Carlo Raso
Church of Graziella in Naples (1738) [once San Bartolomeo Theatre (1621-1737). Here was perfomed in 1733 "La Serva Padrona" by Giambattista Pergolesi] - Architect Giovanni Antonio Medrano (Sciacca 1703-Naples 1760)
it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Antonio_Medrano
LISTENING:
La Serva Padrona (1733) by Giambattista Pergolesi:
www.youtube.com/watch?v=0QRml6yGZL0
Nelle immediate adiacenze del conservatorio della Pietà dei Turchini, sorge la chiesa di Santa Maria delle Grazie, detta la Graziella, rifazione del 1737-38 del teatro di San Bartolomeo. Questo, costruito nel 1621, danneggiato durante i tumulti del ’47-48, incendiatosi nell’81 e riaperto nell’83, viene abbellito alla fine del secolo e ampliato fino a cinque ordini di palchi. È il più importante teatro napoletano del Seicento, anche per aver ospitato alcune tra le prime opere in musica.
Infatti il 3 aprile 1654 la compagnia dei Febi Armonici, già attiva a palazzo Reale (pag. ) vi rappresenta Orontea, regina d’Egitto di Francesco Cavalli; l’anno seguente Il ratto di Elena di Francesco Cirillo e La fedeltà trionfante di Giuseppe Alfiero. Nel 1660 Francesco Provenzale vi dà La Cloridea, Alessandro Scarlatti nel 1689 L’Anacreonte tiranno e poi una trentina di altre composizioni. Scrive nel 1692 Carlo Celano che “nel Carnevale vi si rappresentano con molta spesa commedie in musica, ed in ogni anno vi va qualche casa a male per cagion delle Cantarine che vi rappresentano e che cantando incantano”. Fra queste si ricorda Giulia De Caro (pag. ) che fonda una compagnia con le migliori voci, impegnata nel 1673 nell’opera Marcello in Siracusa, su musica di Pietro Andrea Ziani. Nel libretto la cantante si vanta di aver riuniti “in questo nobil teatro tutte le Calliopi e gli Orfei, che hanno indotto stupori di cielo, non che all’Italia, al mondo”. Altre canterine a calcare le tavole del San Bartolomeo sono Caterina Porri, Giulietta Zuffi, Maria Maddalena Musi detta la Mignatta, Barbara Riccioni detta la Romanina e Vittoria Tarquini detta la Bombace.
Il secolo XVIII si apre con uno stupefacente episodio. Arcangelo Corelli, invitato nel 1701 da Roma a esibirsi come violino solista durante la rappresentazione di Laodicea e Berenice di Alessandro Scarlatti, sbaglia un attacco e non riesce a correggersi.
Invece, il primo violino dell’orchestra Pietro Marchitelli, detto Petrillo (pag. ) esegue magistralmente la stessa parte. L’imbarazzo è tale che Corelli confonde addirittura la tonalità di una successiva aria dell’opera. Dopo tale esperienza, se ne torna precipitosamente a Roma. Rilevante poi la presenza di Farinelli, impegnato in ben otto opere nel biennio 1724-26.
Memorabile la rappresentazione al teatro di San Bartolomeo il 28 agosto 1733 de La serva padrona di Giambattista Pergolesi.
Nata come intermezzo de Il prigionier superbo dello stesso, entrambi su libretto di Gennaro Antonio Federico “avrebbe assunto in seguito l’ambìto ruolo di vero e proprio modello… mettendo a frutto e sublimando, nella organica compiutezza della sua struttura, i tentativi, gli abbozzi, i risultati già raggiunti” (Michele Margadonna). Eseguita a Parigi nel 1746, innesca la famosa querelle des bouffons tra sostenitori dell’opera francese e di quella italiana. La trama vede Serpina intenta a circuire l’anziano padrone Uberto per farsi sposare. Animata da spirito egualitario (“Adunque, / perché io son serva, ho ad esser sopraffatta, / ho ad esser maltrattata? / No; signore, voglio esser rispettata, / voglio esser riverita, come fossi / padrona, arcipadrona, padronissima”) Serpina finge di essere promessa sposa al violento Vespone per commuovere Uberto. Questi, già predisposto (“…io me l’ho allevata, / so poi com’ella è nata”) ma condizionato da pregiudizi sociali (“troppo in alto voi volate”) cede alla fine e Serpina può esultare (“Se comandar vorrò, / disgusto non avrai: / or serva più non son”). Pergolesi rappresenta sempre al San Bartolomeo Salustia nel 1731 e Adriano in Siria con l’intermezzo Livietta e Tracollo ovvero La contadina astuta nel ’34.
