Mr.Connor
A Spasso Con Tom
(Che quella volta non cantò. Parlò, e soltanto un po’)
Fuori dal borgo la strada s'allarga un po'.
Cinquanta all'ora.
Sessanta.
Un leprotto attraversa la via. Si volta un attimo a guardare. Rallento, quasi mi fermo. Tom forse non se n'è nemmeno accorto. Continua a cantare, la voce a metà.
Ho voglia di strade fuori paese, campi e siepi attorno. E buio, finché ce n'è. Come sulla la strada per Monguzzo, quella che arriva da Anzano. Il fresco della notte s'è mangiato il puzzo dei campi. Le bestie dormono nelle stalle, qualcun'altra nel suo letto. Il buio finisce in paese. Una chiesa, un bar, due tornanti in discesa, lampioni ovunque.
Poi la Vallassina, cent'all'ora, e Tom Canta ancora. Guarda il cementificio che guardo io, rallentiamo appena. Quand'ero bambino mi sembrava infinito e terrificante, con quelle ciminiere puntate in cielo. Un mondo a sé, chissà quali misteri, là dentro. Chissà chi, chissà cosa. Adesso è solo un profilo di lucciole rosse una sopra all'altra, sembrano lumini da morto. Le ciminiere sono appena più nere della notte. Sembrava più grande, quand'ero bambino. Certe notti però ci vengo ancora, lascio la macchina un pezzo più su e faccio un pezzo di superstrada a piedi a vedere il mostro con il bambino che voleva espugnare Indastria.
Poi finisce la Vallassina, ma i lampioni no. C'è tutta una fila di locali sempre pieni di gente, e di macchine parcheggiate ovunque. Odio 'sti posti. Tom canta, gli faccio segno, magari ha sete. Guarda i locali, gli sputa addosso fuori dal finestrino.
Han fatto un sacco di rotonde. Davvero tante. Per eliminare il traffico dei semafori. Ci son posti, però, che di notte stanno bene con un semaforo che lampeggia. Invece no. Rotonde. E un sacco di lampioni rincoglioniti.
La strada adesso sale. I chilometri passano senza fretta. Poi l'asfalto spiana, e già mi girano le scatole, perché vedo un'altra fila di lampioni dove poco tempo fa non ce n'erano. Il lago è bello al buio, è bello perché attorno non c'è nulla, nemmeno una luce che ci si rifletta. Solo i colli, e chi ci passa vicino, di notte, nemmeno lo sa che lì c'è il lago. Schiaccia l'acceleratore nel buio, chi passa di qua, fissa gli occhi nel cono di luce davanti alla macchina, e se ne va.
Per fortuna i lampioni finiscono subito, e il Segrino dorme bagnato appena più in là della strada, nemmeno una stella che ci si specchi, stanotte. E volto un attimo il capo verso il lago, Tom continua a cantare e per me nemmeno l'ha visto. Invece se n'è accorto, sì.
Più avanti s'entra in paese. La strada raddrizza e s'illumina.
Un rettilineo di lampioni.
- Ma quanti cazzo di lampioni avete, qui?
- Troppi.
- Nemmeno riesco a contarli.
- E' per la sicurezza.
- E di chi?
- Della gente.
- Ma se non c'è in giro nessuno! Cosa cazzo se ne fa la gente, dei lampioni? Ci si mette sotto a mangiare spaghetti? Fossero trattorie, cazzo!
E ha ragione. Tanta da poterne sputare un po' fuori dal finestrino.
Han fatto montare la paura della gente, sempre a parlare di sicurezza, manco fossimo in guerra. E hanno messo lampioni dappertutto. La quantità di lampioni pro-capite è aumentata in maniera evidente.
E rotonde. Ne hanno fatte un sacco. Per ammazzare il traffico dei semafori. Vero. Fatto bene. Ora però ci sono rotonde ovunque, e sembrano tutte uguali. E attorno ci sono sempre più lampioni, e semafori no, non ce ne sono più. E invece certe volte di notte sarebbe bello, un semaforo. Un semaforo lampeggiante, a far segno nel buio, a strizzar l'occhio, invece di tutti questi lampioni rincoglioniti. In giro, però, nessuno. Solo asfalto e cemento senza ombre a muovercisi sopra.
Pure il centro è un esubero di luci. Case e chiese brillano di luce artificiale. Ci fossero stelle, in cielo, non si vedrebbero.
