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Ferrari P 333 SP
La tecnologia impiegata per la costruzione della 333 SP venne presa direttamente dalla F1, come già era stato fatto vent'anni prima sulla 312P. Il motore, un 12 cilindri a V, con angolo fra le bancate di 65°, 5 valvole per cilindro e cilindrata di 3997cm³, erogava circa 650 CV ed era derivato direttamente da quello che equipaggiava la Ferrari F92 A che partecipò al campionato di F1 1992. Il regolamento dell'IMSA imponeva però l'uso di un'unità motrice con una cilindrata massima di 4.000 cm³, derivata da quella di una vettura stradale; allora la Ferrari derivò dal motore di F1 il motore della F50, allora in fase di progettazione, portandolo a 4,7 litri e da questo ricavò il propulsore della 333 SP[2]. Il corpo vettura, tipo barchetta, era composto dal telaio portante, realizzato con strutture a nido d'ape e materiali compositi, e dalla carrozzeria, realizzata in fibra di carbonio ed interamente scomponibile. Il peso totale era di 860 Kg.
Il telaio era stato progettato e realizzato dalla Dallara e la carrozzeria dalla Michelotto Automobili di Padova, che ne curò anche l'assemblaggio finale[1]. Quest'ultima continuò in seguito a sviluppare costantemente il prototipo presso la propria struttura quando la Ferrari le affidò nel 1997 la gestione globale del progetto: vennero effettuati importanti lavori di sviluppo che portarono alla realizzazione del secondo step evolutivo, che consolidò la competitività della vettura.
Il motore V12 aspirato di 4 litri di cilindrata era in grado di superare il regime di 12.000 giri/min e nonostante una cubatura di gran lunga inferiore rispetto ai meno sofisticati motori V8 di 6 litri con distribuzione ad aste e bilancieri dei costruttori americani quali Ford, Chevrolet e Oldsmobile, si dimostrò estremamente competitivo, tanto che l'IMSA nel corso delle stagioni introdusse regole sempre più penalizzanti nei confronti della Ferrari in modo tale da proteggere i costruttori americani: inizialmente venne imposto un limite al regime massimo di rotazione contenuto a 11.000 giri/min, poi venne penalizzata la distribuzione a 5 valvole per cilindro (favorendo quella ad aste e bilancieri), infine venne diminuita la sezione delle flange sui condotti di aspirazione del motore Ferrari.
Ferrari P 333 SP
La tecnologia impiegata per la costruzione della 333 SP venne presa direttamente dalla F1, come già era stato fatto vent'anni prima sulla 312P. Il motore, un 12 cilindri a V, con angolo fra le bancate di 65°, 5 valvole per cilindro e cilindrata di 3997cm³, erogava circa 650 CV ed era derivato direttamente da quello che equipaggiava la Ferrari F92 A che partecipò al campionato di F1 1992. Il regolamento dell'IMSA imponeva però l'uso di un'unità motrice con una cilindrata massima di 4.000 cm³, derivata da quella di una vettura stradale; allora la Ferrari derivò dal motore di F1 il motore della F50, allora in fase di progettazione, portandolo a 4,7 litri e da questo ricavò il propulsore della 333 SP[2]. Il corpo vettura, tipo barchetta, era composto dal telaio portante, realizzato con strutture a nido d'ape e materiali compositi, e dalla carrozzeria, realizzata in fibra di carbonio ed interamente scomponibile. Il peso totale era di 860 Kg.
Il telaio era stato progettato e realizzato dalla Dallara e la carrozzeria dalla Michelotto Automobili di Padova, che ne curò anche l'assemblaggio finale[1]. Quest'ultima continuò in seguito a sviluppare costantemente il prototipo presso la propria struttura quando la Ferrari le affidò nel 1997 la gestione globale del progetto: vennero effettuati importanti lavori di sviluppo che portarono alla realizzazione del secondo step evolutivo, che consolidò la competitività della vettura.
Il motore V12 aspirato di 4 litri di cilindrata era in grado di superare il regime di 12.000 giri/min e nonostante una cubatura di gran lunga inferiore rispetto ai meno sofisticati motori V8 di 6 litri con distribuzione ad aste e bilancieri dei costruttori americani quali Ford, Chevrolet e Oldsmobile, si dimostrò estremamente competitivo, tanto che l'IMSA nel corso delle stagioni introdusse regole sempre più penalizzanti nei confronti della Ferrari in modo tale da proteggere i costruttori americani: inizialmente venne imposto un limite al regime massimo di rotazione contenuto a 11.000 giri/min, poi venne penalizzata la distribuzione a 5 valvole per cilindro (favorendo quella ad aste e bilancieri), infine venne diminuita la sezione delle flange sui condotti di aspirazione del motore Ferrari.