Mr.Connor
2007 (Vecchie Parole, Strade Nuove)
-Eccola.
Gl'indicò con un gesto del capo una ragazza in mezzo a gente che partiva e gente che arrivava. Il treno s'era spento, la gran parte dei passeggeri già camminavano di fretta verso la fine del binario. Altri l'incrociavano per prendere posto e partire.
-E' quella?
-E' quella.
Faticava un po' a vederla. La calca la mangiava e poi se ne liberava, lei s'avanzava a passi piccoli e lenti. Portava un cappotto grigio melange, lungo fino alle ginocchia. Stivali, qualche centimetro di tacchi.
-E' carina.
-Sei stato fortunato.
Si girò a guardare la signora al suo fianco.
Fumava una sigaretta senza filtro, lunghe boccate di fumo denso e scuro. Odorava quasi di bosco, di foglie, d'autunno. Ormai quell'odore lo riconosceva. Almeno quello non cambiava, l'odore, sempre lo stesso. La signora invece sì. Un attimo prima, e il treno ancora frenava, l'aveva guardata socchiudere gli occhi, due occhi grandi e maliziosi, verdi. Li aveva socchiusi, ciglia folte e lunghe, zigomi morbidi, delicati.
Poi il treno s'era fermato, qualcuno era passato tra di loro, due uomini con valigie enormi, e una ragazza affannata, rumore di tacchi. La signora aveva parlato, e lui s'era voltato verso il binario dove il treno apriva le porte e si svuotava. L'aveva guardata ancora, la signora. Quel profilo affilato, quegli zigomi feroci, duri, gli occhi ora neri, sottili. Incavava le guance aspirando un'altra boccata di fumo, e già non era più lei, ai lati del viso capelli neri come la notte.
Solo quell'odore di bosco, leggero.
-Come si chiama?
Ormai la ragazza era vicina. S'era fermata all'altezza del locomotore, lo sguardo levato verso il tabellone degli arrivi e delle partenze. Aveva un volto delicato, sopracciglia nette, capelli ribelli.
-Te lo dirà lei?
-Chi è?
-Lo saprai.
Guardò la signora. Lei gli rispose con uno sguardo appena accennato, solo un rapido movimento degli occhi. Labbra rosse senza espressione, una piccola ruga sul mento. Una nuvola di fumo odoroso. Poi volse lo sguardo verso il treno, nuove rughe agli angoli degli occhi, e il fumo si dissolveva senza fretta, piano, scopriva ciocche di capelli grigi.
-Per favore, dimmelo.
-Un altro favore?
Tacque. Tacque anche lui.
-Ricorda il patto.
-Lo ricorderò.
Gli tremava un po' la voce.
L'aveva chiesto, l'aveva avuto. Ed ora era tardi.
-Il nome, per favore, solo il nome.
-No.
-Non la conosco.
-Hai chiesto un favore. L'hai avuto. Ora decido io.
Lo guardò negli occhi.
Un attimo solo, spilli sotto alla pelle, gelo nel cuore, iridi di legno d'ulivo, odore di bosco, e in quello sguardo c'era tutta una vita, passata, e ce n'era un'altra, forse.
-Non hai più tempo. Scegli. Accetti?
-Sì.
-Non avrai altra occasione.
-Accetto.
-Puoi venire con me.
-No!
La signora sorrise.
-Non ora, certo, non ora. E' il patto.
Due anziani passarono tra di loro chiedendo permesso. Una mano l'afferrò per il gomito. Mano di ragazza. E un attimo dopo era davanti a lui.
-Eccoti!
L'abbracciò, si scostò da lui, gli parlò, cose da raccontare, chiedeva come stesse suo fratello, lo chiamava per nome.
-Mi sei mancato, sai?
Lo baciò, labbra schiuse e sapore di buono, passione giovane, fresca, incosciente. Spingeva il bacino contro al suo, sui tacchi una danza urgente, leggera.
-Andiamo?
-Sì.
S'abbracciarono ancora. Lei stringeva forte, lui guardava dove un attimo prima c'era la Signora, ed ora non c'era più nessuno. Strinse forte la ragazza, e lei lo sapeva, chi era lui, forte l'abbraccio e caldo il capo spettinato sul petto, come d'innamorati da troppo tempo lontani. La spettino, le arruffò i capelli sulla piccola nuca per la prima volta, ma erano già mille, era già un passato riscritto.
Respirò il profumo dei suoi capelli. Profumo di terra, di bosco, di legno antico.