Faccio finire il paese e le sue luci al primo cartello marrone che trovo. D'ora in poi seguirò quelli, e un po' la mia memoria. C’è una strada, qui, che s’arrampica tra il buio e i boschi, fin su alla cima. C’è una sorgente, lassù. Acqua buona, fresca, l’acqua di prima che finisca in bottiglia nei supermercati. Non me ne frega molto, adesso, dell’acqua. Ho bisogno di notte, di buio, di silenzio. Ce n’è, lassù.
Ci son tratti dove quasi si fatica a salire in seconda. Si prende un po’ slancio, si guadagna velocità, e subito ecco una curva, all’improvviso, un tornante. Si stringe un po’ alla volta, la strada, e intanto sale. S’infila un paio di volte tra ringhiere arrugginite, vicine. Oltre le ringhiere un vuoto pieno di sterpi e di sassi. E Tom intanto canta. Fuori dal finestrino una sigaretta tra le dita, fuori dalle labbra, a mezzo delle parole, fili di fumo che sembrano lenzuola grigie stese al vento.
Sempre meno case, intanto. Sempre più alberi. E un albergo. Che a passarci davanti mi domando chi cavolo possa venirci, qui, a chi serva. Saliamo piano, c’è tutto il tempo per guardarlo. Un monolite che sembra fuori dal tempo, quassù. Roba per milanesi affamati di sole e di boschi, che non ne han visti mai, vengono di giorno e magari prima di ripartire per casa si fermano a mangiare, forse qualcuno a dormirci una notte. E turisti, ecco. Turisti anziani, dal nord. Di giorno mettono i dolori delle ossa sotto al sole, di notte sotto alle trapunte. Ma adesso si fa fatica perfino a immaginarle, cose così.
Brutta idea venire fin quassù. La strada si strozza, s’impicca. Ogni chilometro, ogni curva, c’è del niente in più, del tutto in meno. Faccio inversione a mezzo di un tornante, riparto in seconda. Di nuovo l’albergo. A sinistra, adesso. Dirimpetto, di qua della strada, c’è un parcheggio. Ci staranno forse una dozzina di macchine, quando ce ne sono. Adesso è vuoto. C’è solo la mia. La spengo.
L’albergo troneggia, per lungo, parallelo alla strada. Fatico a tenerlo tutto nello sguardo, così vicino. M’arriva preciso dall’ultima ciglia di un occhio all’ultima dell’altra, ma se cerco di mettere a fuoco da una parte perdo qualcosa dall’altra, cemento in fuga. C’è una scala che sale fino all’ingresso. Una porta a vetri, chiusa. Dentro un piccolo atrio, con un vecchio bancone di legno. Dietro al bancone due scale. Una scende, una sale. Buie tutt’e due, gradini ciechi.
Dev’esserci un salone, a sinistra, se ne vede un pezzetto, ci sono delle luci accese. Ma l’atrio è penombra, anticamera del buio delle scale, e il poco di luce che arriva dal plafone basta appena a illuminare il vecchio bancone di legno, ne fa quasi minaccia, pezzo di legno per posarci mani e gomiti e scambiarsi saluti, ma non c’è nessuno adesso, nessuno dietro e nessuno davanti.
Assenza, evidenza.
L’uomo non ce l’ha un dizionario buono per spiegare certe cose, per dire davvero come si sta. Uno per spiegare come sto adesso, quasi sollevato se penso che un attimo fa stavo per mettere mano alla maniglia, senza guardare oltre la porta, per aprirla, e invece non l’ho fatto. Riprendo i gradini, torno alla strada. E mi ci fermo, in mezzo.
Tanto non sale nessuno, adesso. Nessuno scende.
Questo sembra: che nessuno l’abbia fatto mai, che se qualcuno l’ha fatto non succederà mai più. Questo sembra: che prima e poi, che sempre e mai, siano nodi su un nastro di tempo che non circonda nulla e nulla misura. Un nastro inutile arrotolato attorno a frette e ritardi e orologi.
L’ala sinistra del piano terra è illuminata, dietro alle finestre. Quell’altra no, è buia. E non so se son meglio quelle finestre buie, quel buio dietro, o tutte quelle persiane chiuse ai piani superiori, sprangate. Un buio da vedere e uno da indovinare. Colpisce forte la sensazione di assenza, e quell’altra più forte, successiva nella consapevolezza, precedente a saperla riconoscere, che no, non è vuoto, quest’assenza. Manca i riti degli obblighi, mancano suono e sagoma, ma qualcosa c’è sempre, qualcosa succede, smettessimo pure di esistere noi e il tempo delle nostre lancette.
