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Fiorenza

Lei è Fiorenza.

È una viaggiatrice incallita e una cantastorie.

Sedere insieme a lei significava ritrovarsi a riposare su un battello in Amazzonia tra un telo d'amaca e troppe zanzare.

Non rifiutava la colazione e non cenava mai. Diceva di dover tenere il suo stomaco il più preparato possibile contro la vendetta di Monte Zuma.

Mi avvertiva sempre, con amore. Mi tamburellava l'indice sulla spalla per poi offrirmi una dritta.

Parlava per simpatiche stramberie e parabole sciolte.

Mi diceva che porta sempre con sé il passaporto di suo marito. Lo tiene dentro un portafogli marrone, felicemente solo in uno degli scomparti.

Vuole che viaggi ancora con lei.

Lui lavorava nell'industria del legno, ma di capacità matematiche ne aveva poche.

Lei ha lavorato nella prima azienda della penicillina ed era diventata la contabile di suo marito.

Lui lavava i piatti e lei si occupava di far i conti della casa.

 

 

"La pazienza è la virtù dei forti"

 

e lo diceva raccogliendosi le mani e alzando il mento per tener su la montatura scura. Poi di scuro lei non aveva niente.

Indossava sempre qualche indumento rosa. Quel giorno si trattava della camicetta.

La confusione non le piaceva o perlomeno non le piaceva più.

Era bello guardare insieme a lei, ci si lasciava manovrare lo sguardo volentieri. Si divertiva a far da regista, anche se era una maestrina, di quelle dolci, che ti parlano del rosso chiacchierando di mele e scarpette laccate.

Ti indicava e poi spiegava. Poteva essere una storia vecchia come una storia nuova. Non vi si buttava a capofitto, era tanto prudente. Doveva solo ripescare.

 

 

”Non c'è stato bisogno di andare in piazza. La piazza mi è passata davanti".

 

Concluse così quando la guida le chiese perché non avesse voluto fare un giro del mercato. Era pressante. Lo giudicava pressante.

Guardava la confusione con occhio truce dietro il paio d'occhiali.

Con tutto quel mal di schiena non poteva farlo di certo e lei sapeva che lui lo sapeva. Così pensava.

Si reputavano spesso irritanti. Si lanciavano ordigni dagli occhi. Per fortuna avevano due bei vetri spessi a parare i colpi. Li aiutavano a nascondere qualche animo cattivo col proprio filtro quotidiano.

Lei non azzeccava mai il suo nome - poteva diventare arabo, francese e nome femminile e con l'accento sulla "a" - ma azzeccava le situazioni.

Le bastava un'occhiata per far diventare personaggio di racconti una grande e grossa porta scura dai colori così sfacciati da richiamarti dentro solo per capriccio, o degli uomini con degli strani bozzi sulla guancia, dovuti a chissà quale particolare erba masticata, così, per moda.

Più era grande il bozzo più si era benestanti.

Nello Yemen si faceva così, diceva.

Era un buon motivo per camminare con una guancia rigonfia.

Un mondo di muti che soffiano troppo. Spiritosi.

Dava un'occhiata e afferrava ricordi da mettere insieme con i giusti ricami, da un anno all'altro e da un attimo all'altro.

Lei aveva afferrato me e io avevo afferrato lei.

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Uploaded on September 10, 2017
Taken on June 29, 2017