"Vecchio dormiente" (1629), olio su tavola. Rembrandt Van Rijn (Leida 1606 - Amsterdam 1669). Torino, Musei Reali - Galleria Sabauda. Mostra "Rembrandt incontra Rembrandt - Dialoghi in Galleria", presso la Galleria Sabauda. Torino, Italia
Nell'ombra della stanza appena illuminata dalle braci di un focolare, un vecchio siede addormentato su una poltrona di legno. Un chiarore più intenso permette di scorgere i tratti del volto segnato dall'età, la mano sinistra che sostiene il capo e la destra in parte nascosta tra le pieghe della veste. Altri dettagli emergono dall'oscurità: la brocca, la tenaglia e le fascine accanto al fuoco, le aringhe appese alla parete, i pesanti abiti indossati dal vecchio, di cui si ignora l'identità. Il dipinto può essere interpretato come la rappresentazione allegorica della pigrizia, o meglio, del peccato capitale dell'accidia, raffigurato nella tradizione pittorica dei Paesi Bassi come un uomo addormentato accanto al fuoco, con una mano sul petto. Il vecchio è stato anche identificato con Tobia, il personaggio biblico reso cieco e poi sanato per volontà divina, verso il quale Rembrandt nutriva una particolare predilezione, o ancora con l'anziano padre del pittore, già ritratto in alcuni disegni e ormai prossimo alla morte. Rembrandt firma il dipinto in basso a destra con una sigla quasi del tutto svanita, datandolo al 1629. Lo esegue dunque all'età di 23 anni, quando lavora nello studio aperto a Leida, prima di trasferirsi definitivamente ad Amsterdam. La tavola viene probabilmente realizzata per l'incisore Jacob de Ghein III, che nel 1641 la descrive tra i beni elencati nel proprio testamento, lasciandola in eredità al nipote. Attraverso vari passaggi di proprietà, l'opera giunge infine in possesso di Giacomo Delucca, che nel 1866 la vende alla Regia Pinacoteca, futura Galleria Sabauda.
Nei due dipinti a confronto, Rembrandt affronta il dialogo tra l'ombra e la luce, un tema centrale in tutta la sua produzione artistica. Nella tavola della Galleria Sabauda, la figura del vecchio addormentato è immersa in un'oscurità a tratti impenetrabile: soltanto il volto e le mani dell'uomo appaiono in piena luce, ma a rischiararli non può certo bastare la flebile brace del focolare. L'artista esalta i particolari che ritiene più importanti ed espressivi intensificandone il chiarore in modo volutamente irreale. Nella "Cena in Emmaus", la prodigiosa apparizione di Cristo agli apostoli è costruita sul contrasto tra le tenebre e la luce. Nella scena, è possibile identificare le fonti materiali dell'illuminazione: un focolare sulla sinistra, una candela posata sul tavolo a destra, nascosta dalla sagoma di Gesù. Tuttavia, la luce artificiale è allo stesso tempo luce mistica, immagine della rivelazione divina. Il miracolo prende forma concreta nella realtà quotidiana della semplice locanda. La raffigurazione realistica dell'ambiente e dei personaggi, unita all'uso espressivo e simbolico della luce, richiama le innovazioni introdotte da Caravaggio nella pittura sacra nel primo decennio del Seicento, prontamente recepite nelle scuole pittoriche di indirizzo naturalistico in diversi centri italiani ed europei. È plausibile che lo stesso Rembrandt abbia guardato al vivace movimento dei pittori caravaggeschi allora attivi a Utrecht.
"Vecchio dormiente" (1629), olio su tavola. Rembrandt Van Rijn (Leida 1606 - Amsterdam 1669). Torino, Musei Reali - Galleria Sabauda. Mostra "Rembrandt incontra Rembrandt - Dialoghi in Galleria", presso la Galleria Sabauda. Torino, Italia
Nell'ombra della stanza appena illuminata dalle braci di un focolare, un vecchio siede addormentato su una poltrona di legno. Un chiarore più intenso permette di scorgere i tratti del volto segnato dall'età, la mano sinistra che sostiene il capo e la destra in parte nascosta tra le pieghe della veste. Altri dettagli emergono dall'oscurità: la brocca, la tenaglia e le fascine accanto al fuoco, le aringhe appese alla parete, i pesanti abiti indossati dal vecchio, di cui si ignora l'identità. Il dipinto può essere interpretato come la rappresentazione allegorica della pigrizia, o meglio, del peccato capitale dell'accidia, raffigurato nella tradizione pittorica dei Paesi Bassi come un uomo addormentato accanto al fuoco, con una mano sul petto. Il vecchio è stato anche identificato con Tobia, il personaggio biblico reso cieco e poi sanato per volontà divina, verso il quale Rembrandt nutriva una particolare predilezione, o ancora con l'anziano padre del pittore, già ritratto in alcuni disegni e ormai prossimo alla morte. Rembrandt firma il dipinto in basso a destra con una sigla quasi del tutto svanita, datandolo al 1629. Lo esegue dunque all'età di 23 anni, quando lavora nello studio aperto a Leida, prima di trasferirsi definitivamente ad Amsterdam. La tavola viene probabilmente realizzata per l'incisore Jacob de Ghein III, che nel 1641 la descrive tra i beni elencati nel proprio testamento, lasciandola in eredità al nipote. Attraverso vari passaggi di proprietà, l'opera giunge infine in possesso di Giacomo Delucca, che nel 1866 la vende alla Regia Pinacoteca, futura Galleria Sabauda.
Nei due dipinti a confronto, Rembrandt affronta il dialogo tra l'ombra e la luce, un tema centrale in tutta la sua produzione artistica. Nella tavola della Galleria Sabauda, la figura del vecchio addormentato è immersa in un'oscurità a tratti impenetrabile: soltanto il volto e le mani dell'uomo appaiono in piena luce, ma a rischiararli non può certo bastare la flebile brace del focolare. L'artista esalta i particolari che ritiene più importanti ed espressivi intensificandone il chiarore in modo volutamente irreale. Nella "Cena in Emmaus", la prodigiosa apparizione di Cristo agli apostoli è costruita sul contrasto tra le tenebre e la luce. Nella scena, è possibile identificare le fonti materiali dell'illuminazione: un focolare sulla sinistra, una candela posata sul tavolo a destra, nascosta dalla sagoma di Gesù. Tuttavia, la luce artificiale è allo stesso tempo luce mistica, immagine della rivelazione divina. Il miracolo prende forma concreta nella realtà quotidiana della semplice locanda. La raffigurazione realistica dell'ambiente e dei personaggi, unita all'uso espressivo e simbolico della luce, richiama le innovazioni introdotte da Caravaggio nella pittura sacra nel primo decennio del Seicento, prontamente recepite nelle scuole pittoriche di indirizzo naturalistico in diversi centri italiani ed europei. È plausibile che lo stesso Rembrandt abbia guardato al vivace movimento dei pittori caravaggeschi allora attivi a Utrecht.