Silvia ♥ [MKyogurt]
Bologna - Via Rizzoli
Tranne le vecchie appassionate di liscio e i punk crestati seduti davanti al Disco d’oro, tutti erano pronti a riconoscere che con Vasco ci si divertiva davvero.
Ma nessuno a Bologna, nella prima metà degli anni Ottanta, godeva dello stesso rispetto tributato al ‘Maestrone’ Francesco Guccini.
Solo Andrea Pazienza, scoprii più tardi, aveva osato metterlo alla berlina come menagramo in certe sue tavole ma noialtri all’epoca non sospettavamo nulla e pendevamo dalla sua barbacome da quella d’un profeta sceso dalle montagne, le nostre montagne.
Il Maestrone era semplicemente perfetto, per una ragionevole città socialista che di tanto in tanto ama farsi trattare da anarchica e testa calda, e infatti godeva dell’autorevolezza senza tempo propria dei grandi capi religiosi: immutabile nell’immagine che campeggiava (e campeggia identica da trent’anni) sui manifesti dei live, granitico nella scelta della scaletta, sempre identico a se stesso nella sua ironia un po’ pedante.
Se dai cantanti rock non sapevi mai cosa aspettarti, con il “Guccio”, che incideva per la Emi già nel 1967, andavi a colpo sicuro,: come l’immagine dei manifesti, non invecchiava mai. Non si poteva dire neppure che ringiovanisse, tuttavia col tempo appariva meno grave e pensoso del se stesso in Eskimo di qualche anno prima.
Per la sua città d’adozione Guccini aveva scritto una canzone bellissima nel quasi-concept-album Metropolis, e la “vecchia signora dai fianchi un po’ molli”, un poco “bambina perbene” e un poco “busona”, nell’estate del 1984 l’aveva ricambiato con una indimenticabile serata estiva: per il live Fra la via Emilia e il West piazza Maggiore era gremita, e decisa ad omaggiare quel cantautore che fin lì non si era presentato quasi mai accompagnato da una band. Quella sera speciale, invece, salirono sul palco con Guccini e i suoi strumentisti anche Giorgio Gaber, Roberto Vecchioni e i due complessi con cui il Maestrone aveva collaborato da ragazzo: gli eterni Nomadi e un’Equipe 84 salutata come rediviva, ma in realtà destinata soprattutto a malinconiche apparizioni in programmi-nostalgia televisivi.
Invece lui si metteva d’accordo con tutta la famiglia: non dev’essere un caso se il mio primo concerto sarebbe stato un live di Guccini al Palasport, a sgolarmi sotto il palco con gli amici mentre i miei genitori sedevano in gradinata.
All’osteria Da Vito l’avrei sempre visto mangiare, bere e giocare a carte come un comune mortale, senza mai pontificare o sforzarsi di attirare l’attenzione. È difficile credere quanti pellegrinaggi per laica devozione e lambrusco siano avvenuti fra l’osteria di via Musolesi e l’adiacente palazzina di via Paolo Fabbri 43, e anche il Comune di Bologna, quando nel XXII secolo non saremo più da queste parti, dovrebbe impegnarsi a mettere una bella targa.
Io sono fra i fortunati che in via Paolo Fabbri ci è arrivato su invito del padrone di casa, una volta ci hanno chiesto di scrivere un articolo a quattro mani in cui si mettesse in scena una contrapposizione fra vino e birra: oltre alle pareti murate di libri fino al soffitto e a un gagliardetto della Pistoiese, mi avrebbe lasciato sbalordito la spartana confidenza con cui mi trattava l’autore dell’Avvelenata.
“Mettiti comodo, Brizzi. Ma soprattutto spiegami come ti è venuta questa idea bislacca di prendere le parti della birra contro il vino”.
“Ma Guccini… Pensavo di lasciare a te l’onore di cantare le lodi del vino. Mi sembra il minimo. E poi lo sai che il mio primo concerto è stato…”
“Se devo dirti la verità questo articolo è un po’ una cazzata. Ma almeno gli argomenti non mancano”.
Ma poi ci siamo messi a scrivere insieme il proemio del pezzo, gomito a gomito alla scrivania, e mentre fiorivano rapide le righe speravo che una parte del suo profetico fluido contagiasse il giovanotto inesperto che ero.
