, a domani” e vaffanculo’s gratuiti et voilà

e del perché ne scrissi al passato, l’ora, e ne scrivo

al presente, assolutamente all’oscuro, rimango, che

sia per via delle musiche, di quest’essere di sirena

in sirena sballottato, quale centro, delle voci quale?

inoltre io vorrei: di questa calca di questa gente fare:

parte, interiormente, poniamo per una sola giornata

e ritornarmi poi a dirne tutto il vero, il creduto tale,

il quasi capire vorrei non mi si vedesse, l’invisibilità

di questo anfratto metropolitano nel pieno dell’ora

di punta, fendendo dal basso, un esperimento vero,

alla metro, linea rossa, trascrizioni in presa diretta,

 

gratuite.

 

*

 

In alternativa

un modo simile per voler bene

 

ai bambini che cercano, al tramonto

su una spiaggia, le fondamenta ancora,

il nuovo nome dell’orizzonte, i giochi le sabbie

 

i castelli gloriosi, le invenzioni

ed i soliti rimproveri delle mamme

 

ma in sottofondo lontano, inascoltati.

 

*

 

Sarà, un domani, la spanta rivelazione di cose

nascoste dentro una scatola di latta, dall’usura

delle troppe interpretazioni fuorvianti, aberranti,

con tutto il rispetto per la gente, e il suo invece

monarchico disprezzo per il silenzio, il silenzio

 

che fece immediatamente sì ch’io fossi

pesce, già l’ero, di branchie e senz’aria;

è l’apnea vitale dal pensiero obliquo che

del pensare ha soltanto il procedere per

immagini, i fotogrammi scattati sempre

un po’ di fretta, mal messi a fuoco e poi

così, parziali, è terrificante, in risoluzioni

pessime ma contemporanee, con più zero

scivolati lungo il dire, lo scrivere, l’amare

 

dell’occhio di lei, delle spalle di lei,

della di lei nuda schiena e del sorriso,

del volto, dei ciuffi impazziti delle sottili

dita e piccole, amare, il di lei, il di lei tutto

 

infine si diceva delle rivelazione postuma: fu

riesumata l’opera della scatola di latta, trovata

in un garage affittato sulle tredicesima- scrittura

interrotta, la penna s’arrestò al frammento 10347;

e sul finire, lo immaginiamo, un piccolo rantolo di gioia.

 

*

 

Si staglia nel mio cielo mentale

il gasometro, la cui impossibile

spiegazione è viola, femmina, cava.

 

*

 

Il tempo di una sigaretta,

il prevedibile calo di tensione, ahimè

 

e vai con l’opera che rende merito all’opera

e solo ad essa, la luna alla luna, domandale

nulla, la voce alla voce d’ella, le sole labbra,

parole concetti leggiadri sfuggiti, è vicinanza

comunque che rende credito a noi, non solo

a noi; il resto è corollario pedante, è penosa

questa mania del dire i nomi, m’imperversa

la persa mente che mente, pezzo su pezzo

e alimenta il sistema degli oggetti ordinati,

ben comprensibili, allineati in minuscole file

disposte a seconda dei casi, umani, dei bi b

sogni, in costruzioni geometriche via vi via

più complesse, alla luce della scoperta, non

divulgata, s’intende, di ulteriori 6 dimensioni

oltre alle tre già note

 

il fatto è che fecero irruzione nell’appartamento

di via Nazionale e negli armadi ci trovarono fogli

su fogli, a quadretti, con piccoli labirintici schemi

esplicativi, essenziali, imprescindibili, ma creativi

su tutto quanto eri e sei in grado di immaginare;

venne la notte.

 

*

 

Un dispaccio mal scritto

ci riferì che si era trattato

solo di una fuga di notizie

da ritenersi non attendibili

 

“che non v’è dubbio alcuno”

fu l’immediata dichiarazione,

e nell’abissale notte vidi figuri

che si muovevano fra gli scranni

d’oro tastando i bottoni alla cieca

 

grattandosi volgarmente le pance,

oppure sotto le ascelle, o le facce

schifose; di politici; si, diciamolo.

 

*

 

Roma è così, sciancata, se vista dalla

minuscola prospettiva, dal mio borsone

a tracolla, doloroso quanto pesante, ella

sarà presto impressa su pellicola, ella

sarà presto invasa come è poi, gli odori

innanzitutto, i germi, sui marciapiedi con

le scritte ovunque, “un popolo di writers

poeti e sognatori”; ella è un frammento:

enorme, Matteo P. che durante il viaggio

mi ricordava “la congiunzione prolifera”;

un mattino fra le ciglia cattive del potere

a considerare aderenze, fare supposizioni

ed alcuni dossier trafugati che conserverò

in caso di bisogno, nel borsone; amico mio

 

ed è bellissimo immaginarla svuotata

per farvi camminate d’intere ore, noi,

amico mio, pensare l’occasione stramba,

tutti questi anni passati e l’irraccontato,

comunque la facilità nel dirsi e da casa tua

 

si staglia nel mio cielo reale, il gasometro,

la cui spiegazione è viola, femmina, cava.

 

*

 

Le iniezioni per tenersi ben svegli

(qualcuno rammenti le fiammelle)

in testa mille voci ancora, ricordo,

 

voyage, l’attorno, immensamente,

 

quelli che discutevano coi medici

sui pro e sui contro delle terapie

 

confidai a qualcuno, alla ragazza

col piercing che sillabava la felicità

elencando acconciature come diverse

possibilità per il mio volto, far sì che

il mio sorriso fosse, e le sorridesse.

 

*

 

Coniugata l’artificialità delle cose, imposte,

l’impostura di alcuni appartamenti così bui

e con le porte chiuse ai corridoi – la chiave

la mia famiglia e il desiderio du retour – a lei

 

ciò che ne feci e di questi canti, strabici,

non so né il dove e nemmeno il quando.

 

[ www.cubetticarnosi.splinder.com ]

[ www.sergiobottoni.splinder.com ]

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Uploaded on March 24, 2008
Taken on July 16, 2006