Attorno c’è il buio, e dentro il buio c’è il suono del vento che s’infila tra le foglie e i rami ed i monti. Ora più che mai non è più suono, il suono del vento, non solo suono. E’ parola, parole. Intenzione, racconto, consapevolezza. E a me ne manca la conoscenza. Soffia, il vento, e dentro di me la paura è un’altra, adesso. E’ emozione. Viva, grata, piena. Il vento risuona tutto attorno, e non è una voce che monta e cala, che s’abbassa e poi torna a strillare, no. E’ un lungo discorso che sembra non debba finire mai, è voce che ha la pazienza del tempo, e nessuna fretta di arrivare a finire. Perché finirò prima io, e già non ci sarò più. Il vento risuonerà ancora, così, senza bassi e senza acuti, senza prima e senza poi.
Torno alla macchina, seduto per traverso sul sedile. M’accendo una sigaretta. Tom non c’è. Sarà nel buio del parcheggio a pisciare. C’è un gatto, però. Prima non c’era. Sbuca dal buio, al ritmo di un tempo senza fretta e senza ritardi. S’accorge di me, si ferma al principio dei gradini, di là della strada. E mi guarda. Un piccolo gatto nero. Non gli dispiace, che io sia qui. E nemmeno gli fa piacere. Non sono male, non sono bene. Non per lui.
Sono.
Potessi rubarti il segreto, piccolo gatto nero. Per vedere qual è la strada per finire al centro delle cose, e vedere di qua e di là. Dietro di me s’apre la portiera e poi si chiude. E’ Tom. Riaccendo la macchina, la rimetto in strada. Volto un attimo il capo a cercare il piccolo gatto nero, ma già non c’è più.
E ora si scende. A tratti sembra una picchiata. Cambio strada, adesso, quasi alla fine di quella fatta prima, per farne un’altra. E’ stretta anche questa, s’infila in mezzo alle prime case. Facciate gialle di luce artificiale. Vicine, sempre più. Sembra vogliano stritolarmi la macchina, le case, un abbraccio che non vedrà nessuno, perché qui non c’è nessuno. Solo la luce sul cemento vecchio, e tetti che lassù sembra si vadano a cercare per dirsi qualcosa all’orecchio.
Riconosco una vecchia osteria, l’unica aperta. Ma non ho voglia di fermarmi. C’è un vicolo, là dietro, più stretto ancora. Ci passavo quando avevo la metà di questi anni, e non c’era tutta quella luce sui baci che ci ho preso per qualche settimana già lontana una vita. Rallento, che forse Tom ha sete. Invece se ne sta con i gomiti poggiati su bordo basso del finestrino abbassato, la testa sugli avambracci. Fuma, non parla. Allora tiro dritto, tra le strettoie e le luci e Tom ricomincia a cantare. Una canzone di adolescenti seduti in vespa e jeans sbottonati per farci stare tutti quei baci.
Lampioni, di nuovo lampioni. E rotonde. Ce n’è quasi fuori dal paese. E dietro alla rotonda c’è un parcheggio con una rimessa. Operai che s’affaccendano a far chissà cosa, tute arancioni da lavoro. Ci fermiamo nel parcheggio a guardare gli operai. La notte si fotte i suoni, sempre che gli operai stiano parlando. E il senso del gesto, del movimento. A non saperne il motivo, la direzione, è tutta una danza. Senza trama. Solo gesti. Un paio di sigarette che s’accendono, che si consumano e si spengono. Poi si va via. Lasciamo indietro Canzo e i suoi lampioni e i suoi operai e ci rimettiamo per strada.
Solo per un po’. Finché lo sguardo, sul rettilineo buio fuori dal paese, si ferma su due luci. Di qua, a sinistra. Ma lì non c’è strada, c’è il crinale del colle. No, è vero: c’è la rotaia. Non vado molto forte, ma le luci ci stanno mettendo un po’ troppo, a incontrarmi. Perché son ferme. Le costeggio e quasi mi fermo anch’io. Mai visto, un treno come quello. Mai visti vagoni strani come questi. Nemmeno fosse un treno merci, e ne ho visti un bel po’, di quelli. E’ acceso, ma fermo. E f un rumore forte e strano, nuovo. Sa di ferraglia e di pietre e, e di motore che brontola al mino, che protesta. Tom canticchia, dietro di me, fa quasi un colpo di tosse. Suona divertito. Io ci capisco poco e nulla. Tiro dritto fino a Pontelambro, e penso al treno . E torno indietro, perché voglio vederlo ancora. Rieccolo, stavolta dal lato di Tom. Filo dritto fino al ristorante che dà sui binari, più avanti. Parcheggio.