- Enrico Brizzi -
La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco (2008)
Bologna - Via Rizzoli
Tranne le vecchie appassionate di liscio e i punk crestati seduti davanti al Disco d’oro, tutti erano pronti a riconoscere che con Vasco ci si divertiva davvero.
Ma nessuno a Bologna, nella prima metà degli anni Ottanta, godeva dello stesso rispetto tributato al ‘Maestrone’ Francesco Guccini.
Solo Andrea Pazienza, scoprii più tardi, aveva osato metterlo alla berlina come menagramo in certe sue tavole ma noialtri all’epoca non sospettavamo nulla e pendevamo dalla sua barbacome da quella d’un profeta sceso dalle montagne, le nostre montagne.
Il Maestrone era semplicemente perfetto, per una ragionevole città socialista che di tanto in tanto ama farsi trattare da anarchica e testa calda, e infatti godeva dell’autorevolezza senza tempo propria dei grandi capi religiosi: immutabile nell’immagine che campeggiava (e campeggia identica da trent’anni) sui manifesti dei live, granitico nella scelta della scaletta, sempre identico a se stesso nella sua ironia un po’ pedante.
Se dai cantanti rock non sapevi mai cosa aspettarti, con il “Guccio”, che incideva per la Emi già nel 1967, andavi a colpo sicuro,: come l’immagine dei manifesti, non invecchiava mai. Non si poteva dire neppure che ringiovanisse, tuttavia col tempo appariva meno grave e pensoso del se stesso in Eskimo di qualche anno prima.
Per la sua città d’adozione Guccini aveva scritto una canzone bellissima nel quasi-concept-album Metropolis, e la “vecchia signora dai fianchi un po’ molli”, un poco “bambina perbene” e un poco “busona”, nell’estate del 1984 l’aveva ricambiato con una indimenticabile serata estiva: per il live Fra la via Emilia e il West piazza Maggiore era gremita, e decisa ad omaggiare quel cantautore che fin lì non si era presentato quasi mai accompagnato da una band. Quella sera speciale, invece, salirono sul palco con Guccini e i suoi strumentisti anche Giorgio Gaber, Roberto Vecchioni e i due complessi con cui il Maestrone aveva collaborato da ragazzo: gli eterni Nomadi e un’Equipe 84 salutata come rediviva, ma in realtà destinata soprattutto a malinconiche apparizioni in programmi-nostalgia televisivi.
Invece lui si metteva d’accordo con tutta la famiglia: non dev’essere un caso se il mio primo concerto sarebbe stato un live di Guccini al Palasport, a sgolarmi sotto il palco con gli amici mentre i miei genitori sedevano in gradinata.
All’osteria Da Vito l’avrei sempre visto mangiare, bere e giocare a carte come un comune mortale, senza mai pontificare o sforzarsi di attirare l’attenzione. È difficile credere quanti pellegrinaggi per laica devozione e lambrusco siano avvenuti fra l’osteria di via Musolesi e l’adiacente palazzina di via Paolo Fabbri 43, e anche il Comune di Bologna, quando nel XXII secolo non saremo più da queste parti, dovrebbe impegnarsi a mettere una bella targa.
Io sono fra i fortunati che in via Paolo Fabbri ci è arrivato su invito del padrone di casa, una volta ci hanno chiesto di scrivere un articolo a quattro mani in cui si mettesse in scena una contrapposizione fra vino e birra: oltre alle pareti murate di libri fino al soffitto e a un gagliardetto della Pistoiese, mi avrebbe lasciato sbalordito la spartana confidenza con cui mi trattava l’autore dell’Avvelenata.
“Mettiti comodo, Brizzi. Ma soprattutto spiegami come ti è venuta questa idea bislacca di prendere le parti della birra contro il vino”.
“Ma Guccini… Pensavo di lasciare a te l’onore di cantare le lodi del vino. Mi sembra il minimo. E poi lo sai che il mio primo concerto è stato…”
“Se devo dirti la verità questo articolo è un po’ una cazzata. Ma almeno gli argomenti non mancano”.
Ma poi ci siamo messi a scrivere insieme il proemio del pezzo, gomito a gomito alla scrivania, e mentre fiorivano rapide le righe speravo che una parte del suo profetico fluido contagiasse il giovanotto inesperto che ero.
- Enrico Brizzi -
La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco (2008)