Altri compositori scrivono per questo teatro: Francesco Feo nel 1729 l’intermezzo Il vedovo e alcuni drammi seri, Leonardo Leo una dozzina di opere, Francesco Mancini una ventina, e ancora Antonio Orefice, Domenico Sarro, Leonardo Vinci. L’importanza del San Bartolomeo, vero predecessore del San Carlo, è testimoniata anche dall’impegno dei più importanti scenografi.
Ferdinando Galli Bibiena ristruttura il palcoscenico e progetta le scene di alcune opere, fra cui L’Eraclea di Alessandro Scarlatti del febbraio 1700. Due anni dopo, il fratello Francesco cura l’allestimento del Tito Sempronio Gracco dello stesso: i disegni a penna e acquerello sono al museo di San Martino. Anche Filippo Juvarra progetta nel 1706 alcune scene (disegni a Torino) mentre il milanese Giovan Battista Oliviero opera dal 1722 al 1726 in una quindicina di allestimenti, fra cui la Didone abbandonata di Domenico Sarro del 1724.
Il San Bartolomeo consolida inoltre il successo di Pietro Metastasio (pag. ).
Tra il 1723 e il 1735 vi sono rappresentate infatti le opere Siface re di Numidia su musica di Francesco Feo, Demetrio e La clemenza di Tito di Leonardo Leo, Alessandro nelle Indie di Francesco Mancini, Adriano in Siria di Giambattista Pergolesi, nonché la citata Didone abbandonata di Domenico Sarro “dramma rapido, chiaro, senza gonfiezze, senza intruse buffonerie, dove le situazioni sono con tanta arguzia effigiate e tutto è detto con mirabile facilità ed eleganza” (Benedetto Croce).
La rilevanza del teatro è testimoniata dal fatto che Carlo di Borbone vi assiste, ai primi di luglio del 1734, all’opera di Leonardo Leo Il castello d’Atlante, nella quale canta il giovane Caffariello. Il sovrano presenzia anche allo spettacolo del 4 novembre 1736, suo giorno onomastico.
Gli Avvisi riportano una puntuale descrizione degli addobbi della sala in tale circostanza: “…il Teatro fu ritrovato assai nobilmente adorno di ricchi e vaghi broccati, con una gran quantità di festoni che vedevansi in ogni palchetto, con a’ fianchi d’ognuno de’ medesimi due cornocopj con torchi di cera e quattro lumi framezzati da molte placche dorate, con altri lumi avanti alle medesime. Più che d’ogni altro comparve assai magnifico e risplendente per vaghezza dell’apparato il palco ove risierè la Maestà Sua, per essere il medesimo stato rivestito di varj broccati d’argento e rasi cremesi e di varj armellini e penne a meraviglia compartiti su di un fondo celeste”.
La vita del teatro si conclude con quella stessa Didone abbandonata che ne aveva segnata una tappa luminosa. Avviata infatti la costruzione del San Carlo, nel luglio 1737 inizia lo smantellamento del San Bartolomeo (il cui legname è utilizzato per la nuova sede) e la trasformazione nell’attuale chiesa della Graziella. Per strana coincidenza, nella cripta (visibile attraverso alcune grate su Vico Graziella) viene sepolto Angelo Carasale, impresario del San Bartolomeo e, per i primi quattro anni di vita, del San Carlo.
Entrato nelle grazie di Carlo di Borbone e arricchitosi oltremisura, è arrestato nel 1741 e rinchiuso nelle carceri della Vicaria e di castel Sant’Elmo, dove muore il 21 marzo 1742 di colpo apoplettico. Viene sepolto di notte, accompagnato da due sole torce, in questa chiesa.
