La juta a montevergine 12.9. 2013

 

Quella che parte domani è una delle manifestazioni antropologiche più antiche dell’Irpinia se non della Campania

La storia della Juta anche attraverso le foto di avellinesi.it: emozioni che si tramandano

Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi

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I carri addobbati a festa salgono a Montevergine da avellinesi.it

 

Si respira l’aria della festa ad Ospedaletto D’Alpinolo, in provincia di Avellino, ritorna la Juta a Montevergine, l’attesa festa popolare dalle radici antiche. Dall’8 al 12 settembre, il paese alle pendici del Monte Partenio, si veste a festa ed evoca l’antico rito tramandato di generazione in generazione.

 

 

 

La manifestazione, giunta alla 14^ edizione, quest’anno si fregia di un riconoscimento importante, è stata premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quale evento nazionale, con la moneta celebrativa che reca, sul retro, la firma del Capo dello Stato.

 

 

 

Già all’indomani del trasporto dell’effige della Madonna di Montevergine presso il sacro monte ad opera degli Angioini, i pellegrini si affollavano, lungo i sentieri, per invocare la grazia alla Madonna, tramandando di secolo in secolo il folklore che accompagnava la salita.

 

 

 

Due volte all’anno, secondo una consolidata tradizione popolare, il santuario era meta di pellegrinaggi: a pentecoste per il popolo e a settembre per i “signori”. Ancora agli inizi del ’900, la festa era ancora viva e sentita: soltanto che al posto delle carrozze i pellegrini e i gitanti usavano le vecchie automobili «dilambda» le auto di moda negli anni 30 della casa automobilistica Lancia.

 

 

 

Il popolo di Napoli, da sempre devoto a Mamma Schiavona, così chiamata per la pelle olivastra dell’icona bizantina, organizzava la partenza dai vicoli del quartiere Pendino o dai Vergini e salutava l’avvio con botti e voli di colombi, in segno di gioia.

 

 

 

I“signori”, nell’800, prima con i carretti guidati da cavalli e poi con le auto nel 900, tutte agghindate a festa si sfidavano, nelle diverse fasce sociali, a chi realizzava il mezzo più colorato o sfoggiava gli abiti migliori, la cosiddetta “squarcioneria” nella festa di settembre, era questo il modo per ostentare l’appartenenza alle alte sfere della società benestante di Napoli.

 

 

 

Si iniziava l’ascensione nella notte del sabato per arrivare in vetta col primo sole, la vecchia strada delle breccelle si colorava e animava dei suoni e dei colori dei carretti dei pellegrini, uno spettacolo unico che si tramanda nella notte dei tempi. Da “L’Oro di Napoli” di G. Marotta si legge «Sulle rampe della montagna i pellegrini di lusso….si confondevano con la povera gente, dovevano spesso cedere il passo a cortei d’infelici che sollevavano come stendardi i loro malati incurabili…..I cavalli si impennavano fiutando quei cenci e quel dolore. “Mamma schiavona perdono e pietà”, gridavano certe donnette, vecchie come i sassi, sfregiate dai riverberi delle torce, inferocite dagli aspri aromi della boscaglia, correndo verso la Madonna come per linciarla».

 

 

 

Le immagini in bianco e nero del sito www.avellinesi.it ci riportano volti e mezzi dell’epoca che, in una fila interminabile, si inerpicavano verso monte verginiano: devozione e folklore si mischiavano e costruivano una storia che è nel DNA del popolo napoletano, ma che coinvolgeva tutta l’area del Partenio.

 

 

 

La vita di Ospedaletto D’Alpinolo è da sempre legata a quella del santuario di Montevergine sia per le varie dominazioni faudali dei paesi circostanti che per l’economia.

 

 

 

Prima di raggiungere il monte sacro i pellegrini sostavano nel comune irpino, per ristorarsi, sistemare i carri e rifocillare i cavalli. Il turismo religioso, ha consentito, nel corso degli anni, lo sviluppo di varie attività artigianali e commerciali, alcune scomparse nel tempo: quelle connesse al transito dei cavalli e alcune che sono, ancora oggi, elemento caratterizzante dell’economia luogo.

 

 

 

La coltivazione dei castagneti da frutto e delle nocciole costituisce la prerogativa di Ospedaletto che, con le specialità che derivano dalla loro manipolazione producono le famose castagne del prete e la cosiddetta “cupéta”, il torrone esposto insieme alla frutta secca e all’artigianato locale nei negozi che s’incontrano lungo la strada che porta al Santuario. Oltre castagni e nocciole, Ospedaletto offre in abbondanza viti, peri, meli, ortaggi; salubrità di clima e bellezze panoramiche ne fanno una delle mete più ricercate per riposo e vacanze.

 

 

 

A Ospedaletto è evocativo il monumento al Pellegrino; rappresenta la scena di un pellegrinaggio, con varie statue, un pellegrino in riposo appoggiato ad un tronco, un altro che porta la croce, una bambina e un bambino e una donna che porta una cesta sul capo, sembra quasi la scena di un presepe con la famiglia e il dormiente. Davanti al monumento sostano ancora i pellegrini appiedati, e cantano:

 

“Quanno simmo ppe Avellino

 

iammo a truvà la matre rivina,

 

Quanno simmo ppe Spetaletto

 

iammo a truvà Maria riletta”

 

La Juta è un vero e proprio stato d’animo, il cui valore intrinseco, racconta l’evolversi di una società e unisce una comunità nel tempo. Bene ha fatto il Presidente Napolitano, non tradendo le sue origini napoletane e memore dei profondi e significativi caratteri evocativi della manifestazione, ad assegnarle l’ambito riconoscimento.

 

 

 

Piueconomia Campania, attenta ai processi economici del territorio si augura che una manifestazione del genere non si fermi al momento della festa, ma sia un continuo movimento di studi che porti a conoscere la Juta nell’arco dell’intero anno solare.

 

 

 

Per questo auspica che si concretizzi nel comune di Ospedaletto D’alpinolo un museo della Juta, dove raccogliere immagini in bianco e nero e a colori e oggetti che raccontino una storia che non solo è autoctona, ma ha coinvolto intere generazioni di Napoletani a conoscere e a fare di un momento religioso anche un mezzo di sviluppo. In questo è fondamentale la sinergia con il comune di Napoli, in modo che le zone costiere e quelle interne si uniscano in un unico filo conduttore utile alla valorizzazione e alla crescita dell’intero territorio.

 

Pasquale Matarazzo

07/09/2012

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Uploaded on September 25, 2013
Taken on September 11, 2013