- Vieni?
Tom sta già scendendo, è giù con una gamba di fuori. Scende, si volta chino.
-Tu?
E se ne va. Lo trovo fuori dal parcheggio, ombra intermittente con quel semaforo che gli lampeggia appena sopra alla testa. S’accende una sigaretta. E guarda il treno. Anche io. Strani vagoni: tutto un intrico di putrelle e traverse d’acciaio dipinte di giallo, coricate. Ma non sembra le trasportino. Non sembrano merce. Cosa ci farebbe, poi, fermo qui, quel treno? Ad aspettare cosa? Ed è ben lungo: lo sguardo arriva fino alla galleria, appena prima di Pontelambro, e lo vedo bene che il treno continua per tutto là sotto. C’è tutta una fila di lampadine che s’infila nel buio della galleria, chissà fin dove.
Manutenzione, ecco, per forza. Non credo sia il cambio delle traversine, quello si fa in un altro modo, l’ho visto fare. Forse questo bestione farà la rettifica dei binari. Dev’essere così. Un treno operaio, che controlla la distanza tra i binari.
E ci son degli operai, sul treno operaio. Tute arancioni, come quelle di prima. Li si sente vociare, qualche volta, arrampicati sulle putrelle del treno. Su tutto c’è quel chiasso confortante, arrotolato, di ferro e di sassi, e a farci caso anche il brontolio del motore che aspetta di ripartire. Così il pachiderma giallo ripartirà. Intanto qualcuno degli operai lascia il treno manutentore e attraversa la strada. Andranno al ristorante a bere qualcosa. Ci salutano con un gesto del capo. Sembrano contenti.
Ce ne stiamo un altro po’ a guardare il treno. Io e Tom e qualche altra sigaretta.
Con un semaforo che ci lampeggia sulla testa, e il pachiderma che brontola là davanti.
- Io vado.
Ecco. Tom scende qua. Nemmeno, perché scendere l’ha già fatto mentre lo diceva, è già sceso. Tom sale. Cambia, ecco. Bello così, Tom, penso. Una stazione a cielo aperto, una stazione grande come tutto il pezzo di mondo che una persona può vedere. Un pezzo di strada insieme, poi si scende, s’aspetta una coincidenza. Ognuno la propria. Quanto ne vorrei una, Tom. Tu non lo sai, quanto ne ho bisogno.
Così guardiamo il treno, e intorno è sempre notte.
- Bevi?
Mi volto un attimo a guardarlo, faccio segno di no. Poi ci salutiamo. Torno alla macchina. Tom mi trova con la voce quand’ho appena messo venti passi tra me e lui.
- E’ stato bello, lassù.
Mi volto appena.
- Davvero.
E intanto che lo dice fa un segno che sembra si sfiori il cuore con una mano e la levi per un inchino. Poi l’artiglio si ferma a metà strada tra il cuore e il cielo, regge un bicchiere di racconti per un brindisi di quando ci si lascia, o di quando ci si ritrova.
Poi vado via, volto la macchina nel parcheggio e riprendo la strada, e Tom non c’è più. Al ristorante, forse. Lascio passare una macchina, il semaforo lampeggia sulla mia. Faccio per ripartire, e al margine dello sguardo vedo un’ombra grigia saltare sul treno manutentore, ma forse è inganno, forse è l’occhio disilluso dagli ammicchi del semaforo.
Tutta una tirata, poi. Fino ad Albavilla. Lampioni, ancora.
Scendo un attimo al bar, c’è un brutto posto dove mi fermo ogni tanto, qui. Ordino una birra, la pago. Bevo. Non c’è più la mia amica, dietro al bancone, si vede che non lavora più qui. Chissà da quant’è che non ci vengo. Esco, torno al parcheggio. Prima di salire in macchina cerco un po’ con lo sguardo. Che i lampioni magari dimenticano un brandello di buio, da qualche parte, un angolo dove ci si rifugiano le ombre quando scappano via dalla luce. E magari nelle ombre c’è pure qualcuno come Toronto che scappa via dai suoi guai, e si fa ombra pure lui in un angolo dove raccoglierlo se ci s'inciampa. Però no, non c’è.
Così vado via. E son lampioni fin quasi a casa, fin quasi alla curva del leprotto.