(..)
2007 (Vecchie Parole, Strade Nuove)
-Eccola.
Gl'indicò con un gesto del capo una ragazza in mezzo a gente che partiva e gente che arrivava. Il treno s'era spento, la gran parte dei passeggeri già camminavano di fretta verso la fine del binario. Altri l'incrociavano per prendere posto e partire.
-E' quella?
-E' quella.
Faticava un po' a vederla. La calca la mangiava e poi se ne liberava, lei s'avanzava a passi piccoli e lenti. Portava un cappotto grigio melange, lungo fino alle ginocchia. Stivali, qualche centimetro di tacchi.
-E' carina.
-Sei stato fortunato.
Si girò a guardare la signora al suo fianco.
Fumava una sigaretta senza filtro, lunghe boccate di fumo denso e scuro. Odorava quasi di bosco, di foglie, d'autunno. Ormai quell'odore lo riconosceva. Almeno quello non cambiava, l'odore, sempre lo stesso. La signora invece sì. Un attimo prima, e il treno ancora frenava, l'aveva guardata socchiudere gli occhi, due occhi grandi e maliziosi, verdi. Li aveva socchiusi, ciglia folte e lunghe, zigomi morbidi, delicati.
Poi il treno s'era fermato, qualcuno era passato tra di loro, due uomini con valigie enormi, e una ragazza affannata, rumore di tacchi. La signora aveva parlato, e lui s'era voltato verso il binario dove il treno apriva le porte e si svuotava. L'aveva guardata ancora, la signora. Quel profilo affilato, quegli zigomi feroci, duri, gli occhi ora neri, sottili. Incavava le guance aspirando un'altra boccata di fumo, e già non era più lei, ai lati del viso capelli neri come la notte.
Solo quell'odore di bosco, leggero.
-Come si chiama?
Ormai la ragazza era vicina. S'era fermata all'altezza del locomotore, lo sguardo levato verso il tabellone degli arrivi e delle partenze. Aveva un volto delicato, sopracciglia nette, capelli ribelli.
-Te lo dirà lei?
-Chi è?
-Lo saprai.
Guardò la signora. Lei gli rispose con uno sguardo appena accennato, solo un rapido movimento degli occhi. Labbra rosse senza espressione, una piccola ruga sul mento. Una nuvola di fumo odoroso. Poi volse lo sguardo verso il treno, nuove rughe agli angoli degli occhi, e il fumo si dissolveva senza fretta, piano, scopriva ciocche di capelli grigi.
-Per favore, dimmelo.
-Un altro favore?
Tacque. Tacque anche lui.
-Ricorda il patto.
-Lo ricorderò.
Gli tremava un po' la voce.
L'aveva chiesto, l'aveva avuto. Ed ora era tardi.
-Il nome, per favore, solo il nome.
-No.
-Non la conosco.
-Hai chiesto un favore. L'hai avuto. Ora decido io.
Lo guardò negli occhi.
Un attimo solo, spilli sotto alla pelle, gelo nel cuore, iridi di legno d'ulivo, odore di bosco, e in quello sguardo c'era tutta una vita, passata, e ce n'era un'altra, forse.
-Non hai più tempo. Scegli. Accetti?
-Sì.
-Non avrai altra occasione.
-Accetto.
-Puoi venire con me.
-No!
La signora sorrise.
-Non ora, certo, non ora. E' il patto.
Due anziani passarono tra di loro chiedendo permesso. Una mano l'afferrò per il gomito. Mano di ragazza. E un attimo dopo era davanti a lui.
-Eccoti!
L'abbracciò, si scostò da lui, gli parlò, cose da raccontare, chiedeva come stesse suo fratello, lo chiamava per nome.
-Mi sei mancato, sai?
Lo baciò, labbra schiuse e sapore di buono, passione giovane, fresca, incosciente. Spingeva il bacino contro al suo, sui tacchi una danza urgente, leggera.
-Andiamo?
-Sì.
S'abbracciarono ancora. Lei stringeva forte, lui guardava dove un attimo prima c'era la Signora, ed ora non c'era più nessuno. Strinse forte la ragazza, e lei lo sapeva, chi era lui, forte l'abbraccio e caldo il capo spettinato sul petto, come d'innamorati da troppo tempo lontani. La spettino, le arruffò i capelli sulla piccola nuca per la prima volta, ma erano già mille, era già un passato riscritto.
Respirò il profumo dei suoi capelli. Profumo di terra, di bosco, di legno antico.
(..)