Tratto da:
Church of Graziella in Naples (1738) [once San Bartolomeo Theatre (1621-1737). Here was perfomed in 1733 "La Serva Padrona" by Giambattista Pergolesi] - Architect Giovanni Antonio Medrano (Sciacca 1703-Naples 1760)
it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Antonio_Medrano
LISTENING:
La Serva Padrona (1733) by Giambattista Pergolesi:
www.youtube.com/watch?v=0QRml6yGZL0
Nelle immediate adiacenze del conservatorio della Pietà dei Turchini, sorge la chiesa di Santa Maria delle Grazie, detta la Graziella, rifazione del 1737-38 del teatro di San Bartolomeo. Questo, costruito nel 1621, danneggiato durante i tumulti del ’47-48, incendiatosi nell’81 e riaperto nell’83, viene abbellito alla fine del secolo e ampliato fino a cinque ordini di palchi. È il più importante teatro napoletano del Seicento, anche per aver ospitato alcune tra le prime opere in musica.
Infatti il 3 aprile 1654 la compagnia dei Febi Armonici, già attiva a palazzo Reale (pag. ) vi rappresenta Orontea, regina d’Egitto di Francesco Cavalli; l’anno seguente Il ratto di Elena di Francesco Cirillo e La fedeltà trionfante di Giuseppe Alfiero. Nel 1660 Francesco Provenzale vi dà La Cloridea, Alessandro Scarlatti nel 1689 L’Anacreonte tiranno e poi una trentina di altre composizioni. Scrive nel 1692 Carlo Celano che “nel Carnevale vi si rappresentano con molta spesa commedie in musica, ed in ogni anno vi va qualche casa a male per cagion delle Cantarine che vi rappresentano e che cantando incantano”. Fra queste si ricorda Giulia De Caro (pag. ) che fonda una compagnia con le migliori voci, impegnata nel 1673 nell’opera Marcello in Siracusa, su musica di Pietro Andrea Ziani. Nel libretto la cantante si vanta di aver riuniti “in questo nobil teatro tutte le Calliopi e gli Orfei, che hanno indotto stupori di cielo, non che all’Italia, al mondo”. Altre canterine a calcare le tavole del San Bartolomeo sono Caterina Porri, Giulietta Zuffi, Maria Maddalena Musi detta la Mignatta, Barbara Riccioni detta la Romanina e Vittoria Tarquini detta la Bombace.
Il secolo XVIII si apre con uno stupefacente episodio. Arcangelo Corelli, invitato nel 1701 da Roma a esibirsi come violino solista durante la rappresentazione di Laodicea e Berenice di Alessandro Scarlatti, sbaglia un attacco e non riesce a correggersi.
Invece, il primo violino dell’orchestra Pietro Marchitelli, detto Petrillo (pag. ) esegue magistralmente la stessa parte. L’imbarazzo è tale che Corelli confonde addirittura la tonalità di una successiva aria dell’opera. Dopo tale esperienza, se ne torna precipitosamente a Roma. Rilevante poi la presenza di Farinelli, impegnato in ben otto opere nel biennio 1724-26.
Memorabile la rappresentazione al teatro di San Bartolomeo il 28 agosto 1733 de La serva padrona di Giambattista Pergolesi.
Nata come intermezzo de Il prigionier superbo dello stesso, entrambi su libretto di Gennaro Antonio Federico “avrebbe assunto in seguito l’ambìto ruolo di vero e proprio modello… mettendo a frutto e sublimando, nella organica compiutezza della sua struttura, i tentativi, gli abbozzi, i risultati già raggiunti” (Michele Margadonna). Eseguita a Parigi nel 1746, innesca la famosa querelle des bouffons tra sostenitori dell’opera francese e di quella italiana. La trama vede Serpina intenta a circuire l’anziano padrone Uberto per farsi sposare. Animata da spirito egualitario (“Adunque, / perché io son serva, ho ad esser sopraffatta, / ho ad esser maltrattata? / No; signore, voglio esser rispettata, / voglio esser riverita, come fossi / padrona, arcipadrona, padronissima”) Serpina finge di essere promessa sposa al violento Vespone per commuovere Uberto. Questi, già predisposto (“…io me l’ho allevata, / so poi com’ella è nata”) ma condizionato da pregiudizi sociali (“troppo in alto voi volate”) cede alla fine e Serpina può esultare (“Se comandar vorrò, / disgusto non avrai: / or serva più non son”). Pergolesi rappresenta sempre al San Bartolomeo Salustia nel 1731 e Adriano in Siria con l’intermezzo Livietta e Tracollo ovvero La contadina astuta nel ’34.