A Spasso Con Tom
(Che quella volta non cantò. Parlò, e soltanto un po’)
Fuori dal borgo la strada s'allarga un po'.
Cinquanta all'ora.
Sessanta.
Un leprotto attraversa la via. Si volta un attimo a guardare. Rallento, quasi mi fermo. Tom forse non se n'è nemmeno accorto. Continua a cantare, la voce a metà.
Ho voglia di strade fuori paese, campi e siepi attorno. E buio, finché ce n'è. Come sulla la strada per Monguzzo, quella che arriva da Anzano. Il fresco della notte s'è mangiato il puzzo dei campi. Le bestie dormono nelle stalle, qualcun'altra nel suo letto. Il buio finisce in paese. Una chiesa, un bar, due tornanti in discesa, lampioni ovunque.
Poi la Vallassina, cent'all'ora, e Tom Canta ancora. Guarda il cementificio che guardo io, rallentiamo appena. Quand'ero bambino mi sembrava infinito e terrificante, con quelle ciminiere puntate in cielo. Un mondo a sé, chissà quali misteri, là dentro. Chissà chi, chissà cosa. Adesso è solo un profilo di lucciole rosse una sopra all'altra, sembrano lumini da morto. Le ciminiere sono appena più nere della notte. Sembrava più grande, quand'ero bambino. Certe notti però ci vengo ancora, lascio la macchina un pezzo più su e faccio un pezzo di superstrada a piedi a vedere il mostro con il bambino che voleva espugnare Indastria.
Poi finisce la Vallassina, ma i lampioni no. C'è tutta una fila di locali sempre pieni di gente, e di macchine parcheggiate ovunque. Odio 'sti posti. Tom canta, gli faccio segno, magari ha sete. Guarda i locali, gli sputa addosso fuori dal finestrino.
Han fatto un sacco di rotonde. Davvero tante. Per eliminare il traffico dei semafori. Ci son posti, però, che di notte stanno bene con un semaforo che lampeggia. Invece no. Rotonde. E un sacco di lampioni rincoglioniti.
La strada adesso sale. I chilometri passano senza fretta. Poi l'asfalto spiana, e già mi girano le scatole, perché vedo un'altra fila di lampioni dove poco tempo fa non ce n'erano. Il lago è bello al buio, è bello perché attorno non c'è nulla, nemmeno una luce che ci si rifletta. Solo i colli, e chi ci passa vicino, di notte, nemmeno lo sa che lì c'è il lago. Schiaccia l'acceleratore nel buio, chi passa di qua, fissa gli occhi nel cono di luce davanti alla macchina, e se ne va.
Per fortuna i lampioni finiscono subito, e il Segrino dorme bagnato appena più in là della strada, nemmeno una stella che ci si specchi, stanotte. E volto un attimo il capo verso il lago, Tom continua a cantare e per me nemmeno l'ha visto. Invece se n'è accorto, sì.
Più avanti s'entra in paese. La strada raddrizza e s'illumina.
Un rettilineo di lampioni.
- Ma quanti cazzo di lampioni avete, qui?
- Troppi.
- Nemmeno riesco a contarli.
- E' per la sicurezza.
- E di chi?
- Della gente.
- Ma se non c'è in giro nessuno! Cosa cazzo se ne fa la gente, dei lampioni? Ci si mette sotto a mangiare spaghetti? Fossero trattorie, cazzo!
E ha ragione. Tanta da poterne sputare un po' fuori dal finestrino.
Han fatto montare la paura della gente, sempre a parlare di sicurezza, manco fossimo in guerra. E hanno messo lampioni dappertutto. La quantità di lampioni pro-capite è aumentata in maniera evidente.
E rotonde. Ne hanno fatte un sacco. Per ammazzare il traffico dei semafori. Vero. Fatto bene. Ora però ci sono rotonde ovunque, e sembrano tutte uguali. E attorno ci sono sempre più lampioni, e semafori no, non ce ne sono più. E invece certe volte di notte sarebbe bello, un semaforo. Un semaforo lampeggiante, a far segno nel buio, a strizzar l'occhio, invece di tutti questi lampioni rincoglioniti. In giro, però, nessuno. Solo asfalto e cemento senza ombre a muovercisi sopra.
Pure il centro è un esubero di luci. Case e chiese brillano di luce artificiale. Ci fossero stelle, in cielo, non si vedrebbero.
