Carlo Raso
Angular balcony of Gabriele D'Annunzio - Carthusian monastery and museum of San Martino in Naples
LA BALCONATA DI GABRIELE D'ANNUNZIO.
Nel 1891 Gabriele D'Annunzio scrive l'elegia "Nella certosa di San Martino in Napoli", facente parte delle "Elegie romane". Si affaccia dall'ampia balconata angolare dell'antico complesso monastico, già adibito a museo nazionale, da cui si domina a 180 gradi il panorama della città, del golfo e del Vesuvio, allora fumante.
Da questa esperienza (forse comune all'amante napoletana Maria Gravina) versi bellissimi:
“…più forte salìa verso l’ardua loggia,
ove tremammo, il rombo della città che tutta
quanta ferveva al sole, tutta quanta aperta in un riso,
in un possente riso inestinguibile,
illuminando i cieli che in lei tendevano l’arco,
avida con rosee braccia abbracciando il mare.
…Sotto raggiava il mare pacato nel fervido amplesso;
e la Montagna in contro, armoniosa al giorno
quale una forma escita di mano d’artefice puro,
con incessante palpito dall’igneo
grembo esprimea nell’aria le sue multiformi chimere
che lente il cielo sommo conquistavano”.
Angular balcony of Gabriele D'Annunzio - Carthusian monastery and museum of San Martino in Naples
LA BALCONATA DI GABRIELE D'ANNUNZIO.
Nel 1891 Gabriele D'Annunzio scrive l'elegia "Nella certosa di San Martino in Napoli", facente parte delle "Elegie romane". Si affaccia dall'ampia balconata angolare dell'antico complesso monastico, già adibito a museo nazionale, da cui si domina a 180 gradi il panorama della città, del golfo e del Vesuvio, allora fumante.
Da questa esperienza (forse comune all'amante napoletana Maria Gravina) versi bellissimi:
“…più forte salìa verso l’ardua loggia,
ove tremammo, il rombo della città che tutta
quanta ferveva al sole, tutta quanta aperta in un riso,
in un possente riso inestinguibile,
illuminando i cieli che in lei tendevano l’arco,
avida con rosee braccia abbracciando il mare.
…Sotto raggiava il mare pacato nel fervido amplesso;
e la Montagna in contro, armoniosa al giorno
quale una forma escita di mano d’artefice puro,
con incessante palpito dall’igneo
grembo esprimea nell’aria le sue multiformi chimere
che lente il cielo sommo conquistavano”.