marcella bellocchio
4The blue corridor by MARCELLA BELLOCCHIO, PHOTOS BY NICOLAS PASCAREL
Attraverso
un uscio semiaperto, vedemmo un vecchio
seduto sul letto con lo sguardo fisso per terra, come
se non conoscesse altra postura. Più avanti
una donna ci sorrise, cordiale e al tempo stesso altera
come la tigre raffigurata sulla grande stampa
che copriva il muro alle sue spalle nel minuscolo
appartamento. Una ragazzina, minuta, immobile in
mezzo alle correnti d’aria, indugiava solitaria fuori
dalla porta di casa. Ci guardò senza un cenno di
sorpresa La sensazione che quei volti suscitavano
era disorientante, estranea a qualsiasi inquietudine
per il futuro, come se essi avessero di fronte a
sè tutta l’eternità. La vita domestica dentro il vecchio
palazzo era diventata arte della sopravvivenza
in un tacito attendere in un’atmosfera di limbo.
Il nostro viaggio proseguì al ritmo spezzato delle figure
che ci comparivano davanti come ectoplasmi
avvolti da un’aura blu. Alcuni sembravano procedere
a tentoni lungo la propria esistenza tanto
quanto noi procedevamo a braccia tese nella luce
fioca. Più in là nei giorni avremmo ricordato quei
passi come una metafora della dimensione del
tempo a Ho Chi Minh-City, sospesa tra i fantasmi
della vecchia Saigon ed il suo presente di
tanti attese; ma anche di un tempo oltre il tempo,
in cui gli incontri e il fluire della vita non avvengono
sulla linea convenzionale dell’orologio. Le nostre
disquisizioni dei giorni precedenti sulla efferata rincorsa
alla modernità globalizzante delle metropoli
asiatiche stridettero insieme alle ruote del carretto
di un venditore ambulante di scarpe che girava i
piani urlando. Proponeva veri affari; le persone
uscivano dai loro alloggi sbattendo le porte di ferro,
si affollavano sull’esigua merce dando a loro
volta il via a chiassose trattative.
4The blue corridor by MARCELLA BELLOCCHIO, PHOTOS BY NICOLAS PASCAREL
Attraverso
un uscio semiaperto, vedemmo un vecchio
seduto sul letto con lo sguardo fisso per terra, come
se non conoscesse altra postura. Più avanti
una donna ci sorrise, cordiale e al tempo stesso altera
come la tigre raffigurata sulla grande stampa
che copriva il muro alle sue spalle nel minuscolo
appartamento. Una ragazzina, minuta, immobile in
mezzo alle correnti d’aria, indugiava solitaria fuori
dalla porta di casa. Ci guardò senza un cenno di
sorpresa La sensazione che quei volti suscitavano
era disorientante, estranea a qualsiasi inquietudine
per il futuro, come se essi avessero di fronte a
sè tutta l’eternità. La vita domestica dentro il vecchio
palazzo era diventata arte della sopravvivenza
in un tacito attendere in un’atmosfera di limbo.
Il nostro viaggio proseguì al ritmo spezzato delle figure
che ci comparivano davanti come ectoplasmi
avvolti da un’aura blu. Alcuni sembravano procedere
a tentoni lungo la propria esistenza tanto
quanto noi procedevamo a braccia tese nella luce
fioca. Più in là nei giorni avremmo ricordato quei
passi come una metafora della dimensione del
tempo a Ho Chi Minh-City, sospesa tra i fantasmi
della vecchia Saigon ed il suo presente di
tanti attese; ma anche di un tempo oltre il tempo,
in cui gli incontri e il fluire della vita non avvengono
sulla linea convenzionale dell’orologio. Le nostre
disquisizioni dei giorni precedenti sulla efferata rincorsa
alla modernità globalizzante delle metropoli
asiatiche stridettero insieme alle ruote del carretto
di un venditore ambulante di scarpe che girava i
piani urlando. Proponeva veri affari; le persone
uscivano dai loro alloggi sbattendo le porte di ferro,
si affollavano sull’esigua merce dando a loro
volta il via a chiassose trattative.