Faccio finire il paese e le sue luci al primo cartello marrone che trovo. D'ora in poi seguirò quelli, e un po' la mia memoria. C’è una strada, qui, che s’arrampica tra il buio e i boschi, fin su alla cima. C’è una sorgente, lassù. Acqua buona, fresca, l’acqua di prima che finisca in bottiglia nei supermercati. Non me ne frega molto, adesso, dell’acqua. Ho bisogno di notte, di buio, di silenzio. Ce n’è, lassù.
Ci son tratti dove quasi si fatica a salire in seconda. Si prende un po’ slancio, si guadagna velocità, e subito ecco una curva, all’improvviso, un tornante. Si stringe un po’ alla volta, la strada, e intanto sale. S’infila un paio di volte tra ringhiere arrugginite, vicine. Oltre le ringhiere un vuoto pieno di sterpi e di sassi. E Tom intanto canta. Fuori dal finestrino una sigaretta tra le dita, fuori dalle labbra, a mezzo delle parole, fili di fumo che sembrano lenzuola grigie stese al vento.
Sempre meno case, intanto. Sempre più alberi. E un albergo. Che a passarci davanti mi domando chi cavolo possa venirci, qui, a chi serva. Saliamo piano, c’è tutto il tempo per guardarlo. Un monolite che sembra fuori dal tempo, quassù. Roba per milanesi affamati di sole e di boschi, che non ne han visti mai, vengono di giorno e magari prima di ripartire per casa si fermano a mangiare, forse qualcuno a dormirci una notte. E turisti, ecco. Turisti anziani, dal nord. Di giorno mettono i dolori delle ossa sotto al sole, di notte sotto alle trapunte. Ma adesso si fa fatica perfino a immaginarle, cose così.
Brutta idea venire fin quassù. La strada si strozza, s’impicca. Ogni chilometro, ogni curva, c’è del niente in più, del tutto in meno. Faccio inversione a mezzo di un tornante, riparto in seconda. Di nuovo l’albergo. A sinistra, adesso. Dirimpetto, di qua della strada, c’è un parcheggio. Ci staranno forse una dozzina di macchine, quando ce ne sono. Adesso è vuoto. C’è solo la mia. La spengo.
L’albergo troneggia, per lungo, parallelo alla strada. Fatico a tenerlo tutto nello sguardo, così vicino. M’arriva preciso dall’ultima ciglia di un occhio all’ultima dell’altra, ma se cerco di mettere a fuoco da una parte perdo qualcosa dall’altra, cemento in fuga. C’è una scala che sale fino all’ingresso. Una porta a vetri, chiusa. Dentro un piccolo atrio, con un vecchio bancone di legno. Dietro al bancone due scale. Una scende, una sale. Buie tutt’e due, gradini ciechi.
Dev’esserci un salone, a sinistra, se ne vede un pezzetto, ci sono delle luci accese. Ma l’atrio è penombra, anticamera del buio delle scale, e il poco di luce che arriva dal plafone basta appena a illuminare il vecchio bancone di legno, ne fa quasi minaccia, pezzo di legno per posarci mani e gomiti e scambiarsi saluti, ma non c’è nessuno adesso, nessuno dietro e nessuno davanti.
Assenza, evidenza.
L’uomo non ce l’ha un dizionario buono per spiegare certe cose, per dire davvero come si sta. Uno per spiegare come sto adesso, quasi sollevato se penso che un attimo fa stavo per mettere mano alla maniglia, senza guardare oltre la porta, per aprirla, e invece non l’ho fatto. Riprendo i gradini, torno alla strada. E mi ci fermo, in mezzo.
Tanto non sale nessuno, adesso. Nessuno scende.
Questo sembra: che nessuno l’abbia fatto mai, che se qualcuno l’ha fatto non succederà mai più. Questo sembra: che prima e poi, che sempre e mai, siano nodi su un nastro di tempo che non circonda nulla e nulla misura. Un nastro inutile arrotolato attorno a frette e ritardi e orologi.
L’ala sinistra del piano terra è illuminata, dietro alle finestre. Quell’altra no, è buia. E non so se son meglio quelle finestre buie, quel buio dietro, o tutte quelle persiane chiuse ai piani superiori, sprangate. Un buio da vedere e uno da indovinare. Colpisce forte la sensazione di assenza, e quell’altra più forte, successiva nella consapevolezza, precedente a saperla riconoscere, che no, non è vuoto, quest’assenza. Manca i riti degli obblighi, mancano suono e sagoma, ma qualcosa c’è sempre, qualcosa succede, smettessimo pure di esistere noi e il tempo delle nostre lancette.