Altri compositori scrivono per questo teatro: Francesco Feo nel 1729 l’intermezzo Il vedovo e alcuni drammi seri, Leonardo Leo una dozzina di opere, Francesco Mancini una ventina, e ancora Antonio Orefice, Domenico Sarro, Leonardo Vinci. L’importanza del San Bartolomeo, vero predecessore del San Carlo, è testimoniata anche dall’impegno dei più importanti scenografi.
Ferdinando Galli Bibiena ristruttura il palcoscenico e progetta le scene di alcune opere, fra cui L’Eraclea di Alessandro Scarlatti del febbraio 1700. Due anni dopo, il fratello Francesco cura l’allestimento del Tito Sempronio Gracco dello stesso: i disegni a penna e acquerello sono al museo di San Martino. Anche Filippo Juvarra progetta nel 1706 alcune scene (disegni a Torino) mentre il milanese Giovan Battista Oliviero opera dal 1722 al 1726 in una quindicina di allestimenti, fra cui la Didone abbandonata di Domenico Sarro del 1724.
Il San Bartolomeo consolida inoltre il successo di Pietro Metastasio (pag. ).
Tra il 1723 e il 1735 vi sono rappresentate infatti le opere Siface re di Numidia su musica di Francesco Feo, Demetrio e La clemenza di Tito di Leonardo Leo, Alessandro nelle Indie di Francesco Mancini, Adriano in Siria di Giambattista Pergolesi, nonché la citata Didone abbandonata di Domenico Sarro “dramma rapido, chiaro, senza gonfiezze, senza intruse buffonerie, dove le situazioni sono con tanta arguzia effigiate e tutto è detto con mirabile facilità ed eleganza” (Benedetto Croce).
La rilevanza del teatro è testimoniata dal fatto che Carlo di Borbone vi assiste, ai primi di luglio del 1734, all’opera di Leonardo Leo Il castello d’Atlante, nella quale canta il giovane Caffariello. Il sovrano presenzia anche allo spettacolo del 4 novembre 1736, suo giorno onomastico.
Gli Avvisi riportano una puntuale descrizione degli addobbi della sala in tale circostanza: “…il Teatro fu ritrovato assai nobilmente adorno di ricchi e vaghi broccati, con una gran quantità di festoni che vedevansi in ogni palchetto, con a’ fianchi d’ognuno de’ medesimi due cornocopj con torchi di cera e quattro lumi framezzati da molte placche dorate, con altri lumi avanti alle medesime. Più che d’ogni altro comparve assai magnifico e risplendente per vaghezza dell’apparato il palco ove risierè la Maestà Sua, per essere il medesimo stato rivestito di varj broccati d’argento e rasi cremesi e di varj armellini e penne a meraviglia compartiti su di un fondo celeste”.
La vita del teatro si conclude con quella stessa Didone abbandonata che ne aveva segnata una tappa luminosa. Avviata infatti la costruzione del San Carlo, nel luglio 1737 inizia lo smantellamento del San Bartolomeo (il cui legname è utilizzato per la nuova sede) e la trasformazione nell’attuale chiesa della Graziella. Per strana coincidenza, nella cripta (visibile attraverso alcune grate su Vico Graziella) viene sepolto Angelo Carasale, impresario del San Bartolomeo e, per i primi quattro anni di vita, del San Carlo.
Entrato nelle grazie di Carlo di Borbone e arricchitosi oltremisura, è arrestato nel 1741 e rinchiuso nelle carceri della Vicaria e di castel Sant’Elmo, dove muore il 21 marzo 1742 di colpo apoplettico. Viene sepolto di notte, accompagnato da due sole torce, in questa chiesa.
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