Pollice Daniele
Drag to set position!
Dicono di me....delle mie foto....:
"Le sue inquadrature sono forti, nette e sottolineate da un bianconero ben gestito. Nonostante la varietà dei soggetti e degli scenari, la sua inquadratura geometrica e da "scorcio" è sempre presente rafforzando il senso di continuità delle immagini che formano un unicom completo e di riferimento.
Ciò che colpisce è senza dubbio il taglio grafico delle sue fotografie e il gioco delle ombre che sfrutta per dare profondità e densità alla sua immaginazione. Ma a ben guardare spunta un altro elemento, seppure accennato, costruito da profili di persone che si affacciano nell'immagine, passeggiano o spuntano da qualche muretto. Il gioco tra animato ed inanimato è dunque sottile e ricorrente come una firma o un sigillo che unisce più strettamente gli scatti.".
Giulio Forti (Direttore Fotografia Reflex)
"L’attenzione di ogni scatto in bianco e nero, cade su particolari di una perduta quotidianità e di una placida e consolidata devastazione...sono i particolari colti da questo fotografo che si definisce un fotoamatore, con la necessità di tradurre in immagini le sue visioni".
Simona Marani (Cut Tv Audiovisual Studio)
...entrare nelle storie degli uomini, perché solo così possiamo capire, e sviluppare la sensibilità che ci aiuta a entrare nella loro vita, in punta di piedi, e uscirne senza aver creato danno alcuno...
Lasciamo perdere poi la foto 'perfetta' se resta sterile, che non riesce a trasmettere la vita, i sogni di chi abbiamo fotografato,
infatti spesso diventano i nostri sogni...
Le più belle foto sono fatte quando si entra in sintonia, spesso con umiltà, ricordandoci che ci viene concesso il privilegio di conoscere tale persona, e allora la camera fotografica diventa la 'penna' dei nostri occh; e se abbiamo guardato facendo nostri i pensieri,i sogni,la forza e anche il dolore... qualcosa resterà di tale incontro.
Sono sempre più convinto che le persone, i luoghi,sono delle occasioni favolose per il nostro interiore, se poi vogliamo chiamarla fotografia, certo stiamo facendo anche quella, ma alla base c'è la conoscenza...
Un detto in cui mi riconosco:
C'è gente che pensa solo a mettere soldi in banca io penso a mettere ricordi nel cuore ( saggezza popolare russa )
There is people who only think to put money in bank I task to put memories in the heart (Russian popular wisdom)
All my pictures are under ©. If you want to use them please contact me at daniele.pollice@gmail.com
My shots on "FOTOGRAFIA REFLEX - MAY 2010"
"VentiperVenti" IV Edizione
20/06/2010 - 20/07/2010
@ Lineadarte Officina Creativa
My shot on "Chiamata alle Arti" CaAzine n°39 (Death)
- My personal
"In Itinere"
27/11/2008 - 4/12/2008
@ Rising Mutiny
"Collettiva Napoli e Firenze a confronto"
16/12/2007 - 22/12/2007
@ Al Funiculì (Firenze)
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My shots of Setenil de las Bodegas on Turismo Setenil.