Attorno c’è il buio, e dentro il buio c’è il suono del vento che s’infila tra le foglie e i rami ed i monti. Ora più che mai non è più suono, il suono del vento, non solo suono. E’ parola, parole. Intenzione, racconto, consapevolezza. E a me ne manca la conoscenza. Soffia, il vento, e dentro di me la paura è un’altra, adesso. E’ emozione. Viva, grata, piena. Il vento risuona tutto attorno, e non è una voce che monta e cala, che s’abbassa e poi torna a strillare, no. E’ un lungo discorso che sembra non debba finire mai, è voce che ha la pazienza del tempo, e nessuna fretta di arrivare a finire. Perché finirò prima io, e già non ci sarò più. Il vento risuonerà ancora, così, senza bassi e senza acuti, senza prima e senza poi.
Torno alla macchina, seduto per traverso sul sedile. M’accendo una sigaretta. Tom non c’è. Sarà nel buio del parcheggio a pisciare. C’è un gatto, però. Prima non c’era. Sbuca dal buio, al ritmo di un tempo senza fretta e senza ritardi. S’accorge di me, si ferma al principio dei gradini, di là della strada. E mi guarda. Un piccolo gatto nero. Non gli dispiace, che io sia qui. E nemmeno gli fa piacere. Non sono male, non sono bene. Non per lui.
Sono.
Potessi rubarti il segreto, piccolo gatto nero. Per vedere qual è la strada per finire al centro delle cose, e vedere di qua e di là. Dietro di me s’apre la portiera e poi si chiude. E’ Tom. Riaccendo la macchina, la rimetto in strada. Volto un attimo il capo a cercare il piccolo gatto nero, ma già non c’è più.
E ora si scende. A tratti sembra una picchiata. Cambio strada, adesso, quasi alla fine di quella fatta prima, per farne un’altra. E’ stretta anche questa, s’infila in mezzo alle prime case. Facciate gialle di luce artificiale. Vicine, sempre più. Sembra vogliano stritolarmi la macchina, le case, un abbraccio che non vedrà nessuno, perché qui non c’è nessuno. Solo la luce sul cemento vecchio, e tetti che lassù sembra si vadano a cercare per dirsi qualcosa all’orecchio.
Riconosco una vecchia osteria, l’unica aperta. Ma non ho voglia di fermarmi. C’è un vicolo, là dietro, più stretto ancora. Ci passavo quando avevo la metà di questi anni, e non c’era tutta quella luce sui baci che ci ho preso per qualche settimana già lontana una vita. Rallento, che forse Tom ha sete. Invece se ne sta con i gomiti poggiati su bordo basso del finestrino abbassato, la testa sugli avambracci. Fuma, non parla. Allora tiro dritto, tra le strettoie e le luci e Tom ricomincia a cantare. Una canzone di adolescenti seduti in vespa e jeans sbottonati per farci stare tutti quei baci.
Lampioni, di nuovo lampioni. E rotonde. Ce n’è quasi fuori dal paese. E dietro alla rotonda c’è un parcheggio con una rimessa. Operai che s’affaccendano a far chissà cosa, tute arancioni da lavoro. Ci fermiamo nel parcheggio a guardare gli operai. La notte si fotte i suoni, sempre che gli operai stiano parlando. E il senso del gesto, del movimento. A non saperne il motivo, la direzione, è tutta una danza. Senza trama. Solo gesti. Un paio di sigarette che s’accendono, che si consumano e si spengono. Poi si va via. Lasciamo indietro Canzo e i suoi lampioni e i suoi operai e ci rimettiamo per strada.
Solo per un po’. Finché lo sguardo, sul rettilineo buio fuori dal paese, si ferma su due luci. Di qua, a sinistra. Ma lì non c’è strada, c’è il crinale del colle. No, è vero: c’è la rotaia. Non vado molto forte, ma le luci ci stanno mettendo un po’ troppo, a incontrarmi. Perché son ferme. Le costeggio e quasi mi fermo anch’io. Mai visto, un treno come quello. Mai visti vagoni strani come questi. Nemmeno fosse un treno merci, e ne ho visti un bel po’, di quelli. E’ acceso, ma fermo. E f un rumore forte e strano, nuovo. Sa di ferraglia e di pietre e, e di motore che brontola al mino, che protesta. Tom canticchia, dietro di me, fa quasi un colpo di tosse. Suona divertito. Io ci capisco poco e nulla. Tiro dritto fino a Pontelambro, e penso al treno . E torno indietro, perché voglio vederlo ancora. Rieccolo, stavolta dal lato di Tom. Filo dritto fino al ristorante che dà sui binari, più avanti. Parcheggio.
- Vieni?
Tom sta già scendendo, è giù con una gamba di fuori. Scende, si volta chino.
-Tu?
E se ne va. Lo trovo fuori dal parcheggio, ombra intermittente con quel semaforo che gli lampeggia appena sopra alla testa. S’accende una sigaretta. E guarda il treno. Anche io. Strani vagoni: tutto un intrico di putrelle e traverse d’acciaio dipinte di giallo, coricate. Ma non sembra le trasportino. Non sembrano merce. Cosa ci farebbe, poi, fermo qui, quel treno? Ad aspettare cosa? Ed è ben lungo: lo sguardo arriva fino alla galleria, appena prima di Pontelambro, e lo vedo bene che il treno continua per tutto là sotto. C’è tutta una fila di lampadine che s’infila nel buio della galleria, chissà fin dove.
Manutenzione, ecco, per forza. Non credo sia il cambio delle traversine, quello si fa in un altro modo, l’ho visto fare. Forse questo bestione farà la rettifica dei binari. Dev’essere così. Un treno operaio, che controlla la distanza tra i binari.
E ci son degli operai, sul treno operaio. Tute arancioni, come quelle di prima. Li si sente vociare, qualche volta, arrampicati sulle putrelle del treno. Su tutto c’è quel chiasso confortante, arrotolato, di ferro e di sassi, e a farci caso anche il brontolio del motore che aspetta di ripartire. Così il pachiderma giallo ripartirà. Intanto qualcuno degli operai lascia il treno manutentore e attraversa la strada. Andranno al ristorante a bere qualcosa. Ci salutano con un gesto del capo. Sembrano contenti.
Ce ne stiamo un altro po’ a guardare il treno. Io e Tom e qualche altra sigaretta.
Con un semaforo che ci lampeggia sulla testa, e il pachiderma che brontola là davanti.
- Io vado.
Ecco. Tom scende qua. Nemmeno, perché scendere l’ha già fatto mentre lo diceva, è già sceso. Tom sale. Cambia, ecco. Bello così, Tom, penso. Una stazione a cielo aperto, una stazione grande come tutto il pezzo di mondo che una persona può vedere. Un pezzo di strada insieme, poi si scende, s’aspetta una coincidenza. Ognuno la propria. Quanto ne vorrei una, Tom. Tu non lo sai, quanto ne ho bisogno.
Così guardiamo il treno, e intorno è sempre notte.
- Bevi?
Mi volto un attimo a guardarlo, faccio segno di no. Poi ci salutiamo. Torno alla macchina. Tom mi trova con la voce quand’ho appena messo venti passi tra me e lui.
- E’ stato bello, lassù.
Mi volto appena.
- Davvero.
E intanto che lo dice fa un segno che sembra si sfiori il cuore con una mano e la levi per un inchino. Poi l’artiglio si ferma a metà strada tra il cuore e il cielo, regge un bicchiere di racconti per un brindisi di quando ci si lascia, o di quando ci si ritrova.
Poi vado via, volto la macchina nel parcheggio e riprendo la strada, e Tom non c’è più. Al ristorante, forse. Lascio passare una macchina, il semaforo lampeggia sulla mia. Faccio per ripartire, e al margine dello sguardo vedo un’ombra grigia saltare sul treno manutentore, ma forse è inganno, forse è l’occhio disilluso dagli ammicchi del semaforo.
Tutta una tirata, poi. Fino ad Albavilla. Lampioni, ancora.
Scendo un attimo al bar, c’è un brutto posto dove mi fermo ogni tanto, qui. Ordino una birra, la pago. Bevo. Non c’è più la mia amica, dietro al bancone, si vede che non lavora più qui. Chissà da quant’è che non ci vengo. Esco, torno al parcheggio. Prima di salire in macchina cerco un po’ con lo sguardo. Che i lampioni magari dimenticano un brandello di buio, da qualche parte, un angolo dove ci si rifugiano le ombre quando scappano via dalla luce. E magari nelle ombre c’è pure qualcuno come Toronto che scappa via dai suoi guai, e si fa ombra pure lui in un angolo dove raccoglierlo se ci s'inciampa. Però no, non c’è.
Così vado via. E son lampioni fin quasi a casa, fin quasi alla curva del leprotto.