- JoinedAugust 2006
- HometownNapoli (Naples)
- Current cityMilano
- CountryItaly (Italia)
- Websitehttp://www.danielepollice.com
- Instagramdaniele.pollice
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Scarpe stese che sembrano muoversi alla ricerca di corpi perduti, architetture e luoghi simbolo immortalati in forme distorte, dove la presenza umana è relegata alla sua sola ombra, o è colta, nel suo continuo ossessivo movimento nel mondo, in forma di traccia, di scia, quasi che la macchina fotografica volesse immorta… Read more
Scarpe stese che sembrano muoversi alla ricerca di corpi perduti, architetture e luoghi simbolo immortalati in forme distorte, dove la presenza umana è relegata alla sua sola ombra, o è colta, nel suo continuo ossessivo movimento nel mondo, in forma di traccia, di scia, quasi che la macchina fotografica volesse immortalare una terrena trasmigrazione dell’anima. E quando il corpo materializzandosi s’impone come protagonista degli scatti, è un corpo mutilato, è un corpo martoriato, è un corpo mascherato, un corpo quasi sempre senza volto. Nel viaggio fisico e immaginifico intrapreso, Daniele Pollice raccoglie indizi, prove fotografiche inconfutabili, sui rischi connessi ad una imprevedibile, accelerata condizione di mutamento e movimento che tutti ci investe nel quotidiano, ma ancor più è manifesta nel nostro tempo libero internazionalizzato, laddove, smessi i panni di indigeni, si vestono quelli di turisti fai da te, che all’ultimo minuto, a basso costo, e in un solo weekend, corrono a guardare, ma non ad osservare, simulacri di storia e di cultura, spazialmente collocati in un altrove esotico e suggestivo. Ma quel che accade in questa frenetica ricerca di nuovi spazi e temp(l)i perduti, è quello che gli scatti di Pollice impietosamente mostrano: l’assenza d’incontro con l’altro, l’assenza della percezione degli altri, l’assenza, alla vista, dei volti altrui: Napoli e la Campania, la Calabria, la Sicilia, l’Egitto, Venezia, i Balcani, Berlino, Stoccolma, non sono più mete di un viaggio, non sono più luoghi di approdo dopo un pellegrinaggio laico fatto di posti preventivamente sognati e poi successivamente svelati, a poco a poco, in un lento avvicinarsi mentale e fisico alla meta; svanisce nell’epoca low cost quella graduale scoperta di profili geografici e umani che nel viaggio ci conducono sempre più lontani dalle nostre relativistiche certezze, e sempre più vicini all’affascinante diversità dell’altro; abbandonate mappe e racconti di amici viaggiatori, si scelgono le mete di questi nuovi transiti, non più viaggi, perché suggeriti da cataloghi turistici o da allettanti offerte di compagnie aeree. In questa ricerca di umanità, in questo tentativo di superamento della negazione del corpo, Daniele Pollice si lancia allora alla ricerca di pratiche e luoghi magico-religiosi nella speranza d’imbattersi in corpi esposti, lacerati, che si aprono materialmente e sanguinosamente allo sguardo esterno per il tramite di ferite, atti sacrificali ed estremi di relazione e interazione con l’altro terreno e divino. Ma anche in questo caso lo sguardo dei protagonisti è negato, anche in questo caso si smarrisce l’incontro umano. Gli scatti di Pollice si fanno allora discreti, rispettosi della sacralità del momento, mai ossessionati dalla spettacolarizzazione del sangue e del dolore, ma intenti ad immortalare, senza pregiudizi, l’intima sacralità di gesti propri della religiosità popolare. Eppure le riflessioni fotografiche di Daniele Pollice non si arenano dinanzi alla presa d’atto della crisi di relazioni umane che caratterizza la contemporaneità, ed alla graduale trasformazione degli uomini in ombre; esse proseguono il loro viaggio visuale e trovano finalmente testimonianze umanamente incoraggianti fra le pieghe della postmodernità, dentro visioni fuori traccia, oltre l’abitudinario immaginativo dettato dall’attuale sovraesposizione mediatica: un bambino egiziano che adotta a rifugio una malandata cassetta di plastica, e un venditore di Pupi distrattamente e rilassatamente a capo del suo esercito di Paladini, si mostrano finalmente in volto e timidamente ci incontrano, nascondendo il volto al nostro sguardo, ma parlandoci a cuore aperto attraverso l’onestà dei loro sguardi. Un vecchio ed un bambino che idealmente si prendono e ci prendono per mano, per mostrare la struggente e incommensurabile bellezza del più bello dei paesaggi che il nostro sguardo può incontrare: quello delineato dal profilo di volti “umani”, semplici e umili, che solo nella profondità sincera di un incontro si manifesta ed ammalia. La foto di Daniele Pollice non aiuta ad osservare la realtà, fa di più, aiuta a comprenderla, e permette, seguendone il sentiero visivo che essa viene tracciando, di superare la facile e cannibale rappresentazione del negativo che ci circonda, per offrire invece una positiva speranza di umanità, racchiusa ora nella tenerezza dello sguardo di un bambino, ora nella composta fierezza di vecchio puparo, comunque è per sempre nei volti di esseri ancora umani. Luigi D’Aponte, antropologo
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